Le microplastiche sono anche nell’aria che respiriamo

Le microplastiche non stanno solo soffocando i mari e gli oceani; possono anche viaggiare nell’aria percorrendo molti chilometri e raggiungere zone ritenute incontaminate, lontane da centri urbani e industriali

I rifiuti in plastica sono oggi uno dei problemi più urgenti a livello mondiale, una delle principali sfide ambientali, in particolare per la presenza di microplastiche nei mari di tutto il mondo. A eccezione di Parigi e della città cinese di Dongguan, dove sono state svolte ricerche sulla ricaduta atmosferica delle microplastiche, a oggi non ci sono molti dati sulla presenza o sul trasporto di tali particelle in aria.

Uno studio, condotto dalle Università di Strathclyde in Scozia e di Orléans e Tolosa in Francia e da EcoLab di Tolosa durante l’inverno 2017-2018, va a colmare proprio questo deficit, studiando la deposizione di microplastiche atmosferiche in una zona montuosa remota, incontaminata e scarsamente abitata. Il sito di studio si trova più precisamente presso la stazione meteorologica di Bernadouze, a 1.425 m sul livello del mare, sui Pirenei francesi. La zona è scarsamente popolata, priva di attività industriali e commerciali ed è principalmente utilizzata per attività ricreative (escursionismo, sci, educazione ambientale e ricerca scientifica). La zona residenziale più vicina (540 abitanti) è il villaggio di Vicdessos, 6 km a sud-est, e la città di medie dimensioni più vicina (Foix, 9.720 abitanti) si trova a 25 km a nord-est. Tolosa, l’unica grande città della regione, dista 120 km.

In questo sito di studio erano state ritrovate microplastiche sia nei corsi d’acqua che sul suolo; i ricercatori hanno quindi voluto capire quale fosse la fonte di tali ritrovamenti, andando a ricercare tali particelle anche in aria. Sfruttando l’attrezzatura di misurazione già presente presso la stazione meteorologica di Bernadouze, gli scienziati hanno analizzato i campioni d’aria, raccolti in cinque mesi, che rappresentano la deposizione atmosferica, umida e secca. I processi di deposizione comprendono infatti le “deposizioni umide” che avvengono attraverso le precipitazioni atmosferiche (pioggia, neve, nebbia) e le “deposizioni secche” che avvengono per azione della sedimentazione gravitazionale.

Sono stati dunque ritrovati frammenti di microplastiche, fibre e film in tutti i campioni di deposizione atmosferica raccolti. Il conteggio dei campioni è stato normalizzato per rappresentare la deposizione atmosferica giornaliera in quanto le limitazioni di accesso al sito hanno portato a tempi di monitoraggio incoerenti nei diversi mesi di studio. La media giornaliera di microplastiche ritrovate ogni metro quadrato è di 365, numeri che si possono paragonare alle deposizioni atmosferiche di megaplastiche delle zone più urbanizzate. Il conteggio medio giornaliero parla di di 249 frammenti, 73 film e 44 fibre per m2. La lunghezza predominante delle fibre di plastica trovate nei campioni è tra i 100 e i 300 μm; i frammenti per la maggior parte sono ≤ a 50 μm.

Il tipo di plastica trovata nei campioni è prevalentemente il polistirolo (PS 41% dei campioni), seguito da vicino da polietilene (PE 32%) e poi da polipropilene (PP 18%), tutti utilizzati in molti articoli monouso e in materiale di imballaggio (borse e contenitori per alimenti). I dati raccolti nel corso della ricerca suggeriscono che pioggia, neve, velocità e direzione del vento potrebbero essere stati i fattori determinanti per la deposizione di microplastiche in questo sito. Proprio il vento potrebbe essere stato il “motivo” del trasporto delle microplastiche da un luogo all’altro; un’analisi della traiettoria e della direzione della massa d’aria ha rilevato infatti come queste plastiche abbiano “viaggiato” in aria fino a 95 km di distanza. L’area di origine delle microplastiche ritrovate si estenderebbe cioè fino a 95 km dal sito, raggiungendo diverse città. I dati raccolti non possono dimostrare il trasporto di tali particelle sul lungo raggio; tuttavia i risultati dello studio suggeriscono che le fonti di emissione devono essere almeno regionali (> 100 km), data la densità della popolazione all’interno di questa area e l’assenza di depositi di plastica di grandi dimensioni. Lo studio ha quindi dimostrato come le microplastiche, trasportate dal vento, possono raggiungere e colpire aree remote, scarsamente abitate, dove non ci si aspetterebbe di trovare della plastica, almeno non in tali quantità. Gli autori dello studio raccomandano di effettuare ulteriori monitoraggi ed analisi per comprendere meglio l’influenza delle precipitazioni sulla deposizione di microplastiche in aria e l’impatto della traiettoria del vento sulla quantità e composizione della ricaduta atmosferica di tali particelle.

Fonte: ilcambiamento.it

Chi ci vaccina contro l’inquinamento di aria, acqua e cibo?

Alle campagne esasperate che allarmano la popolazione contro potenziali epidemie e che obbligano alla vaccinazione di massa, non corrispondono campagne altrettanto convinte che contrastino i livelli paurosi di inquinamento raggiunti da aria, acqua e suolo e che causano migliaia di morti anche in Italia. Come mai?

Le campagne messe in atto dalle aziende farmaceutiche per obbligare tutti a vaccinarsi per qualsiasi cosa sono condotte per continuare a guadagnare enormi somme di denaro da aggiungere a introiti già inimmaginabili. Faticosamente e contro forze soverchianti, medici, esperti, volontari, genitori, persone che si informano attraverso una letteratura scientifica ormai vastissima, cercano di mettere in guardia sull’acclarata pericolosità dei vaccini e di rendere quantomeno libera la scelta fra vaccinarsi o meno.

Che ci sia del marcio dietro e che le campagne allarmistiche trovino eco nei media, spesso prezzolati dalla stesse potenti multinazionali dei farmaci, è confermato dal fatto che, quando ci sono casi di una o l’altra malattia che si presume siano derivanti da una non vaccinazione, vengono ingigantiti a dismisura e si urla contro i nemici della “scienza” che hanno l’ardire di pensare con la loro testa e vorrebbero semplicemente essere informati correttamente.

Scienza che, va ricordato, viene presa a Dio indiscusso solo quando serve gli interessi di chi deve fare profitti; se poi la stessa scienza va contro gli interessi di quei profitti, allora non è più scienza, non conta nulla e deve essere combattuta in tutti i modi.

Quindi, stranamente, sulle migliaia di morti che ci sono per l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, dei cibi non si alza nessun grido o campagna a tappeto, né di informazione, né di altro tipo. Altrettanto stranamente non scatta nessun “allarme epidemico” che invece dovrebbe esserci quando tante persone sono chiaramente a rischio e danneggiate. Ma se ci si preoccupa della salute, a maggior ragione ci si dovrebbe preoccupare di tante vite in pericolo. Quindi una domanda sorge spontanea: a quando i vaccini contro l’inquinamento che miete costantemente vittime a tutto spiano? Ovvio che non ci sarà né un vaccino, né una campagna mediatica nemmeno lontanissima parente della caccia alle streghe che si fa sui vaccini.

Eppure il problema anche solo numericamente è assai più grave. Ci sono 90 mila morti l’anno in Italia per inquinamento dell’aria, e altre migliaia di morti che si manifestano in cancri e avvelenamenti vari dovuti al cibo che mangiamo e all’acqua che utilizziamo. E se tanto mi dà tanto, ci dovrebbero essere titoli a caratteri cubitali e coperture mediatiche per mesi interi su queste immani tragedie che colpiscono così tanti italiani. Invece no, perché non ci sono lobby potentissime a difendere tutti questi morti e malati; anzi, accade esattamente il contrario: le lobby potentissime producono esse stesse inquinamento e quindi si fa poco e niente.

I morti, i lutti, la disperazione di chi perde un caro, devono avere tutte la stessa importanza. Quindi si cambi completamente paradigma, si investano soldi, si facciano campagne mediatiche, si informi capillarmente la cittadinanza, si puniscano i colpevoli di chi tutti i giorni ci ammazza con i propri veleni e gli si impedisca di continuare a seminare morte indisturbato, piuttosto che dare addosso a chi si ostina a non accettare la sola versione di chi ha soldi e potere.

Fonte: ilcambiamento.it

Cambiamo aria! Nelle nostre case respiriamo troppi inquinanti

Siamo al paradosso, lo spiegano anche l’Inail e la Società Italiana di Medicina Ambientale. Nelle nostre case sono presenti inquinanti in quantità tali da rendere, complice la scarsa ventilazione, l’aria indoor addirittura più inquinata di quella esterna. Ma qualche accorgimento si può adottare per attenuare il problema.9946-10738

Nelle nostre abitazioni la presenza di fonti inquinanti e di una scarsa ventilazione degli ambienti interni può portare a un inquinamento indoor a volte addirittura superiore a quello esterno. Lo affermano, per esempio, anche l’Inail e la Sima (Società Italiana di Mecicina Ambientale), che incoraggiano a evitare determinate sostanze chimiche di sintesi per attenuare l’emergenza. La Sima ha formulato anche un decalogo di buone pratiche che potete scaricare qui.

L’aria interna è fondamentalmente la stessa di quella esterna, ma cambiano quantità e tipi di contaminanti. I principali inquinanti dell’aria indoor, agenti chimico-fisici (gas di combustione, particolato atmosferico aerodisperso, composti organici volatili COV, idrocarburi policiclici aromatici, fumo passivo da combustione di tabacco, radon) e biologici (batteri, virus, pollini, acari, residui biologici e composti allergenici) hanno effetti sul sistema respiratorio, provocano allergie e asma, disturbi a livello del sistema immunitario. Hanno inoltre effetti nocivi sul sistema cardiovascolare e sul sistema nervoso oltre che su cute e mucose esposte. Gli agenti biologici inquinanti negli spazi indoor sono molto eterogenei e comprendono pollini e spore delle piante, batteri, funghi, alghe e alcuni protozoi. La loro presenza è ricollegabile a un eccesso di umidità e ad una ventilazione inadeguata che causa la concentrazione degli inquinanti, sia chimici sia biologici, e permette di controllare la temperatura e l’umidità all’interno degli edifici. Infatti, sono numerosi gli studi che hanno individuato una relazione tra la ventilazione delle case e le condizioni di salute delle persone che le abitano.

L’aria indoor può inoltre essere in generale più inquinata rispetto all’aria ambiente perché gli inquinanti esterni vengono intrappolati e si accumulano, oltre che per la presenza di inquinanti propri delle abitazioni. Inoltre, le varie attività umane (cottura dei cibi, pulizia della casa, ecc.) contribuiscono alle emissioni di ulteriori inquinanti.

La qualità dell’aria negli ambienti interni diventa quindi cruciale per la salute e il benessere soprattutto nei Paesi sviluppati. Si calcola che ogni persona trascorra tra l’80 e il 90% della propria giornata all’interno di edifici, respirando circa 22.000 volte.

Ma vediamo insieme, in particolare, cosa sono i COV, un gruppo di sostanze capaci di evaporare a temperatura ambiente e di provocare effetti sulla salute sia acuti (a breve termine) che cronici (a lungo termine), tra cui le più note sono gli idrocarburi (benzene e derivati, toluene, o-xilene, stirene, cloroformio, diclorometano, clorobenzeni, ecc…), i terpeni, gli alcoli (etanolo, propanolo, butanolo e derivati), i chetoni, le aldeidi (in cui rientra la formaldeide, indicata come la principale causa di una scadente o cattiva qualità dell’aria e classificata dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro nel gruppo 1 dei cancerogeni, cioè nei cancerogeni certi per l’uomo per inalazione).
Le principali fonti di emissione dei COV sono:

– materiali da costruzione (es. pitture, impregnanti, cere, colle e adesivi, tessuti e tappezzerie, ecc…);
– prodotti per la pulizia della casa e l’igiene personale (es. profumatori per ambiente, detergenti per stoviglie, anti-tarme, alcuni deodoranti e cosmetici, ecc…);

– emissioni industriali e da automobili;

– eccetera.

Limitare l’esposizione ai COV in casa si può:

> controllando le fonti: è bene limitare i prodotti o i materiali che li contengono, scegliendo alternative più sostenibili, sia per l’uomo che per l’ambiente;

> ventilando i locali sia durante sia dopo l’uso di prodotti che li contengono;

> rimuovendo dalla casa i prodotti non utilizzati e riponendo quelli ancora utilizzabili in un luogo ben areato e lontano dalla portata di bambini;

> evitando l’uso di deodoranti e/o profumatori per la casa;

> riducendo l’uso dei pesticidi;

> acquistando solo i prodotti strettamente necessari e limitando al minimo l’uso di prodotti con benzene e cloruro di metilene (prodotti per la verniciatura e lo stoccaggio di prodotti combustibili, sverniciatori, prodotti per la rimozioni di adesivi e vernici spray) e percloroetilene (utilizzata nel lavaggio a secco, si raccomanda di ventilare gli abiti prima di riporli negli armadi).

Per chi volesse approfondire, buona ulteriore lettura!inail1

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Fonte: ilcambiamento.it

Le tecnologie per aspirare CO2 dall’aria non sono la soluzione contro il cambiamento climatico

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È categorico il giudizio degli esperti del Consiglio consultivo scientifico delle accademie europee (EASAC), sulle cosiddette “Net”, le tecnologie per le emissioni negative di cui si sente parlare sempre più spesso. “L’unica soluzione è il taglio delle emissioni”

I sistemi e le tecnologie per aspirare l’anidride carbonica dall’aria non funzioneranno sulle enormi scale necessarie a fermare il cambiamento climatico, l’unica soluzione è il taglio delle emissioni. È categorico il giudizio degli esperti del Consiglio consultivo scientifico delle accademie europee (EASAC), sulle cosiddette “Net”, le tecnologie per le emissioni negative di cui si sente parlare sempre più spesso. Dalla semplice piantagione di alberi alla filtrazione di CO2 dall’aria, le tecnologie che per alcuni possono essere la “pallottola d’argento” nell’arrestare il riscaldamento globale, rischiano paradossalmente di provocare enormi danni all’ambiente stesso e sono anche estremamente costose. Praticamente tutti i percorsi tracciati dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi richiedono un enorme dispiegamento delle tecnologie NET dopo il 2050, perché i tagli alla CO2 attesi sono troppo lenti per arrivare ad emissioni zero in tempi rapidi. L’IPCC calcola che nella seconda metà del secolo dovranno essere catturate e immagazzinate circa 12 miliardi di tonnellate all’anno di emissioni, circa un terzo di quelle attuali prodotte nel mondo. Il rapporto dell’EASAC, che fornisce consulenza all’Unione europea ed è composto dalle accademie scientifiche nazionali dei 28 Stati membri, avverte che affidarsi alle tecnologie Net, invece che alle riduzioni delle emissioni, potrebbe comportare un grave riscaldamento globale e “gravi implicazioni per le generazioni future”. La prospettiva più high-tech è quella di filtrare la CO2 direttamente dall’aria, ma attualmente nel mondo esiste solo un impianto del genere che intrappola solamente 1.000 tonnellate all’anno. Oltre alle difficoltà tecniche, non esiste anche un’imposta diffusa o significativa sulle emissioni di CO2. “Al momento nessuno lo farà, perché nessuno pagherà”, ha detto il Professor John Shepherd dell’Università di Southampton, tra gli autori del report. Ciononostante, il documento afferma che la ricerca e lo sviluppo sui NET devono continuare perché potrebbero svolgere un ruolo importante e più piccolo nel trattare le emissioni che sono molto difficili da evitare, come quelle del settore aeronautico. Il suo messaggio tuttavia è abbastanza chiaro: non bisogna rimandare la pulizia dell’aria per altri 50 anni, si deve ridimensionare l’uso irrealistico delle emissioni negative nei modelli climatici e aumentare l’ambizione per arrivare ad emissioni zero il più rapidamente possibile.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Aria, terra, acqua: piano piano ci “mangiamo” il paese

Diffusi i dati del tredicesimo Rapporto sulla qualità dell’ambiente urbano in Italia. Ne esce la fotografia di un paese super-antropizzato, che si sposta e produce con modalità inquinanti e che non crede affatto nel verde pubblico e nel risparmio di suolo.9717-10491

Pm10 ancora oltre la norma in molte città italiane: al 10 dicembre 2017, il valore limite giornaliero è stato oltrepassato in 34 aree urbane, gran parte di queste localizzate nel bacino padano. Torino è la città con il numero maggiore di superamenti giornalieri (103). Situazione ancora più critica per l’ozono: nella stagione estiva, sempre 2017, ben 84 aree urbane vanno oltre l’obiettivo a lungo termine. Nel 2016 il limite annuale per l’NO2 (biossido di azoto) è stato superato in 21 aree urbane, mentre va meglio per il PM 2,5 (25 μg/m³): solo 7 città superano il limite annuale. Questi i dati relativi all’aria, aggiornati al 10 dicembre 2017 e contenuti nella XIII edizione del Rapporto sulla Qualità dell’Ambiente Urbano, presentato nei giorni scorsi a Roma. Il report, che porta la firma del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), raccoglie i dati relativi a 119 aree urbane attraverso dieci aree tematiche: Fattori Sociali ed Economici, Suolo e territorio, Infrastrutture verdi, Acque, Qualità dell’aria, Rifiuti, Attività Industriali, Trasporti e mobilità, Esposizione all’Inquinamento Elettromagnetico ed acustico, Azioni e strumenti per la sostenibilità locale, descrive la qualità delle vita e dell’ambiente nelle città italiane. Ne esce la fotografia di un paese “sdraiato” su una mobilità inquinante e con una situazione idrogeologica compromessa, con poco verde pubblico, molti impianti chimici e consumo di suolo che avanza.

Incidenti

Nel 2016, più incidenti, ma meno vittime sulle strade: rispetto al 2015, nei 119 comuni, nonostante l’aumento degli
incidenti (+0,5%) e dei feriti +(0,3%), il numero dei morti scende del 9,7%, a fronte di una diminuzione nazionale che
supera il 4%. Il numero più alto di incidenti ogni 1.000 autovetture circolanti si rileva a Genova (oltre 15 incidenti ogni 1.000 autovetture circolanti), seguita da Firenze (13,4) e Bergamo (13). In linea generale e nel lungo periodo (2007-2016), calano gli incidenti stradali nei 119 comuni passando da 112.648 a 81.967 (-27,2%).

Frane

Su 119 comuni analizzati dal rapporto, 85 risultano caratterizzati da frane, mentre 34 ricadono prevalentemente in aree
di pianura. Complessivamente sono state censite 23.729 frane con una densità media sul territorio dei 119 comuni di
1,12 frane per km2 (sia frane attive che non) . Alcuni comuni ne hanno più di 9 per km2 (Lecco, La Spezia, Lucca, Cosenza e Sondrio), mentre 14 presentano una densità compresa tra 3 e 9 frane (Pistoia, Torino, Vibo Valentia, Livorno, Ancona, Genova, Bologna, Bolzano, Fermo, Perugia, Catanzaro, Pesaro, Campobasso e Massa).
Dal 1999 al 2016, nei comuni in esame sono in atto 384 interventi urgenti per la difesa del suolo già finanziati, per un
ammontare complessivo delle risorse stanziate di circa 1 miliardo e 476 milioni di euro.

Consumo di suolo

Le più alte percentuali di suolo consumato rispetto alla superficie territoriale si raggiungono, al 2016, a Torino 65,7%,  Napoli 62,5%, Milano 57,3% e Pescara 51,1%. Tra il 2012 e il 2016 e’ la città di Roma, con oltre 13 milioni di euro  all’anno a sostenere i costi massimi più alti in termini di perdita di servizi ecosistemici, seguita da Milano con oltre 4 milioni di euro all’anno.

Coste e acque balneabili

Il 90,4% delle acque di balneazione è classificato come eccellente e solo 1,8% come scarso. Su 82 Province, 50 detengono solo acque eccellenti, buone o sufficienti e, in particolare, 26 hanno tutte acque eccellenti. La presenza della microalga potenzialmente tossica, Ostreopsis ovata, durante la stagione 2016, è stata riscontrata almeno una volta in 32 Province  campione su 41, anche con episodi di fioriture, mentre il valore limite di abbondanza delle 10.000 cell/l è stato superato  almeno una volta in 17 Province. In un caso è stato emesso il divieto di balneazione (Ancona) come misura di gestione a tutela della salute del bagnante.

Verde pubblico

Le percentuali di verde pubblico sulla superficie comunale restano piuttosto scarse, con valori inferiori al 5% in 96 delle 119 città analizzate, compresi i 3 nuovi comuni inclusi per la prima volta nel campione di quest’anno, nei quali il  verde pubblico non incide più del 2% sul territorio. Solo in 11 aree urbane, prevalentemente  del Nord, la percentuale di verde pubblico raggiunge valori superiori al 10%; i più alti si riscontrano nei comuni dell’arco alpino, in particolare a Sondrio (33%) e a Trento (29,7%). La scarsa presenza di verde si riflette ovviamente sulla disponibilità pro capite, compresa fra i 10 e i 30 m2/ab nella metà dei comuni (compresa Guidonia Montecelio). A Giugli ano in Campania,  invece, si registra il valore minimo (2,2 m2/ab). In linea generale, le aree urbane “più verdi” sono quelle con una significativa presenza di aree protette: Messina, Venezia, Cagliari e L’Aquila.

Terreni agricoli

Diminuiscono le aree agricole, altro importante tassello dell’infrastruttura verde comunale: il trend della superficie agricola utilizzata negli ultimi 30 anni è negativo in ben 100 dei 119 comuni indagati, con valori percentuali compresi tra il -1,4% di Viterbo e il -83,7% di Cagliari.

Autorizzazioni Integrate Ambientali

Le installazioni AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) statali e regionali presenti nei 119 comuni, ammontano a 938 (comprese quelle non operative ma con autorizzazione vigente) e sono situate in particolare nelle città di Forlì, Cesena, Ravenna, Modena, Prato, Brescia, Venezia, Verona e Torino. In particolare, sono 46 le installazioni AIA statali concentrate soprattutto a Venezia (7), Ravenna (7 di cui 6 operative), Brindisi (5), Taranto (4), Ferrara e Mantova (3). In particolare, la presenza maggiore di centrali termiche si rileva a Venezia (4), di impianti chimici a Ravenna (4 di cui 3 operativi). L’unica acciaieria integrata sul territorio nazionale è nel comune di Taranto. Le installazioni AIA regionali sono invece 892 e vedono la città di Forlì con il maggior numero di impianti (pari a 58 di cui 44 operativi) seguita da Ravenna (50 di cui 46 operativi), Prato (47) e Cesena (45 di cui 36 operativi).

Le auto

Ancora alto il numero delle auto euro 0: anche se in calo rispetto al 2015 di quasi 640 mila vetture, il numero delle
auto da euro 0 ad euro 2 rimane ancora troppo alto, quasi 10 milioni, sugli oltre 37 totali. Nel 2016, è Napoli a presentare la quota più alta (28,3%) di auto intestate a privati appartenenti alla classe euro 0, contro una media nazionale del 10,1%. Varia poco invece, la composizione del parco per tipo di alimentazione rispetto all’anno precedente: Trieste, Como e Varese a continuano a detenere la quota più alta di auto alimentate a benzina, intorno al 70%, contro circa il 26-28% di autovetture a gasolio, mentre ad Isernia, Andria e Sanluri, circolano essenzialmente vetture a gasolio ( dal 50 al 54% circa). Dal 2012 al 2016 il parco auto alimentato a GPL a livello nazionale segna un + 18,8%, con Parma e Lanusei che raggiungono le variazioni positive più alte, superiori al 40%, contro Villacidro e Sanluri che riportano, invece, contrazioni rispettivamente del 16 e 15%. Alle Marche, in particolare a Macerata, Fermo e Ancona, soprattutto grazie alla presenza di numerosi distributori in una limitata estensione territoriale, spetta il primato delle auto a metano circolanti (dal 13 al 18% circa).

Morti per mancata attività fisica

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, un’insufficiente attività fisica è associata in Europa a circa 1 milione di morti l’anno. Spostarsi regolarmente a piedi e in bicicletta per 150 minuti a settimana con attività fisica di intensità
moderata, riduce per gli adulti tutte le cause di mortalità di circa il 10%. Da questo presupposto è nato il focus del
rapporto “Città a piedi”, quest’anno dedicato, appunto, alla mobilità pedonale. Diversi i temi trattati tra cui il legame
tra mobilità attiva e lavoro agile: i risultati dell’esperienza “Giornata del lavoro agile”, istituita dal Comune di Milano, mostrano nel 2016 un risparmio nei tempi di spostamento di 106 minuti a persona.

Fonte: ilcambiamento.it

Qualità dell’aria, l’UE bacchetta l’Italia sul PM10

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Ancora una volta l’inquinamento atmosferico e ancora una volta il PM10: la Commissione Europea ha (nuovamente) bacchettato l’Italia affinché adotti misure efficaci ed appropriate contro l’emissione di polveri sottili al fine di garantire una buona qualità dell’aria e salvaguardare la salute pubblica. Secondo l’Agenzia europea per l’ambiente ogni anno l’inquinamento da polveri sottili provoca in Italia più di 66.000 morti premature, rendendo il nostro lo Stato membro dell’UE più colpito in termini di mortalità connessa al particolato: il PM10 in Italia è immesso in atmosfera sopratutto nelle attività connesse al consumo di energia elettrica e al riscaldamento, ai trasporti, all’industria e all’agricoltura. Le polveri sottili, note anche come “PM10”, sono presenti nelle emissioni connesse al consumo di energia e al riscaldamento, ai trasporti, all’industria e all’agricoltura. Il PM10 può provocare asma, problemi cardiovascolari e cancro ai polmoni, causando un numero di morti premature superiore al numero annuale di decessi per incidenti stradali. Già nel dicembre 2012 la Corte di Giustizia UE aveva ritenuto l’Italia responsabile della violazione della legislazione UE pertinente per gli anni 2006 e 2007: in caso di superamento dei valori limite gli Stati membri sono tenuti ad adottare e attuare piani per la qualità dell’aria che stabiliscano misure atte a porvi rimedio nel più breve tempo possibile ma le misure legislative e amministrative finora adottate dall’Italia non sono bastate a risolvere il problema. Un problema che non è solo italiano ma che attiene anche a paesi come la Francia e la Gran Bretagna, dove il problema inquinamento è tanto grave quanto in Italia. La Commissione ha attivato la procedura d’infrazione per 16 Stati membri: Belgio, Bulgaria, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lettonia, Polonia, Portogallo, Repubblica ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Ungheria. Nonostante l’obbligo per gli Stati membri di garantire una qualità dell’aria soddisfacente per i loro cittadini, sono ancora molte le zone in cui le concentrazioni di PM10 continuano a rappresentare un problema. L’attuale normativa europea sulle emissioni in atmosfera stabilisce valori limite per l’esposizione riguardanti sia la concentrazione annua (40 μg/m3), che quella giornaliera (50 μg/m3), da non superare più di 35 volte per anno civile. Oggi più che le normative anti-inquinamento però sono i nuovi mercati a rappresentare una salvezza per la qualità dell’aria nel vecchio continente: elettrico, ibrido, carburanti alternativi sono sempre più gettonati dai consumatori europei, che vedono nelle nuove tecnologie una possibilità sopratutto di risparmio di spesa sui carburanti.

Sarà il mercato o sarà il legislatore (o forse noi stessi) a salvare i nostri polmoni?

Fonte: ecoblog.it

Cittadini per l’Aria: “Per ridurre inquinamento urbano il Governo deve smettere di proteggere a Bruxelles settore agricolo e industria”

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato a firma di Anna Gerometta, Presidente della Onlus Cittdini per l’Aria: “Il Governo preme in questi giorni a Bruxelles per l’indebolimento degli impegni del nostro paese sui limiti delle emissioni”agricoltura

Come accade spesso l’aria lombarda in questi giorni raggiunge concentrazioni di inquinanti atmosferici molto superiori a quelli che l’Organizzazione Mondiale della Sanità indica per la tutela della salute umana e anche di quelli, ben superiori, stabiliti dalle leggi dell’Unione europea. Ancora nel XXI secolo, l’inquinamento atmosferico rimane una crisi sanitaria di cui ormai nessun esperto mette in dubbio la gravità. Classificato cancerogeno dall’OMS, l’inquinamento dell’aria in Italia causa la morte prematura di oltre 35.000 persone ogni anno ed è responsabile di allergie, malattie respiratorie e cardiovascolari. E costa alla collettività. Una recente commissione d’inchiesta del Senato francese ha calcolato il costo sanitario dell’inquinamento dell’aria per la Francia in 101,3 miliardi di euro all’anno, pari a due volte il costo sanitario legato al fumo.  Mentre il danno si riversa nelle nostre città e i funzionari dei nostri Ministeri si occupano di ben due procedure di infrazione europee in corso contro l’Italia (PM10 e NO2) per violazione dei limiti degli inquinanti atmosferici, il nostro Governo preme in questi giorni a Bruxelles per l’indebolimento degli impegni del nostro paese su questo fronte. Mentre, è ovvio, per migliorare la qualità dell’aria in maniera duratura è necessario che il governo si impegni ad alzare casomai il livello di ambizione, e ridurre le emissioni che provengono dal settore automobilistico, da quello del riscaldamento, e dall’agricoltura. In particolare non molti sanno, per esempio, che una porzione rilevante del particolato delle nostre città si produce per l’interazione fra l’ammoniaca derivante dallo spargimento dei liquami e dei fertilizzanti in agricoltura e gli inquinanti che hanno origine localmente dal traffico, dai riscaldamenti o dalle industrie. E che l’ammoniaca viene trasportata per grandi distanze dal vento. E che il nostro Governo ha, nella riunione dei Ministri dell’Ambiente Europei tenutasi lo scorso Dicembre, indebolito di ben 8 punti percentuali l’obiettivo di riduzione al 2030 proposto dalla Commissione europea e dal Parlamento di Strasburgo per questo inquinante. E di altri 14 punti percentuali quello del particolato sottile (PM 2.5). E in questo gioco delle quattro tavolette ci sta anche la decisione presa anche per merito della pressione del nostro Governo ad ottobre e poi adottata dal Parlamento di raddoppiare i livelli degli inquinanti delle auto diesel euro 6. Secondo i calcoli dell’European Environment Bureau, l’indebolimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni proposto dall’Italia causerà, se tradotto in legge, 15000 morti premature in più nel nostro paese da qui al 2030. Mentre procede la trattativa per definire la nuova Direttiva sui Limiti alle Emissioni Nazionali – il cui prossimo appuntamento sarà il 25 aprile e che si concluderà a giugno – è ora che l’Italia si impegni in maniera trasparente nella lotta all’inquinamento atmosferico. Smettendo di difendere gli interessi dei costruttori di automobili e del settore dell’agricoltura intensiva ed iniziando a proteggere, innanzitutto, la salute dei suoi cittadini.

(foto rinnovabili.it)

Fonte: ecodallecitta.it

Rinnovabili in Italia producono oltre 100 TWh nel 2014, nonostante trivelle e spalma incentivi

L’energia da acqua sole e vento ha per la prima volta superato il muro dei 100 TWh nello scorso anno, contribuendo a produrre il 38% dell’energia elettrica. L’energia rinnovabile ha finalmente superato il muro dei 100 TWh: secondo gli ultimi dati Terna, nel 2014 la produzione da idroelettrico, geotermico, eolico e fotovoltaico e’ arrivata a 102 TWh, registrando un +6.75% rispetto al 2013. E’ poco piu’ della meta’ della crescita media registrata negli ultimi cinque anni, ma e’ pur sempre un risultato dignitoso a fronte di un governo che ha lavorato sistematicamente contro le rinnovabili, a partire dal famigerato decreto spalma-incentivi. Il risultato migliore viene conseguito dal fotovoltaico con un +10%, nonostante gli scarsi incrementi di potenza installati con l’ultimo conto energia.  Segue l’idroelettrico con +7.4%, mentre le altre produzioni rimangono sostanzialmente costanti. Si conferma invece il netto calo del termoelettrico da fonte fossile, che si e’ fermato a 165 TWh, quasi 90 in meno rispetto alla produzione del 2007, con una conseguente significativa diminuzione delle emissioni di gas serra. Il calo e’ ancora piu’ significativo essendo avvenuto in un anno in cui il prezzo del petrolio e del gas ha subito un forte calo.

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Fonte: ecoblog.it

Guida alle piante disinquinanti da casa

E’ possibile ridurre l’inquinamento in casa? Può essere fatto anche scegliendo intelligentemente le piante da tenere in casa.  Sì, la scelta delle piante d’appartamento può essere fatta in maniera consapevole tenendo conto delle diverse proprietà disinquinanti che hanno le varie piante e quindi contribuendo in modo significativo a migliorare la qualità dell’aria indoor.donna-con-pianta-400x250

Che poi la scelta sia importante, lo si capisce anche vedendo statistiche che dicono che nelle nostre case ed uffici, l’aria è assai più inquinata rispetto all’ambiente esterno, data la presenza di materiali per la costruzione e l’isolamento più o meno dannosi per la qualità dell’aria, impianti di riscaldamento / raffrescamento che sollevano polveri e molte altre piccole e grandi insidie. Sicuramente ci sono delle buone abitudini che ci possono aiutare in questo senso (non tenere a mille il riscaldamento e ventilare spesso l’ambiente per dirne due), ma anche le piante possono darci una mano. Ma quali sono le piante ideali per le nostre case? Quali le piante con le maggiori proprietà disinquinanti?

Vediamo le varie piante in funzione degli agenti inquinanti più frequentemente presenti in casa.

Formaldeide: Contro la formaldeide, sostanza utilizzata nella produzione di numerosi materiali per l’edilizia e nella fabbricazione dei mobili, che è anche la principale fonte di inquinamento indoor, le seguenti piante sono specialmente idonee: le piante di ficus, l’edera, il pothos, la palma, la Phoenix Roebelenii, la Dracaena fragrans (il famoso Tronchetto della felicità) o l’Aglaonema.

Ammoniaca: presente in molti dei nostri detergenti per la casa, l’ammoniaca è una sostanza tossica che può fare danni alle vie respiratorie in particolare. Non solo, studi recenti confermano il fatto che l’ammoniaca danneggia il feto in donne incinte che siano esposte all’ammoniaca. Contro questa sostanza, azalee, palme, l’anthurium, il ficus e l’edera sono assai efficaci

Fumo e benzene: piante come Edera, sanseviera, DracaenaPhilodendron, Azalea e le piante di Falangio (Chlorophytum) hanno ottime proprietà nel trattenere il fumo ed il benzene, altro fattore di inquinamento indoor.

Odore di vernice: I Crisantemi e Philodendron assorbono il Tricloroetilene usato nelle vernici e solventi e sono la scelta ideale in una casa tinteggiata di fresco.

Per umidificare l’aria: piante che emettono vapore acqueo, come DieffenbachiaPothos e Gerbera aiutano in questo senso.

Altre piante sono eclettiche nelle loro qualità anti-inquinamento e si prestano sia per umidificare l’aria (importante, perché fa si che si depositino a terra diverse particelle dannose che altrimenti respireremmo) che per assorbire sostanze nocive: si parla qui dello spatifillo, della Schefflera e della Nephrolepis exaltata (la felce di Boston). Le piante anti-inquinamento sono un modo naturale per migliorare l’aria che respiriamo a casa e conferirle bellezza e colore. Cosa state aspettando?

Fonte: tuttogreen.it

Smog, l’inquinamento dell’aria accelera il declino cognitivo negli anziani

Un nuovo studio della University of Southern California sostiene che il Pm2.5 possa essere un grave fattore di acceleramento nella perdita di lucidità delle persone in età avanzata. Dai test è emersa una sensibile differenza tra le capacità cognitive degli anziani a seconda del livello di smog a cui erano esposti

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Lo smog annebbia la mente degli adulti favorendo e accelerando il declino cognitivo tipico dell’età anziana. E’ quanto emerso da uno studio apparso su The Journals of Gerontology Series e condotto da Jennifer Ailshire della University of Southern California a Los Angeles. Secondo gli esperti, iniziative a favore di miglioramenti della qualità dell’aria delle nostre città potrebbero rappresentare un’importante strategia per ridurre il declino cognitivo negli anziani. Gli esperti hanno considerato dati su 780 partecipanti di 55 anni o più anziani all’inizio dello studio. Le loro funzioni cognitive sono state misurate attraverso una serie di test di varo tipo, ad esempio matematici o di memoria e poi a ciascun soggetto è stato dato un punteggio per quantificare il suo grado di declino cognitivo sulla base degli errori commessi ai test. Questi dati sono stati incrociati con le informazioni sui livelli di inquinamento atmosferico nel quartiere di residenza di ciascun soggetto. Ailshire e colleghi hanno trovato che le concentrazioni medie di smog (in particolare di particelle di diametro PM2,5) nei quartieri di residenza erano pari a 13,8 microgrammi per metro cubo di aria, ovvero sopra la soglia stabilita dagli organi regolatori ambientali statunitensi come standard di qualità dell’aria che è pari a 12 microgrammi. E’ emerso inoltre che più inquinato era il quartiere di residenza di ciascuno, maggiore il numero di errori totalizzato ai test: con 15 microgrammi per metro cubo di aria il livello di errori dei partecipanti era una volta e mezzo maggiore di quello di coetanei residenti in zone non inquinate con non più di 5 microgrammi per metro cubo di aria di particolato.(Ansa).

Fine Particulate Matter Air Pollution and Cognitive Function Among U.S. Older Adults.

 

Fonte: ecodallecittà.it