Un tessuto nanotech contro l’inquinamento

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Si chiama The Breath il tessuto multistrato che sfrutta le nanotecnologie per catturare gli inquinanti presenti nell’atmosfera. Questa tecnologia può essere utilizzata per purificare l’atmosfera, il tutto a impatto zero, senza consumare energia, ma soltanto sfruttando il naturale riciclo dell’aria. Il tessuto può essere utilizzato per produrre pannelli pubblicitari anti-smog oppure supporti informativi per gli edifici pubblici, pannelli didattici o divisori in ufficio.

Realizzata dalla start up pavese Anemotech che l’ha brevettata, questa innovativa tecnologia di purificazione dell’aria verrà introdotta sul mercato nella seconda metà del 2016 ed è già stata testata allo Stadio di San Siro e a Expo 2015.

The Breath, come spiega Gianmarco Cammi, direttore operativo di Anemotech e co-inventore del tessuto, è “composto da due strati esterni in tessuto idrorepellente con proprietà battericide, antimuffa e antiodore e uno strato intermedio in fibra adsorbente carbonica addittivata da nanomolecole, capace di separare, trattenere e disgregare le microparticelle inquinanti come gli ossidi di azoto e i composti organici volatili”. La quota di riduzione dell’inquinamento atmosferico è quantificabile in un 20%.

Fonte:  The Breath | Ansa

Immagine | Youtube

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Gas serra, record globale nel 2013. I nuovi dati dell’Organizzazione meteorologica mondiale

Lo scorso anno, la quantità di gas serra nell’atmosfera ha raggiunto un nuovo livello record, spinta da un’impennata dei livelli di anidride carbonica. Lo confermano i dati annuali della World meteorological organization

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Lo avevano detto, nei mesi scorsi, anche l’IPCC e la National oceanic and atmospheric administration. L’ennesima conferma arriva ora dall’Organizzazione meteorologica mondiale, che nel suo Greenhouse gas bulletin annuale ha ribadito che «la quantità di gas serra nell’atmosfera ha raggiunto un nuovo livello record nel 2013, spinta da un’impennata dei livelli di anidride carbonica». Lo scorso anno, in particolare, la concentrazione di CO2 nell’atmosfera ha raggiunto a un livello «pari al 142% rispetto all’era preindustriale (il 1750), mentre metano e ossidi d’azoto sono stati rispettivamente al 253% e al 121%». Inoltre, il tenore di anidride carbonica è cresciuto molto più tra il 2012 e il 2013 che in ogni altro anno dal 1984 a oggi. Oltre all’aumento costante delle emissioni globali, la causa potrebbe essere in un ridotto assorbimento della CO2 atmosferica da parte della biosfera.  Quale che sia la causa, comunque, i meteorologi avvertono che il pericolo per gli equilibri climatici mondiali è serissimo, sottolineando la «ancor maggiore urgenza nella necessità di un’azione internazionale concertata contro mutamenti climatici potenzialmente devastanti e che stanno accelerando». Tornando ai dati, il bollettino annuale della World meteorological organization rivela che tra il 1990 e il 2013 si è registrato un incremento del 34% nel cosiddetto “forcing radiativo” (il cambiamento nella radiazione netta media alla sommità della troposfera causato da un cambiamento della radiazione solare o infrarossa, ndr), ovvero l’effetto di riscaldamento sul nostro clima – a causa di gas serra come anidride carbonica, metano e ossidi d’azoto.  Agli attuali tassi di incremento, la concentrazione atmosferica media della CO2 potrebbe superare la soglia “simbolica” delle 400 Parti per milione – indicata dagli scienziati come il limite da non oltrepassare per contenere l’aumento globale di temperatura entro i due gradi Centigradi – già tra il 2015 e il 2016. Il tempo stringe davvero.

Leggi il comunicato WMO (in inglese)

Scarica il Greenhouse gas bulletin della WMO

 

Fonte: ecodallecitta.it

Buco dell’ozono: 4 nuovi gas nocivi scoperti nell’atmosfera

Tre clorofluorocarburi (Cfc) e un idroclorofluorocarburo (Hcfc) non inclusi nelle restrizioni del protocollo di Montréal sono stati scoperti nell’emisfero boreale e in quello australe

Uno studio internazionale che ha coinvolto ricercatori di Germania, Regno Unito, Francia, Australia, Paesi Bassi e Svizzera ha rilevato nell’atmosfera quattro nuovi gas appartenenti alla famiglia dei clorurati che potrebbero contribuire alla distruzione dello strato di ozono. Si tratta di un’indagine condotta nei due emisferi. I ricercatori hanno analizzato campioni di aria raccolti nell’ambiente a partire dagli anni Settanta, a Cap Grim, a nord-ovest della Tasmania, una regione esente da fonti di inquinamento vicine. Essi hanno compiuto lo stesso tipo di studio con campioni imprigionati nella neve compatta della calotta polare della Groenlandia. Tanto nell’emisfero boreale come in quello australe sono stati scoperti tre clorofluorocarburi (Cfc) e un idroclorofluorocarburo (Hcfc) che non erano mai stati scoperti fino a oggi. Si tratta di prodotti che erano assenti dall’atmosfera prima del 1960. Utilizzati come refrigeranti, come solventi o negli aerosol, questi gas sono stati vietati in ragione del loro effetto nocivo sull’ozono stratosferico che protegge l’atmosfera. Il protocollo di Montréal, entrato in vigore nel 1989 e ratificato in 196 Paesi ha ridotto progressivamente il loro utilizzo, totalmente proscritto a partire dal 2010, a eccezione delle applicazioni di nicchia, specialmente quelle mediche. Scoperti questi nuovi quattro gas, i ricercatori prevedono di proseguire le investigazioni e di riconsiderare la modalità con cui gli industriali dichiarano i gas clorurati, fra cui gli isomeri che sfuggono alle limitazioni di utilizzo del protocollo di Montréal. Johannes Laube e i colleghi del team internazionale che ha curato lo studio calcolano che 74mila tonnellate di questi quattro “nuovi” gas siano state rilasciate negli anni Ottanta. Poco rispetto al milione di tonnellate annue di Cfc emessi su scala globale, ma anche se si stoppasse subito l’emissione di questi quattro gas, essi resterebbero comunque presenti per decenni.880932141-586x389

Fonte:  Le Monde

PFTBA il gas serra 7 mila volte più potente della CO2 e prodotto per usi industriali

Un nuovo gas presente in atmosfera è stato appena scoperto: è il PFTBA ovvero perflurotributilamminagas-serra-594x350

Tracce di un gas serra noto come perflurotributilammina che si ritiene abbia un impatto potente sul riscaldamento globale sono state rilevate i atmosfera per la prima volta. I risultati sono stati esposti in uno studio on line dal 27 novembre sulla rivista Geophysical Research Letters redatto dai ricercatori dell’Università di Toronto. Il PFTBA è stato usato nelle apparecchiature elettriche dalla metà del 1900 e a oggi non ci sono politiche in atto per disciplinare l’uso in particolare nel contesto dei cambiamenti climatici. Non si trova in natura e viene prodotto per usi industriali. Gli scienziati hanno scoperto piccole quantità di una sostanza chimica industriale, nota come perflurotributilammina (PFTBA), nell’atmosfera e tracce di PFTBA sono stati valutate capaci di influenzare i cambiamenti climatici più dell’anidride carbonica (CO2), il gas più importante a effetto serra nell’atmosfera. Questa potenza viene misurata con l’efficienza radiativa che descrive come effettivamente una molecola rilasci una radiazione ad onda lunga nello spazio. Maggiore è l’efficienza radiativa, maggiore è l’influenza della molecola sul clima. Questo valore viene poi moltiplicato per la concentrazione atmosferica del gas a effetto serra per determinarne l’impatto sul clima globale. Il PFTBA è risultato avere il più alto potenziale di influenza sul clima più di tutti i prodotti chimici conosciuti fino ad oggi.

Ha detto la co-ricercatrice Angela Hong del Dipartimento di Chimica dell’Università di Toronto:

Calcolato su un arco di tempo di 100 anni, una singola molecola di PFTBA ha l’impatto climatico equivalente a 7.100 molecole di CO2. E’importante notare che la quantità di PFTBA nell’atmosfera è ancora in concentrazioni globali molto inferiori rispetto all’anidride carbonica.

Ha detto ancora Hong:

Non esistono modi noti per distruggere o rimuovere l’ PFTBA dall’atmosfera e la dura molto a lungo restando nell’atmosfera bassa anche per centinaia di anni.
Tuttavia non si conosce ancora molto sul gas PFTBA e sulle sue concentrazioni in atmosfera nel tempo. Le misurazioni dello studio si riferiscono ai dati raccolti tra il mese di novembre e dicembre 2012. L’invito ora è di proseguire nello studio e nelle misurazioni da parte di altri team di scienziati

Fonte: MNN

Nuova Zelanda: tribunale condanna negazionisti del clima a pagare 50000 euro di spese processuali

I negazionisti avevano citato a giudizio l’ente pubblico per la ricerca delle acque e dell’atmosfera, sostenendo che aveva truccato i dati delle temperature. Il tribunale ha trovato la cosa del tutto infondata e li ha condannati a pagare le spese processualiTemperature-Nuova-Zelanda

Strani davvero i tempi in cui qualcuno vorrebbe fare avvenire le discussioni scientifiche  in tribunale. In Nuova Zelanda ( Aotearoa in lingua Maori) la lobby negazionista Climate Science Education Trust aveva citato in giudizio il National Institute for Water and Wtmospheric research (NIWA), sostenendo che la serie storica delle temperature nelle due isole australi non fosse corretta e influenzasse in modo inappropriato la politica. Il giudice ha respinto la richiesta, ritenendo il tribunale non competente nelle questioni scientifiche e ritenendo che il Trust “abbia avviato una crociata contro l’ente governativo di ricerca agendo in modo irragionevole“. Per questo il Trust di negazionisti è stato condannato a pagare 80000 $ neozelandesi (circa 50000 €) per le spese processuali. Si spera che questo sia un buon precedente non solo per l’Oceania, ma per tutto il pianeta. Come si può vedere dal grafico in alto, le temperature in Nuova Zelanda, misurate in 7 località principali sono cresciute di quasi un grado nei cento anni tra il 1910 e il 2010. Dei 35 anni con temperature sopra alla media 1971-2000, ben 19 sono stati dopo il 1980. Trend simili, se non più elevati, si riscontrano prendendo in considerazione altre 11 stazioni meteo, oppure misurazioni effettuate dalle navi. Secondo il NIWA, i cambiamenti climatici potrebbero portare in Nuova Zelanda inondazioni alternate a siccità, venti più forti oltre all’innalzamento dei mari. Wellington, Auckland, Cristchurch e le principali città neozelandesi sono tutte collocate lungo le coste delle due isole o in loro prossimità.

Fonte: ecoglog

9. Stimolare la scelta ed il piacere

19:00 – SHOPPING IN CITTÀ9

Il 97% delle persone deve fare acquisti. Spesso è per divertimento, ma si tratta anche di una necessità quotidiana. L’illuminazione definisce l’atmosfera, ispira i clienti con design mutevoli ed aiuta il personale a fornire un servizio migliore. Inoltre, contribuisce in maniera consistente al successo dell’azienda. I principali compiti visivi sono rappresentati dal riconoscimento delle merci, dalla selezione dell’articolo corretto e dalla decisione di acquisto corretta. Le ricerche dimostrano che la luce brillante attira i clienti e che la luce priva di riflessi li invita a rimanere ed acquistare per un tempo maggiore.

Gli effetti più significativi dell’illuminazione sono:

> Atmosfera appropriata per il tipo di negozio e di merci

> Livello di luce, resa cromatica e direzione della luce per semplificare la scelta

> Acquisiti guidati attraverso l’illuminazione

Fonte: CELMA-ELC

7. Calma e benessere

17:00 – VISITA OSPEDALIERA7

Circa il 20% della popolazione è soggetto a cure ospedaliere almeno una volta l’anno. Un’illuminazione adeguata aiuta i pazienti a sentirsi curati adeguatamente, oltre a ridurre i costi legati ai consumi energetici ed alla manutenzione. Gli effetti benefici dell’illuminazione dinamica e colorata sugli esseri umani sono confermati dalla scienza moderna. Mentre, in passato, l’attenzione si concentrava sull’illuminazione ottimale per la diagnosi e la terapia, oggigiorno è posta sempre più enfasi sullo sfruttamento dell’impatto psicologico ed estetico della luce.

Gli effetti più significativi dell’illuminazione sono:

> Illuminamento adeguato per ogni terapia

> Atmosfera rilassata per calmare i pazienti

> Livelli di illuminazione bilanciati di giorno e di notte

Fonte: CELMA-ELC

Smog, il Rapporto 2013 dell’AEA: sforamenti in calo, ma per l’OMS i limiti sono obsoleti

Pm 2.5, Pm10 e ozono ancora in cima alla classifica degli inquinanti fuori legge. Secondo le soglie limite vigenti nell’Unione Europea, il 30% circa dei cittadini vive esposto a livelli di particolato dannosi per la salute. Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità però, la percentuale sale a 90. E i limiti vanno rivisti376623

European Environment Agency: “Nonostante la riduzione delle emissioni e delle concentrazioni di alcuni inquinanti in atmosfera osservata negli ultimi decenni, il Rapporto 2013 (Air quality in Europe — 2013 report) mostra come il problema dell’inquinamento atmosferico in Europa sia ben lungi dall’essere risolto. Particolato e ozono continuano ad essere causa di troppi problemi respiratori, malattie cardiovascolari e di una minore aspettativa di vita”.
Sforamenti e popolazione esposta

La fotografia scattata dall’AEA sulla qualità dell’aria nel 2013 si presta a letture molto diverse: se prendiamo in considerazione i limiti attualmente in vigore nei Paesi dell’UE, il quadro – per quanto disomogeneo e con ampi margini di miglioramento – non è catastrofico: il dato peggiore riguarda il Pm10, per il quale l’AEA stima che la percentuale di cittadini esposta a livelli di particolato fuorilegge si attesti fra il 22 e il 33%. Leggermente più bassa la stima per il Pm2.5 (Tra 20 e 31%) e per il benzo(a)pirene (22-31%). Meglio l’ozono (14-18%) e il biossido d’azoto – nonostante la questione dei motori diesel (tra il 5 e il 13%). Al di sotto del 2% benzene, piombo, biossido di zolfo e monossido di carbonio.

Se però facciamo riferimento alle soglie limite più recenti individuate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, la musica cambia: oltre il 90% dei cittadini europei vivono esposti a livelli di particolato considerati dall’OMS dannosi per la salute. In particolare, la fascia di popolazione esposta sarebbe compresa tra il 91 e il 96% per il Pm2.5, e tra l’85 e l’88% per il Pm10. Percentuali ancora più alte per l’ozono, che raggiunge addirittura il 97-98%, e un po’ più basse per il benzo(a)pirene76-94%. La stima del biossido d’azoto non può che coincidere con quella dei parametri UE, visto che i limiti sono rimasti gli stessi. Sale invece in modo significativo il biossido di zolfo, che passa da una percentuale inferiore a 1 al 46-54%.

Inquinanti e salute: ecco chi è responsabile di cosa

Mal di testa: indiziato numero 1, il biossido di zolfo, che tende a provocare anche ansietà e sensazione di irrequietezza. Condizioni su cui influisce anche il particolato, che impatta sul sistema nervoso centrale.
Problemi respiratori: il particolato fine è il principale responsabile dei disturbi respiratori, dall’asma alle infezioni polmonari, fino ad arrivare al cancro ai polmoni. Un altro fattore aggravante è il benzo(a)pirene, come dimostra purtroppo il caso Ilva in Italia.

Disturbi cardiovascolari: ozono, particolato e biossido di zolfo possono compromettere il buon funzionamento della circolazione sanguigna, aumentando il rischio infarti.

Intossicazioni al fegato: il biossido d’azoto è invece il principale responsabile dei disturbi epatici. Causa stanchezza, mal di testa, nausea e vertigini.

Ozono, particolato, biossido d’azoto e di zolfo sono inoltre responsabili dell’irritazione di occhi, gola e naso, provocando bruciori e arrossamenti.

Danni alla salute, ma non solo: c’è l’Eutrofizzazione…

Oltre alle preoccupazioni di natura sanitaria, il rapporto analizza i problemi ambientali legati all’inquinamento atmosferico, come l’eutrofizzazione, e cioè una sovrabbondanza di nitrati e fosfati che provoca mutamenti rischiosi negli ecosistemi, in grado di mettere a rischio la biodiversità. Nonostante nell’ultimo decennio le emissioni di ossidi di azoto e di ammoniaca siano scese del 27% e del 7% rispettivamente rispetto al 2002, l’eutrofizzazione è ancora un problema molto diffuso che riguarda la maggior parte degli ecosistemi europei.

I commenti

Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’AEA, afferma: “L’inquinamento atmosferico sta causando danni alla salute umana e agli ecosistemi. Un’ampia parte della popolazione non vive in un ambiente sano secondo gli standard attuali. Per avviare un percorso che porti alla sostenibilità, l’Europa deve essere ambiziosa e rendere più severa l’attuale normativa”. Il commissario all’Ambiente Janez Potočnik aggiunge: “Per molte persone la qualità dell’aria costituisce una della maggiori preoccupazioni. Gli studi dimostrano che un’ampia maggioranza dei cittadini è consapevole dell’impatto della qualità dell’aria sulla salute e chiede alle istituzioni di intervenire a livello europeo, nazionale e locale, anche in tempi di austerità e difficoltà. Sono pronto a dare una risposta a queste preoccupazioni attraverso il prossimo Riesame della qualità dell’aria della Commissione”.

Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente: “I dati diffusi dall’EEA confermano quello che Legambiente sostiene da anni: l’inquinamento dell’aria resta uno dei principali problemi per la salute delle persone e per la salvaguardia dell’ambiente. Una vera e propria emergenza che colpisce anche e soprattutto il nostro Paese. I dati relativi allo scorso anno di ‘Mal’aria’ confermano la stessa situazione critica: su 95 città italiane monitorate da Legambiente, 51 hanno superato il bonus di 35 giorni di superamento stabilito dalla legge per il PM10. L’area della Pianura Padana, come risulta anche dal report dell’Agenzia europea dell’ambiente, si conferma come una delle più critiche. Le cause dell’inquinamento sono chiare e conosciute da tempo. Sono il trasporto su strada, i processi industriali e di produzione di energia e i riscaldamenti domestici. Per arginare l’emergenza smog serve una nuova strategia – evidenzia – che intervenga sui settori più inquinanti, a partire da quello dei trasporti. Su questo in Italia serve una nuova capacità politica che invece di guardare alla realizzazione di inutili infrastrutture punti, attraverso interventi immediati e mirati, su una mobilità sostenibile basata su trasporto pubblico efficiente, mobilità pedonale e ciclabile e trasporto su ferro per ridurre il parco auto circolante, che nel nostro Paese raggiunge da sempre livelli da primato rispetto al resto d’Europa”.
Scarica il rapporto AEA 2013

Fonte: eco dalle città

4. Dalla miniera ai rifiuti, e oltre

Praticamente qualsiasi cosa consumiamo e produciamo ha un impatto sull’ambiente. Quando nella vita di tutti i giorni scegliamo di acquistare determinati beni e servizi, spesso non pensiamo a quella che è la loro «impronta» sull’ambiente. Il prezzo di vendita difficilmente rispecchia il costo reale. Ci sono però molte cose che possiamo fare per rendere più verdi i nostri consumi e la nostra produzione. 8

Per preparare una tazzina di caffè nei Paesi Bassi, servono 140 litri d’acqua. Per la maggior parte, sono utilizzati per coltivare la pianta del caffè. Ancor più sorprendente è che per produrre un chilo di carne bovina servono in medi 15.400 litri d’acqua.

Fonte: Water Footprint Network (Rete dell’impronta idrica)11

A maggio 2011, l’Apple Store di Fifth Avenue a New York è stato assalito dai clienti accorsi da ogni parte del mondo per acquistare il nuovo iPad2. Appena consegnati, gli articoli sparivano nel giro di poche ore. Il punto vendita di New York è stato fra quelli fortunati. Molti negozi Apple nel mondo si sono dovuti limitare a prendere gli ordini e hanno ricevuto la

merce settimane dopo. Quel ritardo non era dovuto a carenze nella pianificazione commerciale o a una campagna di marketing troppo azzeccata. È stato causato da una serie di catastrofi dall’altra parte del pianeta. Cinque dei principali componenti dell’iPad2 venivano prodotti in Giappone quando si è verificato il terremoto dell’11 marzo 2011. La  produzione di alcuni di questi componenti è stata facilmente trasferita in Corea del Sud o negli Stati Uniti, ma non quella della bussola digitale. Uno dei principali produttori sorgeva nel raggio di 20 km dai reattori di Fukushima e ha dovuto chiudere lo stabilimento.

I flussi di risorse destinate ad alimentare le linee di produzione

In un mondo interconnesso come il nostro, il viaggio di molti dispositivi elettronici parte da una miniera, generalmente in un paese in via di sviluppo, e da un centro di sviluppo del prodotto, perlopiù in un paese sviluppato. Oggi, la produzione di computer portatili, telefoni cellulari, automobili e fotocamere digitali si serve delle cosiddette «terre rare», come il neodimio, il lantanio e il cerio. Benché molti paesi dispongano di riserve non sfruttate, l’estrazione è costosa e in alcuni

casi rilascia sostanze tossiche e radioattive. Dopo l’estrazione, le risorse materiali sono generalmente trasportate presso un centro di trattamento e trasformate nelle diverse componenti del prodotto, che a loro volta vengono inviate ad altri impianti per l’assemblaggio. Quando compriamo il nostro dispositivo, i suoi vari componenti hanno già viaggiato in tutto il mondo e, a ogni tappa del loro itinerario, hanno lasciato un’impronta sull’ambiente. Lo stesso vale per il cibo sulle nostre

tavole, per i mobili delle nostre case e per la benzina delle nostre auto. Per la maggior parte, i materiali e le risorse vengono estratti, trasformati in un bene o in un servizio di consumo e trasportati nelle nostre case, perlopiù di città. Fornire acqua alle famiglie europee, ad esempio, non significa soltanto averne estratta la quantità utilizzata da un corpo idrico. Perché l’acqua sia pronta all’uso, abbiamo bisogno delle infrastrutture e dell’energia per trasportarla, immagazzinarla, trattarla e riscaldarla. Una volta «utilizzata», abbiamo ancora bisogno di altre infrastrutture e di altra energia per smaltirla.

Tutti pronti a consumare

Parte dell’impatto ambientale dovuto ai nostri modelli e ai nostri livelli di consumo non è immediatamente visibile. Produrre energia elettrica per ricaricare il cellulare e conservare il cibo al freddo genera biossido di carbonio che viene

rilasciato nell’atmosfera e che a sua volta contribuisce al cambiamento climatico. I trasporti e gli stabilimenti industriali

emettono inquinanti atmosferici, fra cui gli ossidi di zolfo e di azoto, che sono dannosi per la salute umana. In estate, i milioni di vacanzieri in rotta verso sud mettono ulteriormente alla prova le località di villeggiatura che li ospitano. Oltre alle emissioni di gas a effetto serra derivanti da questi spostamenti, la loro necessità di alloggio alimenta la domanda di risorse materiali ed energia da parte del settore edile. L’aumento stagionale della popolazione locale comporta l’estrazione supplementare di acqua destinata agli impianti sanitari e per finalità ricreative durante l’arida stagione estiva. Comporta anche più acque reflue da trattare, più cibo da trasportare e più rifiuti da gestire. Malgrado l’incertezza sulla portata esatta del nostro impatto ambientale, è chiaro che gli attuali livelli e modelli di estrazione delle risorse non possono andare avanti. Molto semplicemente, disponiamo di quantità limitate di risorse vitali, come i terreni coltivabili e l’acqua. Quelli che lì per lì si presentano come problemi locali, si pensi alla scarsità d’acqua, alla conversione delle foreste in pascoli o all’emissione di inquinanti da uno stabilimento industriale, spesso possono facilmente diventare problemi di portata globale e sistemica che riguardano tutti noi. Un indicatore del consumo delle risorse è l’impronta ecologica, messa a punto dal Global Footprint Network. Fornisce una stima dei consumi dei paesi in termini di utilizzo del territorio a livello mondiale, incluso l’utilizzo indiretto per produrre beni e assorbire le emissioni di CO2. Secondo questa metodologia di calcolo, nel 2007 l’impronta di ogni essere umano corrispondeva a 2,7 ettari globali. Un valore di gran lunga superiore al dato di 1,8 ettari globali a disposizione di ciascuno di noi per sostenere i consumi senza mettere a rischio la capacità produttiva dell’ambiente (Global Footprint Network, 2012). Nei paesi sviluppati, il divario era ancora più evidente. I paesi dell’AEA consumavano 4,8 ettari globali pro capite, a fronte di una «biocapacità» disponibile pari a 2,1 a persona (Global Footprint Network, 2011).10

Consumo significa anche lavoro

La nostra smania e il nostro bisogno di consumare le risorse naturali è solo una faccia della medaglia. Costruire case vacanza in Spagna, coltivare pomodori nei Paesi Bassi, andare in vacanza in Thailandia vuole anche dire garantire un

posto di lavoro, un reddito e, in ultima analisi, una fonte di sostentamento e uno standard di vita migliore ai lavoratori del

settore edile, agli agricoltori e agli agenti di viaggio. Per molte persone nel mondo, avere un reddito più elevato significa poter soddisfare i bisogni primari. Tuttavia, non è facile definire cosa sia un «bisogno» e il concetto varia notevolmente a seconda delle percezioni culturali e dei livelli di reddito. Per chi lavora nelle miniere di terre rare della Mongolia interna in Cina, l’estrazione mineraria è sinonimo di sicurezza alimentare per la famiglia e di istruzione per i figli. Per gli operai giapponesi, può significare non soltanto cibo e istruzione, ma anche qualche settimana di vacanza in Europa. Agli occhi delle folle che accorrono all’Apple Store, il prodotto finito può rappresentare uno strumento professionale irrinunciabile per qualcuno o un gioco per il tempo libero per altri. Anche l’esigenza di svago è un bisogno dell’essere umano. Il suo impatto sull’ambiente dipende dal modo in cui soddisfiamo questo bisogno.

Dritti nel cestino

Il viaggio dei dispositivi elettronici, del cibo e dell’acqua che esce dai rubinetti non termina nelle nostre case. Conserviamo televisori e videocamere fintanto che sono di moda o sono compatibili con i nostri lettori DVD. In alcuni paesi dell’UE, circa un terzo del cibo acquistato viene gettato via. Per non parlare del cibo buttato prima ancora che venga acquistato. Ogni anno, nei 27 paesi dell’Unione europea produciamo 2,7 miliardi di tonnellate di rifiuti. Ma dove vanno a finire tutti questi rifiuti? La risposta sintetica è lontano dai nostri sguardi: alcuni rifiuti vengono effettivamente venduti, legalmente e illegalmente, sui mercati di tutto il mondo. La risposta lunga è molto più articolata: dipende da «cosa» si butta via e da «dove». Oltre un terzo del peso dei rifiuti generati nei 32 paesi dell’AEA proviene dall’attività di costruzione e demolizione, strettamente collegata ai periodi di espansione economica. Un altro quarto è rappresentato dai rifiuti dell’attività estrattiva. Benché, in ultima analisi, tutti i rifiuti provengano dai consumi umani, meno di un decimo del peso totale dei rifiuti deriva dall’ambiente domestico. La nostra conoscenza dei rifiuti è tanto incompleta quanto i dati relativi ai consumi, ma è chiaro che dobbiamo ancora impegnarci a fondo nella gestione dei rifiuti. In media, ogni cittadino dell’UE consuma 16–17 tonnellate di materiali l’anno, molti dei quali, prima o poi, diventano rifiuti. Questa cifra

salirebbe a 40–50 tonnellate a persona se si considerassero i materiali estratti inutilizzati (ad esempio lo strato di copertura di un giacimento) e il «bagaglio ecologico» delle importazioni (ovvero la quantità totale di risorse naturali prelevate dalla loro sede naturale). La normativa, fra cui le direttive dell’UE sulle discariche, sui veicoli fuori uso, sulle batterie, sugli imballaggi e sui rifiuti d’imballaggio, ha aiutato l’Unione europea a dirottare una quota maggiore dei rifiuti

urbani dalle discariche agli inceneritori e agli impianti di riciclo. Nel 2008, nell’UE è stato recuperato il 46% dei rifiuti solidi. Il resto è stato avviato agli inceneritori (5%) o alle discariche (49%).

Alla ricerca di un nuovo tipo di miniera d’oro

Gli elettrodomestici, i computer, gli impianti d’illuminazione e i telefoni contengono non solo sostanze pericolose che rappresentano una minaccia per l’ambiente, ma anche metalli di valore. Secondo le stime, nel 2005 gli apparecchi elettrici ed elettronici presenti sul mercato contenevano 450.000 tonnellate di rame e sette tonnellate d’oro, per un valore che nel febbraio 2011 la Borsa metalli di Londra avrebbe quotato a circa 2,8 miliardi di euro e 328 milioni di euro rispettivamente. Malgrado variazioni significative tra i paesi europei, oggi gli apparecchi elettronici gettati via vengono

raccolti e riutilizzati o riciclati solo in minima parte. Anche i metalli preziosi «smaltiti come rifiuti» hanno una dimensione globale. La Germania esporta ogni anno circa 100.000 autoveicoli usati, in partenza da Amburgo e diretti al di fuori dell’Unione europea, soprattutto Africa e Medio Oriente. Nel 2005, tali autoveicoli9

contenevano circa 6,25 tonnellate di metalli del gruppo del platino. Diversamente dall’UE, la maggior parte dei paesi importatori sono privi delle norme e delle capacità necessarie a demolire e riciclare autoveicoli usati. Ciò rappresenta

una perdita economica e porta inoltre a un ulteriore ricorso all’attività estrattiva, provocando danni ambientali evitabili,

spesso all’esterno dell’UE. Una migliore gestione dei rifiuti urbani offre notevoli benefici: trasformare i rifiuti in una risorsa preziosa, prevenire i danni ambientali, incluse le emissioni di gas a effetto serra, e ridurre la richiesta di nuove risorse.

Prendiamo ad esempio la carta. Nel 2006 abbiamo riciclato quasi il 70% della carta proveniente dai rifiuti urbani solidi,

equivalente a un quarto del consumo totale di prodotti cartacei. Innalzare il tasso di riciclo al 90% consentirebbe di soddisfare oltre un terzo della domanda attraverso il materiale riciclato. In questo modo si otterrebbe una riduzione della domanda di nuove risorse e della quantità di rifiuti cartacei inviati alle discariche o agli inceneritori, oltre a quella delle emissioni di gas a effetto serra.

Cosa possiamo fare?

A danneggiare l’ambiente non sono i consumi o la produzione in quanto tali. Si tratta piuttosto dell’impatto ambientale

di «ciò che consumiamo», dove e in quale quantità, e del «modo in cui produciamo». Dal livello locale a quello globale, i

responsabili politici, le imprese e la società civile sono tutti chiamati a partecipare all’impegno per rendere più verde

l’economia. L’innovazione tecnologica offre molte soluzioni. L’utilizzo di energia e trasporti puliti ha un impatto minore sull’ambiente e può soddisfare parte delle nostre esigenze, se non tutte. La tecnologia da sola, però, non basta. La soluzione non può passare solo per il riciclo e il reimpiego dei materiali, così da estrarre una minore quantità di risorse.

Non è possibile non consumare, ma possiamo farlo con un po’ di buon senso. Possiamo ricorrere ad alternative più pulite, rendere più verdi i nostri processi produttivi e imparare a trasformare i rifiuti in risorse. Servono certamente politiche e infrastrutture migliori e maggiori incentivi, ma tali strumenti bastano solo per coprire un tratto del percorso. La tappa finale del viaggio dipende dalle scelte di consumo. Indipendentemente dalla nostra estrazione ed età, le decisioni di ogni giorno di acquistare determinati beni e servizi influiscono su ciò che viene prodotto e sulle sue quantità. Anche i rivenditori possono condizionare la scelta dei prodotti che finiscono sugli scaffali e trasmettere la domanda di alternative sostenibili a monte della catena di approvvigionamento. Un istante di riflessione tra gli scaffali dei supermercati o davanti al cestino dell’immondizia può costituire un buon punto di partenza per la nostra personale transizione verso un modo di vita sostenibile. Posso usare gli avanzi di ieri invece di buttarli via? Posso prendere in prestito questo dispositivo anziché

acquistarlo? Dove posso riciclare il mio vecchio cellulare?…

Fonte: EEA (agenzia europea ambiente)

3.Vivere in una società dei consumi

Decenni di crescita relativamente stabile in Europa hanno trasformato il nostro modo di vivere. Produciamo e consumiamo una quantità maggiore di beni e servizi. Viaggiamo di più e viviamo più a lungo. Tuttavia, l’impatto ambientale delle attività economiche, sia nel proprio paese che all’estero, è cresciuto e si è fatto più visibile. La normativa in materia di ambiente, se attuata integralmente, porta a risultati concreti. Eppure, visti i cambiamenti degli ultimi vent’anni, possiamo dire che stiamo facendo del nostro meglio? Quando Carlos Sánchez è nato, nel 1989, nell’area metropolitana di Madrid vivevano quasi 5 milioni di persone. La sua famiglia abitava in un appartamento con due camere da letto nel centro della città; non avevano l’automobile, ma possedevano una televisione. All’epoca non erano gli unici spagnoli a non avere l’auto. Nel 1992, sei anni dopo l’adesione all’Unione europea, nel paese c’erano 332 auto ogni 1.000 abitanti. Quasi due decenni dopo, nel 2009, 480 spagnoli su 1.000 possedevano un’autovettura, appena sopra la media dell’Unione europea. Quando Carlos aveva cinque anni, la famiglia Sánchez acquistò l’appartamento adiacente al proprio e lo unì al primo. Quando ne aveva otto, i suoi acquistarono la prima automobile, ma si trattava di una macchina usata.4

Società che invecchiano

Non sono solo i mezzi di trasporto a essere cambiati. Anche le nostre società sono diverse. Tranne poche eccezioni, il numero di figli per donna non è cambiato in modo significativo nei paesi dell’UE negli ultimi 20 anni. Nel 1992 le donne spagnole partorivano in media 1,32 figli e nel 2010 il dato era leggermente aumentato, arrivando a 1,39, ben al di sotto della soglia di sostituzione generalmente accettata di 2,1 figli per donna. Il tasso di fertilità complessivo nell’UE a 27 era intorno a 1,5 nel 2009. Eppure, la popolazione dell’Unione europea è in crescita, soprattutto per via dell’immigrazione. Inoltre, viviamo più a lungo e meglio. Nel 2006 l’aspettativa di vita alla nascita nell’UE era di 76 anni per gli uomini e di 82 per le donne. Alla fine di ottobre 2011, la popolazione mondiale ha raggiunto quota 7 miliardi. Malgrado il calo dei tassi di fertilità registrato negli ultimi due decenni, secondo le stime la popolazione mondiale continuerà a crescere fino a stabilizzarsi intorno ai 10 miliardi di abitanti nel 2100. Una tendenza al rialzo si riscontra anche nei tassi di urbanizzazione. Oltre la metà della popolazione mondiale vive oggi nelle aree urbane. Nell’UE, circa i tre quarti delle persone abitano in aree urbane. Gli effetti si vedono in molte città europee, inclusa Madrid. La popolazione dell’area metropolitana di Madrid ha raggiunto i 6,3 milioni nel 2011.

Tutto cresce

Negli ultimi due decenni, la Spagna, come molti altri paesi europei, ha conosciuto una crescita economica costante, un aumento dei redditi e, fino a poco tempo fa, quella che sembrava essere la soluzione reale al problema della disoccupazione nel paese. L’espansione economica è stata alimentata da prestiti prontamente disponibili, pubblici e privati, dall’abbondanza di materie prime e dall’afflusso di migranti dall’America centrale e meridionale e dall’Africa. Quando è nato Carlos, ad eccezione di qualche rete informatica interconnessa, Internet, così come lo conosciamo oggi, non esisteva. I telefoni cellulari erano poco diffusi, ingombranti da portare con sé e troppo costosi per la maggior parte delle persone. Nessuno aveva mai sentito parlare di comunità virtuali e social network. Per molte comunità nel mondo, «tecnologia» era sinonimo di approvvigionamento di energia elettrica sicuro. Il telefono era caro e non sempre accessibile. Le vacanze all’estero erano riservate a pochi privilegiati. Nonostante alcune fasi di rallentamento economico registrate negli ultimi 20 anni, l’Unione europea è cresciuta del 40%, con medie leggermente superiori nei paesi che hanno aderito nel 2004 e nel 2007. Nel caso della Spagna, lo sviluppo dell’edilizia legata al turismo ha costituito un motore di crescita particolarmente importante. In altri paesi europei, la crescita economica è stata innescata anche da altri settori, fra cui quello dei servizi e l’industria manifatturiera. Oggi, Carlos vive ancora nello stesso appartamento insieme ai genitori. Possiedono un’auto e un cellulare a testa. Lo stile di vita della famiglia Sánchez non è insolito per gli standard europei.

Un’impronta ecologica mondiale più elevata

L’impatto dell’Europa sull’ambiente è cresciuto di pari passo con la crescita economica in Europa e nel mondo. Il commercio ha svolto un ruolo fondamentale nel favorire la prosperità in Europa e nei paesi in via di sviluppo, così come nel diffondere l’impatto ambientale delle attività che svolgiamo. Nel 2008, in termini di peso, l’Unione europea importava sei volte più di quanto esportasse. La differenza è quasi interamente dovuta al volume elevato delle importazioni di carburante e prodotti minerari.5

 «Per produrre gli alimenti di cui ci nutriamo ricorriamo a concimi e pesticidi derivati dal petrolio; quasi tutti i materiali da costruzione che usiamo — cemento, plastiche eccetera — sono derivati dai combustibili fossili, così come la stragrande maggioranza dei farmaci con cui ci curiamo; gli abiti che indossiamo sono, in massima parte, realizzati con fibre sintetiche petrolchimiche; trasporti, riscaldamento, energia elettrica e illuminazione dipendono quasi totalmente dai combustibili fossili. Abbiamo costruito un’intera civiltà sulla riesumazione dei depositi del periodo carbonifero. […] Le future generazioni, quelle  che vivranno fra cinquantamila anni, […] probabilmente ci battezzeranno “popolo dei combustibili fossili” e chiameranno la nostra epoca Età del carbonio, così come noi ci riferiamo a epoche passate come all’Età del ferro o all’Età del bronzo».

Jeremy Rifkin, presidente di Fondazione sulle Tendenze Economiche e consulente dell’Unione europea. Estratto dal libro «La terza rivoluzione industriale».

La politica funziona, quando è ben studiata e ben attuata

La crescente consapevolezza globale della necessità urgente di affrontare le questioni ambientali è nata assai prima del vertice della terra di Rio del 1992. La normativa dell’UE in materia di ambiente risale ai primi anni settanta e l’esperienza maturata da allora dimostra che, attuate in modo appropriato, le norme ambientali ripagano gli sforzi. Ad esempio, la direttiva uccelli (1979) e la direttiva habitat (1992) dell’UE forniscono un quadro giuridico per le aree protette dell’Europa. L’Unione europea include oggi nella rete di protezione della natura denominata «Natura 2000» più del 17% della sua superficie sulla terraferma e un’area marina di oltre 160.000 km2. Benché molte specie e molti habitat europei siano ancora minacciati, «Natura 2000» rappresenta un passo fondamentale nella giusta direzione. Anche altre politiche ambientali hanno avuto un impatto positivo sull’ambiente europeo. La qualità dell’aria ambiente è generalmente migliorata nel corso degli ultimi due decenni. Tuttavia, l’inquinamento atmosferico a grande distanza e alcuni inquinanti atmosferici emessi su scala locale continuano a danneggiare la nostra salute. Anche la qualità delle acque europee è migliorata in maniera significativa grazie alla normativa UE, ma la maggior parte degli inquinanti emessi nell’aria, nell’acqua e nel terreno non svanisce facilmente. Al contrario, si accumulano. L’Unione europea ha inoltre iniziato a tagliare il filo che unisce la crescita economica alle emissioni di gas a effetto serra. Le emissioni globali, tuttavia, continuano a crescere, contribuendo alla concentrazione di biossido di carbonio nell’atmosfera e negli oceani. Una tendenza analoga si riscontra nell’uso dei materiali. L’economia europea produce di più con meno risorse. Eppure, continuiamo comunque a utilizzare molte più risorse di quante la massa terrestre e i mari europei non possano fornirci. L’UE continua a generare ingenti quantità di rifiuti ma la quota avviata al riciclaggio e al reimpiego è in aumento. Purtroppo, quando si tenta di affrontare una problematica ambientale, ci si rende conto che in questo settore i problemi non possono essere considerati separatamente e uno per volta. Devono essere integrati all’interno delle politiche economiche, della pianificazione urbana, della politica della pesca e di quella agricola e così via. L’estrazione dell’acqua, ad esempio, compromette la qualità e la quantità dell’acqua alla fonte e a valle. Poiché la quantità d’acqua alla fonte diminuisce a causa di una maggiore estrazione, gli inquinanti emessi nell’acqua risultano meno diluiti e producono un impatto negativo più ampio sulle specie dipendenti da quel corpo idrico. Per pianificare e ottenere un miglioramento significativo della qualità delle risorse idriche, tanto per cominciare dobbiamo chiederci per quale ragione preleviamo l’acqua. 6

Cambiare passo dopo passo

Malgrado le nostre lacune conoscitive, le tendenze ambientali oggi in atto sollecitano un intervento immediato e decisivo  che chiami in causa responsabili politici, imprese e cittadini. In assenza di cambiamenti, la deforestazione globale  continuerà a un ritmo serrato e la temperatura media potrebbe aumentare di ben 6,4 °C a livello mondiale entro la fine del secolo. Nelle isole dai fondali bassi e lungo le zone costiere, l’innalzamento del livello del mare metterà a rischio una delle nostre risorse più preziose, la terra. I negoziati internazionali spesso durano anni prima di concludersi e di giungere

ad attuazione. Quando viene attuata integralmente, una normativa nazionale ben studiata funziona ma è limitata dai confini geopolitici. Molte questioni ambientali non sono circoscritte entro i confini nazionali. In ultima analisi, potremmo tutti percepire l’impatto della deforestazione, dell’inquinamento atmosferico o dello sversamento dei rifiuti in mare. Le tendenze e i comportamenti possono cambiare, un passo alla volta. Abbiamo una buona conoscenza di ciò che eravamo

20 anni fa e di ciò a cui siamo arrivati oggi. Possiamo non avere un’unica soluzione miracolosa che consenta di risolvere

tutti i problemi ambientali all’istante, ma abbiamo un’idea, anzi una serie di idee, di strumenti e di politiche, in grado di aiutarci a trasformare la nostra economia in un’economia verde. L’opportunità di costruire un futuro sostenibile nei prossimi 20 anni è pronta per essere colta.7

Cogliere l’opportunità

Cogliere o non cogliere l’opportunità che abbiamo davanti dipende dalla nostra consapevolezza comune. Possiamo imprimere lo slancio necessario a trasformare il nostro modo di vivere solo se capiamo qual è la posta in gioco. La consapevolezza cresce, ma non sempre basta. L’insicurezza economica, la paura della disoccupazione e le preoccupazioni per la salute sembrano dominare i nostri pensieri nel quotidiano. La situazione non è diversa per Carlos o per i suoi amici, soprattutto se consideriamo le turbolenze economiche in Europa. Fra le preoccupazioni per i suoi studi in biologia e le sue prospettive di carriera, Carlos non sa dire quanto la sua generazione sia consapevole dei problemi ambientali dell’Europa e del mondo. Tuttavia, abitando in città, riconosce che la generazione di suo padre e di sua madre

aveva un legame più stretto con la natura, perché nella maggior parte delle famiglie almeno uno dei genitori era cresciuto in campagna. Anche dopo essersi trasferiti in città per lavorare, conservavano una relazione più intima con la natura. Forse Carlos non avrà mai un simile legame con la natura, ma è felice di poter fare qualcosa: raggiungere l’università in bicicletta. Ha persino convinto suo padre a fare lo stesso per andare al lavoro. La verità è che l’insicurezza economica, la salute, la qualità della vita e persino la lotta alla disoccupazione dipendono tutte dal fatto di avere un pianeta sano. Il rapido esaurimento delle nostre risorse naturali e la distruzione di ecosistemi che tanto ci offrono difficilmente garantiranno a Carlos o alla sua generazione un futuro sicuro e sano. Un’economia verde e a basse emissioni di carbonio resta l’opzione migliore e più praticabile per garantire la prosperità economica e sociale a lungo termine.

Fonte: EEA (agenzia europea ambiente)