Seven on the road: storia di una famiglia che ha cambiato vita!

Sono in 7, tra i 6 e i 45 anni. Si erano trasferiti in Brasile perché l’Italia non era il luogo migliore nel quale far crescere dei bambini. Ora che sono tornati e la girano tutti insieme a bordo di un camper, si sono resi conto che il loro paese non è solo quello di cui si parla in TV e sui giornali. Non c’è mai un solo modo di guardare alle cose, alle persone, ai luoghi. Una decina di anni fa, per esempio, Massimo e Virginie – lui pugliese, dipendente statale; lei italo-belga, geologa e mamma – si domandarono se l’Italia, il paese in cui si erano conosciuti e sposati, quel paese in preda alla crisi economica, lacerato dalle divisioni politiche, violentato da speculatori d’ogni genere, meritasse davvero di veder crescere i loro piccoli Tommaso, Alice, Asia e Mattia, all’epoca di 6, 5, 3 e 1 anni. Fu durante un viaggio in Brasile per visitare degli amici. Si accorsero di quanta gioia di vivere animasse i bambini di Bahia e di come questa fosse inversamente proporzionale alla quantità di giocattoli e vestiti che possedevano. E così decisero di lasciare il lavoro e di vendere la casa dove vivevano in Toscana per comprarne una in campagna, in una cittadina non distante da Belo Horizonte, dove aprirono un negozio di preparati naturali a km zero in parte autoprodotti nel loro orto.Negozio

Il negozio di Massimo e Virginie in Brasile

Otto anni e un’altra figlia dopo (Sofia, nata in Brasile), i limiti del sistema li raggiungono anche lì. Nella scuola pubblica brasiliana – che spesso è più somigliante a un fornito megastore di droghe – a volte il loro primogenito passava le giornate senza neanche poter ascoltare gli insegnanti, visto il caos che regnava. L’unica alternativa possibile, la scuola privata, avrebbe significato veder diventare i loro figli dei grassi polli da batteria a stelle e strisce. E così riuniscono tutta la famiglia e prendono la prima di una lunga serie di decisioni collegiali. Ritorno in Europa. Il tempo di affittare la loro casa brasiliana e il negozio ed eccoli lì, sul volo di ritorno per il Vecchio Continente. La destinazione finale avrebbe dovuto essere il Portogallo ma, un po’ per il fatto che i piccoli Asia, Mattia e Sofia non avevano ancora mai visto il loro paese d’origine – un po’ per evitare di imbattersi nelle stesse esperienze che li avevano spinti ad abbandonare sia l’Italia che il Brasile – finiscono per posticipare di qualche mese il raggiungimento della campagna lusitana. Trovano dunque un camper di seconda mano abbastanza grande per ospitarli tutti, lo battezzano Jatoba (un albero enorme che era sul loro terreno in Brasile), aprono il blog Seven on the road  e iniziano a girare per la penisola.dsc_7812

Il camper Jatoba

Tra le sfide che Massimo e Virginie si trovano ad affrontare ce ne sono almeno un paio decisive. La prima è trovare il modo di sfamare sette bocche con i soli mille euro di affitto della casa e del negozio in Brasile. E, visto che uno stipendio mensile difficilmente si concilia con una vita nomade, per arrivare a fine mese scelgono, da un lato, di ricorrere a forme di scambio diverse da quelle mediate dal denaro; e dall’altro di fare downshifting, praticando cioè la semplicità volontaria per ridurre al minimo i propri bisogni. Ecco dunque che iniziano a vestirsi di seconda mano, a riciclare cose che altri regalano o buttano, a ricorrere il più possibile all’autoproduzione e al baratto, comprando solo quando non ne possono fare a meno. Soprattutto, grazie a Workaway – la più grande comunità di scambio di lavoro del mondo – e alla fanpage di Permacultura Italia, si fermano per qualche settimana solo quando e dove vengono accettati come volontari part time, per lavori agricoli ma non solo, in cambio di cibo per tutta la famiglia.Famiglia-in-orto

Alle prese con un orto

Se una voce superficiale obiettasse che queste sono scelte di inutile privazione, specie per i piccoli, la nostra famiglia on the road risponderebbe all’unisono che, al contrario, la loro è un’esperienza altamente formativa, che serve a misurare e abbandonare l’inutile eccesso al quale la vita tradizionale ci ha tutti abituati in Occidente. E se per i due adulti non è stato semplice re-imparare a fare cose – dal pane alle conserve – che per decenni erano state relegate nel cassetto delle memorie d’infanzia, per i bimbi adattarsi è stato molto più naturale. Per esempio, Tommaso ha un ottimo computer portatile che senza battere ciglio ha scambiato con una bici da corsa ricevuta mesi prima da un signore che non la usava. Anche l’alimentazione è più curata di quanto sembri. Scrive Virginie sul blog: “Nonostante le poche risorse, riusciamo a mangiare 100% bio! Non bio certificato, ma bio del piccolo contadino, della piccola azienda, dei produttori di Genuino Clandestino. Certo, ci vuole un po’ di tempo per trovare dove comprare i prodotti, ma è tempo speso bene!” Comprano quindi agrumi e olio da un ragazzo calabrese (1,50 euro/kg e 8 euro/lt compresa spedizione), farina di grani antichi a 1,20 euro/kg da una famiglia laziale, riso a 1,4 euro/kg da un’azienda piemontese, ecc. Insomma, “non è vero che per mangiare bene e bio bisogna essere ricchi”, continua Virginie; “bisogna solo che diventi una priorità.”Bambine-in-cucina

Mangiare bene apprendendo

La seconda sfida che Massimo e Virginie devono affrontare all’inizio del loro viaggio riguarda l’istruzione. Come conciliare lo stile di vita nomade con la necessità di educare i loro figli, che sono tutti in età scolare? Anche stavolta la soluzione sarà originale. Con l’entusiasta consenso di tutti i membri della famiglia, decidono di sperimentare la scuola parentale, una cosa che aveva sempre affascinato i due genitori fin dai duri anni in cui erano alle prese con i limiti della scuola pubblica brasiliana. Eccoli dunque organizzarsi per fornire ai propri figli una base di tutte le materie più comuni, per poi lasciarli liberi di approfondire quello che gli interessa di più, anche con l’aiuto di persone esterne, assecondando la naturale curiosità e le attitudini di ciascuno e lasciandogli la libertà di organizzarsi il tempo senza vincolo di orari e impegni che, spesso, limitano i momenti di svago e rendono meno stimolante l’apprendimento. Una sorta di Captain Fantastic all’italiana? si chiederebbe qualche amante del cinema recente. Più o meno, ma senza l’isolamento e il compromesso finale, direbbero loro.Tommaso

Tommaso e la sua passione: la fotografia

Certo, nonostante gli aspetti romantici e avventurosi una vita sulla strada non è priva di problemi e di decisioni dolorose. E se a volte sono i bambini a chiedere di fermarsi un po’ di tempo in più in questo o quel luogo per non dover salutare l’ennesimo amichetto appena conosciuto, altre volte sono gli adulti a concedersi un periodo di riposo, magari per racimolare un gruzzoletto e poter rifornire il camper durante il viaggio successivo. È per questo che da un po’ di mesi i nostri si sono fermati a Pettinengo, in Piemonte. Massimo ha infatti trovato un impiego temporaneo presso un’associazione che si occupa di accoglienza ai migranti. Per poter lavorare ha barattato con un collezionista un vecchio giradischi in cambio di uno smartphone. Ma anche in questo periodo più stanziale del loro percorso, i nostri non hanno cambiato il loro stile di vita. In cambio di confetture e prodotti del loro orto, un’artista locale mette a disposizione dei bimbi un pomeriggio a settimana e gli insegna a dipingere, scolpire, lavorare la terra cotta, seguendo come sempre le inclinazioni di ciascuno.c2a9-ezyecc82-moleda-all-rights-reserved_singular-escape_creative-solutions_family-seven-on-the-road-3797

Sul lago d’Orta

Non c’è mai un solo modo di guardare alle cose, alle persone, ai luoghi. Dopo due anni di scoperte, incontri, solidarietà, scambi e cooperazione, abbiamo chiesto a Massimo e Virginie se l’Italia, quel paese in preda alla crisi economica, lacerato dalle divisioni politiche, violentato da speculatori d’ogni genere, meritasse di nuovo di veder crescere i loro figli. La risposta non ce l’hanno ancora data, ma intanto i loro figli sono cresciuti un altro po’.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/10/seven-on-the-road-famiglia-cambiato-vita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Bioedilizia e autoproduzione nella Fattoria dell’Autosufficienza

Ecco la seconda parte della nostra intervista a Francesco Rosso, fondatore della Fattoria dell’Autosufficienza. Francesco ci spiega le tecniche costruttive che ha adottato e i materiali ecologici impiegati, come canapa e legno. Ci parla del sistema produttivo, basato su orti, piante aromatiche e una food forest. E auspica che il suo progetto diventi un esempio replicato in tutta Italia! Vi avevamo promesso che saremmo tornati sulle orme di Francesco Rosso e della sua Fattoria dell’Autosufficienza e infatti… eccoci qui! L’altra volta abbiamo presentato il progetto, i suoi obiettivi e la sua filosofia. Questa volta vorremmo soffermarci sulla pratica. Partiamo quindi dai numeri.fattoria1

Il progetto della Fattoria, una volta completato, prevede 2000 metri quadri di strutture; al momento ne sono state sviluppate circa un quarto. È un progetto legato al vincolo storico-paesaggistico e nonostante questo, dopo numerosi interventi, sono riusciti a raggiungere “una classe energetica elevata (B quasi A)”.

“Ci siamo riusciti – mi spiega Francesco – grazie a una coibentazione interna in calce e canapa, idroregolatrice che mantiene asciutto il muro. Abbiamo applicato un impianto microcapillare a parete, che è il più efficiente che ci sia”. Il riscaldamento è alimentato con la legna. Per una struttura di 500 mq è sufficiente una caldaia di soli 13 kw. Anche il tetto è stato isolato con tre strati di fibra di legno, diversi tavolati, guaina e coppi. Ovviamente, anche le finestre sono a risparmio energetico. “Ci siamo rivolti a un artigiano locale, che ha vinto premi. Eravamo vincolati a infissi in legno; lui li fa idonei alla classe A e verniciati con sostanze naturali. Per ovviare ai rischi dovuti alla possibile ‘eccessiva coibentazione’ abbiamo istallato un sistema di ricambio di aria con scambio di calore. Questo ci permette di tenere le finestre chiuse ma avere comunque un ricircolo di aria”.fattoria5

Ma l’apparato abitativo non è tutto! “Ad oggi abbiamo diversi orti, che ci permettono di produrre ortaggi sufficienti per la nostra famiglia, la Fattoria e il nostro negozio. Tra le nostre produzioni abbiamo tantissime varietà di frutta, di cui molte antiche, così come sono antiche le varietà di cereali che coltiviamo. Abbiamo anche avviato una food forest: tra dieci anni sapremo se funziona! Sarebbe l’equilibrio perfetto. Se noi riuscissimo, infatti, a creare una foresta che produce cibo, ci avvicineremmo a ciò che di più naturale c’è e non avremmo bisogno di immettere nuova energia nell’ambiente. Ciò comporterebbe meno fatica, meno combustibili fossili utilizzati, meno danni per la salute delle persone”.
In Fattoria vengono inoltre coltivate piante aromatiche per realizzare cosmetici e vengono allevate alcune specie di animali (galline, pavoni, oche, conigli, capre, maiali). L’obiettivo è rimasto lo stesso dei primi tempi– rendere questo posto autosufficiente – ma il progetto è cresciuto notevolmente nel tempo. “Il prossimo obiettivo è l’eliminazione di un vecchio capannone di 600 mq, che era una stalla da vacche molto all’avanguardia ai tempi, con tetto in amianto e lana di vetro nel mezzo, che oggi però comporta un notevole impatto energetico, visivo, ambientale e salutare. Al suo posto Francesco vorrebbe costruire una sala polifunzionale in grado di ospitare fino a 250 persone.fattoria4

Gli chiedo come vede questo posto tra dieci anni. Francesco non ha dubbi: “Vedo qualcosa di molto diverso da quello che c’è oggi; qualcosa che possa cambiare la percezione e la vita di tante persone, perché in Italia manca un esempio concreto e ben funzionante di progettazione complessa in permacultura. Vorrei sviluppare un polo che attiri tante persone che possano realizzare progetti simili a questo, anche più in piccolo, in modo che tutti possano venire qui per imparare e portarsi a casa qualcosa. Questo progetto vuole essere una sorta di parco, un’esposizione dove vedere tante strutture e metodi realizzativi diversi. È chiaro che un progetto così complesso non può essere alla portata di tutti in mancanza di capitali; ma un progetto di questo tipo è costituito da tante cellule che a loro volta formano un organismo ma che al contempo vivono separatamente. Ogni visitatore, quindi, può cogliere qualche spunto e replicare qualche cellula di questo progetto. Per questo, è fondamentale che ogni singola nostra cellula sia replicabile”.fattoria2

Al momento, alla Fattoria dell’Autosufficienza sono impiegate tre persone fisse part time. Come spesso mi accade, quando chiedo quale sia la più grande difficoltà incontrata in questo percorso ottengo la stessa risposta: la burocrazia. “Le idee sono tante, belle ma vengono smorzate dalla possibilità di avere permessi. Devi chiedere permessi per qualunque cosa”.

Lascio questo bel sogno che si sta tramutando in realtà chiedendo a Francesco cosa sia per lui la Romagna che Cambia. Non ha dubbi: “La Romagna che Cambia per me è o sarà costituita dalla presa di coscienza dei miei concittadini che dovremo cambiare molte cose e dovremo vivere in modo diverso, senza contrastare la natura, non tanto per salvare lei – che un modo di rigenerarsi lo trova sempre – quanto per salvare noi”.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/05/bioedilizia-autoproduzione-fattoria-dellautosufficienza/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Una Scuola di Pratiche Sostenibili alle porte di Milano

Permacultura, agricoltura organica, corsi di autoproduzione. Alle porte di Milano, ospitata dalla Cascina Santa Brera, si trova la Scuola di Pratiche Sostenibili, uno spazio di sperimentazione aperto a tutti. Nel cuore del Parco Agricolo Sud alle porte di Milano sorge l’antica Cascina Santa Brera, un’oasi di bellezza e sostenibilità. Restaurata secondo i principi della bioarchitettura da Irene di Carpegna – la proprietaria – oltre ad essere un’azienda agricola biologica e un agriturismo, oggi la struttura ospita numerose attività formative per adulti, bambini e ragazzi.  Nel 2006 è stata fondata la Scuola di Pratiche Sostenibili iniziando la formazione per adulti con corsi di progettazione in Permacultura. Diversamente dai percorsi formativi che vengono svolti solitamente, qui le lezioni si distribuiscono durante tutto l’anno solare, arrivando anche a 160 ore di lezione. “Lo facciamo sia per approfondire gli argomenti trattati – spiega Roberta Donati, referente della scuola – sia per consolidare la rete umana e relazionale, non solo tra i frequentanti ma anche tra gli alunni e i docenti”.orto

All’inizio il numero medio di iscritti arrivava anche a trenta persone, oggi le cifre sono diminuite perché l’offerta formativa in questo ambito è aumentata molto, sia nella zona che in tutta Italia, e molti degli ex alunni sono diventati docenti avviando corsi in proprio o passando da alunni a docenti proprio all’interno della Cascina stessa. Sempre in ambito agricolo, un anno e mezzo fa è partito un corso di agricoltura organica rigenerativa, una pratica (non solo di coltivazione ma anche di allevamento) molto diffusa in Sud America – dove è nata – e in via di espansione in Italia anche grazie a realtà come questa che ne diffondono la conoscenza. Alla formazione hanno partecipato infatti piccoli agricoltori con aziende agricole a conduzione familiare ma anche consulenti e periti agrari che operano in tutto il paese e potranno a loro volta trasmetterne le tecniche.

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Oltre a permacultura e agricoltura organica, sono disponibili tantissimi corsi di autoproduzione, dal sapone ai formaggi, e dal sito della scuola si dà agli utenti la possibilità di segnalare esigenze e richieste. Anche per i più piccoli si organizzano nella cascina tantissime attività, con le famiglie e le scuole. Ogni estate la struttura ospita campi estivi dove bambini e ragazzi possono sperimentare la vita in cascina, prendendosi cura del’orto e degli animali, cucinando secondo la raccolta di stagione ma anche godendosi lunghe passeggiate nel Parco Agricolo, immersi in un magnifico paesaggio tra bosco, chiuse e canali.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/scuola-di-pratiche-sostenibili-milano/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Bilanci di Giustizia: come diventare una famiglia sostenibile

Abbiamo intervistato alcuni protagonisti di Bilanci di Giustizia, una rete che raccoglie centinaia di famiglie italiane che hanno modificato il proprio stile di vita rendendolo più etico e sostenibile. Hanno scoperto che in questo modo si risparmia denaro, si guadagna tempo, ma soprattutto si diventa più felici!  Comincia tutto con una domanda: sono felice? Mi serve davvero tutto ciò che possiedo? Voglio un mondo più giusto? Voglio diminuire il mio impatto sul Pianeta? Una volta che ci si è posti questi quesiti, la strada è spianata. È per questo che aderire ai Bilanci di Giustizia non è un sacrificio, né una sfida, né tantomeno un obbligo. Si tratta di una scelta volontaria e motivata dal bisogno di cambiamento.bilanci4

Ma andiamo con ordine. Cosa sono i Bilanci di Giustizia? Si tratta prima di tutto di una comunità umana. Decine, centinaia di famiglie italiane che hanno deciso, nel corso degli ultimi venti anni, di modificare il proprio stile di vita in maniera etica e sostenibile e che si incontrano, si confrontano, condividono esperienze e si supportano a vicenda.

Chi sono invece i bilancisti? Persone normali, con vite e impieghi normali, ma dotati di una sensibilità e una consapevolezza più sviluppate. C’è chi proviene dal mondo del commercio equo-solidale, chi invece semplicemente conduceva una vita che non lo soddisfaceva e ha conosciuto per caso l’esperienza dei Bilanci di Giustizia, aderendovi. Antonella, per esempio, ne ha sentito parlare all’Università e si è legata a tal punto a questa esperienza da farci la tesi. Giuseppe proviene dal mondo dell’ambientalismo, Renato da quello della finanza etica, mentre Giancarlo dal commercio equo-solidale.bilanci6

Anche chi, come loro, aveva già esperienze pregresse di impegno civile però, ha trovato nei Bilanci una nuova ricchezza: quella della rete. “La forza del gruppo è che c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare”, dice Irene. E la ricchezza di questo gruppo è la diversità: non esistono obiettivi prestabiliti che ciascun bilancista deve raggiungere. Ognuno procede fissando piccoli traguardi personali: diminuire l’uso dell’auto o il consumo di carne, aumentare gli alimenti autoprodotti rispetto a quelli acquistati, modificare i propri investimenti in banca.

Spontaneamente, gradualmente e senza forzature, il percorso di cambiamento diventa più strutturato e abbraccia un numero sempre maggiore di ambiti della vita quotidiana. Il risultato è che una famiglia di bilancisti consuma mediamente il 47% di energia elettrica in meno rispetto a una normale, spende il 30% in meno per i trasporti, il 41% in meno per il cibo, ma il 68% in più per divertimenti e cultura (dati ricavati da Prove di felicità quotidiana, Terre di Mezzo Editore, 2011).

Interpretando queste statistiche, possiamo ricavare alcune informazioni su coloro che hanno deciso di aderire ai Bilanci di Giustizia. La prima è che hanno più soldi a disposizione. Non perché questa esperienza sia ad appannaggio esclusivo di famiglie benestanti, ma perché orientando meglio i consumi, rinunciando al superfluo e autoproducendo molti beni che prima venivano acquistati, i bilancisti spendono meno: è stato calcolato che il loro reddito disponibile subisce un aumento che va dal 10% al 25%.bilanci3

Tale aumento dà accesso a una risorsa che per molte delle famiglie italiane è sconosciuta: il tempo. I bilancisti hanno più tempo – e, come abbiamo visto poco fa, anche più soldi! – per fare ciò che amano, per dedicarsi alle proprie passioni. Confrontando i loro dati con quelli dei cittadini normali, si può notare che il 42% di chi ha aderito a Bilanci di Giustizia lavora meno di 30 ore settimanali, mentre a livello nazionale solo il 25% della popolazione ha questo “privilegio”.

Meno lavoro, più denaro, più tempo libero quindi. Ma anche minore impatto ambientale e maggior giustizia sociale. Autoproducendo, consumando meno energia, acquistando prodotti etici e sostenibili, i bilancisti riducono sensibilmente la loro impronta ecologica. Questo dato evidenzia come i Bilanci di Giustizia non siano un escamotage per avere più soldi a disposizione, quanto piuttosto una modalità per vivere in maniera più consapevole che ha anche ricadute economiche positive. Partendo dall’idea di giustizia e di sobrietà, la scoperta positiva è stata che tutto questo si coniugava con maggior benessere, migliori relazioni e quindi una vita più felice.

È questo il risultato più importante che ottengono le famiglie bilanciste. E questa esperienza è così straordinaria nella sua semplicità e nel fatto che porta vantaggi per tutti – per l’individuo, per la comunità, per l’ambiente – che sono diversi i casi in cui le istituzioni si sono mosse per studiarne i meccanismi, dall’Istituto Wuppertal – che ha indagato sulla correlazione fra qualità della vita, giustizia ed etica –, all’Istat, il cui ex presidente Enrico Giovannini ha dichiarato, riferendosi ai Bilanci di Giustizia, che “partire dalle nostre scelte quotidiane di consumo e di allocazione del tempo di cui disponiamo è un modo per contribuire al cambiamento delle nostre società”.bilanci2

Ma non si tratta di un sovvertimento epocale, di un cambio drastico. È una rivoluzione silenziosa, che inizia dalla vita di tutti i giorni. I bilancisti non sono dei “disadattati” che fanno scelte estreme, poiché uno dei segreti di questo modello è che si adatta perfettamente alle condizioni sociali ed economiche in cui viene applicato. In poche parole: possono farlo tutti, dovunque. È una scelta spontanea e condivisa, prima di tutto con la propria famiglia – da questo punto di vista è molto interessante Fuori Rotta, il programma per far sperimentare la vita da bilancista anche ai ragazzi, che crescono così in maniera consapevole e informata. Come detto all’inizio, parte tutto da una domanda e dalla consapevolezza che è necessario uscire dal paradigma economico del capitalismo e del consumismo. I Bilanci di Giustizia dimostrano che questo si può fare nella vita quotidiana: si comincia con piccoli passi e, a un certo punto, ci si rende conto di essersi liberati da una vera e propria schiavitù.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/01/bilanci-di-giustizia-diventare-famiglia-sostenibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

‘Barriera in Transizione’, cibo sano e autoprodotto in modo sostenibile per migliorare le condizioni sociali

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Costruire un nuovo modello di sviluppo locale basato sulle capacità di resilienza di una comunità a partire dal cibo autoprodotto in modo sostenibile. È questo l’ambizioso obiettivo del progetto appena partito nel quartiere Barriera di Milano a Torino.  Costruire un nuovo modello di sviluppo locale basato sulle capacità di resilienza di una comunità mettendo al centro il concetto di cibo ‘sano’, ovvero prodotto direttamente dai cittadini in modo sostenibile, sia dal punto di vista sociale che ambientale. È questo l’ambizioso obiettivo di ‘Barriera in transizione’, il progetto appena partito nel quartiere Barriera di Milano a Torino, zona nord della città. L’impegno è sia teorico che pratico. Si cerca di sensibilizzare la cittadinanza ai temi dell’autoproduzione, del risparmio domestico e dell’educazione alimentare e contemporaneamente queste virtù vengono tradotte in attività pratiche come la cura di un orto collettivo, l’avviamento di un sistema locale di recupero alimenti in scadenza, l’organizzazione di mercati senza moneta per lo scambio di beni ancora utilizzabili e la costruzione di un forno di comunità per il pane. Come quello di una volta. Il tutto senza mai abbandonare il dialogo con le istituzioni, ma anzi creando un tavolo interistituzionale cittadino in cui lavorare all’estensione di questo modello a tutto il quartiere e alla circoscrizione 6 di Torino. Si tratta del primo progetto di ‘Transition Town’ sviluppato nel capoluogo piemontese, dove per transizione s’intende un movimento culturale che si propone di ‘accompagnare una società’ basata su un’economia di consumo indiscriminato delle risorse e fortemente dipendente da fonti energetiche fossili verso un nuovo modello sostenibile, caratterizzato da un alto livello di resilienza. Iniziative di transizione sono quindi delle azioni volte a sviluppare l’autosufficienza dei cittadini a livello locale. Lo scopo primario è creare comunità che riescano interiorizzare e sviluppare il concetto di resilienza attraverso la rilocalizzazione delle risorse disponibili e la ripianificazione energetico-produttiva. Molte sono i progetti di transizione sorti in tutta Italia, come la vicina ‘Biella in Transizione’. L’iniziativa torinese ha come capofila ong RE.TE, associazione di cooperazione internazionale, ed è promossa da un consorzio di diversi enti, istituzioni e altre associazioni che hanno deciso di unire le proprie competenze. Tra queste Legambiente, Parco del Nobile, Eco dalle Città e la stessa Cirocscrizione 6. Tutti gli attori sono impegnati da tempo nella creazione di sinergie comuni e nella progettazione per favorire un processo di sviluppo sostenibile a Barriera di Milano. L’idea è quella che le attività realizzate possano contribuire al miglioramento del benessere psico-fisico, alle abitudini alimentari e di consumo, oltre che al miglioramento delle condizioni sociali ed economiche. Si incentiverà la partecipazione alla produzione comunitaria di beni alimentari di base, responsabilizzando i partecipanti al lavoro di gruppo, alla condivisione e alla partecipazione per contribuire alla gestione dell’area di lavoro in quartiere. Simili attività di agricoltura civica e sociale possono rappresentare un concreto motore di sviluppo ecocompatibile per la coesione e la costruzione di un tessuto sociale più consapevole, solidale e collaborativo.

Fonte: ecodallecitta.it

Forno Cappelletti: il pane, come si faceva una volta

È stato intrapreso nel 1979 il percorso che ha portato Maurizio e Claudio a proporre solo prodotti naturali e biologici, accorciando la filiera e fornendo i negozi alimentari del territorio in linea con gli stessi principi e valori del Forno Cappelletti, che prepara il pane proprio come si faceva una volta. È ancora possibile offrire al territorio un pane genuino, fresco e sano? Osservando il Forno Cappelletti possiamo proprio dire di sì. Abbiamo piacere di ascoltare la storia di questa realtà tramite la voce di Maurizio e Fabio, che si alternano nel racconto in maniera puntuale e precisa.

Maurizio gestisce il laboratorio dal 1979, quando con la moglie decise di comprare un pezzo di terra e iniziare questo percorso insieme. Dopo dieci anni è stato comprato un nuovo laboratorio, segno che il trascorrere del tempo ha dato energie all’intera famiglia nel proseguire il progetto con lo stesso entusiasmo. Come però si è giunti a produrre solo prodotti naturali è lo stesso Maurizio a dircelo. “Circa otto anni fa avevo iniziato a leggere, a informarmi approfonditamente, su più argomenti: a livello spirituale, ecologico, di natura e di sistema. È così che siamo arrivati a fare solo prodotti naturali e biologici”.

A fianco a lui c’è Fabio, al quale Maurizio passa il microfono. “Prima di arrivare a lavorare nel forno di famiglia, ho avuto altre esperienze lavorative importanti e molto formative. Sentivo già dentro di me un richiamo verso qualcosa di più naturale e vicino alle mie attitudini. Ed è così che ho avuto un richiamo definitivo nel venire a lavorare nell’azienda di famiglia”.fornocappelletti1

Un cambiamento che ha coinvolto più aspetti della vita di Fabio. “In questo periodo è iniziato un processo di cambiamento, ho iniziato anche io a informarmi su certi aspetti che non avevo mai preso precedentemente in considerazione”. E questa ricerca è andata di pari passo con le scelte professionali e lavorative. “Questo cambiamento personale l’ho ritrovato anche nel mio ambito lavorativo. Ho iniziato a fare prodotti che si avvicinavano alla mia idea di alimentazione. Ho iniziato a creare biscotti nuovi: senza latte, uova, dolcificanti raffinati e quindi senza zucchero bianco”. Non solo, anche prodotti salati come cracker e prodotti secchi più sfiziosi, ma sempre in linea con i valori promossi dal Forno. Maurizio aggiunge che tra le varie produzioni ci sono anche quella di farro e di grano tenero integrale e bianco romagnolo. Claudio ci spiega le scelte relative ad una economia più di prossimità. “Ho cercato di accorciare la filiera, cercando di sapere da dove veniva il mio grano. Ho trovato, guardandomi attorno, un’altra realtà: un mugnaio che produce grani antichi autoriprodotti”. Egli non lesina complimenti al mugnaio, conscio dell’importanza del suo lavoro per l’intero settore agricolo. “Ha dato, nel suo intorno, un valore, all’agricoltura”. Il circolo funziona così:“il mugnaio fornisce questi grani antichi agli agricoltori, che li coltivano. Lui li ritira, li macina e crea per noi la farina, sempre integrale o semi integrale”. Stiamo parlano di una piccola realtà che ha avuto ottimi risultati negli ultimi tempi. “Negli ultimi anni siamo cresciuti molto – continua così Fabio – la nostra è un’attività a conduzione familiare. Lavoriamo ad oggi in 8”.fornocappelletti2

E prosegue Maurizio, insistendo sulla genuinità dei prodotti del Forno. “Il nostro pane è fatto tutto a mano, con la pasta madre fatta e curata da noi”. È un duetto piacevole da ascoltare, Fabio infatti aggiunge che “al giorno d’oggi il pane è prodotto quasi tutto industrialmente. E’ fatto, quasi tutto, con dei sacchi di miscele chiamati preparati con molto glutine, farine raffinate, miglioratori per conservare il pane. Facciamo così dei prodotti che non sono adeguati al nostro organismo, alla nostra digestione. Sono adatti alla produzione”.

L’importanza della digeribilità del prodotto offerto dal Forno Cappelletti è fondamentale per Maurizio. “Facciamo un tipo di pane che oggi mettiamo nel frigo, e sta lì ventiquattro ore. Quello è il pane più digeribile in assoluto, perché te l’hanno mezzo digerito gli enzimi. Il nostro pane dura una settimana, non hai bisogno di andare comprarlo tutti i giorni e hai sempre un pane che è genuino”.

Ci sorprende che sia Fabio a parlarci della storicità del Forno, segno che le tradizioni si sono ben depositate anche tra i più giovani in famiglia. “Abbiamo una rivendita a Dovadola, lì c’è il nostro punto vendita dal 1979. Abbiamo iniziato a servire i primi punti macrobiotici e i primi negozi di alimenti naturali negli anni ottanta che sono nati nel nostro territorio. E oggi, da quando abbiamo fatto la certificazione biologica, abbiamo potuto accedere ad altri mercati. Serviamo tutti i negozi di alimenti biologici e naturali che sono in Romagna”.fornocappelletti4

Un cambiamento fatto di tante realtà nella Romagna Che Cambia. “Vedere che ci sono in zona altre realtà che vanno in questa direzione – continua Fabio – è una grande soddisfazione. Romagna Che Cambia è una regione da un grandissimo potenziale: la vedo in un futuro molto green, che si auto sostiene e autoproduce quel che necessita. Molta più gente che cerca di capire cosa mangia, da dove viene il cibo studiando tutto quello che ci sta dietro, dall’impatto ambientale alla valorizzazione degli artigiani e dei prodotti locali. Perché in Romagna c’è tutto: il mare, la montagna, la campagna”.

Non possiamo non chiudere l’articolo con le parole di Fabio, che negli ultimi dieci anni dice di aver notato un buon miglioramento. “Sempre molta più gente si avvicina a questa filosofia di vita, legata ad un’alimentazione più sana e genuina”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/12/io-faccio-cosi-147-forno-cappelletti-pane-come-si-faceva/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Grani antichi, autoproduzione e magia: vivere felici a Tempa del Fico

Si può vivere lontani da ogni centro abitato, spersi nella natura selvaggia dell’altopiano cilentano, eppure immersi in un fitto tessuto di relazioni sociali? La storia di Tempa del Fico, ovvero di Donatella, Angelo e delle loro due figlie, dimostra che non solo è possibile, ma anche estremamente appagante. Questa è la storia di un luogo magico in cui si autoproduce tutto e si vive felici, e delle persone speciali che l’hanno creato.

“Devi superare uno spiazzo e poi girare a destra nella stradina sterrata, fai quattro chilometri e quando vedi un cartello giallo con scritto Tempa del Fico svolti a destra. Mi raccomando non seguire il navigatore sennò finisci fuori strada!”

Sono le dieci di sera. La nostra macchina serpeggia seguendo le curve di una stradina di campagna che si inerpica per gli altopiani del Cilento. I fari della macchina spazzano la strada con due coni di luce, tutto attorno è già buio. Sono al telefono con Angelo che cerca di spiegarmi la via più breve per arrivare: è una mezz’ora abbondante che seguiamo la strada di campagna e dovremmo esserci quasi, ma il navigatore impazzito segna che mancano ancora 40 minuti, forse ad indicarci che in quel luogo il tempo scorre più lentamente. Angelo, al telefono, mi rassicura: “Tranquillo, dieci minuti e state qua”.

Quando finalmente arriviamo troviamo un cagnolone bianco come la neve che viene a farci le feste e Angelo che ci attende all’ingresso. “Venite che la cena è quasi pronta”. Nonostante l’ora tarda ci hanno aspettato per mangiare. Donatella ha preparato una zuppa di grano (il loro grano), una torta salata con la zucca e del pane raffermo fatto a tozzetti e condito con olio, origano e altre spezie e olive nere essiccate nella cenere; poi tira fuori una ricotta salata e un salamino di cinghiale che gli ha portato un pastore vicino. Il tutto innaffiato da ottimo vino rosso.

A tavola con noi, assieme ad Angelo e Donatella ci sono le loro due figlie Annarita e Mariantonia e due ragazze che fanno woofing. Sarà per il cibo meraviglioso, la conversazione, o il vino, sarà forse per un insieme di elementi ma mi sento invaso da una sensazione di pace. Dopo un lungo viaggio in macchina durato tutto il giorno ho l’impressione di essere arrivato a casa.

Tempa del Fico: così si chiama questo luogo del tutto particolare, sperduto in mezzo ai monti nel cuore del Cilento, dove Angelo e Donatella hanno costruito una casa, una famiglia e un modo sereno e accogliente di stare al mondo.10408719_10204809803238216_3460126989773636728_n

Tutto è iniziato agli inizi degli anni Novanta, quando Angelo acquistò il terreno. Ai tempi aveva ancora un lavoro tradizionale in città, ma piano piano iniziava a lavorare sempre meno e ad autoprodurre sempre di più. “Ai tempi non la chiamavamo ancora transizione, ma la facevamo”, commenta Angelo, che nel frattempo iniziava a ristrutturare la casa secondo i principi della bioarchitettura.

Poi un giorno arrivò Donatella: lavorava da un orefice, fabbricava gioielli prezioni, collane, anelli, monili. Portava sempre i tacchi e si vestiva di tutto punto, ma non era felice: “A un certo punto non stavo più bene, ero anemica, sempre stanca, insoddisfatta. Gli amici e i familiari insistevano perché andassi a stare in campagna per qualche giorno, così arrivai qui. E qui sono rimasta”.

L’amore con Angelo, poi le due bambine. E un lento ma costante apprendimento di tutti quei saperi che il vivere in campagna richiedeva: riconoscere le piante, gli animali, cucinare. Oggi la famiglia Avagliano vive autoproducendo praticamente tutto, dalla farina, al pane, alla pasta, a tutti i tipi di vegetali e frutta, alle conserve e tutto il resto. I grani che coltivano sono grani antichi cilentani, e i metodi di coltivazione sono attenti a preservare la ricchezza del terreno. Quel po’ di reddito monetario di cui hanno bisogno lo ricavano attraverso l’ospitalità e vendendo i loro prodotti.13327528_10208294760879979_8039068592373336747_n

Si potrebbe pensare che sia una vita isolata, quasi eremitica, ma è esattamente l’opposto. Infatti sono immersi in un tessuto di relazioni molto forte e collaudato. Ci sono i vicini e le vicine, che vengono spesso a far visita, ci sono gli ospiti sempre numerosi, ci sono gli amici delle due bambine che amano giocare in questo paradiso (soprattutto da quando c’è anche un tappeto elastico!).

Addirittura assieme ai “cumpari”, ovvero gli altri contadini e produttori della zona fra cui anche Terra di Resilienza, hanno fondato la Cumparete, una rete informale di relazioni incentrata su rapporti di condivisione e collaborazione. E hanno dato vita alla “Ciucciopolitana”, una metropolitana rurale in cui al posto delle carrozze ci sono i “ciucci”, gli asini, che accompagnano grandi e bambini nelle escursioni.

Queste e tante altre storie e iniziative ci hanno raccontato Angelo e Donatella durante i nostri due giorni di permanenza alla Tempa del Fico. Tuttavia è difficile raccontare questa esperienza a parole (e in questo, per fortuna, mi viene in aiuto il bel video qua sopra girato e montato da Paolo Cignini), perché l’essenza di questa famiglia e delle sue attività non sta – o perlomeno non solo – nelle cose che fanno, per quanto siano numerose e incredibili, ma nell’odore e nei colori di questo luogo, nell’atmosfera che vi si respira. Nella capacità di vestire la straordinarietà della loro esperienza con gli abiti della più assoluta normalità e naturalezza. Niente è fuori posto, niente appare forzato. La gioiosa diversità delle due bambine, l’una calma e introspettiva, amante della lettura e dello studio, l’altra più “selvaggia” ed energica, che fa home-schooling e sa riconoscere tutte le erbe e cavalcare il mulo di famiglia, sembrano l’eco di una connessione profonda con il luogo e la sua biodiversità.12814385_10207530682338493_2371574138971454347_n

Il secondo giorno, prima di ripartire, Angelo ci fa vedere come fare la pasta e Donatella ci porta a raccogliere la melassa per fare un infuso. Pranziamo assieme: ci sono ospiti, la tavolata conterà una quindicina di persone o forse più. Poi i saluti. Ce ne andiamo con la pancia piena di cibo e la testa ed il cuore di tante altre cose.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/07/io-faccio-cosi-127-grani-antichi-autoproduzione-e-magia-vivere-felici-a-tempa-del-fico/

Caterina e il suo impegno per autoproduzione e rifiuti zero

“Sei anni fa avevo 16 anni, andavo a scuola, uscivo con gli amici, la mia vita finiva lì. La mia mente finiva lì. Facevo tutto ciò che le persone e la società mi dicevano di fare; non capivo davvero cosa stavo facendo e nemmeno sapevo cosa mi piaceva e cosa no: facevo quello che dovevo fare”. Caterina Parnici ci racconta le sue scelte.

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Caterina Parnici, 22 anni, triestina, viaggiatrice solitaria e attrice in una compagnia teatrale, ci racconta la sua storia di cambiamento verso una maggiore consapevolezza di se stessa e dell’ambiente intorno a lei che l’hanno portata a prendere una decisione importante: condurre una vita senza spreco a rifiuto quasi zero.
Qual è stata la scintilla che ha dato vita a questo grande progetto?
“Il mio interesse verso una vita senza sprechi è nato nel 2014, quando su YouTube ho iniziato a seguire i video di una conferenza americana chiamata Ted che presenta idee innovative in vari ambiti. Un video mi colpì molto: “Why I live a Zero Waste Life” (perché vivo una vita senza senza spreco). In questo intervento, la protagonista del video raccontava di come in tre anni fosse riuscita a ridurre la sua produzione di immondizia alla quantità contenuta in un solo barattolo di vetro. A dire il vero, la prima cosa che ho pensato è che stesse mentendo! Credevo fosse impossibile produrre così pochi rifiuti in tre anni, quando quella era la quantità che io producevo in neanche mezza giornata. Successivamente mia sorella mi regalò un libro intitolato “Zero Waste Lifestyle” e leggendolo mi sono accorta di come fosse assolutamente fattibile intraprendere un percorso di quel tipo, sfruttando il principio di riciclo e riutilizzo. Prima di leggere quel libro non mi ero mai veramente accorta di quanto alto fosse l’impatto ambientale causato dalla mia spazzatura. All’epoca avevo 20 anni ed ero appena tornata da un anno e mezzo vissuto a Londra, città dove il consumismo e l’acquisto compulsivo sono all’ordine del giorno. Non lo nascondo, per molti anni anche io ho fatto parte di questa categoria di persone. Lentamente qualcosa è cambiato nella mia mente ed ho iniziato a vedere le cose da un diverso punto di vista, con molta più consapevolezza rispetto a prima. Così è iniziato il mio percorso per diventare una consumatrice etica”.
Quali sono i motivi che più ti hanno convinto di questa scelta?
“Per cominciare, prendendo di riferimento l’anno 2015, vi basti sapere che già ad agosto avevamo esaurito le risorse della terra per quell’anno, quindi per i 4 mesi successivi abbiamo utilizzato le risorse che sarebbero dovute servire per il 2016. I dati sono impressionanti ed è l’ambiente a subirne le conseguenze, ma quello che non vogliamo non capire è che la Terra è una sola e non abbiamo un pianeta di riserva: ci stiamo lentamente uccidendo da soli e non ce ne stiamo accorgendo, o non diamo abbastanza importanza a questo fatto! Secondo alcuni studi in Italia la produzione di rifiuti al giorno è di 1,4 Kg pro capite: provate a moltiplicare quel numero per gli abitanti che ci sono nel nostro paese e il risultato è ciò che produciamo di immondizia, solamente in un giorno. Sono numeri che spaventano e dovrebbero allarmarci. Così ho deciso che dovevo mettermi in gioco per dare il mio contributo alla causa ed essere di esempio per gli altri”.
Da cosa sei partita per cambiare il tuo stile di vita?
“Inizialmente ho cominciato ad informarmi sull’argomento: la prima cosa da sviluppare è la consapevolezza, bisogna capire quanta spazzatura si produce e dove si può intervenire per ridurre i propri rifiuti. Bisogna fare qualcosa per migliorare la situazione e dobbiamo partire da noi stessi per poter trasmettere questo messaggio e quindi vedere un cambiamento più grande. Le piccole e facili cose con cui io ho iniziato possono essere fatte da chiunque. Il concetto è “un piccolo gesto per un grande cambiamento”. Detto così può sembrare difficile ed impegnativo, ma posso garantire che non lo è affatto: bisogna soltanto volerlo e tutto il resto viene da sé”.
Quali sono le strategie che hai attuato per diminuire il tuo impatto ambientale?
“Ci sono tante cose che si possono fare. Ad esempio, al posto dei fazzoletti di carta usa e getta, preferire quelli di stoffa che si possono lavare e riutilizzare e, oltretutto, anche il nostro naso ne trarrà beneficio in quanto si diminuiscono le irritazioni. Inoltre, comprare prodotti alimentari sfusi da porre nei propri contenitori di vetro, così da eliminare tutti gli inutili imballaggi di plastica o polistirolo.
Usare la coppetta mestruale o gli assorbenti lavabili, in modo da eliminare l’uso degli assorbenti usa e getta che inquinano veramente tanto perché non sono facilmente degradabili; oltre ad essere un cambiamento ecosostenibile, si risparmia davvero molto a livello economico! Utilizzare la borraccia di alluminio invece delle bottiglie di plastica che poi devono essere buttate e che non fanno neanche bene per la nostra salute. Quando finiamo un prodotto, al posto di andare al supermercato e comprarne un altro, imparare a farlo in casa (sapone, creme per il viso, prodotti detergenti ecc.). Per impacchettare i regali, al posto della carta, usare la stoffa: io spesso utilizzo delle bandane per capelli o dei fazzoletti per impacchettare il tutto, quindi l’involucro diventa un pezzo di regalo in più e la gente ne rimane felicemente sorpresa! Non buttare via la carta se può essere utilizzata dall’altro lato ancora bianco, per eventuali liste della spesa, liste di invitati, ecc.”.
Quali sono i vantaggi personali nell’intraprendere questo percorso?
“Attuando queste piccole soluzioni vedrete come inizierete a spendere molti meno soldi e ad avere cose più utili e fatte da voi. Inoltre è molto divertente escogitare mille modi per produrre meno scarti e creare oggetti riutilizzabili e originali. Questo aiuta a sviluppare la nostra creatività e fantasia: io per esempio ho riscoperto il cucito e quanto sia bello cucinare i biscotti per la colazione, invece che andarli a comprare pronti! Ho molto a cuore quest’argomento e spero che anche voi riusciate a capire quanto il nostro ecosistema sia prezioso e unico”.
Com’è stata presa questa tua iniziativa dalla tua famiglia e dai tuoi amici?
“All’inizio, quando ho parlato ai miei genitori di questa idea di ridurre gli scarti e usare meno imballaggi, ne erano contenti e mi supportavano. Siccome vivo ancora con loro, era fondamentale coinvolgerli in questo progetto. Con il tempo le cose sono cambiate e dopo l’entusiasmo iniziale hanno visto quanto fosse difficile riuscire a seguire i miei princìpi. Io cerco di non costringerli a vivere il mio stesso stile di vita però è difficile riuscire a portare avanti questo progetto se vivi con la tua famiglia e questa non ha a cuore la tua scelta quanto te. Ma io non demordo e cerco di crearmi uno spazio mio per le mie scelte. Ho provato a convertire a questo stile di vita anche i miei zii, andando a comprare loro il detersivo per lavastoviglie e lavatrice sfuso e cercando di convincerli a continuare a prenderlo così, riutilizzando lo stesso contenitore, ma è davvero difficile difficile senza una forte motivazione di base perché spesso sono molto stanchi e per comodità comprano addirittura le bottiglie di plastica di acqua naturale al supermercato. A volte i miei amici scherzano su queste mie scelte. Ad esempio poco tempo fa ho comprato degli spazzolini di bamboo su Internet e ho chiesto su Facebook chi volesse acquistarli con me in modo da dividere le spese di spedizione. Alcuni, entusiasti, hanno accettato, altri mi hanno chiesto per quale strano motivo avrebbero dovuto comparare uno spazzolino di bamboo… Ho spiegato le mie ragioni, ma è capitato di trovare gente che mi ha detto che quello che sto facendo è assolutamente inutile e stupido”.
Cosa vorresti fare ancora in un futuro per diminuire ulteriormente il tuo impatto ambientale?
“L’anno scorso ho vissuto per 4 mesi in Spagna, dove sono andata a lavorare come volontaria presso varie famiglie con diversi stili di vita, tra le quali una che abita in una casa autosufficiente e questo mi ha fatto capire che un domani vorrei averne una così anche io, sfruttando l’acqua piovana, l’energia ricavata da pannelli fotovoltaici, ecc. Per il momento, ho ancora molta strada da fare: devo migliorare diverse cose di cui non sono soddisfatta, ad esempio l’utilizzo dell’auto che uso per comodità e mancanza di tempo, ma già adesso sto cercando di utilizzare di più i mezzi pubblici e ultimamente la bici. Sono sicura che a piccoli passi riuscirò ad avere un grande risultato!”.
Fonte: ilcambiamento.it

Linda e Giovanni: “Ecco la nostra famiglia a rifiuti zero!”

Moglie, marito e tre figli: vivono a zero rifiuti. Non hanno auto, televisione e non comprano vestiti. “Abbiamo scelto di vivere in modo ecologico e di dedicare più tempo alle relazioni, all’autoproduzione, alla cura del sociale e al volontariato piuttosto che alla carriera. Alcuni ci criticano, ma noi siamo felici così”.

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Linda Maggiori ha 34 anni. Vive con suo marito, Giovanni Angeli, di 36 anni, e tre figli, di 8, 5 e 3 anni in un trilocale in affitto a Faenza. Lei, volontaria in varie associazioni, ha fondato un gruppo di auto aiuto sull’allattamento, segue la pannolinoteca comunale per il prestito dei pannolini lavabili, gestisce laboratori di educazione ambientale nelle scuole ed è autrice di due libri ecologici per ragazzi “Anita e Nico dal delta del Po alle Foreste Casentinesi” e “Salviamo il mare”. Il marito è educatore in una comunità di recupero per tossicodipendenti. Insieme formano una famiglia che si definisce a “rifiuti zero”.

Perchè? Presto detto.

Perché fino a poco tempo fa, Giovanni ha lavorato come operaio in una cooperativa sociale impegnata nelle discariche e nella raccolta dei rifiuti: “Poi l’appalto della cooperativa è passato a una grande multinazionale – racconta Linda – e, anche se la nuova azienda lo avrebbe riassunto, mio marito non voleva accettare di lavorare per una multinazionale poco etica. Così si è trovato disoccupato. Per fortuna nella stessa cooperativa sociale c’era bisogno di un educatore. E lui, laureato in psicologia, non se lo è fatto ripetere due volte!”. Ma l’esperienza nella raccolta dei rifiuti ha lasciato il segno: “Quando mio marito lavorava nelle discariche ogni giorno tornava a casa raccontandomi di scenari deprimenti – spiega Linda – abbiamo cominciato così a impegnarci nei comitati locali contro gli inceneritori e le discariche e a lottare per una raccolta porta a porta. All’epoca stavamo meno attenti al nostro impatto ambientale, eravamo meno organizzati e andavamo sempre al supermercato per fare spesa. Potrei dire che spendevamo molti più soldi e più tempo. Ricordo che ogni volta era un incubo buttare via l’immondizia, con quel bidone che si riempiva così velocemente. Noi differenziavamo, ma gli imballaggi erano ugualmente tantissimi. Plastica, carta e anche indifferenziata. Quando andavo a fare la spesa al supermercato mi deprimevo, con quella lista lunghissima di cose da comprare…”.
Poi un giorno, circa un anno fa, ecco la lampadina accendersi: “Se davvero vogliamo vivere in modo ecologico dobbiamo essere più coerenti anche nel campo rifiuti – si è detta Linda – è giunto il momento di mettersi alla prova!”. Con un monitoraggio attento dei rifiuti e una tabella in cui segnare chilogrammi e materiale di scarto Linda ha iniziato un attento monitoraggio dei rifiuti. “Mio marito all’inizio era piuttosto scettico anche perché io sono disorganizzata, casinista e impulsiva, insomma un mix catastrofico e per nulla promettente!” sorride Linda. “Infatti all’inizio è stata davvero dura – ammette – ma poi anche mio marito si è ricreduto! E ora dopo un anno, abbiamo ridotto drasticamente tutti i nostri rifiuti e abbiamo imparato a organizzarci, a recuperare, riusare, a  fare tante cose in casa, abbiamo risparmiato tanti soldi e il bidone della spazzatura non si riempie quasi mai, è una vera liberazione! Ormai buttiamo i rifiuti solo una volta ogni 2 mesi. Quindi davvero un impegno minimo”. Dopo un anno a casa di Linda l’ammontare dell’indifferenziata arriva a 0,6 kg annui a testa, contro una media cittadina di 160 kg. Numeri non da poco, “ma alla portata di tutti”, afferma lei. E per chi pensa sia impossibile, tutto è documentato sul loro blog:www.famiglie-rifiutizero.blogspot.it
“Quando tornare all’essenzialità non è una rinuncia ma una scelta consapevole e motivata si riacquista il proprio, una grande energia vitale e si istaurano rapporti più ricchi e vissuti – continua Linda – Tanta gente è presa dal circolo vizioso sempre più lavoro, sempre più bisogni, sempre meno tempo, sempre più consumo. Noi riusciamo a vivere con uno stipendio da educatore, ma non dobbiamo mantenerci l’auto, facciamo a meno di tanti prodotti (ce li autoproduciamo), non andiamo in palestra (andiamo sempre in bici o a piedi), i nostri figli non fanno mille attività e non facciamo costose vacanze. La gente pensa “che vitaccia” e invece il tempo passato coi nostri figli, giocando al parco o andando con loro in bici, è impagabile”.

Sì, perché Linda e Giovanni non solo vivono a rifiuti zero, ma anche a emissioni zero! “La rinuncia all’auto è stata una scelta dapprima forzata, poi sempre più motivata e consapevole – racconta Linda – cinque anni fa un’auto ha invaso la nostra carreggiata e ci è venuto addosso distruggendoci la macchina. Guidavo io, i bambini erano dietro, ben legati. Per fortuna ci siamo salvati tutti, ma da allora non ho più voluto guidare. Tutti cercavano di convincermi, ma io dicevo: ma se non mi serve perché devo usarla? Vivo in centro, vado ovunque in bici, piedi, treno, bus e se proprio serve, in rari casi, chiedo passaggi. Tra l’altro tutti dovremmo imparare a vivere con meno auto. In Italia ce ne sono più di una ogni 2 persone! – afferma – Anche mio marito non amava troppo l’auto. Abbiamo provato ad aspettare a ricomprarcela. Col passare del tempo abbiamo sempre più approfondito le ragioni per non avere l’auto, abbiamo conosciuto altre famiglie che non l’avevano, creato una rete. Da allora non l’abbiamo più ricomprata”.

Ma come si svolgono le giornate di una famiglia a impatto zero?

“Io e mio marito di solito ci alziamo all’alba per leggere, scrivere o meditare. I bambini si alzano alle sette, facciamo colazione con i biscotti, con il kefir, cereali, pane e crema spalmabile, o marmellata, tutti fatti in casa. Poi portiamo i bimbi a scuola in bici. Se serve facciamo compere al mercato portandoci sempre dietro sporte e contenitori da casa. Il più delle volte acquistiamo tramite gruppo d’acquisto solidale o nei piccoli negozi in città, che vendono sfuso o equosolidale. Mio marito va al lavoro in bici (lavora a 10 km in collina). Prima di pranzo andiamo a prendere i bambini a scuola. Se è bello facciamo un picnic al parco e restiamo là a giocare fino al pomeriggio. Poi si fanno i compiti, si prepara la cena e finito di mangiare si legge o si gioca insieme. Non abbiamo la televisione!”. nutella

Niente televisione e niente vestiti! “Non li compriamo quasi mai… ce ne sono così tanti da passarsi tra familiari, amici e conoscenti! – afferma Linda – A volte mia mamma ci regala scarpe ecologiche comprate nelle fabbriche marchigiane”. Insomma in cinque con un solo stipendio si vive bene comunque… “Certo! Ci bastano 300 euro al mese per gli alimenti, 450 euro per l’affitto, e altre 100/200 euro per tutto il resto. Se penso che in media una famiglia italiana spende più di 2000 euro al mese…”.

A chi dice che non avrebbe mai il tempo cosa rispondete? “Che anche noi con 3 figli, un lavoro, tanto volontariato e impegno sociale non abbiamo certo tempo da perdere! Spesso è solo una questione di organizzazione e abitudine. Ognuno fa quel che può, magari iniziando con piccoli passi. Sicuramente bisogna anche darsi delle priorità. Noi abbiamo scelto di dedicare più tempo all’autoproduzione, alla cura sociale e al volontariato piuttosto che alla carriera. Alcuni ci criticano, ma noi siamo felici così”.

E vedendoli è difficile pensare il contrario: sereni, sorridenti, tranquilli… come se non gli mancasse nulla! “Questo stile di vita ci ha permesso di guadagnare molto… nelle relazioni con i nostri figli, con la natura, con gli altri, con i bambini in difficoltà. Nanni Salio, del centro Studi Sereno Regis diceva: ‘Troppe automobili, troppo cemento, troppe case, troppi rifiuti, troppo cibo, troppi prodotti usa e getta non creano un mondo migliore, ma ci impediscono di avere relazioni più armoniose e distese tra noi e con gli altri esseri viventi’. Invece di arricchirci ci impoveriscono. Ecco allora la scelta della semplicità volontaria. E anche se come tutte le famiglie abbiamo i nostri momenti di stanchezza, conflitto e crisi di base abbiamo quella consapevolezza dell’immenso miracolo che ci è capitato e che ci circonda, che dobbiamo tutelare. Una volta mio figlio mi ha detto ‘che bello non avere l’auto, così possiamo sempre sentire il vento in faccia!’ Per ora questo mi basta”.

Link:

https://www.facebook.com/groups/famiglierifiutizero/

www.famiglie-rifiutizero.blogspot.itrifiutizero1

Fonte: ilcambiamento.it

Alleanza per l’autoproduzione: 350 sindaci hanno già aderito

È nata Alleanza per l’autoproduzione, con l’adesione da parte di oltre 350 sindaci al manifesto promosso da Legambiente. Lo scopo: incentivare, partendo anche dal basso, l’autoproduzione di energia pulita in Italia, integrandola profondamente nel territorio.fotovoltaico_pannelli_montaggio

Alleanza per l’autoproduzione ha un suo manifesto che potete scaricare QUI.

Il problema qual è? Partiamo da alcuni esempi: oggi in Italia una raffineria e un impianto solare pagano la stessa tassa sull’autoconsumo; all’interno di un edificio è vietato distribuire energia elettrica autoprodotta da fonti rinnovabili; è vietato persino distribuire energia elettrica pulita autoprodotta tra più imprese di uno stesso distretto industriale. «L’autoproduzione e la distribuzione locale di energia da fonti rinnovabili sono oggi al centro dell’interesse in tutto il mondo per le opportunità che si stanno aprendo con l’innovazione nella gestione energetica, grazie all’efficienza e alla riduzione dei costi delle tecnologie e delle reti – spiega Legambiente – Anche in Italia questa prospettiva avrebbe grandi potenzialità perché, in questa forma, le fonti rinnovabili anche senza incentivi diretti, potrebbero offrire una adeguata risposta alla domanda di elettricità e calore negli edifici e nei territori, creando valore e nuova occupazione».

«Abbiamo lanciato un’alleanza per l’autoproduzione da fonti rinnovabili – ha dichiarato il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini – per aprire a un cambiamento del modello energetico che deve avere al centro le energie pulite e le opportunità per i territori e le comunità. Crediamo sia arrivato il momento di aprire un confronto pubblico e trasparente su queste sfide, sia a livello italiano che europeo, per eliminare le barriere che oggi fermano una prospettiva che è nell’interesse delle famiglie e delle imprese».

Per Legambiente un cambiamento radicale del modello energetico come è quello dell’autoproduzione, distribuito e con molteplici protagonisti (i prosumer, ossia soggetti al contempo produttori e consumatori di energia elettrica), «può portare vantaggi per un Paese come l’Italia, in termini di riduzione dei consumi, importazioni di fonti fossili, emissioni inquinanti e climalteranti». Ma occorre anche agire sul quadro normativo, oggi complicato e contradditorio, addirittura penalizzante dopo la riforma delle tariffe elettriche, tanto da arrivare a vietare la distribuzione locale di energia da fonti rinnovabili. L’allenza coinvolge associazioni di imprese, di cittadini e di consumatori, insieme agli enti locali «per rendere possibili investimenti come quelli realizzati nei Comuni delle Alpi dove, con una legge nata per le cooperative legate alle centrali idroelettriche, è possibile distribuire l’energia pulita localmente. Una opportunità che ha aperto a innovazioni nella gestione delle reti e nella produzione da fonti rinnovabili, di grandissimo interesse e con conseguente riduzione dei costi in bolletta».

«L’autoproduzione è un tassello fondamentale di una politica energetica che finalmente faccia ripartire gli investimenti nelle fonti rinnovabili, dopo il calo degli ultimi anni (300MW installati di solare fotovoltaico nel 2015 contro 9mila nel 2011) – prosegue Legambiente – Ma soprattutto, attraverso la spinta all’innovazione, proprio questa prospettiva può essere la risposta ai problemi di oscillazioni nella produzione da rinnovabili. Perché aprendo all’autoproduzione negli edifici, nei distretti produttivi, nello scambio tra aziende, si può creare una gestione integrata di impianti di produzione e di accumulo, sistemi efficienti in grado di offrire un efficiente servizio di bilanciamento e dispacciamento rispetto alla rete, e capace di programmare immissioni e prelievi. La seconda sfida riguarda gli oneri di sistema che si pagano in bolletta, perché in una prospettiva di questo tipo si ridurrebbe la platea di chi partecipa alla spesa. Per questo serve trasparenza e un cambiamento delle regole, in modo da prevedere una partecipazione agli oneri di sistema legata al tipo di fonte utilizzata (è assurdo che paghino allo stesso modo l’autoconsumo di una raffineria e quello di un impianto solare) e un controllo dell’evoluzione di questi oneri, in modo da poter effettuare eventuali interventi correttivi».

«Il referendum del 17 aprile – ha dichiarato la presidente di Legambiente Rossella Muroni – ha messo in evidenza quanto l’Italia abbia bisogno di una strategia energetica per uscire dalle fonti fossili. Per questo chiediamo al Governo di eliminare barriere e tasse nei confronti dell’autoproduzione e aprire a processo di innovazione che, oltre ad essere nell’interesse generale, è oramai riconosciuto come competitivo anche dalla Commissione Europea».

«Oggi disponiamo di tutte le competenze per rispondere agli allarmi lanciati dall’Autorità per l’energia sulla sicurezza del sistema, ma anche sulla riduzione delle risorse per gli oneri di sistema. Sono questioni facilmente risolvibili all’interno di uno scenario davvero nuovo, nel quale si spostano i consumi verso il vettore elettrico, e dove si può (finalmente) ripensare la tassazione in funzione delle emissioni e dell’inquinamento prodotti. Attraverso l’autoproduzione possiamo dare risposta ai problemi storici di dipendenza energetica dall’estero dell’Italia attraverso un processo davvero innovativo e conveniente, grazie alla riduzione dei costi degli impianti da fonti rinnovabili, delle batterie di accumulo, delle tecnologie di gestione. Di sicuro, si dovranno introdurre regole nuove per accompagnare questa prospettiva e si dovranno nel tempo verificare i risultati, per accompagnare sviluppo e investimenti. Ma è arrivato il momento di aprire a una innovazione energetica che guarda al futuro del Pianeta e che crea opportunità nei territori».

Le proposte di Legambiente:

1) All’interno degli edifici deve essere consentita la distribuzione di energia elettrica autoprodotta da fonti rinnovabili attraverso reti private.

In questo modo si apre ad innovazioni nella gestione elettrica e del riscaldamento nei condomini, negli edifici per uffici e commerciali.

2) Tra aziende limitrofe deve essere consentito lo scambio di energia elettrica prodotta da impianti da fonti rinnovabili o in cogenerazione ad alto rendimento attraverso reti private.

In modo da aprire ad innovazioni nei distretti industriali e nello scambio di elettricità da fonti rinnovabili tra aziende limitrofe.

3) Le amministrazioni pubbliche devono poter utilizzare la rete elettrica per lo scambio di energia prodotta da impianti da fonti rinnovabili tra edifici di proprietà.

Per dare la possibilità ai Comuni di investire nelle fonti rinnovabili e di scambiare energia tra i diversi edifici pubblici.

4) Le utenze domestiche devono poter beneficiare di vantaggi fiscali e semplificazioni nell’autoproduzione da fonti rinnovabili.

In questo modo si aiutano le famiglie a installare impianti solari sui tetti direttamente per i consumi di illuminazione, riscaldamento, raffrescamento.

5) L’autoproduzione di energia elettrica da fonti rinnovabili deve beneficiare di vantaggi sugli oneri parafiscali in bolletta per i vantaggi ambientali che determina.

In questo modo si rendono vantaggiosi gli investimenti nell’autoproduzione, distinguendo nella tassazione tra impianti da fonti rinnovabili e invece da fonti fossili.

Dossier completo QUI

 

Fonte: ilcambiamento.it