Juri Chiotti, lo chef stellato che ha cambiato vita per la montagna

Juri Chiotti è uno chef stellato che ha deciso di cambiare vita e tornare alle sue origini: le Alpi piemontesi. Tra questi monti, dopo anni di esperienze in Italia e nel mondo, ha ora dato vita al ristorante agriturismo “REIS Cibo Libero di Montagna”. Oggi Juri non vive solamente in cucina: si occupa anche dell’orto e degli animali perché, come ha scoperto, agricoltura, allevamento e cucina sono profondamente legati. Il suo nuovo sogno? il recupero del borgo di famiglia.

Uno chef stellato Michelin decide di cambiare vita e molla il suo lavoro per trasferirsi a duemila metri di altitudine, per gestire un rifugio tra le montagne in cui è nato. Dopodiché apre un agriturismo e un ristorante, REIS Cibo Libero di Montagna, con l’obiettivo di recuperare e rivalorizzare un borgo semi-abbandonato. Non è la trama di un romanzo d’avventura e nemmeno le gesta di un supereroe, ma parte della storia di Juri Chiotti, che incontriamo a Frassino in piena Valle Varaita in provincia di Cuneo, nel suo “REIS Cibo libero di Montagna”, un agriturismo e ristorante dove Juri sta cercando di portare avanti il suo percorso: avvicinare sempre di più la cucina all’agricoltura e all’allevamento per valorizzare le proprie origini e la montagna.

Al nostro arrivo a REIS ci colpisce una bandiera: “Ti posso chiedere un favore? Riprendila con la videocamera. Ne vado fiero”. Si tratta della bandiera dell’Occitania, un’area storico-geografica che comprende diverse vallate alpine piemontesi, liguri e francesi: una di queste è la Valle Varaita, dove ci troviamo. Juri ha quasi trentatré anni ed un percorso di vita già caratterizzato da traguardi importanti. Di professione nasce cuoco ed esercita in diversi ristoranti in giro per l’Italia e nel mondo, ed a venticinque anni raggiunge l’importante traguardo della Stella Michelin, per due anni di fila, mentre lavora in un ristorante di Cuneo. Ma non era quello il mondo dove Juri voleva vivere e lavorare: “Non posso essere ipocrita, per me è stato un traguardo importante e l’esperienza nei vari ristoranti mi ha formato tantissimo. Ma volevo qualcos’altro: già allora, nel ristorante, cominciavo a sperimentare e a proporre piatti tipici provenienti dalle mie montagne e il richiamo si faceva sempre più forte”. 

Da qui la decisionedi lasciare il lavoro come cuoco e accettare una sfida importante:gestire il rifugio Meira Garneri, nel comune di Sampeyre in provincia di Cuneo,a pochi passi da casa sua, accessibile nei mesi invernali solamente inmotoslitta. “Il rifugio si trova a milleottocentocinquanta metri e sono rimastolì quattro anni. Un’esperienza che mi ha donato tantissimo e che considero l’iniziodel mio percorso che mi ha condotto fino a qua. Innanzitutto tramite questaesperienza sono tornato a casa, e poi ho capito ciò che amavo veramente:mettere al servizio del territorio il mio lavoro e la mia esperienza,realizzare qui in montagna qualcosa di significativo. Non poteva esistere Reissenza questo passaggio”.

REIS: cibo libero di montagna

Nel novembre 2016 Juri ha lasciato il rifugio. Uno dei motivi è la nascita delle sue due figlie (“logisticamente si faceva davvero difficile…”), ma l’altro motivo era la voglia di ricominciare con un nuovo progetto personale legato alla sua professione di cuoco. Viene così a conoscenza di una baita di mezza montagna nel comune di Frassino e se ne innamora: “In più di un mese mi sono concentrato nella pulizia e nelle migliorie del luogo e nell’aprile del 2017 siamo partiti”. 

REIS Cibo Libero di Montagna è oggi un agriturismo con un ristorante di trenta posti, l’orto, un pollaio e un gregge di circa trenta ovini (capre e pecore), che si pone l’obiettivo di far avvicinare i mondi della cucina, dell’allevamento e dell’agricoltura, che secondo Juri si sono allontanati negli ultimi decenni: “Ho fatto in modo che si realizzasse l’ambizione di fare ciò che mi riusciva meglio, cioè cucinare, in un luogo che conoscevo come le mie tasche. Qui so dove andare a cogliere le erbe spontanee nei campi, i boschi dove raccogliere i funghi, i fornitori e i produttori affidabili. In questa maniera riesco a vivere direttamente tutto il processo legato al cibo, non a vivere la cucina come un ambiente distaccato dalle materie prime che utilizza”.

La paura di aprire un’attività in un posto più isolato rispetto alla città non gli ha impedito di tentare il rischio: “Sono soddisfatto: è logico che aprire un ristorante in una valle a novecento metri di altezza non è la stessa cosa che aprirlo nel centro di una città, per quanto riguarda il bacino d’utenza. Però sono sempre stato convinto della bontà delle mie idee, la mia cucina piace, le persone arrivano e soprattutto non vivo solamente in cucina ma sto riscoprendo l’esterno, il mondo che ruota attorno ad essa e che ne è parte integrante allo stesso tempo. La cucina non è solo il piatto che ti porto, esiste tutto il discorso della filiera che è fondamentale ed è necessario ed importante che le persone siano consapevoli: ogni giorno miliardi di persone fanno scelte sul cibo che sono fondamentali per il nostro presente e il nostro futuro. È per questo che REIS,in futuro, avrà un occhio di riguardo sempre maggiore per la cucina vegetale: serviremo anche prodotti di origine animale, come facciamo ora, ma saranno sempre più da contorno e ulteriormente selezionati in base all’etica con la quale vengono prodotti. Sto capendo poi che bisogna collaborare, bisogna essere più soggetti per poter creare un’azienda sana in montagna”.

Il borgo Chiot Martin

Il Borgo Chiot Martin

Chiot Martin è un borgo di montagna che si trova a circa quindici chilometri da Frassino, nel vallone di Valmala, ed è il luogo di nascita del papà di Juri. Il futuro di Reis si intreccia al progetto dello chef di recuperare questo luogo e rivalorizzare le abitazioni presenti. Con un nuovo spazio anche per Reis.. ed un nuovo socio: “Stiamo lavorando ad uno spazio nuovo per Reis, che si lega al recupero del borgo di Chiot Martin. Un mio amico allevatore, Gian Vittorio Porasso, si sta unendo al progetto per fare di Reis uno spazio sempre più connesso all’ecosistema che ha intorno”. Gian Vittorio è un allevatore, con un centinaio di capre tenute a pascolo, ed un produttore di formaggi realizzati solo con latte crudo. Trasferirà il suo pascolo e la produzione a Chiot Martin, che diventerà parte integrante di Reis e del progetto di ristorazione. 

“Per reperire il terreno necessario ad allevare le capre stiamo cercando di creare un’associazione fondiaria, con l’aiuto del Professor Cavallero. Ci siamo inoltre rivolti, per il recupero degli abitati e la creazione del nuovo ristorante, ad uno sportello a Torino che si chiama ‘Vado a vivere in montagna’ e che si occupa di rendere sostenibili delle idee di ritorno in montagna, con la possibilità di accedere a finanziamenti agevolati. Abbiamo presentato il progetto e cercheremo di reperire i fondi per fare tutto quello che è necessario per rendere reale il progetto, che ha come pilastro principale non solo il recupero di una borgata ma quello di un intero ecosistema, rivalorizzato grazie all’allevamento sostenibile e alla valorizzazione dei boschi. Un ritorno alla simbiosi tra natura e uomo, che un tempo qui in montagna si respirava a pieni polmoni”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/11/io-faccio-cosi-231-juri-chiotti-chef-stellato-ha-cambiato-vita-montagna/

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FoodReLOVution: ciò che mangiamo può cambiare il mondo

“Food ReLOVution” è l’ultimo documentario di Thomas Torelli – lo stesso registra di “Un altro mondo” – nel quale vengono analizzate le conseguenze che hanno le nostre scelte alimentari sulla salute pubblica, sull’ambiente e gli ecosistemi, sulla fame nel mondo e sul benessere degli animali.

 “Food Relovution: tutto ciò che mangi ha una conseguenza” è l’ultimo documentario di Thomas Torelli – lo stesso regista di “Un altro mondo” – nel quale vengono analizzate le conseguenze che hanno le scelte alimentari quotidiane sulla nostra salute e sulla salute pubblica, sull’ambiente e gli ecosistemi naturali, sulla fame nel mondo e sulla distribuzione delle risorse, sul benessere degli animali. Il film-documentario ci mostra, attraverso dati scientifici, statistiche e interviste ad esperti di fama mondiale, come tutte le scelte che ci sembrano innocue, in realtà influiscano pesantemente su tutte queste tematiche globali. Un atto così personale e “banale” come fare la spesa sotto casa non solo è correlato con il resto del mondo, ma lo è anche molto di più di quanto immaginiamo.

Tutto ciò che mangiamo, dicevamo, ha conseguenze ben precise e conoscere i dati scientifici, sapere da dove viene e come è stato trasformato il cibo che mettiamo nel piatto, ci permette di valutare in modo critico i “dogmi” alimentari che ci vengono raccomandati e di fare scelte non condizionate da pubblicità e mass media. Gli esperti intervistati in “Food ReLOVution” – tra cui scienziati e ricercatori (il biochimico T. Colin Campbell e il figlio Thomas. M. Campbell, il fisico Noam Mohr, il medico ed epidemiologo italiano Franco Berrino, Vandana Shiva) filosofi e attivisti (Peter Singer, Frances Moore Lappé, James Wildman e Carlo Petrini) – sono concordi nell’affermare che scegliere il cibo con consapevolezza è un atto rivoluzionario che può davvero cambiare il mondo. Il film-documentario di Torelli parte dagli studi di T. Colin Campbell relativi alla correlazione fra cibo e malattie per arrivare ai danni che il consumo eccessivo di proteine animali produce sulla salute pubblica e sull’ambiente. Per produrre 1 kg di carne da allevamento intensivo si consumano migliaia di litri d’acqua e gli animali mangiano i cereali che potrebbero sfamare direttamente migliaia e migliaia di persone malnutrite (allo stesso costo di una singola bistecca, si potrebbero riempire 50 scodelle di cereali cotti e sfamare 50 persone). Gli animali allevati per produrre bistecche, inoltre, vivono in modo del tutto innaturale, spesso condizioni di crudeltà indescrivibile.Food_ReLOVution_1

L’industria alimentare – in particolare l’industria della carne – è diventata un processo finalizzato solo al guadagno e il suo fine non è nutrire, sfamare, ma generare il massimo profitto. Oggi assistiamo al paradosso per cui, da un lato, gli abitanti dei paesi ad alto reddito hanno accesso al cibo prodotto dall’industria che, nella maggior parte dei casi, è dannoso per la salute e, dall’altro gli abitanti dei paesi a medio-basso reddito non hanno accesso alle risorse alimentari prodotte nei loro paesi perché queste sono destinate all’esportazione versi i paesi ad alto reddito. Ogni cosa che mettiamo nel piatto ha un impatto sul Pianeta e avere informazioni corrette e oggettive sulle conseguenze delle nostre azioni ci permette di fare scelte alimentari consapevoli e finalizzate a salvaguardare la nostra salute, l’ambiente, gli animali e le popolazioni più povere del Pianeta. “Food ReLOVution”, ha spiegato il regista Thomas Torelli ad una recente proiezione del film sul Lago di Garda, “vuole fornire gli strumenti necessari a chi è abituato a mangiare carne senza preoccuparsi delle conseguenze, ma mi preme sottolineare che il film non vuole trasformare tutti in vegani o demonizzare in alcun modo chi mangia carne. Da parte nostra non c’è alcun giudizio di fondo o pregiudizio, ma solo ed esclusivamente il desiderio di stimolare una riflessione, una ricerca personale, una presa di coscienza del volto nascosto dell’industria alimentare – in particolare dell’industria della carne” – e del consumo esasperato di proteine animali che fa ammalare l’uomo e l’ambiente e fa soffrire inutilmente gli animali.”locandina-Food_A3_web

“Man mano che giravamo il film”, ha raccontato Torelli, “il mio rapporto con il cibo, in senso lato, è molto cambiato. Qualche anno fa, in quanto vegano, avevo un atteggiamento di giudizio e pre-giudizio nei confronti dei ‘carnivori’, ma ho lentamente compreso che in questo modo non sarei arrivato da nessuna parte. Il primo titolo che avevo dato al film era “Food killers” perché, in buona fede, ero convinto che chiunque si cibasse di carne e prodotti animali (uova, latte, ecc.) fosse un triplice killer: di se stesso, del pianeta e degli animali. Durante la lavorazione del film, però, mi sono reso conto che spesso le persone mangiano in un certo modo solo perché hanno informazioni incomplete sulla produzione di cibo industriale e sulle conseguenze delle loro scelte alimentari. E col tempo ho constatato che quando le persone acquisiscono queste informazioni, tendono a fare scelte molto più salutari e consapevoli e a fare proprio il motto di Ippocrate, il medico greco che già nel IV secolo a.C. affermava “fa che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo”.

“Mi sono accorto, inoltre – ha continuato – che essere costantemente nel giudizio non fa altro che generare divisioni e fazioni opposte – carnivori contro vegetariani, vegetariani contro vegani, vegani contro tutti, ecc. – che non portano da nessuna parte. Se dividiamo il mondo in ‘buoni’ e ‘cattivi’ non riusciremo mai a raggiungere l’obiettivo di parlare a tutti, di comunicare come alcune scelte siano oggettivamente deleterie per salute, ambiente e animali. Il modo migliore per affrontare l’argomento alimentazione e per arrivare a più gente possibile è evitare le ‘etichette’ e rispettare tutte le scelte alimentari. Se ci dividiamo in fazioni sul fronte alimentare, allora manca l’arma vincente per tutti, cioè l’unione che fa la forza. Ognuno di noi ha il suo percorso, i suoi tempi, e l’idea di fondo del film è questa: mangia ciò che vuoi, ma sappi cosa succede ogni volta che mangi e interrogati su quello che c’è ne tuo piatto. L’obiettivo è rendere consapevoli più persone possibile, perché solo quando si sa e si conosce, le abitudini e gli sili di vita cambiano”.

“Sono convinto che il primo passo per cambiare il mondo, per renderlo migliore – ha concluso Torelli – sta nelle azioni quotidiane e, tra queste, la prima è la consapevolezza di ciò che mangiamo. La produzione di cibo ha tre macro-conseguenze impattanti a livello globale: sull’essere umano (cioè sulla sua salute), sull’ambiente e sugli animali, ma il punto di partenza di tutto è l’informazione.Food_ReLOVution_3

Lo scopo del film FoodReLOVution non è raggiungere i ‘carnivori’ per ‘convertirli’, anzi è l’esatto contrario: è dare informazioni corrette e scientificamente documentate al maggior numero di persone affinché comprendano cosa succede quando scelgono la carne. Se poi, chi guarda il film decide di passare da un hamburger al giorno a due hamburger a settimana, per me è già una vittoria a livello globale. Fare scelte consapevoli anche solo in una delle tre grandi categorie trattate nel film corrisponde già ad un miglioramento globale. Bisogna sfatare una volta per tutte il mito che il comportamento individuale non influisce sul tutto: come il mare è fatto da singole gocce e ogni goccia che si muove, muove tutto il mare, così ogni singola azione ha conseguenze su tutto il pianeta. Oggi sapere esattamente cosa mangiamo, è davvero il primo passo verso un mondo migliore”.

Ricordiamoci, quindi, che ogni cosa che mangiamo e acquistiamo ha un impatto preciso sul Pianeta, che siamo perfettamente in grado di cercare e discernere in modo autonomo i dati e le informazioni che ci servono e che possiamo cambiare le cose partendo da noi stessi. Il cambiamento che attendiamo non arriva dall’esterno, ma parte dall’interno, da noi stessi. L’arma più potente per migliorare il mondo è la scelta basata sulla conoscenza, una scelta che ci permette di agire con coerenza, consapevolezza, amore e rispetto per la Vita in tutte sue forme.

Fonte:

http://www.italiachecambia.org/2017/10/foodrelovution-cio-che-mangiamo-puo-cambiare-mondo/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’Unione Europea all’attacco del cibo biologico

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Al Parlamento Europeo, nella Bruxelles ferita dagli attacchi terroristici, si discute delle normative che regolamentano agricoltura e allevamento biologico. Negli scorsi giorni sono emersi i dettagli delle revisioni dell’Europarlamento al testo della Commissione Europea; ora il testo rivisto passerà alla fase di concertazione fra Commissione, Parlamento e Stati. La tendenza che emerge è quella di un preoccupante allineamento del biologico al convenzionale. Innanzitutto il testo prevede che solamente gli erbivori possano mantenere il diritto di pascolare all’aria aperta e fra le proposte si trovano anche il taglio della coda, delle corna e la castrazione, soluzioni simili a quelle degli allevamenti industriali. Un altro nodo della questione riguarda i prodotti trasformati: finora la percentuale consentita di ingredienti non bio era del 5%, mentre la Commissione Europea aveva addirittura deciso di proibire in toto gli elementi convenzionali. Il Parlamento Europeo, al contrario, spinge affinché sia possibile utilizzare ingredienti convenzionali in mancanza di quelli bio. In questo caso gli ingredienti non bio possono essere eccezionalmente autorizzati. Uno degli aspetti più paradossali è l’intenzione di introdurre una norma secondo la quale i prodotti provenienti da Paesi extra Ue che, a causa di “condizioni climatiche e locali specifiche”, non rientrano nei parametri europei possano comunque avvalersi del marchio bio. Infine c’è il tema controverso della possibilità di coltivare nella stessa azienda prodotti convenzionali e prodotti biologici. La Commissione Ue aveva suggerito che si potesse fare solamente in una iniziale fase di riconversione dell’azienda agricola, ma il Parlamento ambisce a una deregolamentazione in tal senso. In Italia il biologico è cresciuto del 17% nel 2015 rispetto all’anno precedente, ma minarne i principi di fiducia sui quali si fonda la disponibilità dei clienti a pagare di più per mangiare più sano appare come una scelta difficile da comprendere e da digerire.

Fonte:  La Stampa

La Commissione Europea ritira la riforma del mercato delle sementi. Via Campesina: “Riprendiamoci la nostra sovranità alimentare”

La Commissione Europea ha annunciato la sua decisione di ritirare la riforma del mercato sementiero, da più parti invocata affinché potesse essere contenuto lo strapotere delle multinazionali e reso possibile lo scambio dei semi per affrancare i contadini dalla schiavitù delle royalties. Ora si tratta di vedere cosa accadrà. Intanto l’associazione internazionale contadina La Via Campesina lancia i suoi “5 passi” per nutrire veramente il pianeta (altro che Expo 2015!) e rivendica la sovranità alimentare dei popoli.via_campesina

La Commissione Europea ha annunciato al Parlamento europeo la sua decisione di ritirare la riforma della regolamentazione del mercato sementiero, cancellando di fatto le seppur timide aperture cui la Commissione precedente era stata costretta dalle pressioni dei movimenti per la sovranità alimentare e dai gruppi rappresentativi in agricoltura. Quelle aperture lasciavano sperare che finalmente la UE potesse prendere in considerazione norme e interventi a difesa della biodiversità e preservazione dei suoli, a difesa del diritto dei contadini allo scambio delle loro sementi, del diritto delle piccole aziende a commercializzare tutte le biodiversità disponibili senza dover essere costrette a registrarle nei cataloghi istituzionali e a difesa della possibilità di aprire quei cataloghi ai semi non “standardizzati”, sinonimo di maggiore ricchezza nutritiva dei cibi. Nulla di tutto ciò, tutto cancellato, la pressione delle lobby di interesse e delle multinazionali sementiere evidentemente è devastante. Intanto l’associazione internazionale di contadini La Via Campesina rimarca la sua critica al sistema industriale di produzione del cibo, «causa principale dei cambiamenti climatici e responsabile del 50% delle emissioni di gas serra in atmosfera». Eccoli i punti critici principali.

Deforestazione (15-18% delle emissioni). Prima che si cominci a coltivare in maniera intensiva, le ruspe e i bulldozer fanno il loro lavoro abbattendo le piante. Nel mondo, l’agricoltura industriale si sta spingendo nella savana, nelle foreste, nelle zone più vergini divorando una enorme quantità di terreno.

Agricolture e allevamento (11-15%). La maggior parte delle emissioni è conseguenza dell’uso di materie rime industriali, dai fertilizzanti chimici ai combustibili fossili per far funzionare i macchinari, oltre agli eccessi generati dagli allevamenti.

Trasporti (5-6%). L’industria alimentare è una sorta di agenzia di viaggi globale. I cereali per i mangimi animali magari vengono dall’Argentina e vanno ad alimentare i polli in Cile, che poi sono esportati in Cina per essere lavorati per poi andare negli Usa dove sono serviti da McDonald’s. La maggior arte del cibo prodotto a livello industriale percorre migliaia di chilometri prima di arrivare sulle nostre tavole. Il trasporto degli alimenti copre circa un quarto delle emissioni legate ai trasporti e il 5-6% delle emissioni globali.

Lavorazioni e packaging (8-10%). La trasformazione dei cibi in piatti pronti, alimenti confezionati, snack o bevande richiede un’enorme quantità di energia e genera gas serra.

Congelamento e vendita al dettaglio (2-4%). Dovunque arrivi il cibo industriale, là deve essere alimentata la catena del freddo e questo è responsabile del consumo del 15% di energia elettrica nel mondo. Inoltre i refrigeranti chimici sono responsabili di emissioni di gas serra.

Rifiuti (3-4%). L’industria alimentare scarta fino al 50% del cibo che produce durante tutta la catena di lavorazione e trasporto, i rifiuti vengono smaltiti in discariche o inceneritori.

La Via Campesina rivendica la sovranità alimentare dei popoli e indica 5 passi fondamentali per arrivarci. Eccoli.

  1. Prendersi cura della terra.

L’equazione cibo/clima ha radici nella terra. La diffusione delle pratiche agricole industriali nell’ultimo secolo ha portato alla distruzione del 30-75% della materia organica sul suolo arabile e del 50% della materia organica nei pascoli. Ciò è responsabile di circa il 25-40% dell’eccesso di CO2 in atmosfera. Questa CO2 potrebbe essere riportata al suolo ripristinando le pratiche dell’agricoltura su piccola scala, quella portata avanti dai contadini per generazioni. Se fossero messe in pratiche le giuste politiche e le giuste pratiche in tutto il mondo, la materia organica nei suoli potrebbe essere riportata ad un livello pre-industriale già in 50 anni.

  1. Agricoltura naturale, no alla chimica.

L’uso di sostanze chimiche nell’agricoltura industriale è aumentata in maniera esponenziale e continua ad aumentare. I suoli sono stati impoveriti e contaminati, sviluppando resistenza a pesticidi e insetticidi. Eppure ci sono contadini che mantengono le conoscenze di ciò che è giusto fare per evitare la chimica diversificando le colture, integrando coltivazioni e allevamenti animali, inserendo alberi, piante e vegetazione spontanea.

  1. Limitare il trasporto dei cibi e concentrarsi sui cibi freschi e locali.

Da una prospettiva ambientale non ha alcun senso far girare il cibo per il mondo, mentre ne ha solo ai fini del business. Non ha senso disboscare le foreste per coltivare il cibo che poi verrà congelato e venduto nei supermercati all’altro capo del mondo, alimentando un sistema altamente inquinante. Occorre dunque orientare il consumo sui mercati locali e sui cibi freschi, stando lontani dalle carni a buon mercato e dai cibi confezionati.

  1. Restituire la terra ai contadini e fermare le mega-piantagioni.

Negli ultimi 50 anni, 140 milioni di ettari sono stati utilizzati per quattro coltivazioni dominanti ed intensive: soia, olio di palma, olio di colza e zucchero di canna, con elevate emissioni di gas serra. I piccoli contadini oggi sono confinati in meno di un quarto delle terre coltivabili nel mondo eppure continuano a produrre la maggior parte del cibo (l’80% del cibo nei paesi non industrializzati). Perché l’agricoltura su piccola scala è più efficiente ed è la soluzione migliore per il pianeta.

  1. Dimenticate le false soluzioni, concentratevi su ciò che funziona

Ormai si ammette che la questione agricola è centrale per i cambiamenti climatici. Eppure non ci sono politiche che sfidino il modello dominante dell’agricoltura e della distribuzione industriali, anzi: governi e multinazionali spingono per far passare false soluzioni. Per esempio, i grandi rischi legati agli organismi geneticamente modificati, la produzione di “biocarburanti” che sta contribuendo ancor più alla deforestazione e all’impoverimento dei suoli, continuano ad essere utilizzati i combustibili fossili, si continua a devastare le foreste e a cacciare le popolazioni indigene. Tutto ciò va contro la soluzione vera che può essere solo il passaggio da un sistema industriale di produzione del cibo a un sistema nelle mani dei piccoli agricoltori.

Fonte: ilcambiamento.it

L’allevamento potrebbe ridurre del 30% le emissioni di gas serra

Il 15% delle emissioni antropiche di Co2 è dovuto agli allevamenti di bestiame. Il rapporto della Fao pubblicato ieri non si limita a fotografare la situazione ma fornisce soluzioni per il futuro161753696-586x381

L’impatto degli allevamenti sull’ambiente resta altissimo: da solo rappresenta un sesto delle emissioni globali di gas serra, fra le principali responsabili dei cambiamenti climatici. Il bestiame emette nell’aria 7,1 gigatonnellate di Co2 l’anno, ovverosia il 15% di tutte le emissioni antropiche ed è per questa ragione che molte istituzioni internazionali e Ong chiedono che venga ridotto il consumo di carne che, invece, è in crescita costante. Secondo un rapporto pubblicato ieri dalla Fao è possibile ridurre tali emissioni del 30% con l’implementazione delle buone pratiche e delle tecnologie attualmente esistenti. Lo studio – il più completo mai effettuato dall’agenzia fino a ora – ha preso in esame la produzione e il trasporto di alimenti per animali, l’utilizzazione delle biomasse per produrre energia, la fermentazione del letame, ma anche il trasporto, la refrigerazione e il confezionamento di prodotti animali dopo la macellazione. Le principali fonti di emissione causate dall’allevamento sono risultate essere: la produzione e la trasformazione degli alimenti (45%), la digestione dei bovini (39%) e la decomposizione del letame (10%). Il rapporto della Fao prende in esame anche le tipologie di allevamento: due terzi delle emissioni sono legati agli allevamenti bovini (65%), seguiti da gli allevamenti di suini (9%), la produzione di pollame e uova (8%) e bisonte (8%). Questi animali emettono nell’aria per il 44% metano, per il 29% ossido di azoto e per il 27% anidride carbonica. Come si può ridurre le emissioni? Secondo la Fao, un decremento dal 18 al 30% si potrebbe ottenere semplicemente adottando pratiche già esistenti ma adottate, finora, solamente dal 10% dei produttori. Si tratta di buone pratiche che riguardano l’alimentazione animale (fieno che viene digerito meglio, con più fibre), la genetica (le specie potrebbero essere incrociate in modo da emettere meno gas) e l’allevamento (la gestione dei pascoli). La Fao raccomanda, inoltre, una migliore gestione del letame e lo sviluppo di tecnologie attualmente poco utilizzate come i generatori di biogas grazie alla digestione anaerobica e i dispositivi di risparmio energetico.

Questi vantaggi si possono ottenere migliorando le pratiche esistenti , e non è necessario interrompere i sistemi di produzione . Ma abbiamo bisogno di migliori politiche e, soprattutto, di un’azione comune. Con la crescente domanda di prodotti del settore alimentare, in particolare nei paesi in via di sviluppo è imperativo che l’industria inizi a lavorare da subito sulla riduzione delle emissioni gas, al fine di contribuire a compensare l’aumento delle emissioni globali che comporterà la futura crescita della produzione di bestiame

ha detto Ren Wang, Vice Direttore generale della Fao responsabile per l’Agricoltura e la tutela dei consumatori.

Fonte:  Le Monde

 

Agricoltura: nel 2012 boom di star up al femminile

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In controtendenza con i dati sull’imprenditoria italiana crescono le aziende guidate da donne. Nel 2012 sono nate 102.391 imprese al femminile che hanno fatto salire a 1.424.743 il numero complessivo nei più disparati settori produttivi. L’analisi condotta da Coldiretti sui dati Unioncamere al 31 dicembre 2012 evidenzia come il 16% delle imprese femminili operi nell’agricoltura, nei servizi di alloggio e ristorazione.

Si tratta di un dato molto interessante specialmente se si considera che in ambito giovanile (under 35) il 2013 è iniziato con 22.373 imprese in meno rispetto a dodici mesi prima, pari a un -3%: la quota delle imprese giovanili in agricoltura è scesa all’11,4% del totale.

Tirando le fila della sua analisi Coldiretti sottolinea come l’aumento dell’imprenditoria femminile abbia dato un nuovo impulso al settore in termini di innovazione e creatività: dalle attività legate alla lavorazione del prodotto agricolo in loco allo sviluppo di agriturismi e bed and breakfast, dagli agriasili alle fattorie adibite alla pet-therapy e alla didattica, dalle adozioni di piante e animali online alle agrigelaterie, si sono moltiplicate le attività parallele o connesse all’agricoltura e all’allevamento.

La sfida di coniugare le esigenze del mercato con quelle della salute e della qualità della vita ha accresciuto il numero di aziende agricole a conduzione femminile tanto da raggiungere un 29% che rappresenta un dato superiore alla media. Ed è proprio nelle attività più innovative e multifunzionali che le imprese in rosa hanno dimostrato una spiccata attitudine all’adattamento a un mercato liquido e in costante evoluzione.

Fonte:ecoblog