Xylella, opportunità o disastro ecologico?

Si è conclusa qualche giorno fa con l’archiviazione dei dieci indagati l’inchiesta della procura di Lecce sul caso Xylella. Eppure sono molti gli aspetti ancora da chiarire circa il batterio incriminato per il disseccamento degli ulivi del Salento. Sebbene ci siano pareri discordanti circa le cause del fenomeno e l’entità dell’emergenza, non è stato previsto dal Governo nessun intervento curativo ma solo l’eradicazione di piante secolari o addirittura millenarie. Una misura che cambierebbe per sempre il volto della Puglia. Perché non prendere in considerazione un altro approccio?

Il CoDiRO (Complesso Disseccamento Rapido dell’Olivo) in Puglia porta con sé perplessità e contraddizioni da ogni punto di vista si voglia guardare il problema. Scontri tra enti, produttori, ricercatori, politici e società civile stanno caratterizzando il processo in atto dal 2013. Anche la recente sentenza della procura di Lecce fa emergere un quadro allarmante di come si è affrontato il problema. Ma partiamo dalla fine.

L’inchiesta leccese

L’inchiesta della Procura di Lecce sul caso Xylella degli ulivi salentini si chiude con l’archiviazione dei 10 indagati tra ricercatori dell’Ipsp-Cnr di Bari, dell’allora commissario per l’emergenza Silletti, generale della Forestale, dirigenti dell’Osservatorio Fitosanitario della Puglia, dirigenti di centri di Ricerca e un docente dell’Università di Bari. Non è stato provato un nesso causale tra le condotte degli indagati e la diffusione del batterio. Sono state però accertate condotte con “molteplici aspetti di irregolarità, pressappochismo, negligenza”, scrive il Gip e ancora definisce i comportamenti di “Incredibile sciatteria da mettere in seri dubbi anche gli accertamenti in campo su cui poi si sono basate le conclusioni degli enti coinvolti”; “di omertà insuperabili e insuperate”; “un’imbarazzante attenzione ai riflessi della notorietà sul piano scientifico e alle prospettive economiche della gestione del fenomeno, avvenuta in regime di sostanziale monopolio”. 
In una mail del 2014 il ricercatore Donato Boscia scrive alla collega Maria Saponari: “Non banalizziamo la prova, se usiamo la Coratina [una varietà di ulivo] la infettiamo con la (Xylella, ndr) fastidiosa, la osserviamo asintomatica per uno, due, tre …quindici anni. Poi quando Martelli sarà morto, Savino forse, io non so, la professoressa avrà avuto una crisi isterica perché non ci ha guadagnato nulla in tutti i sensi, tu avrai la mia età e pubblicherai che (Xylella, ndr) non è patogenica (ma questo lo sappiamo già): embé?”. Resta l’accusa di falso che passa alla Procura di Bari. 

Il quadro descritto lascia sgomenti. Non c’è certezza se il batterio incriminato sia endemico o importato, se sia la causa del disseccamento, quali siano le varietà realmente resistenti, né se le manovre di ricerca e monitoraggio finora decise siano state opportunamente svolte. 

Vi sono inoltre dubbi sulla fattibilità tecnica, sulle prove di efficacia e sostenibilità del Piano Silletti che ha imposto a proprietari di ulivi e amministrazioni comunali l’espianto degli alberi, malati e non. Su quali basi tecniche e scientifiche si è scelto l’abbattimento della popolazione del presunto vettore “sputacchina” a mezzo dell’irrorazione di pesticidi, da ripetere più volte nell’anno e a tempo indefinito? Eppure l’EFSA , l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, ha più volte documentato l’impossibilità di eradicare la Xylella una volta entrata in campo aperto: quando il batterio penetra in un territorio e vi si insedia, la sua eradicazione non è più possibile. Dichiarazioni fatte anche dal professor Purcell che è uno dei maggiori esperti mondiali sulla Xylella.

La scienza ufficiale, i protocolli e i finanziamenti

Gli enti europei che hanno accolto gli studi dei ricercatori di Bari e che hanno investito e promosso politiche sulla questione Xylella si sono basati sulle informazioni del CNR di Bari, quindi gli esiti finali della ricerca rimangono sempre gli stessi e la ricerca chiusa. Anche se questi esiti non sono mai apparsi su riviste scientifiche internazionali, come accade normalmente per le pubblicazioni scientifiche, hanno costituito il fondamento per tutti i decreti, le azioni politiche e i finanziamenti per la ricerca e per gli espianti. Lascia perplessi proprio questo aspetto di monopolio scientifico dei ricercatori di Bari, degli unici laboratori accreditati e dei decreti dell’ex ministro Martina e dell’attuale ministro dell’Agricoltura Centinaio con cui si ostruisce la via ad un pluralismo scientifico, ad una più ampia collaborazione scientifica. Quindi la scienza “ufficiale”, enti nazionali ed europei, associazioni di categoria non hanno dubbi: il problema è la Xylella e vanno abbattuti gli alberi e reimpiantate le 2 varietà resistenti, le cui certificazioni sono basate sul parere degli stessi enti indagati dalla procura di Lecce. Così si è deciso che il Leccino e l’F17, quest’ultimo brevettato appunto dal Isps-Cnr con enormi ricadute economiche, siano le uniche varietà permesse per accedere ai protocolli. Già l’Unione Europea ha investito 30 milioni di euro per 2 progetti di ricerca entrambi coordinati dall’Ipsp, senza bando. E solo 3 vivai (in Sicilia, Puglia e Umbria) hanno la licenza per coltivarli e venderli. (Il fatto quotidiano 24/01/2019).
Molte aziende agricole, grazie alla pioggia di finanziamenti in arrivo, si adeguano alle direttive ufficiali, così anche la Coldiretti. Le due varietà sono adatte alle coltivazioni super-intensive e meccanizzate con ciclo di vita di 12/15 anni; ci sono protocolli già pronti, anche per l’uso di fitofarmaci ed erbicidi e per altre sperimentazioni chimiche e batteriologiche. Grazie agli aiuti economici europei, le aziende intravedono un futuro assistito, più sicuro. A Gennaio il ministro per l’agricoltura Centinaio ha stanziato 100 milioni per l’espianto di massa degli ulivi infetti, per poi reimpiantare le 2 varietà selezionate nei 23.000 ettari della provincia di Lecce, piantine di 1 metro che in 5 anni entreranno in produzione. Chi si oppone all’espianto rischia 5 anni di carcere.

L’emergenza
Ma vediamo quale è l’entità delle piante infette. I dati ufficiali disponibili forniti dalla Regione Puglia su 450.000 piante campionate, solo il 2% risulta infetto dal batterio Xylella fastidiosa e non tutte si disseccano.  A Melendugno, in piena zona infetta, quando nell’aprile 2018 la Trans Adriatic Pipeline (TAP) per la costruzione del gasdotto ha chiesto alla Regione Puglia l’autorizzazione allo spostamento di piante di olivo, è emerso che su 450 solo 3 erano positive al batterio, lo 0,7%. Dallo stesso Piano Xylella risulta che all’analisi sono state individuate il 2% di piante infette nella zona di contenimento e 0,1 % nella zona cuscinetto. 

“La xylella non sembra avere numeri superiori ad una qualsiasi batteriosi vegetale con cui gli ulivi ben trattati hanno imparato a convivere nei secoli – ripetono i ricercatori indipendenti e – bisognerebbe sapere quante di queste piante infette siano veramente malate”.

Tanto è vero che nella classificazione della EPPO, organizzazione intergovernativa che si occupa di protezione delle piante in area euromediterranea, la Xylella è stata declassata nella lista A2, quindi catalogata tra gli organismi da quarantena ormai endemici, sebbene non largamente diffusi, e considerati sotto controllo. La situazione risulta ambigua: migliaia di piante malate che non hanno la Xylella e ancora più piante che hanno la Xylella ma che non sono malate, di solito attorno agli alberi malati. Il piano finanziato dal ministro Centinaio non prevede il ricorso a trattamenti curativi, solo espianti. Invece la Regione Puglia dal 2015 sta investendo negli agricoltori che studiano rimedi per il disseccamento. Queste le richieste da parte dei salentini: perché se cento ulivi guariscono, essi non possono essere l’oggetto di uno studio scientifico approfondito prima che due milioni di alberi della Puglia vengano distrutti e che il volto della Regione cambi per sempre?

L’approccio agro-ecologico

La diffusione del CoDiRO (il disseccamento) ha una serie di concause: i suoli analizzati hanno meno dell’1% di materia organica: humus ridottissimo cioè la terra è ormai inerte. Proprio la provincia Leccese è quella in cui si è fatto il maggior uso di diserbanti che hanno impoverito e inquinato il terreno. Altre concause possibili: le potature che “capitozzano” la chioma, la grande uniformità delle varietà coltivate, la monocoltura e la trascuratezza di imprenditori agricoli o contadini che hanno mal gestito i propri appezzamenti. Leggiamo in questo approfondito documento a cura di Massimiliano Bianco, ricercatore dell’Ispra e dirigente di European Consumers, che “pur riconoscendo la gravità del contesto, anche gli oliveti salentini, se ben gestiti, possono guarire e che quelli gestiti in modo biologico stanno già meglio di quelli convenzionali adiacenti. Considerano del tutto irrazionali, dannose e inutili le misure draconiane, di sradicamento e avvelenamento diffuso e propongono accorgimenti mirati, naturali ed ecocompatibili. Le misure agro-ecologiche mirano a rendere possibile, e non sintomatica, la coesistenza con il batterio, tramite il rafforzamento delle capacità di autodifesa biologica degli ulivi e di altre specie vegetali, da ottenersi con le buone pratiche agronomiche generali sulle piante, con la rigenerazione della fertilità naturale organica e microbiologica del suolo e con l’uso, quando necessario e con le opportune dosi, sia del rame, dello zolfo o altri minerali da contatto, che di oligoelementi per nutrizione fogliare”.

Esperienze Positive nella cura degli ulivi ammalati

Cominciano ad accumularsi evidenze osservazionali e scientifiche di risultati positivi, sotto il profilo della netta ripresa vegeto-produttiva di ulivi malati o perfino ischeletriti e dati per morti, di prove sperimentali in campo condotte da vari gruppi di ricerca e perfino da singoli olivicoltori. (Prof. Lopes e Prof.sa Carlucci, in collaborazione con COPAGRI, ecc.). Nel territorio di Seclì (Lecce), Giorgio Greco, piccolo proprietario, ha da tempo avviato una “cura” degli alberi a base di Potatura, Arieggiamento, Cenere ed Erba (il metodo “PACE”). Dopo 6 anni dalla rilevazione dell’infezione i suoi alberi “infetti” resistono al disseccamento rapido dell’Olivo, pur appartenendo alle varietà sensibili Cellina di Nardò ed Ogliarola Leccese. Le piante hanno ricominciato a vegetare già con la potatura, eliminando il secco, evitando di fare tagli drastici, trattando le ferite con solfato di rame. Si è trattato il terreno sovesciando i mugnuli sulle ferite della potatura con solfato di rame; tronchi e branche principali sono state  disinfettate con solfato di ferro, pure usato in agricoltura biologica, la chioma con biofertilizzante. 450 alberi di Giuseppe Coppola, proprietario di un oliveto in contrada Santo Stefano, tra Alezio e Gallipoli, molti dei quali secolari, sono tornati a germogliare dopo un anno di cure tradizionali e biologiche. Altre attività sono proposte da Federbio in questo documento che descrive le proprie proposte; le aziende biologiche hanno visto mettere in pericolo le proprie coltivazioni per l’imposizione dell’uso massiccio di fitofarmaci ed erbicidi non permessi nel biologico. Buoni risultati ha la cura Scortichini, dirigente al Consiglio per l’Agricoltura (Crea): un aerosol di zinco, rame e acido citrico che penetra nel sistema vascolare dell’ulivo, qui la pubblicazione scientifica

Ivano Gioffreda, Presidente dell’Associazione Spazi Popolari e agricoltore, porta avanti da qualche anno una sperimentazione su circa 100 ulivi che presentavano segno di disseccamento e che sono stati interamente salvati: gli alberi sono floridi, vivi, stanno benissimo: “Perché la scienza non ha voluto approfondire le cure degli alberi come abbiamo fatto noi ed altre associazioni che stanno portando avanti la sperimentazione con l’aiuto di centri scientifici? Si sarebbe potuto fare su larga scala”.

Altre esperienze sono raccontate nel sito di Elena Tioli da tempo impegnata nel raccontare e promuovere esperienze realmente sostenibili. Grazie a lei e all’incontro con altre realtà come Il bosco di Ogigia e altri giornalisti è in lavorazione un documentario sulla situazione pugliese: Xylella Favolosa. Qui il sito per vedere l’anteprima e partecipare alla raccolta fondi. Sembrano quasi fuori dal tempo le diffamazioni dirette a chi sperimenta metodi di cura alternativi a quelli ufficiali: santoni, antiscientifici. Emerge una visione obsoleta della biologia che la mentalità scientifica riduzionista non ha ancora superato: la ricerca solo del singolo agente causale (il batterio), dai risvolti economicamente vantaggiosi, ignorando che agiamo in un sistema complesso, dove processi di autoregolazione, adattamento e integrazione richiedono strumenti di valutazione sistemica. Le industrie della chimica, dei brevetti e delle biotecnologie condizionano pesantemente la catena di eventi anche dei singoli territori, avvicinano facilmente una scienza “ufficiale” priva di finanziamenti pubblici e con dubbie basi etiche, la quale chiude le porte a qualsiasi confronto; la scienza lo può fare, non mettersi in discussione. Ormai dall’Onu alla Fao si è indicato chiaramente che per i problemi del futuro non si può che scegliere una agricoltura sostenibile, per l’ambiente, la salute e le economie delle comunità. L’agricoltura intensiva basata sulla monocoltura, meccanizzata e inquinante peggiora le condizioni di tutto il sistema e fa perdere velocemente fertilità al suolo. La perdita di biodiversità condanna agli eventi catastrofici, frane, epidemie, instabilità del clima.
In questo caso risulta evidente anche la responsabilità di chi non ha saputo trattare e curare la propria terra, non ha saputo far evolvere le proprie conoscenze e ha delegato alla consuetudine, non ha curato le risorse che aveva a disposizione o non ha riconosciuto la propria terra come una risorsa. 

Per le altre fonti dell’articolo clicca qui Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/xylella-opportunita-disastro-ecologico/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Vaccini, le questioni aperte #3 – La tolleranza verso batteri e virus è la strategia della vita

Siamo giunti alla terza ed ultima parte di questo approfondimento dedicato ai vaccini. Dopo aver accennato al contesto farmaco-economico, culturale, mediatico e scientifico italiano e internazionale in materia vaccinale, cerchiamo di cogliere qualche aspetto più strettamente biologico e medico per capire le ragioni di chi vuole contribuire ad una miglior pratica vaccinale riducendo al massimo i rischi.

L’IMMUNITA’ DA VACCINO

Per quanto riguarda l’efficacia, la copertura vaccinale, cioè la percentuale di popolazione che si vaccina, è solo uno dei fattori in campo. Infatti tra i vaccinati ci sono i non responder cioè quelli che comunque non raggiungono l’immunizzazione seppur vaccinati. Inoltre i virus possono mutare differenziandosi nel tempo da quello vaccinale o comunque possono coesistere diverse varianti dell’agente patogeno non coperte più dal nostro vaccino (44). Inoltre c’è il fenomeno dei vaccinati portatori sani, alcuni per fallimento del vaccino (41,50) altri come per la pertosse perché il vaccino incide sulle complicanze e non sul virus che continua a circolare (45). 

Inoltre, ad esempio per il morbillo, l’immunità da vaccino dura solo alcuni anni al contrario di quella naturale che dura, nella maggior parte dei casi, tutta la vita e che si trasmette da madre a figlio durante la gravidanza e con l’allattamento. Oggi sappiamo infatti che numerosi componenti bioattivi contenuti nel latte materno conferiscono una determinata e importantissima protezione immunologica.

Quindi le future mamme, perché vaccinate, non passeranno ai propri figli l’immunità e tutta una parte di popolazione sarà sempre esposta al virus se non esegue i richiami. Questo rende più difficile l’obiettivo di raggiungere le soglie dell’immunità di gregge e la possibilità di eradicazione totale sperata (3, 4, 5, 35, 46, 47). Questo stesso ragionamento viene fatto dall’OMS anche per la difterite(55).  

La valutazione dei rischi da vaccinazione dipende dai fattori e dai dati scientifici che si raccoglie. Gli individui reagiscono in diversi modi e l’indagine di un sistema così complesso non risulta essere univoco ne è omogeneo. La suscettibilità alle complicanze dovute alle infezioni naturali e alle complicanze da vaccino dipende fondamentalmente dal grado di immuno-competenza cioè dallo stato ottimale del sistema immunitario. Egli è il naturale sistema di regolazione e difesa dalle intrusioni attraverso l’attivazione dell’infiammazione, della febbre e delle diverse cellule immunitarie. Dapprima si attiva una difesa innata, aspecifica, infiammatoria poi una difesa detta immunità specifica con produzione di anticorpi. Alcuni individui sviluppano una risposta infiammatoria e/o anticorpale debole e altri troppo forte. Il confine tra risposta adattata e risposta patologica è sottile e dipende da molti fattori (6,7). 

Molta letteratura scientifica si sta occupando della relazione tra vaccinazioni e malattie autoimmuni trovando associazioni statisticamente significative benché rare (8,9,56). Ma mancano gli studi controllati a lungo termine, cioè le patologie che si sviluppano dopo una latenza di anni. Queste considerazioni valgono in procedure di vaccinazioni ancor più che nelle malattie naturali perché i vaccini utilizzano adiuvanti e altro materiale inorganico, come l’incriminato Alluminio, nella forma nano e micro-particolata, proprio per rompere i meccanismi di auto-tolleranza di protezione (10,11,12,13,29,30,32,37,51,52). Gli adiuvanti possono aumentare la risposta aspecifica: le cellule dell’infiammazione si diffondono nell’organismo e possono stimolare processi reattivi preesistenti innescati poi dal vaccino. L’attivazione della risposta immunitaria può amplificare processi infiammatori acuti o cronici già esistenti nel soggetto.

L’IMPORTANZA DEL MICROBIOTA

Il sistema immunitario è strettamente legato all’attività del microbiota, quella popolazione di batteri, virus e funghi che popolano le nostre mucose e che fanno dell’intestino la più grande palestra per la tolleranza immunitaria del nostro sistema difensivo. Il microbiota sta diventando sempre più uno dei determinanti essenziali della salute. Ormai, infatti, le sue alterazioni sono associate a moltissime patologie infiammatorie croniche, autoimmuni, neurologiche, metaboliche, psichiatriche, allergiche, etc. (14,36). Ecco perché per migliorare l’efficacia dei vaccini si sta studiando quali microbi intestinali siano associati ad una migliore o peggiore risposta alla profilassi vaccinale (27,28). Addirittura si pensa che il Citomegalovirus (CMV), uno dei virus più studiati, possa essere visto come un regolatore del sistema immunitario nel continuo confronto interno all’organismo (38). Così sembra anche che il virus del morbillo possa essere usato per distruggere alcune forme di cancro (53). 

La salute quindi dipende dall’equilibrio delle specie microbiche con cui siamo in relazione fisiologica e questo incide sulla nostra capacità di reagire correttamente agli insulti. Un’infezione può dare risposte diverse con diversi quadri di malattia a seconda dello stato dell’ospite. Il livello di pericolosità di un microbo o di un virus dipende da molti fattori: genetici, epigenetici, ambientali, dall’esposizione all’inquinamento, lo stile di vita, la nutrizione, lo stress, etc. Tutto questo trasforma sia il grado di infiammazione sotterranea dell’organismo sia la tolleranza agli insulti. Essi si sommano, si accumulano e sinergizzano rendendo l’individuo più predisposto alle complicanze da infezioni o agli eventi avversi alle vaccinazioni.

VACCINI E SISTEMA NERVOSO

Le risposte alle infezioni e ai vaccini coinvolgono anche il sistema nervoso e quello endocrino/ormonale (2,43). Il dott. Ernesto Burgio uno degli autori del testo Pneireview “Oltre i vaccini. Prendersi cura del sistema immunitario infantile” affronta le problematiche legate al neuro-sviluppo e ai disturbi dello spettro autistico che generano i maggiori problemi di diffidenza relativi alle vaccinazioni. Le patologie del neuro-sviluppo sono complesse e multifattoriali, non ascrivibili ad unico agente ma a disregolazioni del sistema immunitario e del microbiota, alle infiammazione e neuro-infiammazione, alle molecole neurotossiche come metalli pesanti e pesticidi, alle infezioni, etc. (15,16,17,18) . I dati indicano che un ruolo primario ce l’abbia la MIA (attivazione immunitaria materna) cioè che un alterato assetto immunitario materno a ridosso e durante la gravidanza sia una “condizione primer” su cui altri fattori hanno effetti sinergici non valutabili con i tradizionali modelli causa-effetto. Lo sviluppo embrio-fetale, dove esiste la massima neuro-plasticità, ha un ruolo predittivo per lo sviluppo dei diversi percorsi patologici compresa l’induzione del fenotipo autism-like (19).  I vaccini sono tra i numerosi possibili fattori trigger che contribuiscono a rendere manifesta una fragilità preesistente ma sotto-soglia con conseguenze cliniche diverse.  In particolare sotto osservazione sono la tossicità delle contaminazioni in tracce da metalli pesanti in forma di nanoparticelle (20), la frequenza degli stimoli antigenici cioè le infezioni ricorrenti (asilo, fratelli maggiori, antigeni alimentari, allergeni) oltre agli antigeni vaccinali (31).  

Risulta quindi indispensabile per ridurre le possibili complicanze nelle persone più suscettibili la massima attenzione alla vulnerabilità che precede la nascita e i cosiddetti 1000 giorni dopo di essa. Questo dovrebbe imporre misure urgenti di prevenzione primaria visto il continuo aumento, anche in soggetti giovani e molto giovani di patologie autoimmuni, neurologiche, psichiatriche, degenerative e metaboliche tanto più che i nostri organismi sono sempre più esposti ad una maggiore quantità di sostanze inquinanti.

UN APPROCCIO SISTEMICO ALLA PREVENZIONE

La multifattorialità e la complessità sono un evidente freno alla presa di responsabilità da parte dei decisori politici e dei cittadini. La raccolta dei dati per studi epidemiologici risulta difficile e questo limita ulteriormente le possibilità di opporsi ai grandi interessi delle aziende produttrici. Esse, oltre allo sviluppo di tecnologie e farmaci importanti per la salute, sconfinano troppo spesso nell’imporre la sola soluzione farmacologica a problemi che solo un approccio sistemico e di prevenzione può tentare di risolvere. Gli elementi tossici si accumulano ogni volta che mangiamo, beviamo e respiriamo. L’inquinamento ormai è devastante, eppure il Ministero della Salute continua ad approvare deroghe al divieto di sostanze chimiche vietate (54). 

Così le pratiche vaccinali non sono il determinante più importante per la salute. Paesi come gli USA, il Gambia, la Mongolia hanno il più alto grado di copertura vaccinale per copertura e numero di vaccini, superiore alla nostra, ma confrontati con paesi di pari sviluppo economico hanno i dati di mortalità infantile più alti (1). Quindi le politiche sanitarie devono investire sull’insieme dei fattori che determinano la salute superando la sola visione malattia-farmaco. 

Abbiamo visto nella prima parte, che troppo spesso sono gli investimenti economici che determinano le traiettorie politiche in materia di prevenzione e cura, e i forti investimenti per la ricerca su questa biotecnologia hanno chiaramente indicato una strada preferenziale (34). 

Un approccio sistemico alla salute che valuti l’insieme delle dinamiche e dei processi fisiologici e patologici nel continuo adattamento all’ambiente potrebbe permettere di evitare errori come l’aver usato indiscriminatamente l’antibiotico contro i microbi sottovalutando le conseguenze sull’intero sistema e a lungo termine. Ora in Italia abbiamo più di 10.000 mila morti l’anno per l’antibiotico resistenza e il dato è destinato a crescere pericolosamente. Tanto che per risolvere alcune infezioni si sta iniziando ad usare il trapianto fecale cioè il trasferimento da un individuo ad un altro del microbiota intestinale: dagli antimicrobici al trapianto di microbi! (21,23,24,) Inoltre il trapianto fecale si sta rivelando utile anche in tante altre patologie, come l’autismo (22, 25, 26).

Le simbiosi, la capacità di tolleranza, le condizioni sistemiche dell’organismo e le specificità individuali sono concetti fondamentali per valutare i rischi/benefici degli interventi sanitari. Infatti molte delle relazioni di medici, ricercatori e professori universitari alle audizioni svolte in Commissione Igiene e Sanità per l’iter di discussione del DDL 770/2018 del M5S e Lega, hanno evidenziato la necessità di valutare le profilassi vaccinali in funzione del reale contesto epidemico e del rischio individuale con le visite prevaccinali oltre alla ripetuta richiesta di studi di controllo sulle vaccinazioni multiple (33,49). I normali e ciclici picchi epidemici, come ad esempio quello del virus del morbillo, non sono di per sé fonte di preoccupazione ma è il rischio delle complicanze che avvengono sui soggetti più vulnerabili che dovrebbe richiamare l’attenzione delle politiche sanitarie. Molte di queste relazioni vertevano anche sui pazienti immunodepressi e più volte è emerso come fosse pericoloso sostenere di poter proteggere i bambini in tali condizioni qualora tutti i compagni di classe fossero vaccinati. Questo sia per i numerosi casi di non responder, sia per i portatori sani ma soprattutto per la trascurabile protezione che le 4 (MPRV) infezioni trasmissibili e prevenibili dal vaccino abbiano sulle realistiche possibili infezioni a cui essi vanno incontro. Nelle famiglie, nei luoghi pubblici e nelle scuole, un qualsiasi influenzato mandato a scuola con l’antipiretico è fonte di pericolo. La caccia agli untori dei non vaccinati potrebbe esporre ad un pericolo maggiore gli immunodepressi e le loro famiglie nel sottostimare i reali pericoli che sono costretti ad affrontare quotidianamente (39,40,42). 

Da un interessante articolo dell’associazione Assis leggiamo che “…la scoperta degli antibiotici e dei vaccini è il fiore all’occhiello della scienza occidentale ma anche funzionale all’obiettivo di colpire un singolo microorganismo con una sostanza farmacologica senza agire sulle cause e senza intervenire sull’ospite. La storia dell’Uomo è intrinsecamente legata con quella degli altri organismi viventi, esterni e interni a lui, grandi, piccoli, invisibili. La comparsa dell’homo sapiens dotato di intelligenza e conoscenza ha sconvolto questo equilibrio, perché l’Uomo non accetta che ci siano degli altri esseri, grandi o microscopici, più potenti di lui che possano annientarlo, distruggerlo ed eliminarlo fisicamente. È riuscito a dominare e spesso a eliminare ed estinguere grandi animali, ma non ancora quelli microscopici, e ovviamente non ci riuscirà perché sono i batteri che ci permettono di vivere: senza batteri non saremmo comparsi e non potremmo vivere, moriremmo subito. La possibilità che i germi possano provocare malattia negli organismi superiori, dipende in parte dal tipo di germe e dalla sua numerosità, ma soprattutto dalle condizioni metaboliche dell’organismo ospite e dalla sua capacità di adattarsi all’ambiente in cui nasce: non è sufficiente la presenza di un germe (virus o batterio o parassita) per provocare la malattia. Fin dagli anni ’70, l’OMS, in un rapporto sosteneva che: Un organismo debilitato è molto meno resistente agli attacchi dei microbi che incontra. Generalmente il morbillo o la diarrea – malattie senza conseguenze e di breve durata tra i bambini ben nutriti – sono malattie gravi e spesso fatali per quelli cronicamente mal nutriti”. 

La narrazione mediatica di TV e giornali mainstream dei problemi legati alle vaccinazioni evita il confronto su temi seri e sulle reali possibilità di fare scelte ragionate. L’Italia eredita il ruolo di capofila del Programma di Vaccinazione Globale. È urgente mettere in campo tutti gli sforzi per comprendere come migliorare al massimo gli interventi e sostenere l’insieme dei fattori che incidono sulla salute. Affrontare la complessità richiede nuovi strumenti, nuove strategie e il coraggio di superare convinzioni basate sulla consuetudine.

Fonti

(1) https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/0960327111407644
(2) Bellavite 2009, Bottaccioli 2003
(3) https://cvi.asm.org/content/24/7/e00034-17
(4) Barnett et al. 2015; Croucher et al. 2014
(5) Kilgore et al. 2016; Hickman et al. 2011
(6) Cappelletti et al., 2015
(7) Cruz-Tapias et al. 2012; De Martino et al. 2013; Israeli et al. 2012; Rinaldi et al, 2014
(8) Wang et al., 2017
(9) Perricone et al. 2014; Soriano et al. 2015; Tossito e Bereau, 2015; Wang et al. 2017
(10) Poland et al. 2009; Poland et al. 2013, Whitaker et al. 2015
(11)Terthune e Deth 2013
(12) Favoino et al, 2014; Bagavant et al.2014; Ruiz et al. 2016
(13) Esposito at al.2014; Pellegrino et al. 2015; Shoenfeld e Agmon-Levin 2011
(14) Anaya et al. 2016
(15) McElhanon et.al. 2014; Metanalisi su Pediatrics
(16) Lancet, Grandina et al. 2014
(17) Bilbo e Schwarz, 2012
(18) Ashwood et al. 2011
(19) Estes e Mcallister, 2015; Knuesel et al. 2014
(20) Gatti e Montanari 2017
(21) https://microbiomejournal.biomedcentral.com/articles/10.1186/s40168-015-0070-0
(22) http://www.spazioasperger.it/index.php?q=articoli-divulgativi&f=381-sensazioni-di-pancia-come-i-microbi-influenzano-autismo
(23) http://policlinicogemelli.it/news_dett.aspx?id=9FBFE7D9-61C2-48FE-A4C1-FC855381C1C4
(24) https://www.facebook.com/notes/achille-daga/prof-gasbarrini-trapianto-di-microbiota-fecale-nelle-malattie-da-diabete-a-obesi/821078574667735/
(25) https://www.osservatoriomalattierare.it/sperimentazioni/6821-nel-trapianto-di-microbiota-possibile-soluzione-a-tante-malattie-da-diabete-a-obesita-fino-anche-ad-autismo-e-sclerosi-multipla
(26) http://www.spazioasperger.it/index.php?q=articoli-divulgativi&f=276-un-enigma-molto-intricato-lintestino-autistico
(27) https://microbioma.it/immunologia/vaccini-ecco-come-il-microbiota-intestinale-influenza-la-risposta-immunitaria/
(28) http://www.notiziariochimicofarmaceutico.it/2016/03/31/18014/
(29) https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24238833
(30) http://www.mednat.org/vaccini/ASIA_Sindrome%20infiammatoria-dai-vaccini-Riassunto.pdf
(31) http://www.mednat.org/vaccini/neuroinflammation_vaccines.pdf
(32) diffusione migrazione traslazione alluminio nel cervello
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4318414/?fbclid=IwAR3wVOyki4FAiB-guaFEgEJMKz-xyjwFbt1oc3XWHJM4BO9hd_vcrfsO6Ig
(33) https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg18/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/000/995/BELLAVITE_DA_PUBBL.pdf
(34) https://www.facebook.com/PolloniRino/videos/231941244393963/
(35) https://www.epicentro.iss.it/morbillo/morbillo
(36) https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3890451/
(37) https://www.cochranelibrary.com/cdsr/doi/10.1002/14651858.CD012805/full
(38) Pneireview “Oltre i vaccini. Prendersi cura del sistema immunitario infantile”
(39) http://www.paolobellavite.it/files/313_2019-ImmunodepressiEP-inpress.pdf
(40) http://www.assis.it/una-mamma-immunodepressa/
(41) https://www.cdc.gov/mmwr/volumes/67/wr/mm6742a4.htm?fbclid=IwAR1RT0CEHxbZIvfstN7ZoyN1BZlMEZbR32oo3YnFhFN_Ce05GNTzPcQvTAA
(42) http://webtv.senato.it/webtv_comm?video_evento=854
(43) https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/10589903
(44) http://www.assis.it/epidemie-nonostante-i-vaccini/
(45) https://www.uspharmacist.com/article/asymptomatic-vaccinated-persons-are-transmitting-whooping-cough?utm_source=TrendMD&utm_medium=cpc&utm_campaign=US_Pharmacist_TrendMD_1
(46) https://www.bmj.com/content/362/bmj.k3976
(47) https://www.bmj.com/content/362/bmj.k3976/rr-11
(48) https://www.nap.edu/read/1815/chapter/2#8
(49) https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg17/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/005/198/ASSIS_1.pdf
(50) https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23264672
(51) https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4466342/
(52) https://medcraveonline.com/IJVV/IJVV-04-00072.pdf
(53) https://www.mayoclinicproceedings.org/article/S0025-6196%2814%2900332-2/fulltext
(54) http://www.europeanconsumers.it/tag/deroghe/
(55) http://www.assis.it/difterite-informazioni-e-riflessioni/
(56)
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4475239/
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https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/11027094/
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https://ard.bmj.com/content/73/12/e75.long
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https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/9733447/
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/10714532/
http://autoimmunityreactions.org/2016/06/14/patologie-autoimmuni-i-vaccini-le-innescano/

 Tratto: http://www.italiachecambia.org/2019/04/vaccini-questioni-aperte-3-tolleranza-verso-batteri-virus-strategia-vita/

L’amianto toglie ancora il respiro (parte prima)

Tremila morti all’anno solo in Italia, più di 30milioni di tonnellate ancora da bonificare, 370mila edifici contaminati, fra cui moltissime scuole. L’emergenza amianto non è affatto un problema del passato. Abbiamo intervistato Maura Crudeli, presidente AIEA (Associazione Italiana Esposti Amianto), che denuncia come colossi industriali quali Cina, India e Russia non abbiano proibito l’uso di questo agente tossico e che l’amministrazione Trump lo abbia reintrodotto nell’edilizia degli USA.

“Fra i 3 e i 4mila morti ogni anno solo in Italia, quasi 15mila in Europa e più di 100mila nel mondo. Se qualcuno pensa che l’emergenza amianto sia un problema del passato è smentito dai numeri del RENAM-Registro Nazionale dei Mesoteliomi, dell’ISS-Istituto Superiore della Sanità e dai dossier di Legambiente”. Ce lo ha detto Maura Crudeli, presidente dell’AIEA-Associazione Italiana Esposti Amianto – una delle associazioni che compongono il neonato Coordinamento Nazionale Amianto e facente parte della rete internazionale Ban Asbestos  – tutte impegnate nella sensibilizzazione verso il problema, nella pressione alle istituzioni e nel supporto alle vittime e ai loro parenti.

Maura è una friulana trapiantata a Roma, dove è diventata una conosciuta organizzatrice di eventi e una filmaker. Fra i suoi lavori, vanno citati il documentario “Attenti al treno”, sul reparto di coibentazione della FIAT Ferroviaria di Savignano, un posto di lavoro ambitissimo fino a qualche decennio fa, che gli operai svolgevano immersi in una fitta nebbia polverosa… d’amianto; “I Vajont”, altro documentario, stavolta a episodi, su alcune fra le più eclatanti tragedie provocate dall’avidità, dalla sete di potere e dall’indifferenza dell’uomo, inclusa quella di Broni, sede di uno stabilimento della Fibronit, una tra le più grandi aziende produttrici di cemento amianto in Italia; infine, l’ultimo spot di AIEA ONLUS  volto a mantenere alta l’attenzione sul tema, dal titolo estremamente efficace: l’amianto ti toglie il respiro. Come sottolinea lei stessa nella nostra intervista video, la lotta all’amianto (detto anche asbesto) e il sostegno alle sue vittime è diventata una delle missioni nella sua vita dal 2010, ossia da quando  suo padre Mauro, coibentatore all’interno dei cantieri navali di Fincantieri, è morto a causa di un mesotelioma, un tumore raro associato all’esposizione all’amianto. 

A 30 anni esatti dalla sua fondazione, AIEA – una Onlus senza fini di lucro – continua a battersi a livello globale per l’abolizione dell’amianto in ogni forma diversa dallo stato di minerale in cui si trova in natura (l’unico stato nel quale non è nocivo per la salute). In accordo con quanto afferma l’OMS-Organizzazione Mondiale della Sanità, l’AIEA sostiene che, “secondo gli attuali livelli di conoscenza scientifica sui danni causati alla salute dall’inalazione di fibre di amianto, non esiste alcun livello minimo di soglia al di sotto del quale vi sia sicurezza, per cui la massima concentrazione accettabile di fibre non può che essere zero”.

Nata dal movimento di lotta per la salute Medicina Democratica, l’AIEA è stata fondata nel 1989 a Casale Monferrato, sede della celebre fabbrica di fibrocemento Eternit. Tre anni dopo la sua costituzione fu approvata, dopo una lunga e difficile gestazione, la legge 257/1992, ovvero “Norme per la cessazione dell’impiego dell’amianto”. Una vera e propria legge-svolta, alla quale ha contribuito in misura determinante proprio la grande mobilitazione sociale dovuta all’attività delle associazioni degli esposti, delle associazioni ambientaliste e di quelle sindacali. Nella legge si stabilisce che, in Italia, “sono vietate l’estrazione, l’importazione, l’esposizione, la commercializzazione e la produzione di amianto, di prodotti di amianto o di prodotti contenenti amianto”.

Tuttavia, nonostante l’approvazione della legge e la capillarità della successiva azione di bonifica nelle cave e nei siti industriali nei quali in passato sono state realizzate le lavorazioni, resta ancora molto da fare. In Italia, per esempio, dove non tutte le regioni hanno applicato i piani regionali per l’amianto e provveduto alla mappatura prevista dalla legge 257/92, si stima vi siano ancora fra le 33 e le 39 milioni di tonnellate della fibra killer ancora da bonificare, fra cui quasi 58 milioni di metri quadri di coperture in cemento amianto. Sconcertante il dato riguardante il censimento degli edifici nel nostro paese, che rivela come, dei circa 370mila edifici contenenti amianto presenti oggi sul nostro territorio, più di 50mila siano pubblici e di questi molte siano scuole. Secondo Censis e Legambiente, infatti, il 10% delle scuole italiane presenta ancora strutture in amianto.  

Come se non bastasse, il dato internazionale è ancora più preoccupante. Se nel corso degli ultimi due decenni in tutta Europa l’amianto è stato proibito – sia in fase di estrazione che in fase di produzione e commercializzazione – la stessa cosa non si può dire del resto del mondo. Al momento sono difatti solo 53 (su un totale di 196) i paesi del mondo che ne hanno proibito l’estrazione e l’utilizzo. In tutti gli altri, inclusi colossi industriali come Cina, India e Russia, questo materiale è ancora utilizzabile, a volte in tutte delle sue molteplici forme, a volte solo in alcune. Come nel caso degli USA, nei quali l’amministrazione Trump, nell’estate 2018, è tornata sui passi tracciati dai governi precedenti reintroducendo l’uso dell’amianto nell’edilizia (da cui era stato bandito nel 1989). Insomma, la parola d’ordine è, ora come prima, vietato abbassare la guardia!

Continua…

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/amianto-toglie-ancora-respiro-parte-prima/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Direttiva Ue sulla plastica monouso: “Ora gli stati membri vadano oltre al plastic free” – Parte 2

La direttiva approvata dal Parlamento europeo sulla plastica monouso getta le basi per grossi cambiamenti nella progettazione, imballaggio e utilizzo dei beni di consumo, introducendo divieti su molti oggetti di plastica usa e getta e concetti come la responsabilità estesa del produttore su molti altri. Riusciranno gli stati membri a recepire correttamente la direttiva e anzi a cogliere l’occasione per andare oltre il plastic free e introdurre misure per il riuso, la riduzione a monte dei rifiuti, il superamento dell’usa e getta? Ne abbiamo parlato con Silvia Ricci, responsabile campagne dell’ACV Associazione Comuni Virtuosi. Qualche settimana fa abbiamo parlato con Silvia Ricci, responsabile campagne dell’ACV Associazione Comuni Virtuosi, dello stato dell’arte nella gestione degli imballaggi in plastica. L’abbiamo ricontattata per entrare più nel dettaglio della direttiva sulle plastiche monouso o Single Use Plastics (SUP) recentemente approvata dal Parlamento europeo. In particolare ci interessa avere un suo parere su quali sono le luci e le ombre del provvedimento europeo e su cosa si potrebbe fare da subito per preparare il terreno per il miglior recepimento possibile. Il tema degli imballaggi e dell’usa e getta in genere è infatti uno dei cavalli di battaglia dell’ACV, oltre che che oggetto di proposte a decisori politici e aziendali, a partire dal lancio della campagna Porta la Sporta che ha informato sul marine litter collegandolo agli  attuali stili di vita già dieci anni fa.

Parliamo della direttiva SUP: qual è la tua valutazione complessiva?  

L’Europa con questa direttiva ha fornito una prima risposta importante che mancava per affrontare un’emergenza mondiale come l’inquinamento da plastica che, soprattutto negli ambienti marini e acquatici in genere ha assunto dimensioni allarmanti. Nonostante il fenomeno fosse già noto almeno dagli anni settanta, come ha evidenziato lo studio “Plastic Industry Awareness of the Ocean Plastics Problem” del CIEL (Center for International Environmental Law), l’atteggiamento negazionista adottato in primis dall’industria della chimica e plastica ha avuto la meglio. Pertanto, decadi dopo, il problema si è ripresentato, amplificato dal boom di produzione plastica che è passato dai dei 35 milioni di tonnellate del 1970 ai 348 milioni di tonnellate del 2017 e ci è stato “servito sul piatto” , nel senso letterale del termine.  

Tuttavia alcune misure presentate nella prima versione del testo sono state edulcorate nell’ultima stesura e cercherò di spiegare perché,  complessivamente, non le ritengo commisurate alla reale gravità del fenomeno. Non dimentichiamoci che l’impatto della plastica sull’ambiente  è destinato ad aumentare visto che anche la produzione plastica aumenta, trainata dall’aumento della popolazione mondiale e da un maggiore benessere nei paesi in via di sviluppo. Molto dipenderà pertanto dal recepimento che i paesi membri dovranno formalizzare all’interno dei propri quadri legislativi. Questa direttiva potrebbe diventare un’importante opportunità per ripensare il modello lineare che caratterizza la gestione degli imballaggi – non solo in plastica – introducendo azioni di prevenzione e riuso che sono indispensabili per alleggerire il carico che i prodotti usa e getta hanno sull’ambiente, riducendo al contempo le emissioni climalteranti che sono associate a tutti i processi produttivi, a prescindere dai materiali.   

Quali sono i punti di forza di questa direttiva ? 

Ritengo sicuramente positivo il divieto di vendita  sul mercato comunitario (ai sensi dell’articolo 5 a partire dal 2021) di quegli articoli usa e getta che sono diventati rifiuti pervasivi sia in contesti urbani che in natura rappresentando circa la metà di tutti i rifiuti marini trovati sulle spiagge europee (per numero). Si tratta di: cotton fioc, posate (coltelli, cucchiai, forchette, bacchette e agitatori), piatti, cannucce, aste per palloncini, contenitori in plastiche oxo-degradabili e in polistirene espanso (EPS) per alimenti e bevande (e relativi coperchi) sia per consumo in loco che da asporto. Inoltre l’istituzione di regimi di responsabilità estesa del produttore (EPR, ai sensi dell’articolo 8) per alcuni di questi prodotti non ancora coperti da tali schemi è a mio avviso la misura determinante per favorire la prevenzione, l’eco design e la riduzione di prodotti superflui, di cui una parte può essere sostituita con opzioni riutilizzabili. Principalmente perché questi regimi prevedono che siano i produttori a sostenere i costi di raccolta e avvio a riciclo di tali prodotti a fine vita nonché delle attività di pulizia ambientale e di sensibilizzazione verso i cittadini. Parliamo di articoli come, ad esempio, involucri di snack dolci e salati, salviette umidificate, assorbenti e prodotti a base di  tabacco contenenti plastica (entro il gennaio 2023 per la maggior parte degli articoli). Inoltre ritengo importante che la presenza di materie plastiche venga notificata sull’etichetta del prodotto insieme all’informazione sugli impatti ambientali e alle opzioni appropriate di smaltimento.

Infine sono favorevole alla misura che riguarda i criteri di progettazione degli articoli SUP che, all’articolo 6, stabilisce che coperchi e contenitori debbano essere fissati al contenitore in modo da non venire dispersi nell’ambiente. Ma anche finire nello scarto degli impianti di selezione a causa delle ridotte dimensioni aggiungerei. Peccato che l’entrata in vigore sia stata posticipata dal 2021 al 2024. Va detto che i paesi che hanno in vigore il deposito su cauzione offrono già una soluzione alla dispersione dei tappi con tassi di intercettazione di bottiglie (e tappi) che possono andare oltre al 90% dell’immesso. Per quanto riguarda invece prodotti contenenti plastica come i mozziconi di sigaretta e gli attrezzi da pesca l’obbligatorietà di adesione ad un un regime di responsabilità estesa con monitoraggio e raggiungimento di obiettivi nazionali di raccolta avrebbe dovuto arrivare già molto, molto tempo fa. Ma meglio tardi che mai…. 

Quali sono invece le ombre della direttiva? Quali misure avresti voluto vedere incluse sin dalla prima stesura? 

In prima battuta non avere fissare in sede europea delle obiettivi obbligatori di riduzione per contenitori per alimenti e bevande. Avere previsto la possibilità per i paesi dell’UE di adottare restrizioni di mercato per questi manufatti, senza proporre obiettivi, rischia di non stimolare i governi centrali e locali a prendere misure legislative in merito. Ma soprattutto di non incentivare le aziende che utilizzano questi contenitori a dismetterli a favore di alternative più sostenibili già collaudate. Basta guardare impegni annunciati dalle grandi catene del fast food per diminuire l’impatto dei propri contenitori per notare che generalmente si limitano all’eliminazione delle cannucce. Oppure a sostituire la plastica con altri materiali usa e getta che, seppur riciclabili o compostabili, vengono poi gestiti con l’indifferenziato. Solamente la catena di caffetterie inglese Boston Tea Party  ha, coraggiosamente, eliminato lo scorso anno tutti i contenitori monouso e introdotto tazze da asporto riutilizzabili. Il proprietario della catena ha raccontato di essersi chiesto cosa poteva fare per non lasciare alle future generazioni un pianeta di spazzatura e di avere fatto la scelta maggiormente responsabile, nella totale consapevolezza di incorrere in un’importante riduzione del fatturato (che si è poi verificata). Abbiamo fatto un appello a Starbucks in collaborazione con Zero Waste Europe, Greenpeace e WWF Italia  prima che aprisse il primo locale a Milano, coinvolgendo anche la Giunta di Milano che ha dimostrato di apprezzare il gesto, senza che l’appello venisse colto nella sostanza.

Pertanto in assenza di provvedimenti, che per ora stanno prendendo alcune città come Berkeley, Amsterdam e Tubinga, che spiegherò a seguire, questo flusso di rifiuti, insieme ai rifiuti derivati dal commercio online, continuerà a crescere così come i costi ambientali ed economici collegati a carico delle comunità. In seconda battuta penso sia stato un errore madornale ritardare di 4 anni il raggiungimento dell’obiettivo di raccolta separata del 90% per le bottiglie di bevande (articolo 9) che, dal 2025 slitta al 2029, anche se è stato fissato un obiettivo intermedio del 77% di intercettazione entro il 2025. Una scadenza più vicina avrebbe spinto i paesi EU ad attivarsi per introdurre al più presto un sistema di deposito per tutti i contenitori di bevande,  seguendo gli esempi di successo dei 10 paesi europei dove il sistema è già rodato e nei quali nessuno vorrebbe più tornare indietro. Come ho raccontato recentemente la Lituania che ha implementato un sistema di deposito in tempi da record, ha raggiunto in meno di un anno oltre il 70% di intercettazione (obiettivo intermedio del 2025), per attestarsi al 92% in due anni, testimonia come la volontà politica possa risolvere dei problemi convertendoli in opportunità economiche. Infine considero  l’obiettivo del 25% di contenuto riciclato per le bottiglie entro il 2025, per passare al 30% al 2030, alquanto modesto, considerato che gli impegni annunciati da alcune multinazionali dell’acqua in bottiglia, ma anche di prodotti per la detergenza, sono molto più ambiziosi.  Lo scorso anno Bar le Duc (United Soft Drinks) è stata la prima marca di acqua minerale ad optare in Olanda per bottiglie realizzate con il 100% di plastica da riciclo. Evian di Danone ha annunciato  che raggiungerà lo stesso obiettivo entro il 2025 e Coca-Cola porterà al 50% la percentuale di contenuto riciclato nelle sue bottiglie al 2030.

Gli Stati membri hanno due anni per recepire la direttiva nella propria legislazione nazionale che cosa temi e ti auguri rispetto a questa fase?  

Come ho anticipato mi auguro che i paesi membri recepiscano questa direttiva in modo ambizioso con misure che si inseriscano come tasselli in un contesto più ampio che è quello della prevenzione dei rifiuti e del consumo di risorse. Perché è qui che si gioca la vera partita,  ogni rifiuto da smaltire è una sconfitta, anche rispetto alla lotta al cambiamento climatico. A maggior ragione se teniamo presente che le previsioni della Banca Mondiale (nel rapporto What a Waste 2.0) stimano al 2050 un aumento del 70% nella produzione dei rifiuti, di cui  quelli da usa e getta ne costituiscono una parte importante. Anche le stime dell’Unep che indicano che avremo bisogno del 40% in più di risorse come energia, acqua, legno e fibre varie andrebbero tenute in mente quando si legifera. Tornando al clima lo Special report 15 (Sr15) dell’IPCC recentemente presentato alle Nazioni Unite avverte che entro i prossimi dodici anni vanno messe in campo misure che abbattano a tempo di record le emissioni di gas ad effetto serra per mantenere il riscaldamento della Terra entro i 1,5 gradi centigradi.   Assodato che per avere qualche chance di centrare questo obiettivo vanno intrapresi urgentemente drastici cambiamenti negli stili di vita, cosa c’è di più scontato che partire con una revisione dei modelli di consumo usa e getta  che, in cambio di comodità fugaci garantiscono una distruzione perenne degli habitat naturali? In linea peraltro con l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile nr.12: Consumo e Produzione Responsabili delle Nazioni Unite. I ritmi massicci di prelievo di risorse operato da oltre 7 miliardi di “cavallette” non rispettano da almeno mezzo secolo quelli che sono i tempi naturali di rigenerazione degli ecosistemi. E anche in Italia non scherziamo, visto che  l’Overshoot day, il giorno dell’anno in cui abbiamo già consumato tutto il nostro budget annuale di risorse naturali cade, secondo il Global Footprint Network, il 24 maggio, con quasi tre mesi di anticipo rispetto alla media globale ( il 1 agosto nel 2018) . Pertanto un recepimento della direttiva SUP non dovrebbe solamente seguire la Gerarchia EU di gestione dei rifiuti nell’individuazione delle azioni prioritarie da convertire in legge, ma anche  tenere conto, per ogni articolo che si voglia bandire, ridurre o sostituire, verso quali alternative si sposterà il consumo. Una volta individuate le possibili opzioni di ripiego ne andrebbero valutati gli impatti (da enti terzi) e andrebbero previste eventuali misure a supporto delle opzioni più sostenibili. Anche per evitare di lasciare questa partita in mano al mercato, che ha interessi che non coincidono sicuramente con la prevenzione del rifiuto. A meno che non si obblighi il produttore/utilizzatore a dovere recuperare a fine vita i propri prodotti assumendosene i costi totali.  Queste valutazioni , che sarebbero da fare con la collaborazione di tutti i portatori di interesse di uno specifico provvedimento, sono necessarie per identificare possibili effetti collaterali o conseguenze non volute che possono annullare i benefici ambientali previsti. La direttiva sui biocarburanti ne è l’esempio più eclatante: è stata introdotta per i presunti effetti positivi sul clima, ma ha avuto effetti disastrosi sulla biodiversità, sulla deforestazione e sul fenomeno conosciuto come cambiamento indiretto di destinazione d’uso del suolo ILUC (indirect land use change).

L’Italia come si sta muovendo? 

Venendo all’Italia non sono ancora arrivati “segnali incoraggianti” rispetto all’approccio che ho delineato. Non ho letto nelle dichiarazioni del Ministro Costa riportate dai media, alcun accenno alla prevenzione di questi rifiuti. Ad esempio per quanto riguarda le stoviglie usa e getta in plastica , anche se pochi media ne hanno fatto accenno, va detto che le misure della direttiva SUP si applicano a tutte le materie plastiche monouso elencate negli allegati, comprese le plastiche biodegradabili e compostabili. In un’intervista concessa recentemente al Corriere il Ministro Costa afferma che stiamo chiedendo una deroga in Europa per le stoviglie in bioplastica compostabile visto che l’Italia è un produttore leader a livello europeo di questo settore. Questa linea si riflette nella misura del credito d’imposta del 36% previsto nella Legge di Bilancio 2019 che viene concesso alle imprese che acquistano “prodotti realizzati con materiali provenienti dalla raccolta differenziata degli imballaggi in plastica, ovvero che acquistano imballaggi biodegradabili e compostabili secondo la normativa UNI EN 13432:2002, o derivati dalla raccolta differenziata della carta e dell’alluminio”. Questa è una misura di cui tra l’altro , non riesco a cogliere l’utilità, se non per la plastica. Ma anche in questo caso, se si vuole  creare un mercato di sbocco per le plastiche da riciclo servirebbe molto di più di quanto previsto da questa misura. Serve un quadro legislativo di promozione di  modelli di economia circolare che consideri tutti i flussi di rifiuti che potrebbero essere evitati creando occupazione verde. Ritengo di basilare importanza porre il tema delle materie prime seconde per cui va sicuramente creato un mercato, ma se non facciamo prima un ragionamento su quali sono i “prodotti indispensabili” e se ci devono essere eccezioni (e perché),  si rischia di proporre gli stessi volumi (insostenibili) di usa e getta in altri materiali, che sono solamente diversamente impattanti. Mi riferisco ovviamente anche ai prodotti a base di cellulosa. In questo ultimo anno il marketing delle aziende, approfittando del sentiment anti-plastica,  si è speso nella promozione dei propri prodotti con claim che sono al limite del greenwashing. Aggettivi come bio-based, compostabile, biodegradabile, plastic-free (che è invece necessario quando evidenzia la presenza, insospettabile, di microplastiche nei prodotti), vengono utilizzati per vendere inducendo il consumatore a pensare che basti optare per questi prodotti per fare “bene all’ambiente” quando invece, molto spesso, si tratta di alternative  che risultano “meno dannose” o “diversamente impattanti”.  

Per meglio chiarire cosa intendo mantengo l’esempio già citato delle stoviglie monouso: indifferentemente dal materiale in cui siano realizzate, che sia carta o bioplastica,  andrebbe stabilito che un loro uso debba diventare di natura “emergenziale” e cioè in quelle situazioni in cui non possono davvero essere usate alternative riutilizzabili. Questi manufatti dovrebbero essere comunque aggravati da una tassa ambientale, sull’esempio di Tubinga, il cui sindaco spiega che la tassa che verrà introdotta in città (per tutti i tipi di contenitori monouso e in qualunque materiale) è essenziale per rendere meno oneroso l’adesione a sistemi riutilizzabili. Ecco perché credo che i governi centrali in fase di recepimento della direttiva debbano guardare agli esempi di ordinanze come quelle adottate da Berkely, Amsterdam e Tubinga che offrono spunti concreti da adattare alle caratteristiche dei diversi contesti. 

In cosa consistono queste tre esperienze? 

L’ordinanza di Berkeley che è quella “più strutturata”, ha il merito di avere creato un percorso a tappe di creazione del sistema che renderà possibile e agevole, in due anni circa, avere in città cibo e bevande consumate (in loco o da asporto) prevalentemente in contenitori riutilizzabili. Parallelamente al divieto per i contenitori di plastica viene infatti permesso l’utilizzo di contenitori compostabili ma con un sovrapprezzo obbligatorio. Tutto il percorso è stato avviato dalla municipalità con il coinvolgimento attivo di tutti gli stakeholder tra i quali gli esercizi commerciali e i loro rappresentanti e le Ong. L’ordinanza di Tubinga, precedentemente accennata, ha sempre il merito di promuovere il riuso anche se con una modalità “meno laboriosa” e magari più veloce. Tassando tutti i contenitori monouso di qualsiasi materiale l’amministrazione cittadina vuole evitare che l’esternalizzazione dei costi sulle comunità e contribuenti, che favorisce economicamente gli utilizzatori di contenitori monouso, penalizzi la nascita e la diffusione di sistemi di riuso basati sul concetto del “prodotto come servizio”.

E infine l’ordinanza di Amsterdam,  che è altrettanto efficace “da subito” per uno specifico flusso di usa e getta, e pertanto “geniale”. Tutti gli organizzatori di eventi che chiedono da questo mese un permesso di occupazione di suolo pubblico alla città per eventi e manifestazioni varie, sono obbligati a servirsi solamente di bicchieri riutilizzabili. I sistemi che gestiscono contenitori riutilizzabili e funzionano con l’applicazione di una cauzione ( che garantisce la restituzione dei contenitori per la sanificazione e successivi utilizzi), sono già attivi in Olanda da oltre 10 anni fa e ci sono diverse aziende che forniscono questo servizio chiavi in mano. 

Leggi la prima parte dell’intervista

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/direttiva-ue-plastica-monouso-stati-vadano-oltre-plastic-free/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni