L’orto sul tetto: l’esperienza di OrtiAlti a Torino

“Farm your rooftop. Enjoy sharing!” è il motto dell’associazione di promozione ed innovazione sociale dal nome OrtiAlti, che ha come visione ed obiettivo l’utilizzo e la trasformazione dei tetti piani dei palazzi in Torino e la loro riconversione in nuovi spazi di rigenerazione urbana, quali luoghi di socialità collettiva e di produzione alimentare.

Emanuela Saporito ed Elena Carmagnani sono due giovani architetti che, nel loro studio di Via Goito 14, situato nel quartiere di San Salvario, lavorano con intraprendenza e passione nell’ottica di ripensare nuove, sostenibili e partecipative progettualità per la città, di cui gli OrtiAlti si rivelano essere un esempio rappresentativo. A conoscere tale realtà più approfonditamente, ci si accorge subito come questi siano ben più che semplici orti urbani. Si potrebbero definire catalizzatori di idee ed esperienze innovative: sono innanzitutto esperimenti di rigenerazione urbana, sono spazi collettivi aperti alla comunità, sono aree di produzione alimentare e di ritorno alla natura. Gli OrtiAlti si inseriscono in un nuovo modo di vivere lo spazio pubblico, più aperto ed inclusivo, proprio come ci racconta Emanuela.

Parlaci di come è nata l’associazione OrtiAlti e di cosa si occupa.

Orti Alti nasce ufficialmente come associazione nel 2015, però è un progetto che esiste dal 2013 a partire da una collaborazione tra me ed Elena Carmagnani. Io ed Elena abbiamo due approcci all’architettura differenti ma complementari: lei ha una precedente preparazione sui temi della progettazione sostenibile e paesaggistica, mentre io mi sono occupata sin dalla tesi di laurea, di processi partecipativi applicati alla trasformazione della città, così come dell’impatto sociale delle trasformazioni spaziali.

Nel complesso il progetto nasce dall’idea di individuare e sperimentare delle soluzioni smart per la rigenerazione degli spazi urbani che tengano insieme più aspetti, quali quello ambientale, sociale ed economico. Elena, insieme ai suoi colleghi, aveva realizzato nel 2010 un orto sopra al tetto dell’ufficio, che aveva avuto moltissimo successo. A partire da questo prototipo, abbiamo provato a immaginare in che modo queste realizzazione potessero essere diffuse sul tessuto urbano e, se inserite in una rete di gestione di tipo collaborativo, potessero rappresentare delle micro agopunture urbane capaci di innescare processi in città potenzialmente ad alto impatto.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190321

Nel 2015 si costituisce l’associazione che ha come scopo la divulgazione culturale di questa visione, tentando di costruire un progetto di impresa sociale tramite la volontà di lavorare su progetti sperimentali che possano aggregare interessi ed attori urbani differenti, apportando effetti e benefici sulla cittadinanza.
Sempre nello stesso anno, abbiamo vinto il premio WE-Women for Expo, bandito da fondazione Expo Milano nell’ambito, appunto, di Expo Milano 2015. Quel premio per noi è stato molto importante perchè ci ha dato la visibilità e le risorse per poter lavorare sul primo progetto pilota, l’OrtoAlto delle Fonderie Ozanam.
Perché gli orti urbani?

Abbiamo deciso di approfondire il tema del verde pensile per diverse ragioni. Innanzitutto, è una tecnologia che ha ottimi benefici dal punto di vista ambientale ed energetico. Inoltre, ci interessava molto il tema dell’uso comunitario legato al recupero degli spazi, come ne sono esempio i tetti piani che ad oggi sono costruiti ma inutilizzati e che consumano porzioni di suolo. D’altra parte, reputiamo molto significativo il tema della produzione del cibo, che ha una doppia valenza: da un lato simbolica, poiché è un veicolo comunicativo e relazionale molto potente e che permette alle persone di aggregarsi con facilità, dall’altro, perchè la produzione ha a che fare con la possibilità di autosostentarsi e di pensare in un’ottica di consumo diretto ed a km 0, oltre che con l’educazione alimentare e l’educazione alla salute.

Quali progetti state portando avanti a Torino?

Un primo progetto di sperimentazione è l’OrtoAlto Ozanam, in Via Foligno. L’orto si trova sopra un ristorante, quindi parte della produzione alimentare è destinata ad esso, mentre la restante parte viene ridistribuita ai volontari che si prendono cura dello spazio. La dimensione partecipativa è sia nella cura diretta che nell’animazione: il luogo è diventato nel tempo uno spazio condiviso e di socialità per tutto il quartiere, in quanto utilizzato per attività aperte al pubblico e l’anno scorso abbiamo intrapreso dei laboratori per i bambini sul tema dell’orticoltura urbana ed attività artistiche legate alla sostenibilità ambientale. Un’altra dimensione esplorata è poi quella relativa all’inserimento lavorativo, in quanto siamo riusciti ad attivare una borsa di lavoro per due ragazzi migranti richiedenti asilo e recentemente uno di questi è divenuto l’apicultore ufficiale delle Fonderie Ozanam. Un secondo progetto è l’Orto Fai da Noi, realizzato insieme a Leroy Merlin ed adiacente al negozio stesso in corso Giulio Cesare. Il progetto nasce su un’area di circa 1600 mq di loro competenza e totalmente inutilizzata. Ad oggi lo spazio è stato trasformato in un orto di comunità affidato a 20 famiglie del quartiere, che si occupano della progettazione degli orti e della loro cura.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190417

Un altro progetto attualmente attivo è Or-TO, realizzato in collaborazione con Eataly Torino e allestito sul piazzale di fronte al negozio del Lingotto. Il progetto nasce con la volontà di agire su uno spazio pubblico che non funziona in modo efficace perché, pur essendo un piazzale di passaggio, di fatto non è né un luogo di incontro, né di sosta, nè uno spazio di interazione sociale. L’inserimento di tale progetto, gestito da abitanti delle case popolari adiacenti ed utilizzato come spazio per le scuole presenti in sua prossimità, ha cambiato completamente la vita e l’uso del piazzale, tanto che da intervento temporaneo, di fatto si è trasformato in un intervento mobile che si modifica e si rinnova ad ogni stagione.
L’aspetto partecipativo e di empowerment è nato col progetto: sin dall’inizio abbiamo parlato con alcune associazioni del quartiere e coi cittadini per decidere con loro se l’intervento poteva rispondere alle loro esigenze e successivamente abbiamo deciso insieme in che modo si sarebbe potuto gestire lo spazio.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190219

Qual è il ruolo del cittadino all’interno di tale progettualità partecipata?

Il cittadino di fatto è il protagonista: se non esiste una comunità di cura, questi luoghi non hanno senso di esistere. Le piante in particolar modo richiedono una cura continuativa e quindi il rapporto col cittadino è coevolutivo: esiste uno se esiste l’altro. Ciascun orto, nello specifico, ha la sua comunità di cura: in un contesto condominiale, ad esempio, è più facile immaginare che siano gli abitanti di quel condominio che se ne occupano, mentre nel caso di edifici pubblici, para-pubblici o spazi privati, si ha una maggior varietà di soggetti. C’è una tradizione di Community Gardening antichissima che si sviluppa in particolare negli Stati Uniti negli anni ’70, proprio in un momento di grande partecipazione politica e popolare, con un’anima di attivismo e coinvolgimento totale e diretto dei cittadini nel prendersi cura di uno spazio urbano.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190552

Come vorreste trasformare l’identità della città tramite questa pratica?

L’OrtoAlto è funzionale ad una trasformazione dei tetti piani in spazi verdi produttivi ed è capace di agire direttamente sulla città: cambia il punto di vista del paesaggio urbano, ma cambia anche dal punto di vista del metabolismo urbano, della capacità del sistema di essere un grado di autogestire e autoregolare la produzione ed il consumo delle risorse. Ovviamente si tratta di interventi minimi, però nel loro essere minimi sono prototipo di un modello di vita e di uso della città diverso, che cerca di trovare un equilibrio tra consumo e produzione e che si immagina una comunità di abitanti più solidale e collaborativa.

Foto copertina
Didascalia: OrtoAlto Torino

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Orto in Condotta di Slow Food: l’esempio della Scuola primaria Nino Costa a Torino

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Orto in Condotta è un progetto di educazione alimentare e ambientale di Slow Food dedicato alle scuole. Coinvolge genitori, produttori locali, insegnanti e nonni, uniti nell’obiettivo di condurre e accompagnare i bambini alla scoperta della vita e del piacere del cibo. L’esempio della Scuola primaria “Nino Costa – I.c. San Mauro Torinese” di Torino. Il progetto Orto in Condotta di Slow Flood prende avvio in Italia nel 2004 e nel corso degli anni è diventato lo strumento principale dell’Organizzazione per le attività di educazione ambientale e alimentare nelle scuole. Ispirato al primo school garden di Berkeley, California, coinvolge genitori, nonni, insegnanti, bambini e produttori locali in numerosi percorsi volti a creare una comunità dell’apprendimento, per la trasmissione alle giovani generazioni dei saperi legati alla cultura del cibo e alla salvaguardia dell’ambiente.orto-in-condotta-slow-food-torino-1518510315

La rete italiana delle scuole aderenti al programma è ormai vastissima, con oltre cinquecento orti realizzati in tutta Italia. Una delle scuole aderenti al programma è la Scuola primaria “Nino Costa – I.c. San Mauro Torinese” di Torino, che ha aderito al progetto Orto in Condotta con una particolare iniziativa: la scuola, con l’obiettivo di rafforzare la coscienza co-produttiva dei bambini, ha infatti aderito ad alcune feste locali e tra i banchetti dei produttori locali c’erano anche i prodotti dell’orto realizzato dagli alunni a scuola: i prodotti sono andati letteralmente a ruba, per la gioia dei piccoli produttori.  All’interno dell’Istituto gli insegnanti hanno deciso di lavorare sodo per fare in modo che i bambini conoscano attivamente il mondo del cibo, degli orti e della natura, grazie anche alla preziosa collaborazione dei nonni dei bambini che collaborano affinchè essi possano rastrellare, seminare, innaffiare e alla fine raccogliere i prodotti.
Le piantagioni sono in parte coltivate all’aperto (le numerose erbe aromatiche, i piselli, i fagiolini, rucola, insalata, ravanelli) e in parte in serra. I piccoli studenti hanno inoltre costruito dei semenzai, organizzato dei laboratori del gusto con i prodotti dell’orto e si sono presi cura di una piantina ciascuno, seguendone la crescita.
Uno degli obiettivi che si pone la scuola è quello di coltivare e recuperare alberi da frutto dimenticati come il giuggiolo, l’azzeruolo e il sorbo, così come alcuni fiori.orto-in-condotta-slow-food-torino-1518510340

Per quanto riguarda la regione Piemonte, sono attualmente settantatrè gli istituti che hanno deciso di collaborare al programma Orto in Condotta, e le varie attività delle scuole si pongono tutte l’obiettivo comune di condurre e accompagnare i piccoli studenti alla scoperta della vita, del piacere del cibo, del rispetto della natura e di chi la coltiva.

Foto copertina
Autore: Slow Food Italia

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Presentata la terza edizione del Festival del Giornalismo Alimentare, a Torino dal 22 al 24 febbraio 2018

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Al Centro Congressi “Torino Incontra” tre giorni di confronto su cibo e alimentazione, attraverso un’alternanza di panel di approfondimento, eventi collaterali, laboratori ed educational sul territorio per una platea eterogenea di giornalisti, comunicatori, foodblogger, aziende, istituzioni, uffici stampa, scienziati, alimentaristi e influencer italiani e internazionali

Dal 22 al 24 febbraio 2018, il Centro Congressi “Torino Incontra” della Camera di commercio di Torino ospiterà la terza edizione del Festival del Giornalismo Alimentare.

Tre giorni di confronto su cibo e alimentazione, attraverso un’alternanza di panel di approfondimento, eventi collaterali, laboratori ed educational sul territorio per una platea eterogenea di giornalisti, comunicatori, foodblogger, aziende, istituzioni, uffici stampa, scienziati, alimentaristi e influencer italiani e internazionali. L’evento sarà tra i primi appuntamenti dell’“anno del cibo italiano nel mondo”, proclamato dal Ministero dei beni e delle attività culturali con il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali. Il Festival avrà la media partnership di Rai Radio 1, che seguirà tutti i lavori dedicando alla manifestazione l’intera puntata della trasmissione Coltivando il futuro di sabato 24 febbraio e, per la prima volta, accoglierà una regione ospite: la Valle d’Aosta.

Il programma dei panel

Ad aprire i lavori, la mattina di giovedì 22 Febbraio, sarà un tema decisamente attuale, in vista anche delle imminenti elezioni: “Quali politiche alimentari per la prossima legislatura?”. I principali enti e associazioni di categoria della filiera alimentare avranno l’occasione di presentare le proprie aspettative e richieste da inserire ai vertici dell’agenda della prossima legislatura. Il dibattito si concentrerà poi sul protagonista del 2018, il cibo italiano, per capire quanto il marchio made in Italy sia effettivamente garanzia di sicurezza e qualità e quanto sia minacciato da contraffazioni e prodotti italian sounding. La comunicazione sulla sicurezza alimentare avrà anche una visione più “europea”, con l’intervento dell’Ue e dell’EFSA (European food safety authority) e con un’analisi dei nuovi trattati sul cibo come Ceta e Ttip. All’ordine del giorno anche il giornalismo investigativo con un focus sulla filiera alimentare, in un panel realizzato insieme al Premio Morrione, e quello di denuncia sugli investimenti della criminalità organizzata nella ristorazione e nella distribuzione. Sarà aperto uno spazio di confronto tra vegani e onnivori, in collaborazione con la rivista Funny Vegan, mentre panel di approfondimento saranno dedicati a prodotti “eccellenti” come latte, formaggio e carne e a una risorsa sempre più preziosa: l’acqua. Attenzione, poi, agli sprechi alimentari, anche attraverso progetti come Una Buona Occasione della Regione Piemonte; alle etichette e ai “nuovi cibi”, tra costume, informazione sanitaria e cambiamenti climatici. La comunicazione delle aziende food sarà un altro dei temi di riflessione, tra gestione di crisi e trappole del web e dei social media. Ma evidenziando anche iniziative innovative a supporto delle piccole realtà enogastronomiche locali come #MaestriDigital, progetto di formazione sull’utilizzo dei nuovi media ideato dalla Camera di commercio di Torino e rivolto ai Maestri del Gusto di Torino. Il cibo sarà visto anche come fattore economico sempre più strategico nel mercato attuale e come valore vincente per la comunicazione di un territorio, anche per merito di progetti come Bocuse d’Or, che nel 2018 si svolgerà per la prima volta in territorio piemontese. Non mancheranno, infine, momenti di formazione e confronto tra le diverse anime della comunicazione alimentare focus sulla deontologia professionale. Dal seminario sui contributi per un “giornalismo consapevole e responsabile” a quello dedicato alle “nuove frontiere dell’informazione 4.0.” tra freelance, food blogger, food writer e brand journalist, in collaborazione rispettivamente con l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte e Stampa Subalpina.

Le novità della terza edizione

Nasce in seno al Festival il primo appuntamento Business to Business dedicato alle aziende del food e ai professionisti della comunicazione, con l’obiettivo di incentivare l’integrazione tra questi due mondi. Da una parte del tavolo siederanno alcuni Maestri del Gusto di Torino e Provincia, selezionati dalla Camera di commercio di Torino in collaborazione con Slow Food Italia. Dall’altra, le nuove professionalità della comunicazione (blogger, social media manager, influencer), che potranno promuoversi come consulenti. Si svolgerà giovedì 22 febbraio dalle 14.30 alle 17 in uno spazio riservato di Torino Incontra. Altra grande novità saranno i laboratori pratici del giovedì e venerdì pomeriggio (14,30-17), realizzati in collaborazione con il Laboratorio Chimico della Camera di commercio di Torino, l’Istituto Zooprofilattico di Piemonte Liguria e Valle d’Aosta e SMAT, Società Metropolitana Acque di Torino. Nel pomeriggio di giovedì 22 gli “idrosommelier” SMAT accompagneranno gli interessati in un “assaggio dell’acqua”, fornendo le basi da cui partire per una sua corretta analisi sensoriale. Il venerdì pomeriggio sarà la volta dello Showlab: muniti di camice e microscopio e seguiti dai tecnici dell’Istituto Zooprofilattico, i partecipanti effettueranno le analisi di base abitualmente condotte sui campioni di cibo contaminati da funghi e batteri; per poi passare alla lettura delle etichette alimentari. Un esperto del Laboratorio Chimico della Camera di commercio di Torino analizzerà quelle presenti sul mercato e commenterà gli errori più frequenti, facendo chiarezza nel complesso panorama legislativo. Anche CinemAmbiente aderisce al Festival, organizzando un’edizione speciale intitolata “Una buona occasione al cinema” e dedicata al tema dell’alimentazione e della sostenibilità ambientale. Appuntamento nelle serate di giovedì e sabato, a partire dalle 18.30 circa presso il Cinema Centrale di Torino con ingresso gratuito.

Eventi off e press tour

Accanto ai panel di lavoro anche quest’anno torneranno gli eventi off e i press tour.

Giovedì 22, a partire dalle 19.30, Palazzo Birago (Via Carlo Alberto 16), sede istituzionale della Camera di commercio di Torino, ospiterà nelle sale auliche un aperitivo dedicato alle attività camerali per l’agroalimentare: da Maestri del Gusto alla selezione dei vini TorinoDOC, miscelati in cocktail originali in collaborazione con l’Enoteca regionale dei vini della provincia di Torino e Onav. Protagonista della serata il nuovo progetto#MaestriDigital, proposto nella prima edizione a 23 eccellenti Maestri del Gusto. Alle 20, Fiorfood di Coop ospiterà uno showcooking dal titolo“Come valorizzare il cibo italiano senza sprecarlo” in collaborazione con Aici, Associazione insegnanti di cucina italiana. Musica e animazione a cura dei programmi radiofonici Cocina Clandestina e Tasta la Notizia di Radio Grp e di Danilo Poggio, Direttore di Grp Tv.

Venerdì 23 alle 20, M**BUN in Via Rattazzi 4, invita a una serata tra degustazioni e scoperta della carne piemontese, materia prima fondamentale per gli hamburgher dello slow fast food piemontese, mentre presso Cookin’ Factory, in via Savonarola 2m, l’artista del gusto Claudia Fraschini svelerà i segreti della cucina vietnamita.

Sabato 24 sarà invece la giornata dedicata agli educational sul territorio con la collaborazione di Regione Piemonte, Regione Valle d’Aosta, Comune di Chieri e Camera di commercio di Torino.

La Valle d’Aosta, regione ospite, aprirà le proprie porte per un viaggio all’insegna di alcune delle più pregiate eccellenze enogastronomiche locali. La razza bovina piemontese sarà invece “la portata principale” a Carrù, in collaborazione con Coalvi, in un tour che terminerà con la visita alla Cantina Sociale di Clavesana. Dalla carne ai latticini nello stabilimento di produzione e nelle stalle sperimentali di Inalpi, con una degustazione guidata dei migliori prodotti dell’azienda piemontese. Le eccellenze dei Maestri del Gusto saranno protagoniste in tre diversi itinerari: nel suggestivo borgo diChieri in un percorso che, dopo il pranzo all’Ex Mattatoio, approderà al Martini Bar Academy di Casa Martini a Pessione; nell’affascinante quartiere San Donato di Torino, tra pane, grissini, carne cruda e gelato, con un intrigante assaggio finale di birra e cioccolato al birrificio artigianale La Piazza, e a Caluso presso l’Enoteca regionale dei vini della provincia di Torino, per finire con il pranzo da Eataly Lingotto. Dopo le lezioni di caffè nell’elegante“Diamante” Costadoro, e di acqua, curiosando tra gli impianti di produzione e trattamento delle acque potabili Smat, lo chef Simone Salviniillustrerà le nuove tendenze della cucina vegetale presso il ristorante vegano Soul Kitchen. Tra cultura e sapore in un tour che si apre con la visita al magnifico castello di Costigliole d’Asti, prosegue con uno showcooking a opera dello Chef Massimiliano Careri presso l’Orangerie di ICIF e si conclude con l’assaggio dei vini tutelati dal Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato. Dopo la prima colazione presso l’innovativo polo gastronomico torinese di EDIT, si andrà invece alla scoperta del progetto di economia carceraria Freedhome, per poi consumare il pranzo “dietro alle sbarre” nella Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino in compagnia di “LiberaMensa”. Dopo un’aperispesa all’Angolo dei Sapori, infine,Cooking Factory, in collaborazione con Nikon, ospiterà un workshop di cucina e fotografia. Per l’accoglienza di tutti i partecipanti, il Festival potrà contare sul supporto degli studenti della Scuola Alberghiera di Stresa, dell’Istituto Beccari di Torino e dell’Istituto Colombatto di Torino. I pranzi durante i lavori del Festival saranno offerti dall’Associazione gastronomica peruviana di Torino.

Per fare incontrare le diverse professioni l’evento è stato inserito tra quelli validi per i crediti formativi dei giornalisti, delle professioni scientifiche e sanitarie e degli agronomi. Il Festival del Giornalismo Alimentare ha il patrocinio di “2018 anno del cibo italiano”, Regione Piemonte, Città Metropolitana di Torino e Comune di Torino, Università degli Studi di Torino, Slow Food Italia, Federazione Nazionale Stampa Italiana e Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Ordine dei Giornalisti del Piemonte e Associazione Stampa Subalpina. È realizzato con il contributo di Compagnia di San Paolo e Camera di commercio di Torino, oltre a una partnership con Regione Piemonte. Main partner: Coalvi, Coop Italia, Costadoro, DUSSMAN, ESCP Europe, Ferrero, INALPI, Smat, M**BUN e MoleCola con il supporto scientifico del Barilla Center for Food and Nutrition e dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta.

Documenti scaricabili:

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Programma 2018 [3,83 MB]

Eventi Off e Press Tour [0,73 MB]

 

Fonte: ecodallecitta.it

Kalulu, prodotti locali e genuini alla portata di tutti

Rendere il consumo di prodotti locali e genuini un fenomeno “di massa” e non un lusso riservato a pochi fortunati. È questo l’obiettivo di Kalulu, il portale che promuove la filiera corta, aiuta i piccoli produttori a raggiungere nuovi clienti e abbatte l’inquinamento dovuto ai trasporti della grande distribuzione. Mangiare sano in città è possibile, Kalulu  è un modo per farlo. Il portale ha l’obiettivo di promuovere la filiera corta mettendo in contatto diretto chi produce e chi consuma, garantendo la vendita di prodotti di qualità a costi contenuti. Il progetto nasce da un’idea di Emanuel Sabene, poi il team si è ingrandito grazie alla collaborazione di Giorgio Scrocca e Domenico Angilletta che hanno contribuito a lanciare il servizio, fino ad arrivare alla piattaforma che è oggi, con oltre 400 aziende iscritte e 40 mila utenti.

Come funziona? Basta iscriversi indicando il proprio indirizzo di residenza, da quel momento Kalulu segnala via e-mail tutte le offerte in corso nei punti di consegna più vicini e all’utente non rimane che prenotare la propria spesa nel giorno e all’orario stabiliti.basket-of-veggies-jpg

Lo strano nome ha un significato ben preciso e richiama gli obiettivi del progetto, “Kalulu è il coniglio protagonista di una serie di favole africane” – racconta Emanuel – “in una di queste, Kalulu convince il re leone a seguire un’alimentazione più sana, a beneficio di tutti gli altri animali della foresta. Metaforicamente, è un po’ quello che cerchiamo di fare anche noi”. Per spiegare l’utilità di questa iniziativa è necessario fare una premessa. I prodotti che arrivano oggi sulle nostre tavole hanno percorso una media di 354 chilometri, consumato 123 litri di benzina e prodotto 948 grammi di emissioni per ogni chilo di merce.

“Noi vogliamo proporre un modello che renda il consumo dei prodotti locali un fenomeno di massa e non un lusso riservato a pochi fortunati” – spiega Emanuel – “crediamo che vendere un alimento fresco di giornata e a chilometro zero, possa essere competitivo con il prodotto della grande distribuzione”. E prosegue spiegando il grande paradosso che c’è alla base della GDO:  per fornire la massima scelta garantendo il profitto, si finisce con il privare i clienti della scelta. Puoi decidere se comprare un pomodoro san marzano o un pachino in qualsiasi momento dell’anno, ma non puoi decidere da dove viene.20160115-things-never-to-but-at-supermarket-

La logica del profitto porta sulle nostre tavole cibo che viene prodotto in luoghi lontani, sempre più spesso fuori dall’Italia se non addirittura fuori dal continente. Se il prezzo finale è ancora conveniente bisogna chiedersi a quale prezzo (fuor di scontrino) si rende possibile tutto questo. Cosa è successo nel luogo di produzione e durante il trasporto? Quante e quali risorse non rinnovabili sono state impiegate per spostarlo e conservarlo? Se nella grande distribuzione, per ogni euro di prodotto che acquistiamo, 80 centesimi vanno ai costi di trasporto, logistica e intermediazione, solo 20 centesimi sono destinati a garantire la qualità di quello che mangiamo. Troppo poco. Grazie a questa piattaforma invece, mangiare sano a un prezzo ragionevole può tornare a essere un diritto.

“Abbiamo calcolato che ad oggi i nostri utenti hanno contribuito per un taglio complessivo di 1500 tonnellate di CO2 passando dalla grande distribuzione alla vendita diretta” – conclude Emanuel – “un numero enorme che ci rende davvero orgogliosi del nostro lavoro. A noi piace pensare che per ogni cassetta che viene consegnata, compresa nel prezzo c’è un po’ di aria pulita da respirare tutti insieme”.

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2017/05/kalulu-prodotti-locali-genuini-portata-di-tutti/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Alessandra Guigoni: valorizzare i territori partendo dal cibo locale – Meme #5

Partire dai prodotti alimentari per valorizzare i territori, favorendo il recupero dei saperi, il turismo e l’economia locale. Di questo e di altri temi legati all’alimentazione abbiamo parlato con Alessandra Guigoni, antropologa culturale che anni si occupa di storia e cultura del cibo. Alessandra Guigoni è un’antropologa culturale sarda specializzata in alimentazione da oltre venti anni. È una collaboratrice del festival Scirarindi, che da anni Italia che Cambia ha il piacere di seguire e raccontare. Si occupa di storia e cultura del cibo, nell’ottica della valorizzazione delle produzioni locali, del patrimonio agro-alimentare e delle eccellenze enogastronomiche.

“Un lavoro che non è fine a se stesso – ci spiega Alessandra – perché cercando di valorizzare le comunità del cibo si prova a valorizzare i territori che sono alle spalle dei prodotti, i saperi a volte millenari che accompagnano la storia di questi prodotti: il legame tra le comunità del cibo che realizzano i prodotti e il cibo è un legame che è doveroso far emergere, d’altronde è in questo frangente che la storia del cibo diventa anche la storia degli uomini e dei luoghi che li circondano”.

Una valorizzazione che assume un aspetto ancora più importante in anni in cui il processo della globalizzazione, oltre che a governare processi umani ed economici notevoli, influenza anche il cibo, i consumi e gli stili alimentari verso una sempre maggiore omologazione. In questo contesto il ruolo centrale della ripartenza delle economie locali si collega al cibo, il quale gioca un ruolo considerevole nella valorizzazione del turismo. Alessandra nel suo lavoro parla di Food Experience, che come ci spiega “non è da intendersi come la semplice foto della pietanza, o farsi il selfie con lo chef. C’è molto di più: noi attraverso il cibo raccontiamo la storia e la cultura delle persone che lo preparano, c’è un plus-valore in questo che non viene compreso e il mio lavoro è cercare di raccontarlo e valorizzarlo”.11796455_438081003041365_5433422733796718966_n

Alessandra Guigoni

Da diversi anni, oltre che con Scirarindi, Alessandra Guigoni collabora con enti pubblici e privati, associazioni, con piccoli comuni (“più piccoli sono più mi piacciono”, ci confida) e anche con singoli in base ad un singolo progetto ma soprattutto in base all’autenticità della realtà rispetto ai valori sopra elencati. Con la condotta di Slow Food di Cagliari ha contribuito a far nascere alcune Comunità del Cibo in Sardegna come quella del cappero selargino, dei produttori di materiali edili e sostenibili e dell’Anguria di Gonnosfanadiga. Oltre a questo collabora con riviste e trasmissioni radiofoniche e televisive su temi sempre legati al cibo.

Antropologia e alimentazione insieme: quali strumenti ci danno per capire davvero noi stessi e di riflesso la realtà che percepiamo? Come facciamo a scoprire di noi attraverso il cibo?

L’antropologia culturale (anche la sociologia, per certi versi) offre una chiave interpretativa della realtà che ci circonda che non è mai banale e mira a scardinare pregiudizi e luoghi comuni: tratta come straordinario ciò che è ordinario e quotidiano, come il cibo, e considera come ordinario, comune, ciò che ci appare, ad un primo momento, come straordinario. Uno sguardo ironico, attento e straniante, che toglie la maschera a tanti atteggiamenti e comportamenti che non hanno niente di “naturale”, ma sono appunto, figli del proprio tempo. L’antropologia dell’alimentazione si occupa del cibo a trecentosessanta gradi, e cerca di saldare il passato al presente, attraverso la ricerca sul campo, l’interpretazione dei dati raccolti e la sistematizzazione in teorie organiche e convincenti.

Siamo ciò che mangiamo: secondo te, i problemi ai quali assistiamo in questa fase eternamente delicata del nostro Pianeta sono direttamente collegati alla standardizzazione e al netto peggioramento della qualità del nostro cibo?

Potenzialmente, in Occidente, non si è mai mangiato meglio, nel senso di quantità di cibo e sicurezza alimentare. Sino alla Seconda Guerra Mondiale la mortalità infantile era disastrosa e si moriva, mediamente, abbastanza giovani. Il cibo era spesso di scarsa qualità, non c’erano frigoriferi, non c’erano le tecnologie di conservazione e stoccaggio odierne… Oggi c’è cibo per tutti e potenzialmente il cibo è salubre, ma, c’è sempre un ma, l’Industria alimentare negli ultimi venti anni ha deteriorato la qualità del cibo riempiendola di zuccheri, grassi, coloranti e conservanti inutili. Ho visto un integratore alimentare che sembrava attraente, scontato del 50%, in una parafarmacia. A parte che se si mangiano le 5 porzioni quotidiane di frutta e verdura non ci servono vitamine e sali minerali da integratori ma… comunque ho letto l’etichetta con gli ingredienti. Sai quali erano i primi due in lista, quindi i più rilevanti? Acqua e fruttosio. Molte persone preferiscono prendere questi beveroni invece di sbucciare un paio di arance e preparare un insalata con verdure fresche di stagione, convinti che l’assunzione di questi prodotti equivalga a mangiare in modo sano e consapevole, ma ovviamente non è così. Manca l’educazione alimentare, totalmente, e le cucine -pubbliche e domestiche- spesso non sono sostenibili: si spreca troppo cibo, si usano troppi oggetti che hanno packaging di plastica, alluminio, cartone, ci sono troppi prodotti monouso. Non si utilizzano scarti e avanzi, si butta tutto.localfoodnetworkslidedeck

Secondo te, meno cibo e coltivato meglio sarebbe davvero catastrofico per l’umanità? In tanti dicono che la produzione industriale e chimica del cibo ha risolto la fame, hai degli strumenti per dirmi che c’è anche un’altra strada e questa non sia l’unica?

“La produzione industriale e l’uso dei concimi chimici, la cosiddetta rivoluzione verde ha risolto la fame nel venti per cento della popolazione, ma l’ottanta per cento fa ancora la fame, e le cause sono davvero complesse e sono connesse a fattori sociali, economici, politici. Oggi nel mondo c’è cibo a sufficienza per sfamare tutti, così dicono molti scienziati, ma è distribuito in modo ineguale e molto va sprecato. Non ne va prodotto di meno, almeno allo stato odierno, ma meglio. Con tecnologie meno impattanti, inquinanti. E poi vanno redistribuite le calorie: in Occidente ci sono tassi di sovrappeso e obesità preoccupanti, si parla di epidemia mondiale di obesità perché anche nei paesi emergenti, come Cina, India, Messico, i tassi sono in aumento, mentre c’è parte delle loro popolazioni che soffrono la fame, esistono molte disparità socio-economiche. Noi mangiamo troppo e male, si parla di “malnutrizione” anche in Italia, ma intendendo l’esagerato consumo di cibi confezionati, pieni di zuccheri e grassi, che sono consumati soprattutto dalle fasce deboli della popolazione, deboli culturalmente e economicamente. Ricordi l’orto di Michelle Obama? Negli USA i ricchi sono magri, seguono la dieta mediterranea e mangiano bio, i poveri, e sono tanti, fanno colazione e pranzo da McDonald’s e la loro speranza di vita sta diventando drammaticamente inferiore a quella dei loro concittadini ricchi.

Le élite politico-economiche si assomigliano molto: i giovani ricchi di Teheran fanno una vita assai più simile a quella dei giovani ricchi russi o italiani, rispetto a quella dei loro coetanei iraniani. E nello stile di vita ci metto anche l’alimentazione, che discrimina anche nella speranza di vita, nella qualità della vita e nello sviluppo del corpo nei bambini, oggi come cento anni fa. Tutto questo è insopportabile e intollerabile. Il cibo deve essere democratico, e la consapevolezza alimentare deve essere uno dei diritti inviolabili. Poi credo che aiutare i produttori locali faccia bene all’ambiente, all’economia e allo sviluppo locale. Non capisco perché devo nutrirmi di arance che vengono dall’altra parte del mondo quando nelle campagne attorno a Cagliari è pieno di agrumi. L’impronta che questi trasporti di merci alimentari lasciano è molto importante. Certo fare la spesa al giorno d’oggi è complicato: ci sono troppe sirene che abbagliano i sensi, e alla fine si riempie il carrello di porcherie anonime, dimenticando i sapori della propria identità, i sapori di casa, i sapori della propria terra. È un peccato…”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/alessandra-guigoni-valorizzare-territori-partendo-cibo-locale-meme-5/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Nasce il culinary gardener, l’ortolano personale dello chef

Il mondo contadino incontra quello della ristorazione grazie ad una nuova figura professionale: il “culinary gardener”, ovvero l’ortolano che lavora a stretto contatto con gli chef per fornire loro prodotti di ottima qualità e consigli per creare un menu sano e ricercato. Ne abbiamo parlato con Davide Rizzi e Lorena Turrini che hanno portato questo mestiere anche in Italia. Davide Rizzi e Lorena Turrini lavorano come “culinary gardener” in Toscana, cioè producono frutta e verdura nel loro orto-giardino biodinamico a stretto contatto con gli chef al fine di fornire materie prime ad hoc per i loro piatti. Il culinary gardener – professione in crescita all’estero ma quasi sconosciuta in Italia – è il consulente-produttore personale di uno chef: produttore e chef stabiliscono insieme cosa seminare per poter creare un menù stagionale di verdure e frutti freschi, sani e ricchi di sostanze nutritive e decidono cosa coltivare per conseguire specifici sapori e profumi ricercati dallo chef.Lorena1

Lorena Turrini e Davide Rizzi

Originari di Modena, Davide e Lorena si occupano di orticoltura biodinamica dal 2010 e oggi svolgono questa professione a tempo pieno presso una società che possiede strutture di pregio dove lavorano due chef stellati: Andrea Mattei (del ristorante “Meo Modo” di Chiusdino-Siena) e Antonello Sardi (del ristorante “La Bottega del Buon Caffè” di Firenze).

“Una decina d’anni fa”, ci racconta Davide, “dopo aver trascorso un anno in India come project manager per un progetto umanitario, tutte le nostre certezze hanno cominciato a vacillare. Questa esperienza di vita ci ha segnato profondamente e abbiamo ripensato la nostra vita professionale alla luce di un lavoro che fosse utile e appagante. Da qui la decisione metterci in gioco e rischiare tutto per raggiungere l’obiettivo di produrre cibo sano, buono e ricco di sostanze nutritive per il corpo e per la mente. Sette anni fa abbiamo investito sulla nostra formazione e fatto esperienze di woofing sperimentando diversi metodi di agricoltura naturale. Non è stato facile perché non avevamo alcuna esperienza come contadini. Io sono diplomato al Conservatorio e ho lavorato come insegnante e musicista, mentre Lorena si è diplomata all’Accademia di Belle Arti ed ha lavorato sia come pittrice sia nei settori restauro e turismo”.Lorena7

“Tra le varie tecniche di agricoltura naturale abbiamo scelto di praticare il metodo biodinamico perché è quello che ci ha conquistato con sua idea di equilibrio, armonia e bellezza applicate alla natura. Dopo l’incontro con gli chef stellati toscani, abbiamo dato il via alla progettazione e creazione dell’orto-giardino biodinamico di Chiusdino e oggi – detto in poche parole – siamo i loro “ortolani personali”. Tutti i prodotti, infatti, vengono consegnati e lavorati esclusivamente nei loro ristoranti, dove gli chef portano a compimento il processo creativo iniziato nell’orto. Questo vale sia per la ristorazione degli ospiti, sia per la mensa interna riservata ai dipendenti delle strutture stesse. In questi anni ci siamo resi conto di quanto il mondo contadino sia ancora troppo lontano dal mondo degli chef. Nelle cucine professionali capita spesso che non si conoscano le stagionalità dell’ortofrutta e neppure il lavoro e l’impegno che stanno dietro alle materie prime e anche questo contribuisce, in parte, allo spreco alimentare”.

“Qui, invece, cucina e orto“, continua Davide, “sono vicinissimi, in tutti i sensi: decidiamo insieme agli chef cosa seminare affinché loro riescano a creare un menù stagionale di ortaggi freschi, sani e ricchi di sostanze nutritive e coltiviamo ortofrutta pensata appositamente per evocare quello specifico sapore e profumo ricercato dallo chef per ogni piatto. Noi garantiamo allo chef prodotti di altissima qualità per sapore e valore nutrizionale e lo chef si impegna ad utilizzarli in ogni loro parte evitando il più possibile gli sprechi. È un “accordo silenzioso” che celebra il valore del cibo e del lavoro – della natura e dell’uomo – che lo ha portato dalla terra alla tavola”.Lorena3

“A Chiusdino coltiviamo frutta, verdura e fiori edibili e abbiamo un 70% di varietà autoctone, mentre il restante 30% sono varietà provenienti da tutto il mondo. Utilizziamo sementi autoprodotte e dedichiamo molto tempo allo studio, ricerca e sperimentazione e il 2% di tutto ciò che coltiviamo è stato selezionato da me con tecniche di “genetica gentile”. Non solo riproduciamo i semi antichi, ma li rigeneriamo attraverso il metodo biodinamico, seminando con gli influssi del sistema solare e dei pianeti, per portare al cibo maggiori informazioni nutrizionali, vitamine e minerali. Un altro aspetto è la fertilità del suolo: rivitalizzare il suolo è condizione fondamentale per produrre cibo buono, sano e ricco di nutrienti. Se il suolo è sano, la pianta è sana, il suo seme è sano e forte. In questo modo avremo cibo in grado di nutrire davvero, cioè di dare forza vitale al nostro fisico”.

“Ma non è tutto: il nostro orto-giardino biodinamico”, conclude Davide, “è anche un luogo di pace e serenità, nel quale ritrovare il benessere esteriore ed interiore. L’arte e la musica fanno parte integrante dell’orto e aiutano frutta e verdura a crescere in completa sintonia con l’universo. Ci piace l’idea che il cibo “nutra” e non solo “riempia” e che coloro mangiano questi frutti possano beneficiare anche di un momento di intensa nutrizione spirituale e cosmica”.

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È vero che il glifosato, un erbicida diffuso in tutto il mondo, è cancerogeno?

FORSE. In laboratorio il glifosato provoca danni genetici e stress ossidativo, ma negli studi nell’uomo la cancerogenicità non è stata ancora dimostrata con assoluta certezza, tanto che lo IARC lo considera tra i “probabili cancerogeni”, mentre altre istituzioni sono più rassicuranti.glifosato

In breve

  • Il glifosato è l’erbicida più diffuso al mondo, per via della sua efficacia e della minore tossicità rispetto agli analoghi prodotti che erano disponibili quando è stato messo in commercio.
  • Uno studio svolto con il glifosato somministrato ai ratti sembrava averne dimostrato la cancerogenicità. Tuttavia, l’articolo pubblicato nel 2012 è stato in seguito ritrattato per problemi di metodo e i dati non sono mai stati replicati in studi di qualità superiore.
  • Dopo attenta analisi delle prove disponibili, lo IARC di Lione ha classificato il glifosato nel gruppo 2 A, tra i probabili cancerogeni.
  • EFSA, OMS e FAO hanno espresso giudizi più rassicuranti, ma hanno previsto comunque misure di cautela, come la valutazione dei residui di glifosato nei cibi e il divieto di utilizzarlo in aeree densamente popolate.
  • A livello nazionale si osservano decisioni che vanno dal divieto di vendita ai privati per uso casalingo (Olanda) fino al divieto di commercializzazione della combinazione del glifosato con ammina di sego polietossilata (Italia) che potrebbe essere all’origine dei problemi di tossicità per l’uomo.

Cos’è il glifosato?

Il glifosato è un erbicida introdotto in agricoltura negli anni Settanta del secolo scorso dalla multinazionale Monsanto con il nome commerciale di Roundup. Ha avuto una grande diffusione perché alcune coltivazioni geneticamente modificate sono in grado di resistergli: distribuendo il glisofato sui campi si elimina ogni erbaccia o pianta tranne quella resistente che si desidera coltivare. Si aumenta così la resa per ettaro e si riduce l’impegno per l’agricoltore. Per la sua bassa tossicità rispetto agli erbicidi usati all’epoca è stato da subito molto usato anche in ambienti urbani per mantenere strade e ferrovie libere da erbacce infestanti. È attualmente l’erbicida più usato al mondo anche per la caratteristica di rimanere negli strati superficiali del terreno e di essere degradato e distrutto con relativa facilità dai batteri del suolo. Il brevetto della Monsanto è scaduto nel 2001 e da allora il glifosato è prodotto da un gran numero di aziende.

Per saperne di più

Perché il suo uso preoccupa?

Il glifosato è da molti anni oggetto di studi scientifici che hanno dato risultati discordanti. In particolare, una ricerca svolta nei ratti da un gruppo di ricercatori francesi diretti da Gilles-Eric Séralini aveva segnalato una grave cancerogenicità. La ricerca, i cui risultati furono pubblicati nel 2012 sulla rivista Food and Chemical Toxicology, aveva ottenuto molto spazio sui giornali, ma anche suscitato numerosissime critiche su diversi aspetti tecnici e, in generale, sull’affidabilità del metodo usato e dei risultati. Le lettere di critica spedite alla rivista, numerose e dettagliate, hanno in breve tempo spinto la direzione editoriale del giornale ad analizzare meglio lo studio e quindi a prendere l’inusuale e grave decisione di ritrattare l’articolo. Lo stesso studio è stato successivamente ripresentato dagli autori per la pubblicazione su una rivista di minore prestigio e credibilità. Le conclusioni estreme di questo studio restano dibattute e controverse. Ma anche le più importanti istituzioni scientifiche internazionali si sono espresse, seppure con maggiore cautela, in modo non del tutto concorde sulla potenziale pericolosità del glifosato.

La classificazione della IARC tra i “probabili cancerogeni”

Un gruppo di esperti dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) di Lione ha preso in esame tutti gli studi relativi ai possibili effetti per l’uomo e per gli animali. L’analisi approfondita si è conclusa nel 2015, con la decisione di inserire il glifosato nella lista delle sostanze “probabilmente cancerogene” (categoria 2A). Nella stessa categoria sono presenti sostanze come il DDT e gli steroidi anabolizzanti, ma anche le emissioni da frittura in oli ad alta temperatura, le carni rosse, le bevande bevute molto calde e le emissioni prodotte dal fuoco dei camini domestici alimentati a legna o con biomasse. In pratica si tratta di sostanze per cui ci sono prove limitate di cancerogenicità nell’uomo, ma dimostrazioni più significative nei test con gli animali. In particolare, gli studi epidemiologici sulla possibile attività del glifosato negli esseri umani hanno segnalato un possibile, lieve aumento del rischio di linfomi non-Hodgkin tra gli agricoltori esposti per lavoro a questa sostanza, mentre gli studi di laboratorio in cellule isolate hanno dimostrato che la sostanza provoca danni genetici e stress ossidativo.

Il giudizio rassicurante di EFSA, OMS e FAO 

Sempre nel 2015, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) ha condotto un’altra valutazione tecnica – affidata all’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio – secondo la quale “è improbabile che il glifosato costituisca un pericolo di cancerogenicità per l’uomo”. Ad ogni modo l’EFSA ha disposto “nuovi livelli di sicurezza che renderanno più severo il controllo dei residui di glifosato negli alimenti” come misura di cautela.
Anche le conclusioni dell’EFSA sono state oggetto di critiche, finché nel 2016 l’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per il cibo e l’agricoltura (FAO) hanno condotto un’analisi congiunta giungendo anche loro alla conclusione che “è improbabile che il glifosato comporti un rischio di cancro per l’uomo come conseguenza dell’esposizione attraverso l’alimentazione”.

Le misure per la riduzione del rischio

Anche se il giudizio sulla potenziale pericolosità è incerto, numerosi Paesi hanno da tempo adottato misure precauzionali per ridurre l’uso inappropriato dei prodotti contenenti glifosato. In Olanda, per esempio, la vendita ai privati per uso casalingo è stata vietata nel 2014, mentre le vendite in ambito professionale non hanno subito limitazioni. In Francia il ministro dell’Ecologia ha chiesto nel 2015 a vivai e negozi di giardinaggio di non esporre il glifosato sugli scaffali accessibili al pubblico, che rimane però in libera vendita. In Italia un decreto del ministero della Salute ha stabilito nell’estate del 2016 che il diserbante non si potrà più usare nelle aree “frequentate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili quali parchi, giardini, campi sportivi e zone ricreative, aree gioco per bimbi, cortili e aree verdi interne a complessi scolastici e strutture sanitarie”. Un altro decreto del ministero della Salute ha poi stabilito che i prodotti che contengono ammina di sego polietossilata accoppiata al glifosato – una combinazione che secondo il rapporto dell’EFSA potrebbe essere responsabile degli effetti tossici sull’uomo – fossero ritirati dal commercio nel novembre del 2016, e che il loro impiego da parte dell’utilizzatore finale fosse vietato dalla fine di febbraio del 2017.
In sostanza il caso del glifosato rappresenta, al momento attuale, un buon esempio di sospetta cancerogenicità non sufficientemente dimostrata, nei confronti della quale le istituzioni hanno deciso di mettere in atto il principio di precauzione: non vietarne del tutto l’uso (mossa che potrebbe avere effetti negativi sulla produzione agricola) ma istituire limiti e controlli nell’attesa di ulteriori studi.

Fonte:  airc.it

La filiera corta che combatte lo spreco di cibo

Consumo critico, prodotti biologici e a filiera corta, lotta allo spreco di cibo. Protagonista della storia di oggi è la bottega Poco di Buono di Rimini che affianca e sostiene le attività del Gruppo d’Acquisto Solidale RIGAS e segue il progetto SprecoZero, nato per evitare lo spreco di frutta e verdura della Grande Distribuzione Organizzata. Siamo all’interno della bottega Poco di Buono. “Ci siamo trasferiti da pochissimo in questo nuovo capannone”, ci racconta Alessandra Carlini, membro del consiglio di amministrazione della società. Prima erano una cooperativa. “Era stato tale il consenso e il successo di questa iniziativa che abbiamo ritenuto necessario offrire spazi più ampi e maggiori possibilità a tutto il pubblico”. Ecco spiegato il motivo del trasferimento.

La cooperativa Poco di Buono era nata alla fine del 2009, dietro la necessità di offrire una casa al Gruppo di Acquisto Solidale Rigas. Aveva avuto una crescita tale che non era più possibile gestirlo attraverso l’associazione. “Così, ci si è inventato un metodo per gestirlo”.

Negli anni le richieste e il valore dell’attività sono aumentate molto, tanto da crearne una società. Essa gestisce la bottega, affianca il GAS nella distribuzione, segue il progetto SprecoZero e nel breve periodo spera di implementare la sua offerta con una cucina che proporrà prodotti di gastronomia, panetteria e formaggi . “Questo luogo è divenuto un’agorà!”, ci dice con soddisfazione Alessandra. Parallelamente alla nascita della bottega è nato anche il progetto SprecoZero. “Si è sentita la necessità di evitare lo spreco di frutta e verdura che venivano mandati al macero perché ritenuti troppo brutti per essere messi in vendita dalla Grande Distribuzione Organizzata. Intercettiamo questi carichi e li portiamo qui, operiamo una seconda scelta e quello che viene salvato viene rimesso in vendita con delle cassette miste a prezzi popolari. Una buona parte viene donata alle associazioni che si occupano di migranti o persone in difficoltà”. “Negli anni – ci dice con orgoglio – abbiamo fatto germogliare la consapevolezza che, oltre all’attenzione per il territorio, per la giustizia sociale e per l’ambiente, sia necessaria una maggiore attenzione allo spreco di cibo”.sprecozero2

La bottega si trova in una zona non facilmente raggiungibile, ma con un grande parcheggio. “Non ci passa per caso, chi viene qui è perché ha scelto di venirci”. Ad oggi lavorano in Poco di Buono cinque dipendenti a tempo pieno e una contabile a metà tempo. Pensano di ingrandirsi, in quanto è una realtà in crescita. I consiglieri hanno scelto di farlo in maniera volontaria. “Pensavamo che la mutualità, il nostro offrire questo servizio alla comunità, fosse un valore aggiunto all’eticità dell’impresa”.La grande scommessa nata con la nascita della Poco Di Buono è stata quella di creare un’impresa etica, “in cui il profitto non è l’obiettivo principale ma accessorio. Lo scopo principale è quello di promuovere un commercio giusto”.  Veniamo così a parlare del suo territorio, la Romagna. “Mi piace pensare sia terra di sperimentazione, un grande laboratorio culturale. Anche per questo motivo i GAS hanno preso piede così facilmente. La romagnolità penso sia un concetto che andrebbe studiato”. Una nuova cultura che ha coinvolto anche i nuovi agricoltori: “sono persone molto preparate e consapevoli di quello che stanno facendo”. In questo modo riescono a gestire al meglio l’agricoltura biologica, che richiede sforzo e attenzione. “Hanno dovuto recuperare una sapienza che era stata interrotta, non essendo figli di contadini. Uno sforzo notevole che ha migliorato tutto il territorio”.sprecozero1

Una tradizione contadina che venne surclassata dal turismo tempo fa, ma che ora sta tornando in auge. “Si è capito che il modello turistico proposto è giunto al capolinea, ed è quindi necessario pensare ad una economia che si fondi sul rispetto delle tradizioni, sul valore dei prodotti proposti e meno sul consumismo”. Le chiediamo qual è l’interazione tra il GAS e la bottega Poco di Buono. “Sono due realtà differenti che solo apparentemente vanno in conflitto. E’ un sistema che funziona grazie alle sue due anime: il volontariato per una richiesta più associativa e comunitaria e la bottega, che va a soddisfare richieste di un pubblico differente”.  Inoltre, continua così Alessandra, “il socio del GAS si suppone sia una persona particolarmente motivata. Aprire la bottega, invece, è stata anche una sfida per coinvolgere persone distanti a queste tematiche”.  Ed è così che Stefano ci racconta la sua esperienza all’interno di Rigas di Rimini. “Ho conosciuto il Rigas nel 2008, attraverso degli amici che mi hanno parlato di questo nuovo metodo di fare spesa. Mi sono avvicinato grazie a loro e grazie alla presenza del sito internet che dava molte informazioni”. Da lì il passo che lo ha portato a diventarne il rappresentante è stato molto rapido. “Credo molto in quello che facciamo, ritengo che questo sia un nuovo metodo di fare economia in grado di incentivare le piccole e medie realtà, generando tra i partecipanti un rapporto solidale”.  Sono molti i GAS presenti in Emilia Romagna. Non a caso nascono in Italia a Fidenza, in provincia di Parma, nel 1994. E’ nato anche un gruppo di coordinamento dei GAS a livello regionale per collaborare, scambiarsi comunicazioni e informazioni.sprecozero4

Alcuni estremi sul funzionamento e i numeri del movimento: è attivo sempre, escluse le canoniche pause di metà agosto e del nuovo anno. Due possibilità di ritirare i prodotti ogni settimana, il mercoledì e il sabato. Ad oggi vi partecipano 350 soci. Anni fa sono arrivati a 1000 soci, quando ancora il Rigas conteneva i gruppi limitrofi, che poi si sono resi indipendenti (Bellaria, Riccione, Santarcangelo di Romagna etc…). Per Stefano si sta diffondendo in Romagna la “coscienza di fondo che mangiare un prodotto biologico è meglio che quello tradizionale, le persone preferiscono comprare meno prodotti ma di qualità, che facciano bene alla propria salute”.

Nei suoi occhi traspaiono la convinzione e la felicità di questa scelta. “Credo che per il bene e la felicità di ogni persona sia giusto curare l’alimentazione. Siamo ciò che mangiamo. Vorrei che questa mia positività si diffondesse nel territorio. Lo faccio perché un po’ di follia ci vuole!”.

Sul perché in Romagna si siano diffusi così tanto i GAS, Stefano non ha dubbi: “è una terra fertile, sempre pronta alla sperimentazione e all’innovazione. La gente che ci abita è volenterosa di scoprire novità alla ricerca del benessere”.

Sulla sua regione ci dice che “la Romagna sta cercando di portare un cambiamento positivo per tutti i cittadini in molti settori: l’energia, l’alimentazione, la cultura. Romagna che cambia vuole portarti a questo: essere felice”. Osservando il volto di Stefano e degli altri volontari del Riminigas ne siamo ancora più convinti.

 

Intervista: Daniel Tarozzi e Andrea Degl’Innocenti
Riprese: Paolo Cignini
Montaggio: Roberto Vietti

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/02/io-faccio-cosi-154-filiera-corta-combatte-spreco-cibo/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Forno Cappelletti: il pane, come si faceva una volta

È stato intrapreso nel 1979 il percorso che ha portato Maurizio e Claudio a proporre solo prodotti naturali e biologici, accorciando la filiera e fornendo i negozi alimentari del territorio in linea con gli stessi principi e valori del Forno Cappelletti, che prepara il pane proprio come si faceva una volta. È ancora possibile offrire al territorio un pane genuino, fresco e sano? Osservando il Forno Cappelletti possiamo proprio dire di sì. Abbiamo piacere di ascoltare la storia di questa realtà tramite la voce di Maurizio e Fabio, che si alternano nel racconto in maniera puntuale e precisa.

Maurizio gestisce il laboratorio dal 1979, quando con la moglie decise di comprare un pezzo di terra e iniziare questo percorso insieme. Dopo dieci anni è stato comprato un nuovo laboratorio, segno che il trascorrere del tempo ha dato energie all’intera famiglia nel proseguire il progetto con lo stesso entusiasmo. Come però si è giunti a produrre solo prodotti naturali è lo stesso Maurizio a dircelo. “Circa otto anni fa avevo iniziato a leggere, a informarmi approfonditamente, su più argomenti: a livello spirituale, ecologico, di natura e di sistema. È così che siamo arrivati a fare solo prodotti naturali e biologici”.

A fianco a lui c’è Fabio, al quale Maurizio passa il microfono. “Prima di arrivare a lavorare nel forno di famiglia, ho avuto altre esperienze lavorative importanti e molto formative. Sentivo già dentro di me un richiamo verso qualcosa di più naturale e vicino alle mie attitudini. Ed è così che ho avuto un richiamo definitivo nel venire a lavorare nell’azienda di famiglia”.fornocappelletti1

Un cambiamento che ha coinvolto più aspetti della vita di Fabio. “In questo periodo è iniziato un processo di cambiamento, ho iniziato anche io a informarmi su certi aspetti che non avevo mai preso precedentemente in considerazione”. E questa ricerca è andata di pari passo con le scelte professionali e lavorative. “Questo cambiamento personale l’ho ritrovato anche nel mio ambito lavorativo. Ho iniziato a fare prodotti che si avvicinavano alla mia idea di alimentazione. Ho iniziato a creare biscotti nuovi: senza latte, uova, dolcificanti raffinati e quindi senza zucchero bianco”. Non solo, anche prodotti salati come cracker e prodotti secchi più sfiziosi, ma sempre in linea con i valori promossi dal Forno. Maurizio aggiunge che tra le varie produzioni ci sono anche quella di farro e di grano tenero integrale e bianco romagnolo. Claudio ci spiega le scelte relative ad una economia più di prossimità. “Ho cercato di accorciare la filiera, cercando di sapere da dove veniva il mio grano. Ho trovato, guardandomi attorno, un’altra realtà: un mugnaio che produce grani antichi autoriprodotti”. Egli non lesina complimenti al mugnaio, conscio dell’importanza del suo lavoro per l’intero settore agricolo. “Ha dato, nel suo intorno, un valore, all’agricoltura”. Il circolo funziona così:“il mugnaio fornisce questi grani antichi agli agricoltori, che li coltivano. Lui li ritira, li macina e crea per noi la farina, sempre integrale o semi integrale”. Stiamo parlano di una piccola realtà che ha avuto ottimi risultati negli ultimi tempi. “Negli ultimi anni siamo cresciuti molto – continua così Fabio – la nostra è un’attività a conduzione familiare. Lavoriamo ad oggi in 8”.fornocappelletti2

E prosegue Maurizio, insistendo sulla genuinità dei prodotti del Forno. “Il nostro pane è fatto tutto a mano, con la pasta madre fatta e curata da noi”. È un duetto piacevole da ascoltare, Fabio infatti aggiunge che “al giorno d’oggi il pane è prodotto quasi tutto industrialmente. E’ fatto, quasi tutto, con dei sacchi di miscele chiamati preparati con molto glutine, farine raffinate, miglioratori per conservare il pane. Facciamo così dei prodotti che non sono adeguati al nostro organismo, alla nostra digestione. Sono adatti alla produzione”.

L’importanza della digeribilità del prodotto offerto dal Forno Cappelletti è fondamentale per Maurizio. “Facciamo un tipo di pane che oggi mettiamo nel frigo, e sta lì ventiquattro ore. Quello è il pane più digeribile in assoluto, perché te l’hanno mezzo digerito gli enzimi. Il nostro pane dura una settimana, non hai bisogno di andare comprarlo tutti i giorni e hai sempre un pane che è genuino”.

Ci sorprende che sia Fabio a parlarci della storicità del Forno, segno che le tradizioni si sono ben depositate anche tra i più giovani in famiglia. “Abbiamo una rivendita a Dovadola, lì c’è il nostro punto vendita dal 1979. Abbiamo iniziato a servire i primi punti macrobiotici e i primi negozi di alimenti naturali negli anni ottanta che sono nati nel nostro territorio. E oggi, da quando abbiamo fatto la certificazione biologica, abbiamo potuto accedere ad altri mercati. Serviamo tutti i negozi di alimenti biologici e naturali che sono in Romagna”.fornocappelletti4

Un cambiamento fatto di tante realtà nella Romagna Che Cambia. “Vedere che ci sono in zona altre realtà che vanno in questa direzione – continua Fabio – è una grande soddisfazione. Romagna Che Cambia è una regione da un grandissimo potenziale: la vedo in un futuro molto green, che si auto sostiene e autoproduce quel che necessita. Molta più gente che cerca di capire cosa mangia, da dove viene il cibo studiando tutto quello che ci sta dietro, dall’impatto ambientale alla valorizzazione degli artigiani e dei prodotti locali. Perché in Romagna c’è tutto: il mare, la montagna, la campagna”.

Non possiamo non chiudere l’articolo con le parole di Fabio, che negli ultimi dieci anni dice di aver notato un buon miglioramento. “Sempre molta più gente si avvicina a questa filosofia di vita, legata ad un’alimentazione più sana e genuina”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/12/io-faccio-cosi-147-forno-cappelletti-pane-come-si-faceva/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Ivan Fantini: una vita di cambiamenti… verso la libertà

Cuoco “eterodosso e dimissionario”, agricoltore e scrittore per urgenza. La stimolante esperienza di Ivan Fantini e gli innumerevoli cambiamenti affrontati nella sua vita permettono di porci domande sul senso del nostro agire quotidiano.

Ivan Fantini è una di quelle persone che va dritta al punto e, così anche noi, prima di raccontarvi la sua storia, ve lo introduciamo subito con le sue parole, nude e crude.

“L’unica soluzione è non entrare dentro il sistema. Tu sei uno ed unico, non è che ti isoli. Costruisci te stesso, nel contesto in cui vivi. Apparentemente sembra non serva a nulla, ma la teoria del tuo esempio se contamina ha fatto la rivoluzione. Io non devo convincere nessuno. È la condotta dell’essere umano che sta al mondo che porta ai cambiamenti”.

E lui di cambiamenti nella vita ne ha vissuti parecchi. Cerchiamo di ripercorrere la sua vita, partendo dalla definizione data a lui da Franco Arminio, di “cuoco eterodosso e dimissionario”. “Forse lo sono sempre stato. Non mi sono mai trovato bene nei gangli della cucina canonica o quella che viene definita tale. Il pensare di poter cucinare adoperando prodotti che provengano dai contadini vicino casa era un discorso che non faceva né tendenza né moda, non pensava ce ne fosse bisogno. Parlo di venticinque anni fa”.

Era un discorso che ai tempi non aveva le mire di riconvertire le persone ad un certo tipo di alimentazione. “Lo facevo e basta, sono cresciuto in una famiglia per metà contadina e per metà operaia. Ho cominciato a lavorare in cucina per forza a 17 anni perché la famiglia lo richiedeva”. Così nel tempo ha continuato a fare il cuoco perché gli garantiva l’indipendenza a livello economico.

La svolta è stata incontrare persone che appartengono alla cultura italiana che non avevano nulla a che fare con la gastronomia ma che “mi hanno aperto gli occhi su quella che doveva essere la vita. Ho trasportato quelle esperienze nella gastronomia”.

Così decide di non rifarsi ad una filiera commerciale già al tempo di un mercato semi-globalizzato e delle multinazionali. Lavorava con vignaioli, i contadini, i norcini locali in maniera diretta. “E questo provocava fastidio”.

Quando sosteneva questi concetti a livello teorico veniva snobbato da quando nel 1994 ho avuto la possibilità di lavorare con persone che mi ascoltavano è cominciata la diatriba con il mercato vero e proprio, con i ristoratori, con i clienti. Con le persone che circondano un luogo che fa della ristorazione e dell’accoglienza la sua vita. Inizia a cucinare per il centro culturale “Quadrare il circolo”. Il giornalista Michele Marziani scrisse un articolo sulla sua cucina, invitando le persone ad andare a provarla in un luogo “nascosto, buio e che per trovare l’entrate si fa fatica”.

In molti, così, vennero a vedere cosa succedeva all’interno di questo circolo culturale. “Si accorsero che con niente si faceva una gastronomia sufficientemente buona, dove venivano serviti piatti con due o tre ingredienti con i loro colori in un luogo scuro e introvabile. E questo accadeva senza far parte di quella filiera legata al mercato commerciale e delle multinazionali”. Questa esperienza durò tre anni, prendendo il nome di “Stalla di Pegaso”.

“Lavoravo a stretto contatto con quella che per me era la verità, e cioè i contadini. Andavo a seminare, a coltivare le verdure che mi servivano. Andavo ad uccidere il maiale e a scegliere le carni che mi servivano nel mio luogo. La spinta verso la verità me l’hanno data persone che, apparentemente, non c’entravano nulla con il mondo della gastronomia”. Come vi dicevamo, Ivan è una persona schietta e dice cose non banali. “L’approccio di ogni uomo è con il cibo. In una società opulenta come la nostra, ciò accade anche tre volte al giorno. Se te osservi una persona per come si sceglie il cibo, per come lo manipola, qualcosa lo impari se hai un punto di vista sano”.ivanfantini1

Ivan Fantini

 

Una visione che non è giunta tra i fornelli e i coltelli. “Non sono stati i cuochi a insegnarmi tutto ciò. I cuochi mi insegnavano a cuocere bene la bietola, mi nascondevano i limoni sotto la stufa per punizione. Era una camerata nella quale tu, fin quando non arrivavi all’apice, subisci le angherie di un manipolo di persone che credevano che quella fosse la strada obbligatoria”.

Chiusa l’esperienza in Quadrare il circolo, ha lavorato in un bar nel paese di Morciano di Romagna, creando relazioni e progetti tra i giovani e gli anziani del posto. Dopodiché ha collaborato a Torino con la Scuola Holden per diverse istallazioni gastronomiche. Dopo diverse esperienza, tra le quali anche quella teatrale, venne richiamato da un amico a San Clemente. Sentiva parlare di me e mi disse: “Devi tornare a fare l’Ivan a casa tua”. Così “ho realizzato il sogno della mia vita, proprio nel mulino dove andavamo a giocare da bambini. Ho visto lo spazio e quel luogo è diventata l’osteria Veglie in volo, dove ho cominciato davvero a fare Ivan Fantini. Ho fatto il cuoco – continua così Ivan – come desideravo. Aperto solo quattro giorni a settimana, solo per 28 persone, con quello che riuscivo ad avere come materia prima. Il menù cambiava ogni giorno. Gli altri giorni li passavo in campagna a fare i formaggi e le carni”.

Per cinque anni ha funzionato molto bene, era infatti considerato tra i migliori cuochi della Romagna. Dal 2008 è iniziato il declino, “in seguito alle nuove leggi sul fumo, sul controllo dell’alcool e del protocollo haccp”. Gli chiediamo in che senso tali nuove regolamentazioni hanno influenzato la sua attività. “Andavano fatte in maniera diversa. La biodiversità non era considerata. Io avevo un pubblico che da mezzanotte alle quattro ascoltava del jazz, leggeva poesie, sorseggiava distillati e mangiava cioccolata, marmellate e fumava sigari”.

Fu, quello, un periodo molto difficile per Ivan. “Ho avuto una crisi psico fisica, che si è riversata sul colon discendente. Sono dimagrito 10 chili. La mia passione mi stava ammazzando. L’unica cosa che potevo fare era smettere. Sono stato sconfitto da un sistema che non ho combattuto ma che credevo, almeno nel mio luogo e con la mia gente, potesse cambiare. Non ci sono riuscito. Ho accettato la sconfitta, perché le sconfitte possono servire. Ho smesso di voler cambiare il mondo e ho iniziato a voler cambiare me stesso in questo mondo”.

Siamo concentrati nell’ascoltarlo, le sue parole ci coinvolgono.ivanfantini2

Le enormi energie che ciò gli aveva generato le ha trasferite nel tagliare legna, disboscando un intero bosco e facendone un orto. Da lì è nato Boscost’orto, nome che si trova ora nei vasetti di marmellata da lui prodotti. L’orto ha iniziato a dargli un minimo di autonomia alimentare.

“Mi venne chiesto di buttare tutta la sua rabbia che avevo addosso per iscritto”. Così è nato il primo romanzo, Anonimo fra gli anonimi. Anche questa esperienza è servita molto a Ivan nel suo percorso di crescita. “Non avevo accettato le regole dell’editoria. Mi volevano diverso, ero bello e tatuato e potevo sfondare come personaggio”. Così decide di lasciare la casa editrice e regalarlo nel web. Lì “un piccolo editore l’ha considerato un manifesto politico e l’ha voluto stampare, a patto che non ne fosse cambiata una virgola da quello originale”. Dopo il primo romanzo è così uscito anche il secondo, Educarsi all’abbandono.

Così iniziano lunghe passeggiate, raccogliendo frutti selvatici e bacche. Da lì nasce l’idea di produrre marmellate e succhi di frutta. Con il baratto gli giungono cose che non riesce a prodursi, come il caffè, il riso, la farina di farro.
“Da una cassa di mele vengono fuori 14/15 barattoli di marmellata. È un qualcosa di enorme. È chiaro che ci vuole una persona che faccia e curi questa attività”.ivanfantini4

“Ci sentiamo molto ricchi. Una regola c’è, anche per noi anarchici: noi non abbiamo paura dell’altro, mai. Chi arriva, arriva. Hai difronte una persona anticapitalista e antifascista, decidi tu se starci o meno assieme”.

 

Io non posso più credere al senso collettivo della cosa, credo a tanti uno che che fanno il collettivo.
L’Italia che cambia c’è e fa davvero. Se io cambio quotidianamente è perché mi è arrivato qualcosa di nuovo ed è sempre qualcosa di cui non ho paura ed è qualcosa che mi fa reagire. Conosco dei romagnoli che fanno sul serio”.

E, sul serio, ringraziamo Ivan per aver condiviso con noi la sua illuminante vita da cuoco dimissionario eterodosso e scrittore per urgenza.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/10/io-faccio-cosi-139-ivan-fantini-una-vita-cambiamenti-verso-liberta/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general