Puglia: «29.000 utenti coinvolti dal programma di educazione ambientale In.F.E.A 2011-2012»

Sotto l’egida dell’Unesco, nel 2014 termina il decennio DESS dedicato all’educazione alla sostenibilità. La regione Puglia perciò ha indetto tre nuovi bandi, anche sulla scorta dei dati della precedente campagna In.F.E.A di educazione: 29.000 studenti e cittadini coinvolti da associazioni e istituti scolastici con un costo procapite inferiore a una pizza. L’analisi per province

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Quanto costa l’ignoranza ambientale radicata nei nostri comportamenti quotidiani? Difficile a dirsi. Come pure, ad esempio, non è semplice definire il numero di quei cittadini «ecologicamente attivi» che effettuano il compostaggio domestico da giardino e da balcone contribuendo a dimezzare quotidianamente la produzione dei loro rifiuti. In Puglia sulla scorta dei dati della precedente campagna di educazione ambientale (programma di educazione ambientale In.F.E.A 2011-2012), è possibile stimare l’aumento della consapevolezza ambientale dei problemi relativi allo sviluppo sostenibile grazie al documento pubblicato nel novembre scorso dalla Regione «Programma di Informazione, Formazione ed Educazione alla Sostenibilità della Regione puglia 2013-2015» per fronteggiare «l’analfabetismo ambientale». La Regione Puglia è obbligata per legge a farsi carico della necessità, ormai oggi ineludibile, di formare ed educare al rispetto e alla consapevolezza ambientale. Allo scopo di rendere «ecologicamente attivi» i principali attori sociali (enti locali, scuole e associazioni) che più spesso si fanno promotori di iniziative di educazione ambientale, l’assessorato all’Ecologia di via delle Magnolie ha recentemente pubblicato tre bandi di gara, due dei quali ancora aperti, e che ricadono nell’ambito del programma IN.F.E.A. ( informazione, formazione ed educazione alla sostenibilità) della Regione Puglia 2013 – 2015. Un impegno che si delinea all’interno di una cornice mondiale. Nel dicembre 2002, infatti, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva proclamato il DESS, il Decennio delle Nazioni Unite dell’Educazione per lo Sviluppo Sostenibile (DESS) per il periodo 2005 – 2014 e chiesto all’UNESCO di individuare i soggetti istituzionali a cui affidare il compito di operare nel campo dell’educazione alla sostenibilità. Per raggiungere gli obiettivi DESS, il 14 maggio 2009, fu sottoscritto il «Protocollo d’intesa per lo sviluppo delle attività per il Decennio ONU dell’Educazione allo Sviluppo Sostenibile» tra la Commissione Nazionale Italiana Unesco e la Regione Puglia. Fu individuato il «Centro Regionale di Educazione Ambientale(CREA)» dell’Assessorato all’Ecologia della Regione Puglia, quale nucleo di riferimento per le attività del Decennio UNESCO dell’educazione allo sviluppo sostenibile. Non a caso, si può affermare, visto che il CREA è parte integrante del sistema «In.F.E.A. regionale (Informazione, Formazione, di Educazione Ambientale)» e svolge funzioni di informazione e facilitazione al coordinamento per i programmi ambientali.
Gli esiti del Programma In.F.E.A.2011-2012. I numeri

I Sistemi regionali In.F.E.A. riconosciuti come interlocutori per l’attuazione del decennio sui rispettivi Territori, nel triennio 2009-2011, hanno prodotto (attraverso il Programma In.F.E.A.2011-2012il finanziamento di vari progetti per un totale di 500mila euro, trecento dei quali impiegati per i progetti (tutt’ora alcuni in corso) della rete CEA, Centri di Educazione Ambientale ubicati sul territorio regionale, e il finanziamento di 41 proposte progettuali da parte di istituti scolastici per un importo complessivo di circa 200mila euro. L’analisi dell’utenza (studenti e cittadini) dei vari progetti realizzati effettuata dalla regione Puglia in un apposito studio ha stimato il grado di coinvolgimento raggiunto in ciascuna provincia. Bari primeggia vedendo coinvolti circa 13.000 cittadini e 6.000 studenti. Seconda è la provincia BAT con 2.200 studenti, segue Taranto con oltre 2000 studenti, poi Foggia con 350 utenti e 1.600 studenti, Brindisi con 1.000 utenti e 1800 studenti, e infine Lecce con 70 utenti e 1.000 studenti. Per la realizzazione delle iniziative è stato necessario: «un costo medio per utente di 6,70 euro circa su 29mila utenti totali». Dunque con il costo di un panino e una birra la regione ha messo in atto delle politiche di educazione alla sostenibilità, da ritenersi senz’altro a fecondità ripetuta.

Programma di informazione, formazione ed educazione alla sostenibilità della Regione Puglia 2013-2015 [0,77 MB]

Programma di informazione, formazione ed educazione alla sostenibilità della Regione Puglia 2013-2015

Fonte: eco dalle città

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PAC, prosegue il processo di riforma della Politica Agricola Comune

È in partenza il confronto fra le tre istituzioni europee che dovranno approvare la Politica Agricola Comune per il periodo 2014-2020. Un breve esame delle proposte sul piatto però, rivela che competitività e crescita economica prevalgono sulla reale volontà di imporre una svolta sostenibile.

Siamo in una fase cruciale del processo di riforma della PAC, la Politica Agricola Comune. Il nuovo piano poliennale 2014-2020 sarebbe dovuto entrare in vigore dal primo gennaio 2014, ma vari contrattempi – il più rilevante dei quali è stata la bocciatura del bilancio da parte del Parlamento Europeo – hanno provocato uno slittamento al primo gennaio 2015. In ogni caso, all’inizio di aprile partirà il confronto fra il Parlamento Europeo, la Commissione e il Consiglio per definire il testo definitivo della nuova PAC. Le associazioni ambientaliste, per voce della loro rappresentate Maria Grazia Mammuccini, hanno già esternato la loro delusione nei confronti dell’ipotesi di riforma. Ma vediamo qualche dettaglio in più del nuovo piano. Partendo da un inquadramento economico generale, va detto che le risorse destinate dall’Unione Europea alle politiche agricole verranno notevolmente ridimensionate: nel Quadro Finanziario Pluriennale 2014-2020 infatti, alla voce 2 “Crescita sostenibile: risorse naturali”, il differenziale rispetto al precedente settennio è di -9,1%, ovvero 38,2 miliardi di euro in meno, ed è l’unico dato negativo del programma. Entrando nel merito di quanto prevede la nuova PAC, possiamo vedere che essa ruota intorno a quattro pilastri principali: i pagamenti diretti agli agricoltori, l’Organizzazione Comune di Mercato unica, lo sviluppo rurale e il Regolamento Orizzontale che disciplina il finanziamento, la gestione e il monitoraggio della PAC stessa. Per quanto riguarda i pagamenti diretti, la linea generale prevede un allineamento nelle quote di ciascun paese membro e ha l’obiettivo di uniformare i pagamenti entro il 2019. L’Italia, che oggi riceve somme superiori rispetto a quelle della media UE, dovrà quindi aspettarsi una diminuzione degli aiuti finanziari. Nello specifico, cambierà anche il modo di ripartire gli aiuti ai coltivatori: dal regime di pagamento unico si passerà a un sistema articolato su quattro voci. Per prima cosa, un pagamento di base, che sarà erogato a tutti gli aventi diritto. Poi un pagamento “verde” – il cosiddetto greening –, che consisterà in un importo addizionale per chi adotterà pratiche ecologiche, vale a dire diversificazione tramite rotazione di almeno tre colture diverse, mantenimento dei prati stabili e permanenti, la riduzione dell’uso di prodotti chimici, la destinazione di una parte dei propri terreni a scopi ecologici, la tutela floro-faunistica e così via. I produttori biologici rientreranno di diritto fra i beneficiari del greening. La terza voce sarà quella dei giovani agricoltori, ovvero gli under 40, ai quali però è riservata una porzione abbastanza esigua del budget destinato ai pagamenti diretti. Infine, si cercherà di sostenere attraverso una misura d’aiuto specifica anche i piccoli agricoltori. Esistono inoltre due parametri aggiuntivi che possono dare accesso ad aiuti economici diretti, cioè l’ubicazione dell’azienda in aree svantaggiate ed eventuali situazioni di mercato particolarmente difficoltose.

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Il secondo pilastro, l’Organizzazione Comune dei Mercati (OCM) unica, serve a uniformare dal punto di vista giuridico ed economico il mercato interno, l’intervento sui mercati del pubblico e del privato, gli scambi con i paesi terzi, misure anticrisi straordinarie e le regole della concorrenza. Tuttavia, molti osservatori ritengono che l’OCM riformata non si discosti molto da quella prevista sin dal 2007 col Regolamento 1234. Va però sottolineato l’impegno che si ravvisa nel ridurre i passaggi di filiera e nel rivalutare il ruolo e il potere contrattuale dei produttori. Il terzo pilastro è quello relativo allo sviluppo rurale. Dagli attuali quattro assi si passerà a sei priorità, ovvero trasferimento di conoscenze e innovazione, competitività, organizzazione delle filiera alimentari e gestione dei rischi, tutela degli ecosistemi legati al mondo agricolo, ottimizzazione dell’impiego delle risorse e riduzione delle emissioni, occupazione e sviluppo nelle regioni rurali. Infine il quarto pilastro, il Regolamento Orizzontale, ha lo scopo di monitorare l’applicazione delle misure previste dalla PAC, in particolare quelle relative alla condizionalità, agli interventi sul mercato e ai pagamenti diretti, che ormai si possono considerare una spina nel fianco sia dal punto di vista economico che da quello politico.

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La PAC assorbe infatti una quota davvero consistente del budget europeo: il 42,5% nel piano di spesa 2007-2013, ma negli anni precedenti il dato era anche superiore. L’enorme spesa, che nel periodo 2014-2020 dovrebbe aggirarsi intorno ai 383 miliardi di euro, può essere giustificata se si considera l’agricoltura come un’attività fondamentale per la sopravvivenza di tutti i cittadini europei, quindi un bene, o meglio servizio, comune. Se deve essere così però, non si spiega la grandi enfasi che anche con la nuova riforma viene posta sull’aspetto commerciale – “crescita” è sempre la parola chiave –, mentre il rigore che sarebbe servito nell’imporre pratiche realmente sostenibili non è stato adottato. Per esempio, scorporando il vecchio sistema del pagamento unico degli aiuti diretti, si sarebbe potuto eliminare, attraverso un processo graduale per non creare troppi scompensi, il pagamento di base, utilizzando come primo criterio quello del greening e facendo in modo che l’agricoltura sostenibile e biologica diventasse conveniente non solo dal punto di vista ambientale ma anche da quello economico. D’altronde  pur senza fare ‘di tutta l’erba un fascio, è irrealistico sperare che un’istituzione sopranazionale che in altri settori – tanto per fare un esempio, quello finanziario – sta facendo di tutto per privare i paesi membri di quel briciolo di autorità di cui sono ancora in possesso, in un ambito cruciale per l’autodeterminazione e la sovranità come quello alimentare si muova nella direzione opposta.

Fonte: il cambiamento

Che Cos'è l'Agricoltura Biologica
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