Comunità, autosufficienza, ritorno alla terra e resilienza: questo è quello che ci serve

Non poteva andare in altro modo, lo sapevamo perfettamente e lo diciamo da sempre: una società che adora il dio denaro, alla prima crisi, crolla miseramente.

Comunità, autosufficienza, ritorno alla terra e resilienza: questo è quello che ci serve

Non poteva andare in altro modo, lo sapevamo perfettamente e lo diciamo da sempre: una società che adora il dio denaro, alla prima crisi, crolla miseramente. La gente ha così fiducia in se stessa e nello Stato in cui vive, che svuota i supermercati presa dal panico; del resto, se si costruisce una società basata sulla dipendenza energetica e alimentare in primis, i risultati non potevano che essere questi catastrofici in cui veniamo privati anche delle libertà fondamentali.

E perché siamo arrivati a questo punto? Per fare contenti i mercanti che ci vendono qualsiasi cosa e attraverso la pubblicità ci hanno fatto credere di essere nel paese dei balocchi dove tutto si può comprare all’infinito senza nessun problema di approvvigionamento, di inquinamento, di esaurimento risorse. Poi arriva una crisi qualsiasi, vera o presunta che sia, e l’intera Italia si ferma. E questa sarebbe la sicurezza, la modernità, il progresso tanto decantato?   

Se fossimo in un paese che ha a cuore i propri abitanti, la prima cosa da fare da tempo sarebbe stata di garantire il più possibile proprio l’autosufficienza alimentare e energetica; ma, al contrario, nonostante l’Italia sia un paese dalle ricchezze immense in questi settori, siamo fortemente dipendenti sia dal punto di vista energetico che alimentare.

Invece di darci più sicurezza ed autonomia, continuiamo a creare dipendenza e insicurezza. Costruiamo il metanodotto TAP riempiendoci di gas che viene dall’estero e scoppiamo di sole, facciamo arrivare cibo scadente e di bassissima qualità da tutto il mondo, quando in Italia, paese fertilissimo e baciato da una posizione geoclimatica eccezionale, si potrebbe produrre di tutto. Si spera quindi che non ci sia bisogno di ulteriori drammi per capire che la vera soluzione sta nell’aumentare il più possibile l’autosufficienza energetica e alimentare, ricostruendo i legami comunitari distrutti da un sistema che per guadagnare ci vuole tutti individualisti e dipendenti, con i pessimi risultati che si vedono in questi giorni. Ovvio quindi che bisogna collaborare e anche ripensare un graduale ma deciso ritorno alla terra, non solo per la pura e semplice sopravvivenza ma anche per la tutela, salvaguardia del territorio e delle basi della vita. E speriamo che finalmente la si smetta di dire che non è realistico coltivare la terra e ripopolare le campagne.

Ma elenchiamo ancora una volta il perché è necessario e possibile.

1) L’Italia è strapiena di posti abbandonati e campagne che vanno in rovina e i luoghi sono così tanti che sono ormai molte le proposte degli stessi Comuni per fare ritornare le persone, anche dando contributi, vendendo le case a un euro, ecc. E spesso chi ne approfitta? Gli stranieri che apprezzano ben più di noi le nostre meravigliose ricchezze.

2) Anche in città è possibile creare le condizioni di resilienza diminuendo drasticamente gli sprechi e creando orti ovunque sia possibile; certo bisognerà smettere di cementificare per speculare producendo edifici vuoti ma invece ridare alla città spazi verdi e coltivabili. Del resto non stiamo dicendo nulla di fantascientifico, dato che ormai già varie città al mondo si stanno orientando in questa inevitabile direzione.

3) In Italia si continua a cementificare e ci sono milioni di alloggi vuoti e tantissimi sono proprio in zone di campagna; non si può certo dire che non ci sia posto.

4) Per avere una buona produzione agricola non servono chissà quanti ettari e coltivare la terra non è più il massacro di fatica che ci raccontano i nonni. Con le varie tecniche e conoscenze di agricoltura biologica e naturale di tutti i tipi che stanno nascendo come funghi,  la fatica si è ridotta di molto e le rese sono migliori dell’agricoltura chimica, soprattutto nei piccoli appezzamenti. Su questi aspetti si veda il bellissimo libro Abbondanza miracolosa che sfata tutti i falsi miti che dicono che l’agricoltura chimica sia più produttiva di quella biologica.

5) In Italia meno del 4% delle persone lavora nel campo agricolo e la stragrande maggioranza di questo 4% esercita una agricoltura di dipendenza totale dai combustibili fossili.  L’inversione di tendenza è quindi inevitabile se si pensa che fino agli anni sessanta (non mille anni fa), le persone impegnate in agricoltura erano il 30%.

In merito all’autosufficienza energetica, un paese pieno di sole, dalle potenzialità geoclimatiche immense, è agonizzante, ancora attaccato alla flebo dei combustibili fossili che generano costi, rischi enormi, inquinamento e ci tengono dipendenti dall’estero. Sarà il caso di cambiare rotta? Ognuno di noi può ridurre drasticamente gli sprechi a parità di confort e potenzialmente autoprodursi l’energia che gli serve e anche in città si possono fare moltissimi passi avanti in questa direzione. Quindi agendo così non solo ridurremmo dipendenza, inquinamento e spese ma daremmo da lavorare a milioni di persone nei settori che sono per noi vitali come quelli agricoli ed energetici. Ritrovare poi il senso di comunità è la soluzione alla disperazione, solitudine, paura e senso di dipendenza. Ricostruire i legami comunitari significa anche far fiorire lo scambio, la conoscenza, la cultura e la resilienza cioè la capacità di reagire efficacemente a cambiamenti improvvisi. E tutto questo si può fare senza limitare le libertà di nessuno anzi esaltando la libertà, le qualità e l’intelligenza di ognuno. I soldi, e le carte di credito potranno ben poco in situazioni di emergenza dove se non sai coltivare, se non sai produrti energia, rimani con i tuoi soldi in mano senza farci granchè. Puoi provare a mangiarli o ad accenderci un fuoco ma non si avranno grossi risultati. E vista la situazione attuale, non sarà il caso di rivedere tutte quelle sicurezze che si stanno dimostrando totalmente illusorie e smettere di credere a coloro che ci dicono che bisogna crescere a tutti i costi? Ma quale crescita? Qui l’unica cosa importante che deve crescere sono le piante dei propri orti. Deve crescere la  collaborazione, l’aiuto reciproco, devono crescere le idee, le soluzioni affinché tutti si possa vivere dignitosamente, liberi, in pace, salvaguardando l’ambiente e i nostri simili.

Fonte: ilcambiamento.it

L’AUTOSUFFICIENZA ALIMENTARE: I BANCALI PER L’ORTO SINERGICO

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La ricerca dell’autonomia alimentare parte dalla scelta di produrre cibo sano, ottenuto senza l’utilizzo di chimica di sintesi per la fertilizzazione e per la cura delle piante e del terreno. In quest’ottica  si migliorano le qualità organolettiche di ciò che mangiamo e  si riduce la dipendenza dai derivati del petrolio, purtroppo largamente utilizzati in agricoltura. Naturalmente per chi come noi non ha mai avuto un orto, la quantità di informazioni da recuperare e di cose da imparare a “fare” è notevole.  Non è facile trovare i consigli giusti e spesso si scopre che la maggior parte di coloro che coltivano da anni un orto usa in modo piuttosto disinvolto (come se fosse l’unica strada percorribile) prodotti che, anche se ammessi in agricoltura biologica, biologici non sono. La prima cosa che abbiamo deciso di fare è di partire con l’orto sinergico. In queste note vi descriviamo come abbiamo preparato  i bancali che accolgono le nostre coltivazioni. Le prime riflessioni sono legate all’esposizione del terreno e alla disponibilità di acqua, cioè l’orto deve poter ricevere i raggi solari e poter essere irrigato durante la stagione calda. I bancali sono dei rettangoli di terra rialzati di circa 20 cm (andrebbero di circa 30 cm ma, nonostante l’aiuto di  un gruppo di giovani amici e l’entusiasmo iniziale, la mia schiena stanca mi ha convinto che 20 cm potevano andare bene,  per cui abbiamo trovato una mediazione tra rimanere bloccato ed avere un bancale ideale). I bancali sono larghi 120 cm (per potervi  accedere facilmente da entrambi i lati),  lunghi 15 m e con un vialetto di circa 60 cm che li distanzia tra loro. Abbiamo scelto di delimitarli con  assi da ponte, recuperati  da un imprenditore edile in pensione, per controllare meglio la presenza delle limacce (lumache senza guscio) che infestano il nostro terreno. Nel riempire i bancali abbiamo integrato la terra con letame di cavallo, offerto da un nostro vicino, con  i resti delle potature del frutteto e delle siepi dopo averli triturati, e con paglia. Il tutto lasciato alle intemperie a “maturare” per circa 6 mesi. Successivamente abbiamo preparato l’impianto d’ irrigazione goccia a goccia collegato alle cisterne con cui recuperiamo l’acqua piovana.  Per riuscire a bagnare i 4 bancali che abbiamo predisposto è sufficiente poca acqua, perché tutto il terreno è stato ricoperto di paglia che riduce l’evaporazione, la calcificazione della terra, e mantiene  fresco o caldo il terreno a seconda della stagione. La paglia inoltre, decomponendosi, va ad arricchire la terra del bancale per le coltivazioni successive.

Perchè l’autonomia alimentare?

Perchè senza derivati del petrolio?

Perchè il letame di cavallo?

A queste domande cercherò di rispondere a breve, ma adesso scusatemi vado nel mio orto!

A presto

Alberto2014-03-17 10.41.33

oltre al biotriturato abbiamo integrato letame di cavallo maturato 6 mesi all’aperto2014-03-17 10.41.36

Nel terreno del nuovo bancale abbiamo integrato i residui della potatura biotriturati e lasciati maturare per circa 6 mesi –2014-03-24 16.51.19

I bancali sono larghi 120 cm e si estendono per 15 m2014-03-24 16.51.37

Irrigazione goccia a goccia sui bancali2014-05-17 16.58.59

Particolare dell’impianto di irrigazione goccia a goccia con l’acqua piovana2014-05-17 16.59.25

Piccole trappole per catturare le limacce

Fonte: italiachecambia.org/

Rancho Margot : la sostenibilità a portata di mano

“Un laboratorio di sostenibilità in continua evoluzione”: è questa la definizione più efficace per descrivere Rancho Margot, uno straordinario tentativo di sostenibilità e autosufficienza a 360° nato in Costa Rica dall’entusiasmo del cileno Juan Sostheim.                                                                                                                                        Di Andrea Bizzocchirancho1

Ci sono storie che riempiono il cuore e danno speranza per le sorti del genere umano e del pianeta. Una di queste storie è iniziata circa dieci anni fa ed è quella di Juan Sostheim, nato in Cile, trasferitosi negli Usa da bambino con la famiglia e poi in Germania da ragazzo. Quando Sostheim capitò nell’area all’inizio degli anni Duemila in seguito a una grave malattia e al desiderio di cambiare vita, si innamorò immediatamente di quella che era una finca ganadera (una fattoria per l’allevamento di bovini) e capì che quello era il posto giusto per realizzare il suo sogno. Rancho Margot (dal nome della madre di Sostheim), che si trova in Costa Rica vicino alla laguna dell’Arenal e al confine con il “Bosque eterno de los niños”, non è però semplicemente una ex finca riforestata, bensì uno straordinario progetto che ambisce a unire la sostenibilità ambientale con l’autosufficienza energetica e alimentare, l’ecoturismo con l’educazione ambientale, lo yoga con la cucina naturale e infinito altro ancora.

Obiettivo autosufficienza. Descrivere Rancho Margot rimane comunque difficile perché la dinamicità e la capacità visionaria di Sostheim fanno sì che il cambiamento continuo sia una caratteristica fondante di questo posto. In tutta sincerità il progetto è talmente ampio e difficilmente catalogabile che credo la sola definizione possibile sia quella di “laboratorio di sostenibilità in evoluzione continua”. Il primo obiettivo di Rancho Margot, una volta completata la fase di riforestazione (che grazie al clima tropicale può portare un terreno deforestato a foresta primaria nel breve volgere di 8-10 anni) è stato quello di lavorare per diventare una comunità autosufficiente. Questo obiettivo è stato pienamente raggiunto in campo energetico (l’elettricità è completamente prodotta da due idroturbine, da 8 e 42 kw rispettivamente, grazie alle acque che scorrono nella proprietà e che ne assicurano l’intero fabbisogno), mentre un grande orto organico (in cui vengono seguiti i principi della permacultura) e il frutteto, unitamente a latte e formaggi che provengono da mucche allevate all’aperto e

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alla carne di maiali e galline (cose su cui io faccio fatica ad essere d’accordo) assicurano una quasi totale autosufficienza alimentare, sia per i residenti sia per l’attività di ristorazione. L’area dell’orto è affiancata dallo spazio dedicato alle piante medicinali utilizzate per produrre saponi, insetticidi e erbicidi naturali impiegati nell’orto. Lo sterco animale, oltre all’utilizzo in agricoltura, viene trasformato in gas-metano per la cucina del ristorante grazie ai “biodigestori”, mentre il riscaldamento dell’acqua per i 20 bungalows della struttura avviene grazie a scambiatori di calore situati all’interno dei forni per il compost. Tutte le strutture (circa una ventina dedicate all’ecoturismo, in aggiunta al ristorante, alle case e al dojo per lo yoga) sono state costruite con l’utilizzo di materiali locali (le piastrelle sono state recuperate da vecchie abitazioni del posto) mentre i mobili vengono preparati nella falegnameria con legname della proprietà. Completano Rancho Margot due piscine naturali (una calda e una fredda), sentieri e cascate per rilassare mente e fisico, e un centro per il recupero degli animali selvaggi.rancho5

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Un sogno a occhi aperti. Ma come già detto questa descrizione rimane comunque parziale perché Rancho Margot è prima di tutto un sogno a occhi aperti e in continua evoluzione. Tra i progetti di Juan ci sono infatti quote percentuali da destinare ai soci, l’apertura di una scuola di sopravvivenza, una collaborazione per donare parte della proprietà al “Bosco eterno dei bambini” per creare un corridoio biologico e altro ancora. Nella visione di Juan il Rancho conoscerà una fase di transizione che lo trasformerà da resort ecoturistico a una sorta di comunità-università dove verranno offerti corsi di ogni genere relativamente alla sostenibilità e all’autosufficienza. Ma in aggiunta alla sostenibilità e a tutto il resto sopra descritto, Rancho Margot si propone come un esempio che possa ispirare ogni visitatore a creare realtà simili, perché, per concludere con le parole di Juan: “Il tempo dell’individualismo è finito e noi desideriamo condividere le nostre esperienze per insegnare ad altri, e al tempo stesso imparare da altri. È questa la sola strada che possiamo percorrere se vogliamo regalarci un futuro possibile”.

Fonte: viviconsapevole.it