“I soldi pubblici sostengono chi inquina”

In agricoltura chi inquina viene pagato. La quasi totalità delle sovvenzioni europee e nazionali viene destinato infatti all’agricoltura che usa pesticidi e fertilizzanti sintetici. Al biologico, che copre quasi il 15% delle superfici agricole italiane, va meno del 3% dei finanziamenti europei e nazionali. È quanto emerge dal Rapporto “Cambia la Terra. Così l’agricoltura convenzionale inquina l’economia (oltre che il Pianeta)”. Nei nostri campi, chi inquina viene pagato. È all’agricoltura che utilizza pesticidi, diserbanti e fertilizzanti sintetici che va la quasi totalità delle sovvenzioni europee e nazionali: in sostanza, i soldi pubblici servono per sostenere l’utilizzo della chimica di sintesi.

La politica agricola comunitaria sovvenziona infatti per il 97,7% l’agricoltura convenzionale. E quando ai fondi Ue si aggiungono anche quelli italiani, il risultato non cambia: al biologico, che rappresenta il 14,5% della superficie agricola coltivata del nostro Paese, va il 2,9% delle risorse. Anche senza tirare in causa i costi consistenti che l’utilizzo della chimica di sintesi e quindi l’inquinamento provocano sulla nostra salute e su quella dell’ambiente, è evidente che si tratta di una palese inversione della regola “chi inquina paga”.agricoltura-pesticidi

È quanto emerge dal Rapporto “Cambia la Terra. Così l’agricoltura convenzionale inquina l’economia (oltre che il Pianeta)” presentato oggi alla Festa del BIO che si tiene a Bologna in occasione del SANA, la fiera del biologico italiano, da Maria Grazia Mammuccini, responsabile del progetto Cambia la Terra- FederBio; Susanna Cenni, Vicepresidente Commissione Agricoltura Camera; Giorgio Zampetti, Direttore Legambiente; Franco Ferroni, Responsabile Agricoltura WWF; Fulvio Mamone Capria, Presidente LIPU; Lorenzo Ciccarese, Ricercatore ISPRA; Patrizia Gentilini di ISDE International Society of Doctors for Environment – Associazione medici per l’ambiente. Per i dati elaborati dall’Ufficio studi della Camera dei deputati, su 41,5 miliardi di euro destinati all’Italia, all’agricoltura biologica vanno appena 963 milioni di euro. In altri termini, il bio – che rappresenta il 14,5% della superficie agricola utilizzabile – riceve il 2,3% delle risorse europee: anche solo in termini puramente aritmetici, senza calcolare il contributo del biologico alla difesa dell’ambiente e della salute, circa sei volte meno di quanto gli spetterebbe. Se ai dati dei fondi europei si aggiunge il cofinanziamento nazionale per l’agricoltura, pari a circa 21 miliardi, il risultato rimane praticamente invariato: su un totale di fondi europei e italiani di circa 62,5 miliardi, la parte che va al biologico è di 1,8 miliardi, il 2,9% delle risorse.barley-1117282_960_720

“In altre parole – ha detto Maria Grazia Mammuccini di FederBio – gli italiani e gli europei in generale pagano per sostenere pratiche agricole che alla fine si ritorcono contro l’ambiente e contro la loro salute, a partire da quella degli agricoltori stessi. Inoltre, non è il modello agricolo ad alto impatto ambientale a farsi carico della tutela degli ecosistemi con cui interagisce, ma sono gli operatori del biologico a sopportare i costi prodotti dall’inquinamento causato dalla chimica di sintesi: il costo della certificazione; il costo della burocrazia (ancora più alto che per gli agricoltori convenzionali); il costo della maggiore quantità di lavoro necessaria a produrre in maniera efficace e a proteggere il raccolto dai parassiti , senza ricorso a concimi di sintesi e diserbanti; il costo della fascia di rispetto tra campi convenzionali e campi biologici”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/09/agricoltura-soldi-pubblici-sostengono-chi-inquina/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

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Morto Fabian Tomasi, simbolo della lotta contro Monsanto e i pesticidi

È morto ieri in Argentina Fabian Tomasi, divenuto un simbolo della lotta contro il glifosato, pesticida con cui l’uomo, deceduto per una polineuropatia, era entrato a contatto durante il suo lavoro nell’agrochimica. Ammalatosi dieci anni fa, Fabian ha dedicato gli ultimi anni della sua vita alla lotta contro i pesticidi. Padre di una figlia, quest’uomo ha dedicato gli ultimi anni della sua vita a mettere in guardia sul pericolo correlato all’uso di erbicidi e ha accettato di farsi fotografare, mostrando il suo corpo malato e scheletrico, ferita di guerra di questa battaglia. Fabian Tomasi, che lavorò per anni al rifornimento di erbicidi per gli aerei utilizzati per lo spargimento e poi si trasformò in un simbolo della lotta ai pesticidi in Argentina, è morto all’età di 53 anni per una polineuropatia. Tomasi era un grande oppositore della Monsanto, colosso della produzione di prodotti chimici per l’agricoltura.58b2faf016ea0

Foto tratta da 03442.com.ar

“Venerdì l’assassinio si è compiuto. Fabian si è ammalato 10 anni fa. Ha resistito tanto prima di morire per poter denunciare la politica agricola criminale che lo ha devastato”, ha dichiarato sabato all’AFP Medardo Avila, membro della Rete dei Medici delle Città Intossicate, che affiancò Fabian nella sua lotta.

“Siamo addolorati e indignati per la sua morte. Abbiamo un sistema produttivo che sta contaminando mezzo paese, ha sottolineato il medico-attivista. Nelle sue testimonianze, Tomasi aveva dichiarato di non aver mai usato protezioni durante il suo lavoro perché nessuno lo aveva avvertito di quanto fosse pericoloso maneggiare il glifosato, un erbicida che secondo l’OMS è “probabilmente cancerogeno” e che viene utilizzato sulle colture nate da semi OGM. Mesi prima di morire, in una intervista rilanciata alla AFP, Tomasi aveva dichiarato che il glifosato è qualcosa di “tremendamente ingannevole, una trappola che ha piazzato gente molto pericolosa. Adesso non ci rimane nulla. Tutta la terra che possediamo non è sufficiente per accogliere tutta questa morte”, ha detto in quel momento, quando a causa della malattia non poteva neanche più ingerire alimenti solidi, aveva perso massa muscolare e soffriva di dolori articolari che limitavano i suoi movimenti.agriculture-1359862_960_720

Tomasi aveva cominciato a lavorare nell’agrochimica nel 2005 per un’azienda che spruzzava pesticidi nella provincia di Entre Rios, nella città dove poi è morto. “I prodotti chimici hanno compromesso la sua salute, fino a ucciderlo. Se ne va un simbolo della lotta ai pesticidi, una persona che ha svolto un ruolo decisivo nel far capire che questo modello uccide”, ha scritto su Twitter Patricio Eleisegui, pubblicista e autore di “Avvelenati”, un libro che racconta la vita di Tomasi.  In Argentina la semina di soia OGM, che richiede l’utilizzo di milioni di litri di glifosato, ha cominciato a diffondersi alla fine degli anni ’90. Principale prodotto dell’export di questo paese, la soia ha gradualmente rimpiazzato l’allevamento e la coltivazione di alti prodotti meno remunerativi.

 

Fonte: AFP

“La terra è viva e guarisce”: gli ortolani degli chef lanciano un nuovo progetto

Dopo aver cambiato vita e portato in Italia la figura professionale del “culinary gardener”, gli “ortolani degli chef” Lorena Turrini e Davide Rizzi hanno avviato un nuovo progetto chiamato “Organismo Agricolo Vivente Terapeutico” con l’obiettivo di portare vitalità alla terra, all’ambiente e, di conseguenza, all’uomo. Organismo Agricolo Vivente. È questo il nome del nuovo progetto intrapreso da Lorena Turrini e Davide Rizzi, un’artista e un musicista che qualche tempo fa hanno deciso di mettersi in gioco e ripensare la loro vita professionale, scegliendo di dedicarsi alla produzione di cibo sano secondo i principi dell’agricoltura biodinamica e avviando il progetto chiamato “culinary gardener”.

Come “culinary gardener”, Davide e Lorena producono frutta e verdura nel loro orto-giardino biodinamico in Toscana a stretto contatto con gli chef al fine di fornire materie prime ad hoc per i loro piatti. Per chi non conosce questa figura professionale, il culinary gardener è il consulente-produttore personale di uno chef: in pratica, produttore e chef decidono insieme cosa seminare per creare un menù stagionale di verdure e frutti freschi, sani e ricchi di sostanze nutritive e scelgono insieme cosa coltivare per ottenere i sapori e i profumi ricercati dallo chef.LorenaTurrini_DavideRizzi

Davide Rizzi e Lorena Turrini

Originari di Modena, Davide e Lorena si occupano di orticoltura biodinamica dal 2010 e sono culinary gardener presso una società che possiede strutture di pregio in Toscana, nelle quali lavorano due chef stellati. “Dopo sette anni passati tra le dolci colline toscane collaborando con chef stellati”, ci spiegano, “abbiamo deciso di concederci un intenso anno di studio e collaborazione presso un istituto di ricerca di Udine. Abbiamo approfondito il mondo della biodinamica da un punto di vista più antroposofico, sviluppando un modo più ‘sensibile’ di dialogare con la natura, e abbiamo messo a punto un nuovo progetto che diventa completamento del primo: l’”Organismo Agricolo Vivente Terapeutico”, un progetto sostenibile a livello sociale-terapeutico ed economico, nel quale esistono un aspetto terapeutico-passivo e uno terapeutico-attivo”.

L’aspetto terapeutico-passivo dell’”Organismo Agricolo Vivente Terapeutico” è costituito dalla presenza di siepi con alberi di specie diverse, piantumate in base agli studi sulle consociazioni arboree, dove ogni pianta irradia una particolare “forza” che agisce come stimolo o riequilibrio per l’essere umano che si avvicina ad esse. La natura, lo sappiamo, ha capacità curative-terapeutiche ed è una fonte inesauribile di energia e forza vitale per l’uomo e gli animali. È importante la presenza di essenze a portamento verticale perché questa forma costituisce una specie di “antenna” atta a captare e trattenere le forze vitali che arrivano dal cielo. Inoltre, per amplificare queste forze bisogna seguire legge del ciclo chiuso: tutto va riciclato attraverso il compost, perché compostando si amplificano sia le forze vitali sia le naturali “difese immunitarie” dell’Organismo Agricolo rendendolo sano e longevo. Per quanto riguarda, invece, l’aspetto terapeutico-attivo ed economico, oltre all’orto vero e proprio, nell’Organismo Agricolo vengono inserite piante aromatiche (privilegiando le specie autoctone e naturalizzate) utilizzabili anche per produrre olii essenziali, piante a fioritura a scalare per la vendita di fiori recisi, essenze nettarifere per il miele e alberi da frutto, insieme a frutti antichi e autoctoni per realizzare succhi o marmellate.

“Abbiamo già progettato un paio di Organismi Agricoli“, ci raccontano Lorena e Davide, “che hanno due tipologie e due finalità completamente diverse e che sono attualmente in fase di realizzazione. A Novembre 2017 ad Ibiza abbiamo ideato il nostro primo progetto di “Organismo Agricolo Vivente Terapeutico” (presso una struttura) per soggiorni di riequilibrio terapeutico da stress lavorativo. A febbraio 2018 abbiamo iniziato una collaborazione con Coopattiva, storica cooperativa sociale modenese, per il progetto di un ‘Organismo Agricolo’ in ambito sociale a Nonatola (Modena) che estende su tre ettari. Non si tratta solo di un orto, ma di un intero organismo agricolo vivente costituito da frutteto, piccola vigna, piccoli frutti, bosco, siepe terapeutica, serre, punto ristoro. Abbiamo già lavorato con ragazzi in difficoltà psichiche e con bambini e adulti con disagio e conosciamo i benefici che il lavoro nella natura offre a queste persone, al fine di migliorarne le abilità e svilupparne di nuove”.Lorena4

“Viste le nuove richieste che ci sono arrivate sia in ambito sociale, (anche) per persone anziane e per gli orti scolastici, sia da privati ed aziende, abbiamo elaborato una sorta di “progetto base” da poter utilizzare in contesti diversi, personalizzandolo di volta in volta a seconda delle specifiche del luogo e delle esigenze dei fruitori. Il ‘modello’ è uguale per tutti: un ‘Organismo Agricolo Vivente Terapeutico’, del quale cambieranno di volta in volta le forme, gli aspetti terapeutici, che saranno tarati secondo le necessità specifiche, e l’attività economica, che dipenderà dai diversi obiettivi da raggiungere. Ci sarà sempre l’aspetto terapeutico-passivo e il lavoro quotidiano in agricoltura che è l’aspetto terapeutico-attivo”.

“Non abbiamo inventato nulla. La natura esiste da molto prima di noi ed è sempre lei la protagonista. L’orto sociale è già stato fatto e funziona bene: si è visto come il contatto con la natura ed il lavoro nell’orto porti grandi benefici alle persone. Noi abbiamo fatto un piccolo passo in avanti progettando Organismi Agricoli Viventi Terapeutici, non solo orto. Abbiamo studiato molto le forme da inserire che possono già di per sé ‘curare’. L’orto stesso, ad esempio, è a forma di pentagono, cioè la forma che riporta l’uomo all’armonia. Tutto origina dai solidi platonici nei quali si manifestano due forze: forze di disgregazione terrestri e forze di vita celesti. Quando disegniamo un Organismo Agricolo lo pensiamo sempre in analogia con il corpo umano. Ogni ‘organo’ del progetto corrisponde ad un organo del corpo umano. Portando armonia nell’organismo agricolo questa si riflette specularmente nel corpo umano ristabilendo l’equilibrio, quindi la salute fisica e mentale. Di conseguenza, inseriamo in percentuali ben precise il bosco, il frutteto, l’orto, il laghetto, le siepi ed ognuno di essi è direttamente collegato ad un organo del nostro corpo (polmoni, cuore, fegato, ecc.).

“Il nostro obiettivo e missione”, concludono Lorena e Davide, “è, da sempre, quello di portare vitalità alla terra, all’ambiente e di conseguenza all’uomo favorendo l’aumento del suo sistema immunitario anche con la qualità del cibo e la bellezza delle forme. Lo facciamo con i progetti di culinary gardener e ora anche con gli Organismi Agricoli Viventi Terapeutici. Il primo amore non si scorda mai: continuiamo a collaborare con gli chef, perciò non abbandoniamo il nostro progetto culinary gardener, ma lo arricchiamo e l’idea è quella di poter creare, un giorno, un Organismo Agricolo Vivente Terapeutico anche per gli chef”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/07/terra-viva-guarisce-ortolani-chef-nuovo-progetto/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’Europa vieta i pesticidi che uccidono le api

L’Europa salva le api e vieta i pesticidi che le uccidono. Gli Stati membri dell’Unione Europea, hanno infatti approvato una proposta della Commissione, per vietare l’uso di tre pesticidi neonicotinoidi, che potranno essere utilizzati solo all’interno di serre permanenti, senza contatto con gli insetti. I Paesi membri dell’Ue hanno approvato la proposta della Commissione europea che introduce il divieto di utilizzo all’aperto di tre pesticidi perché nocivi per le api. L’impiego dei principi attivi (imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam, noti come neonicotinoidi), che è molto diffuso in agricoltura, sarà consentito solo in serra. Anche l’Italia ha votato a favore del bando, insieme alla maggioranza dei Paesi membri.

“Quello fatto dai Paesi membri dell’UE che hanno approvato la proposta della Commissione di introdurre il divieto di utilizzo all’aperto di 3 pesticidi, noti come neonicotinoidi (imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam), è un primo e importante passo avanti per la protezione delle api e degli altri impollinatori”, afferma il WWF.RTXZ3DT-e1487891078282-1024x629

“Tuttavia – continua l’associazione – la decisione di oggi riduce i rischi ma non li elimina: è necessario continuare la battaglia affinché si arrivi al bando totale di queste sostanze. Lasciando in commercio queste molecole per le produzioni in serra, infatti, non solo non si esclude il rischio di contaminazione dell’ambiente esterno ma anche l’utilizzo illecito. È quindi urgente predisporre un sistema di controlli efficaci e prevedere sanzioni adeguate per chi non dovesse rispettare il divieto di utilizzo in campo aperto”.

Anche Greenpeace accoglie con grande soddisfazione il bando permanente e quasi totale di tre insetticidi neonicotinoidi dannosi per le api. “Questa è una notizia importante per le api, l’ambiente e tutti noi. Il voto a favore dell’Italia certifica l’attenzione dei cittadini italiani per la protezione degli impollinatori”, dichiara Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace Italia. “I danni di questi neonicotinoidi sono ormai incontestabili. Bandire questi insetticidi è un passo necessario e importante, il primo verso una riduzione dell’uso di pesticidi sintetici e a sostegno della transizione verso metodi ecologici di controllo dei parassiti”.

Il bando votato oggi estende quello parziale già in essere dal 2013 per tre neonicotinoidi – l’imidacloprid e il clothianidin della Bayer e il tiamethoxam della Syngenta. Rimane consentito il loro utilizzo solo all’interno di serre permanenti.whats-the-big-deal-with-pesticides-x1280

I Paesi che hanno votato a favore del divieto sono: Italia, Francia, Germania, Spagna, Regno Unito, Paesi Bassi, Austria, Svezia, Grecia, Portogallo, Irlanda, Slovenia, Estonia, Cipro, Lussemburgo, Malta, che rappresentano il 76,1% della popolazione dell’Ue. Quattro i Paesi contrari al divieto: Romania, Repubblica Ceca, Ungheria e Danimarca. Otto gli astenuti: Polonia, Belgio, Slovacchia, Finlandia, Bulgaria, Croazia, Lettonia e Lituania. Oltre ai 3 insetticidi in discussione, ce ne sono altri che costituiscono una minaccia per le api e altri insetti benefici. Tra questi quattro neonicotinoidi, il cui uso è attualmente permesso in Ue: acetamiprid, thiacloprid, sulfoxaflor e flupyradifurone e altre sostanze quali cipermetrina, deltametrina e clorpirifos. Per evitare che questi tre insetticidi ora vietati vengano sostituiti con altre sostanze chimiche che potrebbero essere altrettanto dannose, Greenpeace ritiene che l’Ue debba bandire l’uso di tutti i neonicotinoidi, come la Francia sta già considerando di fare. È inoltre necessario applicare gli stessi rigidi standard utilizzati per questo bando alla valutazione di tutti i pesticidi e, soprattutto, ridurre l’uso di pesticidi sintetici e sostenere la transizione verso metodi ecologici di controllo dei parassiti.download

Sul divieto introdotto dall’Ue si è espressa anche la Coldiretti. “Per salvare le api è ora necessario che il divieto riguardi coerentemente anche l’ingresso in Italia e in Europa di prodotti stranieri trattati con i principi attivi sotto accusa”.

“Non è accettabile che alle importazioni sia consentito di aggirare le norme previste in Italia ed in Europa, anche grazie agli accordi di libero scambio, ed è necessario, invece, che dietro tutti gli alimenti, italiani e stranieri, in vendita sugli scaffali ci sia un percorso di qualità che riguarda l’ambiente, la salute e il lavoro”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo. Le api – sottolinea la Coldiretti – sono un indicatore dello stato di salute dell’ambiente e servono al lavoro degli agricoltori con l’impollinazione dei fiori tanto che Albert Einstein sosteneva che: “Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/04/europa-vieta-pesticidi-uccidono-api/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Funghi Espresso: come coltivare funghi dai fondi del caffè

Un progetto imprenditoriale, un esempio di economia circolare, un modello educativo e un messaggio contro lo spreco: questo e altro è Funghi Espresso, realtà toscana che a partire dal fondo di caffè produce tre tipologie di funghi. Deliziosi da assaggiare e ricchi di nutrienti. Sapete quanti fondi di caffè vengono prodotti in Italia in un anno? Trecentomila tonnellate, risultato del lavoro di circa centoventimila bar presenti nel nostro Paese. Non sono tantissime invece le persone che sanno che il fondo di caffè, da scarto, può diventare una preziosa risorsa; ad esempio, per coltivare funghi.

L’originale trovata è la base della storia di Funghi Espresso che vi raccontiamo oggi, una dimostrazione pratica di imprenditoria “a chilometri zero” che sposa perfettamente i principi dell’Economia circolare: Funghi Espresso coltiva funghi commestibili e dal buon sapore a partire dai fondi di caffè recuperati dai bar locali, che vengono poi venduti tramite i mercati locali ed anche in dei kit dove le persone possono provare a continuare la coltivazione dei funghi in casa.

Il progetto vede le sue basi nel 2013, quando il coordinatore del Centro di Ricerca Rifiuti Zero (con sede a Capannori in provincia di Lucca) Rossano Ercolini avvia uno studio sui possibili riutilizzi del fondo di caffè in agricoltura, affiancato già allora dal co-fondatore di Funghi Espresso ed agronomo Antonio di Giovanni. Successivamente, dall’incontro tra Antonio di Giovanni e l’architetto Vincenzo Sangiovanni, nasce l’avventura di Funghi Espresso. Inizialmente avviata a Capannori, oggi Funghi Espresso ha la sua sede produttiva all’interno delle Scuderie Leopoldine di Firenze, all’interno di un Istituto tecnico agrario che ha deciso di ospitare l’esperienza e di portarla avanti in collaborazione, perché il progetto vuole essere innanzitutto educativo e si pone l’obiettivo di coinvolgere sempre più studenti nella ricerca di nuovi potenziali scarti organici, sempre per la produzione di funghi.17884680_1359421047458436_3006771240319826447_n

Dal fondo di caffè ai funghi

Da quando il progetto ha preso vita a Capannori, Antonio di Giovanni ci racconta che è stata recuperata la media di circa una tonnellata e mezza di fondi di caffè al mese, per un totale finora di circa sessanta tonnellate di fondi di caffè, che provengono dai bar limitrofi: “In media il bar più lontano dal quale recuperiamo i fondi è a circa due chilometri di distanza”, ci spiega Antonio. Il fondo di caffè si è dimostrato lo “scarto” ideale per poter coltivare i funghi, grazie alla sua ricchezza di minerali e sostanze nutritive adatte alla loro crescita. Una volta recuperati i fondi del caffè, con un processo ben delineato, Funghi Espresso coltiva tre tipologie di funghi: il Pleurotus Ostreatus, il Pleurotus Djamor e il Pleurotus Cornucopiae: “Funghi buonissimi e gustosi da mangiare, ricchi di sostanze nutrienti, che poi noi vendiamo ai vari mercatini locali sia tramite i classici canali di vendita come i gruppi di acquisto solidale che tramite i mercati contadini”. Nel corso del tempo Funghi Espresso ha anche ideato un kit apposito per la vendita dei funghi, con un substrato già pronto, che permette a chi vorrebbe coltivare i funghi direttamente a casa di poterlo fare.17634817_1349022631831611_2817465097780462966_n

“Quando il fondo di caffè raccolto dai bar arriva fresco all’interno della nostra fungaia viene pulito, setacciato e inoculato lo stesso giorno della raccolta. Questo è importante per favorire la buona riuscita di tutto il processo: il sacchetto appena prodotto con il fondo di caffè viene messo all’interno di una camera di incubazione al buio, per circa venticinque giorni. Dopodiché, quando il sacchettino diviene bianco e il fungo comincia a svilupparsi, il sacchetto viene aperto, inciso e trasferito nella seconda camera, chiamata camera di fruttificazione: qui l’ambiente è molto umido e luminoso, dopo circa una decina di giorni otteniamo il primo raccolto, per poi completare il ciclo dopo circa trenti giorni”.

Ma non finisce qui, perché anche in questo caso lo scarto diventa risorsa: “Lo scarto derivato dalla coltivazione dei funghi viene utilizzato sia per il compostaggio ma soprattutto per la lombricoltura: il risultato finale è che, dal nostro scarto, riusciamo ad ottenere humus di lombrico e lombrichi, che possiamo riutilizzare in diversi modi e sul quale stiamo studiando diversi progetti”.

Intervista e riprese: Daniel Tarozzi e Daniela Bartolini
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/04/io-faccio-cosi-206-funghi-espresso-coltivare-funghi-fondi-caffe/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Il “Giardino Sostenibile”, la mostra-mercato all’Orto Botanico di Torino

Per il primo anno, l’Orto Botanico di Torino ha ospitato per un’intera giornata la mostra-mercato dal nome “Il Giardino Sostenibile”, evento pensato ed organizzato con l’obiettivo di divulgare e condividere buone pratiche nell’ambito del giardinaggio, delle coltivazioni e dell’agricoltura sinergica, con una forte attenzione nei confronti degli impatti ambientali, della progettazione e della riduzione del dispendio energetico in giardino.giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino

L’iniziativa Il giardino sostenibile è stata pensata e realizzata all’interno dell’Orto Botanico, luogo legato alla divulgazione, alla ricerca scientifica e alla conoscenza della cultura botanica e della sua conservazione.
Per l’intera giornata di sabato 7 aprile, l’Orto Botanico ha ospitato diversi espositori attivi nel campo della sostenibilità, col fine di raccontare le rispettive e differenti esperienze e dando vita a momenti di interazione, confronto e diffusione di conoscenze. Ormai è chiaro come il tema della sostenibilità si relazioni con una molteplicità di contesti, tra cui quello dell’agricoltura ma anche del giardinaggio, della costruzione del paesaggio e del verde urbano. Come definito per la prima volta dal rapporto Bruntland nel 1987, “lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri”, generando una forte attenzione al mantenimento delle risorse, alla tutela e all’equilibrio ambientale, economico e sociale. In relazione a tale aspetto, l’evento ha riunito alcuni espositori appartenenti a realtà diverse che condividono una visione ed una metodologia di lavoro comune, strettamente connessa al tema del sostenibile.giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino-1523522276

Tra i vari ospiti era presente l’Erbaio della Gorra, attività vivaistica che si occupa di coltivare, fornire consulenze progettuali e realizzare giardini di erbacee perenni e graminacee ornamentali, con un gusto strettamente legato ad un’idea di giardino spontaneo e dinamico, in continuità con l’ambiente circostante. Ha poi partecipato l’attività di produzione artigianale di cippato dal nome Ramaglie, fondata da Marta Mariani e Luca Cappuzzo, che hanno precedentemente intrapreso un percorso all’insegna del giardinaggio sostenibile. Appassionati di botanica, hanno saputo combinare le rispettive preparazioni in due ambiti differenti ma complementari, quali quello dell’architettura e quello del giardinaggio, dando vita ad una conoscenza della tematica a 360 gradi. In base alla loro esperienza, la produzione di cippato e lo studio dei suoi utilizzi in giardino ed in terrazzo si basa sull’insegnamento di chi prima di loro si è appassionato a questa tecnica, come ne è esempio l’esperienza del giardiniere francese Jacky Dupety, da cui le loro pratiche prendono spunto. Il cippato nello specifico rappresenta una risorsa attualmente valorizzata e maggiormente richiesta sul mercato rispetto al passato e possiede molteplici qualità tra cui la capacità di garantire un forte risparmio di energia, rappresentando una riserva idrica che protegge dalla siccità, da stress termici e dall’erosione. Il cippato è inoltre un biocombustibile a basso costo dalla resa elevata, prodotto da arbusti coltivati senza pesticidi né concimi chimici e collabora alla ricostruzione dell’ecosistema del suolo.giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino-1523522467.jpg

All’evento era poi presente Maiac, azienda che si pone come centro completo per la distribuzione di tutto ciò che attiene al giardinaggio, sia familiare, sia professionale, affiancando alla vendita delle macchine da giardino, quella di nuovi prodotti come concimi, sementi, vasi e prodotti per l’irrigazione per giardini ed orti. L’azienda ripone un’attenzione particolare al tema dell’agricoltura biologica e dell’irrigazione, e più nello specifico del risparmio idrico. In relazione a quest’ultimo, tramite l’irrigazione a goccia, si ottengono diversi vantaggi tra cui una buona efficienza ed una maggior semplicità nell’utilizzo rispetto ad altri sistemi di irrigazione, poiché distribuisce l’acqua in prossimità delle radici, con una frequenza di emissione e quantità di acqua più adatte alla coltivazione.giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino-1523522344

L’evento ha visto come protagonista anche Orto al quadrato, progetto nato circa un anno fa, a partire dalla volontà e dall’entusiasmo di un gruppo di studenti della facoltà di Scienze Naturali dell’Università degli Studi di Torino, che riunisce ed accoglie ragazzi e ragazze da diverse facoltà e che si occupa attivamente di agricoltura sinergica.
Obiettivo del progetto è quello di dare vita, all’interno dello stesso Orto Botanico, ad un orto sinergico e ad un orto biologico tradizionale, realizzando un lavoro congiunto che permetta di sperimentare e mettere a confronto le due diverse pratiche di coltivazione.giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino-1523522412

In particolare, l’agricoltura sinergica si caratterizza per l’attenzione a sfruttare le dinamiche naturali del suolo, coltivando la terra proprio come se fosse un bosco. Tale pratica si basa su alcuni principi quali mantenere e rispettare la terra, partendo dal presupposto che quest’ultima è in grado di rigenerarsi da sé grazie alla penetrazione ed alla ramificazione delle radici ed alla presenza di microrganismi, insetti o lombrichi. Fondamentale è poi assicurare il mantenimento della fertilità senza l’utilizzo di fertilizzanti chimici o concimi organici, così come garantire la pacciamatura, ovvero la protezione “naturale” del suolo tramite paglia, foglie e scarti vegetali, creando humus naturale che mantenga la temperatura e l’umidità. La componente sinergica si basa nel complesso sull’equilibrio e la collaborazione tra animali, piante ed altri organismi viventi, assicurando un vero e proprio ecosistema spontaneo.

L’agricoltura biologica si focalizza poi sul benessere del suolo, delle piante, degli animali, degli esseri umani e del pianeta come un insieme unico ed indivisibile, attraverso il rispetto dei cicli ecologici viventi. Importante in tale ottica è garantire un impatto ambientale minimo, una stagionalità dei prodotti nel rispetto dei cicli naturali, una filiera corta al km 0, un’assenza di sostanze chimiche ed una rotazione delle colture che eviti lo sfruttamento intensivo.
Nel complesso, accanto all’orto, gli studenti hanno realizzato la spirale delle erbe, una struttura tipica in permacultura che unisce diverse erbe aromatiche in un piccolo spazio. L’orto sinergico e quello biologico tradizionale sono attualmente in fase di realizzazione e sperimentazione, grazie alla cura e alla dedizione degli studenti che sono riusciti a creare un ambiente dinamico e vivace, di scambio e crescita collettiva.

In definitiva, la mostra-mercato del “Giardino Sostenibile” ha dato la possibilità di dare vita ad un primo ed iniziale momento di condivisione e confronto su una tematica che ha al giorno d’oggi più che mai bisogno di essere conosciuta, compresa e vissuta, con l’augurio di rinnovarsi ed ampliarsi in future edizioni.

Foto copertina
Didascalia: Il giardino sostenibile Torino 2018

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

L’orto sul tetto: l’esperienza di OrtiAlti a Torino

“Farm your rooftop. Enjoy sharing!” è il motto dell’associazione di promozione ed innovazione sociale dal nome OrtiAlti, che ha come visione ed obiettivo l’utilizzo e la trasformazione dei tetti piani dei palazzi in Torino e la loro riconversione in nuovi spazi di rigenerazione urbana, quali luoghi di socialità collettiva e di produzione alimentare.

Emanuela Saporito ed Elena Carmagnani sono due giovani architetti che, nel loro studio di Via Goito 14, situato nel quartiere di San Salvario, lavorano con intraprendenza e passione nell’ottica di ripensare nuove, sostenibili e partecipative progettualità per la città, di cui gli OrtiAlti si rivelano essere un esempio rappresentativo. A conoscere tale realtà più approfonditamente, ci si accorge subito come questi siano ben più che semplici orti urbani. Si potrebbero definire catalizzatori di idee ed esperienze innovative: sono innanzitutto esperimenti di rigenerazione urbana, sono spazi collettivi aperti alla comunità, sono aree di produzione alimentare e di ritorno alla natura. Gli OrtiAlti si inseriscono in un nuovo modo di vivere lo spazio pubblico, più aperto ed inclusivo, proprio come ci racconta Emanuela.

Parlaci di come è nata l’associazione OrtiAlti e di cosa si occupa.

Orti Alti nasce ufficialmente come associazione nel 2015, però è un progetto che esiste dal 2013 a partire da una collaborazione tra me ed Elena Carmagnani. Io ed Elena abbiamo due approcci all’architettura differenti ma complementari: lei ha una precedente preparazione sui temi della progettazione sostenibile e paesaggistica, mentre io mi sono occupata sin dalla tesi di laurea, di processi partecipativi applicati alla trasformazione della città, così come dell’impatto sociale delle trasformazioni spaziali.

Nel complesso il progetto nasce dall’idea di individuare e sperimentare delle soluzioni smart per la rigenerazione degli spazi urbani che tengano insieme più aspetti, quali quello ambientale, sociale ed economico. Elena, insieme ai suoi colleghi, aveva realizzato nel 2010 un orto sopra al tetto dell’ufficio, che aveva avuto moltissimo successo. A partire da questo prototipo, abbiamo provato a immaginare in che modo queste realizzazione potessero essere diffuse sul tessuto urbano e, se inserite in una rete di gestione di tipo collaborativo, potessero rappresentare delle micro agopunture urbane capaci di innescare processi in città potenzialmente ad alto impatto.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190321

Nel 2015 si costituisce l’associazione che ha come scopo la divulgazione culturale di questa visione, tentando di costruire un progetto di impresa sociale tramite la volontà di lavorare su progetti sperimentali che possano aggregare interessi ed attori urbani differenti, apportando effetti e benefici sulla cittadinanza.
Sempre nello stesso anno, abbiamo vinto il premio WE-Women for Expo, bandito da fondazione Expo Milano nell’ambito, appunto, di Expo Milano 2015. Quel premio per noi è stato molto importante perchè ci ha dato la visibilità e le risorse per poter lavorare sul primo progetto pilota, l’OrtoAlto delle Fonderie Ozanam.
Perché gli orti urbani?

Abbiamo deciso di approfondire il tema del verde pensile per diverse ragioni. Innanzitutto, è una tecnologia che ha ottimi benefici dal punto di vista ambientale ed energetico. Inoltre, ci interessava molto il tema dell’uso comunitario legato al recupero degli spazi, come ne sono esempio i tetti piani che ad oggi sono costruiti ma inutilizzati e che consumano porzioni di suolo. D’altra parte, reputiamo molto significativo il tema della produzione del cibo, che ha una doppia valenza: da un lato simbolica, poiché è un veicolo comunicativo e relazionale molto potente e che permette alle persone di aggregarsi con facilità, dall’altro, perchè la produzione ha a che fare con la possibilità di autosostentarsi e di pensare in un’ottica di consumo diretto ed a km 0, oltre che con l’educazione alimentare e l’educazione alla salute.

Quali progetti state portando avanti a Torino?

Un primo progetto di sperimentazione è l’OrtoAlto Ozanam, in Via Foligno. L’orto si trova sopra un ristorante, quindi parte della produzione alimentare è destinata ad esso, mentre la restante parte viene ridistribuita ai volontari che si prendono cura dello spazio. La dimensione partecipativa è sia nella cura diretta che nell’animazione: il luogo è diventato nel tempo uno spazio condiviso e di socialità per tutto il quartiere, in quanto utilizzato per attività aperte al pubblico e l’anno scorso abbiamo intrapreso dei laboratori per i bambini sul tema dell’orticoltura urbana ed attività artistiche legate alla sostenibilità ambientale. Un’altra dimensione esplorata è poi quella relativa all’inserimento lavorativo, in quanto siamo riusciti ad attivare una borsa di lavoro per due ragazzi migranti richiedenti asilo e recentemente uno di questi è divenuto l’apicultore ufficiale delle Fonderie Ozanam. Un secondo progetto è l’Orto Fai da Noi, realizzato insieme a Leroy Merlin ed adiacente al negozio stesso in corso Giulio Cesare. Il progetto nasce su un’area di circa 1600 mq di loro competenza e totalmente inutilizzata. Ad oggi lo spazio è stato trasformato in un orto di comunità affidato a 20 famiglie del quartiere, che si occupano della progettazione degli orti e della loro cura.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190417

Un altro progetto attualmente attivo è Or-TO, realizzato in collaborazione con Eataly Torino e allestito sul piazzale di fronte al negozio del Lingotto. Il progetto nasce con la volontà di agire su uno spazio pubblico che non funziona in modo efficace perché, pur essendo un piazzale di passaggio, di fatto non è né un luogo di incontro, né di sosta, nè uno spazio di interazione sociale. L’inserimento di tale progetto, gestito da abitanti delle case popolari adiacenti ed utilizzato come spazio per le scuole presenti in sua prossimità, ha cambiato completamente la vita e l’uso del piazzale, tanto che da intervento temporaneo, di fatto si è trasformato in un intervento mobile che si modifica e si rinnova ad ogni stagione.
L’aspetto partecipativo e di empowerment è nato col progetto: sin dall’inizio abbiamo parlato con alcune associazioni del quartiere e coi cittadini per decidere con loro se l’intervento poteva rispondere alle loro esigenze e successivamente abbiamo deciso insieme in che modo si sarebbe potuto gestire lo spazio.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190219

Qual è il ruolo del cittadino all’interno di tale progettualità partecipata?

Il cittadino di fatto è il protagonista: se non esiste una comunità di cura, questi luoghi non hanno senso di esistere. Le piante in particolar modo richiedono una cura continuativa e quindi il rapporto col cittadino è coevolutivo: esiste uno se esiste l’altro. Ciascun orto, nello specifico, ha la sua comunità di cura: in un contesto condominiale, ad esempio, è più facile immaginare che siano gli abitanti di quel condominio che se ne occupano, mentre nel caso di edifici pubblici, para-pubblici o spazi privati, si ha una maggior varietà di soggetti. C’è una tradizione di Community Gardening antichissima che si sviluppa in particolare negli Stati Uniti negli anni ’70, proprio in un momento di grande partecipazione politica e popolare, con un’anima di attivismo e coinvolgimento totale e diretto dei cittadini nel prendersi cura di uno spazio urbano.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190552

Come vorreste trasformare l’identità della città tramite questa pratica?

L’OrtoAlto è funzionale ad una trasformazione dei tetti piani in spazi verdi produttivi ed è capace di agire direttamente sulla città: cambia il punto di vista del paesaggio urbano, ma cambia anche dal punto di vista del metabolismo urbano, della capacità del sistema di essere un grado di autogestire e autoregolare la produzione ed il consumo delle risorse. Ovviamente si tratta di interventi minimi, però nel loro essere minimi sono prototipo di un modello di vita e di uso della città diverso, che cerca di trovare un equilibrio tra consumo e produzione e che si immagina una comunità di abitanti più solidale e collaborativa.

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Didascalia: OrtoAlto Torino

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Solo pasta scotta nel piatto: l’ultimo regalo dei cambiamenti climatici

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In futuro nei nostri piatti solo pasta scotta. Gli effetti dei cambiamenti climatici sul grano stanno portando a un calo della qualità del prodotto. Ecco cosa hanno scoperto i ricercatori. Il futuro potrebbe riservare delle tristi sorprese per gli amanti della pasta: la massiccia presenza di CO2 nell’aria, infatti, porterebbe ad avere nel piatto solo pasta scotta. In Italia si sta cercando di correre ai ripari per evitare che i cambiamenti climatici abbiano effetti nocivi su un prodotto che rappresenta l’eccellenza del nostro Paese. Ecco cosa potrebbe accadere.

Pasta scotta e cambiamenti climatici: quale rapporto

“Maccarone, m’hai provocato e io te distruggo”! Recitava Alberto Sordi nel film “Un Americano a Roma”. La pasta, da sempre tra gli emblemi dell’italianità potrebbe essere messa a dura prova dai cambiamenti climatici. Ne sa qualcosa il Genomic Reserch Center del Crea di Fiorenzuola d’Arda, in Emilia Romagna, dove si studiano gli effetti dei cambiamenti climatici sul grano, per evitare in futuro di avere solo pasta scotta nel piatto. I risultati delle ricerche non lasciano adito a dubbi: dosi extra di anidride carbonica aumentano la produzione di grano, ma ne compromettono la qualità. La CO2, infatti, non solo riduce il contenuto di proteine, essenziali per la produzione di pasta e per la sua tenuta durante la cottura, ma causa una diminuzione anche del contenuto di ferro e zinco.

Quale soluzione?

I ricercatori stanno cercando la strada migliore per porre rimedio a questo declino. La soluzione, per loro, è il miglioramento genetico. A Fiorenzuola d’Arda, si continuano a studiare gli effetti dei cambiamenti climatici sulla qualità del grano: qui, l’aria ha un contenuto di CO2 di 570-600 parti per milione: la stima di ciò che potrebbe essere la normalità nel 2050.

«Qui – spiega Luigi Cattivelli, il direttore del Genomic Research Centre – studiamo gli effetti del mutare delle condizioni esterne sulle piante e vediamo come agire, con il miglioramento genetico, per adattarle a queste nuove condizioni». Lo studio cercherà di evitare che la pasta scotta diventi la normalità e non un semplice errore di stima dei tempi.

Non solo pasta scotta: gli effetti dei cambiamenti climatici sui cereali più consumati

Ma quello della pasta scotta, naturalmente, non è l’unico effetto che i cambiamenti climatici possono avere sull’alimentazione mondiale. Una ricerca apparsa su Proceedings of the National Academy of Sciences, ad esempio, ha dimostrato come l’innalzamento delle temperature porterà conseguenze importanti su grano, riso e mais, tre colture fondamentali per la vita dell’uomo.

Lo studio è una revisione di oltre 70 ricerche che hanno indagato la relazione tra agricoltura e riscaldamento globale.

Secondo i ricercatori: «I risultati ottenuti da tutti i metodi analizzati suggeriscono che l’aumento delle temperature ha un effetto negativo importante sul rendimento dei principali cereali: per ogni aumento di un grado celsius della temperatura media globale si stima una riduzione delle rese globali del grano del 6 per cento». Lo stesso aumento di temperatura potrebbe ridurre la produzione di riso del 3,2%. Quella del mais del 7,4%. Si tratta di dati importanti, perché toccano colture chiave per la sopravvivenza dell’umanità, visto che forniscono a livello globale due terzi del nostro fabbisogno calorico. Peccato che ci sia ancora chi nega l’esistenza dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze.

Fonte: ambientebio.it

 

Orto in Condotta di Slow Food: l’esempio della Scuola primaria Nino Costa a Torino

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Orto in Condotta è un progetto di educazione alimentare e ambientale di Slow Food dedicato alle scuole. Coinvolge genitori, produttori locali, insegnanti e nonni, uniti nell’obiettivo di condurre e accompagnare i bambini alla scoperta della vita e del piacere del cibo. L’esempio della Scuola primaria “Nino Costa – I.c. San Mauro Torinese” di Torino. Il progetto Orto in Condotta di Slow Flood prende avvio in Italia nel 2004 e nel corso degli anni è diventato lo strumento principale dell’Organizzazione per le attività di educazione ambientale e alimentare nelle scuole. Ispirato al primo school garden di Berkeley, California, coinvolge genitori, nonni, insegnanti, bambini e produttori locali in numerosi percorsi volti a creare una comunità dell’apprendimento, per la trasmissione alle giovani generazioni dei saperi legati alla cultura del cibo e alla salvaguardia dell’ambiente.orto-in-condotta-slow-food-torino-1518510315

La rete italiana delle scuole aderenti al programma è ormai vastissima, con oltre cinquecento orti realizzati in tutta Italia. Una delle scuole aderenti al programma è la Scuola primaria “Nino Costa – I.c. San Mauro Torinese” di Torino, che ha aderito al progetto Orto in Condotta con una particolare iniziativa: la scuola, con l’obiettivo di rafforzare la coscienza co-produttiva dei bambini, ha infatti aderito ad alcune feste locali e tra i banchetti dei produttori locali c’erano anche i prodotti dell’orto realizzato dagli alunni a scuola: i prodotti sono andati letteralmente a ruba, per la gioia dei piccoli produttori.  All’interno dell’Istituto gli insegnanti hanno deciso di lavorare sodo per fare in modo che i bambini conoscano attivamente il mondo del cibo, degli orti e della natura, grazie anche alla preziosa collaborazione dei nonni dei bambini che collaborano affinchè essi possano rastrellare, seminare, innaffiare e alla fine raccogliere i prodotti.
Le piantagioni sono in parte coltivate all’aperto (le numerose erbe aromatiche, i piselli, i fagiolini, rucola, insalata, ravanelli) e in parte in serra. I piccoli studenti hanno inoltre costruito dei semenzai, organizzato dei laboratori del gusto con i prodotti dell’orto e si sono presi cura di una piantina ciascuno, seguendone la crescita.
Uno degli obiettivi che si pone la scuola è quello di coltivare e recuperare alberi da frutto dimenticati come il giuggiolo, l’azzeruolo e il sorbo, così come alcuni fiori.orto-in-condotta-slow-food-torino-1518510340

Per quanto riguarda la regione Piemonte, sono attualmente settantatrè gli istituti che hanno deciso di collaborare al programma Orto in Condotta, e le varie attività delle scuole si pongono tutte l’obiettivo comune di condurre e accompagnare i piccoli studenti alla scoperta della vita, del piacere del cibo, del rispetto della natura e di chi la coltiva.

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Autore: Slow Food Italia

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Rinascere nella terra, viaggio alla scoperta dell’agricoltura naturale

Dopo un’intervista a Raúl Álvarez, regista di un documentario sui metodi e il significato profondo dell’agricoltura naturale, ho proposto a mio padre, che ha dedicato una vita allo sviluppo di quella convenzionale, di vedere quel film assieme. Due opposte concezioni di modernità a confronto. Sono tornato al Sud per vedere un film con mio padre. Beh, direte voi, cosa c’è di speciale? A parte poche eccezioni, a chi non è mai capitato di vedere un film con un genitore? Un momento, dico io. Aspettate almeno di sapere qual è il film; e pure chi è mio padre. Mio padre si è laureato in agraria alla fine degli anni ’60. Da quel momento ha iniziato a lavorare – lo ha fatto per quasi 30 anni – per una delle più note multinazionali della chimica. Lui al mattino saliva in auto e visitava ogni giorno decine di aziende agricole della sua area di riferimento – quattro fra le più grandi province del Sud – prescrivendo agli agricoltori tipologia e quantità di pesticidi (lui li chiamava antiparassitari) adatti a risolvere questo o quel problema a frutteti e altre colture: parassiti, erbacce, funghi, insetti, infertilità del terreno e quant’altro. A scuola, quando mi chiedevano quale fosse il mestiere di mio padre, io rispondevo con malcelato orgoglio: “Fa il medico; il medico delle piante”.√FrançoisArrival

Il film è “Rinascere nella terra” (titolo originale, “Land awakening”), un documentario indipendente di Raúl Álvarez, regista canadese-messicano che oggi vive in Italia e che ho avuto l’occasione di intervistare qualche giorno fa. Quando suo figlio gli comunica di aver deciso di fare il volontario presso alcune aziende biologiche in Spagna, Raúl prende la sua telecamera e parte anche lui per l’Europa, per un viaggio alla scoperta di diversi approcci all’agricoltura naturale, raccontando la reazione a quell’allucinazione produttivista che in pochi decenni ha impoverito, inquinato e desertificato i più fertili terreni del mondo per ottenere una quantità di cibo talmente sproporzionata rispetto ai bisogni reali dell’uomo al punto che un terzo di essa – 1,3 miliardi di tonnellate l’anno, secondo la FAO – è finito direttamente in pattumiera e gli altri due terzi sono andati a ipernutrire e avvelenare la popolazione mondiale, causando obesità (soprattutto in Occidente) e altre conseguenze derivate dall’uso smodato di pesticidi: intolleranze, allergie, sterilità, tumori e altre sventure.

 

L’intervista di Italia che Cambia a Raúl Álvarez

 

Durante il suo viaggio, Raúl incontra persone e progetti che gli mostrano alcune delle tante alternative possibili rispetto al modello imperante, fondato sulla subordinazione dell’agricoltura alle leggi dell’economia, rendendo il suo viaggio straordinariamente affascinante: un inglese che a 70 anni si è trasferito in campagna e ha ricominciato tutto da zero; italiani che vivono e operano in comunità agricole; un francese esperto di piante selvatiche in grado di sopravvivere in mezzo alla natura selvaggia nutrendosi esclusivamente di ciò che l’agricoltura convenzionale definisce “erbacce”; una coppia che ha fondato un centro di eccellenza per la diffusione della permacultura e della bioedilizia in Spagna; un contadino greco, allievo di Masanobu Fukuoka, che possiede un’oasi botanica che il regista stesso definisce “paradiso in terra”, ottenuta in pochi anni con il più semplice dei metodi di coltivazione: lasciar fare alla terra.

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Queste e altre storie in un’avventura di 89 minuti selezionati fra più di 70 ore di girato, arricchita da una fotografia splendida che fa da sfondo alle parole di questi innovatori, che definirei con le mani contadini e con la mente filosofi. Un’esperienza che parte con una riflessione, anzitutto spirituale, sul nostro rapporto con la Terra, attraversa l’agricoltura biologica, la permacultura, le fattorie naturali, tutte realtà che utilizzano soluzioni alternative e sostenibili, e si chiude con la consapevolezza che non esiste l’uomo in azione nella natura, ma solo l’uomo come parte di essa. Perché la natura non è un posto da visitare. E’ la nostra casa.

Il trailer del film

“Rinascere Nella Terra” è un film totalmente autoprodotto che, come spesso accade per i film “obiettori”, non è mai entrato nel circuito della distribuzione cinematografica tradizionale. Proiettato per la prima volta alla fine del 2011 allo Slow Food Film Festival in Nova Scotia (Canada), a cui ha fatto seguito la prima europea nello storico ecovillaggio di Findhorn, in Gran Bretagna, è uno di quei documenti che restano attuali per anni. Uno di quei film che possono diventare un punto di riferimento per coloro i quali, specie se giovani, si trovano al guado tra la constatazione che il vecchio mondo ha esaurito la sua capacità propulsiva e sta portando l’umanità al collasso, e la consapevolezza che un altro mondo è possibile, se si capisce al più presto qual è la strada da imboccare. Se volete vedere rapidamente il film, magari con i vostri genitori, fratelli, amici, o con chiunque altro – come mio padre – non abbia ancora incrociato un’occasione per comprendere la verità sul paradigma dominante, potete collegarvi alla pagina Vimeo del film e acquistarlo in streaming per pochi euro. Chi invece ha voglia di esercitare un ruolo più attivo, può contattare direttamente Raúl Álvarez per chiedergli di presenziare ad una proiezione pubblica in qualunque parte d’Italia. Il suo recapito email è raul.films@gmail.com. Buona visione!AlbaAnaïs-2

Ah, un momento. Dimenticavo che adesso vorrete certamente sapere di mio padre, di come abbia reagito di fronte a questo film, lui che non ha mai sfogliato un numero di “Terra Nuova”; lui che ancora oggi, nonostante sia in pensione da anni, continua ad aggiornarsi tramite “L’informatore agrario”, settimanale tecnico-scientifico che (dal sito della rivista) “offre occasioni di verifica e di stimolo per operare sempre meglio ed in modo competitivo”, e sul cui motore di ricerca la voce “permacultura” ottiene zero risultati. Prima di dirvelo voglio che sappiate che, quando gli ho proposto di vederlo, non avevo la pretesa di cambiare la sua mentalità, né mi andava di assumere l’atteggiamento di chi rinnega il piatto in cui ha mangiato, visto che senza il suo impegno in quella multinazionale forse non sarei neanche venuto al mondo (ahimè, il mio tempo da adolescente ribelle è finito da un pezzo). Ebbene, mio padre di 80 anni ha guardato tutto il film in religioso silenzio. Poi ha visto scorrere tutti i titoli di coda, fino all’ultimo dei ringraziamenti. Alla fine è rimasto muto per un altro, interminabile minuto, evitando perfino di armeggiare col telecomando della TV per cercare qualcosa di più interessante su un altro canale, come suo solito. Infine si è alzato e si è allontanato con passo malfermo pronunciando le seguenti tre parole: “Una bella utopia!” Ho aspettato che uscisse dal tinello. Una volta certo che non potesse vedermi, ho lasciato che un sorriso mi si accendesse sul volto. Sebbene non sia suscettibile di realizzazione pratica, un’utopia resta in ogni caso un’aspirazione ideale. Per la prima volta dopo tanti anni mi sono accorto che quel profondo solco culturale scavato proprio sul tema della terra fra me e mio padre, poteva essere superato. E che “rinascere nella terra” potrebbe avere un significato anche personale. Allora mi sono ricordato di una frase di Edoardo Galeano, perfetta per chiudere questo pezzo e lasciare traccia della risposta che il mio amore filiale ha ritenuto non necessario articolare in forma verbale: “Lei è all’orizzonte. […] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare“.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/02/rinascere-nella-terra-viaggio-agricoltura-naturale/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni