BallarArt: così i bambini di Palermo crescono attraverso l’arte

Musica, teatro, danza, arti visive, cinema. L’arte può insegnare ai bambini a conoscere se stessi, educarli alla cura e alla valorizzazione del territorio, invitarli ad agire per cambiare in meglio il mondo in cui viviamo. Da qui nasce BallarArt, un percorso socioeducativo avviato nel quartiere Ballarò di Palermo. Partire dai più piccoli per portare un cambiamento nel mondo. Diffondere cultura in modo non tradizionale in un quartiere siciliano considerato difficile, ovvero il quartiere Albergheria di Ballarò a Palermo. Farlo attraverso le arti e, grazie ad esse, rigenerare. È un cerchio che si chiude: BallarArt, un percorso socioeducativo che coinvolge i bambini del quartiere e, in linea definitiva, cambia anche le persone che lo vivono.

A raccontarcelo è Liliana Minutoli, che è presidente del Counseling espressivo creativo Il Giardino delle idee ma che è anche insegnante di pianoforte, sociologa e psicologa. Da sempre impegnata nel sociale e trapiantata da sette anni nel quartiere Ballarò e 13 a Palermo, crede fortemente nella possibilità del cambiamento: “Cerchiamo di mettere da parte la ‘lagnusìa’ siciliana, questa sorta di indolenza che ci fa pensare che nulla si può cambiare e che contagia anche i bambini. E lo facciamo in un modo diverso da quello classico: facciamo scoprire ai bambini e ai ragazzi di Ballarò chi sono e come vivere al meglio attraverso le arti, che possono essere musica, teatro, danza, arti visive, cinema”.
Liliana è solo una fra i tanti operatori sociali e artisti (tutti volontari) che si occupano di bambini da molti anni e che sono tutti confluiti, lo scorso anno, nella creazione di BallarArt. Lo scopo è anche quello di coordinare i vari centri di aggregazione giovanile (che si occupano di doposcuola, catechismo, attività ricreative) e fare in modo che questo percorso coinvolga un numero più alto possibile di bambini e ragazzi. “Vogliamo fare in modo che la cultura parta dai bambini, perché se vogliamo ottenere un cambiamento di mentalità dobbiamo farlo dal basso. In questo caso le arti sono uno strumento per scoprire il legame fra il proprio mondo interiore (quello dei bambini) e quello esteriore (Ballarò, il quartiere)”.

A tal proposito Liliana fa riferimento a varie manifestazioni, in cui sono sempre i bambini ad essere protagonisti e portabandiera di cultura. Ad esempio, la scorsa primavera durante l’iniziativa “Anima Ballarò” i bambini hanno partecipato attraversando il mercato e urlando slogan positivi, di cambiamento: una vera e propria reazione alla “lagnusìa” siciliana di cui si parlava prima. O ancora, dopo atti di vandalismo perpetrati nella piazzetta Ecce Homo, è sempre stato un gruppo di bambini a rivitalizzarla cantando in coro.ballarart-1-1030x772

La cultura del cambiamento e della valorizzazione del territorio non è affatto facile. Più volte vi sono stati atti di vandalismo nella piazzetta Ecce Homo, cuore di Ballarò, che è stata recentemente ristrutturata dopo essere stata una discarica a cielo aperto per molto tempo. Ma secondo Liliana, è qualcosa a cui si può rimediare: “Non c’è una motivazione reale per gli atti di vandalismo, molto spesso è una mancanza, una non appartenenza vera al territorio e una diseducazione alla valorizzazione di ciò che può essere nostro”. Che invece è ciò a cui BallarArt educa.
“Il ruolo dell’arte è fondamentale per il sé e per il noi, per il singolo e per la collettività», ci spiega Liliana. «Perché in tutte le arti – che sono espressioni dell’individuo – c’è il codice che aiuta a vivere meglio le regole di convivenza civile: ad esempio ascoltare un altro mentre si sta facendo un coro è necessario perché altrimenti ci va di mezzo tutto il gruppo che canta”. Piccoli dettagli a cui spesso non si pensa ma che in realtà incarnano un codice comportamentale fatto di condivisione e ascolto. Qualcosa che di questi tempi è necessario e che serve a far capire anche che la diversità è ricchezza: “Questo quartiere vive di tantissime contraddizioni e diversità: è un quartiere storico antichissimo, dove vivono differenti tipologie sociali di persone con un mix di energie completamente diverse fra loro”.IMG_20180415_120305-1030x772

Anche BallarArt è, nella sua essenza, un mix di energie diverse e non solo in quanto percorso socioeducativo che coinvolge disparati ambiti e discipline, ma anche in quanto parte di un “contenitore” più grande che è SOS Ballarò (Storia Orgoglio Sostenibilità). SOS Ballarò altri non è che un’assemblea cittadina, fatta da associazioni, volontari, membri delle parrocchie del quartiere e così via che a titolo volontario si impegnano per la città. Nonostante BallarArt sia pensato per bambini e ragazzi, c’è però qualcosa che riguarda anche “i grandi”. Attraverso la voglia di cambiamento dei più piccoli anche gli adulti possono ‘cambiare’: “Forse ritornando a coltivare quel bambino interiore che c’è dentro gli adulti e prendendo spunto dai ragazzi, noi possiamo fruire di un cambiamento”. Non a caso ‘il Giardino delle idee’ – il counseling espressivo creativo di cui Liliana è presidente – si rivolge agli adulti: fare in modo che essi diventino consapevoli e responsabili di sé attraverso le arti per poi riversare questo cambiamento nel mondo ‘esterno’ che abbia poi un impatto sulla comunità di appartenenza. Ancora una volta il cerchio si chiude.

Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/10/ballarart-bambini-palermo-crescono-arte/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Atelier Héritage, dove i bambini progettano la città

Imparare a conoscere la città ed il territorio in cui viviamo è fondamentale e se ciò avviene attraverso l’arte e la creatività, si finisce col non poterne fare più a meno. Atelier Héritage, laboratorio permanente attivo in Barriera di Milano a Torino, è dedicato ai bambini e ai ragazzi ed è finalizzato a farli divenire protagonisti attivi dei luoghi in cui vivono.atelier-heritage-i-bambini-progettano-la-citta

Atelier Héritage è un laboratorio permanente dove la creatività è di casa ed in cui pennarelli, fogli da disegno e matite sono gli strumenti per conoscere, pensare e dare vita alla città. Protagonisti di questa realtà sono i bambini e i ragazzi delle scuole elementari e medie di età compresa tra i 6 e i 13 anni che vivono in Barriera di Milano e che hanno la possibilità non solo di scoprire la storia, le persone e le caratteristiche del quartiere che abitano ma bensì ripensarlo e trasformarlo, dando libero sfogo alla propria curiosità e creatività. Il laboratorio ha sede nello spazio multifunzionale di via Baltea 3, le cui attività proposte si trovano in forte continuità con la connotazione sociale ed aggregativa del luogo e favorisce progettualità che esaltano le diversità in tutte le loro forme: culturali, sociali e linguistiche.

Mariachiara Guerra è ideatrice e fondatrice di questo progetto e, grazie alla grande passione per il patrimonio culturale, la storia e la valorizzazione del territorio derivante dai precedenti studi nell’ambito dell’architettura e dell’insegnamento, ha dato vita ad uno spazio dedicato alla conoscenza attiva e alla fruizione consapevole del patrimonio culturale del luogo, di cui i bambini sono testimoni.  Nella seguente intervista ci racconta la sua esperienza.

Quando nasce Atelier Héritage?

“Atelier Hèritage nasce alla fine dell’anno 2013 come laboratorio che, all’interno di un contesto urbano, vuole favorire l’avvicinamento e la conoscenza attiva del patrimonio culturale e territoriale in cui i bambini si fano testimoni della storia urbana in cui crescono con le famiglie, portatrici di culture e storie. Se la fruizione dei musei è riservata a chi ha un accesso alla cultura facile, i soggetti più fragili ed in condizioni di marginalità economica, sociale o linguistica ne risentono, per cui l’idea è quella di portare il modello della didattica museale fuori dalle istituzioni e all’interno del territorio, facendolo diventare una presenza stabile in un percorso di conoscenza più strutturato e continuativo”.atelier-heritage-i-bambini-progettano-la-citta-1536567831

Perchè Barriera di Milano?

“Il territorio scelto come riferimento è Barriera di Milano proprio perché presenta un contesto multiculturale variegato ed in cui le persone che lo abitano in molti casi non lo conoscono. Da questa situazione nasce la volontà di raccontarlo poiché anche se arriviamo da storie ed esperienze diverse, parliamo lingue diverse e proveniamo da background culturali diversi, passiamo attraverso uno spazio che è lo stesso per tutti. Per i bambini quest’operazione è più semplice rispetto agli adulti per il fatto che sono nati e scolarizzati nel nostro Paese ed hanno la capacità di esserne ambasciatori anche all’interno della famiglia”.

In cosa consistono le attività proposte?

“Ogni attività è immaginata come un percorso didattico che facilita la conoscenza del patrimonio culturale, da quella materiale che avviene tramite visite guidate, passeggiate di quartiere e percorsi urbani, a quella immateriale, attraverso progetti all’interno dell’atelier. In particolare, le due attività principali sono rappresentate dalla scuola estiva e da un laboratorio a cadenza settimanale. Nel 2014 sono stati avviati i primi laboratori pubblici nelle strade di Barriera e pian piano abbiamo dato vita ad un legame diretto con gli abitanti del territorio, cercando di capire quale fosse il modo più efficace per confrontarsi con loro. Abbiamo quindi costruito delle relazioni con diverse realtà tra le quali le scuole, che rappresentano gli interlocutori principali. Spesso le famiglie non vivono momenti di socialità oltre la scuola, per cui questa viene riconosciuta dai ragazzi come luogo quotidiano ed accogliente e gli insegnanti sono visti come figure di riferimento. Svolgere attività in collaborazione con le scuole favorisce quindi il clima di fiducia e l’apertura di un canale di comunicazione che in altri modi è difficile creare”.atelier-heritage-i-bambini-progettano-la-citta-1536567864

Come è strutturata la scuola estiva?

“La scuola estiva, avviata nel 2014 in concomitanza con il Festival dell’Architettura in Città, consiste in un programma di attività analoghe a quelle dell’estate ragazzi ed offre un supporto ai genitori, rispondendo il più possibile alle esigenze economiche delle famiglie. I bambini in questo modo hanno avuto la possibilità di scoprire il quartiere svolgendo laboratori con cui sono venuti a conoscenza della storia, dell’architettura e della sfera sociale di Barriera di Milano, scoprendo che la migrazione è in realtà un fenomeno ciclico di cui loro non sono i primi.
Col tempo le attività si sono arricchite di collaborazioni diverse che hanno dato vita ogni anno ad un nuovo tema: il tema della scuola estiva del 2015 è stato “Barriera è Casa Nostra”, durante la quale i bambini con l’aiuto dello scrittore Giuseppe Culicchia hanno scritto ed illustrato una guida turistica di Barriera, prendendo spunto dalle opere dell’autore. Nel 2016 il tema è stato “Changes”, proposto per facilitare la comprensione dei fenomeni di trasformazione di Barriera dal passato ad oggi, attraverso l’intervista ai nonni residenti che hanno raccontato ai bambini l’immigrazione nel dopoguerra. Nel 2017 il tema è stato poi “Il viaggio”, nato dall’idea di far raccontare ai genitori dei bambini il viaggio che in passato hanno intrapreso fino a Barriera. La scuola estiva del 2018 infine ha avuto come tema “Spazi liberi”, prendendo spunto dalla Biennale di Architettura di Venezia nella quale abbiamo declinato il tema dello spazio libero a partire dagli ambiti della letteratura e del teatro”.

Raccontaci dei laboratori settimanali di Atelier Héritage

“Ad ottobre 2014 abbiamo avviato il laboratorio settimanale di Atelier Héritage in via Baltea 3, nato come percorso didattico supplementare e parallelo agli apprendimenti scolastici che vuole raccontare ai partecipanti la storia e le vicende di trasformazione urbana del quartiere per mezzo di attività partecipate ed attraverso il contatto diretto con gli artisti del territorio, conducendo i ragazzi all’interno di uno spazio in cui loro vivono ma che ancora poco conoscono.
Il laboratorio, svolto il sabato mattina di ogni settimana, è strutturato per metà sotto forma di racconto e per metà come elaborazione pratica tramite la progettazione creativa degli spazi urbani. Recentemente abbiamo aperto un’altra sede nella Casa di Quartiere +SpazioQuattro di San Donato con la volontà di creare un modello che fosse asportabile da Barriera di Milano e adattabile ad un nuovo contesto cittadino”.atelier-heritage-i-bambini-progettano-la-citta-1536567884

Quali altri progetti ed attività svolgete?

Attualmente svolgiamo attività e percorsi in collaborazione con le scuole sostenuti da “Flashback”, la fiera contemporanea di arte antica e moderna che nasce con la volontà di avvicinare i bambini all’arte e alla cultura, tramite laboratori e visite didattiche a musei e gallerie; è inoltre attivo un percorso culturale di apprendimento e cittadinanza dal nome ConTEstudio, in collaborazione col Museo Ettore Fico e i Bagni Pubblici di via Agliè che ha coinvolto la scuola elementare Gabelli e Pestalozzi e la scuola media Bobbio. Il progetto ha coinvolto un totale di 150 famiglie, favorendo l’avvicinamento di queste all’istituzione museale e facilitando la messa in rete di scuola, musei ed istituzioni per sostenere le famiglie nel processo educativo dei propri figli”.

Raccontaci della tua esperienza con i bambini

“Questo lavoro rappresenta per me un arricchimento continuo, un esercizio di apertura mentale che mi permette di ottenere una visione del mondo più complessa ed infatti questo è per me un vero e proprio esercizio di educazione alla complessità, dove la bellezza di questo lavoro supera mille volte la fatica impiegata. Ogni bambino ha la sua storia, in molti casi si tratta di una storia non facile per cui la restituzione di ciò che ha appreso genera in me un ruolo di responsabilità nei confronti del mondo. Cerco di insegnare loro che se ognuno contribuisce a modo suo, ne risentiamo tutti positivamente. Ad esempio, nell’attività che abbiamo svolto con l’Istituto della Resistenza, i bambini di origini siriane hanno capito che è possibile la ricostruzione dopo la guerra, proprio come è successo in Italia. In quest’ottica ritengo che la storia rappresenti uno strumento di comprensione del contemporaneo che permette ai bambini di diventare più consapevoli. Loro hanno una ricchezza dentro che è ciò che io mi porto a casa tutti i giorni”.

Quali benefici apporta l’avvicinamento dei bambini al contesto urbano in cui vivono?
“Finalità delle attività e dei laboratori proposti è rendere i ragazzi più consapevoli delle origini, della storia e dei luoghi in cui vivono. Si tratta di un esercizio di cittadinanza che avviene già all’interno dei contesti scolastici ma che ha il grande limite di essere effettuato in uno spazio chiuso, mentre l’idea di effettuare un’attività all’interno di spazio urbano e tra le persone, dà loro la possibilità di cominciare ad intessere nuove relazioni sociali. Io sono convinta che la conoscenza e la cultura siano strumento di costruzione di cittadinanza e condivisione di positività. Ciò che mi dà molta soddisfazione infatti è che pian piano si sia creata una piccola comunità di famiglie che vengono da mondi e scuole diverse e che sono tuttora diventate parte della grande famiglia di Atelier Héritage”.

 

Foto copertina
Didascalia: Atelier Héritage
Autore: Atelier Héritage

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Insegnanti che cambiano #2 – La scuola può educare alla felicità

Donna, moglie, madre e insegnante di lettere prima e di sostegno ora, Lucia Suriano è convinta che la scuola possa e debba allenare gli studenti ad essere felici. Così dopo aver conosciuto lo yoga della risata ha deciso di portarlo nelle sue classi proponendolo ad alunni e docenti. Oggi, il suo “Educare alla felicità” è divenuto un progetto molto più ampio.

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La copertina di “Educare alla felicità”

Lucia Suriano è un’insegnante, teacher di Yoga della Risata, appassionata di genitorialità consapevole e moltissimo altro. Il suo lavoro come formatrice si concentra sul mondo della scuola e sulla realizzazione di modelli educativi che mettano al centro la felicità. Non ho mai avuto l’occasione di conoscerla di persona ma ho sentito spesso parlare di lei per il suo libro “Educare alla Felicità” e visto che come lei credo fortemente in una scuola che metta al centro le emozioni e la felicità, ho deciso di intervistarla per Italia che Cambia.

Lucia, raccontaci chi sei e cosa fai nella vita.

Sono una donna, madre, moglie, insegnante e formatrice. Sono laureata in lettere, ho insegnato per una decina di anni italiano, storia e geografia nella scuola secondaria di primo grado poi, come spesso accade, ho maturato il ruolo nel sostegno e da quattro anni sono felice di essere un’insegnante di sostegno, consapevole della enorme esperienza che sto vivendo. Mi occupo principalmente di minori che hanno gravi problematiche socio-affettive e che sono a rischio devianza.

Quando e perché nasce il desiderio di scrivere “Educare alla Felicità?”

Educare alla Felicità nasce da un sogno presuntuoso maturato negli anni di esperienza come alunna prima e insegnante e madre dopo: realizzare e imparare ad allenare la felicità a scuola!  Circa dieci anni fa ho incontrato lo yoga della risata e incuriosita dall’inconfutabile benessere che questa tecnica genera nella vita di chi la pratica con consapevole maturità, ho iniziato ad approfondire studi di neuroscienze e di psicologia positiva che andavano ad arricchire e ad ampliare il valore e l’importanza della risata in ambito educativo. Con un briciolo di sana incoscienza ho iniziato a praticare la risata incondizionata nelle classi nelle quali insegnavo e ben presto in molte delle classi della scuola nella quale lavoravo allora come docente di lettere. Così ho iniziato a strutturare e sperimentare i primi percorsi di yoga della risata a scuola per alunni e insegnanti, della cui esperienza racconto proprio nel libro edito da Edizioni La Meridiana. Oggi Educare alla Felicità è un progetto molto più ampio che si propone di diventare un generatore di processo legato al BenEssere in ambito educativo, tematica ancora troppo poco sviluppata e soprattutto troppo poco agita concretamente.

Come vedi la scuola oggi in Italia?

Ma che bella domanda! La scuola del nostro Paese la vedo come un enorme campo di possibilità, non ho mai scelto la via della critica dura e spietata, del resto ne faccio parte a pieno titolo e sono fiera di essere un’insegnante italiana. Ho piuttosto fatto mio l’impegno per cercare di essere e di portare il cambiamento che voglio vedere avvenire, sulla scia della celebre citazione di Gandhi. Ci sono secondo me tanti insegnanti che contribuiscono in modo strepitoso alla realizzazione di una scuola che abbia valori forti e che sappia essere al passo con i tempi preparando gli studenti di oggi al futuro che li vedrà adulti, ce ne sono tanti altri che hanno perso lo stupore e la meraviglia, condizioni necessarie per poter insegnare. Ritengo che sia il tempo di rimettere realmente al centro l’essere umano, reinventando il modo di guardare e di concepire lo stesso principio di educare. Lasciarsi ribaltare è un tema a me molto caro e sebbene questa non sia proprio l’intervista dedicata a questo tema, ho l’urgenza di precisare che se avremo il coraggio di lasciarci ribaltare e di rimetterci in gioco come educatori saremmo in grado di “uscire a riveder le stelle” come Dante e Virgilio nell’ultimo canto dell’inferno.lucia-suriano

Lucia Suriano

Quanto lo Yoga della Risata è stato importante in questo processo? 

In realtà la risata incondizionata è stata la scintilla che ha dato il via ad un processo di rivoluzione interiore e professionale molto complesso che era già pronto a prendere vita. Quando ho iniziato a praticare questa disciplina a livello personale sentivo la necessità di essere e rimanere congruente anche in classe, evitando frasi come: “non capisco cosa abbiate da ridere! Non c’è niente da ridere! Smettila di ridere come… o peggio ancora Risus abundat… Poi ho iniziato ad osservare quando i momenti di ilarità aumentavano e perché, ma soprattutto ho avuto l’intuizione di far sì che la risata divenisse una mia alleata strategica e funzionale alla buona riuscita della mia didattica.

Quali sono i consigli che vorresti dare agli insegnanti che fanno fatica a capire che ridere a scuola è un valore aggiunto?
Ridere a scuola è un valore aggiunto solo se ridere è un valore aggiunto nella tua vita personale. Ho già detto in un’intervista ad Orizzonte scuola che un insegnante che non ride ha perso la sua umanità e allora non sta facendo bene il suo lavoro, non sta rispondendo al contratto che ha firmato con lo stato italiano. “Smettiamola di non realizzare cose belle per paura di essere definiti sognatori”, questa è una mia forte convinzione ed è il consiglio che mi sento di offrire con umiltà ai miei colleghi, ricordando a me e a tutti coloro che vorranno lasciarsi provocare che “Ridere è una cosa seria” al pari dell’atto di apprendere. Non si fa fatica a capire che la risata è un valore aggiunto se si è un insegnante che si forma continuamente e sa quanto oggi la scienza ci dice sul processo di apprendimento e sul suo funzionamento.happy-286152_960_720

Che insegnante sei oggi?

Un’insegnante che si allena alla felicità senza trascurare tutte le sfumature emozionali che la vita a scuola mi impone di vivere, da quelle più “facili” a quelle “meno facili”. Sono un’insegnante ribaltata, non dò mai nulla per scontato, non passa giorno che non mi dia il tempo per studiare, ricercare, sperimentare le modalità e le strategie che mi permettano di vedere realizzato il sogno di educare alla felicità nella scuola del mio Paese, anche nei momenti e nelle situazioni più difficili.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/05/insegnanti-che-cambiano-2-scuola-puo-educare-felicita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

E se la scuola fosse divertente?

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nei processi di apprendimento e la scienza dimostra che si impara meglio quando ci si diverte. Perché allora nelle scuole di oggi viene lasciato così poco spazio al gioco, alle risate e al movimento?

“Nelle nostre scuole si ride troppo poco”, diceva Gianni Rodari e – nonostante sia passato qualche lustro – questa affermazione rimane tristemente attuale. Purtroppo la scuola, oggi, è un posto in cui i bambini vanno malvolentieri, in cui si sta per ore seduti sui banchi, con una disposizione degli studenti (che ci portiamo dietro da più di un secolo) che non permette la cooperazione e il movimento. La convinzione alla base dello stato dei fatti è che apprendimento non fa rima con divertimento. A scuola non esistono momenti legati al gioco e alle risate, che sono in realtà alleati e potenti catalizzatori dei processi educativi. Ma le cose devono e possono cambiare.school_its_way_more_boring_than_when_you_were_there-1

Nel video cito uno studio molto interessante che è stato condotto dalla psicologa Jennifer Delgado sull’apprendimento osservativo con bambini di 18 mesi. I risultati sono incredibili e dimostrano come apprendere divertendosi è immediato e, naturalmente, più piacevole. La scienza ha evidenziato quanto le emozioni giochino un ruolo fondamentale nei processi d’apprendimento. La paura dell’errore, l’ansia per la competizione, il senso di inadeguatezza sono le emozioni più frequenti tra i banchi di scuola: questo vuol dire che stiamo ancorando i concetti e le abilità – per sempre e con grandissima fatica – a emozioni negative. Vogliamo una scuola in cui ci sia spazio per le risate, per il movimento, per il gioco. I miseri 10 minuti di ricreazione (spesso passati in aula) sembrano una beffa alla natura dei bambini, che potrebbero dare il meglio di loro se gli insegnanti avessero a disposizione tempo e modi differenti per svolgere le lezioni.

C’è un grande bisogno di chiare direttive dall’alto e di una formazione che cambi direzione in maniera decisa! C’è bisogno di rassicurare gli insegnanti, già fortemente stressati. Quando comincio a parlare loro della possibilità di integrare le lezioni con giochi e risate percepisco la loro paura (di perdere autorità sulla classe, di non riuscire a portare a termine gli impegni presi col ministero, di far perdere il controllo ai bambini). Sanno che imparare facendo, mentre il corpo si muove, gioca e si diverte è utile e benefico, ma non hanno gli strumenti necessari per metterlo in pratica e nessuna direttiva chiara da parte del Ministero.bambini

Daniela Lucangeli, ordinario di psicologia all’Università di Padova nonché membro dell’Accademia Internazionale delle Scienze, scrive:

“A scuola si vivono delle esperienze significative della propria fase di crescita e le figure più importanti sono gli insegnanti e i compagni. Le ricerche dimostrano come le emozioni accompagnino ogni esperienza di apprendimento, quindi se noi impariamo provando paura tutte le volte che riprendiamo dalla nostra memoria quello che abbiamo appreso, riportiamo con noi anche la paura. Se apprendiamo con ansia, riprendiamo l’ansia. Quindi le scienze cognitive che sono più esposte verso  l’educazione ci avvertono e ci dicono ‘Se volete che i bambini apprendano ottenendo il meglio da loro stessi bisogna ritornare a far apprendere con il sorriso […]‘. Si parla di warm cognition, ovvero apprendimento caldo, con le emozioni migliori. Che tipo di atteggiamento educativo ha l’adulto verso il bambino? Quello che deve scegliere e decidere se essere alleato dell’errore contro il bambino è un insegnante giudice ‘Io giudico te non capace di fare, di agire, di apprendere. Sono dalla parte del compito e tutti e due siamo alleati contro chi non lo sta seguendo’. Se invece io sono alleato del bambino contro l’errore, ‘io sono dalla tua parte, ti aiuto a risolverlo, non sono un giudice, sono chi ti aiuta’”.HappyChildren

Vi consiglio due letture che potrebbero darvi una visione nuova del mestiere di insegnare, con la speranza che presto si raggiunga la massa critica di persone consapevole di questa necessità impellente: la scuola può e dovrebbe essere divertente!

“L’umorismo nella didattica – Schede operative per insegnare e imparare divertendosi” di Elena Falaschi, Alfredo Pierotti

Pensato per insegnanti della scuola primaria e secondaria di primo grado, insegnanti di sostegno e studenti di Scienze della formazione e dell’educazione, il libro è un utile strumento che consente di sperimentare metodologie di insegnamento divertenti ed efficaci.

“Educare alla Felicità”, di Lucia Suriano

“Questo lavoro è una proposta, un tentativo concreto di portare nelle scuole, attraverso un ampio e articolato supporto metodologico, pratiche di educazione alla felicità. Praticare la risata vuol dire spezzare gli schemi negativi. Quando pensiamo a una situazione in chiave positiva diventiamo capaci di prendere decisioni migliori e influenzare il nostro corpo e il nostro comportamento. Così non solo cambiamo noi stessi, ma in fondo trasmettiamo un’energia positiva che cambia il mondo. E non è queste la missione della scuola?”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/03/se-scuola-fosse-divertente/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Dentro una riserva naturale nasce una scuola libertaria

Si chiama “Albero della Tuscia” ed è rivolta ai bambini dai 3 ai 10 anni la prima scuola libertaria dell’Alto Lazio che sta per aprire all’interno di una riserva naturale a Farnese, in provincia di Viterbo. Aule a cielo aperto, niente premi e punizioni, né compiti a casa. I bambini come soggetti in grado di prendere decisioni competenti. Questo e molto altro sarà “Albero della Tuscia”, scuola che aprirà a febbraio 2018 dentro e fuori il casale a impatto zero del laboratorio didattico della Riserva naturale Selva del Lamone, con il patrocinio del Comune di Farnese e la collaborazione della Riserva. Grazie a uno speciale scuolabus – “che sarà la prima aula della giornata e non solo mezzo di trasporto”, sottolinea Anna Cacciamani, coordinatrice didattica – saranno coperti tutti i territori limitrofi, con punti di raccolta anche a Pitigliano, Acquapendente, Bolsena, Montefiascone. Previste in partenza due fasce d’età: 3-6 e 6-10. La scuola sarà aperta tutto l’anno scolastico dalle 8.30 alle 16.30 dei giorni feriali.anna_cacciamani

Anna Cacciamani, coordinatrice della scuola

Il progetto educativo prende avvio dall’esperienza di Anna Cacciamani e Alessio Tacchetti, genitori di quattro figli e fondatori dell’asilo ad approccio libertario Nati Oggi, convenzionato con il Comune di Roma. Anna ci racconta cosa lei intende per “scuola”: «Si parte dall’osservazione di ogni specifico bambino pensato nella sua complessità psichico-emotivo-corporea. Gli educatori hanno il ruolo di facilitatori di processi di apprendimento autonomo, spontaneo, esperienziale… attraverso il gioco e a fianco di maestra natura. Si sperimenta la democrazia partecipativa in ogni ambito della vita scolastica: in cerchio assembleare i bambini decidono come, quando, che cosa, dove e con chi imparare. L’ambiente che li circonda, sia naturale che al coperto, è ricco di stimoli e i bambini possono liberamente creare il proprio percorso, supportati dagli adulti, ove da loro richiesto».

Nel pieno rispetto dell’ecosistema, anche il piano alimentare è biologico, locale, di stagione e il più possibile autoprodotto.

La pagina Facebook dell’evento e quella della scuola.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/01/dentro-riserva-naturale-nasce-scuola-libertaria/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La Scuola nel Bosco nata dal sogno di due mamme

Contatto con la natura, gioco libero e sperimentazione. Dal sogno condiviso di due mamme è nata a Pianoro, sulle colline bolognesi, una Scuola nel Bosco per bambini da 3 ai 6 anni: un’altra esperienza che testimonia l’interesse crescente verso modelli educativi alternativi alla scuola tradizionale.  “Ogni volta che i nostri piccoli esploratori camminano nel bosco aprono una strada che altri in futuro potranno tornare a percorrere seguendo le loro orme: i loro passi sono piccoli semi di un mondo autentico, fatto prima di tutto di sperimentazione”. Abbiamo intervistato Maddalena Scalabrin e Erica Vignolo, fondatrici della Scuola nel Bosco di Pianoro, progetto della Cooperativa Sociale Canale Scuola, agenzia di formazione accreditata MIUR, che ha creato una rete di scuole nel bosco per promuovere attività continuative per bambini nella natura.pianoro

Puoi raccontarci brevemente come, quando e per iniziativa di chi è nata la Scuola nel Bosco di Pianoro?
Tutto è nato da un sogno condiviso da due mamme, in cerca di un modello di insegnamento che permettesse ai bambini di stare all’aria aperta a contatto con la natura, in una dimensione che rispettasse i loro tempi. Vivendo circondate da meravigliosi posti naturali sulle prime colline bolognesi abbiamo provato, ormai più di un anno fa, a capire come poter aprire una realtà che avevamo visto funzionare molto bene all’estero, cioè la Scuola nel bosco. L’impegno, la costanza e la determinazione per vederlo concretizzarsi sono stati enormi, ma la soddisfazione, adesso che siamo finalmente attivi, è indescrivibile.

Vi rifate ai principi della outdoor education?

Certo, anche. Le scuole nel bosco condividono il fondamento che il contatto con la natura sia necessario per una crescita sana e equilibrata, che il bosco sia semplicemente l’habitat naturale dei nostri bambini, il luogo dove da millenni imparano a relazionarsi con il mondo, con la vita, con gli altri. Non si tratta quindi solo di educazione all’aperto, ma di stare sempre fuori, ogni mattina, tutto l’anno. La pioggia, la nebbia, il buio, il sole, modificano e arricchiscono la nostra esperienza del mondo, le nostre percezioni, il nostro sentire. Come si modificano i colori, i materiali, i suoni nelle stagioni e con diversi tempi atmosferici? Uscire solo con il sole è come rinunciare a conoscere il nostro mondo nella sua varietà e ricchezza, è vedere solo un lato delle cose e rimanere ciechi a tutto il resto.pianoro-3

Quali sono le motivazioni che spingono i genitori a mandare i propri figli da voi?

Diverse, le più varie. Il bisogno di uscire dai rigidi schemi della scuola tradizionale, l’interesse di crescerli a contatto con la natura in modo che imparino ad amarla e quindi ad averne rispetto da subito, la volontà di lasciarli esprimere liberamente, con i propri tempi. Un principio che tutti i genitori apprezzano della scuola nel bosco è la sua schiettezza: quest’esperienza è reale al 100%, non guardiamo albi illustrati con gli alberi spogli che ci raccontano cos’è l’autunno; noi annusiamo le foglie bagnate dalla brina la mattina e ci chiediamo cosa succedere loro quando diventano tutt’uno con la terra; noi cadiamo, imparando a rialzarci, esattamente come poi succede nella vita; noi sperimentiamo il rischio e ci carichiamo di autostima ogni giorno. Molti non conoscevano questo modello finché non si sono imbattuti in noi ed ora sono dei sostenitori importanti dell’educazione in natura, con qualsiasi tempo atmosferico, perché vivendolo in prima linea ne hanno subito colto il valore.

Sfatiamo il classico luogo comune: quando arriva freddo i bambini vanno tenuti al chiuso per prevenire malattie e malanni stagionali?

Volentieri!! La realtà, ormai assolutamente condivisa da ogni medico e pediatra, è esattamente il contrario. Al freddo i germi non prolificano, fuori i bambini non si trasmettono virus quindi e il sistema immunitario si fortifica, perché perennemente stimolato (anche dai cambiamenti di clima). Le statistiche dicono che i bambini che frequentano le scuole nel bosco si ammalano una sola volta l’anno, e probabilmente si tratta solo un accumulo di stanchezza, perché spesso si risolve in una febbre di una notte.pianoro-2

Puoi raccontarci un episodio capitato durante le “lezioni” che secondo te rappresenta bene la filosofia dell’educazione a contatto con la natura?

Pioveva tanto. I bambini erano perfettamente vestiti da pioggia con tutine impermeabile tecniche che permettevano loro di correre, scivolare e godere della pioggia che arrivava dal cielo e dell’acqua delle pozzanghere. L., 3 anni e mezzo, in totale autonomia, inventa un gioco particolare: si mette a “lottare”, “tirare pugni” a un rigolo di acqua che scendeva da un lato del telone impermeabile. L’acqua gli arrivava dappertutto e lui urlava: “fatti sotto maestro pioggia”, “non vincerai tu!”, “come fai a sapere dove sono?”, ”ahi” e fingeva di subire colpi dalle gocce. Oltre al divertimento che gli dava questo gioco, all’esercizio fisico che faceva saltellando qua e là, e al grande stimolo di fantasia che da questo nasceva, l’attività ha dato uno spunto a L. e ai bambini che si sono uniti a lui: hanno inventato un modo per deviare l’acqua accumulata verso un unico punto, per raccoglierla. E da lì l’idea di usarla quando non pioveva più per lavarsi le mani o bagnare le piante… un insieme di considerazioni e attività che in un’aula non sarebbero mai potute essere così complete, spontanee e ricche di spunti. Tantissimi poi sono gli episodi in cui i bambini meno abituati a scalare e arrampicarsi, piano piano hanno accumulato esperienza e con una carica di autostima difficilmente replicabile in altri modi, hanno trovato dei modi incredibili per raggiungere le vette. Sono dei bambini felici, liberi, che, in solo 3 mesi si può dire si siano trasformati in un piccolo branco: unito, collaborativo e consapevole di quello che succede attorno a loro. Nel bosco forse non possono imparare tutto, ma imparano le cose fondamentali: a muoversi, ad ascoltare (e a vedere, a toccare, a sentire), ad affrontare gli imprevisti, ad aiutarsi. Imparano la complessità delle relazioni che legano tutti gli esseri viventi sul pianeta, imparano la dimensione del passare e ritornare del tempo, e del cambiamento che condiziona tutta la nostra pianoro-5

Avete qualche iniziativa in progetto per il prossimo futuro?

Molti! Vorremmo aprire la possibilità ai bambini che frequentano materne tradizionali di unirsi a noi il pomeriggio (ad iniziare da primavera 2018), faremo presto dei sabati nel bosco con le famiglie ma soprattutto adesso stiamo portando avanti con urgenza una raccolta fondi. Infatti, la nostra tenda è stata distrutta dall’ultima improvvisa e abbondante nevicata e vorremmo, insieme all’aiuto di tutti, fornirci di un TIPì, la tipica tenda indiana, nella quale potremmo scaldarci, conservare al meglio i materiali (soprattutto i nostri preziosi libri e cambi di vestiario), condividere parole e fantastiche esperienze. Chiediamo un contributo, anche minimo perché importante, a chiunque creda che sia un diritto di ogni bambino godere della natura e delle possibilità che, quotidianamente, possono trovare in essa.
Grazie, dai bimbi e le dade del bosco! “Mitakuye Oyasin”

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/scuola-nel-bosco-sogno-di-due-mamme/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Bambini scomparsi: la tragica realtà del traffico d’organi

Un tempo si diceva che il valore di una società si poteva giudicare da come si prendeva cura dei bambini e dei vecchi. Eccolo uno dei modi con cui la nostra società si prende cura dei bambini: tra il 2014 e il 2015 cinquemila bambini scomparsi in Italia.9586-10352

L’Europol nel 2017, anno in corso, grida ai quattro venti che in Europa, tra il 2014 e il 2015, sono scomparsi almeno diecimila bambini immigrati e già registrati dalle autorità statali. Solo in Italia sono scomparsi cinquemila bambini. Lo ripete, perché l’allarme era già stato dato nel 2016. Evidentemente non ha allarmato più di tanto.

Ha detto anche, l’Europol, che la cifra è indicativa “al ribasso”. Una cifra prudente.

Un rapporto dell’ottobre prima delle autorità di Trelleborg, città portuale della Svezia, diceva che mille minori lì giunti il mese precedente erano scomparsi. “Svaniscono” dicono gli svedesi “e non ci sono informazioni su ciò che accade dopo la loro scomparsa”.

Il rapporto Europol parla di probabile sfruttamento, anche sessuale. Non parla di traffico d’organi. Nessuno ne parla. Perché? Dato che solo di ipotesi si parla, e di bambini e adolescenti di cui non resta traccia, perché l’ipotesi dell’espianto di organi non viene nemmeno sfiorata?

Nel trionfo del progresso, dell’informazione e dell’informatica, si vive in una nebulosa e oscura caligine di inconsapevolezza che viene ogni tanto bucata da lampi di luce.

Esattamente come in un temporale notturno, solo alla luce di quel lampo si svela nitido il mondo intorno a noi. Ma è un attimo, e possiamo tranquillamente far finta di averlo sognato.

Nel gennaio 2009 in una conferenza stampa l’allora ministro degli interni Maroni dice: “Abbiamo delle evidenze di traffico di organi di minori scomparsi in Italia”.

Il lampo svegliò di colpo politici e giornalisti e organizzazioni mediche, suscitò un coro di indignazione rivolta perlopiù non al traffico di organi espiantati da ragazzini assassinati ma alle dichiarazioni del ministro.

Perché?

Comunque se ne dovette parlare.

La Repubblica del 31 gennaio 2009 intervistava il magistrato Adelchi d’Ippolito “da qualche mese vicecapo dell’Ufficio Legislativo del ministero dell’economia” e che aveva partecipato ad un’inchiesta sul traffico di organi al tempo in cui era pubblico ministero a Roma: quando i magistrati albanesi, indagando sulla scomparsa di duemila bambini (mai più ritrovati), arrivarono a scoprire che quei bambini erano stati “smistati” tra Italia e Grecia. “Si intuiva che da noi c’erano dei terminali. I miei sospetti mi portarono a lavorare anche sue due cliniche romane. Non ho potuto accertare se fossero davvero coinvolte… perché ho cambiato incarico”.

E ritorna il buio.

Nel 2010 viene reso pubblico il rapporto su un’inchiesta ordinata dal Consiglio d’Europa. Il rapporto dice che Hashim Thaci, primo ministro del Kosovo (e capo dell’UCK, la cosiddetta “armata di liberazione” per la quale l’Occidente ha fatto allegramente il tifo) è a capo di “una rete mafiosa di traffico di organi” .

I trapianti clandestini, in massima parte con eliminazione del “donatore”, erano andati avanti per anni, come per anni è andata avanti la pulizia etnica attuata dall’UCK. Nel solo 1999 erano scomparsi quattrocento tra serbi, rom e albanesi non in linea con le idee e le azioni dell’UCK. C’era la clinica a Pristina, c’era il chirurgo tedesco, c’erano gli intermediari israeliani e turchi… E’ interessante notare come i “pulitori etnici” dell’UCK, che hanno dato fuoco a decine di chiese e monasteri ortodossi, non attuassero nessuna discriminazione di razza o religione verso i loro collaboratori nel traffico di organi.

Oggi Hashim Thaci è presidente della Repubblica del Kosovo.

E ritorna il buio.

Il 21 febbraio del 2004 la missionaria Doraci Judita Edinger viene uccisa a martellate a Nampula, in Mozambico. Assieme alle suore del convento Mater Dei e ad altri religiosi, tra cui padre Claudio Avallone, denunciava da anni le uccisioni di bambini per asportare i loro organi. A Nampula spesso i bambini non sparivano nemmeno. Essendo africani, neri, poveri, selvaggi, in un paese asservito e corrotto, si potevano buttare le loro carcasse svuotate nelle campagne, dentro i fossi. Ma la gente del posto portava i missionari a vedere coi propri occhi i poveri resti, testimoniava a loro ciò che aveva visto. Non alla polizia, dato che la polizia si premurava di perseguitare i testimoni invece degli assassini, e ad archiviare i casi come uccisioni sacrificali, casi di magia nera.

A denunciare gli assassini ci hanno pensato le suore. E la “magia” era tutta bianca. La praticava Gary O’Connor, di origine irlandese e di nazionalità sudafricana, assieme a sua moglie, la danese Tanja Skitte. Nella tenuta di trecento ettari dove ufficialmente allevavano polli ma dove i polli non li ha mai visti nessuno, però tutti potevano vedere la pista per gli aerei che nella tenuta atterravano e decollavano. I loro polli risultano essere in “subappalto” a centinaia di famiglie mozambicane, ma siccome nelle campagne mozambicane ogni famiglia ha qualche pollo, come si fa a controllare? E chissà se i due “magici” allevatori bianchi non hanno anche ricevuto sovvenzioni per gli “aiuti allo sviluppo”?

Dopo la morte della missionaria e le denunce di suore e preti missionari (gli unici che avessero il coraggio e la forza per farle), le recalcitranti autorità mozambicane hanno dovuto fingere di aprire un’inchiesta. Ma, nonostante il procuratore generale Madeira avesse infine dichiarato che “il traffico esiste, è gestito da una rete internazionale… sono stati scoperti bambini sequestrati e tenuti prigionieri nelle città di Nacala e Nampula”, Gary O’Connor e Tanya Skitte sono sempre liberi e… scagionati.

E ritorna il buio. Ci sono inchieste, locali e internazionali, dossier interi di organizzazioni come l’agenzia vaticana Fides o l’UNICEF che raccolgono prove innumerevoli del traffico di organi e della mattanza di giovani e giovanissimi a tale scopo.

Ci sono statistiche ufficiali: nel 2009 la deputata del PDL Procaccini diceva che ogni anno nel mondo 60.000 bambini vengono utilizzati, fruttando un miliardo e mezzo.

Eppure si nasconde, si minimizza, si nega.

Perché?

Perché tutto questo fa parte del nuovo mercato globale. Nel nuovo mercato globale gli interessi di tutti i potentati economici, mafiosi o ufficialmente legali, si intrecciano indissolubilmente. Chi investe in cosa? E chi lo sa.

Allo stesso modo il traffico di organi lega indissolubilmente insieme i criminali dichiarati, a cui spetta il sequestro delle vittime e lo “smaltimento dei rifiuti”, e le persone “perbene”. Chi effettua l’espianto e il trapianto? Fior fior di chirurghi in fior fior di cliniche super attrezzate. Non è in un sottoscala che si fanno i trapianti, non è un macellaio che li fa. Ci sono medici, anestesisti, infermieri. Come il medico tedesco che dirigeva la clinica dell’UCK e lavorava anche in Germania e, probabilmente, ancora ci lavora, dato che non è stato nemmeno indagato. Cosa farà adesso? Dove troverà i pezzi di ricambio?

Ci vogliono complici nelle istituzioni, perché una clinica non può funzionare senza di esse, tantomeno una clinica dove si fanno trapianti.

Tutta questa brava gente risulta incensurata e in qualche caso è potente.

Infine ci sono i ricchi fruitori dei trapianti clandestini. Gente stimata, rispettata, di successo, che può spendere centinaia di migliaia di dollari per il trapianto e che è totalmente priva di scrupoli. Gente in molti casi potente. Gente che fa paura, gente di cui è facile essere complice per chi è potente o servo dei potenti. Ma c’è anche un altro motivo per restare al buio, forse persino più importante. E’ poter continuare a credere che “progresso” voglia dire miglioramento. E’ non dover mettere in discussione totalmente, radicalmente, la società in cui viviamo, la sua economia, la sua cultura. E la sua scienza. Perché il traffico di organi con i suoi orrendi sacrifici umani è il logico e inevitabile sviluppo di una società di dominio, in cui importante è la vita dei dominatori, mentre quella degli oppressi diventa molti tipi di merce: schiavi, prede, pezzi di ricambio.

Di un’economia di dominio in cui il profitto è la divinità, da perseguire a tutti i costi e oltre tutti i limiti.

Di una scienza del dominio al servizio dei grandi poteri economici, in cui lo “scienziato” lotta con le unghie e con i denti per diventare egli stesso sempre più potente, famoso e ricco. Mentre gli “intellettuali”, artisti, scienziati, giornalisti, scrittori, che dovrebbero avere il compito di comprendere e rivelare la realtà, di denunciare gli orrori e indignarsene, sono ridotti a incensatori e giullari del potere; si pavoneggiano alla corte dei potenti, lottano anch’essi con le unghie e coi denti per conquistare uno sgabellino alla loro tavole e nutrirsi degli avanzi. Restano, ahimé, i missionari, preti e suore, a gridare nel buio, inascoltati.

Fonte: ilcambiamento.it

Una famiglia alla ricerca di una scuola diversa

È possibile vivere e imparare al di fuori dei consueti stili di vita e schemi scolastici tradizionali? È quanto hanno deciso di indagare Lucio Basadonne e Anna Pollio, genitori di Gaia e registi dei documentari Unlearning e Figli della Libertà. Ecco la storia di una famiglia che ha deciso di cambiare le proprie abitudini e la propria vita per documentare la trasformazione e la ricchezza di vedute nel mondo dell’istruzione.  “La verità è uno specchio caduto dalle mani di Dio e andato in frantumi. Ognuno ne raccoglie un frammento e sostiene che lì è racchiusa tutta la verità”. Teniamo a mente questa frase, nella storia di oggi ci tornerà utile per capire cosa stiamo leggendo.

Lucio Basadonne e Anna Pollio sono una coppia, nella vita e nel lavoro (entrambi si occupano di documentaristica). Hanno una figlia che si chiama Gaia e che con loro condivide un’attitudine importante: non smettere mai di interrogarsi e continuare a farsi delle domande. Nei bambini sembra normale, negli adulti un po’ meno, ma è con questo spirito che questa famiglia da tempo si interroga su alcuni aspetti importanti del vivere: quella che ci circonda è davvero l’unica realtà possibile? Esistono altri stili di vita, altri metodi di apprendimento che potremmo almeno tentare di conoscere per non delegare sempre tutto a qualcun altro?

Qualche anno fa Gaia disegnò un pollo che aveva quattro zampe. Questo disegno è stata la scintilla per Lucio e Anna per partire insieme a Gaia per (passateci il gioco di parole) “imparare a disimparare”: un viaggio di sei mesi alla scoperta di tutte quelle famiglie che hanno deciso di cambiare le proprie abitudini e il proprio stile di vita attraverso ecovillaggi, comunità e famiglie itineranti.Tutto questo è raccontato in “Unlearning”, il primo documentario del trio.

Il tema a stretto contatto su come impostare la propria vita all’interno del proprio nucleo familiare è anche quello dell’educazione. Poteva una famiglia nata con l’intento di curiosare, domandare, scoprire e uscire dalla “zona di comfort” non approfondire questo tipo di argomento?

“Figli della Libertà” è il secondo lavoro di Lucio, Anna e Gaia e affronta il (delicato) tema dell’istruzione, sempre da un punto di vista di una famiglia che, tra molti dubbi, ha la sola certezza di dover esplorare il più possibile per scoprire una strada che volutamente non sarà mai del tutto definitiva: “Uno immagina la scuola con la maestra, la lavagna, i banchi, il quaderno, i compiti. Noi ci siamo trovati a vivere un’idea di scuola completamente diversa e abbiamo deciso di raccontarla” ci racconta Lucio Basadonne “ed ovviamente una scuola diversa ti mette molti dubbi, perché quando sei fuori da quella che è una strada ordinaria i dubbi aumentano.  Ecco perché è anche un racconto fatto di domande”.13423772_1146096155450958_3395146445794716498_n

Il film, nello specifico, è la storia di una bambina (Gaia) che chiede di non andare più a scuola e il viaggio dei genitori nel cercare di esaudire questo desiderio cercando la migliore strada educativa e istruttiva possibile per la propria figlia, in base all’articolo 30 della Costituzione italiana che chiarisce come sia l’istruzione ad essere obbligatoria e non la scuola. La scelta della famiglia si chiama “Officina del Crescere”, una scuola familiare e una comunità educante con sede a Genova e che Gaia frequenta. Da questo punto di partenza, sempre all’insegna della curiosità nei confronti di modelli educativi alternativi alla classica scuola, il viaggio dei tre si dipana tra la scoperta di esperienze di homeschooling e quella di realtà scolastiche particolari come l’inglese Summerhill (uno dei più significativi esperimenti di pedagogia libertaria), così come nell’incontro con persone che hanno sia intrapreso un percorso educativo differente che con personalità come Silvano Agosti, Daniele Novara e Paolo Mottana per citarne alcuni,impegnati da anni in importanti riflessioni sul mondo del lavoro e della scuola in particolare.12301563_1025618744165367_2950275522330764565_n

Immagine tratta dal documentario “Unlearning”

“L’esperienza più grande che ci è arrivata dal nostro percorso di vita, di scoperta e di lavoro è scoprire verità diverse dalla tua” ci spiega Lucio “entrare come essere umano e come documentarista in sintonia con queste storie e capire le motivazioni di chi ne è protagonista o attore. Io non ero affatto a conoscenza dell’homeschooling, a dir la verità pensavo a quanto fosse lontana questa esperienza dal mio immaginario, mentre invece dopo due anni lo sto sperimentando personalmente”.

Tutto il percorso legato al cambiamento di Lucio, Anna e gaia ci riporta così all’inizio del nostro pezzo: “L’aspetto principale del nostro percorso è assimilabile ad uno specchio caduto: ogni frammento è parte della verità, in questo momento crediamo che abbandonare le proprie certezze sia fondamentale.” Per cambiare vita e scoprire una nuova scuola, Lucio, Anna e Gaia hanno fatto così.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/05/io-faccio-cosi-166-famiglia-ricerca-scuola-diversa/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Montessori in pratica: una scuola basata sulla libertà di scelta

L’Associazione Montessori in Pratica è un gruppo di insegnanti, educatrici, psicologhe e genitori legate dal metodo Montessori e dall’interesse per l’infanzia. L’Associazione ha fondato e gestisce la scuola primaria montessoriana e parentale di Almese dove abbiamo incontrato Francesca D’Achille, maestra e responsabile della scuola, che ci ha raccontato il significato di questa esperienza di scuola sia montessoriana che parentale. Ad Almese, in Val di Susa, si gode di una vista mozzafiato. Incontro Francesca in una delle sedi di MontessorinPratica, un’associazione nata 7 anni fa. Nel mentre i genitori vengono a recuperare i propri figli, anche se mi sorprende vedere tanti bambini che, nonostante siano le cinque del pomeriggio e fossero lì dalla prima mattina, sembra proprio non vogliano uscire dalla stanza.

Francesca, dopo averci accolto, ci racconta la sua esperienza. “Ero rientrata dall’estero da poco, avevo fatto partire una scuola Montessori ad Assisi. Siccome ero l’unica maestra montessori in tutta la scuola, mi era capitato di aver bisogno di aiuto”. I bambini erano tanti e i materiali montessori vengono per lo più preparati manualmente dalla maestra. E non parliamo di fotocopie: c’è da tagliare, incollare, colorare, costruire. Così iniziò a pensare ad una collaborazione con altre maestre di un’altra scuola Montessori d’Italia, in modo da realizzare uno scambio di materiali ma anche di informazioni ed esperienze. “E loro mi dissero che assolutamente non era possibile, dicendomi che i materiali sono di chi li fa”. Trovò un muro difronte a sé.

“LA SCUOLA CAMBIA, CAMBIA LA TUA SCUOLA!”: PARTECIPA ALLA CAMPAGNA

Casualmente conobbe altre colleghe, tra le quali la presidente dell’associazione “MontessorinPratica Prisca Melucco”. Cercò così di creare un dialogo tra le diverse scuole Montessori in Italia. Inoltre precisa che “stiamo parlando di sette anni fa, non c’erano ancora le tante scuole familiari che ci sono adesso”. Questa fu l’idea iniziale che portò alla creazione dell’associazione “Montessori in pratica”, che si occupa anche di dare assistenza tecnica alle nuove scuole che vogliono partire e di formare nuovi insegnanti, “inoltre gestiamo uno spazio come questo (quello di Almese, ndr) anche a Roma”.IMG_0906-Custom

Il progetto educativo di Almese iniziò cinque anni fa, “abbastanza per caso”, ammette Francesca. Da un annuncio su subito.it siamo giunti ora a 45 bambini gestiti e formati dalla scuola. “Per i primi anni ho fatto sempre tutto io, adesso siamo in sei/sette insegnanti, la scuola sta diventando grande”. Fin da subito si è adottato il metodo Montessori, scegliendo il trilinguismo, impostando le materie classiche con l’italiano. Facciamo però un passo indietro. Che cos’è il metodo Montessori?

Il metodo Montessori

“Si basa principalmente sulla libertà di scelta”. La libertà di scelta non vuol dire che i bambini fanno quello che vogliono, ma vuol dire che l’ambiente è preparato e strutturato in modo che loro possano, all’interno di una serie di regole, scegliere cosa fare. “Se io ho venti bambini, avrò un bambino che fa geografia, due che fanno storia e tre che fanno matematica contemporaneamente”. Per fare questo è necessario avere un ambiente preparato e strutturato, in modo che si riesca a convivere con questa realtà. “E’ una realtà non sempre semplice da gestire, – continua così Francesca – ci sono tante regole e tanti stimoli; la maestra deve conoscere bene i suoi bambini”. Un’altra caratteristica del metodo Montessori è l’osservazione. All’inizio dell’anno gli insegnanti occupano tanto tempo, giocando, al cercare di conoscere i bambini al meglio, in modo da accompagnarli nel loro percorso di crescita. “Hai bisogno della libertà, – aggiunge Francesca – e quindi hai la fiducia”. Così si riesce a creare un ambiente sereno, dove ci sono tante regole ma non c’è la maestra che urla. “Ogni bambino ha un percorso individuale e io parlo direttamente a lui”.IMG_0944-Custom

Tutto ciò che è concetto astratto, che è del mondo della scuola, viene trasportato nel mondo concreto. “I nostri materiali sono tutti materiali manipolativi, attraverso i quali si spiega un concetto”. L’imparare a memoria viene successivamente, solo dopo averlo appreso anche manualmente. Infatti i materiali montessori sono prima di tutto esplorativi, in modo che il bambino abbia delle esperienze. Il metodo Montessori è stato creato da Maria Montessori, verso la fine dell’Ottocento. Aveva iniziato a lavorare con bambini che erano tenuti in una sorta di manicomio. “A volte i bambini orfani venivano tenuti lì se non si sapeva dove metterli”. Lei iniziò semplicemente ad osservarli, ed osservandoli iniziò a vedere il loro interesse per oggetti della vita quotidiana, “come poteva essere un cucchiaio, una forchetta, una ciotola, una brocca”.

“LA SCUOLA CAMBIA, CAMBIA LA TUA SCUOLA!”: PARTECIPA ALLA CAMPAGNA

E a partire da quelle osservazioni iniziò a lavorare molto individualmente con questi bambini e con questi oggetti, scoprendone la loro capacità creativa. Da lì iniziò a creare dei materiali sempre più elaborati, “fino a quando portò questi bambini ad un esame di Stato – da quello che si capisce nella storia – e loro lo superarono. Fu una cosa incredibile. Questi bambini considerati matti, avevano superato l’esame”. La riflessione che fece fu: ma se con questi bambini siamo riusciti a fare tutto questo, immaginiamo con i bambini normodotati? E così iniziarono ad aprire delle Case dei bambini – equivalenti alla scuola dell’infanzia – nel quartiere San Lorenzo di Roma, che era un quartiere molto povero. Iniziarono a vedere dei risultati grandiosi: “i bambini iniziavano a scrivere solamente mossi dal loro interesse, proprio perché non c’era l’obbligo”. Ci sono ancora alcune scuole storiche fondate negli anni venti e trenta in Italia. Il metodo è conosciuto in Italia, ma anche e soprattutto all’estero. Aveva viaggiato negli Stati Uniti, in India e in Olanda. “Sono paesi dove ci sono tante montessori”. Fu richiamata da Mussolini per organizzare dei corsi per i maestri. “Poi venne mandata via dall’Italia, e non si capisce bene il perché. Immagino che una scuola in cui viene data la libertà di pensiero forse non andasse così d’accordo con una dittatura”. Si è poi ritirata in Olanda, dove più o meno la metà delle scuole pubbliche sono con il metodo Montessori.IMG_0914-Custom

Le scuole genitoriali

Tornando all’esperienza di Francesca, le chiediamo di affrontare il tema delle scuola genitoriali. “E’ solo nove anni che sono rientrata in Italia, ed è da sette anni che seguo le scuole genitoriali. Ne sono nate tante. Stanno anche ritornando sezioni nella scuola pubblica a metodo Montessori, che erano quasi del tutto scomparse”. A livello legale, “un articolo della Costituzione italiana dice che tutti i genitori hanno l’obbligo di fornire l’istruzione ai propri bambini, ma non c’è l’obbligo di frequenza scolastica”. Questo vuol dire che chiunque, in Italia, come genitore “potrebbe decidere di tenere a casa il proprio bimbo e di fare lui personalmente lezione o di cercare un tutor.” C’è questa possibilità. Alla fine lo Stato Italiano ti dice che alla fine dell’anno “dovresti fare un esame. Dico dovresti perché questi decreti non sono chiarissimi. Noi, come scuola, abbiamo deciso di fare l’esame tutti gli anni. E lo facciamo presso la scuola di Viù”, con la quale si è instaurato un’ottima relazione. Le insegnanti si confrontano quotidianamente, c’è uno scambio costante di informazioni e materiali. È una scelta libera del genitore, non vengono chieste motivazioni da parte dello Stato. “Partendo da questa idea hanno iniziato a nascere le scuole genitoriali: un gruppo di genitori gestisce le lezioni, a casa, in gruppetti o con altri insegnanti”.IMG_0947-Custom

Francesca ci dice la sua impressione, e cioè che “in queste scuole c’è molta più libertà”. Se si vuole organizzare una passeggiata, “non ho necessità di chiamare i genitori, non ho bisogno di chiedere il permesso”. E non è detto che una scuola parentale debba per forza utilizzare il metodo Montessori, steineriano, liberitario o altro, potrebbe anche utilizzare il metodo tradizionale.

“Ho sentito in giro molti commenti negativi sul metodo Montessori. Derivano dalla mancanza di conoscenza. Alcune maestre pensano sia un metodo utilizzato per ragazzi con problemi”. E allora non ci resta che invitarvi ad approfondire queste tematiche con Francesca e l’associazione “Montessori in pratica”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/io-faccio-cosi-163-montessori-pratica-scuola-basata-liberta-scelta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Bimbimbici: pedalata in 200 città d’Italia

Torna domenica 14 maggio in 200 città d’Italia BIMBIMBICI, la pedalata promossa da FIAB-Federazione Italiana Amici della Bicicletta per incentivare tra i giovani e giovanissimi l’uso della bicicletta negli spostamenti quotidiani, a partire dal bike2school.bibnbibici

Quest’anno la manifestazione diventa “aggiorenne” e, in linea con lo slogan La nuova fiaba della bicicletta, il tema scelto per festeggiare il 18° compleanno è “Arrivano i supereroi”. I bambini possono scatenare la fantasia immaginando i super-poteri di chi si sposta in bicicletta. Qualche suggerimento? Chi usa la bici non inquina, non fa rumore, occupa meno spazio delle auto e rende più allegre e felici le persone. Il tema vuole essere un omaggio al grande fumettista Jack Kirby, considerato l’inventore del genere supereroi, di cui quest’anno ricorre il centesimo anniversario dalla nascita.

Capofila delle città simbolo di BIMBIMBICI 2017 è Bari, un’altra città del sud, dopo Napoli lo scorso anno, per riaffermare l’impegno di FIAB a diffondere la cultura di una vita sana e a incentivare lo sviluppo di una mobilità sostenibile su tutto il territorio nazionale. E, proprio dal capoluogo pugliese, arriva il testimonial di BIMBIMBICI 2017, Pinuccio, artista ma anche convinto ecologista e ambientalista, che ha raggiunto la popolarità con il suo canale satirico su Youtube, iniziando poi a collaborare con varie testate giornalistiche e programmi radio e TV. La travolgente simpatia di Pinuccio renderà ancora più divertente la maxi pedalata a Bari dove, in sella alle due ruote, bambini e famiglie raggiungeranno alla spiaggia cittadina, accompagnati anche dalla presidente FIAB Giulietta Pagliaccio e dal sindaco Antonio Decaro, presidente dell’ANCI, Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, uno dei patrocinatori di BIMBIMBICI 2017 insieme a Euromobility, CONI e Rete Città Sane. L’invito a partecipare a BIMBIMBICI è aperto a tutti, per vivere una giornata da supereroe in bicicletta! L’elenco delle 200 città aderenti e le modalità di iscrizione alla pedalata in famiglia sono disponibili sul sito QUI

E, se in qualche località non è ancora stata programmata l’iniziativa, tutti (associazioni, comuni, scuole ma anche privati cittadini) possono organizzare la BIMBIMBICI nel proprio territorio. E’ facile come andare in bicicletta: basta seguire le istruzioni on line che trovate QUI

In attesa del 14 maggio, i bambini sono invitati a immergersi nel mondo dei supereroi partecipando al concorso a loro dedicato: usando fantasia e creatività devono elaborare un racconto che vede come protagonista un supereroe in bicicletta impegnato a combattere smog e inquinamento acustico. Con l’aiuto dei genitori, la storia va pubblicata sulla pagina Facebook di Bimbimbici  con l’hashtag #bimbimbici2017. I giovani autori dei 10 racconti che riceveranno più “like” saranno premiati con un casco da bici Limar.

Per ulteriori informazioni: www.bimbimbici.it

fonte: ilcambiamento.it