La ministra Lorenzin “benedice” le mucche della super-stalla

Cucù! Il ministro della salute alla presentazione di un allevamento intensivo di bovini. E ai cittadini, attraverso i media mainstream, lascia intendere che questi sono modelli di sostenibilità! Ma come siamo messi?lorenzin

Nei giorni scorsi, a Iolanda, in provincia di Ferrara, il ministro della salute Beatrice Lorenzin è intervenuta al convegno “Zootecnia 4.0”, promosso da Bonifiche Ferraresi con Assocarni e Coldiretti, per presentare un nuovo centro zootecnico che, come qualche media riporta, “spicca in sostenibilità e integrazione e si guadagna l’appellativo di scommessa nazionale come innovativo modello italiano di allevamento bovino. Una vera e propria rivoluzione per quella che vuole essere la stalla del futuro”.

Si tratta di un allevamento con capacità di 5000 animali,  dieci enormi stalle  e 33 mila mq di superficie.

E’ necessario, quindi, che il Ministro della Salute si rechi personalmente ad appoggiare, avallare ed esaltare quello che, più che essere la stalla del futuro, non è altro che l’ennesimo allevamento intensivo? Ricordiamo che allevamento intensivo significa: animali allevati e uccisi alla catena di montaggio senza alcun rispetto per le loro necessità specie-specifiche, emissioni inquinanti per l’ambiente, liquami da smaltire, uso di antibiotici a iosa (che poi passeranno a chi quegli animali li mangia).

La ministra Lorenzin, che evidentemente tiene alla nostra salute (!), si esprime così: “Purtroppo ci districhiamo costantemente in mezzo alle mode, grandi ondate che bisognerebbe combattere insegnando ai cittadini la consapevolezza, la capacità di scelta di fronte a notizie fuorvianti. Come ministro sono molto preoccupata per mode alimentari basate sulla disinformazione, come nel caso delle battaglie sui vaccini ad esempio, in cui si è arrivati a livelli tali da far sì che una grandissima parte dei cittadini rinunciasse a un elemento primario di profilassi mettendo a rischio la salute di intere comunità”.

Tra malnutrizione, povertà alimentare, diete scarse in proteine o in carboidrati secondo la moda del momento, Lorenzin indica la via da seguire: “In mezzo ai radicalismi c’è l’equilibrio: la nostra dieta mediterranea, patrimonio dell’Unesco, con la sua piramide alimentare che vede in cima proprio la carne”.

Vorrei far notare alla ministra che se nella piramide alimentare della dieta mediterranea un  alimento si trova in cima, significa che è proprio quello che va mangiato di meno (in quantità) e raramente. Non quello considerato, quindi, il più importante. Alla base, infatti, ci sono pane, pasta, riso e cereali integrali, la frutta, la verdura, i legumi, l’olio d’oliva tra gli alimenti essenziali e che non dovrebbero mai mancare sulla nostra tavola. Ogni giorno.

Ma qui non si tratta solo di saper interpretare correttamente una piramide alimentare ma di spacciare per mode alimentari modelli diversi da quelli in cui crede lei e che avrebbero, unici, l’avallo medico-scientifico e l’etichetta di equilibrio, buon senso e salute.

Possiamo decidere di mangiare la carne, che ci fa bene, possiamo esserne convinti quanto si vuole. Trovo tuttavia scorretto tacciare di radicalismo chi non crede affatto nelle stesse teorie. Non si tratta più di qualche pazzo isolato e stravagante, dal cuore troppo tenero o dalle reazioni scomposte e violente che va in giro a sbracciarsi contro chi alleva, macella o mangia la carne. Sono ormai moltissimi i medici e gli scienziati che raccomandano di evitarla o di ridurla moltissimo. E non si tratta di persone sconosciute di cui non si conoscono curricula, esperienze, pubblicazioni o provenienza. Sono numerosissimi gli studi che accertano i danni causati da un consumo eccessivo di carne (ne mangiamo, ormai, ogni giorno). L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha recentemente definito la carne rossa come probabilmente cancerogena mentre molti studiosi lo dicono da anni. La ministra, dunque, come mai parla ancora di disinformazione? Di mode strampalate e pericolose?

E non mi metterò a parlare di etica. Non voglio farlo per onestà intellettuale e perché non ritengo, da vegana, di fare una vita più etica di chi sceglie di nutrirsi di prodotti animali. Non è sufficiente essere vegan finché non si comincia a porsi profondamente il problema di una vita più etica a 360 gradi. Non voglio quindi usare questa parola ma mi chiedo come mai il problema delle condizioni di vita degli animali non venga neppure posto. Se si continua a promuovere un sistema basato sul modello intensivo di allevamento, invece di andare avanti si torna indietro. Possiamo anche far finta che non esistano le torture perpetrate ad esseri senzienti e del tutto innocenti: maltrattamenti indegni dell’essere umano che si ripetono ogni giorno su milioni di animali da sacrificare al nostro gusto e sull’altare della tradizione culinaria italiana. Possiamo anche conoscere la verità e pensare che sia giusto e sacrosanto il diritto dell’uomo di rendere schiavi altri esseri viventi ma si recuperi almeno quel senso di dignità e di rispetto verso l’uomo stesso che porti ad evitar loro sofferenze atroci, inutili e perfettamente evitabili. Esistono ormai allevamenti che si ispirano a modelli completamente diversi per chi crede fermamente che mangiare animali morti sia indispensabile alla propria salute.

Dove sta allora, davvero, cara ministra Lorenzin, la disinformazione, il pericolo, il rischio per la salute e l’ambiente, la mancanza di rispetto per altri esseri viventi? Dove sta il radicalismo di cui lei parla se non dove, invece di ascoltare, si va diritti per la propria strada convinti di possedere la verità assoluta anche contro innumerevoli voci discordi?

Fonte: ilcambiamento.it

Desirée e David hanno vinto contro gli allevamenti intensivi: «E ora vogliamo essere custodi della terra»

Un’energia che nemmeno ci si immagina se non li si vede all’opera. Ragazzi entusiasti, determinati, che hanno messo a frutto il loro patrimonio di valori e sono riusciti ad ottenere la loro vittoria: accelerare la chiusura di un lager dove erano allevati 30.000 tacchini in condizioni pesantissime.desiree_ambra

Ora vogliono acquistare il terreno dove si trovano i capannoni ormai vuoti per assicurarsi che nessun altro allevamento intensivo possa riaprire proprio lì. Ma il costo è alto; si stanno rimboccando le maniche e… chissà che non ci sia qualcuno pronto a dar loro una mano! Si chiamano Desirée Manzato e David Panchetti.

«David abitava già ad Ambra, una frazione del Comune di Bucine in provincia di Arezzo, nel podere di un amico, in affitto in una delle varie abitazioni presenti e gestiva un negozio di riparazione computer – spiega Desirée – Diviso da una rete, c’è sempre stato questo un allevamento intensivo di tacchini dato in affitto a varie aziende che via via col tempo cambiavano. Io a quel tempo abitavo in Veneto, facevo la restauratrice ed era attivista nell’associazione per i diritti animali Venus in fur. Ci siamo conosciuti e dopo pochi mesi mi sono trasferita anche io ad Ambra».

Poi Desirée e David si erano prefissati di far chiudere l’allevamento.

«Ma come fare?» si sono domandati.

«Per un anno abbiamo chiesto aiuto a chiunque, istituzioni, politici, associazioni, per trovare un modo. Le ragioni della chiusura c’erano tutte: luci accese 24 ore su 24, sovraffollamento, sporcizia, incuria, medicinali ed antibiotici nell’acqua e ogm nei mangimi. Trentamila tacchini erano stipati in 7 capannoni; dopo appena 3 mesi di ingrasso venivano caricati di notte, praticamente sotto la finestra della nostra camera da letto, per essere trasportati al macello. Il dottor Massimo Tettamanti ad un corso per attivisti accolse la mia proposta di fare una causa per danno ambientale. Poco tempo dopo, l’allevatore stesso ci confessava che era parecchio in crisi ed acconsentì a lasciarci liberare due tacchine che prendemmo subito prima che finissero nel dannato camion. Una di loro purtroppo dopo 5 mesi ci ha lasciati, Giorgina invece l’1 febbraio compie un anno».

«Nel frattempo, grazie alle nostre investigazioni e al dialogo con le persone del paese e con il proprietario del podere, si iniziò a diffondere la verità. L’allevatore fu messo alle strette e se ne andò. Quindi, onde evitare che facesse gola a nuovi allevatori, abbiamo valutato l’idea di acquistare il podere intero, compreso l’allevamento ormai vuoto, per trasformare il tutto in rifugio per animali da reddito e piccola azienda agricola che lavori in funzione del mantenimento degli animali stessi, come obbiettivo primario. L’acquisto è ancora in fase di trattativa; siamo alle battute finali con banche, associazioni coinvolte nel progetto e siamo alla ricerca di eventuali altri finanziatori. Il costo è alto, però comunque è nemmeno la metà di quello che chiedevano all’inizio. Noi ad Ambra siamo ancora in affitto, però abbiamo il benestare del proprietario per iniziare tranquillamente a coltivare e a fare il lavori necessari. Il posto era in stato di abbandono; piano piano stiamo ridando dignità alla valle, respiro al bosco e stiamo liberando il letto dei torrenti e le sponde del lago. Abbiamo già alcuni animali, provenienti da varie situazioni, che vivono con noi e impegnano le nostre giornate. Ci sono una serie di appartamenti al grezzo da ammobiliare per ospitare in un futuro prossimo persone che volessero venire a trascorrere qualche giorno, mese o anno di pausa dalla vita moderna, sapendo che l’affitto che pagheranno andrà interamente a mantenere gli animali ospiti del rifugio, idem per i pasti che offriremo loro. Per ora in maniera informale ospitiamo in casa nostra solo piccoli gruppi di persone che vengono per conoscere il progetto e farne parte. Oppure ospitiamo chi partecipa ai nostri eventi, perché venendo da lontano preferisce fermarsi a dormire per ripartire il giorno dopo con calma. Organizziamo eventi, appunto, finalizzati al mantenimento del rifugio e per diffondere varie tematiche, dall’informazione sul nostro progetto, alla diffusione del veganesimo e dei diritti animali, incontri con ospiti di altre realtà collegati al mondo dell’attivismo animalista e ambientalista, contro le multinazionali e per il ritorno ad una vita più semplice e contadina, accompagnati sempre da pasti vegan autoprodotti».

Il prossimo appuntamento in calendario sarà il più speciale: l’1 febbraio Giorgina, la tacchina del capannone 7, compie un anno di vita.

«Quindi faremo una grande festa per festeggiare Giorgina e per ricordare gli animali che non ce l’hanno fatta; per ribadire anche che qui, all’ex allevamento di Ambra, nessuno mai più verrà recluso per essere condannato a morte. Festeggeremo dalle ore 14 fino al sopraggiungere del buio, dopo di che lasceremo alle bestiole il giusto silenzio necessario. Speriamo per quella data di avere le ultime risposte sulle trattative così ci sarà un ulteriore motivo in più per festeggiare. Fino a quel momento incrociamo le dita».

Chi vuole fare visita a Desirée e David può farlo nei fine settimana, telefonando prima al numero 055-996946.

E’ stata aperta anche una raccolta fondi su BuonaCausa

Fonte: ilcambiamento.it