Dalle aule di ingegneria alla vita nella natura: l’apicoltore Luca Bianchi.

L’apicoltore Luca Bianchi, tra i protagonisti della docu-serie Forza della Natura, ci racconta di come è passato dalle aule universitarie di ingegneria alla vita di campagna, seguendo le orme dei suoi nonni. Ci parla di quanto si senta legato al territorio dove è cresciuto e di come lo voglia valorizzare attraverso il suo lavoro e la collaborazione con altri piccoli produttori locali. Nel 2014 Luca ha scoperto le api e se ne è innamorato immediatamente. Da studente di ingegneria si è appassionato di un mondo che definisce perfetto, creato da un animale perfetto quanto indispensabile quale è l’ape. La passione di Luca si è trasformata anche in un lavoro, con la creazione, nel 2016, dell’Azienda agricola Luca Bianchi. A fare da sfondo a questa attività c’è la zona montana delle Marche, la sua regione d’origine, ricca di tanti paesaggi molto differenti tra loro e che intrattiene un forte legame con l’attività quotidiana dell’apicoltura. 

Luca, oltre ad essere innamorato delle sue api, è anche un ambasciatore della loro importanza: oltre ai prodotti strettamente legati all’alveare, che tutti noi abbiamo imparato a gustare, le api svolgono un lavoro molto più ampio fornendo un perfetto servizio di impollinazione e di garanzia di biodiversità. Secondo Luca, però, è necessaria una grande sinergia tra la flora e la fauna di un determinato ambiente: se le api stanno bene faranno un ottimo lavoro e questo può essere garantito solo dalla salubrità dell’habitat nel quale si trovano. In questo modo, grazie alla loro attività, gran parte di quello che mettiamo quotidianamente nel piatto, deriva indirettamente dal loro lavoro. Luca non ha un modo preciso per scegliere dove posizionare le api, viene guidato da un sesto senso, da una sorta di colpo di fulmine per un determinato territorio, nel quale le api possono dare una buona risposta. Il territorio scelto, però, deve essere sempre biologico e incontaminato perché queste sono le uniche certezze di Luca; per quanto riguarda la flora, quella sarà una sorpresa al momento della raccolta. Un po’ come scartare un regalo il giorno del tuo compleanno. La produzione di miele, infatti, non è vista come una rincorsa alla quantità, ma è un servizio di benessere offerto alle api: solo in questo modo il prodotto finale avrà delle caratteristiche uniche e speciali capaci di conquistare Luca e i consumatori del suo miele – e prodotti dell’alveare. Sono le api, alla fine, che scelgono cosa raccogliere, quando farlo e in quale quantità garantendo densità e completezza al miele.

Le restrizioni e i cambiamenti dovuti al Covid-19 non hanno bloccato la natura che, anzi, ha regalato molte giornate di tempo buono permettendo alle api di mettere una marcia in più, con un miele precoce che è stato un bellissimo regalo in questo momento un po’ negativo. L’unica cosa che ha subito delle modifiche a causa della situazione degli ultimi mesi è stata la modalità di far arrivare i prodotti alle persone: le spedizioni sono state potenziate e si è sempre cercato di garantire la filiera al consumatore, anche per riuscire a raccontare il prodotto nel modo più adeguato, con tutte le sfumature della natura che si possono assaporare. 

Il legame di Luca con la natura, infatti, non potrebbe essere più stretto. Il rispetto e la conoscenza sono solo due delle lezioni che ogni giorno si possono apprendere dal vivere a contatto con tutto quello che la natura ci da. Sta a noi, secondo Luca, decidere se sfruttare la terra o scegliere di valorizzarla e restituirle qualcosa a nostra volta. L’idea che tutto quello che si semina, letteralmente e in modo metaforico, verrà poi raccolto è centrale nella filosofia di Luca e della sua Azienda agricola; la sua è una grande storia d’amore, un rapporto fatto di rispetto e di attese perché se si lavora con una certa ideologia si viene ripagati con la stessa moneta.

Luca non ha paura del futuro, pur provando una certa soggezione. Tutti noi vorremmo essere in grado di comandarlo e di definirlo in qualche modo e l’idea di non riuscirci può fare spavento; sarà però necessario cercare di rimanere al passo con i tempi della natura, che scandiscono in modo preciso la quotidianità di Luca, ma anche con quelli della società. La coscienza di questa sfida è uno stimolo a continuare a cercare una spiegazione per tutto quello che quotidianamente riesce a fare. Il miele, lontano dall’essere un semplice nettare, è una vera e propria fotografia di quel paesaggio in un determinato momento, se si pensa che per produrre un chilo di miele le api visitano circa due milioni di fiori. Fiori che sono come pixel di un territorio che abbiamo l’opportunità di assaggiare grazie all’attività quotidiana di persone come Luca, a servizio delle api e della biodiversità.

Forza della natura, una docu-serie di LUMA video, racconta le storie di piccole attività agroalimentari che durante il periodo difficile dovuto al Covid-19 non si sono mai fermate. Vuole dare voce a chi ha continuato a portare avanti la propria attività a testa alta, dimostrando l’importanza di coltivare il nostro presente e il nostro futuro.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/09/da-ingegneria-vita-natura-apicoltore-luca-bianchi-piccoli-produttori-3/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Lorna, la tredicenne che salva le api

Lorna è una giovanissima apicoltrice irlandese che nel suo tempo libero lavora in un apiario e si dedica alla cura e alla salvaguardia delle api. Nel 2015 ha ottenuto la licenza e nel 2016 ha vinto un premio per la conservazione di una specie autoctona. Come in molte altre parti del mondo, anche in Irlanda le api sono in forte declino. Proprio qui vive Lorna, una giovane apicoltrice di 13 anni che con il suo lavoro cerca di proteggere la popolazione delle api. Si occupa di apicoltura da cinque anni e passa gran parte del suo tempo libero a lavorare in un apiario nella zona a sud di Belfast, capitale dell’Irlanda del Nord. Lo scorso luglio è anche andata in Slovacchia per incontrare altri giovani apicoltori.

“Non so esattamente perché faccia tutto questo – racconta Lorna –, forse semplicemente perché amo le api e l’apicoltura. Fondamentalmente perché vedo questi animali morire ogni giorno e voglio fare qualcosa per aiutarli”.  

“Nella giornata tipo – continua Lorna – devo iniziare appena sorge il sole o comunque appena mi è possibile. Vado all’apiario, controllo tutti gli alveari e mi assicuro che abbiano cibo a sufficienza e non abbiano bisogno di nulla. Le attività da fare cambiano molto a seconda che sia inverno o estate”. 

Lorna è stata punta solo una volta, un giorno che aveva dimenticato il suo cappello protettivo. “Sono davvero bellissime. Non so perché la gente quando pensa a un’ape abbia il costante timore di essere punta. Se lo fanno non è per colpire te, semplicemente fa parte della loro natura”. 

“Se non ci fossero le api non avremmo neanche gran parte delle verdure, della frutta, del cibo che mangiamo ogni giorno perché mancherebbe la loro fondamentale funzione di impollinazione. Ma a parte questo per me sono davvero stupende”. 

La tredicenne irlandese è una presenza fissa presso l’associazione di apicoltori di Belfast sin da quando era un bambina, dove ha accumulato in fretta l’esperienza e le conoscenze necessarie per crescere una colonia e mantenerla in salute. La sua famiglia e i suoi amici sono fieri di lei e anche lei stessa è stata molto orgogliosa di essere stata la più giovane apicoltrice ad aver ricevuto il brevetto, ottenuto nel 2015 con volti altissimi. Lorna ha ricevuto il premio Duncan Saunders Memorial Trophy per il duro lavoro svolto per la conservazione dell’ape nera irlandese, una specie locale.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/lorna-tredicenne-salva-api/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

“Il tempo delle api”, un documentario sull’apicoltura naturale in Italia

Due amici e un progetto comune: realizzare un documentario dedicato all’apicoltura. Girato nell’arco di tre anni in un casale di campagna dove un gruppo di ragazzi ha scelto di vivere insieme, “Il Tempo delle Api” racconta la storia di due giovani apicoltori che provano ad allevare le api in maniera naturale. Api a rischio estinzione? Certo, ma c’è chi cerca di correre ai ripari. “Il tempo delle api”, documentario di Rossella Anitori e Darel Di Gregorio, racconta la storia di due giovani apicoltori che provano ad allevare le api in maniera naturale. “Il film non si propone di insegnare una nuova tecnica – si legge nel sito ufficiale  – ma piuttosto di riflettere sulle difficoltà che gli apicoltori si trovano ad affrontare giorno per giorno”, aprendo un fronte di dibattito su quello che potrà essere il futuro delle api.15203206_1819793878236100_8321178540734833530_n

Il documentario è il frutto di un lavoro di osservazione lungo tre anni in un casale dei Castelli Romani alle porte di Roma. Darel, uno degli autori, racconta l’inizio di questa avventura spiegando che i due protagonisti del documentario, Mauro e Valerio, facevano parte della stessa comune in cui abitava proprio ai Castelli Romani. Qui si realizzavano una serie di progetti eco-sostenibili, dall’agricoltura sinergica alla permacultura.

“Avevo diciannove anni quando ho intercettato i ragazzi del casale – spiega Darel ricordando l’inizio della sua esperienza – e nonostante fossi cresciuto in campagna, è stato insieme a loro che ho imparato a conoscere le piante dell’orto, a cucinare secondo le stagioni e a chiamare gli alberi che avevo intorno. Era una casa aperta ai viaggiatori, facile da raggiungere e un buon compromesso tra chi voleva vivere nella società e chi se ne voleva allontanare.”
Un giorno Mauro e Valerio hanno scoperto che in Sud America stavano sperimentando un’apicoltura che metteva in primo piano le api e la loro salute, e così da subito si sono adoperati per realizzare qualcosa di simile in Italia.15621812_1831974680351353_5911950235911556652_n

Proprio in quello stesso periodo Darel incontra Rossella, che all’epoca stava scrivendo un libro sulle Comuni e gli eco-villaggi d’Italia, e in questo contesto si sono creati i presupposti per un lavoro documentario sull’esperienza intrapresa da Mauro e Valerio. La curiosità a conoscere gli ideali che guidano questo nuovo esperimento e il fascino nutrito verso il mondo delle api hanno fatto il resto, e così i due registi si sono messi a lavoro per la realizzazione de “Il tempo delle api”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/01/tempo-api-documentario-apicoltura-naturale-italia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’uomo che parla con le api

Le api stanno scomparendo e questo si sa ormai da tempo. Per fermare tutto questo sarebbe indispensabile e urgente pensare a un nuovo modello di agricoltura integrata. A parlarcene è Nicola Saviano… l’uomo che parla con le api.salviamo_le_api_

Le api stanno scomparendo e questo si sa ormai da tempo. Questi insetti meravigliosi, insieme ad altri animali impollinatori, muoiono a causa dei cambiamenti climatici, del riscaldamento globale, della scomparsa della biodiversità botanica e per via delle monocolture industriali intensive che implicano l’uso spesso indiscriminato di pesticidi e agenti chimici dannosi. Tutto questo potrebbe avere conseguenze serissime per l’impollinazione e quindi per la nostra alimentazione e sopravvivenza. Per fermare tutto questo sarebbe indispensabile e urgente pensare a un nuovo modello di agricoltura integrata, sostenibile per tutti gli esseri viventi (e non solo per l’uomo), sana e rispettosa dell’ambiente. L’apicoltura, che senz’altro ha avuto e continua ad avere serie difficoltà a causa di tutto questo, non è, però, senza responsabilità. Nell’apicoltura tradizionale, infatti, si utilizzano farmaci per curare le patologie più comuni delle api o gli attacchi della Varroa, un acaro molto pericoloso per questi insetti. I farmaci utilizzati possono contaminare il miele. Per avere una maggiore produzione, inoltre, non si esita spesso a depredare le api di tutto il loro miele sostituendolo con zucchero o altri preparati specifici che talvolta vengono addizionati di antibiotici o altri farmaci. Anche la produzione di propoli o pappa reale pone questioni etiche che non possono essere sottovalutate.  Esiste, però, un’apicoltura diversa, il cui scopo non è solo economico ma il cui primo obiettivo è l’attenzione a come stanno e a cosa sentono ed esprimono questi animali. Si tratta di un nuovo approccio all’allevamento che sviluppa una relazione simbiotica tra l’uomo e le api, rispettandole, ascoltandole e comunicando con loro.  Nicola Saviano, 38 anni, sposato e con un figlio di 6 anni, è di Erba (CO) ma vive a Roma. Ci parla di una nuova relazione tra uomini e api e di un diverso approccio che implica necessariamente anche una diversa visione della nostra stessa vita. Nicola parla dell’amore che questi insetti ci possono insegnare, del ruolo che hanno sul pianeta Terra e di quanto poco le conosciamo.

Nelle tue conferenze parli d’amore. Qual è la relazione tra l’amore, le api e l’uomo?

Le api ci stanno aiutando ad evolvere. L’amore è una forza che nelle api è pienamente presente. Si sono sviluppate prima dell’uomo e quindi hanno sviluppato il sacrificio e il dono che sono componenti dell’amore. L’uomo, invece, non è ancora arrivato a questo livello e, secondo me, le api sono su questa terra anche per svolgere questo compito così importante. L’uomo deve ancora evolvere e deve farlo sotto forma di coscienza ma una coscienza più avanzata e spirituale. Questo è possibile con lo sviluppo del terzo occhio. Le api ce l’hanno già. Questa coscienza di amore, quindi, ce l’hanno molto ben presente.

Questa interpretazione non parte da un punto di vista, però, molto “umano”? Cioè: non è un altro modo per giustificare l’allevamento e di conseguenza lo sfruttamento di questi animali? Noi abbiamo bisogno delle api ma le api hanno bisogno di noi?

Le api sono arrivate su questo pianeta prima di noi. L’uomo ha il dovere di difendere la natura nel suo insieme e le api sono il vero e proprio cardine della vita e dell’amore. Abbiamo con loro un legame molto importante e dobbiamo assolutamente proteggerle.

Fino ad ora, però, questa difesa e questa protezione da parte dell’uomo non c’è stata. Le api infatti stanno scomparendo.

L’uomo sta evolvendo ma fino ad ora, infatti, non è riuscito a sviluppare la coscienza necessaria. La parte egoistica dell’uomo ha sfruttato questa risorsa fondamentale e continua a farlo ma quando saremo in grado di evolverci capiremo che allevare le api non significa solo fare il miele.

Tu sei un apicoltore che non produce miele. Come mai?

Non lo produco più da molti anni. Non mi interessa e non mi è mai interessato. Quando andavo in apiario sapevo che avrei dovuto uccidere delle api per ricavare il miele per venderlo. Quindi si faceva per soldi, per denaro. Non mi sono più sentito di fare quel lavoro. L’unico interesse nei confronti del miele ora è il suo aspetto curativo. Lo considero una medicina da assumere a piccole dosi e con le quali posso curare me e la mia famiglia. In ogni caso non sempre è possibile prenderlo. Lo chiedo alle api e in caso ne prelevo pochissimo. Sono legato a loro, mi riconoscono e sanno chi sono. Le api hanno una memoria. Allevare le api significa qualcosa di molto diverso.

Come comunichi con le tue api?

Uso parole, suoni e fischi. Le api sanno che quello che faccio è importante anche per loro. E’ la missione della mia vita.

Qual è esattamente questa missione?

Ogni persona sa nel profondo che le api sono importanti ma non sa cosa fare o come fare per aiutarle. Raccontando la mia esperienza porto un messaggio chiaro e preciso che non può essere confuso: un messaggio di amore e di cambiamento.

E’ una nuova frontiera dell’apicoltura

E’ una nuova frontiera che apre le porte a una visione completamente diversa e a una sensibilità diversa da parte di chi deve comunicare con tutte le altre persone. Sto facendo corsi e sono venuto a parlare all’EUPC qui a Bolsena portando il mio lavoro e la mia ricerca. Voglio far conoscere la mia storia con le api, una storia che mi ha cambiato la vita.

Come hai cominciato?

Ho trascorso l’infanzia in un grande giardino con tanti animali, piante da frutto e un orto coltivato con la sapienza contadina. In seguito ho viaggiato per il mondo e ad un certo punto ho incontrato l’apicoltura che mi ha interessato e poi appassionato conducendomi verso studi e ricerche sulle api sia di carattere scientifico che olistico: Steiner, la Biodinamica, Fukuoka e la Permacultura mi hanno offerto strumenti di osservazione e di indagine più approfonditi. Tutto è cominciato quando ho conosciuto un apicoltore di 80 anni che mi ha insegnato le tecniche per recuperare gli sciami che aveva sviluppato lui stesso. Non è stato facile perché ero terrorizzato all’inizio ma pian piano tutto è cambiato. Adesso posso stare tranquillamente in mezzo alle api. Uso le protezioni soltanto perché il veleno delle api, se si viene punti, a lungo andare, può dare problemi. E’ un tipo particolare di veleno che aumenta la nostra coscienza.

Dove tieni le tue api?

Prima ero ad Ostia Antica dove, a causa dei prodotti chimici usati nei campi agricoli adiacenti al mio, ho assistito più di una volta alla morte delle mie api. Ho dovuto quindi spostarmi e adesso ho generazioni di api naturali da più di cinque anni.

Hai detto che il miele biologico non esiste. Ci spieghi perché?

Il miele che mangiamo è fatto da api stressate, maltrattate e che vivono in condizioni molto innaturali. Mi è capitato di mangiare il miele preso direttamente dai favi naturali e il suo sapore, la sua energia sono completamente differenti. Il miele è una vera e propria medicina e deve essere trattato in modo totalmente naturale, se preso in piccole dosi diventa medicamentoso.

Qual è il futuro dell’apicoltura?

Il futuro dell’apicoltura deve cambiare in questa direzione. Le api portano la vita diffusa nei campi. La loro forza e il loro movimento sono estremamente potenti. In permacultura le api sono fondamentali perché portano vita a tutto il progetto. Sono il primo elemento da inserire.

Qual è il tuo obiettivo?

Per me è essenziale la ricerca nei confronti di questi animali. Attraverso l’osservazione e la difesa della loro vita possiamo permettere all’essere umano un’evoluzione di coscienza che altrimenti non sarebbe possibile. Che io sappia non ci sono al momento altri apicoltori che fanno questo ma è necessario un approccio completamente diverso e un cambiamento di direzione è indispensabile.

Manteniamo l’approccio classico all’apicoltura che è quello di produrre miele. In questo senso, può esistere un’apicoltura etica?

Ci si avvicina in parte l’apicoltura biodinamica. Quello che manca è però la consapevolezza della vita della famiglia di api, delle regole relative al posizionamento degli sciami, le necessità delle famiglie ed altre cose che ho scoperto durante la mia ricerca. Ho iniziato a tenere corsi in questo senso e cioè insegnare alle persone come si fa con le api.

Che cosa facevi prima di diventare apicoltore?

Molti lavori diversi ma sono sempre stato in mezzo alla natura. Sono stato istruttore subacqueo tra le molte cose che ho fatto. Ancora adesso faccio l’istruttore di wind surf e il musicista.

Non sembri molto entusiasta della permapicoltura? Perché?

E’ stata sviluppata in Argentina dove le api sono africanizzate e sono molto differenti dalle nostre. Dovrei avere più elementi per poter giudicare.

Quali sono state le scoperte più importanti che hai fatto durante la tua ricerca?

Più che scoperte le chiamerei intuizioni. In particolare riguardano l’orientamento e la costruzione dei favi naturali, la forma e i materiali delle arnie naturali. Sto facendo sperimentazioni in proposito.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Creare una scuola basata sulla l’apicoltura naturale e fare corsi e conferenze in giro per l’Europa.

Ho un sito internet e una pagina Facebook.

Fonte: ilcambiamento.it

Viaggio tra Terra e Cielo, per scoprire l’Italia rurale e sostenibile

Viaggio tra Terra e Cielo è un progetto artistico, ambientale e culturale ideato da quattro ragazzi, che hanno visitato tutte le realtà più significative che in Italia praticano agricoltura di piccola scala. Ora le stanno raccontando attraverso diversi strumenti, dalla web story al documentario, fino alla narrazione teatrale. Un viaggio per scoprire l’Italia rurale più vera, tradizionale, sostenibile, sognatrice, autentica. Una web story, un film-documentario e un testo drammaturgico per raccontarla anche attraverso il teatro. È Viaggio tra Terra e Cielo, progetto nato da un’idea di Andrea Pierdicca (attore) in collaborazione con Nicolò Vivarelli (video maker), Valentina Gasperini (comunicazione web) e Andrea Lilli (consulente scientifico):30 giorni in giro per la penisola, 26 tappe70 persone intervistate.radici1

Il progetto nasce da lontano, da un lungo percorso iniziato dieci anni fa da Andrea Pierdicca che unisce arte, ambiente e agricoltura. «Parte tutto dal teatro di narrazione – racconta Andrea –, con uno spettacolo chiamato “Il fiume rubato”, la storia dell’Acna di Cengio, che esce dai palcoscenici per portare il teatro fuori dai luoghi convenzionali. Poi è la volta di “La solitudine dell’ape”, spettacolo teatrale con musiche e canzoni degli Yoyo Mundi, che ancora oggi gira nei teatri italiani ed europei raccontando la moria delle api dovuta ai pesticidi. Il successivo “Il cantico delle api”, versione on the road dello spettacolo precedente, che si muove invece tra le campagne italiane – cascine, aie, stalle, fienili, abbazie – e che dopo piu 100 date si è trasformato in un documentario, “La zappa sui piedi”, video itinerante su api, pesticidi e agricoltura».

È quello il punto di svolta: il gruppo si allarga, le “Gocce di Luce “ – pillole video del documentario – cominciano a circolare sul web e il percorso si uniforma. «Da lì abbiamo rilanciato: perché non avviare una ricerca sul campo documentata? E così, Valentina si inventa la formula della web story che abbiamo sviluppato insieme. Il tema da affrontare era l’agricoltura di oggi, con al centro la relazione fra uomo e natura, muovendoci su più piani narrativi, compreso quello scientifico». Indagando inoltre la dimensione del sacro, dell’ancestrale legame fra umano e divino attraverso la natura. Un vero e proprio Viaggio tra Terra e Cielo.radici2

E così, a bordo di un piccolo furgone Westfalia, sono andati alla scoperta di quelle donne e di quegli uomini che ancora vedono l’agricoltura come un mezzo per vivere a contatto con la terra, in modo naturale e sostenibile, lontani anni luce dalle voraci logiche dell’agro-industria.  Al gruppo che ha fisicamente attraversato l’Italia in questo splendido viaggio, si affiancano molti altri che animano il progetto con le loro competenze e con il loro supporto: da Antonio Tancredi, che collabora ai testi e cura la regia teatrale, a Enzo Monteverde, musicista e compositore. Da Francesco Panella, presidenteUNA-API e primo coproduttore a investire nel progetto, a Cristina Rodocanachi medico ambientalista, fino a Michele Marinangeli, presidente di Evodinamica Coop. Soc., che funge da campo base per la produzione e si occupa di gestire la raccolta fondi dei diversi co-produttori.

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In questo mese on the road, hanno fatto incontri ispiratori di veri esempi di cambiamento. Sulle colline marchigiane si sono fermati da Paolo, che ha lavorato per anni nel terzo settore dedicando tutta la sua vita al sociale e adesso fa l’apicoltore. Hanno conosciuto la giovane Ilenia, 21 anni, che insieme al suo fidanzato ha seguito le orme del padre, allevatore, e ha avviato un piccolo orto, che nel giro di un anno è cresciuto da 50 a 7000 metri quadrati. Ogni settimana si reca col banchetto dei suoi prodotti nei paesini della Val di Cecina, rifornendo gli abitanti e costruendo con loro un legame di fiducia reciproca solido e diretto. Sono passati a trovare Etain Addey, bioregionalista di vecchia data, che ha costruito il suo piccolo insediamento con l’intento di provvedere al proprio autosostentamento, integrandosi con lentezza e rispetto nel territorio, imparando a conoscerlo, non conquistandolo.radici6

Ma come riportare tutte queste storie a una dimensione artistica, narrativa? Le anime di questi due mondi in realtà sono più affini di quanto si possa pensare. «Il teatro deve essere al servizio di tematiche vive sulla pelle. Le persone hanno bisogno del rito teatrale perché alla base c’è il racconto orale, un rito che esiste da sempre. Il teatro è parole-gesti-musica evoca un “altrove” e così una comunità si ri-trova attraverso l’arte per confrontarsi sui problemi che la riguardano».

I prossimi passi? Dal 9 al 16 gennaio il gruppo sarà in tournée fra Liguria e Piemonte per uno spettacolo con testi di autori del presente e del passato. Massimo Angelini, Khalil Gilbran, Tolstoj, Gary Snyder, fino ad arrivare ai nativi americani. Parleranno ovviamente di ruralità e di cultura contadina, adottando un approccio multidisciplinare per sfuggire alla miopia.

«Questo percorso teatrale è un work in progress: vedremo come gli autori interagiranno con il pubblico, di cui valuteremo le reazioni, perché il lavoro nasce attraverso l’ascolto. Nel frattempo inizieremo a lavorare sul testo drammaturgico, che sarà la sintesi delle voci di ieri e di quelle di oggi espresse con linguaggio teatrale. Messo in scena attraverso l’azione, diventerà spettacolo di narrazione in musica».

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Sconfinando anche nella sacralità del rapporto con la terra, emergeranno le anime chi ancora tiene vivo il legame diretto con la natura e con i frutti che ci offre. Parleranno i depositari di una tradizione culturale millenaria, ma che ha ancora moltissimo da insegnarci. Perché, come disse una volta Wendell Berry, le mente di un contadino è complessa e per niente semplice! «Tutti gli intervistati erano contenti ed entusiasti del progetto, di poter prestare la loro voce e veicolarla all’interno di un progetto artistico. Ognuno ha un suo percorso, ma tutti si ritrovano nella terra».

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2015/12/viaggio-tra-terra-e-cielo-italia-rurale-sostenibile/

 

Miele: produzione dimezzata e ora si teme per il coleottero killer

Piogge e anomalie climatiche sono la principale causa del dimezzamento della produzione di miele di acacia, castagno, agrumi e mille fiori. Ma ora l’emergenza è legata a un coleottero killer

Le anomale condizioni meteo e le continue piogge che hanno caratterizzato la primavera e l’estate 2014 hanno dimezzato la produzione italiana di miele di acacia, castagno, agrumi e mille fiori, ma l’allarme per le sorti della mielicoltura è legato soprattutto all’arrivo in Italia del coleottero Aethina tumida, un insetto killer appartenete alla famiglia dei Nititulidi che si nutre di miele, di polline e soprattutto delle covate di api, annientando la popolazione e costringendola ad abbandonare l’alveare. Si tratta della stessa situazione prodottasi in Nord America negli anni Novanta, quando questo coleottero invase le campagne provocando ingenti danni al patrimonio apistico, con livelli di infestazione mai riscontrati in Africa, sua zona di origine. Circa 3000 apiari situati nelle zone dei focolai di infezione sono già stati distrutti sia in Calabria che in provincia di Siracusa, con conseguenti danni economici di natura diretta e indiretta (le api contribuiscono alla produzione ortofrutticola con l’impollinazione) quantificabili in diversi milioni di euro. Secondo Coldiretti si tratta di una situazione da affrontare con grande cautela: gli apicoltori non possono spostare gli apiari indenni nel raggio di 20 chilometri da dove è stato riscontrato il primo focolaio, né possono far rientrare gli apiari nella zona di restrizione, quindi senza poter effettuare spostamenti e senza api, nella prossima stagione produttiva non potranno produrre miele.

Al fine di cercare di mantenere il tessuto economico e sociale del territorio è necessario intervenire a sostegno delle aziende gravemente colpite attraverso strumenti che ne possano sostenere la ripresa dell’attività economica

ha chiesto il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo in una lettera inviata al Ministro per le Politiche Agricole Maurizio Martina.ape-586x370

Fonte:  Coldiretti

© Foto Getty Images

Gli ogm distruggono il miele del Messico

Le coltivazioni geneticamente modificate hanno ormai colonizzato il Messico, divenuto porto franco delle multinazionali del biotech. E ora questa nazione sta pagando un prezzo sempre più alto. E mentre il governo continua a dare l’ok a sempre nuove coltivazioni, i giudici del distretto federale hanno detto no, bloccando l’autorizzazione per la soia Monsanto nello Yucatan.mappa_ogm_messico

Ad autorizzare la coltivazione della soia ogm erano state le autorità federali messicane. I giudici sono intervenuti sulla base delle evidenze scientifiche che dimostrano come le coltivazioni di soia ogm mettano a rischio la produzione di miele degli stati di Campeche, Quintana Roo e dello Yucatan. Su La Jornada la decisione è stata accolta con soddisfazione e con un commento che suggerisce come le agenzie federali coinvolte in questa disputa possano essere accusate di corruzione e collusione. Peraltro, l’autorizzazione federale era arrivata, malgrado le centinaia di voci contrarie provenienti dal mondo scientifico nazionale e internazionale. La parte più importante della decisione della corte riguarda la motivazione secondo cui la coesistenza è impossibile, ossia, in questo caso specifico come ormai nella generalità dei casi, la coltivazione ogm Monsanto e la produzione di miele sono incompatibili. Peraltro, l’85% del miele messicano viene esportato perché destinato al mercato europeo e la Corte di Giustizia Europea ha già proibito nel 2011 la vendita di miele che contenga polline da coltivazioni ogm. E pensare che il Messico è una delle nazioni che ha firmato la Convenzione sulla biodiversità e il protocollo di Cartagena sulla biosicurezza.
L’argomento merita un’altra riflessione: l’imposizione del modello ogm sta trasformando (e ha già trasformato) il diritto umano al cibo in business privato di poche grandi società. Un sistema alimentare non può essere democratico se permette alle multinazionali di controllare il cibo e l’agricoltura. La cosa è molto semplice, al di là anche di quanto la scienza può dirci: il cibo meglio prodotto e consumato viene dalla base, ancor meglio se a livello locale.

Fonte: ilcambiamento.it

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Moria api sui Pirenei: tutta colpa dei pesticidi

Un esame condotto su alcune api prelevate da arnie la cui popolazione è stata decimata hanno evidenziato la presenza di molecole di sostanze neurotossiche.

Neanche le montagne dei Pirenei sembrano risparmiare le api dagli stermini di massa causati dall’utilizzo di pesticidi. Il quotidiano transalpino Le Monde lancia l’ennesimo allarme su quella che è già un’emergenza continentale, perché in molte aree, lo spopolamento degli insetti impollinatori è sinonimo di raccolti più poveri e di aumento del prezzo della frutta. Stavolta le brutte notizie arrivano dai Pirenei Orientali, quelli che, per intenderci, dividono la Languedoc dalla Catalogna. Il dato, per certi versi scioccante, è quello di una mortalità che, in certe aree, raggiunge il 100%. E il paradosso è che questo accade anche per chi pratica la transumanza, portando le proprie arnie negli alpeggi di alta quota. Secondo una stima del dipartimento cui fanno capo i Pirenei Orientali, 48 milioni di api sono state trovate morte e ben 1300 arnie severamente toccate dal fenomeno, vale a dire una su dieci. Si tratta di una situazione condivisa con alcune regioni vicine come l’Ariège (dove ben 500 colonie sono state decimate), l’Herault e l’Ardèche:

Dopo la stagione estiva 2013 avevamo constatato che le colonie non soffrivano né di forti attacchi da parte dei parassiti, né di malattie manifeste. Al contrario, esse presentavano i sintomi caratteristici dell’intossicazione: turbe nervose e difficoltà nella riproduzione,

ha ricordato Marc-Edouard Colin, veterinario esperto nelle patologie delle api. Gli apicoltori, riuniti in collettivo, hanno deciso di finanziare degli studi per cercare di capire quali cause avessero scatenato questi problemi. I risultati di un analisi condotta su alcune api prelevate dalle arnie decimate in un laboratori del Cnrs, a Solaize (Rhône) hanno evidenziato al presenza di molecole di sostanze neurotossiche. Anche questa volta, a finire sul banco degli imputati sono i pesticidi. E se anche sui Pirenei la moria si propaga come un contagio, forse bisogna iniziare a pensare a misure serie, magari coinvolgendo l’Ue. Perché dalla sorte delle api dipende buona parte del destino della produzione agricola continentale.1545059831-586x389

Fonte:  Le Monde

© Foto Getty Images

“Give bees a chance”, la campagna di Greenpeace per salvare le api

Nonostante l’accumularsi di evidenze sul ruolo negativo dei pesticidi, non si sono fatti decisivi passi avanti per salvare le api. Greenpeace lo ricorda con una campagna mirata.

Le “api verdi” (greenbees) di questo simpatico video di Greenpeace si stanno mobilitando per protestare con i pesticidi venduti dalle multinazionali dell’ agribusiness che non mettono in pericolo solo la loro esistenza, ma anche la produzione di cibo per gli umani. Un terzo di tutta la produzione agricola dipende infatti dal ruolo di impollinazione delle api. Si accumulano infatti sempre più evidenze contro i pesticidi neonicotinoidi come killer delle api, in primo luogo a livello di coltivazioni agricole e in secondo luogo anche per le piante ornamentali. Se l’Unione Europea sta muovendo i primi passi per vietare alcuni di questi veleni, si sta ancora facendo troppo poco a livello planetario. “Give bees a chance“; parafrasando la celebre canzone di John Lennon, Greenpeace invita a sostenere la campagna per salvare le api. L’ONG chiede di vietare i pesticidi dannosi alle api, sostenere pratiche agricole sostenibili e migliorare la conservazione degli habitat naturali; le monoculture senza fiori per le api sono un deserto!Greenbees

Fonte: ecoblog.it

Api in città: dopo New York, anche Milano pensa ad ospitare le api sui tetti

Il Consiglio di Zona 1 sta discutendo la proposta dell’Associazione Milleapi di costruire della arnie sui tetti di Milano. Tetti particolari, come quelli dell’Acquario, di Villa Reale e dei musei Triennale, di Storia Naturale, del Novecento e del Teatro alla Scala. A New York lo fanno già

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Le api arrivano in città, ospitate sui tetti del capoluogo milanese.
Il progetto pilota, presentato dall’Associazione Milleapi, è stato discusso in Commissione Ambiente e Verde di Zona 1.

“Senza api” – spiegano gli apicoltori promotori dell’iniziativa – “non esisterebbe l’80 per cento di ciò che mangiamo”. Una biodiversità da difendere, dunque, così come già accade in altre grandi città che hanno avviato iniziative analoghe, come Parigi, dove le api sono ospitate sul tetto dell’Opéra (ed esiste un progetto preciso denominato “impollinazione urbana”) o Londra, dove il miele si fa sui tetti della Tate Modern Gallery. Si direbbe quasi un connubio tra Arte e Natura anche se l’intento è quello di trovare ospitalità su tetti meno celebri, con l’obiettivo primario di difendere questi insetti, così preziosi per l’equilibrio del nostro ecosistema, dai pesticidi utilizzati in campagna. Un esempio è la città di New York, dove l’apicoltura fai-da-te è un vero e proprio fenomeno: da quando l’amministrazione ha eliminato il bando all’allevamento delle api da miele, i cittadini si sono organizzati ospitando alveari sui tetti dei grattacieli di Manhattan, con tanto di Festival dedicato (il New York City Honey Festival).  La Presidente della Commissione Ambiente, Elena Grandi, ha parlato con alcuni apicoltori : “Il progetto – spiega – è quello di individuare luoghi non accessibili in città su cui mettere le arnie. Nelle zone agricole soffrono l’uso degli anticrittogamici, in città questo problema non esiste”.
I costi dell’installazione e gestione sono minimi, molti i vantaggi, a quanto pare, tra i quali anche la possibilità di produrre del miele con le etichette, milanesissime, di Palazzo Marino, o del Teatro alla Scala, ad esempio, come già avviene a Parigi che ha commercializzato, nel primo anno di attività, due tonnellate di ottimo miele in vendita al Centro Pompidou e alle Gallerie La Fayette.

 

fonte: ecodallecittà