Arvaia, la cooperativa agricola dei cittadini

Arvaia è un esperimento di agricoltura supportata dalla comunità (CSA) che è partito a Bologna nel 2013. Si tratta di una cooperativa agricola in cui tutti i soci, sia quelli semplici che quelli lavoratori, condividono il rischio d’impresa, costruendo un circuito produttivo e distributivo chiuso e resiliente. L’obiettivo è quello di riappropriarsi della sovranità alimentare. Arvaia in bolognese vuole dire pisello. Ogni baccello ne contiene diversi, di dimensioni e consistenze differenti, ma tutti ugualmente buoni. È lo stesso principio della cooperativa agricola che sette cittadini hanno fondato nel 2013 ispirandosi al modello di Community Supported Agricolture, l’agricoltura supportata dalla comunità.

CSA: I CONSUMATORI DIVENTANO PRODUTTORI

«Potremmo definire la CSA anche “agricoltura solidale” – spiega Cecilia, una socia che fa parte del gruppo dei fondatori –, poiché è il passaggio successivo al gruppo d’acquisto solidale. Gli aderenti non sono più solo consumatori critici, ma diventano loro stessi imprenditori insieme ai contadini».

Arvaia nasce per costruire un’alternativa alla logica della monetizzazione del cibo. Claudio, responsabile della comunicazione, approfondisce il concetto: «Il modello di riferimento è quello visto a Ginevra con il Jardin de Coccagne e, soprattutto, a Friburgo, con Gartencop. In queste esperienze di CSA cadono le abituali distinzioni tra produttori e consumatori, perché entrambi condividono rischi e benefici dell’impresa agricola. Sono “circuiti chiusi”, dove i prodotti agricoli non devono sottostare alle regole del mercato».

Questo vuol dire anche assumersi il rischio d’impresa, che viene condiviso da chi produce e chi acquista e poi consuma il cibo: «All’inizio della stagione – spiega Cecilia – ciascun socio investe una quota per finanziare le spese di produzione. Questo consente ai soci lavoratori di beneficiare di un budget per portare avanti l’attività e ai soci fruitori di avere l’approvvigionamento di ortaggi garantito per tutto l’anno».

L’intenzione è importare il modello di CSA in Italia, dove i più evoluti tentativi di comunità che supportano l’agricoltura sono ancora i Gruppi di Aquisto Solidale. «L’idea comune è quella di recuperare la “sovranità alimentare”, ovvero il controllo sui mezzi di produzione di ciò che mangiamo».arvaia5

MA COME FUNZIONA ARVAIA?

 

Oggi la cooperativa conta 280 soci effettivi, di cui circa 150 fruiscono della produzione agricola.Ogni socio, tranne pochi casi, rappresenta un nucleo familiare. I soci occupati a tempo pieno sono quattro, coadiuvati saltuariamente da lavoratori stagionali, tirocinanti dall’Istituto agrario o dalla Facoltà di Agraria, oltre che dai soci che volontaristicamente aiutano nelle attività di supporto, come la distribuzione degli ortaggi o la pulizia dalle piante infestanti.

«Portiamo l’agricoltura in città», prosegue Cecilia. «Ci troviamo a soli sette chilometri dal centro di Bologna e fra i nostri soci ci sono persone di ogni tipo, dal medico all’operaio, dallo studente al pensionato.Ogni sabato si fa “agrifitness”: i soci fruitori vengono insieme a noi nei campi per condividere il piacere di lavorare insieme e stare a contatto con la natura». Ma le attività non finiscono qui: si tengono assemblee a cadenza regolare per approvare il bilancio e decidere la strategia. Durante tutto il corso dell’anno, vengono organizzati feste e momenti di approfondimento e formazione che rientrano nella missione principale di Arvaia: rendere consapevoli le persone, a partire dai propri soci, riguardo il rapporto con la terra, l’alimentazione, l’agricoltura.

«L’agrifitness è nata per gioco – ricorda Claudio –, ma ora abbiamo addirittura codificato i movimenti aerobici con l’aiuto di un esperto del settore. Siamo diventati Fattoria Didattica e abbiamo un articolato programma di formazione per le scuole. Inoltre, ospitiamo continuamente persone che vogliono vedere con i propri occhi come funziona la nostra CSA e che sperano di poter replicare il modello a casa loro. Infine, abbiamo una convenzione con l’Università di Bologna in base alla quale ospitiamo i tirocini dei laureandi in Agraria».arvaia1

BIOLOGICO? NO, GENUINO!

 

Il biologico è una scelta scontata, ma vuole essere un biologico davvero “contadino”, attento ai valori ecologici, lontano il più possibile dalla dimensione industriale delle coltivazioni intensive. Come ricorda Cecilia, diversi soci della cooperativa provengono dall’esperienza di CampiAperti, legata a Genuino Clandestino, progetto che punta alla naturalità dei prodotti e alla semplificazione della filiera al di là di leggi e certificazioni.

E genuina è stata anche la scelta “politica” di acquisire in affitto 47 ettari di terreno di proprietà del Comune di Bologna, per cui Arvaia paga un canone annuo di 24mila euro, ovvero un prezzo di mercato. «Lo dico a beneficio di quanti pensano che decidere di investire su un terreno pubblico sia stato per Arvaia un affare», sottolinea Claudio. «La nostra è stata una scelta etica, in linea con i principi che stanno alla base del progetto: salvare un terreno pubblico dalla speculazione edilizia e restituirlo alla pubblica fruizione, attraverso la sua riqualificazione a parco agricolo. Questo è un terreno gestito da una comunità di persone – i soci di Arvaia – a beneficio dei cittadini di tutta Bologna».

Per quanto riguarda la distribuzione dei prodotti, i punti disseminati in città servono per la consegna delle “parti” che spettano a ciascun socio, per agevolare chi abita lontano e ridurre l’impatto ecologico degli spostamenti in auto. «I punti coprono parecchie zone di Bologna – spiega Claudio –, ma ne possono nascere altri in base alle esigenze dei gruppi di soci, che li autogestiscono localmente. Fanno eccezione a questa regola i due mercati contadini che facciamo settimanalmente dentro due centri sociali autogestiti, ilLabas e il Vag, dove portiamo circa il 20% della produzione complessiva. Tutto il resto è destinato esclusivamente ai soci».arvaia4-1024x325

I PROSSIMI PASSI

 

A marzo 2015 Arvaia ha vinto un bando comunale che ha ampliato i terreni a sua disposizione, cambiando le prospettive di produzione. «Le varietà prodotte sono destinate a crescere grazie ai nuovi spazi a disposizione», promette Claudio. «Verranno introdotti legumi e cereali e magari anche trasformazioni, come farine e conservati, così da coprire in modo più completo il fabbisogno alimentare dei soci per tutto l’anno. Cambia anche la “scala” economica con cui confrontarsi, ma il nostro meccanismo è solido, perché partecipativo. Fuori dalle logiche della produzione di mercato, senza alcuna esigenza di produrre profitto, ma dovendo esclusivamente puntare a coprire le spese di produzione abbiamo buone possibilità, diversamente da chi fa agricoltura contadina individualmente».  

Arvaia è un esperimento sociale che deve fare i conti con le abitudini culturali del nostro Paese.«Navighiamo a vista», conclude Claudio. «L’obiettivo dei prossimi anni è consolidare il sistema e renderlo sempre più efficiente in termini di impiego di risorse umane ed economiche. Poi vorremmo divulgare il modello per incentivare la sua replica in altri luoghi del Paese, perché forse è questo l’unico modo per salvare l’agricoltura contadina».

 

Visita il sito di Arvaia.

 

Consulta la scheda di Arvaia sulla mappa dell’Italia Che Cambia.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2015/11/io-faccio-cosi-96-arvaia-cooperativa-cittadini/

Agricoltura: gli italiani amano il bio e odiano gli ogm

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Non solo produttori di cibo, ma anche custodi delle tradizioni protettori dell’ambiente. È così che l’85% degli italiani vede gli agricoltori, autentici angeli dell’alimentazione sana, da cui acquistare, magari, prodotti biologici a chilometro zero. A fare da contraltare infatti è un vecchio spauracchio del nostro Paese: gli ogm, che il 73% della nazione vorrebbe tenere fuori dall’agricoltura nazionale. Sono i risultati che emergono dal quinto rapporto “Gli italiani e l’agricoltura” presentato al padiglione di Coldiretti dell’Expo 2015 nel corso del convegno “L’agricoltura che sconfigge la crisi. La sfida della multifunzionalità dal 18 maggio 2001” organizzato dalla Fondazione UniVerde e da Coldiretti. L’indagine è stata svolta su mille cittadini italiani disaggregati per sesso, età e area di residenza, che hanno risposto ad un questionario sul tema dell’agricoltura. I risultati, ha spiegato Antonio Noto, direttore dell’Istituto Ipr Marketing, dimostrerebbero come per gli italiani ci sia poca attenzione per l’agricoltura nel nostro Paese e che la condizione dei coltivatori negli ultimi anni sia peggiorata, soprattutto a livello economico. Per l’86% degli intervistati dovrebbero quindi ricevere un incentivo economico per la loro attività a servizio dell’intera collettività. L’85% del campione ritiene infatti che gli agricoltori svolgono un ruolo importante nella protezione dell’ambiente, perché manterrebbero in vita una tradizione che altrimenti rischierebbe di estinguersi, e proteggerebbero il territorio contro il dissesto idrogeologico. Altrettanto importante ovviamente è anche il fatto che producano alimenti genuini, che il 43% del campione preferisce a frutta e verdura d’importazione e, quando possibile, acquista direttamente in fattoria. L’attenzione verso i prodotti agricoli freschi non si ferma inoltre al momento della spesa, ma si conferma anche nella scelta del ristorante: il 90% infatti apprezza che nel menù siano indicati prodotti di stagione e a chilometro zero. A uscire sconfitti ancora una volta sono invece gli ogm, a cui si è detto contrario il 73% degli intervistati. Il 90% inoltre vorrebbe delle etichette che indicassero chiaramente prodotti ogm free, non solo in campo alimentare, ma anche per i cosmetici, che il 44%gradisce di più se contenenti prodotti naturali o provenienti da agricoltura biologica. È bene ricordare però che attualmente non esistono prove scientifiche a sostegno di molte affermazioni negative che si sentono fare sugli ogm: che facciano per esempio male alla salute, che causino più spesso allergie, o che siano necessariamente lo strumento di un’agricoltura meno sostenibile (così come esistono molti falsi miti su cosa voglia dire genuino se riferito al cibo che mangiamo). Molto positiva infine è risultata l’opinione sull’agricoltura multifunzionale, cioè forme di produzione agricola che realizzano anche attività collaterali utili alla società. Tra le iniziative più apprezzate sono emersi l’agriturismo, i farmer’s market, le fattorie didattiche, gli agri ospizi per anziani, e gli agri asili, a cui l’82%degli intervistati si è detto pronto a iscrivere il proprio figlio.

Fonte: Wired.it
Credits immagine: Tomás Fano/Flickr CC

Agricoltura biologica, oltre 43 milioni di ettari nel mondo e due milioni di contadini

Le zone in cui e’ piu’ diffusa sono l’Oceania e l’Europa comn un volumen di affari globali oltre i 70 milioni di dollari.

L’agricoltura biologica continua a crescere: e’ appena uscito il rapporto 2015 a cura di FiBL e IFOAM, che certifica che in tutto il pianeta le coltivazioni e gli allevamenti biologici superano i 43 milioni di ettari. La regione di maggiore diffusione e’ l’ Oceania con ben 17 milioni di ettari, quasi tutti di pascoli naturali (1), seguita dall’ Europa con 11,5 milioni di ettari, In Italia si e’ arrivati a 1,3 milioni di ettari. In 11 nazioni la superficie bio supera il 10% del totale agricolo. A tutto cio’ va aggiunto anche il settore della cosiddetta raccolta selvatica, 30 milioni di ettari di foreste non inquinate dove vengono raccolti noci, funghi e bacche. Complessivamente il volume d’affari supera i 72 milioni di dollari, generati da circa due milioni di famiglie contadine. «Siamo particolarmente compiaciuti delle recente eccellente crescita in tutto il mondo» ha dichiarato Markus Arbenz, direttore esecutivo dell’ IFOAM. «Gli impatti positivi dal punto di vista ambientale, sociale ed economico del settore ne conferma l’importanza, paragonabile a quella di un faro.» L’agricoltura biologica consuma circa un terzo di energia in meno rispetto all’agricoltura chimico-industriale e cattura piu’ carbonio nel suolo, al punto che se fosse diffusa a livello planetario potrebbe assorbire tra il 20 e il 60% delle emissioni.Agricoltura-biologica

(1) Cioe’ pascoli non trattati con fertilizzanti chimici

Fonte: ecoblog.it

“Anche il biologico torni alla produzione locale”

Da 35 anni impegnati nell’agricoltura biologica con un’azienda in costante crescita e con un recente +13% nelle vendite. I membri della cooperativa La Terra e il Cielo fanno il punto di un’attività in cui hanno sempre creduto ma che oggi “conosce scenari inattesi perché molti vi vengono a cercare solo il business”. A parlare è Bruno Sebastianelli, presidente della cooperativa.cooperativa_terra_cielo

La cooperativa è in crescita? Com’è la situazione attuale in un mondo dove il biologico non rappresenta più una nicchia sconosciuta?

“Noi siamo da 35 anni nel biologico; oggi il mondo del bio è diventato interessante per i grandi gruppi e ci siamo accorti che le cose sono cambiate. Ora ci sono anche scandali, 30 anni fa c’erano solo gli idealisti che credevano nella coltivazione naturale, oggi tanti si buttano solo per business. Ma nonostante la crisi e gli scandali, il biologico cresce in maniera costante, secondo i dati Nomisma del 17 %. Anche noi rispettiamo questa tendenza con una crescita noi del 13%. Il problema però è che, mentre il biologico cresce, non tutte le aziende bio fanno altrettanto. Questo vuol dire che arrivano sempre più prodotti bio dall’estero e non sempre c’è trasparenza. La sfida è promuovere l’agricoltura biologica vera, perché sennò rischiamo di perdere un altro treno importante. Non è facile, le istituzioni in questo non ci danno una mano. Il biologico ha difficoltà non perché non produce reddito, ma perché è schiacciato dalla burocrazia. Il problema enorme è dato dai contributi che hanno generato una burocrazia spaventosa alla quale inginocchiarsi: se non arrivano l’azienda fallisce. L’obiettivo sarebbe arrivare a non chiedere nessun contributo. Il 40% del bilancio della comunità europea va all’agricoltura, ma realmente alle aziende agricole finisce molto meno. Noi abbiamo fatto un calcolo nella regione Marche dove alle aziende finisce il 25%. Conosco bene anche la regione Veneto dove abbiamo una cooperativa associata da diversi anni; lì alle aziende arriva solo il 18%. I soldi quindi vengono fagocitati prima di arrivare agli agricoltori. Il contributo schiavizza il produttore agricolo, noi dobbiamo slegarci da questo”.

Quali sono la mission e l’ideologia di base della cooperativa?

“Siamo un’azienda pioniera nel biologico. Quando abbiamo iniziato nel 1980 eravamo un gruppo di giovani, venivamo dagli anni ’70, poi ci siamo ritirati in campagna con l’idea finale di portare sul mercato dei prodotti sani. Il Comune di Senigallia decise di concederci un affitto politico, siamo rimasti in piedi con donazioni ed è partita l’esperienza di 32 ettari di agricoltura naturale, nell’ottica di rispettare l’ambiente e l’operatore agricolo, tutelare l’economia rurale e anche esportare l’agricoltura bio dei paesi extra Cee senza andar dietro alle speculazioni del mercato. Siamo partiti come cooperativa di conduzioni terreni, poi negli anni stavano nascendo aziende bio ed è venuto fuori il problema di come e dove commercializzare i prodotti. Nell’85 abbiamo modificato lo statuto perché c’era l’esigenza di unire le aziende, siamo passati a cooperativa di soci lavoratori”.

Quali sono i principi a cui non si deve rinunciare nonostante la crisi economica e la concorrenza?

“Naturalmente è la qualità del prodotto ma occorre tener conto del fatto che i prezzi dei prodotti alimentari non sono reali, vengono abbassati talmente tanto da non considerare i costi sociali e ambientali. Prendiamo ad esempio un pollo da allevamento intensivo; se andiamo a calcolare tutti i costi ambientali e sanitari che ha quel prodotto, che costa pochissimo, dovrebbe allora costare molto di più rispetto a quanto lo paghiamo. So purtroppo che ci sono persone che magari non arrivano alla fine del mese, ma non è giusto mangiare cibi non adeguati. Peraltro quel modo di produrre diventa concorrenza sleale. È tutto da rifondare; non si parlare di pasta a 39 centesimi al mezzo chilo, perché solo la semola di grano duro viene a costare più della pasta. Bisognerebbepuntare a un prodotto di qualità a un prezzo giusto, né troppo né poco, senza speculazioni in ribasso e in rialzo. Noi stiamo facendo questo. Stiamo nel nostro piccolo tentando di fare questo perché non è semplice. Anche nel mondo del biologico purtroppo c’è tanta concorrenza sleale, ci sono tantissimi prodotti che non sono tracciati. Io mi metto in concorrenza con chi mi garantisce una filiera tracciata italiana, con chi garantisce un prezzo giusto ai produttori. La pasta è il nostro prodotto principale; tutto il nostro prodotto integrale è macinato a pietra, nel mercato integrale invece ci sono anche il mulino a cilindri che non è ideale per ottenere un buon prodotto (la pasta bianca usa quello a cilindri). La maggior parte della pasta integrale in Italia non è veramente integrale: prendono la semola e la crusca e le mettono insieme. Che concorrenza è questa! Il mulino a pietra è fondamentale, lascia il germe e il suo contenuto proteico. Anche nell’ultima fase, la pastificazione a essiccazione lenta e a bassa temperatura, c’è un mondo da scoprire. Oggi sia nel convenzionale ma anche nel biologico, la maggior parte delle paste sono essiccate ad alta temperatura, così il calore distrugge tutte le sostanze nutritive, in pochissimo tempo avviene una perdita nutrizionale.  L’Istituto Nazionale della Nutrizione, dopo l’avvento alla fine anni ’70 dell’alta temperatura, ha condotto una ricerca sugli amminoacidi e la perdita nutrizionale: essiccando a 50 gradi risulta essere del 22%, a 80 gradi è del 47%. Oggi si essicca a 120 gradi! Noi impieghiamo 24 ore per essiccare la pasta, gli altri 4 ore. Noi cerchiamo di fare un prodotto di qualità. Chiaramente costa di più e chiaramente chi non ha soldi fa più fatica a comprarlo, se però ci si organizza con i gruppi d’acquisto noi possiamo portare il prodotto a un prezzo molto più interessante. È chiaro che se noi vendiamo ai distributori, i distributori al negozio e il negozio al consumatore ci sono tanti passaggi e il prezzo aumenta; se c’è il rapporto diretto con il gruppo d’acquisto costa molto meno”.

Da dove provengono i prodotti che vendete?

“La nostra cooperativa è composta da 100 aziende agricole soprattutto piccole, il 95% marchigiane, più qualcuna fuori regione per tutelarci negli anni di raccolto scarso. Quest’anno è stato disgraziato per il raccolto; abbiamo aziende in Lazio e una cooperativa in Basilicata per sopperire alle annate difficili”.

Quali sono i vostri prodotti principali?

“La pasta perché produciamo grano duro qui nelle Marche. Abbiamo 80 tipologie di pasta bio, di semola, bianca, linee trafilate al bronzo, integrale e semi integrale di farro. Inoltre abbiamo ripreso vecchie varietà dei contadini come la pasta di fave. Abbiamo anche recuperato i grani antichi, oggi le sementi convenzionali sono selezionate per fare grande produzione ma non qualità. Il primo cereale che abbiamo recuperato è stato l’orzo, una varietà scomparsa che andava molto negli anni guerra quando c’era il blocco del caffè. Allora tutti si erano organizzati con caffè d’orzo mondo. È una varietà più buona e nutriente rispetto all’orzo normale. Anche il farro è stato rilanciato dal mondo bio, ma pure il Senatore Capelli. Abbiamo il grano antico Taganrog, molto presente in epoca romana qui da noi, poi surclassato da altre varietà e finito stranamente in Ucraina. È stato riportato in Italia dalla zona del mar Nero, infatti si chiama così perché Taganrog è una città sul mar Nero. Stiamo lavorando con i cereali antichi perché ci siamo accorti che non danno intolleranza al glutine anche se contengono più glutine rispetto ai grani moderni. I grani creati nel dopoguerra hanno portato un disastro totale. I grani antichi vengono riconosciuti e digeriti dall’organismo che invece non  riconosce i grani che hanno subito modifiche genetiche. È un lavoro di riscoperta di queste varietà”.

Vi siete scontrati con il mondo della grande distribuzione?

“Il nostro fatturato è per il 60% in Italia e per il 40% all’estero. In Italia il 60% è diviso tra distributori, direttamente ai negozi, ai Gas e, localmente, alla grande distribuzione. In particolare per i gruppi d’acquisto abbiamo un listino a parte, questo merita attenzione perché abbiamo un listino commerciale e uno dell’economia solidale anche perché noi siamo stati promotori della rete di economia solidale delle Marche (resMarche) e collaboriamo con la res nazionale. Se uno acquista poco prodotto lo paga di più; se il Gas si impegna a fare un acquisto minimo annuale ottiene sconti. Garantiamo anche trasparenza dei prezzi, forniamo tutti i calcoli del costo del prodotto: chiariamo quanto paghiamo il grano, i costi che abbiamo (trasporto, stoccaggio, macinazione, pastificazione) fino al costo della pasta finale, più i nostri costi generali, più il 2% di utile (una cooperativa deve comunque avere un piccolo utile per sopravvivere). Inoltre il 2% del fatturato generato dai Gas (1% noi e 1% Gas) va a progetti di economia solidale. Quest’anno faremo presto l’assemblea, c’è un patto chiamato Adesso pasta! Chi ha firmato il patto può partecipare all’assemblea e decidere con noi a chi destinare il 2% (circa 4-5mila euro all’anno). L’anno scorso sono andati all’associazione no OGM, l’anno prima a un’associazione in Brianza che lottava contro un’infrastruttura che rovinava azienda biologiche. Inoltre nelle Marche vendiamo anche alla grande distribuzione solo in un discorso di economia locale. Anche perché se vai a trattare con i grandi gruppi a livello nazionale hai costi elevati; a livello locale, invece, ti cercano loro perché hanno bisogno dello specchietto per le allodole. Quindi siamo presenti in diversi supermercati”.

Quali sono le caratteristiche che contraddistinguono un vero produttore bio, che permettono all’utente di avere garanzie certe? La solita critica che i diffidenti del biologico fanno è che nessuno può garantire che un prodotto sia biologico davvero. Ora che anche i grossi produttori/distributori (Coop, Conad… ) si sono messi a fare bio, cosa fa realmente la differenza?

“Di produttori storici siamo rimasti pochissimi, noi crediamo nella salvaguardia del piccolo produttore a livello sociale, ambientale perché dove ci sono le grandi aziende è un discorso diverso. La piccola azienda tutela e presidia di più il territorio, però è anche quella più in difficoltà, non riesce a stare dietro ai costi più alti. L’agricoltura industriale ha fallito, sia quella convenzionale che quella biologica. Ci sono 3 tipi di agricoltura bio: l’agricoltura biologica di frode; quella del contributo, cioè quella di chi semina solo per prendere il contributo; e l’ultimo tipo, l’agricoltura di piccola scala dei piccoli produttori. Con piccoli produttori intendo sui 50 ettari. In Italia c’è una grande discussione sulle frodi del biologico e si parla allora di rendere le regole più restrittive. Ci rimettono i piccoli agricoltori perché sono schiacciati dalla burocrazia che si crea intorno ai contributi. Che è spaventosa. A noi è successo qui nella nostra valle l’anno scorso, hanno tolto i contributi a diverse aziende associate. I grandi speculatori pensano solo a compilare i registri aziendali, invece un agricoltore chinato a coltivare la terra può sbagliare una data o un campo e allora viene tagliato fuori. Quindi bisogna rendere più severe le regole nel modo giusto sennò sono sempre i grandi produttori che vanno avanti a frodare e i piccoli a rimetterci. La FAO dimostra in uno studio che ancora per quasi il 70% il mondo mangia con i piccoli produttori e non con l’agricoltura industriale. Ora che l’agricoltura industriale ha fallito, ci propongono gli OGM. Noi dobbiamo opporci e salvaguardare le piccole aziende; nel bio è giusto che ci sia la certificazione per garantire il consumatore, però le certificazioni costano sempre di più e una piccola azienda fa fatica”.

Secondo i parametri convenzionali bisogna sempre incrementare la produzione e crescere per essere concorrenziali; voi che intenzioni avete?

“Per organizzarci al meglio dovremmo fare un salto di qualità nel percorso produttivo e ci manca un anello nella filiera della pasta (che è il 70 % della produzione): il pastificio. Collaboriamo con un pastificio artigianale da 32 anni. Il problema è che questo pastificio non ha futuro, il titolare va in pensione e gli eredi non ne vogliono sapere. Siamo quindi costretti a fare il salto di qualità e ammoderneremo pastifici vuoti. È ovvio che per fare un pastificio devi avere un fatturato minimo. Crescere è importante, ma noi non vogliamo diventare una grande azienda nè crescere solo per fare fatturato. Vorremmo solo vendere a un prezzo giusto. Comunque siamo per un’economia di sussistenza su piccola scala; abbiamo un fatturato di 20 milioni di euro quindi siamo piccoli. Dagli anni 80, ma soprattutto dai 90, abbiamo iniziato a vendere all’estero. Ci sono problemi di impatto ambientale ed economici e preferiamo privilegiare lo sviluppo di un’economia più locale. Stiamo promuovendo aziende della nostra valle, la valle del Nevola da Arcevia a Senigallia, nelle Marche. Tutti i Comuni eccetto uno hanno iniziato ad acquistare i prodotti e con i sindaci stiamo promuovendo l’agroalimentare bio, sviluppando l’agricoltura bio e le energie rinnovabili. In base consumi nazionali pro capite di pasta, nella nostra valle si consumano 24000 quintali di pasta all’anno; noi produciamo 8000 quintali di pasta all’anno rifornendo tutta l’Italia ed esportando in più di 20 paesi del mondo. È assurdo! La nostra produzione basta per un terzo della popolazione della zona, è chiaro che non riusciremo mai a venderla tutta qui ma dobbiamo puntare sull’economia locale”.

http://www.macrolibrarsi.it/data/partner/2867/31489.html

fonte: ilcambiamento.it

Leggere le etichette: come riconoscere i veri prodotti biologici

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L’acquisto di alimenti biologici è una scelta fatta un numero sempre maggiore di famiglie italiane. Le ragioni di questa decisione possono essere varie, tra cui l’esigenza di poter accedere a prodotti sani e sicuri e la voglia di poter fare qualcosa in più per l’ambiente, nel rispetto dei suoi naturali processi di produzione e senza l’utilizzo di sostanze nocive per il terreno e per l’uomo. Una diffusione così ampia di cibi biologici, però, può avere anche un risvolto negativo: la contraffazione. Per questo, è necessario che i consumatori siano adeguatamente informati sugli strumenti messi a loro disposizione per il riconoscimento dei veri prodotti naturali. Lo strumento più potente in tal senso è l’etichettatura. L’Aiab, l’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologicaha stilato una sorta di vademecum utile per guidare i consumatori nel riconoscimento dei veri prodotti biologici. Vediamo insieme allora quali sono alcuni dei punti principali a cui prestare attenzione, per riconoscere un alimento bio dall’etichetta. Innanzitutto, i Regolamenti e Documenti a cui ci si riferisce quando si parla di etichettatura biologica sono due: Regolamento CE 834/07 e CE 889/08, attualmente in vigore per l’Agricoltura biologica, e Regolamento CE 271/10, che definisce l’uso del nuovo logo europeo e modifica alcune norme di etichettatura. Il termine “biologico” può essere utilizzato solo per i prodotti che rispettino tali regolamenti. Le fascette, le etichette, gli imballaggi primari e secondari che accompagnano il prodotto fino al consumatore costituiscono “etichetta”, pertanto le indicazioni relative al metodo di produzione biologico devono sempre rispettare quanto previsto dai regolamenti CE 834/07 e CE 889/08 ed essere autorizzate da un organismo di controllo a sua volta autorizzato dal Ministero delle politiche agricole e forestali (Mi.P.A.A.F). Sui prodotti biologici certificati deve essere riportata in etichetta: la scritta “da Agricoltura Biologica” seguita da Nome (e facoltativamente il logo) dell’Organismo che esegue il controllo e suo numero di autorizzazione ministeriale. Codice dell’Organismo di Controllo. Codice dell’azienda produttrice e Numero di autorizzazione alla stampa dell’etichetta.

Possono contenere il riferimento di “biologico” in etichetta:

  1. il prodotto che è stato ottenuto secondo le norme dell’agricoltura biologica o è stato importato da paesi terzi nell’ambito del regime di cui ai Reg. CE 834/07 e CE 889/08;
  2. il prodotto i cui ingredienti non derivanti da attività agricola (additivi, aromi, preparazioni microrganiche, sale, ecc.) e i coadiuvanti tecnologici utilizzati nella preparazione dei prodotti rientrano fra quelli indicati nel Reg. CE 889/08
  3. il prodotto i cui ingredienti il cui ciclo produttivo sia totalmente libero da ogm
  4. la materia prima (ingrediente) «biologica» che non è stata miscelata con la medesima sostanza di tipo convenzionale
  5. il prodotto o i suoi ingredienti non sono stati sottoposti a trattamenti con ausiliari di fabbricazione e coadiuvanti tecnologici diversi da quelli consentiti nel regolamento del biologico, e che non abbiano subito trattamenti con radiazioni ionizzanti.

Come riportato da La Stampa, nel caso di prodotti con più ingredienti (ad esempio i biscotti), per poter utilizzare la dicitura “da Agricoltura Biologica” occorre che almeno il 95% degli ingredienti siano biologici certificati. Il restante 5% è rappresentato da una lista di ingredienti normalmente non certificabili (es. sale). Non è ammessa la miscela biologica e non biologica di un singolo ingrediente (es. farina). Esiste inoltre un marchio unico europeo per l’agricoltura biologica che contraddistingue gli alimenti prodotti nei paesi dell’Unione Europea. Il logo europeo si DEVE apporre ai prodotti chiusi confezionati ed etichettati, con una percentuale prodotto di origine agricola bio di almeno il 95%. È invece FACOLTATIVO nei prodotti con le stesse caratteristiche ma provenienti da paesi terzi. PROIBITO nei prodotti con un % bio inferiore al 95%. In questo caso l’etichettatura del prodotto riporterà queste informazioni: indicazioni necessarie per identificare la nazione, il tipo di metodo di produzione, il codice dell’operatore, il codice dell’organismo di controllo preceduto dalla dicitura “Organismo di controllo autorizzato dal Mi.P.A.A.F”. Meglio diffidare dei prodotti che riportano diciture “biologico” o “bio” che siano generiche e non dotate di una etichettatura chiara, che risponda ai criteri appena descritti.

(Foto: images.bidorbuy)

Fonte: ambientebio.it

Coltivare biologico in Italia. L’esperienza Girolomoni

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Sempre più agricoltori, in Italia, stanno decidendo di affidarsi alla coltivazione biologica. Secondo il rapporto Bio in cifre 2014,elaborato dal Sinab, Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica, i terreni destinati al biologico corrispondono a 1.317.177 ettari: circa il 10% del totale della superficie coltivata nazionale. Anche gli operatori del settore sono aumentati: molte nuove aziende agricole, formate soprattutto da giovani, scelgono la via del bio. Ma cosa significa coltivare biologico oggi in Italia, e quanto è difficile farlo? Abbiamo provato a chiederlo a Giovanni Battista Girolomoni, figlio di Gino, uno dei primi che ha dedicato corpo e anima a questo tipo di coltivazione nel nostro Paese.

  1. Iniziamo da una domanda “difficile”: perché proprio il biologico?

In termini generici ormai c’è un’ampia letteratura scientifica a riguardo, che dimostra che è una questione di salute e sostenibilità ambientale. Credo sia però più importante spiegare il perché nel nostro caso. La nostra cooperativa nasce da ricerche e iniziative culturali per capire, analizzare, e riproporre i valori dell’antica civiltà contadina. In un momento in cui la società spingeva le persone ad abbandonare la campagna, mio padre Gino, insieme ad alcuni giovanissimi ragazzi di Isola del Piano, decide di fondare la cooperativa. Cosa fare a Isola del Piano se non quello che si è sempre fatto in passato e cioè gli agricoltori? Mio padre sentiva però che c’era bisogno di un nuovo tipo di agricoltura, rispettosa della vita delle persone, degli animali e della terra, che prendesse spunto da quelli che erano i valori dei padri: la parola data, la solidarietà, non avvelenavano nulla, non producevano rifiuti. Insomma un’agricoltura di cui non doversi pentire.
Per riassumere con una frase di mio padre “Agricoltura biologica come punto da cui partire per ricostruire il mondo rurale”.

  1. Cosa significa, per la vostra azienda, fare agricoltura sostenibile?  

Il concetto di sostenibilità è molto ampio. Per noi è una questione di coerenza, che ti porta nelle scelte di tutti i giorni ad agire secondo non il semplice interesse privato, ma per il bene comune.Nello specifico significa ribadire il concetto di prima e quindi si parte dall’agricoltura biologica per poi allargarsi al altri settori che vanno nella stessa direzione: le energie alternative, la bioarchitettura, i criteri del commercio equo-solidale, ecc.

  1. Quanto è dura, oggi in Italia, attuare un tipo di coltivazione diversa, fatta col cuore e nel rispetto della natura?

Oggi per fortuna è meno dura rispetto al passato. Il biologico ha dimostrato di non essere utopia, ma è oggi realtà per migliaia di agricoltori in tutto il mondo. In generale è stata fatta un’operazione culturale importante, per ridare il giusto valore al lavoro dei contadini. Mentre fino a pochi anni fa la società ha portato i giovani a vergognarsi del mestiere che facevano, oggi l’agricoltore bio è visto in qualche modo come un eroe positivo. In questo la nostra cooperativa credo abbia avuto un ruolo importante, con centinaia di convegni in tutt’Italia tenuti da mio padre per parlare di mondo rurale e di territori svantaggiati come la collina e la montagna.agricoltura-biologica

  1. Come far sopravvivere il biologico in un mercato fatto di concorrenza serrata, contraffazione, e di prodotti di scarsa qualità e, quindi, a basso prezzo?

Il biologico sta uscendo dalla nicchia e quindi attrae sempre più l’attenzione degli avvoltoi. Credo comunque che in un settore come il nostro, trasparenza e qualità saranno sempre premiate dalle persone. Dobbiamo fare attenzione a non cadere nella chimera del prezzo più basso e le scelte devono essere coerenti. L’importazione di prodotto bio dall’estero va limitata non tanto per una questione di affidabilità delle certificazioni, ma perché dobbiamo fare di tutto per creare delle opportunità locali di sviluppo agricolo.

  1. La politica cosa può fare? L’esperienza di Gino Girolomoni comincia quando diventa sindaco di Isola del Piano: amministratori locali e nazionali, come possono contribuire allo sviluppo del biologico nel nostro Paese?

La politica agricola è innanzitutto Europea, l’attuale PAC ha introdotto dei concetti come il greening che dovrebbero portare le aziende ad una maggiore attenzione ambientale. Si poteva fare di più sicuramente e il grosso della partita si gioca ora nei P.S.R. delle singole regioni, che hanno la possibilità di incentivare il metodo agricolo biologico, che ha dimostrato di portare esternalità positive e di ridurre quelle negative. Per le caratteristiche dell’Italia, che per due terzi del territorio è rappresentata dalla collina e dalla montagna, è assolutamente fondamentale tutelare le produzioni di qualità.

  1. La vostra azienda utilizza l’energia pulita per sostentare la produzione. In che modo?

Contribuiamo a produrre energia pulita tramite il fotovoltaico e l’eolico. Inoltre tutta l’energia che acquistiamo per produrre la pasta, anche se ci costa di più,  è certificata rinnovabile.

Tra i progetti della cooperativa c’è anche quello di sviluppare attività culturali e di divulgazione della sostenibilità, rivolta, tra gli altri, a giovani e bambini. Qual è la reazione dei ragazzi di oggi di fronte alla natura e ai processi di lavorazione biologica dei prodotti?

Ricerche recenti danno buone speranze per il futuro. Sembrerebbe che la generazione dei Millennials o generazione y (nati tra il 1980 e il 2000), quindi generazione a cui appartengo, sia molto meno attratta dal mito del fast food. Questi erano miti della generazione precedente, che abbiamo ereditato e che ci hanno conquistato solo in parte. Fanno infatti sempre meno presa sulle nuove generazioni, che vogliono sapere la storia dei prodotti che mangiano, per nutrire non solo il corpo ma anche lo spirito.

  1. Dopo più di 40 anni di attività, quali sono stati i principali ostacoli e i momenti più felici, nella Sua esperienza e in quella di Suo padre?

All’inizio è stata molto dura per la cooperativa, abbiamo avuto quasi 20 anni di sequestri di pasta. Prima perché facevamo pasta con semola integrale (una legge Italiana ne vietava l’utilizzo), poi perché biologica (non c’era ancora una legge che dicesse cosa volesse dire e quindi era considerata pubblicità ingannevole). Tante difficoltà finanziarie e, poi, si è partiti veramente dal nulla. I nostri genitori hanno fatto una vita molto intensa, combattendo tantissime battaglie e sono scomparsi prematuramente. Per noi figli è stata molto dura andare avanti dopo la loro morte. Grazie all’aiuto dei famigliari, degli amici, della cooperativa, siamo riusciti a superare queste difficoltà e oggi guardiamo al futuro con ottimismo, convinti di continuare a combattere la buona battaglia dei nostri genitori.

  1. Cosa consigliare a un giovane (o anche meno giovane, perché no!) che vuole abbracciare la cultura del biologico oggi in Italia?

Alimentazione e agricoltura sono questioni talmente importanti che non possiamo delegarle o non preoccuparcene. È importante quindi per tutti informarsi.  Per usare le parole di nostro padre “Essere consapevoli che l’agricoltura biologica e biodinamica sono la cura per le ferite profonde della campagna, che coltivare la terra avvicina la vita e che custodirla con i gesti la rende abitata, fedele”.

(Foto: girolomoni.it)

Fonte:  ambientebio.it

A Malles pesticidi banditi con un referendum

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Malles, nella Val Venosta, i cittadini hanno deciso di bandire i pesticidi, grazie a un Referendum. Lo scorso 5 settembre, infatti, i circa 5mila abitanti della zona sono stati chiamati a esprimere con il voto per corrispondenza la propria preferenza. La posta in gioco: eliminare definitivamente gli anticrittogamici dai campi. La consultazione popolare, una delle prime di questo genere in Europa, è stata preceduta da non poche polemiche e scontri tra i favorevoli a una coltivazione 100% biologica e gli “anti-proibizionisti”. Con il 75% dei voti, i cittadini hanno detto NO ai pesticidi. All’iniziativa ha partecipato il 69% degli aventi diritto al voto. È già da parecchi anni che in alta Val Venosta gli ambientalisti si scontrano con l’avanzata della monocoltura delle mele e soprattutto con l’utilizzo di soluzioni chimiche nei frutteti della zona. Secondo quanto si apprende su Internazionale,sembra che i pesticidi abbiano messo in difficoltà parecchie aziende biologiche della zona, il cui fieno risultava contaminato dalle sostanze utilizzate nei terreni limitrofi.

In un campione di fieno prelevato a pochi metri da una scuola elementare sono stati trovati residui di nove sostanze fungicide e insetticide velenose. Già nel 2013, i promotori del comitato “Malles, comune libero da pesticidi” avevano raccolto 500 firme, per inserire nello statuto comunale un articolo sul principio di precauzione per la tutela della salute dei cittadini e la gestione sostenibile dell’ambiente. Ora, il risultato del Referendum potrebbe sovvertire le sorti delle coltivazioni della zona e della salute delle persone, spianando la strada verso un paese a produzione 100% biologica.Inoltre, questo potrebbe aiutare di gran lunga a bloccare la pericolosa moria delle api, causata dai pesticidi utilizzati nelle coltivazioni; come dichiarato a Repubblica  da Claudio Porrini, entomologo dell’Università di Bologna: “Sto lavorando in quella zona e conosco bene la situazione: gli apicoltori sono disperati per le morie che hanno falcidiato le arnie e che sono legate a un uso molto intenso dei pesticidi. E poi quelle sono valli strette, con i frutteti che si alternano a scuole, impianti sportivi, boschi. Per poter convivere bisogna ridurre progressivamente l’uso di fitofarmaci”.Malles potrebbe ben presto non essere più il primo posto in cui i pesticidi vengono banditi attraverso un referendum. Nella Val di Non, in Trentino, infatti, Virgilio Rossi, capogruppo consiliare della Lista civica Sae (Salute ambiente economia) ha espresso le sue considerazioni in merito: “È una svolta epocale dove le persone, ormai dimostrano di distinguere un’agricoltura sana da quella chimica, di avere ormai acquisito una conoscenza sulle conseguenze di queste sostanze sull’ambiente e soprattutto sulla salute umana ed animale in genere”. Secondo Rossi, d’ora in avanti le cose cambieranno e “questo precedente sarà la base da dove partiranno con effetto domino ulteriori iniziative, compresa la Val di Non”. Una cosa che andrà sicuramente a scontrarsi con gli interessi economici di chi porta avanti un sistema agricolo che non può essere più sostenuto dalla natura.

(Foto: Luca De Santis)

Fonte:  ambientebio.it

L’agricoltura biologica è cresciuta rapidamente, dice UE

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Il settore dell’agricoltura biologica è cresciuta rapidamente nel corso degli ultimi dieci anni, di circa 500.000 nuovi ettari ogni anno, secondo le statistiche comunitarie.

Sia il numero di aziende agricole biologiche e l’area è cresciuta di oltre la metà tra il 2003 e il 2010. Nel 2011, l’Unione europea ha avuto 9,6 milioni di ettari di terra biologica. L’anno prima, ci sono stati più di 186.000 di tali aziende registrate in tutta l’allora 27-paese blocco. L’agricoltura biologica è definita come la produzione di cibo che ha un impatto minimo sull’ambiente operando nel modo più naturale possibile. L’UE dispone di norme per l’agricoltura biologica, compreso l’uso di sostanze chimiche, in pesticidi, fertilizzanti e farmaci degli animali, nonché la tutela del benessere degli animali. Gli organismi geneticamente modificati non possono essere utilizzati in agricoltura biologica. I dati mostrano che gli agricoltori biologici sono generalmente più giovani di agricoltori convenzionali media UE. Nel 2010, alcuni 61,3% degli agricoltori biologici erano sotto 55, rispetto al 44,2% in agricoltura non biologica.

Altre aziende biologiche in più vecchie paesi dell’UE

La maggior parte delle aziende (83%) e la terra (78%) utilizzato per l’agricoltura biologica erano nei 15 “vecchi” Stati membri, quelli che hanno aderito all’Unione europea prima del 2004, come la Francia, l’Italia, la Germania, il Belgio e il Regno Unito. L’Unione europea attribuisce la maggiore quota di legislazione nazionale ed europea. I 12 paesi che hanno aderito all’UE dal 2004, escludendo la Croazia, che hanno aderito lo scorso anno, sono stati anche vedendo una crescita in agricoltura biologica, secondo l’esecutivo Ue. L’agricoltura biologica è cresciuto del 13% all’anno tra il 2002 e il 2011 e il numero di aziende agricole moltiplicato per dieci volte tra il 2003 e il 2010. Conti pascoli permanenti per la quota maggiore di tale agricoltura (45%), seguiti dai cereali (15%) e colture permanenti (13%). La produzione di animali per 1%. La Commissione europea ha pubblicato le proposte di ulteriori norme in materia di agricoltura biologica in marzo, volto a rafforzare e armonizzare la legislazione sul settore. “La Commissione è alla ricerca di più e meglio l’agricoltura biologica nell’Unione europea, consolidando la fiducia del consumatore nei prodotti biologici e rimuovere gli ostacoli allo sviluppo dell’agricoltura biologica”, ha dichiarato Dacian Cioloş, commissario europeo per l’agricoltura e lo sviluppo rurale. I produttori possono richiedere per le etichette degli alimenti biologici dell’UE per i loro prodotti, in modo da informare i consumatori che il loro cibo è stato prodotto biologico. La Corte dei conti europea ha sollecitato per una maggiore applicazione delle norme di produzione dell’agricoltura biologica. I prodotti etichettati come tali sono stati trovati per contenere pesticidi, antibiotici o OGM. La Commissione afferma che il cibo biologico risponde alla crescente domanda dei consumatori “, mentre allo stesso tempo fornire beni pubblici in termini di protezione ambientale, benessere degli animali e allo sviluppo rurale”.

Fonte: EurActiv.com

Il contadino ribelle che gioca con la natura

Per adottare uno stile di vita naturale basta prendere esempio dalle piante e dagli animali di Simona Empoli4

Nelle Alpi austriache, in una fattoria che si sviluppa su un dislivello che va dai 1100 ai 1500 m di altezza, con una temperatura annuale media di 4,5 °C, vive e pratica la sua speciale permacultura un contadino ribelle, Sepp Holzer. La sua figura è ormai famosa fra tutti gli appassionati di agricoltura biologica e permacultura di tutta Europa e non solo, infatti le sue consulenze vengono richieste anche negli altri continenti, dove ha già avviato progetti un po’ ovunque, dalla Russia al Brasile. Incontrandolo abbiamo scoperto una persona con una gran saggezza e tanta, tantissima passione

Sepp, quando ha capito che il tipo di agricoltura che stava praticando era qualcosa di speciale? Come è arrivato alla “sua” permacultura?

Diciamo che ho cominciato giocando, quando avevo cinque anni, all’aperto, fra le rocce (sono cresciuto in una fattoria a 1300 m di altezza in una regione alpina che viene chiamata la Siberia austriaca). Noi bambini dovevamo costruirci da soli i nostri giochi. I miei interessi erano le piante, i semi. Mi piaceva vedere come crescevano e si sviluppavano. E, come bambino, vedere come crescono i propri alberi, le proprie piante, i propri ravanelli e la propria insalata procura un’immensa gioia. Ho continuato nel tempo a giocare con le piante e i semi, non nell’orto, ma sempre di fuori, fra le rocce. E le mie piante crescevano meglio e più grosse di quelle dell’orto di casa. A scuola lo raccontavo alla maestra e ai miei compagni: alcuni hanno iniziato a venire a vedere e si meravigliavano di come crescessero le mie piante.  Continuando così, col tempo ho creato anche un piccolo laghetto in cui si potevano pescare le trote con le mani. In questo modo ho fatto le mie esperienze, col tempo ho imparato a comunicare con la natura. Osservando ho imparato anche a risolvere i vari problemi che si presentano. Vedendo ad esempio come gli animali selvatici mi mangiassero le piante, ho imparato a proteggerle piantando loro intorno dei rovi. Ho imparato che le rocce hanno un effetto stufa, e così via. È un apprendimento continuo, tutt’oggi continuo a imparare tante cose osservando la natura. Si apprende comunicando con la natura. Dopo la scuola ho svolto diversi corsi di specializzazione. E lì ho imparato come si devono potare gli alberi, come si concima, l’utilizzo delle sostanze chimiche e così via. Quando sono tornato ho applicato quanto avevo imparato nei miei orti e ne ho

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avuto immensi danni. Gli alberi sono forse cresciuti meglio, ma in inverno poi sono morti per il freddo. Allora mi hanno detto che non potevo coltivare albicocche o altri alberi da frutta fra le rocce, dopo tutto quella era pur sempre la Siberia austriaca. Eppure prima quegli alberi crescevano! Allora iniziai a pensare che avevo imparato delle cose sbagliate. Che non era corretto rendere le piante dipendenti, ma che dovevano crescere in maniera autonoma, in simbiosi con la natura. Queste cose però non vengono insegnate in nessun libro, bisogna impararle con l’esperienza diretta nella natura. Imparando dalla natura si capisce che tutto può crescere in maniera più semplice, senza prodotti chimici. Naturalmente, nel processo di apprendimento si fanno degli errori, ma anche così s’impara.

Nella farmacia della natura, invece, si possono imparare così tante cose! Ma la maggior parte delle persone l’ha disimparato. Per ogni malattia c’è una pianta, ma non le si conosce più, non ci se ne serve più3

Poi col tempo qualcuno ha iniziato a prestare attenzione a quanto dicevo, ha iniziato a venire gente in fattoria, anche professori universitari, che vi hanno tenuto addirittura seminari. È interessante quanto racconta, cioè che nei suoi corsi di formazione ha disimparato a rapportarsi con le piante… Com’è possibile?

L’uomo si è perso in alto mare. In tutti gli ambiti, non solo in agricoltura, ma anche in medicina, in veterinaria… Ci siamo persi. Naturalmente ci sono

I frutti di piante antiche sono più saporiti e ci fanno stare meglio. Il problema è che molte persone sono così confuse che non riescono più a percepirlo

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anche aspetti positivi in quanto si apprende nelle scuole e nelle università, non bisogna buttare via tutto. Ma purtroppo vedo come facciano ricorso alla chimica così tanto e così spesso! Anche quando non ce n’è assolutamente bisogno! Nella farmacia della natura, invece, si possono imparare così tante cose! Ma la maggior parte delle persone l’ha disimparato. Per ogni malattia c’è una  pianta, ma non le si conosce più, non ci se ne serve più. Si può imparare tantissimo dagli animali che vivono liberi in natura, osservando come essi si servano di questa farmacia naturale. È tremendo quanto sapere e conoscenze riguardo a tante tecniche di lavorazione si stiano perdendo! L’uomo si serve ormai nei supermercati, non ha orti e per lo più non ha animali, e se ce li ha li tiene rinchiusi. L’allevamento di massa è una catastrofe, potrei raccontare tante cose! Ma io mostro che c’è un’altra via, che si possono trattare gli animali con più rispetto. Che si possono ad esempio sopprimere senza che sentano paura, risparmiando loro la paura. La paura è una catastrofe, è un rilascio incredibile di adrenalina, che è un’eccitante; lo si sa, ma negli allevamenti di massa non viene presa nessuna precauzione, non si ha rispetto dell’animale. Gli animali hanno un’anima: si può parlare con loro, percepire se si sentono bene o no, ma l’uomo non ha tempo; non ha tempo più neanche per i suoi simili. E ciò Intervista a Sepp Holzer

I frutti di piante antiche sono più saporiti e ci fanno stare meglio. Il problema è che molte persone sono così confuse che non riescono più a percepirlo

conduce a tutti quei comportamenti aggressivi e depressivi che si osservano. Non ci sono soluzioni al collasso se l’uomo non assume una consapevolezza naturale, se non riesce a immedesimarsi in ciò che si trova di fronte, che sia una pianta o un animale o un altro uomo. Bisogna collaborare con la natura e non combatterla!

Nell’agricoltura quindi si può trovare una soluzione ai tanti problemi che abbiamo attualmente…

Certo, in poco tempo si può arrivare a vivere bene ovunque. Bisogna però imparare a conoscere la natura. Non posso praticare ovunque la stessa agricoltura. Devo conoscere il clima del posto in cui ho la terra. La pioggia, le temperature, i venti, la topografia… Per questo l’uomo ha avuto il dono del pensiero dalla natura, per comprendere il suo intorno e non per combatterlo. Con questi presupposti si possono creare terre fertili ovunque, in qualunque posto della Terra. In questo modo l’uomo può essere indipendente; si può persino combattere la fame. Ma deve imparare a comunicare con la natura, a usarla e non a sfruttarla, deve imparare a gestire le fonti d’acqua, che è la cosa più importante in assoluto.

Certo però che se penso all’Austria, alla Germania, mi viene da pensare che sia facile parlare di gestione dell’acqua. Forse è più complicato avere acqua a sufficienza nei Paesi più meridionali. Penso alla Spagna, al Portogallo, alla Grecia, ma anche a certe zone d’Italia.

Su tutto il pianeta si può trovare acqua. Bisogna solo pensare “naturalmente” e non normalmente. Abbiamo acqua a sufficienza in tutto il mondo, negli angoli più desertici della Spagna, in Russia… In Kazakistan, ad esempio, potete osservare un progetto che ho creato per il governo su una superficie di migliaia di ettari. Ovunque c’è acqua a sufficienza, basta conoscere le risorse della natura: il Sole, il calore, il vento, la neve, la pioggia… Conoscendo queste caratteristiche posso fare agricoltura ovunque, in Groenlandia come in Brasile. Mi devo adattare alla natura. Devo imparare a leggere nella natura affinché essa lavori per me. Se si aggiusta la gestione dell’acqua si è fatto il 70% di tutto il lavoro. Si deve avere acqua viva e non acqua morta e inquinata. Bisogna rendersi indipendenti nell’approvvigionamento dell’acqua.

Ma passando da un tipo di agricoltura convenzionale a un’agricoltura naturale, quanto tempo è necessario  perché il terreno torni a essere fertile, a essere vivo?

Questo dipende da quanti e quali  trattamenti ha subito quel terreno. Quanto più intensivo è stato l’utilizzo di sostanze  chimiche su quel terreno, più tempo ci vorrà per tornare a uno stato di fertilità naturale, in quanto bisogna riportare vita in quel terreno. Anche la presenza di animali è importante, anche loro svolgono un ruolo fondamentale per creare un buon

Nel suo libro lei consiglia l’utilizzo di piante “antiche”.

Piante antiche e regionali, o meglio, locali. Queste, nel corso dei decenni si sono adattate alle condizioni del clima e del terreno. Per cui sono le piante che daranno i frutti migliori.

Sì, ma non ci potrebbe essere un problema di mercato? La gente ormai è abituata ai tipi di frutta e verdura che trova nei supermercati… Che poi sono le stesse quasi ovunque.

Io ho raccolto esperienze in  tanti Paesi. In genere, quando si portano qualità diverse, la gente ride, perché è abituata alla frutta e verdura dei supermercati. Le pere devono essere in un certo modo, le mele e le banane pure, indipendentemente dal Paese in cui ci si trova. Ma quando poi prova questi altri tipi di frutta, nota subito che hanno un sapore migliore, che mangiandole, lo stomaco si riscalda e ci si sente meglio. È solo una questione di tempo perché i prodotti in commercio, inquinati e di qualità inferiore facciano insorgere conseguenze sull’organismo: allergie, comportamenti aggressivi e depressivi ecc. I frutti di piante antiche sono più saporiti e ci fanno stare meglio. Il problema è che molte persone sono già così confuse che non riescono più a percepirlo. Allora è forse veramente ora che torniamo a pensare “naturalmente”, come questo contadino austriaco che ha imparato a fare agricoltura giocando con la natura.

Simona Empoli

Collabora con il Gruppo Editoriale Macro da qualche anno, in qualità di selezionatrice dei testi e responsabile dell’area copyright. Fra i suoi interessi ci sono i metodi di agricoltura naturale e la permacultura.

Fonte: viviconsapevole.it

Agricoltura ecologica

Patrick Whitefield visita la fattoria di Rebecca Hosking e Tim Green, nel Devon, che è concepita per funzionare

come un ecosistema naturale

Estratto da Permaculture magazine n. 77

http://www.permaculture.co.uk – Traduzione di Rominaperma1

«Mettiamo in discussione tutta la classica saggezza in agricoltura» ha detto Rebecca Hosking quando lei e Tim Green mi hanno mostrato la loro fattoria nel Devon la scorsa primavera. Avevano appena rilevato il terreno dal padre di lei l’autunno precedente, quindi per molti aspetti era molto simile a com’era prima, ma entrambi hanno le idee ben chiare sulla direzione da prendere e hanno già cominciato il percorso.”

Pascolo di gruppo

Praticano la gestione olistica del pascolo, o pascolo di gruppo com’è anche definito. Il metodo consiste nel tenere gli animali in uno stretto gruppo su un piccolo pezzo di terra per un breve periodo, generalmente un giorno, e poi spostarlo. Ciò significa che il pascolo può essere gestito con molta più precisione, e crescere in modo costante in qualità. Quando gli animali hanno accesso a una vasta area, essi mangiano le piante più nutrienti e lasciano quelle meno buone e insapori che hanno poco valore nutritivo. Ciò porta a un diminuzione costante della qualità del pascolo. Ma quando gli animali sono concentrati su una piccola area per un breve periodo, essi mangiano tutto allo stesso modo. Allo stesso tempo, danno al terreno su cui si trovano un condimento di letame e quando vengono spostati, la ricrescita è immediata. Il primo scopo di Rebecca e Tim è quello di far pascolare le pecore su erba alta piuttosto che sul corto tappeto erboso che hanno ereditato dal precedente sistema di gestione. Erba alta significa radici più profonde, che si traduce in maggiore materia organica aggiunta al terreno e maggiori nutrienti minerali contenuti nel sottosuolo. Significa anche che le pecore mangiano un po’ dell’erba e ne calpestano dell’altra. Cambiando la dimensione del recinto ogni giorno, Rebecca e Tim possono decidere quale porzione di erba nutre le pecore e quale porzione nutre il terreno. Calpestare il terreno è una bestemmia per gli agricoltori tradizionali ma è l’elemento chiave del sistema olistico. È una fonte di fertilità del terreno naturale e autoctona, e aiuta anche a formare un tappetino di materiale fibroso sulla superficie del terreno. Questo terrà le zampe delle pecore lontane dal suolo, prevenendo la zoppia e permettendo loro di essere tenute all’aperto tutto l’anno senza danneggiare il terreno. Le recinzioni elettriche sono usate per tenere gli animali nel loro appezzamento di terreno quotidiano. A prima vista sembra innaturale ma in realtà è molto più vicino al modo in cui pascolano gli erbivori selvatici della normale pratica di raggruppare il bestiame, in cui le pecore o le mucche hanno accesso a un intero campo per molti giorni o settimane. Un gregge selvatico è accerchiato dai predatori che girano loro intorno e attaccano il primo singolo capo che si allontana. Le recinzioni elettriche hanno il ruolo che nell’ecosistema avevano i lupi un tempo. La gestione del pascolo olistico è stata sviluppata da Allan Savory, dello Zimbabwe, ed è stata messa in pratica da molti agricoltori nord americani, sebbene qui in Europa sia ancora poco conosciuta. 1 Rebecca e Tim fanno parte di un piccolo gruppo di pionieri che sperimentano questo sistema.

Animali sani

«Perché diamine hai scelto le pecore Shetland?» ha chiesto loro un vicino.

1 http://tiny.cc/allan_savory (il sito è in inglese, N.d.T)

«Per che cosa le allevi, carne?» «Le alleviamo per la salute», ha risposto Rebecca. Le Shetland sono una razza a coda corta, che hanno origine dalle pecore selvatiche del nord Europa, più che dal Middle East, da dove provengono le razze più commerciali. Il montone è islandese, un’altra razza a coda corta. Anche se potreste vedere molte pecore a coda corta nelle campagne, queste hanno la coda mozzata alla nascita – proprio il tipo di intervento che Tim e Rebecca stanno abbandonando. L’allevamento è un elemento della salute dell’animale e il metodo di pascolo stesso ne è un altro. Poiché gli animali sono spostati ogni giorno, pascolano sempre su terreni puliti, mai dove hanno concimato di recente. Le pecore soffrono molto di vermi intestinali e questo è un metodo naturale di prevenire le infezioni. Così Tim e Rebecca non danno loro alcun vermicida chimico. Né tanto meno le vaccinano o curano la zoppia – lasciano fare a un sistema immunitario sano. C’è qualche problema di zoppia al momento nel loro gregge, ma sono convinti che sparirà poiché lo strato fibroso delle piante cresce sulla superficie del terreno e tiene le loro zampe lontano dal fango. Nemmeno aiutano i parti. Molti agnelli sono nati mentre ero lì e tutti sono saltati fuori abbastanza facilmente. Come suona strano tutto ciò ai pastori tradizionali!

Agrosilvicoltura

Avere le recinzioni elettriche significa che è facile piantare alberi nel mezzo dei campi senza doverli proteggere uno per uno dal pascolo del gregge. Ovunque siano le pecore gli alberi possono sempre essere dall’altra parte del recinto. Lo scorso inverno hanno piantato una rete per la maggior parte di alberi da frutto, gentilmente donati da Martin

perma2

1. Rebecca Hosking ispeziona un pascolo molto cresciuto.perma3

2. In alto: Il foraggio appiattito e calpestato dalle pecore aiuta a nutrire il terreno.perma4

3. Gli scarabei e altri scarafaggi hanno fatto  un gradito ritorno da quando la fattoria ha assunto una gestione ecologica.perma5

4. Un parto naturale di agnelli gemelli avvenuto durante la visita di Patrick.

Crawford della Agriforestry Research Trust2, su parte della fattoria. Progettano anche di piantare del foraggio per fornire agli animali parte della loro dieta. Questo miscuglio di piante e pascolo può essere molto più produttivo di quanto lo siano piante e pascoli da soli. La competizione fra le piante di diverse forme, dimensioni e cicli annuali è minore rispetto a quella che c’è fra le piante di una stessa famiglia, come succede in un semplice pascolo. Ci sono anche alcune interazioni positive, come la fertilità che viene sollevata da sottoterra dalle radici degli alberi e condivisa con il manto erboso quando cadono le foglie. Laddove gli agricoltori tradizionali vedrebbero gli alberi piantati in mezzo al pascolo come un’attività in perdita, Tim e Rebecca la vedono come una produzione in crescita. Non producono fieno o insilato. L’alimentazione invernale viene ricavata dal secondo taglio. Si tratta di erba che è cresciuta in estate ed è stata essiccata in situ. L’unico alimento che usano è del fieno in pellet per insegnare alle pecore femmine a seguire un secchio. Ciò rende più facile spostarle, persino su una strada pubblica con molti incroci, 2 www.agroforestry.co.uk (il sito è in inglese, N.d.T) che altrimenti richiederebbe molte persone per bloccare il traffico.

Aumentare la diversità

Quest’anno progettano di introdurre le capre e i maiali. Sembra che la razza Large Black possa sopravvivere con una dieta solo a base di erba, anche se ciò significa che crescono molto più lentamente. Stanno anche pensando a dei tacchini, e progettano i bovini fra un paio di anni. Aumenteranno anche la diversità dei campi piantando dell’altro pascolo, trifoglio ed erbe. Il trucco è piantarli nel recinto dove gli animali staranno il giorno dopo, così verranno calpestati. «Nei primi due anni i profitti crescono gradualmente», dice Tim, «visto che si è nutrito più il terreno degli animali. Poi, dopo il terzo o quarto anno gli effetti degli “ettari d’oro” cominciano a decollare e la maggior parte degli agricoltori si sono resi conto che quando ciò si verifica, possono aumentare il bestiame di due o tre volte». Una cosa che mi ha impressionato è stato l’entusiasmo e l’immaginazione che Rebecca e Tim mettono nell’attività di stravolgere la saggezza contadina. Un’altra era la loro semplicità nell’affrontare la complessità della natura. Hanno citato Allan Savory, il creatore del sistema: «Quando hai a che fare con l’ecosistema, supponi sempre di avere torto».

Nuovi pascoli?

Da quando Patrick ha fatto visita a  Tim e a Rebecca, i due hanno deciso di seguire un’altra rotta. «Dopo tre anni di cambiamenti lenti alla nostra gestione della fattoria ora ci rendiamo conto che i primi benefici all’ecologia e alla produttività stanno diventando evidenti. Sfortunatamente, proprio quando il successo cominciava a crescere a valanga, ci siamo resi conto di aver raggiunto i limiti di ciò che la mia famiglia è disposta a permettere che si verifichi in questo pezzo di terra» dice Rebecca. Quindi stanno cercando un nuovo lotto di terra fra i 100 e i 300 acri. Non terra agricola di prima qualità – al contrario – che sia stata arata o usata come pascolo. Se tutto va bene in pochi anni sarà abbastanza bella, piena di biodiversità, piena di animali selvatici e produttiva – proprio l’opposto di un terreno coltivato. Se siete in grado di dare un aiuto contattate: wolftreefarmuk@ gmail.com. Nel 2009 Rebecca Hosking, figlia di agricoltori, e Tim Green, biologo, hanno girato un film, Una fattoria per il futuro. Il film si concentra sulla sicurezza del cibo nel Regno Unito ed esplora nuovi metodi agricoli ecologici inclusi quelli che sono indipendenti dal combustibile fossile, per aumentare la produzione di cibo. Sia Tim che Rebecca hanno lavorato per l’Unità di Storia Naturale della BBC producendo documentari naturalistici. Patrick Whitefield tiene corsi di permacultura sia per agricoltori sia per giardinieri. Potete trovare i dettagli dei suoi corsi, sia residenziali sia online

su: http://patrickwhitefield.co.uk

Per informazioni sulla rivista

Permaculture e sui libri editi da

Permanent Publications visitate:

www.permanentpublications.co.uk

fonte: viviconsapevole.it

 

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