Misuriamoci l’aria che respiriamo: boom di centraline low cost

In Toscana boom delle centraline low cost, installate dai cittadini e anche dagli enti locali, per misurare l’inquinamento “dal basso” e dare così alla popolazione il reale polso della situazione.smo

In provincia di Lucca ci ha pensato il Comune di Capannori a fare da apripista, mentre nelle province di Firenze, Pistoia e Prato i passi avanti sono stati fatti dal comitato Mamme No Inceneritore, che si batte per contrastare l’inceneritore della Piana fiorentina. Fatto sta che in Toscana si assiste a un vero e proprio boom delle centraline cosiddette “low cost” per la misurazione della qualità dell’aria e della presenza di inquinanti. Sul territorio di Capannori è stato presentato il progetto sperimentale ‘Air Quality’, di cui è capofila il Comune e che vede come partner scientifici l’Istituto di Fisiologia Clinica e l’Istituto di Biometeorologia del CNR, il Dipartimento di Ricerca Traslazionale e delle nuove Tecnologie dell’Università di Pisa e Arpat. A partire dal mese di gennaio sul territorio di Capannori saranno installate sei centraline low cost di piccole dimensioni (grandi all’incirca come una scatola da scarpe) di cui cinque fisse in aree urbane, extraurbane e rurali in fase di individuazione,  ed una mobile che sarà testata su un SAPR, comunemente chiamato drone, all’interno dell’aeroporto di Capannori, che è l’unica infrastruttura aeroportuale italiana autorizzata all’uso di UAV. Una delle centraline fisse sarà collocata in prossimità della centralina di Arpat. La centralina low cost situata nel centro di Capannori servirà anche da reference per le altre presenti nelle aree più periferiche, perché renderà leggibili i dati di tutto il sistema di monitoraggio della qualità dell’aria esteso sul territorio. Dati che, una volta dimostrata la coerenza tra i diversi sistemi di misura di particolato, potranno integrare i dati Arpat e saranno rilevati ogni 2 minuti e visibili in tempo reale. Le centraline non misureranno infatti pressioni ed emissioni di PM 10, ma lo stato della qualità dell’aria dato da un mix di fattori in modo da acquisire informazioni precise sulla distribuzione dell’inquinamento atmosferico nello spazio. Saranno infatti in grado di misurare temperatura, umidità relativa, rumore, qualità del manto stradale, anidride carbonica, ozono, biossido di azoto, monossido di carbonio, PM 2,5, PM 10 e VOC (componenti organici volatili). Questo nuovo sistema servirà a ‘spazializzare’ i dati di qualità dell’aria nelle zone periferiche del territorio. I dati saranno caricati su un portale ad uso amministrativo per essere elaborati. Questo nuovo sistema di rilevamento della qualità dell’aria, già testato al Polo Nord dai ricercatori del CNR, ha come obiettivo finale l’applicazione di una metodica innovativa low cost che si pone come supporto agli amministratori nel decidere quali azioni mettere in campo per migliorare la qualità dell’aria per quei parametri monitorati da Arpat, i ui dati sono disponibili online sul sito Arpat regionale. I dati ottenuti dal nuovo sistema saranno considerati dati sperimentali, utilizzabili per la messa a punto e calibrazione dell’hardware di rilevamento, che in futuro sarà impiegato su più larga scala al fine di effettuare uno screening più accurato del territorio a complemento dei dati acquisiti dalle centraline fiscali ARPAT già operative. “Che Aria Tira?” è invece il progetto del Comitato Mamme No Inceneritore, di Cittadinanza Attiva e di Citizen Science che ha come obbiettivo quello di costruire una rete di automonitoraggio della qualità dell’aria, dove i cittadini, le associazioni/organizzazioni o altre istituzioni possono costruirsi una propria centralina di monitoraggio ambientale e condivedere i dati online sulla nostra piattaforma. Il progetto ha un anima completamente open source e sposa a pieno la filosofia dell’Open Data, della Trasparenza e della Partecipazione. Attualmente sono consultabili i dati relativi alle provincie di Firenze, Prato e Pistoia. Il progetto è stato realizzato grazie a un crowdfunding ed è senza dubbio replicabile in altre città italiane!

Fonte: ilcambiamento.it

 

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CO2 ai livelli più alti degli ultimi 800mila anni

I livelli di CO2 raggiunti lo scorso anno sono i più alti mai registrati negli ultimi 800 mila anni. È quanto riferisce Greenpeace sottolineando la necessità di una leadership forte e condivisa sul clima al meeting delle Nazioni Unite che si terrà a Bonn il mese prossimo.

“Nel giro di appena due giorni abbiamo visto come i livelli di anidride carbonica siano schizzati a livelli record nel 2016 e come i governi di tutto il mondo non stiano rispettando le promesse fatte a Parigi” dichiara Jennifer Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace International. “Non c’è più tempo da perdere. Uragani, alluvioni e siccità non potranno che aumentare se i governi che si riuniranno a Bonn non decideranno di tenere i combustibili fossili sotto terra. Possiamo ancora raggiungere l’obiettivo di contenere a 1,5°C il riscaldamento globale se tutti si impegnano”.Immagine4

Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale i livelli di CO2 raggiunti lo scorso anno sono i più alti mai registrati negli ultimi 800 mila anni. Oggi un rapporto delle Nazioni Unite dice che gli impegni assunti attualmente dai governi sono sufficienti a raggiungere solo un terzo della riduzione delle emissioni prevista al 2030 dall’Accordo di Parigi.
“Un rapporto pubblicato da Lancet conferma inoltre le peggiori preoccupazioni sull’impatto sanitario dei cambiamenti climatici. Una ragione in più per mettere in atto politiche coerenti con l’Accordo di Parigi. L’Italia e l’Europa facciano la prima mossa alzando coerentemente gli obiettivi, inadeguati alla sfida, sia in Europa che nella Strategia Energetica Nazionale” commenta Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/co2-livelli-piu-alti-ultimi-800mila-anni/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Più emissioni di anidride carbonica e meno energia rinnovabile, è questa la via italiana per uscire dalla crisi

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Aumento dei consumi di energia (+1,6%) e delle emissioni di anidride carbonica (+1,9%) nei primi sei mesi del 2017. Gas verso i massimi nel mix energetico (38%) con un record di importazioni (92% del gas consumato). È quanto evidenzia l’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano di Enea. La ripresa dell’economia italiana si riflette sullo scenario energetico nazionale con l’aumento (+1,6%) dei consumi finali di energia nei primi sei mesi del 2017; questa crescita, tuttavia, ha prodotto anche un aumento delle emissioni di anidride carbonica (+1,9%) con il conseguente rallentamento del percorso di decarbonizzazione. A evidenziarlo è l’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano curata dall’ENEA, che individua tra le cause dell’aumento delle emissioni fattori di natura congiunturale come la ridotta piovosità che ha fortemente ridimensionato il contributo dell’idroelettrico.388332_2

Per l’intero comparto delle rinnovabili, l’Analisi rileva per il secondo trimestre una diminuzione del 7%, con il risultato che a fine 2017, per la prima volta dopo diversi anni, la quota nel mix energetico di queste fonti potrebbe fermare la sua crescita. Dall’Analisi emerge anche un ulteriore calo dei combustibili solidi (-9%) e del petrolio (-1%) e un nuovo significativo incremento sia dei consumi (+11% rispetto allo stesso periodo 2016) che delle importazioni di gas naturale (+10% nel primo semestre 2017). Questo aumento, insieme alla costante e strutturale diminuzione della produzione nazionale, fa sì che a fine anno la nostra dipendenza dal gas estero potrebbe superare il 92%, un nuovo record, con un ritorno ai massimi storici del peso del gas sull’energia primaria totale (38%).388332_3

Questi fattori hanno determinato un nuovo peggioramento dell’indice ISPRED che misura l’andamento di sicurezza, prezzi e decarbonizzazione nel nostro Paese. Se nel primo trimestre 2017 abbiamo rilevato un calo dell’indice del 10% su base annua, ora siamo a -17%, con -4% rispetto al trimestre precedente”, spiega Francesco Gracceva l’esperto ENEA che ha coordinato l’Analisi. “Il nuovo peggioramento è legato in particolare all’aumento delle emissioni, il terzo consecutivo dopo il +5% del IV trimestre 2016 e il +2,5% del I trimestre 2017. In questo scenario gli obiettivi europei di riduzione dei gas serra al 2020 restano comunque a portata di mano, ma il cambiamento della traiettoria di decarbonizzazione a partire dal 2015 rende più problematico il raggiungimento degli obiettivi al 2030”, conclude Gracceva.

Nello specifico, l’indice ISPRED segnala un peggioramento sul lato sicurezza sia degli indicatori del sistema elettrico che del gas, in uno scenario che negli ultimi anni ha visto riemergere alcune fragilità del passato. Sul lato prezzi, l’Indice evidenzia un peggioramento del 14% per effetto principalmente del prezzo del gasolio che, seppur in discesa, risulta il più caro dell’intera Ue (“primato negativo” in condominio con la Svezia e legato alla diminuzione della fiscalità in altri Paesi membri). Allo stesso tempo, aumentano i prezzi dell’energia elettrica per le piccole imprese (+1,3% del II trimestre con una stima di +3,7% nel III trimestre 2017) e del gas per le piccole utenze (+9% nel I semestre).

L’Analisi Trimestrale completa è disponibile qui

Fonte: Enea

Clima: nell’era della CO2 senza ritorno

img_0842È l’inizio di una nuova era climatica e c’è chi dice che è l’inizio, atteso, della fine. Per la prima volta a livello globale, nel 2015 la concentrazione media di anidride carbonica in atmosfera ha raggiunto le 400 parti per milione e nel 2016 ha registrato nuovi record. L’Organizzazione meteorologica mondiale: «I livelli non scenderanno per molte generazioni a venire».
Si I livelli di CO2 avevano già raggiunto in precedenza la soglia delle 400 parti per milione (ppm), ma solo per alcuni mesi dell’anno e in certi luoghi; mai prima d’ora su una base media globale per l’intero anno, spiega l’Omm in un comunicato che segna realmente uno spartiacque nella necessità di prendere piena coscienza di quanto sta accadendo.
Stando alle previsioni della stazione di sorveglianza dei gas ad effetto serra, le concentrazioni di CO2 resteranno al di sopra di 400 ppm per l’intero 2016 e non scenderanno sotto tale livello per molte generazioni.img_0843

La crescita sostenuta di CO2 è stata alimentata dall’evento El Nino, sottolinea l’Omm. Ma mentre “l’evento di El Nino è scomparso, i cambiamenti climatici restano”, ha affermato il segretario generale dell’Omm Petteri Taalas. Il 2015 – ha aggiunto – resterà nella storia nella misura in cui le concentrazioni record di gas a effetto serra “annunciano una nuova realtà climatica”.

Taalas si è felicitato del recente accordo raggiunto a Kigali per modificare il Protocollo di Montreal ed eliminare gradualmente gli idrofluorocarburi, potenti gas serra, “ma il vero elefante nella stanza è l’anidride carbonica, che rimane nell’atmosfera per migliaia di anni e negli oceani ancora più a lungo. Se non si affrontano le emission di CO2, non saremo in grado di affrontare i cambiamenti climatici e di mantenere l’aumento della temperatura al di sotto dei 2 grandi centigradi rispetto al livello dell’era pre-industriale”, ha aggiunto, esortando a un’accelerazione dell’applicazione dell’Accordo di Parigi sul clima del dicembre 2015.
Ma c’è dell’altro.
I livelli attuali di concentrazione di CO2 in atmosfera condannano il Pianeta a infrangere la soglia del +1,5°C di riscaldamento globale rispetto ai livelli pre-industriali sbandierata nell’accordo di Parigi. Lo afferma una nuova ricerca condotta dal Centre for Ecology & Hydrology inglese insieme all’università di Exeter, e appena pubblicata sulla rivista Scientific Reports.
È più che evidente che la svolta deve essere radicale e pressoché immediata, sempre che non ci si voglia abbandonare all’ineluttabilità… come chi dice, per disincentivare ogni cambiamento, che “tanto non c’è più niente da fare”. Non cadiamo nella trappola!
Fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/clima_co2

La Terra è più verde di 33 anni fa

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Trentasei milioni di chilometri quadrati di aree verdi in più, questo è, secondo uno studio della rivista Nature Climate Change, l’incremento verificatosi negli ultimi 33 anni a causa dell’innalzamento dei livelli di Co2. Al fine di fronteggiare questo innalzamento le piante avrebbero sviluppato più foglie incrementando le superfici verdi. I ricercatori dell’Università di Southampton, prendendo in esame i resti fossili dei microrganismi che popolavano gli oceani nell’Eocene, hanno scoperto che il drammatico cambiamento climatico avvenuto fra 53 e 34 milioni di anni fa (con una temperatura di 14 gradi superiore a quella attuale) fu dovuto alle alte concentrazioni di anidride carbonica. Riuscendo a capire che cosa è avvenuto in passato i ricercatori sono in grado di prevedere cosa potrebbe avvenire in futuro. L’anidride carbonica causò l’estremo riscaldamento della terra e, successivamente, con la riduzione dei livelli di Co2, avvenne un raffreddamento che portò alla formazione delle calotte polari. “La sensibilità del clima alla CO2, che ha portato al riscaldamento nell’Eocene è simile a quella prevista dall’Ipcc (Intergovernamental Panel on climate change) per il nostro futuro”, ha spiegato Gavin Foster, coautore dello studio. Dopo un picco nel riscaldamento globale potrebbe dunque arrivare una nuova fase di raffreddamento, questo almeno è quello che si “legge” interpretando i resti geologici di milioni di anni fa.

Fonte:  Nature Climate Change Science Daily

 

India: il paese in via di sviluppo che inquina di più

Le emissioni di anidride carbonica dell’India sono cresciute dell’8,1% nel 2014, facendone il paese in via di sviluppo più inquinante. L’equivalenza è chiara: ciò che per noi oggi significa progresso-sviluppo, per il nostro pianeta significa inquinamento-morte. Eppure la corsa non si ferma; tutti ambiscono a “occidentalizzarsi” negli sprechi, nella “ricchezza” (per pochi) e nell’elevatissimo impatto ambientale.india_inquinamento

Le emissioni di anidride carbonica dell’India sono cresciute dell’8,1% nel 2014, arrivando a costituire una fetta ingente delle emissioni globali; di fatto è il paese in via di sviluppo più inquinante. A dirlo è l’ultima edizione della Statistical Review of World Energy redatta, niente di meno che, dalla British Petroleum.
Le nazioni che nel 2014 hanno visto crescere le loro emissioni di CO2, ne hanno aggiunte 572 milioni tonnellate nell’atmosfera in soli 12 mesi. L’India ne ha aggiunte 157 milioni di tonnellate, la Cina 85, gli Usa 53: i leader dell’inquinamento globale. L’Europa, pur con tutti i suoi limiti, resistenze e interessi, nel 2014 ha tagliato le proprie emissioni (211 milioni di tonnellate) per una quantità maggiore di quella che l’India ha aggiunto (ovviamente partiva da altri livelli). Ciò che emerge da questi numeri deve far riflettere: l’India insegue il progresso, ma insegue questa idea di progresso: consumo di energia, crescita, emissioni inquinanti. L’India ha portato il suo consumo di energia ad un picco  storico e ha aumentato le sue emissione, portandole ad un altro picco storico. Nel resto del mondo la crescita è in stallo, nel 2014 la media globale è sullo 0,9%, il livello più basso dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso. Ma non potrebbe essere che così. Mentre paesi e continenti tagliano le emissioni e persino la Cina punta sulle rinnovabili (ormai soffocata da carbone e combustibili fossili), l’India invece si affaccia ora a marcia innestata in maniera quanto mai energivora.
Ed è nel consumo di carbone che sta forse la differenza più significativa con il resto del mondo. Mentre la maggior parte degli altri paese sta diminuendo il ricorso al carbone, in India questo indice è cresciuto dell’11% ed è la principale fonte di energia oggi sia in India che in Cina, oltre ad essere la più sporca. E questa resta la realtà malgrado il governo indiano di Modi abbia annunciato di voler realizzare uno dei più ambiziosi progetti al mondo di sfruttamento delle energie rinnovabili. Il carbone oggi resta il cuore della politica energetica indiana, con 455 delle 1199 nuove centrali che sorgeranno nel mondo. Naturalmente, per avere un’idea di ciò che accade in una nazione, occorre valutare più fattori. Se, in termini assoluti e in confronto ad altri paesi occidentali già fortemente industrializzati, il consumo energetico e le emissioni in India appaiono più bassi, è anche vero che questo paese sta aumentando consumi ed emissioni a fortissima velocità e si stima che avrà una crescita tra le più veloci al mondo nei prossimi anni nello stile cinese, cioè fortemente impattante. Negli ultimi cinque anni i dati indicano un rallentamento nella crescita delle emissioni cinesi (dopo un picco nel 2011 a 7,9%) e un’accelerazione nell’aumento per l’India. E l’impatto cumulativo delle ulteriori tonnellate di anidride carbonica porta sempre di più verso un cambiamento climatico irreversibile. E per l’India, con le sue popolose coste, l’agricoltura dipendente dalle piogge e le riserve d’acqua sotto forma di ghiacciai, ciò può rappresentare una tragedia immane. E il resto del mondo, ovviamente, non rimarrà immune.

Si ringrazia Sajai Jose di IndiaSpend

Fonte: ilcambiamento.it

L’ultima follia: meno cibo per fare spazio ai biocarburanti

Lo studio lo ha pubblicato Science e ci spiega come i governi stiano prendendo in considerazione la diminuzione della produzione e quindi del consumo di cibo per ridurre i gas serra. Ma attenzione: una tale china si rivela “indispensabile” per poter continuare invece a garantire la produzione di biocarburanti, cioè vegetali da bruciare, coltivandoli su terre sottratte alle colture alimentari. Insomma: per poter continuare a produrre biocarburanti, bisogna che tutto il mondo abbia meno da mangiare.biocarburanti_cibo_terra

Su Science i ricercatori di Princeton hanno spiegato che riducendo la quantità di cibo che le persone e gli animali mangiano, si ridurrà la quantità di anidride carbonica che espirano o eliminano come rifiuto. Quindi, la conclusione è: più che l’efficientamento dei carburanti o dei combustibili, sarà la riduzione del cibo disponibile a permettere la diminuzione delle emissioni di anidride carbonica. Questo almeno quanto i modelli governativi sostengono, quei modelli sui quali si formulano poi politiche e si prendono decisioni. Per i governi è quindi più utile che tutto il mondo abbia meno da mangiare, piuttosto che sottrarre terreni alla produzione di vegetali dai quali ricavare materie prime per la combustione.«Senza la riduzione del consumo di cibo, tutti i modelli utilizzati continueranno ad attestare che i biocarburanti generano più emissioni della benzina» ha detto Timothy Searchinger, primo firmatario del rapporto e ricercatore alla Woodrow Wilson School of Public and International Affairs and the Program in Science, Technology, and Environmental Policy dell’Università di Princeton. I co-autori sono Robert Edwards e Declan Mulligan del Joint Research Center della Commissione Europea; Ralph Heimlich (Agricultural Conservation Economics); Richard Plevin dell’Università della California-Davis.  Non sarebbe più logico, dunque, smettere di produrre biocarburanti, continuare a ricavare cibo dalla terra e scegliere la strada delle energie veramente rinnovabili e sostenibili? Ma è probabile che ci sia un manipolo di potenti che ha troppo da perdere; meglio che muoia di fame chi già non ha nulla? Lo studio ha preso in esame tre modelli, americani ed europei, e ha concluso che che tutti e tre attestano come le coltivazioni alimentari eliminate per far posto ai biocarburanti non siano state ripristinate da nessun’altra parte. Dal 20 al 50% delle calorie nette che la produzione di etanolo si è “rubato” non sono state ripristinate, non è stato piantato nulla altrove. Il risultato? Meno cibo disponibile; quando il cibo diminuisce, i prezzi aumentano e a farne le spese sono soprattutto i poveri del mondo. Ma andiamo a vedere cosa si scopre sulla fantomatica “sostenibilità” dei biocarburanti. Le automobili che vanno ad etanolo emettono meno anidride carbonica, ma questo aspetto positivo è completamente vanificato dal fatto che per produrre etanolo dai cereali occorre energia che solitamente proviene da fonti ad alto tasso di emissione di gas serra. I modelli di studio della Environmental Protection Agency e del California Air Resources Board indicano come l’etanolo ricavato dai cereali produca emissioni lievemente inferiori rispetto alla benzina, ma questa minima riduzione si porta dietro la riduzione della produzione alimentare. Il modello della Commissione Europea stima una riduzione maggiore di emissioni, ma solo perché prevede contemporaneamente la riduzione della quantità e della qualità del cibo consumato, ottenuta attraverso la sostituzione dei cereali con oli e vegetali. «Senza questa riduzione forzata nella qualità e quantità del cibo, il modello europeo stima che l’etanolo ricavato dal grano genera il 46% di emissioni in più rispetto alla benzina e l’etanolo ricavato dal mais addirittura il 68% in più», hanno detto i ricercatori. Il rapporto raccomanda a chi formula tali modelli di rendere i risultati più trasparenti in modo che chi assume decisioni politiche possa valutare se effettivamente intraprendere la strada della riduzione del cibo disponibile per ridurre i gas serra anziché agire su altri fronti.

Si ringrazia l’Università di Princeton sui cui materiali è basata l’informazione.

L’articolo di Science cui si fa riferimento è:

  1. Searchinger, R. Edwards, D. Mulligan, R. Heimlich, R. Plevin. Do biofuel policies seek to cut emissions by cutting food?Science, 2015

 

Fonte: ilcambiamento.it

Più alberi e cura dei suoli per combattere il cambiamento climatico

Quando si parla di tecnologie che possano risolvere il problema del cambiamento climatico, si invocano chissà quali meraviglie ancora da inventare o aeroplani che disseminano sostanze chimiche in atmosfera o ancora enormi grattacielo che riescano ad inghiottire l’anidride carbonica. Eppure, secondo il nuovo rapporto dei ricercatori dell’università di Oxford, la migliore delle soluzioni non è così complessa. Ci sono due cose che abbiamo già a disposizione: gli alberi e il terreno.riforestazione

Per combattere il cambiamento climatico le soluzioni migliori arrivano dagli alberi e dal miglioramento delle condizioni dei suoli: a dirlo il nuovo rapporto dei ricercatori dell’università di Oxford (clicca qui per leggere il rapporto). I costi sarebbero estremamente contenuti, non ci sarebbero rischi. Nello specifico, le due tecniche suggerite dal rapporto sono quelle della afforestazione – piantare alberi anche dove prima non ce n’erano – e l’utilizzo del biochar, un ammendante del suolo che si produce utilizzando carbone di legna. Secondo i ricercatori di Oxford, percorrendo questa strada si riuscirebbe a far invertire la rotta ai cambiamenti climatici, mentre le tecnologie cosiddette ad emissioni negative servirebbero soltanto ad evitare il peggioramento delle attuali condizioni. D’altra parte il quinto recente rapporto dell’IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change, non lascia àdito a dubbi : il cambiamento climatico è in corso ed è di origine antropogenica, senza più alcun dubbio. Le opportunità di mantenere l’aumento della temperatura media terrestre entro i +2° si stanno inesorabilmente erodendo. La partita non è persa ma il tempo per agire è di pochi anni. Il Rapporto riconosce gli straordinari progressi fatti dalle tecnologie low-carbon, ma i dati pubblicati dicono che le emissioni globali continuano a crescere e che si è arrivati già a +0,7 °C di riscaldamento globale rispetto al periodo preindustriale. Progetti di afforestazione estesa cominciano a vedersi, anche se occorre senza dubbio che questa scelta rappresenti il cambio di paradigma globale. Face the Future sta portando avanti nella sierra dell’Ecuador un progetto di afforestazione comunitario che coinvolge, oltre al governo, le comunità locali. Sono inoltre in corso un progetto di riforestazione nella zona delle mangrovie sul delta del Sine-Saloum in Senegal e uno nel parco nazionale di Kibale in Uganda. In Australia è partita la Carbon Farming Initiative che garantisce agevolazioni ai proprietari di terreni che creano e mantengono foreste e boschi; in Tanzania vengono recuperati terreni agricoli in via di desertificazione piantando alberi con il Bagamoyo Afforestation Project e la lista è lunga, inclusi progetti di forestazione anche nel nostro paese. Non di rado si è di fronte a progetti pensati per utilizzare i meccanismi di compensazione volontaria delle emissioni introdotti dalla comunità internazionale, parallelamente al Protocollo di Kyoto. E’ nato quindi un mercato volontario di acquisto e scambio di certificati e crediti, originato da progetti di riduzione delle emissioni di gas serra in paesi terzi. Naturalmente, il passo auspicabile è che quello della afforestazione e riforestazione e del freno al consumo di suolo e al degrado del territorio divenga un modus operandi e una finalità, non solo un’azione frutto di un calcolo.

Fonte: ilcambiamento.it

Inquinamento: un anno di emissioni di CO2 nel timelapse della Nasa

Il video si riferisce al 2006 ed evidenza il divario abissale fra le emissioni nell’emisfero boreale e quello australe.

Il video in timelapse della Nasa sulle emissioni di CO2 nel mondo sintetizza in 190 secondi la concentrazione di anidride carbonica dal 1° gennaio al 31 dicembre 2006: le turbolenze blu si riferiscono a una bassa concentrazione (- 375ppm), quelle gialle (376-382 ppm) (383-385 ppm) e rosso scuro (più di 395 ppm) a concentrazioni più elevate. Il video rende visibile l’elemento (invisibile e inodore) che è la principale cartina di tornasole dell’inquinamento atmosferico e la principale causa dei cambiamenti climatici. L’elemento più evidente è la differenza abissale fra gli emisferi boreale e australe: i maggiori responsabili delle emissioni del mondo sono Stati Uniti, Europa e Cina, mentre Australia, Nuova Zelanda, Sud America e la parte meridionale del continente africano restano costantemente su tonalità azzurrine. Un ruolo determinante nella riduzione della concentrazione di CO2 viene svolto dalle foreste e dalle aree verdi che nella stagione calda, da maggio a novembre, catturano la CO2 per la fotosintesi. Nel video si nota come siano proprio i mesi invernali e la prima metà della primavera quelli in cui l’emisfero boreale deve far fronte alle maggiori ondate (rappresentate dai turbinii rossi) di emissioni di anidride carbonica. Dal 2006 le emissioni hanno subito un’ulteriore aumento, ma il video della Nasa è un efficace rappresentazione della situazione della nostra atmosfera e di come le emissioni di CO2 siano un indicatore delle storture del progresso.co2-586x439

Fonte:  Nasa

© Foto Getty Images

Gas serra, record globale nel 2013. I nuovi dati dell’Organizzazione meteorologica mondiale

Lo scorso anno, la quantità di gas serra nell’atmosfera ha raggiunto un nuovo livello record, spinta da un’impennata dei livelli di anidride carbonica. Lo confermano i dati annuali della World meteorological organization

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Lo avevano detto, nei mesi scorsi, anche l’IPCC e la National oceanic and atmospheric administration. L’ennesima conferma arriva ora dall’Organizzazione meteorologica mondiale, che nel suo Greenhouse gas bulletin annuale ha ribadito che «la quantità di gas serra nell’atmosfera ha raggiunto un nuovo livello record nel 2013, spinta da un’impennata dei livelli di anidride carbonica». Lo scorso anno, in particolare, la concentrazione di CO2 nell’atmosfera ha raggiunto a un livello «pari al 142% rispetto all’era preindustriale (il 1750), mentre metano e ossidi d’azoto sono stati rispettivamente al 253% e al 121%». Inoltre, il tenore di anidride carbonica è cresciuto molto più tra il 2012 e il 2013 che in ogni altro anno dal 1984 a oggi. Oltre all’aumento costante delle emissioni globali, la causa potrebbe essere in un ridotto assorbimento della CO2 atmosferica da parte della biosfera.  Quale che sia la causa, comunque, i meteorologi avvertono che il pericolo per gli equilibri climatici mondiali è serissimo, sottolineando la «ancor maggiore urgenza nella necessità di un’azione internazionale concertata contro mutamenti climatici potenzialmente devastanti e che stanno accelerando». Tornando ai dati, il bollettino annuale della World meteorological organization rivela che tra il 1990 e il 2013 si è registrato un incremento del 34% nel cosiddetto “forcing radiativo” (il cambiamento nella radiazione netta media alla sommità della troposfera causato da un cambiamento della radiazione solare o infrarossa, ndr), ovvero l’effetto di riscaldamento sul nostro clima – a causa di gas serra come anidride carbonica, metano e ossidi d’azoto.  Agli attuali tassi di incremento, la concentrazione atmosferica media della CO2 potrebbe superare la soglia “simbolica” delle 400 Parti per milione – indicata dagli scienziati come il limite da non oltrepassare per contenere l’aumento globale di temperatura entro i due gradi Centigradi – già tra il 2015 e il 2016. Il tempo stringe davvero.

Leggi il comunicato WMO (in inglese)

Scarica il Greenhouse gas bulletin della WMO

 

Fonte: ecodallecitta.it