L’eclatante caso degli sprechi energetici per l’approvvigionamento delle “Isole Minori”

In questi luoghi continuano ad essere utilizzati grandi gruppi elettrogeni a gasolio, spesso motori di vecchie navi dismessi ed adattati all’utilizzo. Urge un passaggio alle fonti rinnovabili. Il caso spagnolo dell’isola di El Hierro nelle Canarie.el_hierro

Sembra assurdo pensare che luoghi baciati dal sole e rinfrescati dai venti durante tutto l’anno, come quelli italiani, non utilizzino questa ricchezza per la produzione di energia attraverso le fonti rinnovabili, ma scoprire come, proprio i luoghi più fortunati all’interno di questo territorio, le isole, producano ed usino l’energia elettrica è qualcosa che può attivare delle riflessioni sull’imminente necessità di demolire le vecchie ed irrazionali  “consuetudini burocratiche”  e muoversi verso scelte nuove e più sensate.

Il patrimonio insulare italiano consta di circa 800 isole, microcosmi spesso rimasti intatti, tra queste ve ne sono circa una dozzina che hanno una popolazione insediata e ospitano un totale di 47000 residenti, le Isole Minori. Ovviamente la presenza di una popolazione residente implica che queste piccole comunità debbano provvedere in qualche modo all’approvvigionamento dell’energia (elettrica) necessaria al consueto svolgimento delle loro vite.

Come viene prodotta l’energia elettrica usata in queste isole?

Presto detto: per questi luoghi l’approvvigionamento di energia, poiché scollegati alla rete elettrica nazionale, viene coperto utilizzando grandi gruppi elettrogeni a gasolio, spesso motori di vecchie navi dismessi ed adattati all’utilizzo. Costosi, rumorosi, inquinanti ed inefficienti “rottami”, collocati in microcosmi paradisiaci, che dissipano i 3/4 dell’energia prodotta in “calore refluo”. Inoltre, poiché le altre fonti di energia (come ad esempio il gas, ugualmente inquinante) sono particolarmente complicate da far arrivare nelle isole, l’energia elettrica così prodotta (per diretta conseguenza costosa e inquinante) viene irrazionalmente usata per la produzione di acqua calda sanitaria, la cottura dei cibi e il riscaldamento degli ambienti.  E’ immediato dedurre che questo “non-sense”  economico e di consumi non sarebbe stato sostenibile a lungo dai residenti senza creare una situazione di difficoltà e spopolamento, così si è pensato a un meccanismo di agevolazione che permettesse di equiparare il prezzo della tariffa elettrica delle isole a quella del continente. Questo meccanismo prevedeva che alle società elettriche minori con sede nelle isole, che producevano,  con questi sistemi desueti, l’energia necessaria al sostentamento della popolazione, venisse pagato un conguaglio pari alla differenza tra il costo reale del KWH (generato nell’isola) e il prezzo pagato dagli abitanti (cioè quello equiparato alla tariffa elettrica continentale).  Implicitamente quindi questo meccanismo incentivava a livello nazionale il consapevole utilizzo di energia sporca ed inefficiente. Ovviamente la cifra necessaria a colmare tale spesa doveva essere equamente suddivisa tra tutti gli utenti continentali, attraverso un’addizione in bolletta chiamata UC4 e appartenente alla categoria “Oneri generali di sistema”. Questo incremento, forse non particolarmente noto, è  a tutt’oggi addizionato alla bolletta ogni bimestre e in qualche modo rende tutti gli italiani partecipi di un delirio di irrazionalità. Per farne brevemente capire l’insensatezza, basti sapere che la cassa conguagli del settore elettrico, ente che si occupa di saldare le aziende elettriche minori, nel 2011 stima di aver pagato circa 62 milioni di euro per una fornitura elettrica totale di 200 GWH. Senza inoltrarsi nel calcolo, per tirar fuori il  valore viene conguagliato per ogni KWH prodotto dalle aziende elettriche minori (che comunque si aggira intorno ai 0,30 € al KWH variabile a seconda della collocazione geografica dell’isola); per rendersi conto dell’assurdità di questo sistema basti pensare alla significativa quantità totale di KWH/anno consumata in relazione alla popolazione residente totale ( 43000 Ab.), e velocemente si scopre che ogni abitante isolano consuma circa 4700 KWH annui, contro i 1100 KWH di un utente medio domestico stimati nel continente. Questo consumo, di quattro volte superiore alla media, ovviamente, è “giustificato” dal fatto che, come si accennava prima, questo sistema dei conguagli rende la corrente elettrica la fonte di energia più irrazionalmente economica e quindi implicitamente la più adatta a tutti gli usi. Inutile dire che questo meccanismo, inquinante ed inefficiente, tanto più se lo si pensa contestualizzato ai territori delle isole, dove il sole splende, il vento soffia e in alcuni casi ci sono risorse geotermiche da utilizzare, ricollocato nel panorama dell’utilizzo delle rinnovabili, è assurdo. Diversi studi sostanziano l’insostenibilità di questa consuetudine. E’ evidente che la transazione, dall’utilizzo del gasolio alle rinnovabili, si pensi anche solo ad eolico e geotermico,potrebbe portare a un risparmio sostanziale rispetto ai costi reali che questa “giostra” costringe a far sostenere all’Italia intera. Inoltre è facile immaginare come una svolta verso le rinnovabili potrebbe essere un passo verso un sostanziale miglioramento della vita dei residenti con un’ immediata diminuzione delle spese, dell’inquinamento e un conseguente arricchimento dell’offerta ambientale turistica. Inserirsi nel sistema delle rinnovabili significherebbe inoltre avere un ritorno d’immagine (anche turistica) rispetto alla possibilità di diventare modelli di sostenibilità, non dimenticando il volano positivo relativo alla  possibilità di un aumento occupazionale.
In questo senso significativo il caso dell’isola di El Hierro nelle Canarie. Quest’isola spagnola, con circa 10700 abitanti residenti, il 27 novembre del 1997 approva il “plan de sostenibilidad” per diventare un luogo completamente autonomo dal punto di vista energetico. Il progetto per la costruzione della “Central Hidroeolica del El Hierro” è ad oggi completato. La scelta per la totale autonomia dell’isola è proprio questa: l’idro-eolico. Per conseguire l’autosufficienza energetica, la copertura è garantita principalmente dall’eolico, cinque pale per l’intera isola ma quando (raramente) il vento non è sufficiente, si è pensato di integrare questo sistema realizzando due bacini di accumulo artificiali, uno superiore di circa 500.000 mc e uno inferiore, più piccolo, di circa 150.000 mc, alimentati da energia elettrica prodotta dall’eolico che serve ad azionare le pompe che portano l’acqua dal bacino inferiore a quello superiore, così che, in caso di mancata produzione di energia tramite l’eolico, l’acqua del bacino superiore venga mandata a caduta in quello inferiore e, nel passaggio attraverso un sistema di turbine, produca sufficiente energia idroelettrica da soddisfare la richiesta energetica dell’intera isola. El Hierro, nel 2000 è stata dichiarata dall’Unesco riserva della Biosfera ed è protetta da una normativa europea molto serrata; ciononostante, l’Unesco, l’UE e gli ambientalisti locali, che avrebbero potuto ostacolare l’utilizzo in particolar modo dell’eolico, per via dell’impatto ambientale, sono riusciti a razionalizzare la faccenda e a comprendere che lo stoccaggio e il consumo di 6000 tonnellate di gasolio l’anno e la conseguente produzione di CO2, necessari al sostentamento dell’isola, sarebbero stati molto più dannosi per l’ambiente e la biosfera che l’installazione di cinque pale eoliche e la realizzazione di due bacini, tanto più se realizzati uno sul fondo di un cono vulcanico e l’altro nella parte superiore del vulcano a 700 mt sul livello del mare, quindi utilizzando condizioni geomorfologiche esistenti. Questo sistema integrato eolico/idroelettrico, andrà a produrre  tre volte l’energia necessaria per il soddisfacimento energetico dell’isola e l’eccedenza verrà utilizzata per i dissalatori d’acqua.
Prossimo obiettivo del progetto sarà la sostituzione delle 4500 auto presenti con veicoli elettrici, si introdurrà il solare termico per la produzione di acqua calda sanitaria, ed è previsto un programma per l’installazione del fotovoltaico sui tetti. Il progetto prevede inoltre che tutte le cooperative agricole dell’isola passino alla produzione biologica, e ogni azienda verrà fornita di un biodigestore che convertirà i rifiuti in metano per il carburante e i fertilizzanti. Per le fasi realizzate fin adesso, il costo dell’intervento è stato di circa  64,7  milioni di euro, di poco superiore a quanto l’Italia paga in un solo anno per l’intero sistema dei conguagli. Questo spreco che può essere interrotto, esistono soluzioni reali.
Lo status quo vincerà un’altra volta?

Fonte: ilcambiamento.it

I rifiuti alimentari, diete greening diventano gli obiettivi politici dell’Unione

Food waste_Small

RELAZIONE SPECIALE / La Commissione europea vuole aiutare i consumatori a ridurre gli sprechi alimentari, facendo ‘meglio prima’ e ‘utilizzo da parte di’ date più chiara sulla confezione. Ma le misure di verde le nostre diete non si fermeranno qui, con attenzione politici ‘girando per tutta la catena alimentare. Con quasi 80 milioni di cittadini europei che vivono al di sotto della soglia di povertà e 16 milioni a seconda aiuti alimentari, il Parlamento europeo ha  lanciato una crociata contro gli sprechi alimentari . Fino al 50% di cibo commestibile e sano è sprecato in UE famiglie, supermercati, ristoranti e lungo la catena di approvvigionamento alimentare ogni anno, il Parlamento ha detto, chiedendo misure urgenti per affrontare la questione. In una  risoluzione  adottata nel mese di gennaio, i legislatori hanno invitato la Commissione europea a dimezzare lo spreco alimentare entro il 2025, con l’adozione di una gamma completa di misure. “Ci aspettiamo niente di meno che una strategia comunitaria convincente che guiderà tutti i 27 Stati membri ad affrontare sistematicamente la questione”, ha detto Salvatore Caronna, eurodeputato socialista in Italia che ha redatto la risoluzione del Parlamento sui rifiuti alimentari.

L’educazione dei consumatori inizia a scuola

In Parlamento, Anna Maria Corazza Bildt, un eurodeputato svedese del Partito popolare europeo centro-destra (PPE), sta conducendo una campagna di base per educare i consumatori sui rifiuti alimentari, iniziando con i bambini della scuola. La moglie del ministro degli Esteri Carl Bildt ha spiegato che i bambini possono essere insegnato a comprendere il valore del cibo, utilizzando i propri sensi – tatto, aspetto e odore – invece di buttare via. A casa, semplici passi possono essere adottate per evitare di sprecare il cibo, Corazza Bildt ha detto EurActiv in un’intervista . “Si tratta di guardare la temperatura nel vostro frigorifero a casa o prendere una piccola porzione due volte invece di una grande porzione”. Al ristorante, Corazza Bildt sta incoraggiando i clienti a portare a casa il cibo che non mangiano e comprimerle in un “doggy bag”. “Non dovrebbe essere imbarazzante per portarlo a casa come fanno negli Stati Uniti”, ha detto EurActiv.”Basta portare a casa”.  I residui di lavorazione è anche di “fare shopping intelligente” al supermercato, Corazza Bildt ha continuato. “Un sacco di persone stanno buttando via alimentare a base di ‘meglio prima” date “senza capire che il prodotto è ancora buono da mangiare, osservò.

‘Best before’ e ‘l’uso da’ date

Chiamate del Parlamento hanno trovato un’eco favorevole a Bruxelles, con la Commissione europea guardando norme di etichettatura più chiare per i consumatori. Chantal Bruetschy, capo unità per l’innovazione e la sostenibilità a salute e dei consumatori il servizio della Commissione (DG Sanco), ha detto che le etichette più chiare dovrebbero evitare cibo commestibile da oggetto di dumping, “senza compromettere la sicurezza alimentare”. Parlando ad un  workshop degli interessati EurActiv sui rifiuti alimentari , ha detto che molti consumatori possono buttare via il cibo perché sentono che non è più sicuro da mangiare. “Dal punto di vista del consumatore, l’etichettatura è spesso male interpretato a causa della mancanza di comprensione sulla distinzione tra il ‘meglio prima di’ data (criteri di qualità) e l”uso da’ data (questione di sicurezza),” ha detto Bruetschy EurActiv nei commenti inviati via email spedito dopo il workshop 30 maggio. “La Commissione chiarirà in stretta cooperazione con gli Stati membri”, ha continuato, dicendo questo sarà fatto attraverso una “spiegazione comune” distribuito agli Stati membri, le organizzazioni dei consumatori, rivenditori, operatori del settore alimentare e banche alimentari. Bruetshcy ammonito, tuttavia, di ri-scrittura di leggi in materia di etichettatura alimentare dell’UE del tutto, dicendo che “non c’è bisogno di ri-aprire la normativa in materia ‘di informazioni sugli alimenti ai consumatori’,”  che è stata adottata nel 2011 dopo molti anni di negoziati.  Sul fronte retail, ha detto esenzioni fiscali potrebbero anche incoraggiare i supermercati ad organizzare le donazioni a enti di beneficenza alimentari, invece di disfarsene. Una pietra miliare di dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030 sarà il nostro scritto in una comunicazione dovuta in seguito nel 2013, ha aggiunto.

Greening la catena di approvvigionamento alimentare

L’azione dell’UE sul greening settore alimentare non si fermerà a rifiuti e dovrebbe presto essere esteso ad affrontare l’intera filiera – dal campo alla tavola. Secondo la Commissione europea, il settore alimentare e delle bevande contribuisce a circa il 23% del consumo globale delle risorse, il 18% delle emissioni di gas a effetto serra e il 31% delle emissioni acidificanti. Nel settembre dello scorso anno, l’esecutivo Ue ha presentato la sua  roadmap per l’Europa una risorsa efficiente , che definisce una visione per il 2050 per un’economia più snella che consuma meno risorse naturali. Ha individuato la catena alimentare come uno dei settori in cui è necessario intraprendere ulteriori azioni per raggiungere gli obiettivi dell’UE di sostenibilità più ampi. “Entro il 2020, incentivi alle più sano e più sostenibile la produzione e il consumo di cibo saranno diffusi e avranno guidato una riduzione del 20% in input di risorse della catena alimentare,” il documento di visione dichiarato. Un  rapporto del Comitato della Commissione europea sulla ricerca agricola , pubblicata nel febbraio 2011, aveva già fatto quel punto, chiedendo “un cambiamento radicale dei consumi alimentari e della produzione” per affrontare la sfida scarsità di risorse e rendere il sistema agro-alimentare europeo più resistente a potenziali crisi di approvvigionamento. “Il settore agro-alimentare dovrebbe considerare che vi è la possibilità di affrontare positivamente la sfida ed essere il primo a conquistare il mercato mondiale per la produzione sostenibile di cibo sano in un mondo di scarsità e l’incertezza”, dice il rapporto.

Impronta di carbonio

Queste avvertenze non sono passati inosservati tra le aziende alimentari e delle bevande. Negli ultimi anni, il concetto di  footprinting ambientale  è diventata un argomento di vendita per il settore, con più attenzione concentrandosi su  emissioni di anidride carbonica e le food miles  – o il numero di chilometri cibo viaggia prima che atterri sul piatto dei consumatori. Gli ambientalisti del WWF, l’organizzazione globale di conservazione, hanno colto al volo l’occasione di una campagna per la produzione locale e prodotti biologici. “La scelta di stagione cibo coltivato localmente può essere un passo significativo per ridurre al minimo l’impatto ambientale della nostra dieta”, ha detto il WWF EurActiv. A livello dell’UE, la Commissione europea sta anche valutando la possibilità di adottare  un sistema di etichettatura di anidride carbonica per i prodotti commerciali  che potrebbero includere un sistema di classificazione per i prodotti alimentari e di altri prodotti simili ai ben noti marchi di consumo energetico visto su frigoriferi e lavatrici.

Misurare l’impatto ambientale

Tuttavia, entrambi i regolatori e gli attivisti ambientali sono desiderosi di notare che l’impatto ambientale dell’industria alimentare è più ampio di quanto lontano il cibo viaggia. “La maggior parte delle emissioni di gas serra dal cibo non viene dal food miles, viene da come viene coltivato il cibo, quello che viene utilizzato nel terreno e per alimentare il bestiame”, il WWF, ha detto. “Ci sono anche gli impatti delle modalità di conservazione, usato e cosa succede ai rifiuti.” Aziende agro-alimentari hanno ascoltato queste preoccupazioni e hanno iniziato a sviluppare le proprie iniziative per ripulire il loro agire ambientale. Recentemente, hanno sviluppato una  metodologia di valutazione armonizzata  per misurare gli impatti ambientali, come l’uso di acqua o di emissioni di anidride carbonica. FoodDrinkEurope, un gruppo industriale, messo insieme una  visione di sostenibilità per il 2030 , che elenca l’azione in tre settori: 1) di sourcing sostenibile, 2) l’efficienza delle risorse e 3) consumo sostenibile, concentrandosi sul lato del consumatore. “Ora questo buon lavoro deve essere preso alla fase successiva, e attuate in azioni reali sul terreno che garantisce i consumatori ricevano informazioni precise circa la sostenibilità delle scelte che fanno”, ha dichiarato Janez Potočnik, Commissario per l’ambiente dell’UE. “E ‘nell’interesse diretto del settore alimentare, in modo che coloro che realmente investono risorse nel miglioramento del loro impatto sono premiati per i loro sforzi, che non sono respinti come’ green washing ‘,” Potočnik ha aggiunto. La Commissione dovrebbe seguire sulla tabella di marcia l’efficienza delle risorse più tardi nel 2013, con una comunicazione sulla alimentare sostenibile.

Diete verdi

Attivisti ambientali, tuttavia, non vogliono sforzi dell’UE per fermare lì, e hanno iniziato a studiare il legame tra le scelte alimentari delle persone, l’ambiente e la salute pubblica. Il WWF ha raccolto informazioni sulle abitudini alimentari in Spagna, Francia e Svezia. Non sorprende, carni rosse e cibi preconfezionati altamente trasformati cavata peggio per ragioni sia ambientali e sanitarie. “L’assunzione di alimenti trasformati a base di carne rossa e ad alto contenuto calorico è aumentato. Queste tendenze hanno conseguenze negative per la salute pubblica e l’impatto sul clima delle diete nazionali,” il rapporto del WWF detto. Problemi di salute di dieta-correlate, citati nella relazione sono l’obesità, le malattie cardiovascolari, il diabete (tipo II) e tumori. Una soluzione win-win per i bilanci sanitari pubblici e del pianeta, gli attivisti sostengono, sarebbe quello di adottare una dieta più sana e più verde in base ai seguenti principi:

  • mangiare più vegetali;
  • ridurre lo spreco alimentare;
  • mangiare meno carne;
  • ridurre alimenti altamente trasformati; e
  • comprare cibo sostenibile certificata.

“Se adottato, una tale dieta non solo ha il potenziale per migliorare la salute dei cittadini europei, ma la capacità di fornire una riduzione del 25% delle emissioni di gas a effetto serra provenienti dai paesi pilota catene di approvvigionamento alimentare entro il 2020”, il WWF ha detto. Sia i consumatori compreranno resta da vedere.

POSIZIONI: 

EurActiv ha tenuto un workshop degli interessati sui rifiuti alimentari il 30 maggio. Guarda un highlight video qui:

Fonte: euractiv.com