Venezia, alberi cadono per l’inquinamento del sottosuolo

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La caduta di quattro alberi non dovrebbe fare notizia, ma le cose cambiano se il vento è debole e se gli alberi erano all’apparenza sani. Negli scorsi giorni all’aeroporto Marco Polo di Tessera quattro alberi sono caduti distruggendo tre auto parcheggiate, fortunatamente senza danni per le persone. Secondo un’analisi dell’Arpav a causare la caduta sarebbe stato l’inquinamento nel sottosuolo del parcheggio: nel terreno sarebbero state rilevati arsenico e altri metalli pesanti oltre i limiti consentiti dalla legge. Della vicenda si sta occupando la Procura di Venezia insieme al nucleo operativo ecologico dei carabinieri. Nell’inchiesta che vuole fare chiarezza su ciò che si trova sotto il parcheggio P5 del Marco Polo sarebbe coinvolta anche l’azienda Mestrinaro, rea di avere venduto ai cantieri edili calce e cemento miscelati con sostanze inquinanti. Una manovra pensata per rendere inerti i rifiuti inquinanti senza passare dalle (onerose) spese di smaltimento, un giro d’affari illecito quantificabile in alcune centinaia di migliaia di euro. Secondo gli inquirenti il materiale inquinante sarebbe stati utilizzati anche nel nella nuova terza corsia dell’autostrada A4, in prossimità del casello di Roncade di Treviso, nel quale sarebbero stati individuati quantitativi di arsenico, cobalto, nichel, cromo e rame fino a 100 volte oltre i limiti fissati dalle legge. L’azienda coinvolta avrebbe dovuto recuperare e trasformare i rifiuti che, invece, ha immesso nell’ambiente in grosse quantità, contaminando i materiali edili utilizzati nelle attività svolte fra il 2010 e il 2012.

Fonte:  Venezia Today

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Colorado, il fiume Animas contaminato dopo un incidente in una miniera d’oro

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Quasi quattro milioni di litri di liquido provenienti da una miniera d’oro hanno tinto di un anomalo color senape il fiume Animas che scorre in Colorado, nei pressi di Durango. Lo sversamento del liquido contaminato è avvenuto a una velocità di 548 litri al minuto: i residui metallici di cadmio, arsenico, rame, piombo e zinco hanno contaminato il corso d’acqua alcuni giorni fa mentre gli uomini dell’EPA (l’agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti) erano impegnati nei lavori di pulizia per trattare le acque reflue. L’incidente ha avuto gravissime conseguenze sulle città che alimentano il proprio sistema idrico grazie al fiume Animas e che si sono viste costrette a chiudere i propri impianti. Il colore giallo sta progressivamente svanendo, ma i tossicologi sostengono che ci potranno essere effetti sulla salute per molti anni a venire. “Si tratta di un vero e proprio disastro. Questi livelli sono scioccanti” ha detto Max Costa, presidente del dipartimento di medicina ambientale presso la New York University School of Medicine.L’esposizione a livelli elevati di questi metalli può causare una serie di problemi alla salute fra cui il cancropatologie renali e problemi nello sviluppo dei bambini. Il livello di piombo nel fiume Animas è 12mila volte superiore a quello consentito dall’EPA, mentre l’arsenico è presente in quantità 800 volte superiori ai livelli consentiti.

Fonte:  CNN

Foto | Youtube

Inceneritore di Scarlino, arsenico e altre sostanze tossiche nei pozzi

I dati raccolti da Scarlino Energia, dalla Nuova Solmine e dai bollettini di analisi dell’Arpat evidenziano valori fuori norma. L’arsenico e altre sostanze tossiche sono presenti nel sottosuolo della Piana di Scarlino, nel grossetano, dove si trova un inceneritore da tempo causa di preoccupazione per i residenti e oggetto di una recente sentenza del Consiglio di Stato che ha annullato le autorizzazioni a operare. In una recente conferenza stampa, il geologo Lodovico Sola ha portato alla luce i dati raccolti da Scarlino Energia, dalla Nuova Solmine e dai bollettini di analisi dell’Arpat. Dall’esame dei valori risultano numerosi valori fuori dalla norma. Nonostante i problemi di inquinamento della Piana di Scarlino siano noti da anni non tutti i siti contaminati sono stati oggetto di una bonifica e la procrastinazione ha condotto all’inquinamento delle falde sottostanti. Il canale di Solmine, alcune strade poderali e alcune aree industriali sono le aree a maggiore criticità. Ad avere rallentato gli interventi è stato soprattutto il fatto di avere attribuito un’origine naturale alla presenza di arsenico nella piana. Le analisi compiute dall’Asl nei tre pozzi dell’acquedotto dell’area industriale di Follonica hanno mostrato come l’arsenico sia fuori norma al punto tale da aver reso necessaria l’installazione di un impianto di dearsenificazione. E mentre la quantità dell’As continua a crescere, alcuni pozzini di esplorazione della Nuova Solmine hanno evidenziato la presenza di ceneri contaminanti e di altri inquinanti oltre all’arsenico: manganese, ferro, solfati, boro e cromo esavalente. Quest’ultimo – altamente cancerogeno – è presente nelle analisi compiute dal 2010 al 2012 in tre piccoli pozzi. Sia per Arpat che per Scarlino Energia l’elemento non compare nel 2013, mentre non si hanno risultati per il 2014. Un problema che, secondo Sola, è stato affrontato con“superficialità” e con la sottovalutazione dei “dati provenienti da pozzi e piezometri esistenti nell’are specifica degli impianti industriali che, come si è visto anche nel caso di Scarlino Energia discusso, sono portatori di valori anomali”.

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Fonte:  La Nazione

Foto | Google Earth

Sicurezza alimentare, abbassati i livelli massimi accettabili delle sostanze tossiche

La commissione del Codex Alimentarum abbassa i livelli massimi accettabili per piombo, arsenico, farmaci e pesticidi nei prodotti alimentari.

La Commissione del Codex Alimentarum si è riunita a Ginevra, in luglio, per adottare una serie di norme che hanno abbassato i livelli massimi accettabili di piombo nel latte artificiale e nell’arsenico nel riso. Questa commissione – nata nel 1963 per iniziativa dell’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura delle Nazioni Unite (FAO) e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – ha il compito di sviluppare standard alimentari uniformi, linee guida e codici, a livello globale, per la promozione di un cibo più sicuro e nutriente. Quattro sono gli ambiti principali delle decisioni prese alcune settimane fa. Innanzitutto il Codex Alimentarius ha raccomandato che il latte artificiale non abbia un contenuto di piombo superiore a 0,01 mg per kg, uno standard dimezzato rispetto al precedente di 0,02 mg per kg. Questo per tutelare i neonati dagli effetti negativi che il piombo può arrecare al cervello e al sistema nervoso. Viene introdotto, per la prima volta, un livello massimo di arsenico nel riso standardizzato in 0,2 mg per kg. L’esposizione prolungata a questa sostanza può provocare lesioni tumorali e alla pelle, nonché diabete, malattie cardiache e danni al sistema nervoso del cervello. L’arsenico è presente in quantità elevate in alcune regioni e il riso risulta particolarmente esposto poiché la sua coltivazione necessità di grandi quantità di acqua che rischia di essere contaminata. Divieto assoluto, invece, per alcuni farmaci veterinari che contengono sostanze vietate (cloramfenicolo, verde malachite, carbadox, furazolidone, Nitrofural, clorpromazina, stilbeni e olaquinadox) i cui residui possono finire nella catena alimentare, in carne, latte, uova e miele. Valori massimi sono stati ritoccati anche nell’impiego di pesticidi per l’agricoltura (con un limite massimo di 0,02 mg per kg per il diserbante diquat che si utilizza sulle banane o sui chicchi di caffè), mentre è stato adottato un nuovo codice d’igiene per minimizzare la contaminazione delle spezie nelle fasi di produzione.mais1-586x439

Fonte:  Food Safety News

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Arsenico nell’acqua, a Roma tre acquedotti tornano potabili

Lo scorso 21 febbraio il consumo umano era stato vietato nei tre acquedotti Arsial di Monte Oliviero, Piansaccoccia e S.Maria di Galeria.

I tre acquedotti Arsial di Monte OlivieroPiansaccoccia e S.Maria di Galeria (Casal di Galeria) tornano a essere utilizzabili per il consumo umano. Il sindaco di Roma, Ignazio Marino, ha annullato il divieto di utilizzo per 194 utenti di alcune zone dei municipi XIV e XVdella capitale che nelle scorse settimane erano state escluse dalla potabilizzazione a causa di valori di arsenico fuori dalla norma. A seguito dell’attività di sostituzione delle fonti Arsial con quelle Acea, il Campidoglio ha emanato una nota in cui ha comunicato il ripristino della potabilità dell’acqua nelle seguenti vie di Roma Capitale: Via della Riserva del Carbucceto, Via Ceva, Via Cherasco, Via G.B. Paravia, Via Castellamonte, Via Giaveno, Via Chivasso, Via Dogliani, Via Casale San Nicola nel XIV Municipio e Via Prato della Corte nel XV. Il divieto di utilizzo per il consumo umano era stato emesso lo scorso 21 febbraio, a seguito delle analisi disposte da Roma Capitale ed effettuate dalla Asl sulle acque della rete degli acquedotti rurali dell’Arsial. Le analisi avevano confermato la non compatibilità rispetto ai parametri europei, oggi ripristinata grazie al lavoro messo in campo in questi mesi, volto a sanare una situazione che si protraeva da molti anni. Intanto, prosegue l’attività di riqualificazione degli acquedotti e di sostituzione delle fonti disposta dal Campidoglio e realizzata da Acea, attività che porterà nei prossimi mesi al ripristino della potabilità dei restanti acquedotti interessati dal divieto.FRANCE-WATER

Fonte:  Comune Roma

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Vado Ligure, tassi di mortalità e inquinamento sopra la norma

In una conferenza sull’impatto sanitario del carbone è stato ricordato come siano da imputare alla centrale a carbone del savonese 86 ricoveri complessivi di bambini per patologie respiratorie e asma, 235 ricoveri complessivi di adulti e 48 morti tra gli adulti

Le emissioni della centrale di Vado Ligure hanno prodotto nella zona circostante tassi di inquinamento fuori dalla norma e la massiccia presenza di sostanze tossiche ha fatto sì che nelle aree interessate dalle ricadute delle emissioni i tassi standardizzati di mortalità siano decisamente più elevati rispetto alla media nazionale sia per tutte le cause che per le malattie neoplastiche, cardio e cerebrovascolari. A dare conto di questo fatale sillogismo e del rapporto di causalità fra inquinamento e malattie è l’Ordine dei Medici della Provincia di Savona in un documento ufficiale presentato oggi, in occasione della conferenza L’impatto sanitario del carbone – la funzione sociale del medico: promotore di salute e di ambiente, organizzata a Savona da WWF Italia, Ordine dei Medici della Provincia di Savona e dell’Associazione Medici per l’Ambiente Isde Italia. Per la centrale di Vado Ligure è stato riscontrato un valore massimo di mercurio 65,3 volte superiore alla naturalità media e 7,1 volte il valore massimo riscontrato in Italia, un valore di cromo 82,5 volte il valore di naturalità media e 5,5 volte il valore massimo riscontrato in Italia e, ancora, una valore massimo di arsenico 11,5 volte il valore di naturalità media e 2,5 volte il valore massimo riscontrato in Italia. Sempre secondo questo report, anche i valori di diossido di zolfo e di monossido di carbonio sono nettamente al di sopra dei limiti consentiti. Il biomonitoraggio è stato condotto con l’utilizzo di licheni: in alcune zone (fra Bergeggi e Albisola) si è creato un “deserto lichenico”, vale a dire un fenomeno dovuto al grande inquinamento che rende impossibile la sopravvivenza di queste piante. I licheni fungono da veri e propri marker e studi di bioaccumulo hanno dimostrato come la concentrazione di metalli pesanti attribuibili alla combustione di combustibili fossili nel savonese sia fra le peggiori d’Italia. E se sulla terraferma la situazione è critica, non va certo meglio nei fondali marini dove i valori standard consentiti sono superati da 2 a 10 volte per mercurio, arsenico, cadmio e Pcb. Proprio alla foce del torrente Quiliano si raccolgono i mitili con la maggiore concentrazione di mercurio, cadmio e policlorobifenili fra quelli raccolti su tutta la riviera ligure. L’impatto della centrale a carbone Tirreno Power è devastante, basti pensare che nella Regione Liguria le sole centrali elettriche sono responsabili del 90% delle emissioni annuali di mercurio nella regione. Secondo il dossier, la chiusura dell’impianto della centrale termoelettrica di Vado Ligure eviterebbe 86 ricoveri complessivi di bambini per patologie respiratorie e asma, 235 ricoveri complessivi di adulti (malattie cardiache più respiratorie) e 48 morti tra gli adulti (malattie cardiache più respiratorie).

La nostra voce si è levata ormai da circa sette, otto anni per l’eccesso di mortalità riscontrato, rispetto a quella aspettata. Nel lontano 2008 notammo che per la popolazione che viveva nel nostro territorio c’era un’aspettativa di vita minore rispetto alle altre zone, legata in gran parte alla centrale che, per l”emissione di inquinanti occupa un’elevatissima percentuale rispetto al totale,

ha ricordato il presidente dell’Ordine dei Medici di Savona, Ugo Trucco. Vado Ligure e la vicina Savona restano il paradigma di un problema globale. Nella sola Europa, secondo quanto riferito dall’associazione europea Heal – Healt and Enviroment Alliance, la chiusura delle centrali a carbone eviterebbe 18.200 morti, 2,1 milioni di giorni di cure farmacologiche e 42,8 miliardi di euro l’anno in costi sanitari.Immagine-620x346

© Foto Getty Images

Fonte: ecoblog.it

Troppo arsenico nelle acque del Lazio: l’Ue “boccia” l’Italia

Le deroghe concesse dalla Commissione Europea erano vincolate a richieste che sono state disattese e che hanno portato all’apertura di una procedura di infrazione. C’è troppo arsenico nelle acque italiane, ina maniera specifica in quelle del Lazio. La Commissione Ue ha aperto una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia per la contaminazione dell’acqua da arsenico e fluoro, una situazione che continua a non essere risolta nonostante la concessione di tre deroghe di tre anni ciascuna. I valori limite previsti dalla direttiva Ue sulle acque potabili non vengono rispettati in 37 zone. L’Italia, come tutti i Paesi dell’Unione europea, ha l’obbligo di controllare e testare. La Commissione Ue ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia per la contaminazione dell’acqua da arsenico e fluoro, in particolare nel Lazio, ancora irrisolto nonostante la concessione di tre deroghe di tre anni ciascuna. I valori limite previsti dalla direttiva Ue sull’acqua potabile non sono ancora rispettati in 37 zone. L’Italia, come tutti i Paesi Ue, ha l’obbligo di controllare l’acqua destinata al consumo umano, in base a 48 parametri microbiologici e chimici e indicatori. Nel caso vengano riscontrati nell’acqua livelli elevati di arsenico o di altri inquinanti, gli Stati membri possono derogare per un periodo limitato di tempo ai valori limite fissati dalla direttiva, purché ciò non presenti un potenziale pericolo per la salute umana e l’approvvigionamento delle acque destinate al consumo umano nella zona interessata non possa essere mantenuto in nessun altro modo. Negli ultimi anni l’emergenza arsenico in Lazio ha creato notevoli disagi, con i casi limite di comuni che hanno dovuto fare ricorso alle autobotti. L’Italia ha già usufruito del numero massimo di deroghe consentito dalla normativa Ue. Bruxelles aveva richiesto che fosse assicurato l’approvvigionamento di acqua salubre destinata al consumo da parte dei neonati e dei bambini fino all’età di tre anni. Inoltre, deroghe erano subordinate poi al fatto che l’Italia fornisse agli utenti informazioni adeguate su come ridurre i rischi associati al consumo dell’acqua potabile in questione e in particolare dei rischi associati al consumo di acqua da parte dei bambini. Infine, l’Italia avrebbe dovuto attuare un piano di azioni correttive e informare la Commissione in merito ai progressi compiuti. A un anno dalla scadenza della terza deroga la direttiva continua a essere violata e in 37 zone di approvvigionamento di acqua del Lazio i valori limite di arsenico e fluoro non sono rispettati. E in conseguenza di questo fatto, come vi avevamo preannunciato alcuni giorni fa su Ecoblog, Bruxelles ha fatto partire la procedura di infrazione con l’invio di una lettera di costituzione in mora.rubinetto

Fonte:  Ansa

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Acqua all’arsenico, l’Ue verso la procedura d’infrazione

I Radicali Roma presentano un’esposto all’Unione Europea in merito alla presenza di arsenico nelle acque in molte zone del Lazio

Acqua all’arsenico.

Un tema caldissimo, nonostante sia costantemente tenuto sotto silenzio, per molti abitanti della Regione Lazio, alcuni dei quali si sono ritrovati diversi mesi fa con la potabilità revocata persino nelle abitazioni private, dopo che per anni si è innalzato il livello di arsenico previsto a norma di legge. Un problema che, tra promesse della giunta regionale precedente e di quella attuale, tra le continue proroghe al rientro nella legalità per i comuni fuorilegge, le accuse reciproche tra istituzioni e le recenti decisioni del sindaco di Roma Marino, che ha revocato la potabilità per le acque dagli acquedotti ARSIAL (provenienti dal viterbese). Persino l’OMS ha dichiarato il rischio per la salute pubblica ma nonostante questo l’ultima deroga, per alcuni comuni, è scaduta il 31/12/2012 e prevedeva un valore massimo di Arsenico pari a 20 µg/l. Insomma, il problema arsenico nelle acque potabili è una delle tante problematiche gravi che la Regione Lazio si porta dietro da diversi anni, senza che nessuno abbia mai realmente tentato di risolvere il problema. Per questo motivo l’associazione Radicali Roma ha presentato unadenuncia alla Commissione europea, chiedendo di intervenire:

“Nonostante siano passati ormai sedici anni dall’approvazione della Direttiva europea, in alcuni comuni del Viterbese si denunciano gravi ritardi nella realizzazione di impianti di potabilizzazione, tanto è vero che in diversi territori si registrano valori di arsenico molto più elevati dei limiti sopracitati. Ma non è stata solo la provincia viterbese ad aver subito notevoli ritardi negli interventi, tant’è che il Sindaco di Roma, Ignazio Marino, il 21 febbraio del 2014, ha emanato l’ordinanza n. 36 avente per oggetto: «divieto di utilizzo dell’acqua proveniente dagli acquedotti rurali ARSIAL (Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione in Agricoltura) per il consumo umano con particolare riferimento all’emergenza arsenico nelle more che siano collegati alla rete ACEA ATO2 S.p.A.». Tale ordinanza è conseguente all’effettuazione di apposite analisi da parte della ASL Roma C che hanno evidenziato che gli acquedotti di cui trattasi presentano acqua con caratteristiche chimiche e batteriologiche non adatte al consumo umano a causa del superamento dei valori di parametro prescritti di cui al D.Lgs 31/2001. […] Questi sono solo alcuni dei motivi che, oggi, ci hanno spinto a presentare una dettagliata denuncia alla Commissione europea per i superamenti dei valori limite di 10 µg/l per l’arsenico.”

hanno recentemente dichiarato Massimiliano Iervolino, membro della Direzione nazionale di Radicali italiani, e Paolo Izzo, segretario dell’associazione Radicali Roma, motivando l’esposto in sede europea. La denuncia, presentata in sede europea l’11 giugno scorso, è stata accolta dalla Commissione europea, che il 25 giugno ha avviato un’indagine che porterà probabilmente ad una procedura d’infrazione. Procedura che andrebbe ad aggiungersi, ricordano i Radicali Roma, alle 117 già in essere; non certamente edificante, come posizione, anche perchè la Regione Lazio si trova da tempo centro di vari procedimenti aperti in sede europea, alcuni finiti davanti la Corte di Giustizia europea. Ci riferiamo in particolare agli impianti di trattamento rifiuti di Roma, alle discariche del Lazio dove sarebbero finiti rifiuti non trattati, gli scarichi di acque reflue in zone sensibili, le 218 discariche illegali di rifiuti tra le quali 32 dislocate nel Lazio. Una regione, il Lazio, che a livello ambientale è completamente fuori norma: dai veleni nella Valle del Sacco all’acqua all’arsenico nel viterbese passando dai rifiuti di Roma all’eternit di Latina, non esiste provincia nella quale non vi siano situazioni di illegalità ambientale e di pericolo per la salute pubblica. Questo nonostante i bei proclami della giunta Zingaretti, che a livello ambientale non si è discostata molto dalla scia della giunta Polverini, certamente non eccellente sotto il profilo della tutela della legalità e dell’ambiente.

“A dispetto di questo pericolo imminente – dovuto finanche a nuove indagini o a recenti procedure aperte da Bruxelles – quasi tutti fanno finta di niente. La Regione Lazio, intanto, sui temi legati all’ambiente, continua a essere parte in causa nelle accuse che l’Europa indirizza all’Italia. Fino a quando?”

spiegano in un comunicato i radicali Iervolino e Izzo.arsenico-586x350

Fonte: ecoblog.it

Contaminazione da arsenico, dove in Italia

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Nella tavola periodica si chiama As. Il suo nome completo è arsenico, ed è uno degli elementi chimici più amati da autori di libri e film gialli per la sua altissima pericolosità: l’esposizione acuta, infatti, può essere fatale. Ma anche la cronica, meno interessante per letteratura e cinematografia ma più rilevante nel mondo reale, è altrettanto pericolosa, tanto che l’Organizzazione mondiale della sanità ha ufficialmente classificato l’arsenico, specie quello inorganico trivalente, tra le sostanze “cancerogene per gli esseri umani”. Alla luce di tutto questo, non possono non destare preoccupazioni gli ultimi risultati dello studio Sepias – Sorveglianza epidemiologica in aree interessate da inquinamento ambientale da arsenico di origine naturale o antropica, condotto dai ricercatori dell’Istituto di fisiologia clinica (Ifc) del Cnr e pubblicato sulla rivista Epidemiologia e prevenzione. Nel lavoro, presentato oggi a Roma, gli scienziati hanno sottoposto a biomonitoraggio quattro aree italiane (il viterbese, l’AmiataTaranto e Gela), registrando nei residenti di ognuna di esse – seppure in misura diversa – concentrazioni di arsenico superiori ai valori di riferimento. “Le aree sono state scelte in base al tipo di inquinamento cui erano soggette”, spiega a Wired.it Fabrizio Bianchi, dirigente di ricerca dell’Ifc-Cnr. “In particolare, l’Amiata e il viterbese hanno un inquinamento di tipo naturale: l’arsenico è presente nelle rocce, nei sedimenti e nelle acque. A Taranto e Gela, invece, deriva da attività antropiche, come ammettono le stesse industrie locali, che emettono quintali di arsenico nell’ambiente”. I ricercatori, dice Bianchi, hanno sottoposto a 282 persone (scelte con un campionamento randomizzato e rappresentativo) un questionario per valutarne lo stile di vita e la situazione clinica. Su ciascuno dei partecipanti sono state inoltre effettuate analisi delle urineprelievo del sangueecodoppler e visita cardiologica. È bene ricordare che, mentre esistono delle soglie stabilite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’Unione Europea per quanto riguarda i valori di arsenico nelle acque e negli alimenti, per urina e sangue non ci sono valori analoghi, perché l’intossicazione dipende fortemente da meccanismi individuali di risposta. “Nonostante questo, comunque”, precisa Bianchi, “sono stati elaborati diversi valori di riferimento, in base a esposizione, possibili rischi per la salute, biomonitoraggi futuri e altri parametri. E noi abbiamo tenuto conto di tutti questi valori”. Gli scienziati, nell’analisi, hanno inoltre preso in considerazione i fattori genetici ed epigenetici che determinano la diversa risposta dei singoli soggetti all’esposizione all’arsenico. E hanno osservato“valori medi di concentrazione elevati, per quanto riguarda l’arsenico inorganico, in un soggetto su quattro del totale, ma con rilevanti differenze: 40% Gela, 30% Taranto, 15% viterbese, 12% Amiata”. Dati che sono “da usare con cautela in considerazione dei piccoli campioni”, ma che comunque“testimoniano l’avvenuta esposizione” alla sostanza. Al sud peggio che al centro, insomma. E attività antropiche molto più dannose e incidenti rispetto a quelle naturali. Incrociando i dati clinici con le risposte al questionario, gli scienziati hanno evidenziato “associazioni statisticamente significative” tra concentrazione di arsenico e fattori di rischio: “Il fattore di rischio più importante è l’esposizione occupazionale nelle aree industriali di Gela e Taranto”, dice ancora Bianchi. “Per quanto riguarda le altre due regioni, invece, i fattori di rischio sono il consumo di acqua per uso civico (cucina e igiene personale) e la contaminazione degli alimenti. Per quest’ultimo punto, comunque, sono necessari ulteriori studi più focalizzati sulle abitudini alimentari dei soggetti”. Come intervenire, dunque? “Abbiamo anzitutto sottomesso un protocollo di presa in carico dei soggetti con valori più elevati, che è già stato approvato dal Ministero della Salute”, spiega Bianchi. “Quello che suggeriamo è di intervenire al più presto per rimuovere o diminuire il più possibile le fonti da esposizione primaria, tra cui gli stabilimenti che riversano arsenico nelle falde acquifere. E poi è assolutamente necessario continuare e ampliare il biomonitoraggio, così come avviene negli Stati Uniti e in molte nazioni europee”.

Fonte: Wired.it

Credits immagine:  Al_HikesAZ/Flickr

Inquinamento, i filtri delle sigarette vanno vietati: lo dicono gli scienziati

Gli scienziati ci mettono in guardia: i filtri delle sigarette sono da vietare se si vuole proteggere il Pianeta, la nostra casa, dall’inquinamento

Gli scienziati lo hanno scritto chiaro e tondo: è necessario avviare un sistema di raccolta differenziata dei mozziconi di sigaretta abbandonati nell’ambiente e di considerare i produttori di tabacco i responsabili dell’inquinamento ambientale. Infatti I rifiuti prodotti dall’uso del tabacco contengono le stesse tossine, nicotina, pesticidi e sostanze cancerogene presenti nelle sigarette e sigari e possono contaminare l’ambiente e le fonti d’acqua. La ricerca sull’imponente inquinamento causato dai mozziconi di sigaretta è stata realizzata da Thomas Novotny e Elli Slaughter della San Diego State University che propongono anche di avvisare i fumatori con annunci sui pacchetti di sigarette di evitare di lasciare i loro mozziconi in giro per evitare di peggiorare ulteriormente l’inquinamento ambientale. Si consideri che il 40% dell’inquinamento del Mar Mediterraneo è composto da cicche di sigaretta abbandonate che rilasciano nell’ambiente moltissime sostanze tossiche. I due ricercatori hanno scritto conseguenze e proposte in un articolo scientifico pubblicato dal Current Environmental Health Reports. I mozziconi di sigarette e altri rifiuti legati al tabacco (pacchetti scartati, accendini e fiammiferi, residui di sigari) sono più comunemente raccolti nelle strade urbane e nelle spiagge di tutto il mondo: si stima che circa 4.500 miliardi delle annuali 6000 miliardi di sigarette vendute in tutto il mondo non finiscano in una pattumiera o in un portacenere ma siano gettate per strada. E probabilmente il divieto di fumare in alcuni luoghi ha peggiorato la situazione. sigarette

Gli studi dimostrano che le sostanze chimiche all’interno di sigarette, come l’arsenico, la nicotina, il piombo e il fenolo etilico, finiscono nell’acqua di mare e vanno a contaminare lentamente ma inesorabilmente flora e fauna. I filtri di sigarette non sono biodegradabili e rilasciano sostanze per almeno 10 anni. I ricercatori hanno definito le sigarette con il filtro una “farsa ” in termini di sicurezza dei consumatori, poiché anche lo stesso National Cancer Institute in una recente ricerca ha dimostrato che le sigarette con filtro non sono più sane e sicure di quelle senza filtro e quindi Novotny e Slaughter quindi propongono un divieto di sigarette con filtro, considerato che inquinano in maniera così massiccia. Peraltro i due ricercatori chiedono anche nuovi interventi ambientali e partenariati tra controllo del tabacco e gruppi ambientalisti e propongono contenzioso per ritenere l’industria del tabacco legalmente responsabile per i costi di bonifica sostenendo l’uso di etichette sui pacchetti di sigarette circa la tossicità dei mozziconi nell’ambiente. Infine propongono un sistema di consegna del reso, i mozziconi per l’appunto oppure il pagamento di riciclo anticipato da parte delle multinazionali del tabacco.

Fonte:  Science Daily

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