Brasile, l’Amazzonia strappata alle sue tribù

In Brasile orde di taglialegna invadono la foresta dei Kawahiva incontattatiI, che sono costretti a vivere in fuga, spostandosi di accampamento in accampamento, per fuggire dagli intrusi presenti nella loro terra. L’appello di Survival International.9405-10137

Ondate di taglialegna stanno invadendo il territorio di uno dei popoli più vulnerabili del pianeta. Sono gli ultimi Kawahiva, i sopravvissuti di una tribù più grande i cui membri sono stati uccisi o sono morti per malattie. Lo fa sapere Survival International che lancia un appello perchè associazioni e cittadini facciano sentire la loro protesta presso le autorità brasiliane.

«Di recente i funzionari del FUNAI, il Dipartimento agli Affari Indigeni del Brasile, hanno fermato un gruppo di taglialegna – spiega Survival – Ma poiché questi hanno il sostegno dei politici locali e i funzionari del FUNAI non hanno il potere di arrestare i sospetti, gli uomini sono stati rilasciati. Da allora nel territorio sono arrivate altre ondate di taglialegna. La crisi ha fatto crescere la preoccupazione tra gli attivisti, che temono che la tribù e la sua foresta ancestrale vengano completamente distrutte».

I funzionari del FUNAI lavorano in molte aree del Brasile per proteggere i territori indigeni da taglialegna e altre minacce.

Nell’aprile 2016, il Ministro della Giustizia brasiliano aveva firmato il decreto per creare un territorio indigeno protetto nella terra della tribù e tenere fuori taglialegna e altri estranei. «È stato un importante passo avanti per le terre e le vite dei Kawahiva, arrivato a seguito delle pressioni esercitate da tutto il mondo dai sostenitori di Survival. Il decreto, però, non è stato ancora adeguatamente implementato e oggi il piccolo team che sta lavorando sul campo per proteggere il territorio rischia di subire gravi tagli al suo budget».

«I Kawahiva sono in trappola. Se ci sarà un contatto, per loro sarà devastante. L’unico modo per garantire la loro sopravvivenza è mappare la loro terra e istituire una squadra di protezione permanente del territorio» ha dichiarato Jair Candor, un funzionario esperto del FUNAI. «Altrimenti saranno relegati ai libri di storia, proprio come tanti altri popoli indigeni di questa regione».

«Il Brasile si è impegnato a proteggere la terra dei Kawahiva in aprile, ma il governo si mostra recalcitrante e si rischia una crisi umanitaria urgente e terribile» ha commentato oggi Stephen Corry, Direttore generale di Survival. «La terra dei Kawahiva è ancora invasa e la loro foresta viene ancora distrutta. È arrivato il momento che il Brasile intervenga come promesso, prima che sia completato il genocidio di un intero popolo».

Il premio Oscar Mark Rylance ha prestato la sua voce per narrare un video che denuncia la difficile situazione della tribù.

Fonte: ilcambiamento.it

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La torre in Amazzonia per misurare i cambiamenti climatici – foto e video

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Ideata nel 2009, è stata inaugurata in questo mese di agosto 2015 in Amazzonia una particolarissima torre costruita nel corso degli ultimi 11 mesi. Si tratta della Amazon Tall Tower Observatory (in portoghese Observatório de Torre Alta da Amazônia), una struttura alta ben 325 metri – qualcuno in più della Torre Eiffel – che si trova nel bel mezzo della foresta amazzonica, ad oltre 150km dai più vicini insediamenti umani. Sfruttando la sua posizione ideale, al di sopra della foresta e senza interferenze “urbane”, la torre permetterà di raccogliere numerose informazioni per poter analizzare e valutare il cambiamento climatico globale. La torre di osservazione si trova a 160km dalla città di Manaus. In alto alcune foto scattate nella giornata dell’inaugurazione, in basso il video di presentazione con le parole di uno dei responsabili dell’interessante progetto.

https://youtu.be/a5e_CGdD8H0

Fonte: ecoblog.it

Michel, da Como al Perù per salvare l’Amazzonia

Michel, a poco più di vent’anni, ha lasciato l’Italia per trasferirsi in Sud America e combattere contro la deforestazione e la monocoltura. Oggi ha 33 anni; in Perù ha fondato una Ong con cui porta avanti il suo progetto e ha dato corpo e voce a ciò in cui crede. E ci racconta la sua storia.4

Michel, classe ‘82, nato a Cantù, una laurea in Ingegneria Ambientale al Politecnico di Milano, da 10 anni vive in Sud America per inseguire un sogno: attuare un modello di sviluppo sostenibile nella regione amazzonica, per permettere alle comunità presenti di coesistere con l’ecosistema forestale senza trasformarlo in una vasta monocoltura agricola. Oggi, dopo aver viaggiato, studiato e lavorato in Costa Rica, Nicaragua e Perù, vive a Madre de Dios, nell’amazzonia peruviana, dove ha fondato una Ong locale – ArBio – con cui porta avanti il suo progetto di preservazione dell’ecosistema forestale.

Michel come è iniziato il tuo viaggio in America Latina?

«Tutto è cominciato con il corso di studi in Ingegnieria Ambientale e dalla possibilità di partecipare a un programma di cooperazione internazionale tra atenei, che mi ha permesso di studiare un semestre Ingegneria Forestale a Santiago del Cile. Avevo 21 anni, non sapevo lo spagnolo, ma ho pensato che non poteva essere così difficile e mi sono tuffato. In Cile ho scoperto la differenza tra l’insegnamento accademico italiano, molto teorico, e quello latinoamericano, dove gli esami si fanno camminando nella foresta con il prof che ti chiede i nomi di flora e fauna che si presentano lungo il cammino. Questo mi ha permesso di trasformare la teoria in pratica, di trasformare lo studio nella mia vita e nel mio lavoro».

Cos’è successo da lì in poi?

«Finita l’università partii subito per la Costa Rica, un’eccellenza a livello mondiale sulle politiche ambientali. Un Paese che dal 1946 ha abolito l’esercito per destinare i fondi militari all’educazione e alla sanità pubblica e che già oggi, grazie alle sue politiche ambientali, si può definire a “emissioni zero”. E’ il primo e unico Paese al mondo a non contribuire all’effetto serra. Questa esperienza mi ha insegnato tanto sulla gestione delle politiche ambientali a livello internazionale e su come funzionino le grandi Ong. E a questo punto non sono più riuscito a tornare indietro. La decisione è stata ovvia sia dal punto di vista etico che lavorativo: sono un ingegnere senza lavoro, con maestria in gestione e conservazione della foresta tropicale, e con una foresta amazzonica a fianco, che faccio? Così, insieme alla mia compagna di allora, Tatiana, anche lei ingegnere ambientale, e a Rocio, un’ingegnere dell’industria alimentare, abbiamo deciso di creare qualcosa di nostro, e così è nato ArBio».

Di cosa si tratta?

«ArBio è una Ong che vuole opporsi alla monocoltura intensiva proponendo e sviluppando un modello di Conservazione Produttiva: un metodo che permette di conservare e valorizzare l’ecosistema, mantenendo l’architettura della foresta e, al contempo, generare benessere per le comunità che vi vivono, coltivando specie produttive. Questo modello si chiama Forestería Analoga: un sistema di agricoltura che promuove la resilienza, rispetta l’ecosistema forestale e garantisce reddito e sostentamento alle comunità che vi abitano».

Perché proprio nella regione di Madre de Dios?

«Perché in questa regione è stata da poco terminata una superstrada: la Superstrada Interoceanica che parte dalla costa pacifica del Perù e scende nella regione amazzonica fino alle coste atlantiche del Brasile. Questa strada ha sicuramente aiutato a migliorare la qualità della vita della popolazione locale ma al tempo stesso ha portato con sé il classico sistema di sviluppo e uso del territorio che prevede deforestazione, incendi massivi, monocolture e allevamenti bovini estensivi. Oggi in Brasile guidando lungo la stessa superstrada, la foresta non si vede più: in soli venti anni sono stati rasi al suolo 50 km di foresta a destra e 50 km a sinistra dalla superstrada. Questo mi ha fatto scattare l’idea: in Perù la superstrada è ancora nuova e quindi è ancora possibile intervenire per fermare la deforestazione. Madre de Dios inoltre è una delle uniche zone al mondo che ancora possiede comunità indigene pristine. La metà della regione è sotto l’egida di parco nazionale, riserva territoriale delle comunità indigene destinata alla conservazione assoluta. Ma cosa fare con l’altra metà? Un territorio grande come la Svizzera, che non è protetto in nessun modo e che, se lasciato a se stesso, si trasformerà in monocoltura o terra di allevamento, cosa inammissibile per moltissime ragioni: la quantità di CO2 che attualmente è immagazzinata in forma solida e che verrebbe bruciata, la quantità di biodiversità che si perderebbe, l’importanza che ha il manto forestale nella preservazione del suolo e della sua fertilità».

Come si svolgono le tue giornate?

«In genere per tre settimane al mese vivo in città a Puerto Maldonado, dove svolgo più o meno lavoro d’ufficio, autogestito. Per una settimana poi mi trasferisco nella foresta e qui il mio lavoro varia dal pattugliare ad aprire sentieri, dal costruire o installare fototrappole al coltivare l’orto dal pulire al sistemare il campo e molto altro ancora. Si tratta comunque di uno stile di vita molto diverso da quello cui si è abituati».

Cosa intendi?

«La nostra è una vita sobria, molto diversa da quella “tradizionale”. Cambia la maniera di vedere le cose, qui una cosa mezza rotta non è ancora rotta e quindi si continua a usare e poi si cerca di aggiustarla e, soprattutto, cambia il modo di relazionarsi con le persone, qui le relazioni, la comunità, i rapporti anche con gli sconosciuti hanno un immenso valore. Sicuramente ho molte libertà e molto tempo. Dal 2006 non ho neanche la televisione e adesso non sopporto nemmeno i 4 secondi di pubblicità di youtube. A volte però mi sento fuori dalla società, intesa sia come possibilità di andare al cinema, al teatro, al centro sociale, in discoteca, in libreria, a un concerto o via dicendo, sia come presenza di infrastrutture, trasporto pubblico, rete fognaria, eccetera».

Com’è vivere dedicando il proprio tempo alle proprie passioni, ai propri sogni, alla natura?

«È bello. Sono orgoglioso di quello che faccio, e non è sempre facile esserlo. Certo, vorrei che il mio lavoro mi permettesse una vita più decorosa in termini di guadagni e più gratificante in termini di riscontri, ma sono sicuro che prima o poi la gente capirà l’importanza di quello che facciamo».

Come si può dare una mano?

«Adottando un pezzo di foresta! Diecimila metri quadri si possono proteggere con 30 euro all’anno, 2,5 euro al mese. E’ il costo stimato per coprire le spese per il custode forestale, la manutenzione basica delle stazioni di vigilanza (cucina e acqua potabile), il monitoraggio e gli investimenti in ricerca. Oppure si può donare a ArBio il 5 per mille. O ancora, decidere di proteggere una foresta come azienda, associazione o ente. E infine, nel caso delle aziende, si può decidere di fare un Life Cycle Assessment (valutazione del ciclo di vita, conosciuto anche con la sigla LCA, ndr) dei propri prodotti con Demetra. Oppure potete sempre venire a trovarci! Chi ha adottato un ettaro di foresta può venire a vederlo quando vuole: l’alloggio al campo base è gratuito, viaggio e vitto no. Per chi invece volesse venire a darci una mano o a imparare il mestiere il momento migliore è da ottobre in poi. L’inizio della stagione delle piogge è, infatti, il periodo in cui si pianta, prima non c’è tanto da fare. Dall’anno prossimo invece le possibilità aumenteranno: stiamo mettendo in piedi una fattoria didattica per la popolazione regionale e stiamo pensando a una casetta dove far alloggiare i volontari».

Come vedi l’Italia da laggiù?

«Una tartaruga gigante che si muove a rilento, con un sacco di molecole che stanno ribollendo di attività interna ma con un guscio duro di vecchie e corrotte abitudini che ancora oggi non si riesce a spezzare».

Cosa consigli a chi vorrebbe molare tutto e cambiare vita?

«Cambiatela. Come paracadute, potete sempre tornare a quella vecchia, che non sarà ovviamente la stessa, ma meno male. Per questo volete cambiare, no?».

FB: https://www.facebook.com/arbioperu?fref=ts

Web: http://www.italiano.arbioperu.org/

Fonte: ilcambiamento,it

Amazzonia: ucciso Edwin Chota, il più popolare attivista peruviano

Da anni l’avvocato indio della comunità Ashaninka si batteva per la protezione delle foreste e contro il narcotraffico.

Edwin Chota, 54 anni, il più popolare attivista peruviano, impegnato da anni nella lotta contro il disboscamento della Foresta Amazzonica e contro il traffico di droga, è stato ucciso a colpi di fucile lo scorso 1° settembre, insieme a altri tre uomini. L’indigeno era un avvocato e combatteva legalmente contro la corruzione che favorisce i taglialegna fornendo i permessi che permettono loro di abbattere gli alberi e sostituirli con i terreni agricoli. Appartenente alla comunità degli Ashaninka che vive nella zona dell’Alto Tamaya, Chota aveva intrapreso un viaggio insieme ad altri tre attivisti per unirsi a altri gruppi e comunità che lottano contro il disboscamento dell’area. Dopo avere incontrato gli altri attivisti, sulla strada del ritorno Chota, Jorge Rìos PerezLeoncio Quinticima Mendez e Francisco Pinedo si sono imbattuti in un gruppo di taglialegna o trafficanti di droga che li hanno uccisi a colpi di fucile. Le moglie dei quattro uomini uccisi hanno iniziato un viaggio all’interno della foresta per raggiungere Pucallapa e chiedere giustizia. Patricia Balbuena, viceministro per gli Affari Culturali ha assicurato che verrà aperta un’indagine per individuare i responsabili del duplice omicidio. Il leader aveva ricevuto numerose minacce per il suo impegno ecologista, ma le sue istanze non hanno mai ottenuto appoggio dalle istituzioni, anche a causa dei legami fra politici corrotti e trafficanti di legname e droga. A partire dal 2012, il taglio illegale della legna ha avuto un nuovo e potente impulso e per le sue lotte Chota era spesso stato paragonato a Chico Mendes, l’attivista che si batteva per la difesa delle foreste e che nel 1988, all’età di 44 anni, fu assassinato da un gruppo armato al soldo dei trafficanti di legname. Una storia che, purtroppo, si è ripetuta e si ripete troppo spesso.

Brazil's Controversial Belo Monte Dam Project To Displace Thousands in Amazon

 

Fonte:  La Republica

© Foto Getty Images

Amazon Gold, i cercatori d’oro che devastano le foreste dell’Amazzonia

Il disboscamento e l’utilizzo del mercurio nella ricerca dell’oro stanno compromettendo l’ecosistema del Perù amazzonico

Il disboscamento dell’Amazzonia ha ricominciato a correre dopo il rallentamento degli ultimi anni, ma non è soltanto il traffico illegale di legname a insidiare il “polmone della Terra”. Amazon Gold, documentario inserito nel Concorso Internazionale One Hour di Cinemambiente 2014, porta alla luce l’altra ragione del disboscamento e dell’inquinamento di una delle zone più selvagge della Terra: l’oro. Ogni giorno nel rio Madre de Dios (che nasce sulle alture andine per buttarsi nel Beni affluente del Madeira, a sua volta affluente del Rio delle Amazzoni) vengono estratti 100mila dollari di oro. Un guadagno che ha un costo ecologico altissimo visto che per produrre la quantità necessaria per un anello d’oro occorre setacciare 250 tonnellate di terra. E per scandagliare questa quantità di terra occorre disboscare, allagare e scandagliare interi tratti di foresta. Il regista Reuben Aaronson (già collaboratore di Terrence Malick) si è recato nell’Amazzonia peruviana insieme a due reporter di guerra, Ron Haviv e Donovan Webster, e al biologo Enrique Ortiz, per indagare su questo traffico. E ha scoperto che il commercio dell’oro – a differenza di tanti altri scempi compiuti su vasta scala – è una devastazione dal basso che coinvolge le fasce povere della popolazione disposte a pagare un prezzo altissimo al ritorno economico garantito dalla raccolta del prezioso metallo. Nell’estrazione dell’oro, infatti, vengono utilizzate grandi quantità di mercurio, un metallo che facilita la separazione dell’oro, ma che risulta altamente tossico per chiunque lo maneggi. Il disboscamento su larga scala e le buche scavate per trovare l’oro sono un mix letale per l’ambiente: la foresta impiegherà 300-500 anni a ricreare l’ecosistema distrutto in pochi giorni di lavoro, mentre i veleni sversati nelle acque finiscono nel ciclo alimentare e in quello dell’acqua. Negli esami condotti sugli abitanti di Puerto Maldonado sono stati riscontrati tassi di mercurio di tre volte superiori al limite consentito. Su un piatto della bilancia c’è la salute, sull’altro i guadagni dell’oro il cui valore è letteralmente esploso in epoca di crisi, passando dai 250 dollari all’oncia del 2001 ai 1600 dollari all’oncia del 2013. Gli sbancamenti e l’utilizzo dell’acqua nell’attività estrattiva hanno completamente devastato la città di Huaypetue costringendola a spostarsi, a trasformarsi, in questa terra desolata che erode la più importante area termoregolatrice del mondo. Dopo migliaia di chilometri, la corsa delle acque dolci del Madre di Dios termina nell’Oceano Atlantico ed è lì che finisce il mercurio. L’inferno di Hyeronimus Bosch evocato dal biologo Ortiz nel documentario è di casa a a Puerto Maldonado e dintorni e il patto con il diavolo ha un’unica moneta di scambio, la più antica di tutte, l’oro.Immagine21-620x342

Foto | Amazon Gold

Fonte: ecoblog.it