Chi spiega all’avvocato che la CO2 intrappola il calore anche se invisibile?

Secondo il leader dell’opposizione della destra australiana, la CO2 è irrilevante in economia perchè è invisibile. Qualcuno potrebbe spiegare all’avvocato la chimica e la fisica elementari?Abbott-586x440

Farebbe ridere, se non fosse tragica, l’ultima alzata di ingegno del capo dell’opposizione di destra australiana: recentemente ha criticato l’emission trading (1) della CO2, in quanto mercato di una “sostanza invisibile, inodore, insapore e senza peso”. Probabilmente l’avvocato è rimasto fermo ai testi di Aristotele. Qualcuno dovrebbe forse spiegargli che dalla metà del ‘600 Torricelli e Pascal hanno dimostrato che i gas hanno un peso. Inoltre, nel 21° secolo non solo gli scienziati, ma anche tutti i cittadini, sanno bene che ci sono cose invisibili all’occhio che hanno un grande impatto, come i raggi X, la radioattività, i virus ed anche la gravità. John Cook fa inoltre giustamente notare su Skeptical Science che è proprio l’invisibilità della CO2 la causa del global warming. Il biossido di carbonio è infatti “invisibile” all’occhio umano perchè non assorbe nello spettro della luce visibile (la nebbia e le nuvole sono invece “visibili” perchè assorbono parte della luce). Se la CO2 fosse visibile, assorbirebbe energia e quindi il suo accumulo in atmosfera raffredderebbe il pianeta. La CO2 assorbe invece  nell’infrarosso, cioè la regione dello spettro di onde più lunghe di un micron (vedi grafico), quella dove la terra e gli oceani emettono verso lo spazio per mantenere l’equilibrio termico del pianeta. L’infrarosso emesso dal terreno è invisibile, ma è ben percepibile come energia radiante dai nostri recettori termici (2). Una parte del calore che normalmente verrebbe irraggiato nello spazio viene intrappolato e a sua volta re-irraggiato verso terra, con un effetto simile a quello di un lenzuolo o di una coperta. Purtroppo il fatto che la CO2 sia invisibile e gassosa non ci fa percepire il livello di inquinamento dell’atmosfera. Come ben dice Luca Mercalli, se invece fosse marrone e solida…Spettro-di-assorbimento-della-CO2

(1) E’ da notare che l’emission trading non è una tassa sulle emissioni di CO2, ma un modesto approccio liberista al problema: si comprano e si vendono permessi di emissione, così che chi è più virtuoso può guadagnare dalle riduzioni.

(2) Se si avvicina la mano a 10 cm da un ferro da stiro acceso appoggiato in posizione verticale si sente il calore radiante emesso nell’infrarosso anche se il nostro occhio non lo vede. La posizione verticale è necessaria per escludere il flusso di calore convettivo dell’aria calda.

Fonte. ecoblog

Bombe Usa su barriera corallina in Australia, per i militari è stato un incidente

Due aerei da combattimento statunitensi hanno sganciato 4 bombe sulla barriera corallina in Australia. I militari si difendono e spiegano che è stato un incidente involontarioreef-594x350

Quattro bombe disarmate, sono state sganciate sabato, durante la Talisman SABER, l’esercitazione militare congiunta Usa-Australia lungo la barriera corallina, Parco marino e patrimonio dell’Unesco. I due AV-8B Harrier jet della Settima Flotta sono decollati dalla portaerei USS Bonhomme Richard che si trovava al largo delle coste del Queensland per una esercitazione in mare sabato mattina. Al momento dell’esercitazione, peraltro, sembra che nella zona prescelta fossero presenti anche imbarcazioni di civili. La causa dell’incidente, ossia il rilascio delle bombe in area protetta, secondo le prime spiegazioni fornite dai militari, sembra sia dovuta al fatto che gli aerei avessero terminato il carburante. I piloti così hanno deciso di disfarsi del peso a causa dell’emergenza. La Marina degli Stati Uniti e le autorità australiane stanno indagando sull’incidente. Le esercitazioni della Talisman SABER iniziate lo scorso 15 luglio dovrebbero concludersi il prossimo 6 agosto. La US Navy sta pianificando di recuperare le bombe che giacciono a circa 100 chilometri al largo e circa 16 miglia nautiche a sud di Bell Cay nel Parco Marino della Grande Barriera Corallina e i militari rassicurano circa il fatto che le bombe siano inerti. Anche la Difesa australiana ha dichiarato che:

Le bombe rappresentano il minimo rischio o pericolo per il pubblico, l’ambiente marino o il trasporto civile.

Ma Larissa Waters senatrice australiana del Partito dei Verdi Senatore ha dichiarato che è scandaloso che anche per emergenza siano sganciate bombe su un Patrimonio dell’Umanità:

Siamo completamente impazziti? È questo il modo in cui si tutelano le nostre aree Patrimonio Mondiale adesso? Lasciare che una potenza straniera ci sganci sopra delle bombe?

La Grande Barriera Corallina è un patrimonio mondiale dell’UNESCO ed è il più grande sistema di barriera corallina del mondo, composto da oltre 2.900 barriere individuali e 900 isole, si estende per più di 2.600 chilometri (1.600 miglia) lungo la costa nord-est dell’Australia.

Fonte: RT

Diavoli della Tasmania a rischio estinzione: gli ambientalisti australiani scendono in campo

La costruzione di dieci miniere nella regione di Tarkine, l’unica immune dal tumore facciale che ha decimato gli animali, potrebbe mettere a repentaglio la sopravvivenza della specie92487740-586x373

Gli ambientalisti australiani sono sul piede di guerra e hanno recentemente depositato una seconda azione legale contro la proposta di accelerare la costruzione di una nuova miniera aRiley Creek. La località si trova nella regione di Tarkine, nella Tasmania nord-occidentale, in un territorio dove nei prossimi cinque anni dovrebbero nascere ben dieci miniere e, secondo i movimenti che contestano la costruzione della nuova miniera, il processo di approvazione è stato “falsificato” dal governo locale per favorirne l’apertura. La tensione è forte: se da una parte ci sono le proteste degli ambientalisti, dall’altra proliferano i raduni che pro-miniere che vedono nei siti estrattivi una soluzione contro la crisi economica, anche perché la Tasmania è la regione con il più alto tasso di disoccupazione di tutta l’Australia. Il Tarkine è l’ultima zona nella quale non si è ancora diffuso il tumore facciale che ha ucciso più dell’80% della popolazione mondiale del diavolo della Tasmania: secondo gli ecologisti la costruzione delle miniere e l’attività estrattiva potrebbero avere un impatto devastante su questi animali, mettendone a rischio la sopravvivenza. L’Autorità di Protezione Ambientale della Tasmania abbia detto che il progetto di Riley Creek è

in grado di essere gestito in maniera ecologicamente accettabile, a condizione che le autorizzazioni ambientali imposte vengano accettate.

Il che include anche l’impatto che la costruzione e le attività della miniera avranno sui diavoli della Tasmania. Tre delle dieci miniere saranno in un’area di 15 chilometri ed è dunque opportuno che le valutazioni di impatto vengano fatte in maniera cumulativa. Il Tarkine – in cui ha sede la seconda foresta pluviale temperata più grande del mondo – rischia di diventare il prossimo campo di battaglia fra due fazioni fortemente polarizzate, pro o contro l’attività estrattiva. Non è una novità. Proprio in Tasmania è nato il primo partito politico verde del mondo, la tradizione di difesa del patrimonio naturale fa parte del Dna del territorio. I diavoli della Tasmania, insomma, sono in ottime mani.

Fonte:  The Guardian

 

Australia, il surriscaldamento dei mari causa della moria dei delfini

 

I ricercatori hanno stabilito un rapporto di causalità fra il surriscaldamento delle acque marine e la moria e di delfini e pesci

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Gli esperti lanciano l’allarme: lo spiaggiamento di molti delfini avvenuto quest’anno, potrebbe essere un anticipo di quello che sarà il futuro impatto dei cambiamenti climatici. I delfini spiaggiati e i pesci morti rintracciati con preoccupante frequenza nei primi mesi del 2013 potrebbero diventare una caratteristica ricorrente sulle spiagge del Sud Australia, specialmente se continuerà il trend in costante crescita delle temperature che, nelle prime settimane dell’anno, hanno fatto registrare livelli record. Vic Neverauskas, direttore della sezione virus acquatici del Biosecurity South Australia, ha affermato come fosse logico supporre un rischio più elevato di eventi simili visto che i mari stavano seguendo una tendenza al riscaldamento dovuta ai cambiamenti climatici. L’eccessivo calore ha prolungato in maniera anomala la vita delle alghe: le temperature di ben 5 gradi superiori alla media, unite al fenomeno dell’upwelling (la direzione del vento contraria alla rotazione terrestre): così è scattata la trappola per i piccoli pesci che ha provocato un effetto domino su tutto l’ecosistema marino. Per quanto riguarda i delfini, i mammiferi sarebbero stati vittima di un virus moltiplicatosi in virtù dell’immuno-soppressione dovuta all’eccesivo calore.

Anche se questi tipi di eventi sono rari e sfortunati, capire la loro causa attraverso ricerche e indagini è il modo migliore per prevenire questi problemi,

ha dichiarato il ministro dell’Alimentazione e della Pesca del South Australia,Grace Portolesi. Nel Vecchio Continente freddo e maltempo non danno tregua, ma non ci si deve illudere: i cambiamenti climatici ci sono e questo è solo un esempio dei devastanti effetti che possono avere.

Fonte: The Guardian

Cambiamenti climatici, il vino emigrerà verso nord?

Sapevate che fino a un secolo fa l’Algeria era il maggior produttore mondiale di vino? Che un vino del New Jersey è “statisticamente indistinguibile” da un vino francese? E (ma questa è più facile) che la Cina fosse il paese dalla più rapida crescita vinicola? Cose che dipendono, anche, dai cambiamenti climatici.8447360068_0b8a6a9a1e_b-586x394

Nel marzo 2013 è stato pubblicato su PNAS(Proceedings of the National Academy of Sciences) questo studio relativo all’impatto dei cambiamenti climatici sul vino (sulle vigne in senso agricolo): entro il 2050 fino all’86% delle aree europee del Mediterraneo dove ora si produce vino potrebbe non essere più adatta alle viti a causa delle modifiche che subirà il clima. I risultati mostrano con chiarezza come le estati sempre più calde e gli inverni sempre più gelidi stiano mettendo a rischio forse IL prodotto per eccellenza del made in Italy: il vino. Il fenomeno, viene da sè, interesserà tutto il pianeta: la California, oggi terra di eccellenti vini (sopratutto bianchi Chardonnay e rossi Cabernet Sauvignon e Syrah) arriverà a perdere fino al 60% dei suoi vitigni, così come il Cile (-25%) ed Australia (-70%), ma è il Mediterraneo che subirà i danni maggiori. Se da un lato del mare nostrum l’avanzata del deserto negli ultimi 100 anni ha completamente cancellato la produzione vinicola nordafricana, dall’altro il vino conosce oggi una nuova, splendida ed eccellente giovinezza; un periodo che però è messo a serio rischio dai cambiamenti climatici, che potrebbero spazzare via fino all’86% dei vitigni dei paesi del Mediterraneo europeo. Se al di là dell’Atlantico l’area del Parco di Yellowstone diventerà il territorio più produttivo entro i prossimi 50 anni (oggi non c’è nemmeno un vitigno): lo spostamento verso nord delle terre da uva potrebbe portare gli americani ad impiantare vitigni fino ai confini con il Canada, nello Yukon (un tempo famoso per la neve, il ghiaccio ed i cercatori d’oro). Questo fenomeno è mostrato chiaramente nella mappa qui sotto.

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In altre zone del pianeta invece potrebbe diventare impossibile continuare con la produzione vinicola: spostandosi ai poli, le terre da vino di Sud Africa, Cile ed Australia si assottigliano sempre di più e potrebbero scomparire del tutto. In Europa dramma che interesserà sopratutto Italia e Spagna, che potrebbero arrivare a perdere oltre la metà dei loro vitigni preziosi, ma la tendenza è ormai già incline ad andare verso nord. L’aumento delle temperature aumenta il contenuto zuccherino negli acini aumentando la gradazione del prodotto finale e diminuendone l’acidità: ciò implica necessariamente una sostanziale modifica negli aromi, rendendo più complessa (a palati esperti e non) ed incerta la degustazione (e diminuendo la produzione). Questo potrebbe avere conseguenze dirette anche sul mercato dei vini, rendendo competitivi vitigni che prima erano considerati di bassa lega (come quelli americani o, fino a qualche anno fa, quelli sudafricani oggi molto apprezzati). Un problema che si è cercato di affrontare già da tempo, ad esempio impiantando ceppi più resistenti o introducendo nuovi metodi di irrigazione. Ma è poco ciò che il produttore può fare di fronte al cambiamento climatico in atto:

In questo scenario le produzioni si sposterebbero più a nord. In nord Europa le aree vinicole aumenteranno del 99%, in Nuova Zelanda del 168 e nel nord America del 231.

si legge nello studio.

Fonte:  Conservation International

Completato in Australia il condominio in legno più alto del mondo

Grazie al sistema costruttivo “CLT” il condominio in legno di Melbourne ha permesso di ridurre del 30% i consumi, abbattendo oltre 1.400 tonnellate di CO2 rispetto a calcestruzzo e acciaio. E’ stato inaugurato lo scorso mese uno dei condomini in legno più alti del mondo: il Fortè Living di Melbourne. Parte integrate dello sviluppo del nuovo quartiere di Victoria Harbour, i 32 metri dell’edificio Fortè Living sono stati completati in poco meno di un anno, confermando le innumerevoli potenzialità del sistema costruttivo in legno.

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La tecnica impiegata per il condominio di Melbourne è il CLT, Cross Laminated Timber, un sistema costruttivo che permette di sostituire totalmente l’acciaio ed il calcestruzzo, con elementi laminati in legno massiccio ad alta resistenza. Oltre a ridurre i tempi costruttivi del 30%, le costruzioni in legno permettono di ridurre l’impatto dell’intero ciclo di vita dell’edificio del 22%, come sottolinea Daryl Patterson, Responsabile di progetto della Lend Lease, la società impegnata nella costruzione dell’ecoquartiere Victoria Harbour. “Fortè è costruito sul principio che ciò che è buono per l’ambiente è altrettanto positivo per i residenti. Utilizzando il sistema CLT l’edificio offre migliori prestazioni termiche richiedendo meno energia per riscaldare e raffreddare, il che significa riduzione dei costi energetici e di acqua, con un risparmio medio di $ 300 per anno, fino al 25% in meno rispetto a un tipico edificio tradizionale simile”. Scegliendo solo legname certificato e proveniente da coltivazioni di conifere locali, l’edificio permetterà di risparmiare circa 1.400 tonnellate di CO2 rispetto alle costruzioni tradizionali. L’obiettivo di Fortè Living è di raggiungere la certificazione australiana 5 Star Green Star applicando numerose altri accorgimenti per la massima efficienza energetica dell’edificio, come il recupero delle acque piovane, il verde pensile, il risparmio elettrico ed un involucro ad alte prestazioni, illustrati con grande accuratezza nel sito di presentazione del progetto.

IL VIDEO DEL CANTIERE

Fonte: rinnovalibi.it

Australia: fallita la più grande compagnia di legname dell’emisfero sud

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Anche se sconosciuta in Italia, per 140 anni l’ Australiana Gunns è stata la più grande compagnia di legname dell’emisfero sud.  Dopo avere accumulato 750 milioni di dollari di debito ora è stata posta in liquidazione.

Gli ambientalisti dell’emisfero sud tireranno un sospiro di sollievo; per anni la Gunns è stata nel mirino degli attivisti per la sua produzione di cippato da foreste vergini e per la sua abitudine di eliminare tutta la fauna selvatica con il famigerato veleno 1080 prima delle operazioni di taglio. La proposta di costruzione di una cartiera nella Bell Bay, Tasmania, ha incontrato la vigorosa opposizione della popolazione locale ed il progetto è stato fermato. Due stabilimenti della Gunns in Tasmania verranno convertiti in alberghi per ecoturismo. Questa vicenda mette in luce il grande ruolo che la società civile può avere per fermare i progetti di devastazione ambientale; in questo caso la crescente impopolarità dei tagliatori di foreste ha fatto sì che nessuna banca se la sentisse di esporsi presso l’opinione pubblica per salvare le sorti della compagnia.

Fonte: ecoblog

 

Le sporche esportazioni fossili saranno un boomerang per l’Australia?

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L’Australia ha un elevato tenore di vita, più simile all’ americano che  all’europeo. Anche le emissioni di CO2 ne risentono: 17,3 tonnellate pro capite nel 2011, due e volte e mezza quelle dell’Italia e solo il 10% in meno di quelle USA.

L’Australia tuttavia è anche un grande esportatore di CO2; tramite il suo export di carbone, 180 Mtep, ne produce indirettamente oltre 680 Mt ogni anno, ovvero ben 30 t per abitante.(1)

Tra la CO2 dovuta ai consumi e quella legata alle esportazioni, l’Australia contribuisce non poco alle emissioni totali, circa il 15%; un risultato non proprio invidiabile per una nazione che rappresenta solo lo 0,3% della popolazione mondiale! Allo stesso tempo, il global warming si sta ritorcendo in modo particolare contro il continente australe, sotto forma di ondate di calore straordinarie, siccità,  incendi,inondazioni furiose. L’Australia è una terra in gran parte desertica con un ecosistema piuttosto fragile (2) e quindi particolarmente sensibile alle variazioni climatiche. Gli australiani non sono obbligati ad esportare il loro carbone e potrebbero lasciarlo sottoterra, cercando altre fonti di reddito dal turismo, dalla green economy o dalle nuove tecnologie. Dopotutto non si tratta solo di etica planetaria, ma anche di garantire la propria sopravvivenza.

(1) Fonte: BP statistical review. 180 Mtep di carbone producono 717 Mt di CO2. A queste vanno sommate 41 Mt originate dall’export di 17 Mtep di gas e sottratte 76 Mt dovute all’import di 25 Mt di greggio.

(2) Alcune associazioni ambientaliste ritengono che il livello di popolazione sostenibile dall’ecosistema australiano con il corrente tenore di vita sarebbe pari a 10 milioni di persone, meno della metà della popolazione attuale

Fonte: ecoblog