Cambiamenti climatici, il vino emigrerà verso nord?

Sapevate che fino a un secolo fa l’Algeria era il maggior produttore mondiale di vino? Che un vino del New Jersey è “statisticamente indistinguibile” da un vino francese? E (ma questa è più facile) che la Cina fosse il paese dalla più rapida crescita vinicola? Cose che dipendono, anche, dai cambiamenti climatici.8447360068_0b8a6a9a1e_b-586x394

Nel marzo 2013 è stato pubblicato su PNAS(Proceedings of the National Academy of Sciences) questo studio relativo all’impatto dei cambiamenti climatici sul vino (sulle vigne in senso agricolo): entro il 2050 fino all’86% delle aree europee del Mediterraneo dove ora si produce vino potrebbe non essere più adatta alle viti a causa delle modifiche che subirà il clima. I risultati mostrano con chiarezza come le estati sempre più calde e gli inverni sempre più gelidi stiano mettendo a rischio forse IL prodotto per eccellenza del made in Italy: il vino. Il fenomeno, viene da sè, interesserà tutto il pianeta: la California, oggi terra di eccellenti vini (sopratutto bianchi Chardonnay e rossi Cabernet Sauvignon e Syrah) arriverà a perdere fino al 60% dei suoi vitigni, così come il Cile (-25%) ed Australia (-70%), ma è il Mediterraneo che subirà i danni maggiori. Se da un lato del mare nostrum l’avanzata del deserto negli ultimi 100 anni ha completamente cancellato la produzione vinicola nordafricana, dall’altro il vino conosce oggi una nuova, splendida ed eccellente giovinezza; un periodo che però è messo a serio rischio dai cambiamenti climatici, che potrebbero spazzare via fino all’86% dei vitigni dei paesi del Mediterraneo europeo. Se al di là dell’Atlantico l’area del Parco di Yellowstone diventerà il territorio più produttivo entro i prossimi 50 anni (oggi non c’è nemmeno un vitigno): lo spostamento verso nord delle terre da uva potrebbe portare gli americani ad impiantare vitigni fino ai confini con il Canada, nello Yukon (un tempo famoso per la neve, il ghiaccio ed i cercatori d’oro). Questo fenomeno è mostrato chiaramente nella mappa qui sotto.

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In altre zone del pianeta invece potrebbe diventare impossibile continuare con la produzione vinicola: spostandosi ai poli, le terre da vino di Sud Africa, Cile ed Australia si assottigliano sempre di più e potrebbero scomparire del tutto. In Europa dramma che interesserà sopratutto Italia e Spagna, che potrebbero arrivare a perdere oltre la metà dei loro vitigni preziosi, ma la tendenza è ormai già incline ad andare verso nord. L’aumento delle temperature aumenta il contenuto zuccherino negli acini aumentando la gradazione del prodotto finale e diminuendone l’acidità: ciò implica necessariamente una sostanziale modifica negli aromi, rendendo più complessa (a palati esperti e non) ed incerta la degustazione (e diminuendo la produzione). Questo potrebbe avere conseguenze dirette anche sul mercato dei vini, rendendo competitivi vitigni che prima erano considerati di bassa lega (come quelli americani o, fino a qualche anno fa, quelli sudafricani oggi molto apprezzati). Un problema che si è cercato di affrontare già da tempo, ad esempio impiantando ceppi più resistenti o introducendo nuovi metodi di irrigazione. Ma è poco ciò che il produttore può fare di fronte al cambiamento climatico in atto:

In questo scenario le produzioni si sposterebbero più a nord. In nord Europa le aree vinicole aumenteranno del 99%, in Nuova Zelanda del 168 e nel nord America del 231.

si legge nello studio.

Fonte:  Conservation International

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Olio d’oliva: la sazietà arriva con il profumo

Uno studio del German Research Center for Food Chemistry ha dimostrato come siano gli aromi a far aumentare la serotonina che ci fa sentire appagati e sazi

È un anti-infiammatorio, aiuta a non perdere la memoria, permette di lottare contro il cancro al seno, ha delle proprietà anti-età, condisce insalata e alimenti, fa brillare i capelli. L’olio d’oliva è uno dei pilastri della dieta mediterranea, la più sana e meno impattante condotta alimentare del mondo. Italiani e cretesi che ne consumano in abbondanza sono meno soggetti a malattie cardiovascolari. Ora dal German Research Center for Food Chemistry arriva uno studio che spiega come l’olio d’oliva agisca sul sentimento della sazietà. I ricercatori hanno condotto uno studio su 120 partecipanti ai quali è stato chiesto per tre mesi di mangiare quattro yogurt al giorno. Gli yogurt erano di cinque tipi: al naturale, con olio d’oliva, con strutto con burro e con olio di colza. Una volta concluso l’esperimento sono stati effettuati dei prelievi sanguigni che hanno dimostrato come nei consumatori di yogurt all’olio d’oliva la progressione della serotonina fosse la maggiore di tutte. E la serotonina è un ormone associato al sentimento della sazietà. I consumatori degli yogurt arricchiti con olio di colza o strutto sono ingrassati più degli altri poiché non hanno fatto altro che aggiungere gli yogurt alla loro alimentazione abituale, senza sentire il bisogno di sopprimere nient’altro. Questi due “condimenti”, insomma, non procuravano loro, il senso di sazietà percepito dai consumatori di olio d’oliva o dai consumatori di burro. I ricercatori tedeschi si sono allora chiesti: perché l’olio d’oliva dà più sazietà dell’olio di colza pur avendo le medesime proprietà nutritive? Nel nuovo esperimento sono stati fatti due gruppi: al primo è stato dato da mangiare yoghurt con estratti di aroma dell’olio d’oliva, al secondo yoghurt naturale. Per questi ultimi il sentimento di sazietà era meno forte. Il loro tasso di serotonina si è abbassato e hanno dovuto aumentare l’apporto di alimenti per compensare la mancata sazietà che ha, invece, interessato, i consumatori di olio arricchito all’aroma di olio d’oliva. Dunque la sazietà arriva attraverso l’olfatto e le proprietà aromatiche e non attraverso le proprietà organolettiche.

FONTE:  Rue89