ARTIGIANATO, GIOVANI, SUD

Contest fotografico #Unfuturomaivisto, foto di Carlo Silva, Erice (Tp)

Fritz Lang, ilgrande regista di capolavori come Metropolis o Il grande caldo, amava definirsinon un artista ma un artigiano. Essere artigiani significa non solo essere  capaci di creare, di trasformare la realtà attraverso le idee e il contatto conla materia, ma vuol dire anche essere portatori di un “saper fare” che viene dalontano e dovrebbe portare altrettanto lontano. Un sapere di conoscenze, altempo stesso filosofico e pragmatico, che rappresenta il patrimonio di un paesee di un popolo. Un sapere che si fa “tradizione” per essere tramandato allefuture generazioni, ma che al contempo dovrebbe sfuggire da essa, innovarsi,cambiare, più o meno lentamente, per essere un sapere attuale, necessario eutile. Quando manca questo passaggio, è una tradizione che muore e un sapereche scompare. E’ il caso, purtroppo, di molte nostre forme di artigianatosegnate non solo dal passo veloce dei tempi, ma da contraddizioni e dallamancanza di investimenti, non solo economici. In un paese come l’Italia, famosoper i suoi prodotti di qualità, in cui la disoccupazione giovanile è altissimama sempre di più scarseggiano calzolai, vetrai, sarti e scalpellini, lariscoperta del saper fare tradizionale dovrebbe essere un percorso naturale. Larealtà invece è tutt’altra. Tecnica e tradizione però possono non essere sufficienti:per affrontare la sfida, occorrono una forte consapevolezza degli effetti dellaglobalizzazione e la capacità di valorizzare, se necessario, il ruolo dellatecnologia. In generale, serve apportare innovazione, immaginare nuovi campi diapplicazione per antichi mestieri. E’ forse superfluo sottolineare come le“botteghe” rappresentino un forte elemento di attrazione turistica, grazie algusto del “fatto a mano” e al valore della “unicità” sempre più ricercati eche, per semplificare, definiamo come la forza del Made in Italy. Lecontraddizioni, come anticipato, si intrecciano però alle difficoltà di rendereazioni concrete le varie riflessioni sulle opportunità che l’artigianato, e inparticolare quello artistico, è in grado di offrire a giovani e territori. E’questo, in particolare, l’aspetto che ci interessa maggiormente esplorare.Perché, oltre alle prerogative culturali ed economiche, l’artigianato artisticopuò comprendere anche quelle sociali. Queste, addirittura possono essere laprincipale leva che permette la riscoperta dei “saperi” e la lorovalorizzazione, la loro seconda vita. Abbiamo voluto dare spazio, perciò, adiverse esperienze che si sono confrontate con l’artigianato partendo dal puntovista e da esigenze di natura sociale. Il risultato? Recuperate le tradizioni,recuperato il capitale umano; sperimentati interventi di inclusione sociale edi sviluppo locale; valorizzati saperi, giovani, territori. Da questo punto divista, lo spunto di riflessione è venuto dalla sperimentazione avviata con il bando della Fondazione CON IL SUD per promuovere interventicapaci di recuperare e valorizzare tradizioni artigianali tipiche diparticolari aree meridionali che sono in via di “estinzione”, creando attornoad essi occasioni di inclusione di soggetti svantaggiati e opportunitàprofessionali per le nuove generazioni.

“Le situazioni più difficili creano possibilità…L’arte in sé è salvifica!” E’ uno dei messaggi che abbiamo raccolto dall’intervista che il maestro Dalisi ha voluto concederci. Crediamo che queste poche righe contengano un grande pezzo di verità sulla “potenza” sprigionata dall’arte e dalla cultura quando incrociano il sociale.

Buona lettura!

Fonte: http://www.conmagazine.it/2018/11/12/artigianato-giovani-sud/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Artigianato: un bando per sostenere saperi e tradizioni del Sud

Dalla seta al mandolino, dalla lana ai carretti siciliani. Fondazione CON IL SUD in collaborazione con l’Osservatorio dei Mestieri d’Arte di Firenze (OMA) lancia un bando per sostenere la tradizione artigiana meridionale che oggi rischia di scomparire. La Fondazione CON IL SUD  intende sostenere alcune eccellenze della tradizione artigiana meridionale che stanno scomparendo. A questo scopo, in collaborazione con l’Osservatorio dei Mestieri d’Arte di Firenze (OMA), rivolge un invito alle organizzazioni del Terzo settore per progetti di valorizzazione di antiche produzioni e competenze in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia, da realizzare anche in partenariato con enti pubblici o privati, profit o non profit. Le proposte dovranno essere presentate online entro il 17 ottobre 2018 tramite la piattaforma Chàiros.craftsmanship-2607408_960_720

Il sapere e la tradizione artigianale sono tra le cifre più caratteristiche della cultura e dell’economia italiana e rivestono un’importanza strategica anche sul piano sociale: il lavoro artigiano, grazie alla qualità dei manufatti, restituisce dignità alle persone, rendendole orgogliose e gratificate, e permette di rafforzare, quando non di ricostruire, il legame con il territorio.

“Uno dei più lampanti paradossi del nostro paese, famoso per i suoi prodotti di qualità e con un’altissima disoccupazione giovanile, è che scarseggiano sempre di più calzolai, vetrai, falegnami, sarti o scalpellini – scrive Fondazione CON IL SUD – Questo succede perché i nipoti non seguono le orme dei nonni e perché questi mestieri risultano poco redditizi su un mercato veloce e globalizzato. La sfida di Fondazione CON IL SUD e OMA è quella di riscoprire il saper fare tradizionale, immaginando nuovi campi di applicazione tecnologica e commerciale e trovando nuovi potenziali talenti anche nelle giovani generazioni e tra le persone più fragili”.hands-731241_960_720

Il bando interviene su settori artigianali particolarmente vulnerabili: dal ricamo tradizionale, come lo squadrato lucano, all’intreccio di fibre vegetali per realizzare cesti a Reggio Calabria o nasse e reti da pesca in Sardegna; dalla produzione di fili di seta a Catanzaro alla costruzione del mandolino napoletano e della chitarra battente cilentana; dalla costruzione di carretti siciliani alla tessitura con la tecnica del fiocco leccese o alla filatura della lana in Sardegna. Sono solo alcuni degli esempi di saperi antichi che rischiano realmente l’estinzione e che, inseriti in opportuni percorsi di innovazione e inclusione sociale, possono al contrario rappresentare opportunità per nuovi talenti e occasione per sperimentare approcci e modelli inediti di valorizzazione. Per la realizzazione delle singole iniziative, la Fondazione mette a disposizione complessivamente un contributo di 800 mila euro, in funzione della qualità delle proposte ricevute e della loro capacità di generare valore sociale ed economico sul territorio.

Vai al bando: clicca qui

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/08/artigianato-bando-sostenere-saperi-tradizioni-sud/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Passione e resilienza: così è nato DreamsInDress

Carla Demartini è una giovane biellese che ha fatto tesoro del concetto di resilienza: laureata con il massimo dei voti, in difficoltà dopo aver perso il lavoro durante la maternità, non si è abbattuta e ha avuto l’audacia e il coraggio di reinventarsi come artigiana, riscoprendo la passione che aveva da bambina: il cucito. La storia del progetto Dreamsindress e del coraggio di una donna nel realizzare il proprio sogno. La Resilienza è oggi un termine che descrive questi anni tumultuosi e intrisi di grandi trasformazioni: si tratta, in psicologia, della capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. Descrive bene la storia di Carla Demartini e del suo neonato progetto DreamsInDress.dreamsindress-cambiamento-vita-carla-demartini

Carla è una giovane mamma biellese, laureata in Economia e Management delle imprese cooperative e non profit. Da sempre appassionata di terzo settore e di economia allo stesso tempo, riesce a coniugare le due passioni lavorando prima nel dipartimento marketing e fundraising di Action Aid, poi a Torino nella Cooperativa Sociale Orfeo e infine a Biella, nell’ufficio amministrativo e fundraising di una fondazione. Dopo anni di soddisfazioni e crescita, arriva il temporale dopo una giornata splendente: dopo l’ulteriore splendida notizia della imminente maternità, non le viene rinnovato il contratto a tempo determinato e perde il lavoro, trovandosi disoccupata. È qui che comincia un percorso che alla fine spazzerà via le nubi e la porterà su nuovi lidi, magicamente legati ad una sua passione dell’infanzia: il cucito.

La nascita di DreamsInDress

“Io ho sempre avuto la passione per il cucito, sin da quando ero bambina. Quando è nato il mio bimbo ho ripreso in mano questa passione, ed ho cominciato a creare il corredo, alcuni giochi e libri di stoffa per il mio bambino”. Carla non sembra affatto una donna che si abbatta o si demorda più del dovuto, ma non sa ancora che si sta aprendo la strada nel crearsi un proprio inaspettato futuro lavorativo e professionale.

“Le mie amiche, vedendo le mie prime creazioni, iniziarono a suggerirmi di provare a vendere qualcosa delle mie realizzazioni. Ho cominciato ad iscrivermi ai gruppi Facebook dedicati alle neo-mamme appassionate di metodi naturali e maternità dolce. Lì ho scoperto un mondo, molto aperto e fantasioso, di mamme creative che sono state escluse dal mondo del lavoro dopo la maternità e che hanno cominciato a creare vari oggetti di sartoria, ho cominciato a prendere spunti e a creare le condizioni per vendere le mie prime realizzazioni”.dreamsindress-cambiamento-vita-carla-demartini-1521012374

È trascorso un anno nella quale Carla, dopo essersi dedicata a tempo pieno nel fare la mamma, capisce che ha bisogno di un cambiamento per ricrearsi un proprio futuro. Dopo aver ripreso in mano i ferri ed essersi iscritta ai gruppi Facebook, decide di seguire il consiglio delle sue amiche e creare quasi per gioco una pagina Facebook personale e presentare accessori per altri bambini oltre il suo: si inventa piccoli peluche in stoffa di cotone fatti con i ritagli (gli scrap) di fasce porta bebè. Sceglie la forma dell’elefantino, simbolo della maternità protettiva e della sua rinascita come donna.

“Ho iniziato a partecipare ai primi mercatini di prodotti naturali e legati all’infanzia, fino ad arrivare alla Fiera del bambino naturale di Chieri, dove ho fatto il boom ed ho capito davvero che questa passione poteva diventare l’occasione per avviare un’attività autonoma.” Carla comincia così a creare capi di abbigliamento personalizzati da donna, oltre che a nuovi accessori per bambini e mamme. I prodotti piacciono per la loro artigianalità, la creatività e la passione che esprimono, aspetti che si uniscono all’utilizzo di materiali naturali e a chilometro zero: la lana, il lino e il cotone, materiali di qualità ricavati da aziende e distretti tessili con sede intorno a Biella. Perché la particolarità dei prodotti di Carla sta proprio nell’utilizzo di materiale completamente italiano per le sue creazioni: “La mia passione era soprattutto per i prodotti naturali: essendo originaria di Biella, utilizzo molto la lana biellese che è di una qualità molto pregiata, insieme a cotone e lino. Ho proseguito con i mercatini, arrivando fino a Bastia Umbria, Ferrara e Cervia, riscontrando un successo sempre più grande. Ho conosciuto sempre più persone e ho capito che ero pronta per il grande salto: quello di aprire una vera e propria partita IVA e di trasformare la mia attività in un lavoro”.

Il 12 gennaio 2018, con l’apertura della partita IVA, Carla ha dato la luce al suo progetto chiamato DreamsInDress, dove realizza artigianalmente e su ordinazione capi di abbigliamento, accessori e giochi per bimbi, mamme e papà. Il sogno di realizzare il grande passo si è materializzato grazie all’incontro con due realtà: la Confederazione Nazionale dell’Artigianato di Biella e il programma Mettersi in Proprio della Regione Piemonte, che accompagna gli aspiranti imprenditori nel percorso di accompagnamento alla creazione di impresa e al lavoro autonomo.dreamsindress-cambiamento-vita-carla-demartini-1521012394

“Nel luglio 2017, durante uno dei miei mercatini a Biella, ho conosciuto Annalisa Zegna, la Presidente del Gruppo Impresa Donna di CNA Biella, anche lei artigiana e che si è subito molto appassionata alle mie realizzazioni. Grazie a lei e al personale del CNA ho poi scoperto la possibilità di partecipare al programma MIP, che mi ha permesso di concretizzare il mio sogno lavorativo”. Grazie al MIP, Carla ha potuto redigere un business plan accurato della sua attività, che gli ha permesso poi di partire nel gennaio 2018. Oggi Carla lavora da casa dove ha un campionario base composto da vestiti, accessori e giochi di stoffa per bambini; capi di abbigliamento per donne, zainetti e scaldacollo per uomini e accessori per le mamme. A Biella, insieme ad altre artigiane della città, a partire da questo mese condividerà uno spazio espositivo e di vendita in città presso il negozio CNA, dove oltre agli spazi le varie artigiane condivideranno anche i propri saperi e le proprie passioni per la creazione di nuovi oggetti.

“In questa nuova situazione lavorativa, l’aspetto più bello oltre alla realizzazione di un sogno è che ora riesco a conciliare il tempo che dedico al lavoro a quello che devo, e voglio, dedicare al mio bimbo e alla famiglia. La cosa importante da considerare, prima di lanciarsi in un’attività del genere aprendo la partita IVA, è quella di essere ben consci e conscie del passaggio che si va ad affrontare. Bisogna studiare per bene i costi e ricavi, informarsi bene riguardo imposte e burocrazia perché fare i dovuti calcoli a tempo debito aiuta tanto”.

Per approfondimenti e ulteriori informazioni puoi leggere qui l’articolo dal Blog del CNA Biella.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/04/passione-resilienza-dreamsindress/

 

Il mercato contadino, un esempio concreto di economia circolare

Lontano dalle logiche della grande distribuzione organizzata, il mercato contadino propone prodotti locali di qualità, combatte lo spreco alimentare e promuove la condivisione. Ne abbiamo parlato con Tommaso Orazi, che collabora con il Mercato Contadino di Zagarolo, in provincia di Roma, un esempio reale di circuito economico e sociale virtuoso. “Secondo l’ultimo rapporto Ispra sullo spreco alimentare in Italia si spreca il 60% delle risorse. Questo genera aumento dell’effetto serra, spreco di acqua, degradazione dell’ecosistema terra ed enormi problemi di natura socio-alimentare. I sistemi agro-alimentari, basati sull’industria agrochimica e sulla grande distribuzione, poco integrano la dimensione ambientale, sociale ed economica dell’intero sistema. Di fatto non sono sostenibili”.

Ne abbiamo parlato con Tommaso Orazi che ci ha spiegato cosa lo ha portato a collaborare con l’organizzazione del Mercato Contadino di Zagarolo, in provincia di Roma.12400747_10208757403597514_7836045629580058692_n

Il mercato contadino di Zagarolo

“La grande distribuzione organizzata, protagonista della globalizzazione, crea disparità e spreco. Non si produce in base alla domanda, ma si sfruttano le risorse del mondo, anche umane, per produrre il più possibile al minor costo; si accumulano i prodotti per distribuirli a chi se lo può permettere. Non c’è contatto diretto tra chi produce e chi consuma e spesso sono proprio i braccianti che coltivano per le grandi aziende a non avere sufficiente accesso al cibo”.

Da consumatore occasionale dei mercati e partecipante ai gruppi di acquisto solidale, da qualche anno Tommaso è impegnato in una realtà di economia circolare. “Al mercato contadino, che si tiene ogni domenica mattina, partecipano circa 30 produttori con un vasto assortimento di prodotti alimentari di stagione, fiori e piante, erbe aromatiche e officinali, cosmesi naturale. Abbiamo un regolamento che cerchiamo di fare rispettare per mantenere alta la qualità del mercato. Nessun prodotto deve provenire dalla grande distribuzione. Oltre alle visite degli agronomi accreditati, dallo scorso anno, partecipano alle visite anche i consumatori stessi del mercato per conoscere meglio i produttori e scoprire cosa c’è dietro ogni loro prodotto. È un modo per valorizzare il lavoro di chi propone prodotti di qualità rispetto a quanto si trova nella GDO. I contadini vengono stimolati a produrre varietà antiche o tipiche del territorio e i cittadini a riconoscere e ad apprezzare i prodotti autoctoni come la Sarzefina e il Cavolo di Zagarolo, la nocciola dei Colli Prenestini, il Marrone di Labico e speriamo da quest’anno il Pisello labicano. La parte più bella forse è che il mercato non è solo un luogo per fare la spesa ma è uno spazio per trascorrere una piacevole mattinata, qualche volta animata da musicisti e artisti di strada”.27750141_10216304152141511_9115219256850101180_n

Intorno al Mercato contadino di Zagarolo sono nati 2 progetti. Il primo è il progetto di artigianato artistico a Km 0 “In corso d’opera XL”: ogni seconda domenica del mese il mercato si estende con lo spazio per gli artigiani con dimostrazioni sul posto di vecchi e nuovi mestieri. Creazioni artigianali estemporanee permettono di mostrare come si può lavorare il legno, il ferro, il vetro, la lana, la pelle, il PET, quindi anche alcune tecniche di riuso creativo, ed altri materiali. Il secondo progetto si chiama “No Spreco Alimentare/Invenduto solidale di Zagarolo”: consiste nel raccogliere l’invenduto del mercato per destinarlo a famiglie o associazioni oppure per trasformarlo per eventi solidali. Tommaso chiarisce: “L’obiettivo non è fare assistenzialismo ma creare relazioni di mutuo aiuto. Si cerca di non donare ma di creare uno scambio con la famiglia o l’associazione beneficiaria anche solo nel portare avanti il progetto stesso. Il gruppo No spreco Alimentare collabora anche con Baobab Experience che sostiene i migranti di passaggio da Roma con pasti caldi, abiti e supporto di vario genere.19366173_10213238827786253_6779514925787920805_n

Sabato 17 Febbraio a Zagarolo è in programma “Più U.. Mani per Capricchia”. Dalle ore 16 ci vediamo per impastare la pasta insieme e poi per proseguire con la cena solidale per la comunità di Capricchia, in provincia di Amatrice, colpita dal sisma un anno e mezzo fa. Le cene solidali sono preparate sempre con l’invenduto del mercato, organizzate a rifiuti 0, a contributo libero e con il meccanismo del Buono spesa sospesa. Per chi collabora è stanziata una parte simbolica del ricavato, concordata con il beneficiario dell’iniziativa, sotto forma di Buoni da spendere al Mercato Contadino di Zagarolo. L’invenduto diventa volano per la crescita del territorio e per azioni di solidarietà, un circuito virtuoso di economia circolare e socializzante.  “Un evento particolarmente partecipato è quello dello Scambio di Semi organizzato ogni anno per favorire la biodiversità. Domenica 18 febbraio si potranno scambiare o prendere semi con l’impegno di riprodurne una parte per regalarli. Semi e piantine sono tutte autoprodotte, anche di varietà antiche. Uscire dal circuito di sfruttamento globalizzato ed entrare nei circuiti del rispetto del locale si può”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/02/mercato-contadino-esempio-economia-circolare/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Hackability: designer e disabili per una tecnologia “dal basso”

L’artigianato digitale si mette a disposizione dei disabili per progettare ausili capaci di venire incontro alle loro esigenze. Il progetto Hackability fra proprio questo, coinvolgendo competenze trasversali e mettendo i risultati a disposizione di tutti grazie all’open source. Fabbricazione artigianale, tecnologia e confronto multidisciplinare: sono questi gli ingredienti che hanno dato vita ad Hackability, un punto di incontro per professionisti che impiegano la proprie conoscenze per cercare di migliorare la vita dei disabili.Di-Culo-2

Oggi è un’associazione ma nasce come una community e il primo hackaton di Hackability si è svolto nel 2015 a Torino. Gli hackaton sono gare non competitive tra team composti da designer, maker e informatici che progettano ausili super personalizzati insieme ai disabili per rispondere alle esigenze della vita quotidiana garantendo un prodotto ideato“su misura”.

L’idea di kackability nasce dall’osservazione di quanto sia diffusa la richiesta di presidi,  oggetti o telecomandi che si adattino a richieste e problematiche specifiche. Da qui la consapevolezza che le risposte non possono che essere adattamento e personalizzazione di oggetti comunemente in commercio, l’autocostruzione o la realizzazione di nuove soluzioni supportate da tecnici o da piccoli artigiani. La produzione industriale non può essere in alcun modo la strada da percorrere, sia perché alcuni adattamenti sono così specifici da non essere spendibili per una linea seriale, sia perché i costi di produzione per oggetti che si diffonderebbero solo su strettissima scala sarebbe enorme.Polito4

La soluzione è dunque la diffusione del principio che guida i fablab, utilizzando i migliori strumenti dell’alta tecnologia per la co-progettazione e lo sviluppo di oggetti dal “design for each” (un design su misura per ogni esigenza specifica). In questo modo macchine di prototipazione, stampanti 3D e schede open  source possono essere utilizzati per produrre presidi nuovi (o migliorati) e oggetti a basso costo per supportare le persone con disabilità nella vita quotidiana, facilitandone l’inclusione, l’autonomia lavorativa e la riabilitazione. Ma il bello non finisce qui, perché una volta realizzato il prototipo i modelli sono gestiti in un regime di totale open source, i file di progettazione sono messi on-line e chiunque potrà riprenderli e adattare a sua volta l’oggetto alle proprie necessità.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/02/hackability-designer-e-disabili-per-una-tecnologia-dal-basso/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Artigianato: se le piccole botteghe scelgono la sostenibilità

Il futuro è nell’artigianato, come dimostra anche la rinascita di tante piccole botteghe italiane. Oggi vogliamo raccontarvi la storia della falegnameria Rubboli che dalla fine degli anni ’80 ha scelto di utilizzare solo vernici naturali e basare la sua attività sull’importanza delle relazioni e sul rispetto della natura. Più di cinquant’anni di storia e non sentirli. Anzi, ad ascoltare le parole di Stefano, ci si accorge di come egli sia proiettato nel futuro, pur tenendo in piena considerazione il passato e le tradizioni familiari.

La falegnameria Rubboli venne fondata 65 anni fa a San Zaccaria, in provincia di Ravenna, da suo padre e oggi è portata avanti da Stefano insieme alla moglie. “Abbiamo sempre condiviso le cose, non c’è mai stata una gestione da mio babbo passata a me, è sempre stata una gestione collaborativa”. Il padre si è ritirato tre anni fa. “Viene ancora a dare una occhiata, lo posso chiamare quando ho bisogno di un consiglio, cerco di coinvolgerlo quando devo andare a comprare il legno ad esempio”.

“Produciamo cose solamente fatte con prodotti naturali”. Curioso il momento in cui decisero di passare ad una produzione sostenibile e rispettosa dell’ambiente. “È un aneddoto che mi piace raccontare. Un giorno venne qui un signore che vendeva vernici naturali, con sul giubbotto un disegno di un sole che ride – ci dice sorridendo – e quando iniziò a parlare di queste tematiche legate alla sostenibilità, ci sembrò una cosa strana. Nel giro di qualche mese questi discorsi che sembravano insensati, presero forma e concretezza. Capimmo che si poteva vivere senza distruggere il mondo”. Tutto ciò accadde nel 1988.falegnameriarubboli1

La falegnameria utilizza solo vernici naturali, e la differenza rispetto a quelle tradizionale è altissima. “Con la vernice tradizionale plastifichi il legno – continua l’artigiano romagnolo – lo impermeabilizzi e lo rendi quasi un inerte; con la vernice naturale il legno rimane vivo, per cui avrà sempre le sue dilatazioni, i suoi movimenti”.

Il costo delle vernici naturali è competitivo, a differenza di quanto si possa pensare.
“Cinque litri di vernice naturale possono costarti 250 €, mentre lo stesso quantitativo di vernice tradizionale costa circa 30 €. Però v’è una differenza : per verniciare un tavolo usando il prodotto naturale si usano tre etti di vernice, con un prodotto chimico tradizionale si usano dai cinque ai dieci chilogrammi di prodotto, e buona parte di questi vanno in atmosfera”.

Inoltre ne guadagna la salute del pianeta, con meno risorse utilizzate e di migliore qualità oltreché la salubrità degli operatori che quotidianamente respirano un prodotto più naturale. “Nel lavoro tradizionale hai un consumo di energie e materie prime, di ferramenta e vernici di un certo tipo. Se invece lavori in un’altra maniera, produci molto meno. Mentre prima quando usavi le altre vernici ti sentivi rintronato per tre giorni, con questo tipo di vernici non hai questo problema. Hai un miglioramento della tua qualità di vita lavorativa enorme”.

Da uno studio specifico fatto sulle sue vernici si è dimostrato che “non provocano danni all’ambiente e agli operatori; il residuo secco può essere utilizzato per fare compostaggio, e non comportano danni all’utilizzatore finale, salvo che esso abbia delle patologie pregresse”.FalegnameriaRubboli2.jpg

Una delle componenti principali dell’attività di Stefano è la relazione. “Capita che un cliente che non viene da vent’anni, se passa da San Zaccaria si fermi a salutarmi”. I suoi clienti “sono persone normali, tendenzialmente votate al volontariato e più sensibili rispetto la media. Mi riconosco in molti di loro, sono persone semplici”. Tant’è che quando gli chiediamo qual è la sua più grande soddisfazione, ci dice che è proprio il rapporto con le persone, mentre la più grande difficoltà è il non essere capito dalle istituzioni e enti pubblici. Un’altra immensa soddisfazione per Stefano è stato istallare un impianto fotovoltaico, in grado di mettere in rete un terzo dell’energia generata. È stato l’ultimo progetto studiato e realizzato insieme al padre prima che andasse in pensione. Il legname utilizzato è esclusivamente di provenienza europea o nord americana. Non proviene dall’Africa, dal Sud America o dal Sud est asiatico per prendere materiale proveniente da deforestazione. “In Europa o in Nord America tutte le foreste sono a taglio controllato: vengono sempre ripiantate e non sono foreste vergini”.

L’amore e la passione per il suo lavoro gli danno la determinazione per continuare sempre con lo stesso entusiasmo. “Non è un lavoro che puoi fare se non ti piace, se pensi ai soldi. La testa è qui: pensi a quel che devi fare”.falegnameriarubboli3

Ascoltando Stefano capiamo quanto gli piaccia trascorrere i suoi giorni lavorando il legno. Ci viene quindi spontaneo chiedergli se c’è e qual è la sua pianta favorita. “Ci sono legni che adoro, uno di questi è il rovere. È il mio preferito. Mi piace anche il tiglio, legno semplice che cresce velocemente, tenero e compatto”. Senza dimenticarci che “l’albero è un prodotto della natura, ed ognuno è diverso dall’altro”.

Riascoltando le parole di Stefano ci viene in mente il detto di Laozi, che da oggi possiamo ribaltare: fa più rumore una foresta che cresce che un albero che cade.

Intervista: Daniel Tarozzi e Andrea Degl’Innocenti
Riprese: Paolo Cignini
Montaggio: Roberto Vietti

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/01/io-faccio-cosi-152-artigianato-piccole-botteghe-scelgono-sostenibilita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Artigianato e antichi mestieri per una nuova economia

Si è tenuta il 3 aprile scorso a Roma la manifestazione “Dire, Fare… Artigianale – Antichi mestieri per una nuova economia”, organizzata al termine del Laboratorio territoriale di Nuova Economia del III Municipio, un lavoro durato oltre un anno a cui hanno partecipato associazioni, istituzioni e artigiani. L’obiettivo? Restituire valore all’artigianato e agli artigiani, minacciati dalle regole del mercato globale e dalla logica del profitto ad ogni costo.1

L’artigianato in mostra a piazza Sempione (Roma)

Capita di arrivare a Piazza Sempione a Roma in una domenica di fine marzo con la primavera appena sbocciata e trovarla animata di una vita inconsueta. Gruppetti di persone sono radunate attorno ad alcuni stand montati in legno. Sotto al loggiato altre persone stanno sedute ad ascoltare un’animata conferenza. Sui muri sono appese foto di artigiani al lavoro, correlate da frasi. Si parla di artigianato e produzione agroalimentare perché proprio qui, in Piazza Sempione, domenica 3 aprile si tiene la restituzione di un lavoro durato oltre un anno chiamato Laboratorio di Nuova Economia, a cui hanno partecipato associazioni, istituzioni, artigiani. È possibile restituire all’artigianato e agli artigiani la dignità che meritano, in una società basata sulla produzione industriale di massa? È possibile ricostruire una filiera agroalimentare locale in un mercato del cibo globale in cui, per qualche strano inganno della globalizzazione, è più “conveniente” importare arance dal Marocco o ciliegie dall’Argentina che consumare quelle prodotte accanto a casa nostra?

Noi lo abbiamo chiesto a Soana Tortora, co-fondatrice di Solidarius Italia  e membro del comitato etico di Banca Etica (due realtà che hanno avuto un ruolo centrale nel Laboratorio di Nuova Economia).

L’incontro di domenica a Piazza Sempione nasce come restituzione di un lavoro durato un anno, di ricerca e mappatura dei mestieri artigianali nel III Municipio. Come è nata questa iniziativa?

È da un anno e mezzo che il Laboratorio di Nuova Economia è stato avviato nel Municipio III a Roma, come “traduzione” territoriale del Laboratorio Nazionale di Nuova Economia che nel 2012, a Terra Futura era nato su iniziativa di Banca Etica. Fin dall’inizio Solidarius Italia ha partecipato attivamente al tavolo nazionale ed è stato naturale che, quando si è deciso di avviare alcuni Laboratori Territoriali, si sia fatta promotrice di questo, a Roma. C’è una precisa data di nascita: il 9 settembre 2014 quando, proprio nella stessa sede del Municipio, si è tenuto un incontro cui ha partecipato Euclides André Mance, l’antropologo e filosofo brasiliano co-fondatore delle reti di economia solidale nel suo paese e coordinatore della Rete Internazionale Solidarius. Da quella iniziativa è scaturito un “gruppo di regia”, costituito da rappresentanti locali di altri organismi che avevano partecipato al Laboratorio Nazionale e realtà locali, cooperative sociali territoriali, imprese sociali e imprenditori profit, artigiani, docenti, ricercatori, studenti e singoli cittadini. Fin dall’inizio rappresentanti della Giunta hanno assicurato il collegamento costante con il Municipio.

Come vi siete approcciati alle realtà presenti sul territorio del III Municipio?

Analizzando la realtà locale e, assieme, le presenze, le competenze e le disponibilità di chi partecipava al “gruppo di regia” sono andati emergendo due filoni di intervento che hanno dato vita a due gruppi di lavoro con l’obiettivo di:
1) Contribuire a ri-costruire la filiera agro-alimentare a partire dai produttori presenti nel Parco della Marcigliana, sostenendo una distribuzione a Km0 in collegamento con i Gruppi di Acquisto solidali del Municipio, con negozi di prodotti biologici, fino ai mercati rionali, con mense locali e servizi di ristorazione che potranno sorgere per iniziativa di cooperative sociali;

2) Contribuire a sostenere le attività dei molti artigiani che sono in difficoltà per le troppe spese o perché non riescono ad individuare soggetti cui lasciare il “testimone” della propria attività ed esperienza. Abbiamo subito pensato ad iniziative di formazione e di coworking. Ma anche alla possibilità di ampliare la quantità di beni da recuperare e/o da riciclare togliendoli dal circuito dei “rifiuti solidi urbani”. Proprio attraverso la formazione e il coworking, infatti, questi stessi beni potrebbero essere reimmessi nel circolo virtuoso del riuso, della rivendita a basso prezzo, della trasformazione di design. Artigiani presenti nel gruppo si sono riconosciuti subito in questo progetto. Abbiamo allora cominciato a guardarci intorno per individuare uno spazio comune multifunzionale nel quale raccogliere oggetti da recuperare prima che divengano rifiuto (quelli che l’Azienda Municipale chiama “gli ingombranti”), installare laboratori di recupero e, insieme di formazione pratica ma anche teorica e lanciare una prima esperienza di commercializzazione che garantisse la sostenibilità dell’intero progetto.artigianato

Un’idea ambiziosa che, da subito, si è scontrata con la difficoltà di reperire a basso costo o in concessione gratuita – date le finalità sociali che ci proponevamo – un locale che potesse rispondere agli obiettivi che ci eravamo fissati. D’altra parte, era necessario allargare il numero degli artigiani per verificare più a fondo la fattibilità del progetto assicurando non solo la loro partecipazione attiva ma anche quella di realtà territoriali che potessero suscitare la domanda di formazione e lavoro (giovani in uscita da percorsi formativi generici, giovani provenienti da case famiglia presenti nel territorio municipale, cooperative nascenti di giovani rom già coinvolti in attività di recupero…). Da qui è nata l’ipotesi di ricerca-intervento di cui questa parte di rilevazione è solo il primo passo. Solidarius Italia aveva già elaborato ed utilizzato in altre occasioni un proprio strumento che abbiamo chiamato “La trama e l’ordito”. Non un questionario ma una traccia per instaurare un dialogo, una rapporto di fiducia che partisse dalla narrazione delle storie personali e “aziendali” di ciascuno per ripercorrere obiettivi originari e futuri, relazioni di filiera e di rete create con altri soggetti, programmi e …sogni: un primo tentativo nella direzione di ricostruire un tessuto relazionale spesso sfilacciato e strappato.  Banca Etica aveva messo a disposizione dei Laboratori Territoriali un contributo piccolo ma sufficiente a far partire la ricerca “ingaggiando” un gruppo di giovani ricercatori qualificati che, proprio con il coordinamento di Solidarius Italia, hanno iniziato dall’autunno scorso, la ricerca a partire da una mappatura “fredda” di un quartiere che ci era stato indicato dal Municipio come un luogo storico di presenza degli artigiani della zona.  Un faticoso lavoro “porta a porta”, diffidenze, rifiuti (“ma chi siete?…non ho tempo… non serve a niente…”) ma anche aperture e speranza di futuro, anche pensando che, nel frattempo, la Regione Lazio aveva approvato, all’inizio del 2015, un Testo Unico sull’artigianato che parla proprio di loro, riconoscendo la loro figura di Mastri Artigiani e la loro bottega come possibile luogo di formazione per giovani che volessero prendere il testimone di un’attività altrimenti destinata a morire… Ma poi parla di artigianato creativo, di artigianato nei settori del recupero e del riuso e anche di artigianato digitale. Da subito abbiamo detto che avremmo restituito loro, ma anche ai cittadini, alle istituzioni e a chi volesse ascoltare i risultati della rilevazione per decidere come proseguire. Da qui l’evento di domenica scorsa, 3 aprile.

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Quali sono stati i risultati salienti della ricerca?

Gli artigiani contattati personalmente, uno ad uno, cercati nelle loro botteghe, sono stati complessivamente circa 70. Alla fine 42 hanno accettato di raccontarsi e di mettersi in relazione con il progetto. Non sono certo “grandi” numeri, ma i risultati di questo lavoro non sono misurabili a numeri perché sono relazioni stabilite sulla fiducia, sono storie di vita raccontate, i progetti, realizzati o no, il rapporto con gli oggetti che creano o che sono affidati loro dai clienti, le generazioni che vedono passare, le relazioni con il territorio e con la comunità. Sono risultati acerbi che hanno bisogno di essere sedimentati e sviluppati in percorsi comuni e condivisi, da co-progettare e da costruire rispettando le storie e le esigenze di ciascuno. Uno di loro ci ha detto: “Questo progetto? Mi sembra ben pensato… Potrebbe essere una di quelle chiavi di svolta per cercare di uscire da questa impasse del mercato ad ogni costo, del profitto ad ogni costo, della diffidenza rispetto al vicino di casa. Insomma potrebbe essere un buon viatico, per rivedere un po’ tutto il concetto della nostra economia usa e getta perché bisognerebbe fermarsi un attimo e riconsiderare il nostro modo di vivere”. Allargare a poco a poco la coscienza di tutto ciò è uno degli obiettivi prioritari del Laboratorio e realizzarlo con soggetti che l’economia la fanno in prima persona diventa decisivo. Un altro risultato emerso dall’evento del 3 aprile è il fatto che tutti gli interlocutori intervenuti – dal Presidente del Municipio III, Paolo Marchionne alla consigliera regionale Cristiana Avenali, a Nicoletta Dentico del C.d.A. di Banca Etica – hanno riconosciuto il contenuto innovativo del progetto, il disegno a medio e lungo termine a questo sotteso. Un contenuto di innovazione sociale, in quanto progetto che nasce e procede dal basso attraverso un processo effettivo di democrazia partecipativa che coinvolge direttamente cittadini (con particolare attenzione alla fasce di maggiore fragilità), associazioni e imprese e, insieme, le istituzioni, a partire da quelle territoriali. Innovazione sociale, ancora, perché una delle attenzioni esplicite è operare a partire dalla lotta allo spreco di risorse e di oggetti potenzialmente riusabili o recuperabili, al consumismo esasperato, alla produzione di rifiuti. Ma anche, potenzialmente, innovazione tecnologica capace di connettere abilità e saperi tradizionali con modalità produttive e di organizzazione del lavoro (artigianato digitale, coworking,…), in grado di attrarre anche le generazioni più giovani.

Pensi che in questo anno siano nate delle collaborazioni fra artigiani?

Parlavo prima di “risultati acerbi”. In un anno e mezzo complessivo di vita del Laboratorio e in soli 6 mesi scarsi di lavoro di ricerca e di relazioni dirette non possiamo pensare che, dal punto di vista della nascita di nuove collaborazioni, i risultati possano essere già visibili. Due elementi, però, mi preme sottolineare: il primo riguarda le relazioni preesistenti che alcuni artigiani hanno già in essere con altri artigiani del loro stesso settore o di settori di attività integrabili o di complemento, di filiera: il dialogo instaurato, le domande che il gruppo di ricerca ha proposto loro sull’argomento è stata sicuramente un’occasione per riflettere e per guardare a queste stesse relazioni con occhiali diversi; il secondo elemento, quello forse più importante, è l’iniziativa che è partita da artigiani che, partendo da professionalità differenti e proprio in vista dell’evento del 3 aprile, hanno voluto dare corpo alla loro volontà di relazioni collaborative co-progettando e realizzando la struttura complessa e fatta di oggetti di recupero e riuso che è stata assemblata il 3 aprile e che per tutta la mattina ha fatto mostra di sé al centro di Piazza Sempione con tutto il suo significato insieme pratico, creativo e simbolico. Tutti noi sentiamo profondamente la responsabilità di accompagnare con risposte durevoli e credibili questa spinta collaborativa.h1

Quale può essere il ruolo dell’artigianato in una società che ha ormai da tempo virato verso la produzione di massa?
La produzione di massa per molti oggetti e beni di consumo è una conquista insostituibile. La produzione di massa, però, sempre meno assicura la qualità dei prodotti (spesso destinati ad obsolescenza programmata), il rispetto della qualità del lavoro e dei suoi diritti, il rispetto del clima nel posto di lavoro, il rispetto dell’ambiente all’interno del luogo di lavoro e sul territorio… Siamo bombardati dalla parola “crescita”, che fa rima con concorrenza e competitività. Queste 3C stanno condizionando la nostra vita, anche quella quotidiana delle nostre relazioni. Se si desse retta a questo teorema l’artigianato sarebbe certo destinato a scomparire.

Noi pensiamo invece – e il lavoro iniziato sembra darci ragione – che il ruolo dell’artigianato continua ad essere importante proprio perché rappresenta tutto ciò che la produzione di massa non può rappresentare. Non è un inno al “piccolo è bello” ma sicuramente il lavoro artigiano rappresenta un patrimonio sociale e culturale che, laddove resiste ed è incoraggiato, è in grado di mantenere vivo il tessuto delle nostre città. Siamo abituati sempre più a vedere divisi e distinti i tempi e le funzioni della nostra vita quotidiana: grande aree residenziali, grandi aree commerciali, grandi aree produttive e così la nostra vita rischia di identificarsi, di volta in volta in uno e uno solo di questi luoghi. La presenza dell’artigianato nei nostri quartieri, anche nel cuore delle aree metropolitane avvicina il lavoro alle nostre vite, si svolge sotto i nostri occhi e impariamo a conoscerlo e a riconoscere il suo valore, il tempo necessario a realizzare un oggetto, quello che serve, a chi serve, come si fa… E questa è cultura, esperienza e saperi che altrimenti andrebbero perduti.8ad1d17a-16f8-4212-9345-8afe756c839d

Bilancio dell’iniziativa?

Per cominciare, direi senz’altro positivo.

Cosa è riuscito bene e cosa invece ha incontrato maggiori difficoltà?

Cosa è riuscito bene… beh, mi pare di averlo già detto. Cosa ha incontrato maggiori difficoltà? È duro superare l’individualismo proprio di chi è abituato tutto il giorno a fare i conti solo con se stesso o, al massimo con una o due persone, spesso di famiglia. E i conti poi non sempre tornano, specie di questi tempi. Allora emerge la sfiducia, la voglia di mollare. Hai voglia, allora, a parlare di rete, di collaborazione, di progetti…L’altra difficoltà è creare con le istituzioni una relazione positiva ma anche concretamente propositiva capace di venire incontro realmente alle difficoltà che molti artigiani incontrano e alle proposte che avanzano…

E adesso cosa succede? Quali sono i prossimi passi?

Abbiamo già riconvocato per la prossima settimana, a caldo, il “gruppo di regia” del Laboratorio. Della serie: guai a fermarsi. Sarà quella la sede nella quale raccoglieremo le proposte emerse da tutti gli intervenuti, tenteremo di farne sintesi e rilanceremo ritornando a verificarci con chi vorrà accettare dialogo, confronto e voglia di costruire proposte per il futuro…

Cosa ci può insegnare l’esperienza del III municipio di Roma?

Insegnare? Di fronte ad alcune realtà possiamo proprio dire che siamo apprendisti e allora il mestiere migliore che possiamo fare (e proporre) è imparare ad imparare, imparare ad ascoltare. Solo in questo modo si diventa credibili. Tessere filo dopo filo una trama ed un ordito delle realtà che vogliamo conoscere per cambiare, mai da soli, mai attraverso operazioni pre-determinate, mai per premiare interessi particolari ma attingendo ad un pensiero alto che alimenti valori condivisi e ricerca di nuovi paradigmi…

Pensate di replicarla?

All’evento di domenica sono venute persone anche di altri Municipi. Solidarius Italia sta collaborando con altre realtà in altre regioni su esperienze di progettazione partecipata di nuova economia e di nuovi lavori…Poter allargare questa esperienza romana utilizzando la stessa metodologia sarebbe interessante. Il termine stesso di laboratorio indica una volontà di ricerca e di sperimentazione. Quanto più numerosi sono i ricercatori che intendono raggiungere il medesimo obiettivo tanto più alte sono le probabilità di raggiungerlo.

Esistono già esperienze simili in atto o in programma?

Francamente non lo so e mi piacerebbe saperlo. Sicuramente nell’universo delle “buone pratiche” dell’economia solidale qualcosa di simile ci sarà pure ma finora non ho trovato esperienze analoghe… Saperlo creerebbe la possibilità di confronto, eviterebbe ad ognuno di noi di lavorare da solo e darebbe la possibilità di operare con un respiro strategico più ampio.

Credo, comunque, che quest’esperienza abbia alcune peculiarità, anche rispetto ad altre. Almeno due: pur operando in un orizzonte di un’economia sostenibile e solidale ha deciso di avere come interlocutori prioritari soggetti che probabilmente non si riconoscono in partenza in questo stesso orizzonte; in secondo luogo, definirsi come laboratorio di nuova economia, invece che di economia solidale, civile, del bene comune, di comunione od altro ancora…è decisamente una novità. Noi che siamo nati, teorizziamo e pratichiamo economia solidale non ci sentiamo “diminuiti” dal partecipare alla costruzione di una economia “nuova”. Superiamo quella “vecchia”, per favore, ricercando terreni e criteri comuni di fondo! Poi, nella transizione, ciascuno potrà sperimentare il nuovo secondo la propria identità e la propria storia…

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/04/artigianato-antichi-mestieri-nuova-economia/

 

Cooperativa Zanardi: l’azienda chiude? La riaprono i lavoratori!

La Cooperativa Lavoratori Zanardi nasce dal tentativo di dare seguito ad un’impresa storica di Padova, il Gruppo Editoriale Zanardi, che nel 2013 è andato in crisi. I lavoratori dell’azienda non si sono arresi: ne è nata una newco, che si è poi data la forma della Cooperativa, ed i dipendenti si sono trasformati in soci. Questo tipo di operazione viene definita “workers buy out”. Un esempio di chi non si arrende al declino, di chi trova la forza di combattere… e di vincere anche. L’Italia è un Paese dalle forti tradizioni artigianali e il Veneto ospita molte di queste realtà storiche nel settore tessile, calzaturiero e non solo. Negli ultimi anni, però, molte di queste realtà hanno dovuto chiudere per la globalizzazione del mercato, la crisi e – in alcuni casi – per scelte strategiche errate. In sempre più casi, per fortuna, di fronte a situazioni di questo tipo i dipendenti, gli operai, i collaboratori dell’azienda entrata in crisi, decidono di attivarsi per salvare il posto di lavoro e il futuro dell’azienda in questione rilevandola o riaprendola con un altro nome dopo un eventuale fallimento. Questo tipo di operazione viene definita “workers buy out (1)” ed è quello che è accaduto a Padova, presso il Gruppo Editoriale Zanardi.

Tutto ha avuto inizio in seguito ad alcuni eventi drammatici. La storica azienda veneta, protagonista nel settore delle rilegature, si è trovata infatti sull’orlo del fallimento e purtroppo uno dei due titolari ha deciso di togliersi la vita. Come se non bastasse, il Gruppo ha dovuto subire nello stesso periodo anche un furto di cavi di rame che ha colpito ulteriormente l’azienda togliendole l’alimentazione elettrica. L’impatto combinato di questi fattori è stato devastante per i dipendenti del Gruppo, ma dopo lo shock, una parte di essi ha deciso di reagire agli eventi avversi formando una cooperativa, la Cooperativa Lavoratori Zanardi , che si è subito attivata con un duplice obiettivo: recuperare i clienti storici del precedente Gruppo Editoriale e ri-assumere il maggior numero possibile di ex-dipendenti e colleghi. Mario Grillo, attuale Presidente della Cooperativa ci racconta le vicende intercorse nell’ultimo anno e mezzo, mentre intorno a lui e nelle stanze accanto fervono i lavori di rilegatura e creazione di nuovi prodotti editoriali artigianali.zanardi_lavoratore-stampe-1024x682

“Questa cooperativa nasce come tentativo di dare continuità ad un’impresa storica di Padova: il Gruppo editoriale Zanardi noto nel settore dei libri di una certa dimensione, di grande formato, soprattutto dedicati alla fotografia, all’arte. È una nicchia che non sta cedendo nonostante l’avvento del digitale, perché composta da prodotti non sostituibili dall’elettronica: libri belli, quasi oggetti d’arte, che la gente tiene in casa in bella mostra.
Ecco perché la rilegatura di questi libri richiede una precisione e una qualità dell’esecuzione tipica del lavoro artigianale, pur essendo un’attività che avviene all’interno di una piccola industria”. Gli chiediamo quale sia stata la difficoltà più grande. Non ha dubbi: “Ci siamo dovuti scontrare con la burocrazia, il tribunale e i sindacati. Le cose si sono complicate più del necessario, ma alla fine ce l’abbiamo fatta”. La cooperativa è nata con quattordici persone; all’avvio dei lavori erano in ventuno; adesso i soci sono ventisette, più sette/otto persone che lavorano in funzione del carico di lavoro. “Prima della crisi lavoravano nel Gruppo un centinaio di persone, la nostra ambizione sarebbe di arrivare ad occuparne almeno la metà” ci spiega Grillo e aggiunge “il Gruppo Zanardi fatturava dodici milioni di euro, ora noi ne fatturiamo due e mezzo, ma siamo appena nati!”. Il capitale iniziale è stato fornito in gran parte dall’investimento della “mobilità” dei soci che hanno quindi deciso di rischiare in prima persona, raccogliendo circa 450.000 euro. “Una buona parte della clientela storica del Gruppo Zanardi– continua Grillo – ha deciso di fidarsi di noi ed è stata contenta della scelta! Per fortuna, siamo riusciti a mantenere nel nuovo soggetto giuridico le competenze principali inerenti la fase della legatoria. La maggioranza dei fornitori, inoltre, è rimasta a collaborare con noi, compresi quelli che forse erano stati penalizzati dalla precedente gestione. Banca Etica  ci ha aiutato in due modi: erogandoci il finanziamento che ci ha permesso di partire in attesa di ricevere la mobilità e stanziando un fido commerciale che ci serve per gestire pagamenti e incassi. Il prossimo anno vogliamo aumentare del 30% il nostro fatturato anche per riportare in azienda una cinquantina di persone”.

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I presupposti ci sono tutti. Esperienze come queste dimostrano che di fronte ad un evento drammatico si può reagire in due modi: arrendendosi o attivando il pensiero laterale che porta a cercare nuove soluzioni di fronte a nuovi problemi. I lavori della Cooperativa Zanardi hanno scelto la seconda strada e i risultati li stanno premiando. È stato fondamentale puntare su un prodotto tipico italiano, decenni di storia, contatti personali, fiducia, finanza etica e capacità artigianali difficilmente replicabili. Una sfida rischiosa, difficile, certo. Difficile, ma possibile e per fortuna realizzabile proprio in Italia, proprio ora.

 

  1. L’operazione nasce in seguito alla messa in liquidazione o al fallimento dell’azienda. In questo caso i lavoratori si riuniscono in cooperativa e si propongono di prendere in affitto o acquisire l’azienda dal liquidatore o dal curatore fallimentare. Per farlo utilizzano propri risparmi e l’indennità di mobilità.

 

Il sito della Cooperativa Lavoratori Zanardi 

 

Visualizza la Cooperativa Lavoratori Zanardi sulla Mappa dell’Italia che Cambia!

 

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2016/01/io-faccio-cosi-102-cooperativa-zanardi-azienda-crisi-lavoratori/