I “Bambini delle Fate”: un nuovo modo di fare “sociale”

Di autismo si comincia, ormai, a parlare molto. Si sa poco, però. Si sa poco del problema, poco delle sue cause, delle sue molte forme e, soprattutto, pochissimo di come vivano le famiglie che si trovano ad affrontarlo. Perché in Italia le famiglie coinvolte sono sempre di più e si parla di un caso ogni 60 nuovi nati.9500-10255

Nella vita di Franco e Andrea Antonello l’autismo entra prepotentemente un giorno di qualche anno fa, quando Andrea ha due anni e mezzo, attraverso le parole di un medico. Autismo, la diagnosi. La famiglia viene travolta dalla forza di un terremoto, dice Franco. Un terremoto che non passa ma dura tutta la nostra vita e quella dei nostri figli, anche dopo di noi. Il colpo è fortissimo e la vita comincia a cambiare, a prendere una strada diversa, aprendo scenari e prospettive prima completamente sconosciuti. Franco inizia a rendersi conto di cosa sia l’universo del Sociale, dei suoi problemi, dei suoi punti deboli, cercando di elaborare nuove possibilità e soluzioni. Lui, imprenditore da sempre, non si capacità del fatto che si tratti di una realtà costretta a contare sulla carità della gente, sulle donazioni sporadiche quando ci sono, su modalità che, di fatto, non funzionano e non permettono di assicurare alle persone che ne hanno bisogno, il sostegno adeguato e continuativo necessario. Così, ha un’idea: coniugare la realtà di impresa a quella del Sociale per perseguire tre obiettivi fondamentali: aiutare l’inserimento delle persone autistiche, sostenere le loro famiglie attraverso progetti sul territorio, organizzare raccolte fondi per attivare i progetti di inclusione. Da questa intuizione, nel 2005 nasce a Castelfranco Veneto, la fondazione I Bambini delle Fate che aiuta, al momento, 44 tra Associazioni, Enti ed Ospedali in 12 Regioni: Veneto, Trentino Alto Adige, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Abruzzo, Lazio Puglia e Sicilia. Sono molti i progetti in Veneto: 4 in provincia di Treviso, 4 in provincia di Vicenza, 2 nel Padovano e 1 in provincia di Venezia. Nel solo 2016 sono stati distribuiti 1.930.000 euro. Le famiglie coinvolte ricevono i finanziamenti erogati dalla fondazione proprio attraverso quelle associazioni e strutture e, in questo modo, riescono ad avere accesso gratuito a terapie, trattamenti e percorsi riabilitativi che sarebbero altrimenti inaccessibili per via dei costi troppo alti. Franco e Andrea Antonello, che oggi ha 23 anni, hanno al loro attivo diversi libri scritti a quattro mani e viaggi in giro per il mondo

Incontriamo Franco Antonello

Che tipo di progetti finanzia l’Associazione I Bambini delle Fate?

Qualsiasi tipo di progetto che riguardi la disabilità infantile. Fino ad ora la maggior parte dei progetti sono relativi all’autismo ma semplicemente perché la fondazione nasce dall’esperienza di Andrea. Finanziamo qualsiasi progetto in questa direzione.

Perché è nata l’associazione?

E’ nata perché ho visto troppi gruppi e progetti, di solito formati dalle famiglie, non decollare per mancanza di fondi che non arrivano né dallo stato né dai comuni. Se arrivano lo fanno sotto forma di sms ma sono forme che non condivido. Noi lo  facciamo senza chiedere donazioni né versamenti una tantum.

In che modo l’associazione trova i finanziamenti?

La Fondazione realizza i suoi obiettivi attraverso il coinvolgimento delle imprese sul territorio dove si realizzano i progetti. Le aziende fanno versamenti costanti. In questo modo garantiscono sviluppo e continuità alle attività in corso oltre ad assumersi un fondamentale ruolo di responsabilità sociale, facendosi carico delle difficoltà del territorio in cui producono ricchezza.

Come è riuscito a coinvolgere gli imprenditori?

Tutte le persone sono disponibili ad aiutare. Il problema è che non si sa mai dove vadano a finire i contributi versati. Noi chiediamo agli imprenditori una quota mensile e ogni mese ci impegniamo a pubblicare, sui quotidiani che ci danno pagine a disposizione, tutte le informazioni relative all’uso di quei fondi. Ciascuno può verificare attraverso un numero di telefono in che modo sono stati impiegati i soldi. Rendiamo conto, quindi, di tutto ciò che ci viene dato, pubblicando i nomi dei ragazzi sostenuti, nomi e recapiti dei responsabili delle associazioni e degli enti che gestiscono i fondi erogati, una puntuale rendicontazione sull’utilizzo delle somme. Un Comitato Medico Scientifico, inoltre, supervisiona i progetti. Quindi, la trasparenza di ogni operazione è massima. Al momento le aziende che ci sostengono sono oltre 700 in tutta Italia, da Bolzano a Ragusa. Abbiamo in piedi 50 progetti. Sono un imprenditore da sempre e mi sono chiesto che cosa  vorrei sapere se donassi dei soldi. Quello che  vorrei è semplicemente trasparenza e serietà. E’ quello che chiede chiunque si impegni economicamente: sapere dove vanno a finire i propri soldi. Quello che sto facendo è cercare di portare la gestione di impresa nel Sociale. Ci sono fabbriche di qualsiasi genere di prodotto che fanno utili spaventosi mentre il Sociale ha bisogno di carità. Questo non va. Sono convinto che il nostro sia un modo efficace per sostenere le persone che ne hanno bisogno.

Se anche un privato volesse  aiutarvi?

Anche i privati possono dare il loro contributo attraverso l’iniziativa Sporcatevi Le Mani: la modalità è sempre attraverso donazioni mensili che aiutano bambini e ragazzi con autismo a crescere con percorsi personalizzati.

Quante famiglie vengono sostenute attraverso la Fondazione?

Al momento oltre 2000 famiglie in tutta Italia.

Come mai avete scelto questa modalità di “donazione continua”?

Il nostro obiettivo è realizzare insieme dei progetti che offrano soluzioni e benefici garantiti nel tempo. Qualche sporadica donazione non ci permetterebbe di mantenere questa promessa.

L’autismo è in aumento. Quali sono al momento i dati? E come mai, nonostante questo, se ne sa ancora così poco?

Ormai si parla di un caso ogni 60 nuovi nati. Il problema è che ci sono tante forme di autismo. Se ne parlerà sempre di più perché diventerà la piaga del secolo. Non se ne parla perché viviamo in una società che ci obbliga a guardare sempre avanti senza fermarci a guardare indietro e a chi si è perso. Fino a quando non ci tocca direttamente.

Qual è la difficoltà più grande che devono affrontare le famiglie?

Quando arriva un bambino con autismo in una famiglia è come se arrivasse un terremoto. Un terremoto che durerà tutta la tua vita e anche quella di tuo figlio quando non ci sarai più. Mi fa male vedere che chi ha le possibilità economiche si salva. Con le possibilità economiche, infatti, si possono migliorare molto le condizioni delle persone autistiche. Chi non ha i mezzi, invece, si trova ad affrontare problemi grandissimi. In Italia sono 400000 le famiglie che hanno a che fare con questo problema. La maggior parte di loro non ha le possibilità di accedere ai percorsi terapeutici e riabilitativi necessari.

Come si pensa al futuro?

Tutti i genitori pensano al “dopo di noi”. E mi fa profondamente male parlare di questo. Il “dopo di noi” significa centri o strutture, che una volta si chiamavano manicomi, in cui i ragazzi vengono sedati per calmarli o vengono usati metodi non sempre controllati per tenerli fermi. E’ inutile che si raccontino storie. Non voglio più parlare del futuro perché è una tragedia. Personalmente sono convinto che se ogni azienda donasse il suo contributo e se le persone donassero due ore alla settimana alle famiglie che ne hanno bisogno, la situazione sarebbe molto diversa. Si potrebbe iniziare a parlare, così, di un altro modo di pensare il futuro delle persone autistiche. Il “dopo di noi” deve cominciare da ognuno di noi perché non sarà certo lo Stato a pensarci. Deve cominciare dalla società dove ciascuno può fare qualcosa di concreto.

Che cos’è la Banca del Tempo Sociale?

E’ un progetto in cui mettiamo insieme, in un sistema molto organizzato, ragazzi delle scuole superiori con i ragazzi con disabilità. Troviamo per ogni ragazzo disabile tre amici che si impegnano con due ore settimanali a fargli compagnia. Partirà a marzo ma esiste già con la collaborazione di un centro per ragazzi disabili di Bolzano che si chiama Il Cerchio e con due scuole superiori. Tale esperienza fa si che gli alunni partecipanti possano ricevere crediti scolastici.

Lei e Andrea, nel 2010, avete fatto un lungo viaggio negli Stati Uniti e in America Latina a bordo di una moto. Perché? E che cosa è cambiato dopo?

Quello che è cambiato è la presa di coscienza di Andrea. Prima era chiuso nel suo mondo e non sapeva come uscirne. Adesso si è reso conto che anche lui può fare cose come viaggiare, incontrare tante persone e fare esperienze nuove. Adesso Andrea è completamente diverso rispetto a sette anni fa, quando abbiamo fatto il viaggio.  Nel film Forrest Gump si dice che la vita è come una scatola di cioccolatini e non puoi mai sapere quello che ti capita. Se ci tocca quello amaro è inutile restare troppo a piangere. Piangere va bene ma poi da lì si deve partire per andare avanti. Oltre a fare le cose che mi interessano e cioè i contratti con le aziende, ci prestiamo molto ai media perché non vogliamo parlare dell’autismo come problema. Non ci ascolterebbe nessuno se lo facessimo. Per questo ne stiamo parlando su una moto, facendo un viaggio, dal palco di una rockstar o cose simili.

Quali sono i prossimi progetti dell’Associazione I Bambini delle Fate?

Finanziare progetti come stiamo già facendo e portare in tutta Italia la Banca del Tempo. Altri progetti che riguardano la comunicazione sono, al momento, top secret. Abbiamo in previsione di girare un film tratto dal libro che uscirà nel 2018 con il fine di sensibilizzare le persone a capire il mondo dell’autismo.

Per chi volesse saperne di più:www.ibambinidellefate.it

Fonte: ilcambiamento.it

 

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Vivere basso, pensare alto: è tempo di scelte

Solitamente nella società attuale chi ha privilegi li vuole mantenere, chi ha sicurezze le vuole per sempre, chi ha il posto di lavoro sicuro lo benedice. Eppure ultimamente, sempre più spesso, c’è chi invece questi aspetti inizia a metterli in discussione e ad intraprendere percorsi diversi. E’ quello che ha fatto Andrea Strozzi, ex manager che ha lasciato un lavoro ben pagato per scegliere la dimensione dell’essere e del diventare anziché quella dell’avere. Andrea si racconta nel suo libro, “Vivere basso, pensare alto…o sarà crisi vera”.viverebassopensarealto

Sono sempre di più coloro che iniziano a mettere in discussione modelli considerati sacri dalla società, dai parenti, dagli amici, perfino dai mariti e dalle mogli, preoccupati che qualcosa di irreparabile, scandaloso possa accadere se qualcuno improvvisamente imbocca un’altra strada. Come se sprecare la propria vita non fosse già di per sé qualcosa di scandaloso. A volte mi sento obiettare negli incontri in giro per l’Italia, quando parlo di Simone Perotti o di persone che pur avendo grandi sicurezze le hanno volontariamente abbandonate, che per loro è stato facile cambiare, lasciare tutto, perché avevano i soldi, erano benestanti, eccetera, come se poi il resto degli italiani vivesse in grotte o facesse la fame. Non credo che sia così facile cambiare per chi ha forti sicurezze materiali, anzi normalmente chi ha tanto da perdere si tiene ben stretto quello che ha, privilegi, soldi, carriera, onori, rispetto a chi ha poco o nulla da perdere. Quindi per cambiare non c’entrano il censo, i soldi, le stellette ma si tratta di scegliere di vivere e non di sopravvivere, di pensare anche a figli e nipoti, a chi verrà dopo di noi senza fare il tragico calcolo per il quale l’importante è fare sempre e solo i propri interessi, come se il resto non ci riguardasse, come se gli altri fossero ininfluenti. Ma i nodi vengono al pettine materialmente e spiritualmente. Il sistema attuale, che prometteva mari e monti, fa acqua da tutte le parti. La gente è sempre meno convinta che un sistema dove vige la legge del più forte, dove se fai il furbo e freghi gli altri sei un eroe e magari vai anche dritto in parlamento, possa essere una vera strada da percorrere. Queste logiche ci stanno portando in vicoli ciechi, ci fanno fare vite senza senso dove tutto il bello dell’esistenza si perde in una controproducente guerra di tutti contro tutti. Ma c’è chi abbandona queste dinamiche, c’è chi lascia le sicurezze per percorrere strade meno battute ma più avventurose, chi preferisce pensare alto e vivere basso come diceva profeticamente il grande Thoreau. Ed è facendo queste scelte che ci si apre al nuovo, alla scoperta che non siamo nati per fare le comparse della nostra vita. Dobbiamo e possiamo esserne i protagonisti e per esserlo bisogna scegliere, bisogna cambiare. E si può farlo sia da single che con cinque figli, sia da disoccupati che da direttori d’azienda. Andrea Strozzi nel suo libro ci illustra i perché della sua scelta, del suo percorso, delle sue idee e del suo futuro. Ha smesso di stare chiuso in un grigio ufficio a fare cose che non gli interessavano più, deleterie per gli altri e il mondo, trattandosi di una banca di quelle che non hanno altro obiettivo che il tornaconto di chi le gestisce. Ha rifiutato il sogno di tanti italiani, il mitico posto in banca, i privilegi, i soldi, le sicurezze, la carriera, i bonus, per invece costruirsi un suo sogno fatto di cose autentiche e semplici che danno sicurezza all’anima più che al portafoglio. Andrea sa bene che se ci si dà da fare, se si crede in quello che si fa, se si collabora con gli altri invece di pensare solo a se stessi come la società insegna, di sicuro di fame non si muore. E’ così fiducioso e speranzoso nelle capacità umane, che dopo essersi licenziato dalla banca ha deciso assieme alla moglie di avere un figlio. Senza lavoro tradizionale, senza “sicurezze”, la sua potrebbe essere una scelta di padre snaturato e invece la libertà e la prospettiva che si è dato sono il migliore regalo e il miglior gesto di attenzione che potesse fare verso chi arriverà. Nel libro Andrea ci dà importanti indicazioni per come felicemente vivere basso e pensare alto, così in alto che da lì si riesce a Pensare anche come le Montagne.

Andrea Strozzi sostiene Il Cambiamento: ascolta il suo videomessaggio

Fonte: ilcambiamento.it

Le api in musica e sul palco: anche così ci si salva la vita

Loro sono dei cantastorie, attori appassionati, impegnati in un lavoro di informazione dal basso, di grande impegno sociale. Andrea Pierdicca e Enzo Monteverde portano per tutta l’Italia due spettacoli teatrali e hanno anche diffuso un video per spiegare a tutti che salvando le api salviamo anche noi stessi.cantico_delle_api

«Attraverso gli spettacoli teatrali “La solitudine dell’ape” e “Il cantico delle api” e adesso anche con il video “La zappa sui piedi”, prossimamente con altre clip video, cerchiamo di dare alcuni strumenti alle persone in un modo diretto e fuori dai soliti schemi informativi». Andrea ed Enzo ce la mettono veramente tutta e sono bravi. “Il cantico delle api” è una narrazione musicale(orchestrata da Antonio Tancredi, luci di Federico Canibus) che attraversa piccoli spazi, piazze secondarie, cercando una rete alternativa ai teatri convenzionali, sulla via dei quasi estinti cantastorie, restituendo una storia in cui tutti siamo coinvolti. L’obiettivo di questo spettacolo è quello di sostenere le api e gli apicoltori nella lotta contro i pesticidi: nemici moderni e letali. Una voce, una fisarmonica e cinque faretti che ricreano le atmosfere della ribalta di un vecchio teatro e magari salgono a bordo dei treni regionali con una storia importante da raccontare. È un teatro “biologico” in cui le api, che «..trasportano parole d’amore da un fiore all’altro….», rappresentano i fili che legano insieme il passato con il presente indicandoci, con la loro esemplarità, la strada per l’avvenire. «La moria delle api è un problema che riguarda tutti – dicono Enzo e Andrea – Il loro declino ci avvisa che la vita su questo pianeta è in pericolo. Vita che dipende soprattutto da quel “proletariato invisibile” costituito da piante, insetti, vermi, funghi, muffe, microrganismi e api. È ormai accertato che i neonicotinoidi, nuove molecole sistemiche usate in agricoltura, sono la causa principale della morte delle api. L’uso di questi pesticidi rimanda ad un modo di coltivare che è cambiato, soprattutto negli ultimi trent’anni, e che si lega alle nostre scelte alimentari. Ecco perché la morte delle api ci riguarda. Le nostre scelte hanno la capacità di determinare il futuro delle generazioni a venire e della vita di questo pianeta. Questo viaggio prosegue grazie al calore e al sostegno di chi ci accoglie. La narrazione è stata ospitata in piazze, borghi, feste popolari, cascine, castelli, chiese sconsacrate, circoli culturali, sale conferenze».

Scarica la presentazione dello spettacolo e la locandina.

Tutti possono organizzare una rappresentazione sul proprio territorio. Scarica la scheda tecnica per sapere cosa serve.

Contatta:

Andrea Pierdicca: 3381045719

Enzo Monteverde: 3292318272

e-mail: canticodelleapi@gmail.com

 

fonte: ilcambiamento.it

«Ecco perché ho scelto la sostenibilità, la decrescita e la bioeconomia»

Lui, Andrea Strozzi, ha lasciato un lavoro sicuro in ambito economico e ha accolto una vita intera di nuove opportunità scegliendo di provare ad essere una persona “sostenibile”. La sfida è di quelle decisive, di quelle che fanno mancare il fiato un attimo prima di spiccare il volo, di compiere il balzo. Ma poi cosa vorrà mai dire essere una “persona sostenibile”?bioeconomia_decrescita

Quanti di noi hanno pensato almeno una volta che è arrivato il momento di cambiare, che non si può vivere stritolati dall’urgenza di lavorare-guadagnare-consumare, che il tempo di vita non viene vissuto ma calpestato? Quanti di noi desiderano prendersi respiro, guardarsi intorno, comprendere a fondo ogni minuto dell’esistenza per farlo nostro e condivisibile con chi amiamo? Quanti di noi hanno già capito che i ritmi di oggi, i meccanismi dell’oggi, gli slogan della crescita a ogni costo, del consumismo a prescindere non funzionano e non fanno che lacerarci distogliendoci da altro, più importante? Anche Andrea si è posto un sacco di domande, poi ha preso la sua decisione. Ascoltiamolo, perché è tempo ben speso.

Andrea, tu parli della necessità di arrivare ad un’idea di economia che pensi al benessere delle persone da realizzarsi non con i soli beni materiali da accumulare e moltiplicare, ma con qualcosa d’altro che nutra corpo e spirito in una visione non semplicemente e unicamente utilitaristica. Lo insegni e lo spieghi nei tuoi corsi: come realizzarla, allora, questa utopia?

«Innanzitutto, al posto della parola “utopia”, che evoca di per sé orizzonti quasi sempre irraggiungibili, preferirei usare la parola “possibilità”. O, ancor meglio, parlerei di inevitabile opportunità. La bioeconomia, di cui curiosamente quasi nessuno parla (almeno sui circuiti mainstream), è una disciplina perfettamente integrata e dalle enormi potenzialità applicative, che fu introdotta negli anni Settanta da Nicholas Georgescu-Roegen, una di quelle personalità di cui ci fa dono la Vita e che, per la vastità dei temi che seppe trattare e per il tasso di innovazione delle sue proposte, risulta poi difficile incasellare in un ambito professionale univoco. Lui fu infatti un economista, un sociologo, un biologo, un filosofo e oggi, a distanza di vent’anni esatti dalla sua morte, possiamo certamente dire che non gli venne mai riconosciuto il Nobel, soltanto per la “scomodità” delle sue teorie. Che, chiariamolo fin da subito, quanto a completezza e robustezza dottrinaria, non hanno nulla da invidiare ai modelli economici classici che, in vigore da oltre due secoli, ci hanno condotto allo stato in cui siamo. Ma vengo alla tua domanda. In base all’approccio bioeconomico, ogni processo produttivo è in tutto e per tutto concepito e trattato come un fenomeno naturale, proprio in considerazione delle sue inevitabili ripercussioni sull’ambiente circostante. Già da qui si capisce come si tratti di un approccio rivoluzionario, in quanto per la prima volta l’ecosistema non viene considerato come un “sottoinsieme” dell’economia, cioè un serbatoio da cui attingere risorse, ma è esattamente il contrario: in una visione olistica della fenomenologia umana, l’economia non è che una declinazione – per certi aspetti marginale – di un disegno assai più vasto, che ha nel benessere delle persone il suo fine ultimo. Una concezione diametralmente opposta a quella della cultura dominante, che vede invece nell’economia il mezzo e, soprattutto, il fine dell’attività umana. Con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Tra l’altro, se ci pensiamo, il prefisso “bio” viene ormai applicato a tutto: bioagricoltura, bioarchitettura, bioedilizia, bioregionalismo, biodiversità, biocarburanti, biodegradabilità, biodinamica, bioetica… per citare solo i primi che mi vengono in mente. Ma di bioeconomia finora non ne parla praticamente nessuno. Quando invece c’è lì, bello a disposizione, un intero modello già pronto e applicabile, al quale si tratterebbe solo di togliere qualche ragnatela, insegnarlo nelle scuole, nelle università e alle imprese».

Che senso ha andarsi a cercare una crescita esasperata e forsennata in nuovi mercati (ma nuovi dove?) per nuovi e più esasperati consumi? Ma se ha poco o niente senso, perché l’economia “convenzionale” e maggioritaria continua pervicacemente a intontirci con questo mantra?

«La risposta te la sei già data tu: non ha alcun senso, infatti. La schizofrenica ricerca di nuovi mercati in ogni zona del globo non sta facendo altro, a mio avviso, che certificare l’ormai imminente epilogo – almeno in Occidente – di questa “esperienza organizzativa umana” che ha avuto nome capitalismo. Questa rigida applicazione dell’economia, che dal 1989 ha definitivamente perso ogni contrappeso storico, ha infatti continuamente bisogno, per perpetuarsi, di una cosa sola: il consumismo. Ma, come tutte le cose inventate dall’uomo, anche il capitalismo ha un periodo di sopravvivenza limitato. Due secoli? Forse tre. Ad ogni modo, la favoletta è prima o poi destinata a finire. Le risorse vengono man mano esaurite. Prima quelle naturali, poi quelle monetarie e, da ultimo, quelle umane: le persone. Che, quando si rendono finalmente conto di cosa sia realmente importante per il loro benessere, perdono spinta, entusiasmo, motivazione. E cercano altro. Tornano cioè al significato originario del termine “economia”, che è “amministrazione dei beni domestici”».

Proviamo a essere massimamente concreti e pratici: supponiamo che io voglia da domani iniziare a condurre una esistenza quotidiana improntata alla bioeconomia, alla resilienza, alla sostenibilità, all’anticonsumismo. Disegnami una geografia possibile, dammi latitudine e longitudine, mettimi in condizione di fare un programma per ingranare la marcia.

«Massima concretezza: prendi un foglio di carta, una matita e fai sette colonne, una per ogni giorno della settimana. Poi ogni sera, sulla colonna di quel giorno, elenchi tutte le cose che hai fatto e che hanno sprecato energia. Per “sprecato” intendo che avresti potuto farle ugualmente, ma con un dispendio di energia inferiore. Alla domenica sera, prendi in mano il foglio e fai un cerchio intorno ai cinque sprechi maggiori. Vai a lavorare tutti i giorni in auto, quando c’è magari una combinazione di mezzi pubblici che – alzandoti qualche minuto prima – ti consentirebbe ugualmente di raggiungere il lavoro? Acquisti prodotti alimentari che, pur coltivabili nelle tue zone, provengono invece da molto lontano? Per conversare con i tuoi amici, anziché andare ogni tanto a trovarli, scrivi in continuazione mail, usando smartphone, tablet e ogni altra diavoleria high-tech? Hai fatto il weekend al mare, in montagna, o in una città d’arte? Sono alcuni comunissimi esempi che possono essere facilmente rimodulabili in chiave bioeconomica. Ovvio che, non essendo nessuno di noi nato ieri, sappiamo benissimo che molto spesso abbiamo i minuti contati, che non possiamo permetterci di prendere l’autobus mezz’ora prima, che è molto più comodo acquistare l’insalata già pulita e lavata nella busta di plastica al supermercato, che cliccare “I like” sulla pagina Facebook di un nostro amico è molto più sbrigativo che telefonargli o fargli visita di persona, e che ogni tanto, nel fine settimana, è sacrosanto cambiare aria e distrarsi un po’. Tutto vero. Ma chiediamoci allora: perché siamo sempre a corto di tempo? Per quale motivo il tempo sembra essere ormai diventato la risorsa più preziosa di tutte? Perché, allora, lo sacrifichiamo per concederci tutte queste distrazioni, tutte quelle comodità energivore? Se a detta di tutti il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo, perché dissiparlo così miseramente? In nome di che cosa? Ah, già! In nome di quei soldi che, lavorando, guadagniamo e che ci consentono poi di avere l’auto per andare al lavoro, di avere l’ultimo modello di iPhone, di fare il weekend a Lisbona. Il cerchio si è chiuso: consumiamo soldi ed energia per poter consumare altri soldi ed altra energia. Tutto questo, con quella valuta internazionale che si chiama “tempo”. Una curiosità: tra la sue molteplici risultanze, il modello bioeconomico ha previsto una interessante formulazione del concetto di benessere. Pur essendo io per primo scettico sulla possibilità di codificare in una formula un qualcosa di così soggettivo come la percezione del benessere, è interessante notare come due dei tre principali “ingredienti” di questa formula siano aspetti che non hanno nulla a che fare con il paradigma utilitaristico neoclassico. Tornando al foglio di carta, dunque, dopo aver spuntato le attività a maggior assorbimento energetico, occorre mettersi una mano sul cuore, l’altra mano sul portafoglio e trovare il coraggio di domandarsi: quali di queste attività mi servono soltanto per “finanziarne altre”, senza che mi procurino alcun beneficio diretto? Quali di queste “coppie” di attività, dunque, potrei definitivamente eliminare dalla mia agenda esistenziale? O, almeno, sostituire con altre a minore impatto?»

Ma soprattutto: perché cambiare? Perché lasciarci alle spalle uno status quo che ci fa arrabbiare ma ci dà sicurezza, che ci frustra ma ci fa sognare di poter avere tante cose, che ci condanna alla schiavitù ma che accettiamo come inesorabile e senza alternative? Cosa possiamo immaginare al di là?

«Per rispondere a questa domanda, non posso che attingere alla mia esperienza personale. E’ vero: prima di cambiare, si è letteralmente lacerati dal terrore dell’incertezza. Cosa potrà mai accadermi, là fuori? Con una efficacissima metafora, Max Weber parlava di “gabbia d’acciaio”: questo sistema ci tiene astutamente sotto chiave, segregati in una prigione apparentemente blindata, le cui sbarre sono essenzialmente fatte di convenzioni, certezze, premure, seduzioni, ammiccamenti. Quando si è fuori, però, succedono cose che non è per niente facile trasmettere. Per certi aspetti, è come… nascere una seconda volta. Si dice che i neonati, quando vengono al mondo, piangano soprattutto per il dolore causato dall’espansione di un’altra gabbia, quella toracica, e dall’utilizzo per la prima volta dell’apparato respiratorio, che viene infatti “inaugurato” proprio in quel frangente. Ecco: cambiare davvero, abbandonare quello status quo, all’apparenza così confortevole e rassicurante, è esattamente la stessa cosa: subito piangi, ma un attimo dopo ti rendi conto che quella gabbia non si trovava in realtà “fuori”, ma era “dentro” di te. Così, attivi risorse che nemmeno immaginavi di possedere, scopri attitudini e ambizioni nuove. Gli ostacoli e le incertezze vengono affrontate con strumenti diversi. Un esempio concreto? Come anticipai circa un anno fa in un’intervista rilasciata a questo giornale, ho scelto il percorso che, compatibilmente alle nostre esigenze famigliari, sentivo che potesse fare per me. Questo ha inevitabilmente comportato alcune rinunce, sia in termini di abitudini quotidiane che di… gestione dell’incredulità, diciamo così. Ma oggi mi ritrovo al centro di una dimensione che mi consente di valorizzare a pieno le mie attitudini e di potenziare le mie responsabilità, sia verso me stesso che verso gli altri. Anche attraverso il mio blog Low Living High Thinking, sto mettendo anni di studi e di esperienze altamente qualificanti a disposizione di una diversa prospettiva con cui guardare al futuro. E la bioeconomia è l’anello di congiunzione perfetto: per questo, con gli amici di PAEA e del PER, abbiamo organizzato questo corso. Cosa c’è allora “al di là”, mi chiedi. Se dovessi sintetizzarlo in una parola, direi che c’è la congruenza. Cioè quell’allineamento del corpo e della mente che, come diceva Carl Rogers, “ci consente di vivere pienamente in accordo con noi stessi, potendo esprimere i nostri bisogni, i nostri desideri, i nostri sentimenti e far sì che tutto ciò che dicono il nostro atteggiamento e le nostre parole sia espressione del nostro pensiero e delle nostre emozioni”.»

Fonte: ilcambiamento.it

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