Frattura: storia della rinascita di un paese fantasma

L’antropologa Anna Rizzo è impegnata da diversi anni in un intenso lavoro di studio e riattivazione dell’antica comunità di Frattura di Scanno, borgo dell’entroterra abruzzese raso al suolo dal terremoto del 1915. Un ruolo fondamentale in questa opera di rivitalizzazione l’ha avuto il fagiolo bianco, coltivazione tipica fratturese che ha segnato profondamente il passato e il presente del territorio.

«Ho cominciato a occuparmi di aree interne e contesti rurali nel 2010, quando questi argomenti erano a latere dei convegni a cui partecipavano solo sociologi rurali e direttori dei parchi», ricorda Anna Rizzo mentre ripercorre i primi passi di un percorso multidisciplinare che in Italia ha pochi eguali. «Studiare la ruralità in un contesto post-sisma e spopolato era un lavoro solitario. I miei interlocutori erano i pastori, Nunzio Marcelli e Memi Cozzi, punti di riferimento nazionali per la sociologia rurale, la pastorizia e le strategie territoriali. Due pionieri. Ho avuto la fortuna che la loro azienda fosse nel paese accanto a Frattura. Esisteva un’attenzione sul post-sisma. C’era appena stato il terremoto dell’Aquila e molti convegni vertevano sull’antropologia dei disastri. Era il tema più dibattuto a quell’epoca. Il post-sisma e la resilienza».

https://www.italiachecambia.org/wp-content/uploads/2019/12/anna-rizzo-frattura-1.jpg

Anna Rizzo a Frattura

La missione Fluturnum è un lavoro di ricerca che ha come obiettivo il recupero del patrimonio culturale materiale e immateriale. Il lavoro sulla comunità svolto negli ultimi quattro anni a Frattura di Scanno, piccolo borgo abruzzese arroccato sull’appennino in prossimità dell’omonimo lago, non è altro che l’emersione e riattivazione di una comunità: «Ho impostato la ricerca come uno scambio – ci spiega Anna –, ho ideato le Riunioni di Paese, che si svolgono ogni settimana per tutto il periodo della missione e servono come ricognizione di quello che secondo gli abitanti è importante recuperare, in cui c’è una certa urgenza. Sia materiale che immateriale».

Il lavoro è fortemente incentrato sulla comunicazione, sull’ascolto, sull’inclusione, a dispetto delle difficoltà che un coinvolgimento così ampio di tutti i membri della comunità comporta: partecipano tutti, dai bambini agli adulti, fino agli anziani, a prescindere da ruolo che avranno nelle attività di ricerca. «Sulla base dei feedback che ci arrivano, vengono strutturati i momenti partecipativi e le attività pubbliche da svolgere insieme. In altri momenti, in cui sento che ci sono l’attenzione e la percezione che quello strumento è utile, insegno loro a fare la documentazione che produco io. Dal database alle foto, alle comunicazioni con il Comune, metto tutti i miei strumenti a disposizione. Perché un giorno io non tornerò più come antropologa e loro devono essere capaci di farlo da soli e, come dico spesso, di emanciparsi dagli specialisti».

Stiamo parlando di un paese soggetto a forte spopolamento, dove la maggior parte della manutenzione è svolta dai residenti. I fratturesi in questo sono scandinavi. Danno un grande valore a ciò che hanno e a ciò che erano. A questo proposito, un ruolo preminente spetta al fagiolo bianco, una varietà autoctona che cresce solo qui: «È stata organizzata una riunione con i “fagiolari” – racconta Anna –, da cui sono nati un Accordo di Tutela e il micro-festival “Non sono solo un fagiolo”, che celebra i beni immateriali della comunità, al quale ogni anno associamo il recupero di uno spazio pubblico, rigenerato dai fratturesi che diventa fruibile tutto l’anno per tutti».

https://www.italiachecambia.org/wp-content/uploads/2019/12/frattura.jpg

Non solo: quest’anno lo staff della missione, insieme ai ragazzi di frattura, ha lavorato al primo festival di comunità, denominato “Estate a Frattura 2019”: un programma interamente studiato e realizzato dai fratturesi nei luoghi rigenerati e ripuliti. Un calendario di attività fittissimo che ha avuto come sottotitolo “Ecologia del dono e delle relazioni”. Tutti argomenti che vengono discussi, socializzati, che anticipano con una breve presentazione ogni evento. È la creazione di una comunità, di uno scambio, fatto di emozioni, di partecipazione, ma anche della passività per chi riceve. Questa è una sintesi estrema, perché le attività svolte sono tantissime. La missione Fluturnum ha compiuto dieci anni, durante i quali Anna Rizzo è stata affiancata da un gruppo eterogeneo e competente: «Da due anni collabora con me Paolina Giannetti, economista della missione. Una mente brillante e veloce, molto umana che ha potenziato il valore della ricerca sul campo. Ha una grandissima capacità relazionale che le permette di passare dall’antropologia all’economia creando sintesi, dandoci nuove prospettive. Spiegandoci come funzionano i mercati, le filiere, per eventuali progetti di comunità o agricoli».

La missione è un percorso enorme, un lavoro di equipe direi monumentale per come è stato pensato: «Siamo una delle poche missioni italiane ad aver impostato il campo di ricerca secondo un profilo anglosassone. Tutto ciò grazie a Francesca del Fattore direttrice della missione Fluturnum Archeologia e Antropologia nella Valle del Tasso e nell’Alta Valle del Sagittario – Matrix 96 Soc. Coop., in collaborazione con l’Università di Bologna, la Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio dell’Abruzzo, il Rotary Club Roma Ovest, Comune di Scanno».

https://www.italiachecambia.org/wp-content/uploads/2019/12/frattura-.jpg

Anche se dieci anni di lavoro sul campo sono difficili da riassumere in un poche righe, chiediamo ad Anna di ripercorrere il cammino compiuto sin qui: «I primi anni mi sono occupata della ricettazione dei reperti nella Valle del Sagittario, un lavoro contestuale allo scavo romano, che scavavano i miei colleghi. Dopo quattro anni ho scelto di indagare e di studiare la frazione in cui alloggiavamo. Esistevano pochissime informazioni. Quasi nulla. Frattura ha due insediamenti, uno vecchio e un nuovo. Il terremoto della Marsica ha sigillato un’epoca. Frattura vecchia è bellissima, un luogo isolato e suggestivo, abitato fino al tramonto. Ho scelto di lavorare su questo insediamento “fantasma” che veniva rifrequentato dai fratturesi per le attività agricole e pastorali presenti in forma residuale. Sono partita dalle lavorazioni in quota, dalla viabilità arcaica, dalla pastorizia e dall’agricoltura. La cultura materiale, l’architettura vernacolare e gli insediamenti spontanei. La devozione locale, la cultura orale, l’emigrazione. Tra i tanti fronti che ho portato avanti c’è quello sulla documentazione della coltivazione del fagiolo bianco di Frattura. Che come dico sempre, è un segmento dell’etnografia. Tutta la documentazione che ho prodotto in questi anni è stata depositata, insieme a quella archeologica, in Soprintendenza. La scuola più importante che ho avuto è stata la supervisione di Francesca del Fattore, direttrice della missione e archeologa protostorica, e di Alessandro Felici, archeologo topografo. Il loro rigore e professionalità mi hanno formata, e rimangono i miei punti di riferimento. Il metodo etnografico risente molto della verifica archeologica, questa è una grande forza per me. Perché mi permette di capire e procedere velocemente e non arrendermi». Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/12/frattura-storia-rinascita-paese-fantasma/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Maurizio Carucci degli Ex Otago racconta l’Appennino che resiste

Dal palco di Collisioni, il noto festival di Barolo, il frontman degli Ex Otago Maurizio Carucci ha presentato il suo progetto per la valorizzazione dell’Appennino: un documentario che racconta un pezzo di mondo spesso dimenticato ma che oggi assume un valore inestimabile grazie alla tenacia e alla creatività di uomini e donne portatori di nuove e rivoluzionarie progettualità.  

Maurizio Carucci – camminatore, contadino e frontman della band genovese Ex Otago – ha scelto il palco di Collisioni per presentare il progetto di un nuovo documentario, attualmente in lavorazione, intitolato AppenninoPOP. Viaggio in Val Borbera tra vini, temporali e rivoluzioni possibili.

Durante il weekend (6/7 luglio) che il festival di Barolo dedica ogni anno alla letteratura e alla musica in collina, Carucci ha spiegato come è nata l’idea di raccontare la Val Borbera, terra incastonata fra quattro regioni italiane (Piemonte, Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna). Terra selvaggia e “remota” in cui ha scelto di vivere e lavorare, dedicandosi all’agricoltura comunitaria e alla produzione di vino naturale.  

“L’idea di AppenninoPOP – spiega Carucci – nasce dalla voglia di raccontare un pezzo d’Italia antichissimo e dalla bellezza straordinaria, ma troppo spesso dimenticato, abbandonato e addirittura deriso: l’Appennino. Mi piacerebbe ridisegnare l’idea che la gente ha di questi posti, anche perché in questo momento storico potrebbero fungere da laboratorio per tracciare nuove strade a livello economico e sociale”.

Maurizio Carucci con segnaletica CAI (foto di Elisa Brivio)

Il documentario narrerà un viaggio lento, un cammino fatto di incontri con chi lavora la terra, con chi ha scelto di “resistere” e abitare l’Appennino, e con chi si batte per salvaguardarne la bellezza.  

Sarà un’indagine leggera e appassionata su un pezzo di mondo dimenticato, da cui sono scappati in molti, ma che oggi assume un valore inestimabile grazie alla tenacia e alla creatività di uomini e donne portatori di nuove e rivoluzionarie progettualità. Un’avventura che Carucci non compirà da solo: “Ho avuto la fortuna di incontrare tre persone straordinarie che si occupano di cinema e fotografia: Elisa Brivio (producer e co-autrice), Cosimo Bruzzese (regista) e Eugenio Soliani (social media manager). A loro ho raccontato la Val Borbera, i suoi monti, i bar deserti in autunno, la neve, i narcisi. In sostanza, compatibilmente con le vigne e i concerti, faremo un viaggio in Appennino che diventerà un docufilm”. 

La chiave della narrazione sarà il POP, stile che per sua natura riesce a raggiungere un pubblico vasto, senza però tradire le proprie radici autentiche e popolari: “Ci piacerebbe portare le tematiche dell’Appennino alla gente comune. Il progetto contiene la parola POP non a caso. Diciamo che il pop è uno strumento che utilizzeremo per avvicinare un pubblico nuovo e giovane a problematiche cruciali quali lo spopolamento, la fragilità del territorio, l’abbandono. Ma anche per offrire concreti spunti per possibili ritorni”

Il regista Cosimo Bruzzese con Maurizio Carucci (foto di Eugenio Soliani)

 A Collisioni Carucci – dopo la proiezione in anteprima del teaser del documentario, con musica originale da lui firmata – ha presentato anche la campagnacrowdfunding del progetto. La raccolta, attiva fino al 31 dicembre 2019 sulla piattaforma Produzioni dal basso, è essenziale per coprire i costi di produzione del docufilm. L’idea è quella di coinvolgere trasversalmente tutti coloro che, abitanti dell’Appennino o cittadini, vogliano partecipare al progetto con un piccolo o grande contributo. Anche le ricompense per i partecipanti saranno pop: si va dalla cartolina spedita dalla Val Borbera alla Polaroid con dedica di Carucci, dalla maglietta con il logo AppenninoPOP alla FestaPOP con proiezione del docufilm e dj set.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/maurizio-carucci-ex-otago-racconta-appennino-che-resiste/