L’Alveare che dice Sì!: in un anno +157% di utenti registrati e aumentato del 140% il fatturato dei produttori

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L’Alveare che dice Sì!, la startup che unisce tecnologia e agricoltura sostenibile, festeggia oggi il secondo compleanno con 52.000 utenti registrati (+157% rispetto al 2016). Gli Alveari che in Italia permettono di vendere e comprare prodotti locali e genuini salgono a 161; ogni mese vengono effettuati oltre 6.000 ordini tramite piattaforma o app mobile (+152% rispetto al 2016) e i produttori registrano un fatturato totale di 1.300.000 euro. A Milano la prima gestrice che riesce a “vivere di Alveare” con un vero e proprio stipendio.

Comoda, innovativa e a Km0: la spesa degli italiani è sempre più green e a dimostrarlo sono i numeri con cui L’Alveare che dice Sì!, la startup che unisce tecnologia e agricoltura sostenibile, festeggia il suo secondo compleanno. Aumentano infatti del 157% i membri iscritti sulla piattaforma dei Gruppi di Acquisto 2.0 che consente di vendere e comprare i prodotti locali utilizzando il web.

La community si allarga: 52.000 utenti registrati (+157%)

Eccezionale l’aumento di utenti della community de L’Alveare che dice Sì! che sulla piattaforma vendono o comprano i prodotti a Km0: in un solo anno le iscrizioni sono passate da 20.173 a 52.000. In particolare, i produttori che partecipano al progetto sono triplicati, passando dai 392 di fine 2016 ai 1.200 con cui Alveare festeggia il secondo anno in Italia.

Crescono gli Alveari in Italia (+39%): Lombardia regione più virtuosa

Sono 161 gli Alveari nati su tutto il territorio italiano in soli 2 anni: nel 2017 si è registrata una crescita pari al 39% rispetto al 2016. La regione più virtuosa e più attenta alla valorizzazione dei prodotti a Km0 si conferma la Lombardia, dove sono presenti ben 50 Alveari, di cui 16 a Milano, con 325 produttori coinvolti e 20.000 iscritti al portale. Sul podio salgono anche Piemonte, con 46 Alveari (di cui 18 a Torino), e Lazio (21 Alveari di cui 14 a Roma. Seguono Toscana (12), Emilia Romagna (11), Veneto (8). Liguria, Calabria e Puglia contano 2 Alveari, mentre Trentino, Campania, Sardegna e Sicilia stanno portando avanti lo spirito de L’Alveare che dice Sì! con un primo Gruppo d’Acquisto.
Tramite la piattaforma o la app mobile di Alveare sono invece in media 6.300 gli ordini mensili fatti dai consumatori, contro i 2.500 del 2016 (+152%), il che permette ad oggi di calcolare in totale un fatturato di 1.300.000 € per i produttori della rete, con un aumento del 140% rispetto all’anno precedente. La località dei prodotti è garantita a livello nazionale: la distanza media tra i produttori e gli Alveari è pari infatti a 32 km. Tra le regioni più virtuose spicca in questo caso il Piemonte, dove la distanza media tra produttore e Alveare è pari a soli 26 km, mentre Torino è la città con produttori e consumatori più vicini (15 km). Nel corso del 2017 sono state introdotte anche alcune distribuzioni speciali, per promuovere le eccellenze locali su tutto il territorio italiano, con le iniziative ‘Dal Km0 al KmUtile’ alle quali hanno partecipato dei produttori ‘invitati’ da oltre 250 km, che hanno distribuito negli Alveari d’Italia prodotti di largo consumo ma non sempre di facile reperibilità: dalle mozzarelle di bufala alla passata di Funky Tomato, che recupera lavoratori vittime del caporalato, dal parmigiano di montagna all’olio pugliese, fino ad arrivare alle arance siciliane.

“La nostra rete si sta espandendo e sta coinvolgendo sempre più consumatori attenti alla qualità e alla vicinanza dei prodotti. Lo dimostra il fatto che alcune città come Torino e Milano presentano un Alveare quasi in ogni quartiere”, spiega Eugenio Sapora, fondatore di L’Alveare che dice Sì!. “Nel 2017 abbiamo allargato il team centrale dell’Alveare, composto ora da 8 membri. Obiettivo del 2018 – conclude il fondatore – è continuare la crescita in ogni settore, investendo soprattutto nel supporto alla rete attiva sul territorio italiano, per renderla sempre più solida e stabile, e sostenere la nascita di nuovi Alveari”.

Grande importanza e attenzione verrà rivolta ai gestori, che hanno il compito di tenere il contatto tra agricoltori e produttori locali, organizzare le vendite, divulgare il progetto e individuare il luogo fisico per la distribuzione dei prodotti. “In questo modo, offriamo anche un’opportunità all’interno della Gig Economy, permettendo a giovani studenti, pensionati, casalinghe, disoccupati ma anche a qualsiasi appassionato di cibo di reinventarsi e di inserirsi nel mondo del lavoro con un’occupazione part-time”. Un’occupazione che diventa sempre più appetibile, anche economicamente, come dimostra la storia di Ileana Iaccarino, prima prima gestrice che con due Gruppi di Acquisto a Milano (via Losanna e quartiere Isola) riesce a “vivere di Alveare” con un vero e proprio stipendio. “Il gestore di un Alveare diventa un vero e proprio punto di riferimento per la propria comunità e per i produttori che se credono davvero nel progetto lo sposano fino in fondo, dando fiducia al gestore stesso”, spiega Ileana. “Ci vuole impegno e passione, ma si ottengono risultati bellissimi anche in termini di condivisione e sinergia”.

Come funziona L’Alveare che dice Sì!

Fondata da Eugenio Sapora il 4 dicembre 2015 presso i locali dell’Incubatore I3P del Politecnico di Torino, L’Alveare che dice Sì! unisce tecnologia e sharing economy per permettere una distribuzione efficiente dei prodotti locali tra agricoltori e consumatori: gli Alveari sono infatti dei Gruppi di Acquisto 2.0 che consentono ai produttori locali presenti, nel raggio di 250 km, di unirsi e mettere in vendita online frutta, verdura, latticini, carni, formaggi e molto altro. I consumatori registrati  possono acquistare ciò che desiderano presso l’Alveare più vicino a casa, ordinando e pagando direttamente online, per poi ritirare la spesa settimanalmente in un luogo fisico, il vero e proprio “Alveare”, che può essere un bar, un ristorante, un co-working, una sala. Il progetto ha avuto origine in Francia nel 2011, dove da subito ha riscontrato un enorme successo, vantando tra i suoi fondatori Mounir Mahjoubi, Segretario di Stato al Digitale in Francia.

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Chi è L’Alveare che dice Sì!

L’Alveare che dice sì! è una startup nata nel 2016 e incubata presso Treatabit, il percorso per le startup digitali dell’Incubatore I3P del Politecnico di Torino. Il progetto ha origine in Francia nel 2011 col nome di “La ruche que dit oui”, e da subito ha ottenuto un enorme successo. L’Alveare che dice Sì!, attraverso il portale www.alvearechedicesi.it, permette a produttori locali e cittadini di unirsi per sostenere il consumo di prodotti freschi, genuini e a Km0.

Maggiori informazioni su www.alvearechedicesi.it

 

Fonte: agenziapressplay.it

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World Food Day, con L’Alveare che dice Sì! i consumatori sostengono lo sviluppo rurale: produttori distanti solo 32 km

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Produttori vicini di casa e distanti solo 32 km, prodotti genuini e rispettosi di uomo e natura: in occasione della Giornata Mondiale dell’AlimentazioneWorld Food Day (16 ottobre), L’Alveare che dice Sì!, la startup che unisce tecnologia e agricoltura sostenibile, svela cosa e dove comprano gli italiani che scelgono di sostenere l’agricoltura locale. Sempre più vicina e sempre più genuina: la spesa degli italiani è sostenibile e punta a dare valore e importanza allo sviluppo rurale, sostenendo l’agricoltura locale e i piccoli produttori.
A sottolinearlo, in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione – World Food Day (16 ottobre), è L’Alveare che dice Sì!, la startup che unisce tecnologia e agricoltura sostenibile. L’Alveare che dice Sì!, tramite l’app e il portale www.alvearechedicesi.it, permette infatti a consumatori e produttori locali, presenti nel raggio di 250 km, di unirsi per sostenere il consumo di prodotti freschi, genuini e a Km 0 come frutta, pane, verdura, formaggi, salumi e dolci. Le ordinazioni e il pagamento avvengono comodamente online. Produttori e consumatori si incontrano poi settimanalmente per la distribuzione dei prodotti in un luogo “fisico”, il vero e proprio “Alveare”, come un bar, un ristorante, una sala di un’associazione. I produttori sono i vicini di casa: a Torino distano solo 15 km
In Italia la distanza media tra i produttori e gli Alveari è pari a 32 km, un dato che garantisce la località dei prodotti che vengono consumati dagli utenti del portale. Al primo posto tra le regioni più virtuose c’è il Piemonte, dove la distanza media tra produttore e Alveare è pari a soli 26 km; seguono Emilia Romagna (28 km) e Lombardia (33 km). Si tratta inoltre delle regioni con il più alto numero di produttori aderenti a L’Alveare che dice Sì!. Nel dettaglio, la città con produttori e consumatori più vicini è Torino (15 km), seguita da Ciriè (17 Km) e Nembro (18 km).   “I consumatori si assicurano alimenti che non necessitano di lunghi tragitti per il trasporto e che per questo mantengono intatte le loro proprietà nutritive”, sottolinea Eugenio Sapora, Responsabile Nazionale della Rete de L’Alveare che dice Sì!. “Senza dimenticare che scegliere di acquistare dai produttori vicini permette di sostenere l’economia locale e di limitare le emissioni di CO2 in atmosfera”. L’80% dei produttori sceglie un’agricoltura sostenibile
“Obiettivo de L’Alveare che dice Sì! è dare potere ai produttori e ai consumatori, con lo scopo di reinventare l’alimentazione e la sua produzione”, aggiunge Eugenio Sapora. Per questo, il progetto sostiene in particolar modo i piccoli produttori attenti all’ambiente che rappresentano l’80% della rete de L’Alveare che dice Sì!.

Il paniere dell’Alveare: l’Ortofrutta fa da regina

Frutta e verdura sono i prodotti più venduti tramite la rete de L’Alveare. In particolare, i consumatori acquistano dai produttori locali Ortofrutta (43,17%), Latteria (21,14%), Carne e Salumi (17,23%). Non manca chi si rifornisce dai pasticceri locali per Pane e Dolci (7,35%) o Altri Alimentari (5,86%). Nel paniere dei consumatori ci sono infine anche Bevande (3,24%), Gastronomia (1,21%) e prodotti per la Cura e la Bellezza (0,8%).

Vegani, slow food, comunitari: gli Alveari in Italia

Ricreare dei legami sociali attorno al tema dell’alimentazione e rendere accessibile un’alimentazione locale di qualità al più gran numero di persone è la missione dell’Alveare che dice Sì!: ad oggi sono 40.762 utenti iscritti ai centinaia di Alveari dislocati in tutta Italia. Tante realtà e tante esperienze che permettono ai consumatori di scegliere in base alle proprie esigenze, sempre con la sicurezza di avere prodotti rispettosi dell’ambiente e delle persone. A Roma, a due passi da Piazza Vittorio, ha aperto il primo Alveare vegan d’Italia che propone un listino di prodotti completamente cruelty free, dalla frutta ai detersivi naturali. A Milano, è presente il primo Alveare della Terra, in collaborazione con Slow Food Italia e Condotta Slow Food Milano, che raccoglie produttori aderenti alla filosofia “Slow” e che propongono alimenti prodotti con certificazione filiera BIO, tradizionale e artigianale. Sempre nel capoluogo lombardo, è sorto un Alveare all’interno del Cinema Beltrade, diventato un vero e proprio centro aggregativo del quartiere, mentre un altro si è inserito nel Villaggio Barona, una realtà di Housing Sociale che sta contribuendo a restituire ai cittadini parti di città altrimenti lasciate all’abbandono e al degrado ambientale e sociale. A Torino ha da poco inaugurato l’Alveare Campus San Paolo, il primo in un collegio universitario, mentre a Bologna all’interno della velostazione è nato un Alveare che accoglie unicamente produttori biologici.52

Chi è L’Alveare che dice Sì!

L’Alveare che dice sì! è una startup nata nel 2016 e incubata presso Treatabit, il percorso per le startup digitali dell’Incubatore I3P del Politecnico di Torino. Il progetto ha origine in Francia nel 2011 col nome di “La ruche que dit oui”, e da subito ha ottenuto un enorme successo. L’Alveare che dice Sì!, attraverso il portale www.alvearechedicesi.it, permette a produttori locali e cittadini di unirsi per sostenere il consumo di prodotti freschi, genuini e a Km0.
Maggiori informazioni su www.alvearechedicesi.it

Fonte: agenziapressplay.it

L’Alveare che dice sì! Già 150 i gruppi in Italia per comprare sostenibile

I produttori incontrano i consumatori e si creano legami di fiducia e sostegno reciproco. E’ la filosofia dell’Alveare che dice sì, una rete di gruppi d’acquisto che si sta diffondendo in tutta Italia. Sono già 150 i gruppi formatisi.9522-10279

Oggi la Grande Distribuzione Organizzata, attraverso la quale abbiamo accesso a tutti o quasi tutti i prodotti che acquistiamo, non consente una connessione tra consumo e produzione. I produttori e i consumatori, in sostanza, sono come due rette parallele che non si incontrano mai. Perdere il contatto con chi produce il nostro cibo, vivere nell’ignoranza di dove sia stato prodotto e in quali condizioni etiche (dall’abuso perpetrato nei confronti della terra e degli animali, all’uso di sostanze chimiche non specificate, allo sfruttamento delle persone coinvolte nei processi di produzione) si ripercuote  negativamente ad ogni livello sulla nostra vita di persone e non solo di semplici consumatori o produttori. A risentirne, infatti, è la nostra salute, il nostro portafoglio, il nostro territorio, la nostra cultura e, non ultime, le nostre relazioni umane, il nostro benessere, la nostra “contentezza”.
L’Alveare che dice sì, attraverso la promozione di una filiera cortissima, vuole recuperare e reinventare un nuovo modo, etico, ecologico e giusto, di produrre e consumare cibo attraverso una vera e propria rete che agisce su base locale con l’obiettivo di realizzare un’economia sana, critica e consapevole. Attraverso quello che sembra un atto quasi distratto, spesso veloce e fatto senza attenzione come quello di fare la spesa è possibile, infatti, agendo localmente, contribuire alla lotta contro lo sfruttamento, i cambiamenti climatici, gli allevamenti intensivi, l’inquinamento di interi territori ed ecosistemi anche molto lontani da noi.

Abbiamo incontrato Paolo Nosenzo, responsabile Comunicazione e Marketing de L’Alveare che dice Sì! che ci spiega di cosa si tratta.

Quando è nato L’Alveare che dice sì!? E dove?

Il progetto è nato in Francia nel 2011, e fa parte del movimento europeo The Food Assembly. In seguito si è poi diffuso anche in UK, Belgio, Spagna, Germania e, da un annetto e mezzo, è arrivato anche in Italia!

Di chi è stata l’idea?

Il progetto è stato portato in Italia da Eugenio Sapora, che ora è il responsabile della rete italiana. Eugenio ha conosciuto il progetto in Francia e se ne è innamorato, e ha pensato (a ragione) che potesse funzionare anche nel nostro Paese.

Come funziona esattamente un Alveare? Ci può spiegare esattamente cosa succede e in che modo?

Il cliente si registra gratuitamente su www.alvearechedicesi.it e si iscrive all’Alveare più vicino (viene visualizzata una barra di ricerca in cui inserire il proprio indirizzo). A questo punto può già iniziare a fare la spesa, scegliendo da una gamma di prodotti locali; frutta, verdura, carne, formaggio, pane… (tutti nel raggio medio di 30-40 km di distanza dall’Alveare in questione). Convalidato e pagato l’ordine online (si può pagare anche con una semplice prepagata o con postepay), la spesa si va poi a ritirare nel luogo e nell’orario di quell’Alveare. Al momento del ritiro, i produttori da cui si ha ordinato saranno lì presenti per consegnare la spesa, farsi conoscere, e scambiare informazioni con i clienti, spesso facendo anche gustare i propri prodotti. In questo modo il cliente ha piena visibilità su chi ha prodotto il cibo che andrà a consumare. A sovrintendere l’organizzazione di ogni Alveare, c’è il Gestore, ovvero una persona che ha deciso di investire 7-8 ore settimanali del suo tempo per costruire una comunità nel proprio quartiere, contattando produttori e clienti, e organizzando le vendite tramite il sito ogni settimana, ottenendo in cambio una percentuale sul fatturato.

Qual è il vostro obiettivo?

I nostri obiettivi sono molteplici. In generale l’obiettivo sul lungo termine è fornire un’alternativa alla Grande Distribuzione Organizzata. Ma anche supportare i produttori locali, fornendo loro un’  ulteriore finestra dove proporre i loro prodotti; dare valore e il giusto prezzo al cibo che si deve produrre nel migliore dei modi; innescare un sistema di fiducia e di relazioni fra consumatori e produttori; stimolare e far rivivere luoghi urbani, ricreando un forte senso di comunità, visto che il momento del ritiro della spesa diventa poi un momento sociale di incontro e di festa, permettendo alle persone del quartiere di riunirsi una volta a settimana.

Che differenza c’è con i GAS tradizionali?

La differenza principale è che i GAS sono diretti a un pubblico di attivisti, ma purtroppo non tutti hanno il tempo e le risorse per iscriversi a un gruppo d’acquisto solidale, anche perchè semplicemente non riescono a trovare i contatti per entrare a farne parte. Con l’Alveare vogliamo rendere il tutto più accessibile. Con letteralmente 2 clic è possibile trovare quello più vicino e iscriversi, e con il terzo clic si può iniziare a fare la spesa! Inoltre, semplifica di molto la procedura di pagamento, visto che avviene tutto online.

Non significa un intermediario in più nella relazione produttore-consumatore? Se no, perché?

Nella nostra rete non c’è alcun intermediario: l’acquisto avviene direttamente, online, fra consumatore e produttore. Ed è il produttore, quando si iscrive (gratuitamente) alla nostra rete, a determinare il prezzo. Il produttore ha poi una commissione sulle vendite (10% per noi della piattaforma e 10% per il Gestore di Alveare), ma queste sono spese di servizio e per la manutenzione del sito, delle quali nessuna azienda può (purtroppo) fare a meno. Pur con questa commissione, al produttore va l’80% del fatturato, ovvero esattamente l’opposto di quello che ottiene vendendo alla Grande Distribuzione Organizzata.

Chi sono i consumatori che si rivolgono agli alveari?

Le tipologie di consumatori sono molteplici; ci rivolgiamo a chi non ha il tempo per fare la spesa al mercato, e compra online per poi venire semplicemente a ritirare la spesa in modo rapido dopo il lavoro, prima di tornare a casa. Ma anche a persone che hanno più tempo, e che vogliono sfruttare appieno l’opportunità di avere di fronte i produttori, per fare qualsiasi tipo di domanda gli venga in mente e soddisfare ogni curiosità sui prodotti che hanno acquistato. Molti utilizzano l’Alveare proprio per essere sicuri di quello che comprano e consumano, quindi ci rivolgiamo anche a chiunque stia cercando prodotti di qualità ma che siano verificabili, senza spendere una fortuna.

E i produttori?

Presso i nostri Alveari copriamo qualsiasi tipologia di prodotto alimentare. Ovviamente, cerchiamo di privilegiare i produttori di piccole/medie dimensioni, che non facciano vendita all’ingrosso

Quanti alveari esistono in Italia? In quali regioni? E in Europa?

Al momento ci sono più di 150 Alveari su tutta Italia, di cui una cinquantina sono attivi (è possibile acquistare prodotti ogni settimana), mentre il resto sono in costruzione, ovvero il Gestore sta ancora contattando produttori e clienti per poter aprire, e apriranno nei prossimi mesi. Le regioni con più Alveari sono Piemonte e Lombardia (essendo una startup torinese, siamo partiti a svilupparci dal Nord), ma la rete si sta sviluppando rapidamente e anche Emilia-Romagna, Lazio e Toscana hanno numerosi Alveari in apertura. In totale, gli Alveari attivi su tutta Europa sono quasi 1.000!

Quanti produttori e consumatori sono coinvolti?

In Italia abbiamo già più di 600 produttori iscritti alla nostra rete, e circa 24.000 membri iscritti ai nostri Alveari.

Che cosa significa essere responsabile di un alveare? Ci può parlare di questa nuova figura professionale?

Il Gestore di Alveare è una persona che decide di portare un Alveare nel proprio quartiere, per dare modo alla sua comunità di avere accesso diretto a prodotti locali, in modo comodo e accessibile. Per aprire un Alveare non è necessario alcun investimento, solo qualche ora settimanale (7-8, soprattutto nella fase di costruzione) per gestire il progetto. Il gestore si occupa quindi di trovare un luogo per la consegna dei prodotti (può essere un bar, un ristorante, un oratorio, una casa del quartiere…), contattare 4-5 produttori locali e farli iscrivere alla piattaforma (in modo che possano proporre i loro prodotti alla comunità) e far iscrivere membri alla pagina del proprio Alveare sul sito (anche qui, l’iscrizione è gratuita). Una volta aperto l’Alveare, il Gestore gestisce le vendite attraverso il sito, e sovrintende alle distribuzioni, per assicurarsi che tutti vengano a ritirare la spesa. In cambio, ha una percentuale sulle vendite settimanali. E’ un ruolo molto bello perchè ti dà modo di conoscere produttori locali e persone del proprio quartiere, diventando una sorta di leader della propria comunità alimentare.

Come si fa a diventare responsabile di alveare? Quanto si può guadagnare e quali sono i requisiti e le mansioni che svolge un responsabile? Deve cercare lui i produttori? Deve cercare lui e quindi pagare un affitto per il locale in cui avverranno le consegne? Può farlo anche a casa sua?

Per avviare la procedura basta compilare un questionario sulla pagina https://alvearechedicesi.it/it/join/as-host , per poi essere contattato dai membri del nostro team, che lo guideranno per tutto il percorso (non si è mai abbandonati a se stessi! Ogni gestore riceve costantemente supporto tecnico e morale dal proprio coordinatore). Il gestore di un Alveare medio guadagna sui 400-500 euro al mese, ma ci sono Gestori che hanno fatto dell’Alveare la propria professione principale, e si possono guadagnare cifre pari a quelle di un vero stipendio, dipende ovviamente dal tempo che ci si dedica. Maggiore è il tempo, maggiori saranno i guadagni. Deve cercare lui produttori, clienti e locale, ma non deve pagare nessun affitto; in genere i proprietari dei locali sono ben contenti di partecipare al progetto, anche perchè gli offre un modo comodo per avere accesso a prodotti locali, aumenti la visibilità del loro locale, e, ad esempio nel caso dei bar, avere 20-30 persone che per un’ora e mezza a settimana vengono nel tuo locale a ritirare la spesa, di solito permette di vendere qualche caffè o aperitivo in più. Sconsigliamo di fare un Alveare in casa propria poichè serve uno spazio abbastanza grande per accomodare le cassette e le borse con i prodotti (minimo 40 metri quadri, e dev’essere al piano terra), e inoltre bisogna considerare che il gestore dovrebbe essere disposto a far entrare una trentina di persone (clienti che spesso non conosce) dentro casa.

Da chi riceve il compenso il responsabile di Alveare? In che modo?

Il sito automaticamente preleva la percentuale del 10% dal fatturato del produttore, e lo manda al Gestore. Il produttore e il gestore ricevono comunque tutti i documenti del caso, scaricandoli direttamente dal sito.

Qual è il futuro degli Alveari?

Il nostro obiettivo è arrivare in ogni città d’Italia (idealmente anche in ogni quartiere), per fornire un’alternativa concreta alla GDO. Nell’anno passato siamo cresciuti molto, e questo è un ottimo segnale che ci fa ben sperare per il futuro del progetto in Italia!

Chi fosse interessato come cliente, produttore o gestore cosa deve fare?

Basta andare su www.alvearechedicesi.it per avere ulteriori informazioni, registrarsi gratuitamente e iscriversi come cliente, Produttore o Gestore. Inoltre siamo sempre raggiungibili alla mail assistenza@alvearechedicesi.it e ci trovate anche su Facebook, alla pagina www.facebook.com/LAlveareCheDiceSi

Fonte: ilcambiamento.it

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Alveare on tour: oltre 50 eventi e 20.000 persone coinvolte nel viaggio alla ricerca del Km0

Si è concluso con successo il primo tour de L’Alveare che dice Sì!, la startup che ha portato in giro per l’Italia l’innovazione e il buon cibo, promuovendo l’incontro tra produttori e consumatori e l’acquisto di cibi a Km0. Nelle 6 città coinvolte sono stati oltre 20.000 i visitatori del Food Innovation Village, supportato da Seeds&Chips, il Global Food Innovation Summit. Nel corso del tour, che ha permesso di scoprire le tradizioni culinarie, sociali ed imprenditoriali italiane, è stato presentata ShareTheMeal, l’app gratuita realizzata dal World Food Programme (WFP) per donare pasti nutrienti ai bambini bisognosi.

6 piazze, oltre 30 produttori incontrati, più di 30 startup e oltre 50 eventi: questi i numeri del tour de L’Alveare che dice Sì!, la piattaforma che promuove il contatto tra produttori e consumatori e gli acquisti di prodotti freschi e a km0 via web. Organizzato dalla startup piemontese seguita da Treatabit, il programma di pre-incubazione del Politecnico di Torino, e supportato da Seeds&Chips, il Global Food Innovation Summit, dal 24 settembre al 15 ottobre il tour ha percorso con successo, a bordo di un food truck, più di 1000 km in giro per l’Italia alla ricerca del km0, coinvolgendo oltre 20.000 visitatori.

Dal Nord al Sud alla ricerca del Km0

Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli e Bari: da nord a sud, queste le città che sono state protagoniste del tour e che negli scorsi giorni hanno visto sorgere il Food Innovation Village dell’Alveare che dice Sì! supported by Seeds&Chips, un villaggio itinerante che ha messo in contatto filiera corta, startup e consumatori. Qui i curiosi hanno potuto conoscere da vicino le realtà italiane che promuovono la sharing economy, la food innovation e lotta agli sprechi: tra queste Gnammo, la più grande piattaforma di social eating in Italia, e Last Minute Sotto Casa, piattaforma che permette ai negozianti di vendere prodotti alimentari invenduti a fine giornata a prezzo scontato. Il tour ha dato voce anche alle associazioni locali e ai produttori, che hanno potuto portare in piazza i loro prodotti. Obiettivo: unire socialità e tecnologia, mostrare come sta cambiando ed evolvendo il mondo del food italiano, raccontare l’innovazione e le tradizioni puntando a migliorare i sistemi produttivi, ottimizzare la distribuzione, evitare gli sprechi.
L’Alveare che dice Sì!, 100 gas 2.0 in tutta Italia

Al centro del Food Innovation Village, il Food Truck de L’Alveare che dice Sì! che ha dato modo ai più golosi di assaggiare i prodotti della filiera corta e di entrare in contatto con i produttori locali e con gli Alveari presenti sul territorio. Scopo della startup è proprio quello di far incontrare produttori e consumatori con gruppi di acquisto 2.0: tramite la piattaforma online www.alvearechedicesi.it è possibile infatti vendere e comprare i prodotti locali utilizzando internet e la sharing economy. I produttori locali presenti nel raggio di 250 km possono infatti iscriversi al portale ed unirsi in un “Alveare”, mettendo in vendita online i loro prodotti; i consumatori che si registrano sul sito possono acquistare ciò che desiderano, senza obbligo di frequenza o spesa minima, presso l’Alveare più vicino casa, scegliendo direttamente sulla piattaforma o sulla app per smartphone dedicata. Il ritiro dei prodotti avviene settimanalmente permettendo l’incontro e lo scambio diretto tra agricoltori e consumatori, che così, in modo semplice, avranno sempre accesso ad alimenti freschi, locali e di qualità. Il progetto, nato in Francia nel 2011, è arrivato in Italia un anno fa e ha già visto nascere circa 100 Alveari su tutto il territorio.

“Il tour ci ha portato a scoprire creazioni culinarie, sociali ed imprenditoriali delle diverse realtà locali ed è stata una grande occasione per diffondere la nostra idea di sviluppare la filiera corta, ritrovare il sapore dei propri territori, lottare contro i cambiamenti climatici e ristabilire un legame tra consumatori e produttori. Ci ha permesso inoltre di fortificare la nostra rete con la creazione di diversi nuovi Alveari in tutta la penisola”, spiega Eugenio Sapora, founder di L’Alveare che dice Sì! “È stata un’azione impegnativa quanto divertente che ha permesso di sviluppare nuove collaborazioni non solo tra le startup presenti ma anche con le belle realtà produttive che ci hanno accompagnato”.
ShareTheMeal, con Alveare presentata la app del World Food Programme (WFP)
Con il WFP Italia Onlus, che ha patrocinato l’evento, il Food Innovation Village ha presentato l’app gratuita ShareTheMeal per condividere il proprio pasto con un bambino bisognoso, realizzata dal World Food Programme (WFP), la più grande organizzazione umanitaria che combatte la fame nel mondo. Con un tocco sul proprio smartphone si possono donare 40 centesimi al WFP sufficienti a sfamare un bimbo per un giorno. L’obiettivo? Contribuire a donare 2 milioni di pasti nutrienti – per un intero anno scolastico – a 58.000 bambini che vivono in Malawi. Il World Food Programme, in occasione del 16 ottobre, Giornata Mondiale dell’Alimentazione, ha inoltre  lanciato la nuova funzione “Community”: per amplificare la portata della sua donazione, l’utente di SharetheMeal può creare un gruppo di sostenitori o aderire a quelli esistenti.

Maggiori informazioni su: www.alvearechedicesi.it

Media partner Alveare on Tour:

Chi è l’Alveare che dice sì!

L’Alveare che dice sì! è una startup nata nel 2016 e incubata presso Treatabit, il percorso per le startup digitali dell’Incubatore I3P del Politecnico di Torino. E’ un progetto che ha origine in Francia nel 2011 col nome di “La ruche que dit oui”, e che nel paese transalpino ha ottenuto un enorme successo: ad oggi sono più di 650 gli Alveari presenti Oltralpe.  In Italia, in soli due mesi, sono sorti oltre 30 Alveari su tutto il territorio nazionale.
Chi è Seeds&Chips:

Seeds&Chips, il Global Food Innovation Summit dove cibo e tecnologia si incontrano. Un punto di riferimento per startup, aziende, investitori, opinion leader e policy makers che operano nel FoodTech e un momento di condivisione di contenuti e visioni, progetti ed esperienze. “Perché innovare nel Food System non è solo un’opportunità, è una sfida che riguarda tutti.” Quattro giorni di esposizione, conferenze, business matching, hackathon, pitch e award con i protagonisti e gli innovatori del settore agroalimentare.

Maggiori informazioni: www.seedsandchips.com

Fonte: agenziapressplay.it

 

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Alveare on tour: 1000 km alla scoperta del km0 e della Food Innovation

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Partirà a settembre il tour de L’Alveare che dice sì!, la startup che ha creato un nuovo modo per vendere e comprare i prodotti locali utilizzando il web: un viaggio di 1.000 km a bordo di un food truck che porterà filiera corta, startupper, contadini, consumatori, momenti di condivisone e divertimento nelle più grandi città italiane.
Portare in giro la filiera corta, condividere la passione per il cibo, mettere in contatto agricoltori e consumatori. Ma anche scoprire le produzioni, gli usi e i costumi locali, l’evoluzione delle società grazie all’utilizzo dell’innovazione. Con questi obiettivi L’Alveare che dice sì!, la startup che ha creato un nuovo modo per vendere e comprare i prodotti locali utilizzando il web, partirà a fine settembre con un tour che porterà  startupper, contadini, buon cibo, cittadini curiosi e golosi, momenti di condivisone e divertimento nelle più grandi città italiane. Protagonisti del tour saranno la filiera corta e la Food Innovation: a bordo di un Food Truck, con cameraman e story teller a seguito, l’Alveare che dice sì! percorrerà 1.000 km, toccando 6 città italiane per raccontare l’Italia dei contadini e delle tipicità locali, ma anche l’Italia dell’innovazione nel food: iniziative di cittadini, enti e associazioni che attraverso il loro operato quotidiano intendono fare la loro rivoluzione nel mondo del consumo. Il tour, patrocinato del noto marchio milanese Seeds&Chips e dalle varie amministrazioni comunali, prenderà il via a Torino il 22 settembre in occasione del Salone del Gusto Terra Madre dove sosterà fino al 26 settembre per poi proseguire verso Milano (28-30/09), Bologna (1-3/10), Roma (5-7/10), Napoli (8-10/10) e si concluderà a Bari (13-15/ottobre). Ogni tappa del tour de L’Alveare che dice sì! durerà tre giorni e sarà un momento importante per presentare l’attività della startup, conoscere i produttori e scovare le eccellenze territoriali. Cene e aperitivi all’aperto, dibattiti e incontri: le piazze toccate dal tour si trasformeranno in tanti Food Innovation Villages, piccoli festival dell’innovazione e della sharing economy in cui le persone potranno condividere idee, scoprire e provare con mano le iniziative delle varie start-up, dal social eating alla lotta agli sprechi. Al centro, il Food Truck dell’Alveare che proporrà menù locali e cucinerà prodotti freschi provenienti dai contadini della zona. Ad accompagnare il tour nelle varie tappe saranno oltre 30 realtà che sotto l’ala organizzativa di Seeds&Chips porteranno l’innovazione in piazza, per farla concretamente provare ai consumatori di tutta Italia: startup, enti e associazioni che promuovono socialità e sharing economy. Tra loro, Gnammo, il portale di social eating più grande in Italia, e Last Minute Sotto Casa, piattaforma che permette ai negozianti di vendere ai cittadini del proprio quartiere i prodotti alimentari invenduti a fine giornata a prezzo scontato, salvando così tonnellate di cibo dalla spazzatura. Fondata a fine 2015 presso i locali dell’Incubatore I3P del Politecnico di Torino, L’Alveare che dice sì! permette una distribuzione efficiente dei prodotti locali tra agricoltori e consumatori, unendo tecnologia e sharing economy. È sufficiente scaricare l’app o iscriversi al portale www.alvearechedicesi.it e unirsi in un “Alveare”, creato ed animato da un gestore locale, che connette i produttori locali con i consumatori iscritti. I cittadini possono così acquistare, senza obbligo di frequenza o spesa minima, gli alimenti direttamente online e ritrovarsi poi, una volta alla settimana, in piccoli mercati temporanei a Km 0, conosciuti come Alveari, dove il produttore consegna al consumatore i propri prodotti freschi e locali. “Al centro del nostro progetto e del nostro tour c’è il motto ‘stringi la mano al tuo produttore’: la gente vuole e deve sapere da chi sta comprando”, spiega Eugenio Sapora, founder de L’Alveare che dice sì!. “L’intento di questo tour è proprio quello di scoprire città, nuovi produttori, nuove realtà per diffondere i principi della filiera corta, della sostenibilità e della socialità”.
Chi è l’Alveare che dice sì!

L’Alveare che dice sì! è una startup nata nel 2016 e incubata presso Treatabit, il percorso per le startup digitali dell’Incubatore I3P del Politecnico di Torino. E’ un progetto che ha origine in Francia nel 2011 col nome di “La ruche que dit oui”, e che nel paese transalpino ha ottenuto un enorme successo: ad oggi sono più di 650 gli Alveari presenti Oltralpe. In Italia, in soli due mesi, sono già sorti oltre 30 Alveari su tutto il territorio nazionale.
Maggiori informazioni su: www.alvearechedicesi.it

 

Fonte:agenziapressplay.it

L’Alveare che dice sì, un social network per i gruppi d’acquisto

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È stato presentato nell’ambito della fiera Fa la cosa giusta il social network dei gruppi d’acquisto L’Alveare che dice Sì!un social network che consente di vendere e comprare prodotti freschi e di qualità grazie a Internet e alla sharing economy e che favorisce la filiera corta e i gruppi d’acquisto. Questa nuova piattaforma online rende più efficiente la distribuzione dei prodotti locali:

“L’innovazione di L’Alveare che dice Sì! non è reinventare la filiera corta ma spingerla a prenderla e dare i mezzi alla filiera corta di diventare virale ed arrivare in ogni quartiere della città. Quali sono i pilastri? La parte tecnologica con internet. La seconda innovazione è la sharing economy applicata alla filiera corta”, spiega Eugenio Sapora, ceo della start up. In Francia questo modello di distribuzione a km zero conta già 650 alveari, mentre in Italia sono 30, distribuiti su tutto il territorio. La produzione locale si riunisce in alveari che raggruppano le imprese agricole in un raggio di 250 km; i consumatori si registrano e acquistano tramite la piattaforma ciò che desiderano e lo vanno a ritirare dalle mani dei produttori.

Fonte:  Askanews

 

L’Alveare che dice Sì! La spesa a km 0 social e innovativa

Una rete di vendita di prodotti locali per promuovere la filiera corta, permettendo ai cittadini di produrre, distribuire e consumare in modo sano e sostenibile. Il tutto con il supporto di internet e dei social network. Nato nel 2014 a Torino, il progetto “L’Alveare che dice Sì” si sta espandendo in tutta Italia contribuendo alla transizione verso un nuovo modello di produzione e distribuzione più umano, ecologico e giusto.

La filiera corta si evolve e la spesa a km 0 diventa sempre più social con “L’Alveare che dice Sì!” , un progetto nato a Torino e ideato da Eugenio Sapora. L’idea che ne sta alla base è semplice: creare, attraverso internet e social network, strumenti innovativi per permettere ai cittadini di produrre, distribuire e consumare in un modo più sano e giusto. Con l’obiettivo di produrre senza distruggere l’ambiente, consumare in modo consapevole e realizzare una più ampia transizione sociale ed economica verso un nuovo modello di produzione e di consumo.11224205_1633617243578402_8799665457441323169_n1

Nel settembre 2014 “L’Alveare che dice Sì!” viene incubato dal Politecnico di Torino ed è qui che a novembre dello stesso anno nasce il primo Alveare d’Italia, detto “Alveare Madre”. Il 4 dicembre 2015, grazie ai risultati positivi ottenuti dell’Alveare Madre, l’idea di Eugenio si trasforma in una start-up vera e propria e gli Alveari cominciano a moltiplicarsi in tutta Italia. Il loro funzionamento è semplice: chiunque – privato cittadino, produttore locale o associazione – può mettersi in contatto con l’Alveare Madre per diventare Gestore di un Alveare locale. Il Gestore, attraverso una piattaforma online intuitiva e facile da utilizzare, promuove presso i propri concittadini i prodotti di qualità che si trovano “sotto casa” e dei quali spesso non si conosce l’esistenza. Dell’Alveare fanno parte i produttori che si riconoscono nei principi della Carta Etica della rete e che credono nella transizione ecologica: contadini che hanno scelto un’agricoltura sana, non intensiva e non estensiva, e artigiani che hanno puntato su qualità e salvaguardia ambientale. Fare una reale spesa a km 0 richiede maggiore impegno di una spesa al supermercato e non tutti (o non sempre) abbiamo tempo, voglia o fondi a disposizione per farlo in prima persona. I residenti in una certa zona, detti “Membri” dell’Alveare, possono accedere alla piattaforma online dedicata e ordinare comodamente da casa prodotti locali come frutta, verdura, pane, vino, birra, carne, ecc. La spesa si ritira una volta alla settimana e la consegna avviene presso l’Alveare – che può essere una libreria, un bar, un ristorante o gli spazi di un’associazione – sempre nello stesso giorno e alla stessa ora, in modo che i Membri possano organizzarsi al meglio.Alveare3

Una differenza con le altre filiere corte sta nel fatto che l’Alveare chiede ai produttori di essere presenti alla distribuzione degli ordini in prima persona, insieme al Gestore, affinché i cittadini possano fare domande sui prodotti e sulla lavorazione e i fornitori, a loro volta, possono conoscere le opinioni e le aspettative dei consumatori. Un’altra importante differenza è che, in tutta la rete, ogni produttore è pienamente libero di fissare i prezzi di vendita e la quantità minima ordinabile, perché è solo lui a possedere tutti gli elementi per valutare qual è la giusta remunerazione del suo lavoro, cioè quella che gli permette di lavorare dignitosamente e coprire tempi e costi. Solo quando la somma dei singoli ordini raggiunge la quantità richiesta dal produttore, l’ordine viene confermato e l’Alveare… dice sì! A questo punto il Gestore organizza la logistica e la distribuzione degli ordini presso l’Alveare, ma non è un intermediario. Il produttore vende ai Membri dell’Alveare, incassa direttamente da loro e ogni vendita è seguita da un servizio di fatturazione automatico messo a diposizione dall’Alveare Madre. Oltre alla piattaforma internet e ad un servizio di social dedicati, infatti, l’Alveare Madre fornisce a tutta la rete supporto tecnico e commerciale 7 giorni su 7, l’emissione automatica di fatture, buoni d’ordine, buoni di consegna e qualsiasi documento contabile e la loro archiviazione a tempo indeterminato e, soprattutto, la certezza e rapidità nei pagamenti: 15 giorni tra la distribuzione della merce presso i locali dell’Alveare e l’arrivo dei soldi sul conto corrente del fornitore. Per tutti questi servizi, i fornitori pagano una spesa fissa e contenuta: una percentuale del 16.7% sul fatturato esentasse realizzato con l’Alveare locale. Una metà di queste spese (cioè l’8,35%) va al Gestore dell’Alveare, che ha il dovere di garantire i locali, la logistica e la distribuzione delle consegne, coordinare gli ordini, organizzare incontri di (info)formazione e visite alle aziende per far conoscere ai cittadini le realtà produttive locali e le loro problematiche. L’altra metà va all’Alveare Madre di Torino, dove un team di 5 persone (compreso Eugenio Sapora) si occupa della gestione della piattaforma e di tutti i servizi online, del supporto tecnico e commerciale e del corretto sviluppo della rete degli Alveari nel rispetto della Carta Etica.12316400_1655609074712552_7582079981506147641_n

Oggi “L’Alveare che dice sì!” conta una trentina di Alveari sparsi in tutta Italia, dal Piemonte alla Sicilia, più di 2500 membri iscritti e oltre 200 produttori locali. Inoltre, fa parte del movimento europeo “The Food Assembly” – nato in Francia tra il 2010 e il 2011 col nome di “La Ruche qui dit Oui!” – e presente anche in Germania, Spagna, Belgio e Regno Unito con circa 900 Alveari. Abbiamo raggiunto Eugenio Sapora e gli abbiamo chiesto di parlarci della sua esperienza con gli Alveari italiani: “Il progetto”, ci spiega, “è semplice e sostenibile dal punto di vista economico e sociale: si tratta di rimettere al centro i produttori e i consumatori e reinventare il nostro approccio con il cibo e la sua produzione. Oggi il modello agro-industriale dominante ha dimostrato i suoi limiti, i suoi rischi e la sua ingiustizia nei confronti di produttori e consumatori. I problemi e i temi legati all’alimentazione e alla produzione di cibo sono complessi e di fondamentale importanza: la salute, l’ambiente, il territorio, il lavoro, i legami sociali… “L’Alveare che dice Sì!” persegue il duplice obiettivo di produrre senza distruggere l’ambiente e consumare consapevolmente. Sostiene l’agricoltura sana, non intensiva e non estensiva e l’economia locale che rispetta l’ambiente”. “Ogni giorno”, continua, “le comunità degli Alveari agiscono concretamente a livello locale per affrancarsi dall’agricoltura intensiva, dall’industria alimentare e dall’economia globale. Fare la spesa a km 0 e in modo consapevole sostenendo i piccoli produttori locali e virtuosi, permette loro di farsi conoscere, vivere dignitosamente e tenere aperta l’attività. L’Alveare che dice Sì! ricolloca il produttore nel cuore della relazione commerciale e, al tempo stesso, permette ai consumatori di riappropriarsi della propria alimentazione accettando i cicli e i tempi della natura, di capire le realtà e le difficoltà del mondo rurale e artigiano e di apprendere mille cose utili sulla catena di produzione che prima ignorava. Se ognuno di noi mangia meglio e mangia giusto, tutta la comunità ne trae beneficio: le aziende agricole restano ‘umane’, l’allevamento persegue il rispetto degli animali e le pratiche agricole proteggono i suoli, i paesaggi e la biodiversità.

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“Credo fermamente nell’impresa sociale e che l’imprenditorialità possa essere messa al servizio della collettività. Credo che lo spirito imprenditoriale debba avere come obiettivo l’interesse generale e che debba mettere il successo sociale e ambientale alla pari di quello economico. Ma anche la creatività oggi è importante e l’innovazione è una leva fondamentale per il successo della spesa a km 0 e della filiera corta in generale. Vorrei dire a tutti i lettori di ItaliaCheCambia”, conclude Eugenio, “che oggi non è più possibile restare indifferenti, ma è necessario che ognuno di noi faccia la sua parte, che faccia un gesto concreto, anche piccolo, per migliorare le cose. Personalmente sono ottimista: credo che, anche attraverso la rete degli Alveari, i cittadini, gli agricoltori e gli artigiani italiani daranno il loro contributo a creare un nuovo modello economico di produzione e distribuzione più umana, più ecologica e più giusta”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/02/alveare-che-dice-si-spesa-a-km-0-social-innovativa/

 

Per una Città delle Mamme: a Roma lavoro e maternità nel co-working L’Alveare

Durante la maternità la vita delle mamme viene stravolta completamente e l’andamento quotidiano della tradizionale routine a cui erano abituate cambia improvvisamente verso. È proprio in questo periodo che i genitori rischiano maggiormente l’isolamento, perché nel frattempo la vita intorno a loro continua a scorrere indisturbata. Da queste semplici riflessioni nasce l’idea di un gruppo di neo-mamme romane: far diventare il loro quartiere, il Pigneto, a misura di genitore. La loro prima proposta è quella di rendere il cinema più adatto alla presenza dei bambini e dopo aver ricevuto l’approvazione del Municipio V, nel 2009 si costituiscono come Associazione – “Città delle Mamme” – e iniziano a lavorare attivamente al progetto. Parte così la loro prima esperienza, quella del “Cinemamme”, per non rinunciare al cinema durante l’allattamento. “Non si tratta di rassegne tematiche”, spiega Serena Baldari una delle prime fondatrici dell’associazione, “è la normale programmazione cinematografica, ma nella sala vengono prese alcune accortezze per rendere più facile la cura dei neonati da parte dei genitori.” Il volume del film è leggermente ridotto, le luci di posizione sono lasciate accese, il bar è provvisto di scalda biberon e il bagno di un fasciatoio. Ma soprattutto ogni spettatore in sala è munito di tanta pazienza e tolleranza, quindi nessuno verrà a protestare qualora un bambino iniziasse a piangere. Il “Cinemamme” è stato sperimentato per la prima volta al Cinema Aquila, si è diffuso in altri cinema di Roma ed è arrivato fino alle sale milanesi. Dopo il successo di questo primo progetto le iniziative della “Città delle Mamme” hanno cominciato a includere altri momenti della giornata e nel 2011 è nato il “MammaCaffè”, uno spazio aggregativo itinerante per i locali del Pigneto. “Bisogna creare appuntamenti trasversali che siano adatti sia ai bambini che ai genitori”, riflette Serena, “non si può pensare che una neo-mamma debba spendere tutto il suo tempo in una ludoteca rinunciando completamente alle proprie piccole soddisfazioni”. Basta poco per evitare i “ghetti” per soli genitori e rendere un bar a misura di famiglia. Includere un piatto semplice nel menù, anticipare di poco l’orario dell’aperitivo o della cena e adibire un piccolo spazio al gioco dei bambini, sia per quelli piccoli sia per chi è già un po’ cresciuto.11037564_784421608315615_3124519605437096886_n

Tra un’iniziativa e l’altra, “Città delle Mamme” si è resa conto che un altro problema centrale nella vita di un neo-genitore è quello del lavoro. Così dal Settembre del 2014 è stato aperto un co-working con spazio baby. “Abbiamo pensato che sarebbe stato bello avere uno spazio in cui le mamme potessero lavorare con i loro figli accanto”, ricorda Daniela Sacco, una delle fondatrici de “L’Alveare“, il nuovo co-working nel quartiere di Centocelle. “Il nome nasce dall’unione di due idee: richiamare indirettamente le celle in riferimento al toponimo del quartiere”, spiega Daniela, “e dare il senso dell’operosità, quella dei nostri co-worker appunto”.

Il progetto ha ricevuto un finanziamento pubblico, ha ottenuto il patrocinio del V Municipio e l’Assessorato alle periferie del Comune di Roma ha concesso gli spazi in gestione. Oltre ad aver creato una possibilità per le mamme lavoratrici, la “Città delle Mamme” ha recuperato uno spazio abbandonato che era già stato più volte vandalizzato.IMG_6047-1

L’attenzione alla riduzione dei rifiuti è un altro aspetto fondamentale che la “Città delle mamme” tiene in considerazione. “Abbiamo chiesto a tutti di portare una tazza da casa per evitare lo spreco di bicchieri di plastica, così abbiamo dato anche la possibilità di alleggerire le credenze”, scherza Serena. Non solo, lo scorso Novembre nell’ambito del “Cinemamme” è stata ospitata un’iniziativa per informare sulla buona pratica dei pannolini lavabili, in occasione dell’annuale “Settimana Europea Per la Riduzione dei Rifiuti”.

Una giornata “standard” all’alveare accoglie le mamme con i loro figli intorno alle 10, i bambini vengono affidati all’educatrice dello spazio baby e verso le 12 si mangia tutti insieme. Ovviamente il co-working è aperto a tutti e lo spazio baby è solo un’opportunità in più che si offre a chi ne ha bisogno. Il luogo è stata anche un’occasione di incontro tra professionalità diverse. “Ospitiamo una mamma che faceva la scenografa ma adesso, avendo meno possibilità di viaggiare, tra le altre cose si sta dedicando alla realizzazione di bozzetti per alcune ostetricie che lavorano qui di tanto in tanto”, racconta Daniela.“In fondo lo scopo del co-working è anche questo”, conclude, “quello di creare sinergie mettendo a disposizione, ognuno, le proprie abilità”.

 

Il sito dell’associazione Città delle Mamme 

Il sito del co-working L’Alveare 

Fonte: italiachecambia.org

Miele italiano dimezzato: aumentano i furti di arnie

L’import di miele dall’estero è aumentato del 17%. Dal 19 gennaio gli apicoltori possono registrarsi all’ Anagrafe delle api per comunicare una nuova apertura, specificare la consistenza degli apiari, il numero di arnie e le movimentazioni per le compravenditemiele-cinese-586x389

Una primavera e un’estate molto piovose, insieme all’infestazione di insetti alieni come la Aethina tumida, hanno dimezzato il raccolto di miele della stagione 2014, la più disastrosa degli ultimi decenni. Il -50% di miele prodotto ha portato a un aumento dei prezzi e a numerosi furti nelle campagne, dove i ladri hanno iniziato a sottrarre gli alveari lasciati dagli apicoltori in zone non sorvegliate. I furti di arnie oltre a provocare un grave danno economico ai coltivatori, rischia di alimentare attività illegali che mettono in serio pericolo sia l’agricoltura che la salute pubblica. Si tratta di un problema che sta interessando un’altra eccellenza dell’agricoltura italiana: l’olio d’oliva con campi sotto controllo e carichi di olive costretti a viaggiare sotto scorta. Dallo scorso 19 gennaio è diventata operativa l’Anagrafe delle api nella quale operatori delle Asl, aziende e allevatori possono comunicare una nuova apertura, specificare la consistenza degli apiari, il numero di arnie e le movimentazioni per le compravendite: la registrazione avviene sul portale del Sistema informativo veterinario accessibile dal sito del ministero della Salute. Alla crisi del miele italiano ha fatto seguito un aumento del 17% delle importazioni dall’estero di miele naturale (dati Istat gennaio-settembre 2014). Risultato di questo trend è che ormai due barattoli di miele su tre, nei nostri negozi, sono di provenienza straniera: oltre un terzo dall’Ungheria, il 15% dalla Cina, il restante da Romania, Argentina e Spagna dove sono permesse coltivazioni Ogm che possono contaminare il miele senza che ve ne sia indicazione in etichetta. Il miele prodotto in Italia (dove non sono ammessi gli Ogm) è riconoscibile attraverso l’etichettatura di origine obbligatoria: se il miele è raccolto interamente nel nostro Paese deve esserci la dicitura Italia, nel caso provenga da più Paesi deve riportare l’indicazione “miscela di mieli originari della CE”. Per i mieli provenienti da Paesi extra-comunitari, la scritta deve essere: “miscela di mieli non originari della CE”. In Italia sono presenti circa 75mila apicoltori, con 1,1 milioni di alveari e un giro d’affari complessivo stimato in 70 milioni di euro.

Fonte:  Coldiretti

© Foto Getty Images

UrBEES: api in città, sentinelle contro l’inquinamento

L’apicoltura urbana è già una realtà a New York, Londra, Parigi, Tokyo. E si fa strada anche a Torino, con il progetto UrBEES. Le api di città fanno il miele – buono e sano come quello di campagna – e servono a monitorare gli inquinanti. Roba da esperti? No. Chiunque può adottare un’arnia: non è pericoloso, non è difficile e basta un balcone. “Join the Revolution!”

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Un annuncio gira su facebook: “Abbiamo bisogno di voi per portare avanti il Progetto UrBEES. Cerchiamo postazioni in Torino e Provincia per installare nuovi apiari urbani. Balconi, terrazze, giardini, orti, tetti, parchi, cortili… e qualsiasi altro spazio per poter rendere, finalmente, ecosostenibili le nostre città. Se siete interessati contattateci su urbees@hotmail.com Join our revolution!”. E noi l’abbiamo fatto. Ecco cosa ci ha raccontato Antonio Barletta, l’ideatore del progetto. “Io sono apicoltore da circa sette anni; avevo le api in Val Chiusella assieme ad un amico, ma cercavo delle postazioni più vicine a Torino, dove vivo. All’inizio concentravo le ricerche in zone periferiche, ma poi mi sono detto “Perché invece che mettere le api in periferia non le portiamo in città?”. E ho cominciato ad informarmi. In rete ho scoperto la realtà dell’apicoltura urbana, le esperienze nel mondo: Londra, Parigi, New York, Hong Kong, Tokyo… Ho cercato di capire se ci fossero realtà simili in Italia, ma non ne esistevano. E allora ho deciso di provarci io. Prima di tutto ho cercato di capire se nella mia città ci fossero divieti contro l’apicoltura urbana – divieti che esistono in altre città: la stessa New York, ora all’avanguardia in questo campo, inizialmente lo vietava – e ho visto che a Torino il divieto non c’era. Così ho cominciato a parlarne ad amici, conoscenti, apicoltori…ecodaleecitta1

Ed è nato Urbees. Cosa volete fare esattamente?

Il progetto consiste nel coinvolgere i cittadini nell’allevamento delle api in città per beneficiare non solo di miele, cera e propoli, ma anche dei suoi servizi di biomonitoraggio: chiunque voglia ospitare le api sul balcone, o sul giardino avrà in cambio i prodotti dell’alveare e ci darà la possibilità di creare una “centralina di monitoraggio” per la qualità dell’ambiente urbano. Le api sono sentinelle dell’ambiente ed è arrivato il momento di utilizzarle anche per quello che è il loro ruolo nella natura. Attraverso l’analisi del miele e della cera delle api possiamo controllare la presenza dei metalli pesanti, degli inquinanti, e rilevare cosa sta cambiando nell’ecosistema della città. Il patto è questo: i cittadini mettono a disposizione uno spazio sul proprio balcone (bastano uno o due metri quadri), noi veniamo a fare un sopralluogo e installiamo l’arnia che diventa una postazione di monitoraggio. In cambio il cittadino si prende il miele. Urbees non ha ancora natura giuridica, non guadagniamo, per ora siamo tutti volontari e amici.

Non fa male mangiarsi il miele “inquinato”?

Il miele urbano è buono come quello prodotto in campagna ma si tira dietro un mucchio di scetticismo. Abbiamo analizzato il miele prodotto a Torino l’estate scorsa, misurando la presenza di piombo, nichel, cromo e benzene, cosa che non fanno i produttori tradizionali perché nessuno glielo chiede. Bene, nel nostro miele, questi metalli pesanti erano presenti solo in minime tracce, completamente irrilevanti dal punto di vista della commestibilità e della salute umana. Ma noi queste minime tracce possiamo analizzarle per fare un monitoraggio della qualità ambientale della città, avendo a disposizione i valori chimico fisici dei metalli pesanti ma anche quelli biologici: cosa causano questi metalli pesanti all’interno di un organismo?

Insomma, le api sono microcentraline…

Le api sono sentinelle: sono bioindicatori, un po’ come i muschi e i licheni, monitorano tutto e ci dicono come cambia l’ambiente. Ma non solo. Dove ci sono le api si garantisce il mantenimento della biodiversità. Possiamo scoprire come varia la presenza botanica spontanea in città, creare una mappatura della vegetazione urbana, utile anche per chi ha allergie. (Fra l’altro il miele è anche ipoallergenico: si abitua l’organismo ad introdurre piccole parti della sostanza a cui si è intolleranti), ripristinare le piante necessarie all’ecosistema… La natura in città deve essere funzionale, non solo estetica. E per ridurre l’inquinamento non basta solo evitare di prendere l’auto una volta ogni due settimane, bisogna anche reintrodurre la natura in città, per esempio attraverso gli orti urbani, i giardini verticali e perché no, le api.

Perché in altre città l’apicoltura urbana è vietata?

Le api si conoscono per due ragioni: perché fanno il miele e perché pungono. E nessuna delle due cose sembra adatta alla città. E invece non è così, prima di tutto perché le api arrivano spontaneamente in città. Ci stanno bene. Come tanti altri animali che sembrano “fuori posto”: i gabbiani, gli scoiattoli, i corvi, le formiche… Le api in città arrivano in sciami, spesso scappando dall’inquinamento della campagna. Sembra un paradosso ma l’inquinamento cittadino non causa la moria delle api come invece fanno i pesticidi e i fertilizzanti chimici usati nelle campagne. A New York successe proprio questo: si decise di aprire la città alle api per aiutarle a sopravvivere e si decise di investire sulla produzione di miele urbano. Idem a Parigi, dove sono state proprio le istituzioni pubbliche ad incentivare l’apicoltura urbana. Qui in Italia invece c’è molto scetticismo, prima di tutto tra gli apicoltori tradizionali; un po’ temono che in città le api possano morire, e un po’ sono spaventati dalla concorrenza del miele urbano. Non si riesce a vedere la forza dell’innovazione. Oltretutto in un mercato che importa il 40% del miele dall’estero… perché dobbiamo importarlo quando possiamo produrlo? Eppure in Italia sono il primo a portare avanti questo progetto.

Nessun pericolo per chi decide di adottare un alveare?

No. Le api sono vegetariane. Non ci pungono. Quelle sono le vespe, che sono carnivore, e rompono un po’ le scatole. Ma sono animali diversi. L’ape esce dall’alveare e si dirige subito sul fiore, perché la comunicazione dell’alveare è efficiente. Sanno già dove devono andare, non perdono tempo…E in ogni caso forniamo tutte le regole comportamentali e le “istruzioni per l’uso” ai cittadini che decidono di aderire al progetto.

E può farlo chiunque?

Non bisogna per forza diventare apicoltori per ospitare le api. Chi ci mette a disposizione uno spazio sul proprio balcone può affidarsi a noi per tutto il resto: mettiamo in sicurezza l’arnia e ci occupiamo della sua gestione. Se invece un cittadino vuole imparare a diventare apicoltore, organizziamo corsi e workshop apposta. Per allevare una famiglia di api basta un controllo a settimana, non richiede molto tempo. Ma, ripeto, non è necessario diventare apicoltore. Chiunque può aderire a Urbees e trasformare il proprio balcone in una centralina di monitoraggio. Non ci vuole niente, e ovviamente non ci sono costi per chi decide di intraprendere l’avventura. Abbiamo avuto api in Via Cavour, da un ragazzo che mangiava sul balcone e a volte ci dormiva anche, e non gli hanno mai causato problemi.

Le api no, ma gli altri condomini?

Nessun regolamento condominiale vieta l’installazione di un alveare sul balcone…anche perché di solito a nessuno viene in mente di farlo. A Parigi ci sono regolamenti appositi per le api in città, ma direi che prima di arrivare a una discussione simile al parlamento italiano ne passerà… Quando cominciai a cercare informazioni sul tema provai con i vigili urbani. Mi chiesero “Perché, vuoi denunciare qualcuno che ha messo le api sul balcone?” No veramente vorrei metterle io e capire a cosa mi fate se lo faccio…”. In assenza di un regolamento per l’apicoltura urbana ci si rifà alla legge nazionale, che dice che le api possono stare ovunque purché rispettino le distanze di sicurezza. Da un balcone all’altro basta che ci sia una barriera, un dislivello di due metri a separare l’arnia dalla proprietà adiacente. Di norma non ci sono problemi quindi. Certo, qualche vicino potrà brontolare. Ma bisogna far capire alla gente che avere le api sul balcone accanto è un ottimo indicatore di qualità ambientale. Ed è un buon segno: vuol dire che lì si vive bene…Ai condomini scettici faremo vedere come lavorano le api, spiegheremo loro che non c’è alcun pericolo… e se no proveremo ad addolcirli con un po’ di miele!

Fonte: eco dalle città

Apicoltura da Manuale

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