Insetti ogm: è allarme

L’appuntamento è il meeting mondiale promosso dalle Nazioni Unite per discutere e fare il punto sul protocollo di Cartagena sulla biosicurezza, il prossimo 29 settembre in Sud Corea. L’associazione Testbiotech lancia un appello: «Sia l’occasione per mettere fine alla diffusione incontrollata degli ogm, compresi gli insetti di cui si sta pianificando l’introduzione massiccia nell’ambiente».mosche_ogm

«Gli stati membri dell’Unione Europea che parteciperanno al meeting del 29 settembre in Sud Corea si prendano la responsabilità di chiedere il veto definitive alla diffusione incontrollata degli ogm, fermando immediatamente l’introduzione nell’ambiente degli insetti geneticamente modificati». E’ l’appello lanciato dall’associazione tedesca Testbiotech, attivissima sul fronte della lotta agli organismi geneticamente modificati. All’appello hanno aderito già 35 organizzazioni. La conferenza internazionale farà il punto sul protocollo di Cartagena sulla biosicurezza ed è facoltà di chi ha sottoscritto il protocollo di fermare le importazioni di ogm in Europa. «L’accordo sottoscritto a Cartagena è, insieme alla Convenzione sulla Biodiversità, uno strumento che dovrebbe servire a proteggere la diversità biologica e la salute umana – spiega l’associazione Testbiotech – ma ovviamente non è possibile alcun passo avanti senza la precisa volontà di adottare misure serie contro chi invece promuove la diffusione degli ogm. Negli ultimi anni ci sono stati numerosissimi casi confermati di diffusione incontrollata con conseguente contaminazione di ampie aree in diverse nazioni. Per esempio, mais e cotone in Messico, l’agrostide negli Usa e l’olio di colza in Europa, Giappone, Australia e Nord America. Inoltre, e su questol’allarme è massimo, le multinazionali del settore stanno progettando di rilasciare nell’ambiente anche mosche geneticamente modificate che muovendosi facilmente renderebbero ancora più incontrollabile la diffusione di organismi di cui si sa veramente molto poco e di cui non è stata affatto stabilita la sicurezza. L’Unione Europea ha già sottolineato la preoccupazione e i problemi rilevanti che la diffusione di tali insetti ogm potrebbe provocare nell’ambiente e agli esseri umani ma non ha ancora proposto iniziative specifiche per prevenire e fermare l’emergenza. Chiediamo dunque agli stati membri della UE di adottare misure significative per ottenere una regolamentazione internazionale bloccando nel frattempo ogni ulteriore introduzione di ogm. Siamo molto preoccupati riguardo al trattato TTIP tra UE e Usa, lascia spazio a molti dubbi, a molti rischi, inaccettabili».

Fonte: ilcambiamento.it

Annunci

Smog, asma nei bambini raddoppiata | L’allarme dell’International Pediatric Workshop

“Nessuna malattia genetica è in grado di raddoppiare senza che ci sia un elemento scatenante: l’inquinamento ambientale, avvertono gli esperti, sta generando un aumento di casi di asma in tutto il mondo”.

379419

“Lo smog nelle nostre città aumenta senza che le politiche intraprese per arginare il problema diano risultati tangibili. Anzi, l’inquinamento atmosferico sta danneggiando sempre più la salute dei bambini. Ad esempio a Roma, negli anni ’70 la prevalenza dell’asma in età pediatrica era del 7%, oggi siamo al13%. E nessuna malattia genetica è in grado di raddoppiare senza che ci sia un elemento scatenante”. A parlarne, in occasione dell’International Pediatric Workshop di San Pietroburgo, è stato Renato Cutrera, direttore dell’U.o.c. di Broncopneumologia dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.  L’inquinamento ambientale, avvertono gli esperti, sta generando un aumento di casi di asma in tutto il mondo, Italia compresa. A influire “non sono solo le particelle rilasciate dalle autovetture – spiega Michele Miraglia Del Giudice, docente di Pediatria della Seconda Università di Napoli – ma anche quella che viene chiamata sindrome dell’edificio malato e cioè quell’insieme di caratteristiche degli appartamenti moderni, nei quali ad esempio gli infissi non fanno passare e cambiare l’aria, come accadeva invece a casa delle nostre nonne piene di spifferi. Correnti che però erano benefiche, perché creavano un ricambio e impedivano a detersivi, vernici e altre sostanze, che normalmente si trovano nelle case, di depositarsi e dar luogo ad allergie e asma”.  Oggi in Italia il 20% della popolazione in età pediatrica soffre di asma, ma il problema è destinato ad aumentare se non si interviene anche sullo stile di vita dei più piccoli: “Sempre meno ragazzi oggi giocano all’aperto – evidenzia Cutrera – e vengono dunque esposti ai benefici 15 minuti di raggi solari al giorno necessari per la produzione di vitamina D. Di conseguenza, i livelli di questa sostanza nel sangue dei bambini stanno diminuendo, cosa che rappresenta un ennesimo fattore di rischio di asma. Per non parlare del fatto che un bimbo su 5 viene esposto al fumo di sigaretta“.

Fonte: ecodallecittà.it

Piante ornamentali velenose per le api, l’allarme di Greenpeace nel dossier Eden tossico

Le piante ornamentali nel 79% dei casi sono contaminate da pesticidi killer delle api. Lo rivela Greenpeace nel dossier Eden Tossico

Greenpeace ha presentato oggi il dossier Eden Tossico in cui ha analizzato l’uso dei pesticidi nel settore florovivaistico e specialmente per le piante ornamentali. Dalle analisi fatte è emerso che il 79% delle piante erano contaminate da pesticidi killer per le api e che nel 98% dei campioni erano presenti residui di insetticidi, erbicidi o fungicidi. Sono state analizzate 86 piante ornamentali come la viola, la campanula e la lavanda acquistate in negozi del settore, nei supermercati e centri del fai da te in 10 diversi Paesi europei. Inoltre le analisi hanno evidenziato in quasi la metà dei campioni i residui di almeno uno dei tre insetticidi neonicotinoidi limitati in Europa e vietati in Italia per il 43% per l’ imidacloprid, per l’8% per il thiamethoxam e per il 7% per il clothianidin.FRANCE-AGRICULTURE-ANIMALS-BEES

Spiega dunque Federica Ferrario, responsabile Campagna Agricoltura di Greenpeace Italia:

I fiori sui nostri balconi o nei nostri giardini possono contenere pesticidi tossici, che mettono a rischio api e altri impollinatori. Finché si continueranno a utilizzare pesticidi killer delle api per la coltivazione di piante e fiori, tutti noi possiamo essere complici inconsapevoli di una contaminazione ambientale che mette a rischio le api.Il bando parziale in vigore su alcuni neonicotinoidi non basta a proteggere le api e gli altri impollinatori. È necessario subito un divieto assoluto dei pesticidi dannosi per le api, che sia il primo segnale di un cambio radicale dell’attuale modello agricolo industriale basato sulla chimica di sintesi

Gli antiparassitari rilevati dalle analisi nelle piante ornamentali acquistate in Europa pongono una questione urgente, ossia la necessità di maggiori controlli da applicare al settore florovivaistico.

Fonte: Comunicato stampa

© Foto Getty Images

Inquinamento: allarme per la correlazione fra sostanze chimiche e deficit cerebrali

Una ricerca pubblicata su Lancet Neurology amplia la black list delle sostanze chimiche che interferiscono negativamente nello sviluppo cerebrale dei bambini

Secondo una ricerca pubblicata da Lancet Neurology negli ultimi sette anni sarebbe raddoppiato il numero delle sostanze chimiche in grado di provocare alterazioni nello sviluppo cerebrale fetale e infantile. Secondo Philippe Grandjean della Harvard School of Public Health e Philip J. Landrigan delle Icahn School of Medicine at Mount Sinai molte sostanze estremamente nocive per il sistema neuronale si troverebbero in molti oggetti di uso quotidiano, dall’abbigliamento ai mobili, ma soprattutto nei giocattoli, oggetti con i quali i bambini interagiscono per molte ore al giorno. Otto anni fa, nel 2006, le sostanze tossiche sotto osservazione per i danni allo sviluppo cerebrale erano piombo, metilmercurio, arsenico, policlorobifenili (PCB) e toluene, ora, a questa black list, si sono aggiunte anche manganese, i fluoruri, i pesticidi chlorpyrifos e DDT, il solvente tetracloroetilene, e i ritardanti di fiamma a base di polibromodifenileteri (PBDE), si tratta di sostanze chimiche che potrebbero andare dal disturbo da deficit di attenzione (ADHD) alla dislessia e agli altri Dsa (discalculia, disgrafia). Anche se la placenta è un potentissimo “filtro” in grado di proteggere il feto, molti composti tossici ambientali passano dalla madre al feto. Nei soli Stati Uniti l’avvelenamento da piombo nella popolazione infantile costa alla collettività 50 miliardi di dollari, mentre quello da metilmercurio circa 5 miliardi. Secondo i due ricercatori sarebbe in atto una vera e propria pandemia con pesanti conseguenze non solo sulla salute pubblica, ma sulla stessa economia. La perdita di un punto di QI peserebbe, nell’intera vita lavorativa, in una cifra stimabile in 12mila euro e visto che nell’Unione Europea si stimano come perduti 600mila punti QI a causa dell’interazione con sostanze tossiche, il danno economico sarebbe di circa 10 miliardi di euro annui. A queste sostanze in grado di condizionare negativamente lo sviluppo cerebrale vanno aggiunte altre 200 capaci di danneggiare il cervello adulto. Ma le sostanze tossiche potrebbero essere molte di più visto che la maggior parte degli 80mila composti chimici utilizzati negli Stati Uniti non sono mai stati testati in tal senso. Una delle soluzioni suggerite dai ricercatori è vincolare la distribuzione delle sostanze chimiche all’obbligo per i produttori di dimostrare la non nocività della propria produzione. Un iter molto simile a quello seguito prima dell’uscita dei farmaci sul mercato.169225259-586x415

Fonte:  Lancet Neurology

Piemonte, Legambiente lancia l’allarme: “Manutenzione urgente nel 38,7% delle scuole”

Legambiente presenta Ecosistema Scuola, il rapporto annuale sulla qualità dell’edilizia e dei servizi scolastici. Crescono le pratiche sostenibili e l’uso delle fonti rinnovabili, ma ci sono ancora troppi edifici vecchi e privi di sicurezza377709

Peggiora la situazione dell’edilizia scolastica in Piemonte, in uno stato di permanente emergenza sul fronte degli interventi e della messa in sicurezza. Crescono rispetto ad un anno fa gli edifici che necessitano di manutenzione urgente: il 38,7%,oltre 14 punti sopra il dato dello scorso anno e un punto percentuale sopra la media nazionale del 37,6%. E’ quanto emerge dalla XIV edizione di Ecosistema Scuola, il rapporto annuale di Legambiente sulla qualità delle strutture e dei servizi della scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado di 94 capoluoghi di provincia. Una fotografia che mostra quanto sia urgente intervenire in questo settore. “Ancora oggi non esiste un monitoraggio complessivo e sistematico dello stato di sicurezza delle scuole italiane ed Ecosistema Scuola è l’unico strumento di sensibilizzazione e informazione sulla qualità dell’edilizia e dei servizi scolastici -dichiara Francesca Gramegna, direttrice di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta-. Per questo chiediamo che venga al più presto realizzata l’anagrafe dell’edilizia scolastica che attendiamo dal 1996, anno dell’entrata in vigore della legge 23 che la istituiva, e che venga data la possibilità agli enti locali di operare in deroga al patto di stabilità per investire sulla messa in sicurezza delle scuole stesse. L’anagrafe scolastica permetterebbe anche alle istituzioni di avere un quadro puntuale dei bisogni di intervento nelle scuole e quindi di orientamento della programmazione e degli investimenti. Dal rapporto abbiamo visto invece quanto gli interventi a pioggia e non programmati siano serviti ben poco. Per questo, Ecosistema Scuola si propone come stimolo politico, affinché l’edilizia scolastica diventi ambito prioritario d’investimento su cui puntare”. Anche quest’anno i dati confermano lo stallo in cui si trova la qualità del patrimonio dell’edilizia scolastica italiana, che fatica a migliorare nonostante gli investimenti siano ripartiti e sembrano essere per la prima volta più consistenti. In Piemonte è in aumento il dato sulla manutenzione ordinaria che presenta una media di investimenti di 11.863 euro per scuola a fronte dei 5.544 dell’anno precedente. In caduta libera, invece, gli investimenti per la manutenzione straordinaria: si passa dai 63.533 euro medi per istituto scolastico del 2011 ai 16.164 euro del 2012 (contro una media nazionale di 30.345 euro). Dalla fotografia di Ecosistema Scuola anche quest’anno si riconfermano in testa alla graduatoria nazionale le città capoluogo del centro nord. Svetta al primo posto in classifica Trento, seguito da Prato (2°) e Piacenza (3°). La prima piemontese in classifica è Verbania (7°) che, pur perdendo quattro posizioni rispetto all’anno scorso, si conferma nella top ten della graduatoria. Torino (13º) apre invece la graduatoria delle grandi città, in flessione rispetto allo scorso anno di due posizioni. Nelle prime 20 posizioni si collocano anche Biella (12º), Vercelli (18º) e Asti (20º), mentre Cuneo,Alessandria e Novara sono rispettivamente 34°, 35° e 63° in graduatoria. Con 5 comuni entro i primi 20, il Piemonte insieme al Trentino Alto Adige e all’Emilia Romagna è dunque tra le regioni capofila sulla qualità delle strutture e dei servizi. Un trend tuttavia in discesa rispetto allo scorso anno, con 2 comuni tra i primi 10 e 6 tra i primi 20 (Verbania 3°, Biella 18°, Torino 11°, Vercelli: 20°, Asti: 8°, Cuneo: 40°, Alessandria 13°, Novara 55°). Aosta invece, anche quest’anno, non risponde all’indagine di Legambiente in modo completo e non viene quindi inserita in graduatoria. Verbania è la città dove tutti gli edifici scolastici sono in possesso dei certificati di collaudo statico, di agibilità, di agibilità igienico-sanitaria, con impianti elettrici a norma e requisiti di accessibilità. Asti quella che investe mediamente di più in manutenzione straordinaria, Cuneo in ordinaria. Le scuole di Novara e Vercelli quelle meglio servite da scuolabus, mentre il pedibus è attivo ad Asti, Cuneo, Novara, Torino e Verbania. Sul fronte della raccolta differenziata sono Asti, Biella, Torino e Verbania le città dove negli edifici scolastici si pratica la raccolta di tutti i materiali. Rispetto alle energie rinnovabili, sono gli edifici scolastici di Asti e Vercelli quelli che ospitano maggiormente impianti solari fotovoltaici, mentre Torino è l’unica città con edifici dotati di impianti a biomassa.

Buone pratiche

Le scuole dei Comuni piemontesi risultano un’eccellenza sul fronte delle buone pratiche e dei servizi a disposizione. Il 66,3% degli edifici usufruisce del servizio di scuolabus, in tutte le mense vengono serviti pasti biologici anche se la media dei prodotti biologici nei pasti (50,6%) risulta sotto la media nazionale. Buono il dato sulle cucine interne alle mense, presenti nel 35,4% degli edifici, e quello sulla somministrazione di acqua del rubinetto (82,2%). Dati di eccellenza sul fronte raccolta differenziata che viene realizzata in tutte le scuole per plastica, vetro, carta, nel 93,7% per l’alluminio, nel 99,2% per l’organico, nell’ 80,% per le pile e nell’ 83,2% per toner e cartucce per stampanti. Sotto la media il dato sull’utilizzo delle fonti di energie rinnovabili pari al 7,2% contro il 13,5% della media nazionale. Tra gli edifici che utilizzano rinnovabili nel 3,1% sono presenti impianti solari termici, nel 90,6% solari fotovoltaici, nel 6,3% a biomassa (il Piemonte è la regione con il valore percentuale maggiore). La percentuale media di copertura dei consumi da rinnovabili è del 13,7 contro la media nazionale del 35,6.

Sicurezza e salute

Sul fronte della sicurezza quella che emerge è invece una fotografia in chiaroscuro. Da un lato il Piemonte si colloca sopra la media per i dati relativi alle certificazioni di collaudo statico (in possesso del 56,6% degli istituti), agibilità (79,8%), certificazione igienico-sanitaria (84,5%), impianti elettrici a norma (98,4%), requisiti di accessibilità (93,9%). Dall’altro, invece, sono negativi i dati sul fronte della prevenzione incendi: il 76% degli edifici scolastici è sprovvisto dei certificati di sicurezza. Dato, questo, di quasi 12 punti percentuali sotto la media nazionale. Rispetto all’esposizione degli edifici scolastici a inquinamento ambientale interno è da rilevare come il monitoraggio dell’amianto sia stato realizzato in tutti gli edifici scolastici della regione. La presenza di amianto è stata rilevata nel 14,2% degli edifici e nel 6,7% sono state realizzate bonifiche negli ultimi 2 anni. Ecosistema Scuola rileva inoltre che il 62,5% gli edifici sono stati monitorati per rilevare la presenza di radon e il gas è censito nel 0,4% delle strutture. Per quanto riguarda l’esposizione degli edifici a situazioni di rischio ambientale esterno, sono l’1% gli edifici in prossimità di elettrodotti, il 2,4% quelli vicino a emittenti radio-televisive, il 16% in prossimità di antenne cellulari. La maggior situazione di rischio è costituita dalla presenza dell’8,5% degli edifici scolastici tra 1 e 5 km da industrie, e il 2% da discariche. “Senza la pubblicazione dell’anagrafe scolastica -conclude la direttrice di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta Francesca Gramegna– non si ha accesso a quelle informazioni che consentono a studenti, genitori e lavoratori della scuola di conoscere lo stato dei singoli edifici. Solo in questo caso i docenti responsabili della sicurezza, potrebbero avere chiaro l’impegno che il loro ruolo comporta, senza dimenticare l’importanza di una formazione adeguata che li metta in condizione di segnalare le problematiche più evidenti agli esperti tecnici. Questione che diventa ancora più spinosa nel caso in cui, come afferma il ministro Delrio, le competenze in ambito dell’edilizia scolastica passino dalle Province ai Comuni: ogni eventuale cambiamento di competenza istituzionale deve avvenire perciò in maniera chiara, così come devono essere garantiti strumenti adeguati a quei docenti che si assumono la responsabilità di controllare che le scuole siano sicure”.

Fonte: ecodallecittà

Orti urbani: uno studio lancia l’allarme sul rischio inquinamento

Uno studio delle Università di Berlino e di Khmelnitsky invita a valutare il contesto ambientale prima di allestire un orto urbano. In alcun casi le quantità di metalli negli ortaggi “urbani” sono risultate doppie rispetto alle coltivazioni agricole 175954986-586x390

Gli orti urbani aumentano a vista d’occhio, in tutte le principali città italiane. Ecoblog si è occupato a più riprese del boom che ha avuto questo fenomeno, specialmente in questi anni di crisi, in cui questa pratica dà la possibilità di conciliare risparmio, salute e tempo libero. La produzione di alimenti sani e low cost, con una modalità eco-sostenibile sta trovando sempre più seguaci, tanto che a Milano gli orti urbani sono aumentati del 50% in un solo anno. Si tratta di un trend molto apprezzato dalla stessa Fao, specialmente in previsione del 2025, anno in cui 3,5 miliardi di persone abiteranno in zone urbane, rendendo preziosa l’agricoltura di prossimità. Ma, anche di fronte a questo boom, non mancano gli scettici, coloro che lanciano l’allarme per la prossimità degli orti alle fonti emittenti di inquinamento. Il dipartimento di Ecologia dell’Università tecnica di Berlino e l’Orto Botanico dell’Università nazionale di Khmelnitsky, in Ucraina, hanno collaborato a uno studio sulla concentrazione dei metalli negli ortaggi coltivati in prossimità di arterie viarie ad alto tasso di traffico automobilistico. È stato compiuto un monitoraggio su diverse varietà di ortaggi, in diverse situazioni (coltivazioni in vaso, a terra, terreni cittadini o da orto) e tenendo conto della prossimità al traffico e della presenza o meno di barriere vegetali o artificiali in grado di stoppare lo smog. L’esito della ricerca non è stato positivo, nei prodotti coltivati in città le analisi hanno rintracciato concentrazioni di metalli doppie rispetto alle coltivazioni agricole o agli ortaggi che si trovano in vendita nei supermarket. I pomodori sono risultati essere i prodotti più inquinati con livelli di cadmio e nichel da cinque a undici volte superiori a quelli coltivati in campagna. Nelle bietole“cittadine” sono state trovate quantità di zinco addirittura sestuplicate  rispetto alle coltivazioni di campagna. La principale causa di inquinamento è, naturalmente, il traffico veicolare. Due terzi dei prodotti coltivati a meno di 10 metri dalle strade più trafficate hanno superato le concentrazioni di metalli ammesse dall’Unione Europea. Le soluzioni esistono e sono le barriere fisiche rappresentate da edifici o, anche, da siepi o altre masse vegetali che fungono da vera e propria “diga” per lo smog e le polveri sottili. Prima di mettersi al lavoro su di un orto urbano è dunque opportuno studiare il territorio, valutare la prossimità al traffico veicolare, ma anche questo può non essere sufficiente visto che nei fattori inquinanti ci sono anche le sostanze assorbite dal terreno e nelle falde acquifere. Insomma ben vengano gli orti urbani, ma non a qualunque costo e in qualunque posto.

Fonte: TuttoGreen

Perù, allarme per la tribù “perduta” dei Mascho-Piro

Il clan di cacciatori-raccoglitori vive nella giungla e non ha contatti con la nostra civiltà. In questi giorni ha cercato di entrare nel territorio degli Yino sotto la pressione dei deforestatori o dei cercatori di petrolioClan-Mascho-Piro-586x392

Nei giorni scorsi si è creata una certa apprensione in Perù quando un gruppo di un centinaio di Mascho-Piro hanno tentato di attraversare il fiume Las Piedras per prendere contatto con i locali del remoto villaggio di Monte Salvado I Mascho-Piro vivono nell’Amazzonia peruviana, al confine con il Brasile e fanno parte delle cosiddette tribù mai contattate, ovvero popolazioni di cacciatori-raccoglitori che hanno avuto pochi o nessun contatto con la nostra “civiltà” (1). La politica del governo peruviano è di scoraggiare ogni contatto con le società tradizionali per evitare che vengano in contatto con i nostri germi patogeni (2) contro cui non hanno difese e per evitare il genocidio culturale legato all’incontro con la modernità. La tribù ha cercato contatto con gli Yino per la seconda volta dal 2011 per chiedere banane, funi e machete; ci sono stati momenti di tensione con i rangers quando hanno tentato di attraversare il fiume che separa i territori. Non si sa esattamente cosa abbia sconvolto la vita dei Mascho-Piro tanto da spingerli al contatto, ma si ipotizza che la deforestazione illegale e i voli a bassa quota associati alle esplorazioni petrolifere abbia disturbato i loro tradizionali terreni di caccia. La sorte di queste popolazioni è quanto mai incerta se non verrà frenato l’appetito energetico dell’occidente e della Cina.

(1) I Mascho-Piro hanno conosciuto il lato peggiore della nostra “civiltà” essendo stati decimati verso la fine dell’ottocento dall’avventuriero e barone della gomma Carlos Fitzcarrald.

(2) Chi ha letto lo straordinario Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond sa che le popolazioni indigene americane sono state sterminate dai germi degli spagnoli e portoghesi almeno quanto dalle loro armi.

 

Fonte:ecoblog

Allarme botulino: in Italia oltre 500 casi all’anno

Dopo le intossicazioni legate al consumo di un pesto alla genovese, torna alta l’attenzione sul botulino di cui, in Italia, sono già stati segnalati 268 casi nei primi sei mesi del 20131628990682-586x389

Il caso del pesto alla genovese nel quale sarebbero state trovate tracce di botulino ha nuovamente alzato l’attenzione sul tema della sicurezza alimentare. L’allarme lanciato sabato scorso per una partita di ben 14.872 confezioni di salsa al basilico distribuite in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Valle d’Aosta , purtroppo, non è riuscito a evitare che alcuni consumatori condissero la loro pasta con il pesto e in tutto il Nord Italia oltre cento persone si sono fatte visitare dopo avere accusato problemi o a scopo puramente cautelativo, dopo aver mangiato il pesto prodotto dalla fabbrica Bruzzone e Ferrari. I problemi connessi al botulino sono fra i più sottovalutati nella variegata casistica delle intossicazioni alimentari. Eppure in Italia, nel primo semestre del 2013, ne sono stati segnalati ben 268, un numero che contraddistingue un trend in aumento visto che durante tutto il 2013 furono ben 517 i casi rilevati nel nostro Paese. In Italia il sistema di allerta alimentare funziona, tanto che il nostro paese è il primo per quanto riguarda il numero delle segnalazioni di rischi alimentari alle autorità comunitarie nel primo semestre 2013. Da notare che circa l’80% delle segnalazioni riguardavano prodotti alimentari di provenienza straniera. L’estate è una stagione critica poiché, con le alte temperature, i rischi di contaminazioni microbiologiche aumentano in maniera sensibile. Alcuni batteri crescono anche nei frigoriferi a temperatura di refrigerazione e d’estate è meglio spostare il termostato su una temperatura più fredda rispetto all’inverno. È inoltre opportuno assicurarsi che la porta del frigo sia ben chiusa e che gli alimenti crudi siano separati da quelli cotti.

Fonte:  Coldiretti

 

Tempesta solare, la Nasa lancia l’allarme: possibili black-out

Tempeste elettromagnetiche per i prossimi due mesi, a causa di un grande buco coronale sulla superficie del Sole163951828-586x389

Nelle prossime settimane, occhio al segnale di cellulari e Gps: è in corso infatti una estesa tempesta solare che potrebbe far sentire i suoi effetti addirittura per i prossimi due mesi. A dare l’allarme è il Solar Dynamics Observatory della Nasa, che già dalla fine di maggio ha registrato un grande buco coronale sulla superficie del Sole, il più grande osservato da molti anni a questa parte. I buchi coronali, spiega l’osservatorio, portano particelle di vento solare verso la nostra magnetosfera e oltre. Nel migliore delle ipotesi, queste particelle causano fenomeni come l’aurora boreale, ma nei casi più gravi provocano tempeste elettromagnetiche che vanno a interferire con i sistemi elettronici terrestri, dalle sonde ai Gps. La Nasa avverte che nei prossimi due mesi sarà possibile assistere a fenomeni di questo tipo, black-out dei satelliti con conseguenze sui sistemi Gps, i sistemi di comunicazione degli aerei e anche i segnali dei cellulari. Si tratta di una tempesta magnetica particolarmente lunga e persistente, se si pensa che di norma gli effetti durano circa 48 ore, e in alcuni casi estendersi a una o più settimane. In questo caso invece il rischio è di avere a che fare con conseguenze ben più durature, soprattutto sui sistemi wireless dell’Europa occidentale. Senza contare poi gli effetti sulla salute, visto che le particelle ad alta energia rilasciate dal vento solare possono generare radiazioni dannose per l’uomo, con rischi quale il danneggiamento cromosomico e il cancro. In tempi recenti sono due i casi celebri di tempesta solare: nel 1989 in Quebec e nel 2003 in Sudafrica, quando si è verificato l’affascinante fenomeno dell’aurora boreale. E gli esperti sostengono che la Terra in questi mesi è colpita da potenti flussi di radiazioni ultraviolette, raggi X, ioni, elettroni e protoni provenienti dal Sole in misura simile all’89. Il Sole attraversa cicli della durata di 11 anni in cui va da un minimo a un massimo nel numero di macchie solari, nel 2009 ha toccato il momento di massima quiete, ora invece sta aumentando la concentrazione di energia cinetica. Possibili conseguenze sul clima terrestre: aumento della temperatura dell’acqua e fenomeni meteorologici di oscillazione, mentre non si hanno prove di influenza sul riscaldamento globale.

Fonte: ecoblog

Amianto in spiaggia: a Imperia scatta l’allarme

Il ritrovamento in una spiaggia libera fra i Bagni Oneglio e la Succursale Spiaggia d’oro.

55803120-586x390

Dalla sabbia di una spiaggia libera ligure sono emessi i residui di una copertura ondulata di Eternit. Succede a Imperia fra in uno dei pochi arenili rimasti liberi sulla costa imperiese, precisamente fra Bagni Oneglio e la Succursale Spiaggia d’oro. La scoperta è inquietante oltre che altamente simbolica: l’immagine che restituisce è quella di un’Italia incapace di preservare le proprie bellezze e capace, invece, di trasformare coste che farebbero la fortuna di qualsiasi altro Paese in discariche ed immondezzai. Dopo il ritrovamento l’area è stata opportunamente transennata dall’Arpal che ha provveduto all’analisi dei reperti sospetti. L’esame dei reperti ha confermato la presenza di amianto e ora toccherà all’amministrazione comunale rimuovere il materiale pericoloso. L’intervento non può essere ulteriormente rimandato, tanto più che con l’arrivo dell’estate quel lembo di spiaggia rimasto pubblico verrà preso d’assalto da turisti e villeggianti. Pur nell’urgenza della situazione la burocrazia, in questi casi, prevede una catena di passaggi che va dall’amministrazione comunale a Ecoimperia e da questa alla ditta specializzata che si dovrà occupare della rimozione e della bonifica del sito e dall’ASL responsabile sotto il profilo sanitario. Un intervento che costerà alcune migliaia di euro. Nella zona non esistono discariche autorizzate per questo tipo di rifiuti e il fenomeno del fai-da-te può diventare pericolosissimo. E molto costoso: a causa dell’incuria o, peggio ancora, degli smaltimenti dolosamente abusivi il comune di Imperia ha sborsato crca 15mila euro in bonifiche. Soldi di tutti per risanare il danno di pochi incoscienti.

Fonte:  Il Secolo XIX