Lucia Cuffaro: “L’autoproduzione? La mia via per la felicità”

Attivista e presidente del Movimento per la Decrescita Felice, Lucia Cuffaro è da anni appassionata al mondo dell’autoproduzione, come scelta consapevole per un benessere fatto di semplicità. Autoproduce praticamente tutto e attraverso i suoi libri, un blog ed una rubrica in tv spiega agli altri come creare da soli ciò che serve. Ha lavorato tanti anni in Rai ed è sempre stata appassionata di ambiente, spreco, rifiuti, autoproduzione. Poi ad un certo punto lascia il lavoro a Report e inizia la sua vera vita: quella dell’attivista, impegnata all’interno del Movimento di Decrescita Felice di cui oggi è presidente e sui temi del riutilizzo e della decrescita felice. È Lucia Cuffaro, che parla dell’autoproduzione come del suo personale percorso di felicità, iniziato quando era bambina: “Credo sia iniziato quando i miei genitori, per potermi istruire ad uno stile di vita sobrio ed ecologico, mi comprarono una Barbie in costume da bagno, la più semplice di tutte”, ride Lucia. “Così ho iniziato a inventare abitini per la mia Barbie e a riutilizzare tutti i materiali possibili”.

Quando Lucia faceva ancora le elementari, forse non immaginava che la sua (auto)produzione di vestiti per la Barbie fosse già un segno di ciò che sarebbe successo. Ma così è stato. Da quando è piccola, infatti, tutta un’altra serie di fattori si è aggiunta a cementare il suo interesse iniziale e a farlo diventare passione: si è trasferita con la sua famiglia vicino Malagrotta, conoscendo così cosa significhi vivere vicino ad una discarica; ha frequentato l’Università del Saper fare del Movimento per la Decrescita Felice sotto consiglio di un amico; è venuta a contatto con realtà come la Città dell’Utopia a Roma che le hanno permesso di portare avanti questo percorso. Oggi Lucia autoproduce tutto: dal detersivo per la casa alle tinte per i capelli alla crema per il viso. È contenta di poter dire che non distingue più fra lavoro e attivismo: “Il lavoro non poteva essere un lavoro che mi portasse a casa lo stipendio e basta; io avevo bisogno di altro”, spiega Lucia, parlando di come fosse strano – agli occhi degli altri – la sua (volontaria) dimissione da “Mamma Rai”. “Ho lavorato con la Città dell’Utopia e man mano è arrivato il percorso con la decrescita felice: un attivismo sempre più presente, un appassionarsi in modo folle all’autoproduzione, al creare con le mani cose semplici che fanno bene a me, ai miei vicini, alla natura, che creano circolazione del denaro nel modo giusto che valorizza le piccole aziende. Poi mi sono presa un anno sabbatico, mi sono data all’associazionismo e mi sono impegnata anche per il mio quartiere a Malagrotta”.

Da sette anni gestisce una rubrica televisiva su Rai1 che parla di decrescita felice. Proprio come a dire che tutto è circolare e ogni cosa si rimette al posto giusto nel momento giusto. “C’è un interesse sempre crescente legato al tema dell’autoproduzione e questo purtroppo lo si deve alle malattie che derivano dai prodotti per il corpo, per la casa e dagli alimenti che si trovano in commercio. Sta crescendo la consapevolezza che forse dobbiamo tornare alla semplicità”. Anche la comunicazione di ciò che si fa, di un mondo diverso, è possibile, soprattutto perché “la decrescita felice è un concetto di buon senso ma dirompente, ribelle, che da molti è ancora ostacolato”. 

Se adesso il suo impegno è legato principalmente al mondo dell’autoproduzione, non per questo Lucia si ferma qua: “Il prossimo obiettivo è quello di lavorare sempre di più per aumentare il mio tempo liberato. Sembra un controsenso, ma è questo: in realtà a me piace semplicemente fare attivismo e voglio che questa sia la parte predominante della mia vita: stare a contatto con persone che portano progetti legati a questo mi rende felice”. E alla tematica del riutilizzo e dell’autoproduzione aggiungere quella degli animali: “Sono tendenzialmente vegana, ma mi rende felice riuscire a mangiare solo cibo vivo e che non viene da tortura, per cui vorrei trovare il modo di comunicare questa mia felicità. Spesso chi parla di animalismo e veganismo lo fa in modo molto aggressivo, ma io penso che non possa essere quello il modo giusto di comunicare”.

E non è un caso che partecipi ogni anno a Scirarindi, il Festival indipendente Benessere, Buon Vivere e Sostenibilità in Sardegna, dove l’“l’energia è diversa, è quella di persone che partecipano e contribuiscono al cambiamento”. Qui si vede l’Italia che cambia, che per Lucia non è altro che “l’insieme dei progetti che creano bellezza sul territorio” e che, creando una propria personale “impalcatura di felicità”, contribuiscono al bene comune.

Intervista e realizzazione video: Paolo Cignini

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/lucia-cuffaro-autoproduzione-via-felicita-meme-16/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Il miglior reddito di cittadinanza è insegnare l’autonomia energetica e alimentare

La miglior politica per garantire il giusto benessere per tutti è educare i cittadini a risparmiare, autoprodurre e a liberarsi dei bisogni indotti dalla pubblicità. Allora sì, si può essere liberi e vivere dignitosamente senza essere schiavi di nessuno.

Si fa un gran parlare di reddito di cittadinanza, reddito universale o simili. Di per sé non è una idea sbagliata, infatti chi ha troppo poco deve avere di più e io aggiungo che chi ha troppo dovrebbe avere meno, anche perché quando si ha troppo lo si utilizza spesso male e sprecando. Comunque sia, tutto è sempre legato al reddito cioè ai soldi, che sono la pietra angolare di qualsiasi azione e ragionamento. Ma pensandoci bene, sono proprio i ragionamenti solo ed esclusivamente sui soldi che ci stanno portando all’autodistruzione. Quello che ieri era sufficiente per vivere dignitosamente,  oggi non lo è e domani lo sarà ancora meno; ma questo non accade solo perché i salari si contraggono e i prezzi crescono ma perché la pubblicità, ormai invasiva ovunque come mai lo è stata nella storia, crea costantemente bisogni indotti di cui magari nessuno prima sentiva l’esigenza. Poi, a forza di martellamenti, ci si convince che senza quegli oggetti si è poveri o non si è all’altezza. Se con i vari redditi elargiti dallo Stato l’obiettivo fosse veramente supportare quelli che hanno meno o sono in difficoltà, la prima cosa da fare sarebbe insegnare loro a ridurre le spese basilari, che sono il cibo e l’energia. Infatti, aumentando l’autonomia in queste direzioni si risparmiano tanti soldi e non si è in balìa di governi vari, che oggi fanno una cosa e domani faranno l’esatto contrario. Dare autonomia reale alle persone sarebbe esattamente come la famosa storiella che dice che è meglio insegnare a pescare a qualcuno piuttosto che dargli dei pesci. Quindi prima, durante o dopo il reddito di cittadinanza, si faccia formazione per aumentare l’autonomia delle persone. Però attenzione, perché se rendiamo più autonome le persone e di conseguenza più libere attraverso l’autoproduzione alimentare ed energetica, il prodotto interno lordo non aumenta (cioè non si “cresce”) e questo per la politica, che ancora crede all’impossibile crescita economica infinita in un mondo dalle risorse finite, è un grosso problema. Se bisogna sempre mostrare un segno più anche per sperare di poter essere rieletti, difficilmente si faranno azioni in tal senso. Eppure sarebbe una soluzione più duratura e utile per le persone, piuttosto dei vari redditi legati a questa o quella condizione. Essere poi più autosufficienti sia per gli alimenti che per l’energia potrebbe diventare anche un mestiere per chi usufruisse di questa specifica formazione.  Inoltre, visto che andiamo verso un futuro di scarsità di risorse e problemi di ogni tipo legati al loro sfruttamento indiscriminato, di continua produzione di rifiuti e aumento dell’effetto serra, sarà sicuramente importante avere maggiori opzioni su come sopravvivere di fronte ai prossimi grandi problemi. Sarebbe quindi assai utile stanziare una parte del reddito di cittadinanza per insegnare, a giovani e non, tecniche e metodologie preziose, cioè sostanzialmente fornire le “canne da pesca” o comunque strumenti per una maggiore autonomia. Ma chissà che non sia proprio l’autonomia che spaventa. Una persona autonoma pensa con la sua testa, non la si compra né la si ricatta facilmente, non si riesce a farle comprare tutte l’immondizia che propina la pubblicità e quindi diventa un potenziale disertore del consumismo, figura terribile e temutissima. Diventa una persona che intraprende una strada di libertà ed emancipazione, cioè la peggior figura per chi ci vede solo ed esclusivamente come consumatori pronti a spendere sempre di più, per cui i redditi di cittadinanza non basteranno mai e sarà sempre una corsa al rialzo a richiedere e dare più soldi; anche perché nel sistema attuale basato sulle disuguaglianze, i ricchi saranno sempre più ricchi, quindi per forza di cose sarebbe il caso di fermare la ruota.

Fonte: ilcambiamento.it

In Piemonte nascono le “comunità energetiche”

Autoproduzione e condivisione dell’energia prodotta da fonti rinnovabili. Sono questi i princìpi alla base della legge sulle comunità energetiche approvata all’unanimità dalla terza Commissione del Consiglio Regionale del Piemonte e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.

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La nuova norma, che pone il Piemonte come regione all’avanguardia a livello nazionale, permetterà a comunità di persone, enti e imprese di scambiare tra loro l’energia prodotta da fonti alternative. L’obiettivo delle comunità energetiche sarà quello di agevolare la produzione e lo scambio di energie generate principalmente da fonti rinnovabili, nonché l’efficientamento e la riduzione dei consumi energetici. Con la legge regionale numero 12 del 3 agosto 2018, il Piemonte ha dunque stabilito che i Comuni che intendono proporre la costituzione di una nuova comunità energetica, oppure aderire a una comunità energetica esistente, dovranno adottare uno specifico protocollo d’intesa, redatto sulla base di criteri che dovranno essere indicati da un futuro provvedimento regionale. Le comunità energetiche, alle quali possono partecipare soggetti sia pubblici che privati, possono acquisire e mantenere la qualifica di soggetti produttori di energia se annualmente la quota dell’energia prodotta destinata all’autoconsumo da parte dei membri non è inferiore al 70% del totale. La Regione, attraverso futuri incentivi ad hoc, si impegna a sostenere finanziariamente la fase di costituzione delle comunità energetiche, le quali potranno anche  stipulare delle convenzioni con Arera, al fine di ottimizzare la gestione e l’utilizzo delle reti di energia.

“Il Piemonte, prima regione italiana a dotarsi di una legge di questo tipo, fa un passo importante nella direzione dell’autosufficienza energetica e della costruzione di un nuovo modello di cooperazione territoriale virtuosa – ha commentato Fabio Dovana, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta – Una scelta importante che speriamo sia seguita da altre Regioni ma soprattutto dal Governo nazionale che invitiamo a recepire subito la Direttiva europea che verrà approvata ad ottobre su prosumer e comunità dell’energia, per evitare di perdere due anni e aprire subito opportunità nei territori e dar così forza all’autoproduzione e alla distribuzione locale di energia da fonti rinnovabili. La generazione diffusa di energia e un’autonoma efficienza energetica contribuiscono infatti alla riduzione del consumo di fonti fossili, delle emissioni inquinanti e climalteranti, ad un miglior utilizzo delle infrastrutture, alla riduzione della dipendenza energetica, alla riduzione delle perdite di rete e ad un’economia di scala”.

Il tema dell’autoproduzione e della distribuzione locale di energia da fonti rinnovabili è al centro dell’interesse generale per le opportunità che si stanno aprendo con l’innovazione nella gestione energetica, grazie all’efficienza e alla riduzione dei costi delle tecnologie e delle reti. Anche in Italia questa prospettiva avrebbe grandi potenzialità perché, in questa forma, le fonti rinnovabili anche senza incentivi diretti, potrebbero offrire un’adeguata risposta alla domanda di elettricità e calore negli edifici e nei territori, creando valore e nuova occupazione. Il Piemonte dunque, prima regione italiana, cerca di intercettare questa opportunità su ampia scala dopo anni in cui sul territorio, in forma sperimentale, è stato portato avanti ad esempio il progetto di Comunità Energetiche del Pinerolese promosso come capofila dal Comune di Cantalupa, con un piano di azione orientato all’autosufficienza energetica e volto alla costruzione di una comunità energetica locale. Ora questo tipo di esperienze potrà uscire dalla fase sperimentale e avere un’ampia diffusione. “La nuova legge regionale va nella direzione da noi auspicata –aggiunge Dovana – anche se avremmo preferito che gli obiettivi e le azioni che vengono previsti per le future comunità energetiche fossero meno generici e prevedessero inscindibilmente la riduzione del consumo di fonti fossili associata con la riduzione delle emissioni inquinanti e climalteranti. Chiediamo quindi alla Giunta Regionale, nella predisposizione dei provvedimenti attuativi della legge appena approvata, di stabilire regole per evitare che l’incentivo alle comunità energetiche diventi un sussidio acritico alla realizzazione di qualsiasi tipo di centrale a biomassa”.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Seven on the road: storia di una famiglia che ha cambiato vita!

Sono in 7, tra i 6 e i 45 anni. Si erano trasferiti in Brasile perché l’Italia non era il luogo migliore nel quale far crescere dei bambini. Ora che sono tornati e la girano tutti insieme a bordo di un camper, si sono resi conto che il loro paese non è solo quello di cui si parla in TV e sui giornali. Non c’è mai un solo modo di guardare alle cose, alle persone, ai luoghi. Una decina di anni fa, per esempio, Massimo e Virginie – lui pugliese, dipendente statale; lei italo-belga, geologa e mamma – si domandarono se l’Italia, il paese in cui si erano conosciuti e sposati, quel paese in preda alla crisi economica, lacerato dalle divisioni politiche, violentato da speculatori d’ogni genere, meritasse davvero di veder crescere i loro piccoli Tommaso, Alice, Asia e Mattia, all’epoca di 6, 5, 3 e 1 anni. Fu durante un viaggio in Brasile per visitare degli amici. Si accorsero di quanta gioia di vivere animasse i bambini di Bahia e di come questa fosse inversamente proporzionale alla quantità di giocattoli e vestiti che possedevano. E così decisero di lasciare il lavoro e di vendere la casa dove vivevano in Toscana per comprarne una in campagna, in una cittadina non distante da Belo Horizonte, dove aprirono un negozio di preparati naturali a km zero in parte autoprodotti nel loro orto.Negozio

Il negozio di Massimo e Virginie in Brasile

Otto anni e un’altra figlia dopo (Sofia, nata in Brasile), i limiti del sistema li raggiungono anche lì. Nella scuola pubblica brasiliana – che spesso è più somigliante a un fornito megastore di droghe – a volte il loro primogenito passava le giornate senza neanche poter ascoltare gli insegnanti, visto il caos che regnava. L’unica alternativa possibile, la scuola privata, avrebbe significato veder diventare i loro figli dei grassi polli da batteria a stelle e strisce. E così riuniscono tutta la famiglia e prendono la prima di una lunga serie di decisioni collegiali. Ritorno in Europa. Il tempo di affittare la loro casa brasiliana e il negozio ed eccoli lì, sul volo di ritorno per il Vecchio Continente. La destinazione finale avrebbe dovuto essere il Portogallo ma, un po’ per il fatto che i piccoli Asia, Mattia e Sofia non avevano ancora mai visto il loro paese d’origine – un po’ per evitare di imbattersi nelle stesse esperienze che li avevano spinti ad abbandonare sia l’Italia che il Brasile – finiscono per posticipare di qualche mese il raggiungimento della campagna lusitana. Trovano dunque un camper di seconda mano abbastanza grande per ospitarli tutti, lo battezzano Jatoba (un albero enorme che era sul loro terreno in Brasile), aprono il blog Seven on the road  e iniziano a girare per la penisola.dsc_7812

Il camper Jatoba

Tra le sfide che Massimo e Virginie si trovano ad affrontare ce ne sono almeno un paio decisive. La prima è trovare il modo di sfamare sette bocche con i soli mille euro di affitto della casa e del negozio in Brasile. E, visto che uno stipendio mensile difficilmente si concilia con una vita nomade, per arrivare a fine mese scelgono, da un lato, di ricorrere a forme di scambio diverse da quelle mediate dal denaro; e dall’altro di fare downshifting, praticando cioè la semplicità volontaria per ridurre al minimo i propri bisogni. Ecco dunque che iniziano a vestirsi di seconda mano, a riciclare cose che altri regalano o buttano, a ricorrere il più possibile all’autoproduzione e al baratto, comprando solo quando non ne possono fare a meno. Soprattutto, grazie a Workaway – la più grande comunità di scambio di lavoro del mondo – e alla fanpage di Permacultura Italia, si fermano per qualche settimana solo quando e dove vengono accettati come volontari part time, per lavori agricoli ma non solo, in cambio di cibo per tutta la famiglia.Famiglia-in-orto

Alle prese con un orto

Se una voce superficiale obiettasse che queste sono scelte di inutile privazione, specie per i piccoli, la nostra famiglia on the road risponderebbe all’unisono che, al contrario, la loro è un’esperienza altamente formativa, che serve a misurare e abbandonare l’inutile eccesso al quale la vita tradizionale ci ha tutti abituati in Occidente. E se per i due adulti non è stato semplice re-imparare a fare cose – dal pane alle conserve – che per decenni erano state relegate nel cassetto delle memorie d’infanzia, per i bimbi adattarsi è stato molto più naturale. Per esempio, Tommaso ha un ottimo computer portatile che senza battere ciglio ha scambiato con una bici da corsa ricevuta mesi prima da un signore che non la usava. Anche l’alimentazione è più curata di quanto sembri. Scrive Virginie sul blog: “Nonostante le poche risorse, riusciamo a mangiare 100% bio! Non bio certificato, ma bio del piccolo contadino, della piccola azienda, dei produttori di Genuino Clandestino. Certo, ci vuole un po’ di tempo per trovare dove comprare i prodotti, ma è tempo speso bene!” Comprano quindi agrumi e olio da un ragazzo calabrese (1,50 euro/kg e 8 euro/lt compresa spedizione), farina di grani antichi a 1,20 euro/kg da una famiglia laziale, riso a 1,4 euro/kg da un’azienda piemontese, ecc. Insomma, “non è vero che per mangiare bene e bio bisogna essere ricchi”, continua Virginie; “bisogna solo che diventi una priorità.”Bambine-in-cucina

Mangiare bene apprendendo

La seconda sfida che Massimo e Virginie devono affrontare all’inizio del loro viaggio riguarda l’istruzione. Come conciliare lo stile di vita nomade con la necessità di educare i loro figli, che sono tutti in età scolare? Anche stavolta la soluzione sarà originale. Con l’entusiasta consenso di tutti i membri della famiglia, decidono di sperimentare la scuola parentale, una cosa che aveva sempre affascinato i due genitori fin dai duri anni in cui erano alle prese con i limiti della scuola pubblica brasiliana. Eccoli dunque organizzarsi per fornire ai propri figli una base di tutte le materie più comuni, per poi lasciarli liberi di approfondire quello che gli interessa di più, anche con l’aiuto di persone esterne, assecondando la naturale curiosità e le attitudini di ciascuno e lasciandogli la libertà di organizzarsi il tempo senza vincolo di orari e impegni che, spesso, limitano i momenti di svago e rendono meno stimolante l’apprendimento. Una sorta di Captain Fantastic all’italiana? si chiederebbe qualche amante del cinema recente. Più o meno, ma senza l’isolamento e il compromesso finale, direbbero loro.Tommaso

Tommaso e la sua passione: la fotografia

Certo, nonostante gli aspetti romantici e avventurosi una vita sulla strada non è priva di problemi e di decisioni dolorose. E se a volte sono i bambini a chiedere di fermarsi un po’ di tempo in più in questo o quel luogo per non dover salutare l’ennesimo amichetto appena conosciuto, altre volte sono gli adulti a concedersi un periodo di riposo, magari per racimolare un gruzzoletto e poter rifornire il camper durante il viaggio successivo. È per questo che da un po’ di mesi i nostri si sono fermati a Pettinengo, in Piemonte. Massimo ha infatti trovato un impiego temporaneo presso un’associazione che si occupa di accoglienza ai migranti. Per poter lavorare ha barattato con un collezionista un vecchio giradischi in cambio di uno smartphone. Ma anche in questo periodo più stanziale del loro percorso, i nostri non hanno cambiato il loro stile di vita. In cambio di confetture e prodotti del loro orto, un’artista locale mette a disposizione dei bimbi un pomeriggio a settimana e gli insegna a dipingere, scolpire, lavorare la terra cotta, seguendo come sempre le inclinazioni di ciascuno.c2a9-ezyecc82-moleda-all-rights-reserved_singular-escape_creative-solutions_family-seven-on-the-road-3797

Sul lago d’Orta

Non c’è mai un solo modo di guardare alle cose, alle persone, ai luoghi. Dopo due anni di scoperte, incontri, solidarietà, scambi e cooperazione, abbiamo chiesto a Massimo e Virginie se l’Italia, quel paese in preda alla crisi economica, lacerato dalle divisioni politiche, violentato da speculatori d’ogni genere, meritasse di nuovo di veder crescere i loro figli. La risposta non ce l’hanno ancora data, ma intanto i loro figli sono cresciuti un altro po’.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/10/seven-on-the-road-famiglia-cambiato-vita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Bioedilizia e autoproduzione nella Fattoria dell’Autosufficienza

Ecco la seconda parte della nostra intervista a Francesco Rosso, fondatore della Fattoria dell’Autosufficienza. Francesco ci spiega le tecniche costruttive che ha adottato e i materiali ecologici impiegati, come canapa e legno. Ci parla del sistema produttivo, basato su orti, piante aromatiche e una food forest. E auspica che il suo progetto diventi un esempio replicato in tutta Italia! Vi avevamo promesso che saremmo tornati sulle orme di Francesco Rosso e della sua Fattoria dell’Autosufficienza e infatti… eccoci qui! L’altra volta abbiamo presentato il progetto, i suoi obiettivi e la sua filosofia. Questa volta vorremmo soffermarci sulla pratica. Partiamo quindi dai numeri.fattoria1

Il progetto della Fattoria, una volta completato, prevede 2000 metri quadri di strutture; al momento ne sono state sviluppate circa un quarto. È un progetto legato al vincolo storico-paesaggistico e nonostante questo, dopo numerosi interventi, sono riusciti a raggiungere “una classe energetica elevata (B quasi A)”.

“Ci siamo riusciti – mi spiega Francesco – grazie a una coibentazione interna in calce e canapa, idroregolatrice che mantiene asciutto il muro. Abbiamo applicato un impianto microcapillare a parete, che è il più efficiente che ci sia”. Il riscaldamento è alimentato con la legna. Per una struttura di 500 mq è sufficiente una caldaia di soli 13 kw. Anche il tetto è stato isolato con tre strati di fibra di legno, diversi tavolati, guaina e coppi. Ovviamente, anche le finestre sono a risparmio energetico. “Ci siamo rivolti a un artigiano locale, che ha vinto premi. Eravamo vincolati a infissi in legno; lui li fa idonei alla classe A e verniciati con sostanze naturali. Per ovviare ai rischi dovuti alla possibile ‘eccessiva coibentazione’ abbiamo istallato un sistema di ricambio di aria con scambio di calore. Questo ci permette di tenere le finestre chiuse ma avere comunque un ricircolo di aria”.fattoria5

Ma l’apparato abitativo non è tutto! “Ad oggi abbiamo diversi orti, che ci permettono di produrre ortaggi sufficienti per la nostra famiglia, la Fattoria e il nostro negozio. Tra le nostre produzioni abbiamo tantissime varietà di frutta, di cui molte antiche, così come sono antiche le varietà di cereali che coltiviamo. Abbiamo anche avviato una food forest: tra dieci anni sapremo se funziona! Sarebbe l’equilibrio perfetto. Se noi riuscissimo, infatti, a creare una foresta che produce cibo, ci avvicineremmo a ciò che di più naturale c’è e non avremmo bisogno di immettere nuova energia nell’ambiente. Ciò comporterebbe meno fatica, meno combustibili fossili utilizzati, meno danni per la salute delle persone”.
In Fattoria vengono inoltre coltivate piante aromatiche per realizzare cosmetici e vengono allevate alcune specie di animali (galline, pavoni, oche, conigli, capre, maiali). L’obiettivo è rimasto lo stesso dei primi tempi– rendere questo posto autosufficiente – ma il progetto è cresciuto notevolmente nel tempo. “Il prossimo obiettivo è l’eliminazione di un vecchio capannone di 600 mq, che era una stalla da vacche molto all’avanguardia ai tempi, con tetto in amianto e lana di vetro nel mezzo, che oggi però comporta un notevole impatto energetico, visivo, ambientale e salutare. Al suo posto Francesco vorrebbe costruire una sala polifunzionale in grado di ospitare fino a 250 persone.fattoria4

Gli chiedo come vede questo posto tra dieci anni. Francesco non ha dubbi: “Vedo qualcosa di molto diverso da quello che c’è oggi; qualcosa che possa cambiare la percezione e la vita di tante persone, perché in Italia manca un esempio concreto e ben funzionante di progettazione complessa in permacultura. Vorrei sviluppare un polo che attiri tante persone che possano realizzare progetti simili a questo, anche più in piccolo, in modo che tutti possano venire qui per imparare e portarsi a casa qualcosa. Questo progetto vuole essere una sorta di parco, un’esposizione dove vedere tante strutture e metodi realizzativi diversi. È chiaro che un progetto così complesso non può essere alla portata di tutti in mancanza di capitali; ma un progetto di questo tipo è costituito da tante cellule che a loro volta formano un organismo ma che al contempo vivono separatamente. Ogni visitatore, quindi, può cogliere qualche spunto e replicare qualche cellula di questo progetto. Per questo, è fondamentale che ogni singola nostra cellula sia replicabile”.fattoria2

Al momento, alla Fattoria dell’Autosufficienza sono impiegate tre persone fisse part time. Come spesso mi accade, quando chiedo quale sia la più grande difficoltà incontrata in questo percorso ottengo la stessa risposta: la burocrazia. “Le idee sono tante, belle ma vengono smorzate dalla possibilità di avere permessi. Devi chiedere permessi per qualunque cosa”.

Lascio questo bel sogno che si sta tramutando in realtà chiedendo a Francesco cosa sia per lui la Romagna che Cambia. Non ha dubbi: “La Romagna che Cambia per me è o sarà costituita dalla presa di coscienza dei miei concittadini che dovremo cambiare molte cose e dovremo vivere in modo diverso, senza contrastare la natura, non tanto per salvare lei – che un modo di rigenerarsi lo trova sempre – quanto per salvare noi”.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/05/bioedilizia-autoproduzione-fattoria-dellautosufficienza/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Una Scuola di Pratiche Sostenibili alle porte di Milano

Permacultura, agricoltura organica, corsi di autoproduzione. Alle porte di Milano, ospitata dalla Cascina Santa Brera, si trova la Scuola di Pratiche Sostenibili, uno spazio di sperimentazione aperto a tutti. Nel cuore del Parco Agricolo Sud alle porte di Milano sorge l’antica Cascina Santa Brera, un’oasi di bellezza e sostenibilità. Restaurata secondo i principi della bioarchitettura da Irene di Carpegna – la proprietaria – oltre ad essere un’azienda agricola biologica e un agriturismo, oggi la struttura ospita numerose attività formative per adulti, bambini e ragazzi.  Nel 2006 è stata fondata la Scuola di Pratiche Sostenibili iniziando la formazione per adulti con corsi di progettazione in Permacultura. Diversamente dai percorsi formativi che vengono svolti solitamente, qui le lezioni si distribuiscono durante tutto l’anno solare, arrivando anche a 160 ore di lezione. “Lo facciamo sia per approfondire gli argomenti trattati – spiega Roberta Donati, referente della scuola – sia per consolidare la rete umana e relazionale, non solo tra i frequentanti ma anche tra gli alunni e i docenti”.orto

All’inizio il numero medio di iscritti arrivava anche a trenta persone, oggi le cifre sono diminuite perché l’offerta formativa in questo ambito è aumentata molto, sia nella zona che in tutta Italia, e molti degli ex alunni sono diventati docenti avviando corsi in proprio o passando da alunni a docenti proprio all’interno della Cascina stessa. Sempre in ambito agricolo, un anno e mezzo fa è partito un corso di agricoltura organica rigenerativa, una pratica (non solo di coltivazione ma anche di allevamento) molto diffusa in Sud America – dove è nata – e in via di espansione in Italia anche grazie a realtà come questa che ne diffondono la conoscenza. Alla formazione hanno partecipato infatti piccoli agricoltori con aziende agricole a conduzione familiare ma anche consulenti e periti agrari che operano in tutto il paese e potranno a loro volta trasmetterne le tecniche.

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Oltre a permacultura e agricoltura organica, sono disponibili tantissimi corsi di autoproduzione, dal sapone ai formaggi, e dal sito della scuola si dà agli utenti la possibilità di segnalare esigenze e richieste. Anche per i più piccoli si organizzano nella cascina tantissime attività, con le famiglie e le scuole. Ogni estate la struttura ospita campi estivi dove bambini e ragazzi possono sperimentare la vita in cascina, prendendosi cura del’orto e degli animali, cucinando secondo la raccolta di stagione ma anche godendosi lunghe passeggiate nel Parco Agricolo, immersi in un magnifico paesaggio tra bosco, chiuse e canali.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/scuola-di-pratiche-sostenibili-milano/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Bilanci di Giustizia: come diventare una famiglia sostenibile

Abbiamo intervistato alcuni protagonisti di Bilanci di Giustizia, una rete che raccoglie centinaia di famiglie italiane che hanno modificato il proprio stile di vita rendendolo più etico e sostenibile. Hanno scoperto che in questo modo si risparmia denaro, si guadagna tempo, ma soprattutto si diventa più felici!  Comincia tutto con una domanda: sono felice? Mi serve davvero tutto ciò che possiedo? Voglio un mondo più giusto? Voglio diminuire il mio impatto sul Pianeta? Una volta che ci si è posti questi quesiti, la strada è spianata. È per questo che aderire ai Bilanci di Giustizia non è un sacrificio, né una sfida, né tantomeno un obbligo. Si tratta di una scelta volontaria e motivata dal bisogno di cambiamento.bilanci4

Ma andiamo con ordine. Cosa sono i Bilanci di Giustizia? Si tratta prima di tutto di una comunità umana. Decine, centinaia di famiglie italiane che hanno deciso, nel corso degli ultimi venti anni, di modificare il proprio stile di vita in maniera etica e sostenibile e che si incontrano, si confrontano, condividono esperienze e si supportano a vicenda.

Chi sono invece i bilancisti? Persone normali, con vite e impieghi normali, ma dotati di una sensibilità e una consapevolezza più sviluppate. C’è chi proviene dal mondo del commercio equo-solidale, chi invece semplicemente conduceva una vita che non lo soddisfaceva e ha conosciuto per caso l’esperienza dei Bilanci di Giustizia, aderendovi. Antonella, per esempio, ne ha sentito parlare all’Università e si è legata a tal punto a questa esperienza da farci la tesi. Giuseppe proviene dal mondo dell’ambientalismo, Renato da quello della finanza etica, mentre Giancarlo dal commercio equo-solidale.bilanci6

Anche chi, come loro, aveva già esperienze pregresse di impegno civile però, ha trovato nei Bilanci una nuova ricchezza: quella della rete. “La forza del gruppo è che c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare”, dice Irene. E la ricchezza di questo gruppo è la diversità: non esistono obiettivi prestabiliti che ciascun bilancista deve raggiungere. Ognuno procede fissando piccoli traguardi personali: diminuire l’uso dell’auto o il consumo di carne, aumentare gli alimenti autoprodotti rispetto a quelli acquistati, modificare i propri investimenti in banca.

Spontaneamente, gradualmente e senza forzature, il percorso di cambiamento diventa più strutturato e abbraccia un numero sempre maggiore di ambiti della vita quotidiana. Il risultato è che una famiglia di bilancisti consuma mediamente il 47% di energia elettrica in meno rispetto a una normale, spende il 30% in meno per i trasporti, il 41% in meno per il cibo, ma il 68% in più per divertimenti e cultura (dati ricavati da Prove di felicità quotidiana, Terre di Mezzo Editore, 2011).

Interpretando queste statistiche, possiamo ricavare alcune informazioni su coloro che hanno deciso di aderire ai Bilanci di Giustizia. La prima è che hanno più soldi a disposizione. Non perché questa esperienza sia ad appannaggio esclusivo di famiglie benestanti, ma perché orientando meglio i consumi, rinunciando al superfluo e autoproducendo molti beni che prima venivano acquistati, i bilancisti spendono meno: è stato calcolato che il loro reddito disponibile subisce un aumento che va dal 10% al 25%.bilanci3

Tale aumento dà accesso a una risorsa che per molte delle famiglie italiane è sconosciuta: il tempo. I bilancisti hanno più tempo – e, come abbiamo visto poco fa, anche più soldi! – per fare ciò che amano, per dedicarsi alle proprie passioni. Confrontando i loro dati con quelli dei cittadini normali, si può notare che il 42% di chi ha aderito a Bilanci di Giustizia lavora meno di 30 ore settimanali, mentre a livello nazionale solo il 25% della popolazione ha questo “privilegio”.

Meno lavoro, più denaro, più tempo libero quindi. Ma anche minore impatto ambientale e maggior giustizia sociale. Autoproducendo, consumando meno energia, acquistando prodotti etici e sostenibili, i bilancisti riducono sensibilmente la loro impronta ecologica. Questo dato evidenzia come i Bilanci di Giustizia non siano un escamotage per avere più soldi a disposizione, quanto piuttosto una modalità per vivere in maniera più consapevole che ha anche ricadute economiche positive. Partendo dall’idea di giustizia e di sobrietà, la scoperta positiva è stata che tutto questo si coniugava con maggior benessere, migliori relazioni e quindi una vita più felice.

È questo il risultato più importante che ottengono le famiglie bilanciste. E questa esperienza è così straordinaria nella sua semplicità e nel fatto che porta vantaggi per tutti – per l’individuo, per la comunità, per l’ambiente – che sono diversi i casi in cui le istituzioni si sono mosse per studiarne i meccanismi, dall’Istituto Wuppertal – che ha indagato sulla correlazione fra qualità della vita, giustizia ed etica –, all’Istat, il cui ex presidente Enrico Giovannini ha dichiarato, riferendosi ai Bilanci di Giustizia, che “partire dalle nostre scelte quotidiane di consumo e di allocazione del tempo di cui disponiamo è un modo per contribuire al cambiamento delle nostre società”.bilanci2

Ma non si tratta di un sovvertimento epocale, di un cambio drastico. È una rivoluzione silenziosa, che inizia dalla vita di tutti i giorni. I bilancisti non sono dei “disadattati” che fanno scelte estreme, poiché uno dei segreti di questo modello è che si adatta perfettamente alle condizioni sociali ed economiche in cui viene applicato. In poche parole: possono farlo tutti, dovunque. È una scelta spontanea e condivisa, prima di tutto con la propria famiglia – da questo punto di vista è molto interessante Fuori Rotta, il programma per far sperimentare la vita da bilancista anche ai ragazzi, che crescono così in maniera consapevole e informata. Come detto all’inizio, parte tutto da una domanda e dalla consapevolezza che è necessario uscire dal paradigma economico del capitalismo e del consumismo. I Bilanci di Giustizia dimostrano che questo si può fare nella vita quotidiana: si comincia con piccoli passi e, a un certo punto, ci si rende conto di essersi liberati da una vera e propria schiavitù.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/01/bilanci-di-giustizia-diventare-famiglia-sostenibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

‘Barriera in Transizione’, cibo sano e autoprodotto in modo sostenibile per migliorare le condizioni sociali

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Costruire un nuovo modello di sviluppo locale basato sulle capacità di resilienza di una comunità a partire dal cibo autoprodotto in modo sostenibile. È questo l’ambizioso obiettivo del progetto appena partito nel quartiere Barriera di Milano a Torino.  Costruire un nuovo modello di sviluppo locale basato sulle capacità di resilienza di una comunità mettendo al centro il concetto di cibo ‘sano’, ovvero prodotto direttamente dai cittadini in modo sostenibile, sia dal punto di vista sociale che ambientale. È questo l’ambizioso obiettivo di ‘Barriera in transizione’, il progetto appena partito nel quartiere Barriera di Milano a Torino, zona nord della città. L’impegno è sia teorico che pratico. Si cerca di sensibilizzare la cittadinanza ai temi dell’autoproduzione, del risparmio domestico e dell’educazione alimentare e contemporaneamente queste virtù vengono tradotte in attività pratiche come la cura di un orto collettivo, l’avviamento di un sistema locale di recupero alimenti in scadenza, l’organizzazione di mercati senza moneta per lo scambio di beni ancora utilizzabili e la costruzione di un forno di comunità per il pane. Come quello di una volta. Il tutto senza mai abbandonare il dialogo con le istituzioni, ma anzi creando un tavolo interistituzionale cittadino in cui lavorare all’estensione di questo modello a tutto il quartiere e alla circoscrizione 6 di Torino. Si tratta del primo progetto di ‘Transition Town’ sviluppato nel capoluogo piemontese, dove per transizione s’intende un movimento culturale che si propone di ‘accompagnare una società’ basata su un’economia di consumo indiscriminato delle risorse e fortemente dipendente da fonti energetiche fossili verso un nuovo modello sostenibile, caratterizzato da un alto livello di resilienza. Iniziative di transizione sono quindi delle azioni volte a sviluppare l’autosufficienza dei cittadini a livello locale. Lo scopo primario è creare comunità che riescano interiorizzare e sviluppare il concetto di resilienza attraverso la rilocalizzazione delle risorse disponibili e la ripianificazione energetico-produttiva. Molte sono i progetti di transizione sorti in tutta Italia, come la vicina ‘Biella in Transizione’. L’iniziativa torinese ha come capofila ong RE.TE, associazione di cooperazione internazionale, ed è promossa da un consorzio di diversi enti, istituzioni e altre associazioni che hanno deciso di unire le proprie competenze. Tra queste Legambiente, Parco del Nobile, Eco dalle Città e la stessa Cirocscrizione 6. Tutti gli attori sono impegnati da tempo nella creazione di sinergie comuni e nella progettazione per favorire un processo di sviluppo sostenibile a Barriera di Milano. L’idea è quella che le attività realizzate possano contribuire al miglioramento del benessere psico-fisico, alle abitudini alimentari e di consumo, oltre che al miglioramento delle condizioni sociali ed economiche. Si incentiverà la partecipazione alla produzione comunitaria di beni alimentari di base, responsabilizzando i partecipanti al lavoro di gruppo, alla condivisione e alla partecipazione per contribuire alla gestione dell’area di lavoro in quartiere. Simili attività di agricoltura civica e sociale possono rappresentare un concreto motore di sviluppo ecocompatibile per la coesione e la costruzione di un tessuto sociale più consapevole, solidale e collaborativo.

Fonte: ecodallecitta.it

Forno Cappelletti: il pane, come si faceva una volta

È stato intrapreso nel 1979 il percorso che ha portato Maurizio e Claudio a proporre solo prodotti naturali e biologici, accorciando la filiera e fornendo i negozi alimentari del territorio in linea con gli stessi principi e valori del Forno Cappelletti, che prepara il pane proprio come si faceva una volta. È ancora possibile offrire al territorio un pane genuino, fresco e sano? Osservando il Forno Cappelletti possiamo proprio dire di sì. Abbiamo piacere di ascoltare la storia di questa realtà tramite la voce di Maurizio e Fabio, che si alternano nel racconto in maniera puntuale e precisa.

Maurizio gestisce il laboratorio dal 1979, quando con la moglie decise di comprare un pezzo di terra e iniziare questo percorso insieme. Dopo dieci anni è stato comprato un nuovo laboratorio, segno che il trascorrere del tempo ha dato energie all’intera famiglia nel proseguire il progetto con lo stesso entusiasmo. Come però si è giunti a produrre solo prodotti naturali è lo stesso Maurizio a dircelo. “Circa otto anni fa avevo iniziato a leggere, a informarmi approfonditamente, su più argomenti: a livello spirituale, ecologico, di natura e di sistema. È così che siamo arrivati a fare solo prodotti naturali e biologici”.

A fianco a lui c’è Fabio, al quale Maurizio passa il microfono. “Prima di arrivare a lavorare nel forno di famiglia, ho avuto altre esperienze lavorative importanti e molto formative. Sentivo già dentro di me un richiamo verso qualcosa di più naturale e vicino alle mie attitudini. Ed è così che ho avuto un richiamo definitivo nel venire a lavorare nell’azienda di famiglia”.fornocappelletti1

Un cambiamento che ha coinvolto più aspetti della vita di Fabio. “In questo periodo è iniziato un processo di cambiamento, ho iniziato anche io a informarmi su certi aspetti che non avevo mai preso precedentemente in considerazione”. E questa ricerca è andata di pari passo con le scelte professionali e lavorative. “Questo cambiamento personale l’ho ritrovato anche nel mio ambito lavorativo. Ho iniziato a fare prodotti che si avvicinavano alla mia idea di alimentazione. Ho iniziato a creare biscotti nuovi: senza latte, uova, dolcificanti raffinati e quindi senza zucchero bianco”. Non solo, anche prodotti salati come cracker e prodotti secchi più sfiziosi, ma sempre in linea con i valori promossi dal Forno. Maurizio aggiunge che tra le varie produzioni ci sono anche quella di farro e di grano tenero integrale e bianco romagnolo. Claudio ci spiega le scelte relative ad una economia più di prossimità. “Ho cercato di accorciare la filiera, cercando di sapere da dove veniva il mio grano. Ho trovato, guardandomi attorno, un’altra realtà: un mugnaio che produce grani antichi autoriprodotti”. Egli non lesina complimenti al mugnaio, conscio dell’importanza del suo lavoro per l’intero settore agricolo. “Ha dato, nel suo intorno, un valore, all’agricoltura”. Il circolo funziona così:“il mugnaio fornisce questi grani antichi agli agricoltori, che li coltivano. Lui li ritira, li macina e crea per noi la farina, sempre integrale o semi integrale”. Stiamo parlano di una piccola realtà che ha avuto ottimi risultati negli ultimi tempi. “Negli ultimi anni siamo cresciuti molto – continua così Fabio – la nostra è un’attività a conduzione familiare. Lavoriamo ad oggi in 8”.fornocappelletti2

E prosegue Maurizio, insistendo sulla genuinità dei prodotti del Forno. “Il nostro pane è fatto tutto a mano, con la pasta madre fatta e curata da noi”. È un duetto piacevole da ascoltare, Fabio infatti aggiunge che “al giorno d’oggi il pane è prodotto quasi tutto industrialmente. E’ fatto, quasi tutto, con dei sacchi di miscele chiamati preparati con molto glutine, farine raffinate, miglioratori per conservare il pane. Facciamo così dei prodotti che non sono adeguati al nostro organismo, alla nostra digestione. Sono adatti alla produzione”.

L’importanza della digeribilità del prodotto offerto dal Forno Cappelletti è fondamentale per Maurizio. “Facciamo un tipo di pane che oggi mettiamo nel frigo, e sta lì ventiquattro ore. Quello è il pane più digeribile in assoluto, perché te l’hanno mezzo digerito gli enzimi. Il nostro pane dura una settimana, non hai bisogno di andare comprarlo tutti i giorni e hai sempre un pane che è genuino”.

Ci sorprende che sia Fabio a parlarci della storicità del Forno, segno che le tradizioni si sono ben depositate anche tra i più giovani in famiglia. “Abbiamo una rivendita a Dovadola, lì c’è il nostro punto vendita dal 1979. Abbiamo iniziato a servire i primi punti macrobiotici e i primi negozi di alimenti naturali negli anni ottanta che sono nati nel nostro territorio. E oggi, da quando abbiamo fatto la certificazione biologica, abbiamo potuto accedere ad altri mercati. Serviamo tutti i negozi di alimenti biologici e naturali che sono in Romagna”.fornocappelletti4

Un cambiamento fatto di tante realtà nella Romagna Che Cambia. “Vedere che ci sono in zona altre realtà che vanno in questa direzione – continua Fabio – è una grande soddisfazione. Romagna Che Cambia è una regione da un grandissimo potenziale: la vedo in un futuro molto green, che si auto sostiene e autoproduce quel che necessita. Molta più gente che cerca di capire cosa mangia, da dove viene il cibo studiando tutto quello che ci sta dietro, dall’impatto ambientale alla valorizzazione degli artigiani e dei prodotti locali. Perché in Romagna c’è tutto: il mare, la montagna, la campagna”.

Non possiamo non chiudere l’articolo con le parole di Fabio, che negli ultimi dieci anni dice di aver notato un buon miglioramento. “Sempre molta più gente si avvicina a questa filosofia di vita, legata ad un’alimentazione più sana e genuina”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/12/io-faccio-cosi-147-forno-cappelletti-pane-come-si-faceva/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Grani antichi, autoproduzione e magia: vivere felici a Tempa del Fico

Si può vivere lontani da ogni centro abitato, spersi nella natura selvaggia dell’altopiano cilentano, eppure immersi in un fitto tessuto di relazioni sociali? La storia di Tempa del Fico, ovvero di Donatella, Angelo e delle loro due figlie, dimostra che non solo è possibile, ma anche estremamente appagante. Questa è la storia di un luogo magico in cui si autoproduce tutto e si vive felici, e delle persone speciali che l’hanno creato.

“Devi superare uno spiazzo e poi girare a destra nella stradina sterrata, fai quattro chilometri e quando vedi un cartello giallo con scritto Tempa del Fico svolti a destra. Mi raccomando non seguire il navigatore sennò finisci fuori strada!”

Sono le dieci di sera. La nostra macchina serpeggia seguendo le curve di una stradina di campagna che si inerpica per gli altopiani del Cilento. I fari della macchina spazzano la strada con due coni di luce, tutto attorno è già buio. Sono al telefono con Angelo che cerca di spiegarmi la via più breve per arrivare: è una mezz’ora abbondante che seguiamo la strada di campagna e dovremmo esserci quasi, ma il navigatore impazzito segna che mancano ancora 40 minuti, forse ad indicarci che in quel luogo il tempo scorre più lentamente. Angelo, al telefono, mi rassicura: “Tranquillo, dieci minuti e state qua”.

Quando finalmente arriviamo troviamo un cagnolone bianco come la neve che viene a farci le feste e Angelo che ci attende all’ingresso. “Venite che la cena è quasi pronta”. Nonostante l’ora tarda ci hanno aspettato per mangiare. Donatella ha preparato una zuppa di grano (il loro grano), una torta salata con la zucca e del pane raffermo fatto a tozzetti e condito con olio, origano e altre spezie e olive nere essiccate nella cenere; poi tira fuori una ricotta salata e un salamino di cinghiale che gli ha portato un pastore vicino. Il tutto innaffiato da ottimo vino rosso.

A tavola con noi, assieme ad Angelo e Donatella ci sono le loro due figlie Annarita e Mariantonia e due ragazze che fanno woofing. Sarà per il cibo meraviglioso, la conversazione, o il vino, sarà forse per un insieme di elementi ma mi sento invaso da una sensazione di pace. Dopo un lungo viaggio in macchina durato tutto il giorno ho l’impressione di essere arrivato a casa.

Tempa del Fico: così si chiama questo luogo del tutto particolare, sperduto in mezzo ai monti nel cuore del Cilento, dove Angelo e Donatella hanno costruito una casa, una famiglia e un modo sereno e accogliente di stare al mondo.10408719_10204809803238216_3460126989773636728_n

Tutto è iniziato agli inizi degli anni Novanta, quando Angelo acquistò il terreno. Ai tempi aveva ancora un lavoro tradizionale in città, ma piano piano iniziava a lavorare sempre meno e ad autoprodurre sempre di più. “Ai tempi non la chiamavamo ancora transizione, ma la facevamo”, commenta Angelo, che nel frattempo iniziava a ristrutturare la casa secondo i principi della bioarchitettura.

Poi un giorno arrivò Donatella: lavorava da un orefice, fabbricava gioielli prezioni, collane, anelli, monili. Portava sempre i tacchi e si vestiva di tutto punto, ma non era felice: “A un certo punto non stavo più bene, ero anemica, sempre stanca, insoddisfatta. Gli amici e i familiari insistevano perché andassi a stare in campagna per qualche giorno, così arrivai qui. E qui sono rimasta”.

L’amore con Angelo, poi le due bambine. E un lento ma costante apprendimento di tutti quei saperi che il vivere in campagna richiedeva: riconoscere le piante, gli animali, cucinare. Oggi la famiglia Avagliano vive autoproducendo praticamente tutto, dalla farina, al pane, alla pasta, a tutti i tipi di vegetali e frutta, alle conserve e tutto il resto. I grani che coltivano sono grani antichi cilentani, e i metodi di coltivazione sono attenti a preservare la ricchezza del terreno. Quel po’ di reddito monetario di cui hanno bisogno lo ricavano attraverso l’ospitalità e vendendo i loro prodotti.13327528_10208294760879979_8039068592373336747_n

Si potrebbe pensare che sia una vita isolata, quasi eremitica, ma è esattamente l’opposto. Infatti sono immersi in un tessuto di relazioni molto forte e collaudato. Ci sono i vicini e le vicine, che vengono spesso a far visita, ci sono gli ospiti sempre numerosi, ci sono gli amici delle due bambine che amano giocare in questo paradiso (soprattutto da quando c’è anche un tappeto elastico!).

Addirittura assieme ai “cumpari”, ovvero gli altri contadini e produttori della zona fra cui anche Terra di Resilienza, hanno fondato la Cumparete, una rete informale di relazioni incentrata su rapporti di condivisione e collaborazione. E hanno dato vita alla “Ciucciopolitana”, una metropolitana rurale in cui al posto delle carrozze ci sono i “ciucci”, gli asini, che accompagnano grandi e bambini nelle escursioni.

Queste e tante altre storie e iniziative ci hanno raccontato Angelo e Donatella durante i nostri due giorni di permanenza alla Tempa del Fico. Tuttavia è difficile raccontare questa esperienza a parole (e in questo, per fortuna, mi viene in aiuto il bel video qua sopra girato e montato da Paolo Cignini), perché l’essenza di questa famiglia e delle sue attività non sta – o perlomeno non solo – nelle cose che fanno, per quanto siano numerose e incredibili, ma nell’odore e nei colori di questo luogo, nell’atmosfera che vi si respira. Nella capacità di vestire la straordinarietà della loro esperienza con gli abiti della più assoluta normalità e naturalezza. Niente è fuori posto, niente appare forzato. La gioiosa diversità delle due bambine, l’una calma e introspettiva, amante della lettura e dello studio, l’altra più “selvaggia” ed energica, che fa home-schooling e sa riconoscere tutte le erbe e cavalcare il mulo di famiglia, sembrano l’eco di una connessione profonda con il luogo e la sua biodiversità.12814385_10207530682338493_2371574138971454347_n

Il secondo giorno, prima di ripartire, Angelo ci fa vedere come fare la pasta e Donatella ci porta a raccogliere la melassa per fare un infuso. Pranziamo assieme: ci sono ospiti, la tavolata conterà una quindicina di persone o forse più. Poi i saluti. Ce ne andiamo con la pancia piena di cibo e la testa ed il cuore di tante altre cose.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/07/io-faccio-cosi-127-grani-antichi-autoproduzione-e-magia-vivere-felici-a-tempa-del-fico/