Ivan Fantini: una vita di cambiamenti… verso la libertà

Cuoco “eterodosso e dimissionario”, agricoltore e scrittore per urgenza. La stimolante esperienza di Ivan Fantini e gli innumerevoli cambiamenti affrontati nella sua vita permettono di porci domande sul senso del nostro agire quotidiano.

Ivan Fantini è una di quelle persone che va dritta al punto e, così anche noi, prima di raccontarvi la sua storia, ve lo introduciamo subito con le sue parole, nude e crude.

“L’unica soluzione è non entrare dentro il sistema. Tu sei uno ed unico, non è che ti isoli. Costruisci te stesso, nel contesto in cui vivi. Apparentemente sembra non serva a nulla, ma la teoria del tuo esempio se contamina ha fatto la rivoluzione. Io non devo convincere nessuno. È la condotta dell’essere umano che sta al mondo che porta ai cambiamenti”.

E lui di cambiamenti nella vita ne ha vissuti parecchi. Cerchiamo di ripercorrere la sua vita, partendo dalla definizione data a lui da Franco Arminio, di “cuoco eterodosso e dimissionario”. “Forse lo sono sempre stato. Non mi sono mai trovato bene nei gangli della cucina canonica o quella che viene definita tale. Il pensare di poter cucinare adoperando prodotti che provengano dai contadini vicino casa era un discorso che non faceva né tendenza né moda, non pensava ce ne fosse bisogno. Parlo di venticinque anni fa”.

Era un discorso che ai tempi non aveva le mire di riconvertire le persone ad un certo tipo di alimentazione. “Lo facevo e basta, sono cresciuto in una famiglia per metà contadina e per metà operaia. Ho cominciato a lavorare in cucina per forza a 17 anni perché la famiglia lo richiedeva”. Così nel tempo ha continuato a fare il cuoco perché gli garantiva l’indipendenza a livello economico.

La svolta è stata incontrare persone che appartengono alla cultura italiana che non avevano nulla a che fare con la gastronomia ma che “mi hanno aperto gli occhi su quella che doveva essere la vita. Ho trasportato quelle esperienze nella gastronomia”.

Così decide di non rifarsi ad una filiera commerciale già al tempo di un mercato semi-globalizzato e delle multinazionali. Lavorava con vignaioli, i contadini, i norcini locali in maniera diretta. “E questo provocava fastidio”.

Quando sosteneva questi concetti a livello teorico veniva snobbato da quando nel 1994 ho avuto la possibilità di lavorare con persone che mi ascoltavano è cominciata la diatriba con il mercato vero e proprio, con i ristoratori, con i clienti. Con le persone che circondano un luogo che fa della ristorazione e dell’accoglienza la sua vita. Inizia a cucinare per il centro culturale “Quadrare il circolo”. Il giornalista Michele Marziani scrisse un articolo sulla sua cucina, invitando le persone ad andare a provarla in un luogo “nascosto, buio e che per trovare l’entrate si fa fatica”.

In molti, così, vennero a vedere cosa succedeva all’interno di questo circolo culturale. “Si accorsero che con niente si faceva una gastronomia sufficientemente buona, dove venivano serviti piatti con due o tre ingredienti con i loro colori in un luogo scuro e introvabile. E questo accadeva senza far parte di quella filiera legata al mercato commerciale e delle multinazionali”. Questa esperienza durò tre anni, prendendo il nome di “Stalla di Pegaso”.

“Lavoravo a stretto contatto con quella che per me era la verità, e cioè i contadini. Andavo a seminare, a coltivare le verdure che mi servivano. Andavo ad uccidere il maiale e a scegliere le carni che mi servivano nel mio luogo. La spinta verso la verità me l’hanno data persone che, apparentemente, non c’entravano nulla con il mondo della gastronomia”. Come vi dicevamo, Ivan è una persona schietta e dice cose non banali. “L’approccio di ogni uomo è con il cibo. In una società opulenta come la nostra, ciò accade anche tre volte al giorno. Se te osservi una persona per come si sceglie il cibo, per come lo manipola, qualcosa lo impari se hai un punto di vista sano”.ivanfantini1

Ivan Fantini

 

Una visione che non è giunta tra i fornelli e i coltelli. “Non sono stati i cuochi a insegnarmi tutto ciò. I cuochi mi insegnavano a cuocere bene la bietola, mi nascondevano i limoni sotto la stufa per punizione. Era una camerata nella quale tu, fin quando non arrivavi all’apice, subisci le angherie di un manipolo di persone che credevano che quella fosse la strada obbligatoria”.

Chiusa l’esperienza in Quadrare il circolo, ha lavorato in un bar nel paese di Morciano di Romagna, creando relazioni e progetti tra i giovani e gli anziani del posto. Dopodiché ha collaborato a Torino con la Scuola Holden per diverse istallazioni gastronomiche. Dopo diverse esperienza, tra le quali anche quella teatrale, venne richiamato da un amico a San Clemente. Sentiva parlare di me e mi disse: “Devi tornare a fare l’Ivan a casa tua”. Così “ho realizzato il sogno della mia vita, proprio nel mulino dove andavamo a giocare da bambini. Ho visto lo spazio e quel luogo è diventata l’osteria Veglie in volo, dove ho cominciato davvero a fare Ivan Fantini. Ho fatto il cuoco – continua così Ivan – come desideravo. Aperto solo quattro giorni a settimana, solo per 28 persone, con quello che riuscivo ad avere come materia prima. Il menù cambiava ogni giorno. Gli altri giorni li passavo in campagna a fare i formaggi e le carni”.

Per cinque anni ha funzionato molto bene, era infatti considerato tra i migliori cuochi della Romagna. Dal 2008 è iniziato il declino, “in seguito alle nuove leggi sul fumo, sul controllo dell’alcool e del protocollo haccp”. Gli chiediamo in che senso tali nuove regolamentazioni hanno influenzato la sua attività. “Andavano fatte in maniera diversa. La biodiversità non era considerata. Io avevo un pubblico che da mezzanotte alle quattro ascoltava del jazz, leggeva poesie, sorseggiava distillati e mangiava cioccolata, marmellate e fumava sigari”.

Fu, quello, un periodo molto difficile per Ivan. “Ho avuto una crisi psico fisica, che si è riversata sul colon discendente. Sono dimagrito 10 chili. La mia passione mi stava ammazzando. L’unica cosa che potevo fare era smettere. Sono stato sconfitto da un sistema che non ho combattuto ma che credevo, almeno nel mio luogo e con la mia gente, potesse cambiare. Non ci sono riuscito. Ho accettato la sconfitta, perché le sconfitte possono servire. Ho smesso di voler cambiare il mondo e ho iniziato a voler cambiare me stesso in questo mondo”.

Siamo concentrati nell’ascoltarlo, le sue parole ci coinvolgono.ivanfantini2

Le enormi energie che ciò gli aveva generato le ha trasferite nel tagliare legna, disboscando un intero bosco e facendone un orto. Da lì è nato Boscost’orto, nome che si trova ora nei vasetti di marmellata da lui prodotti. L’orto ha iniziato a dargli un minimo di autonomia alimentare.

“Mi venne chiesto di buttare tutta la sua rabbia che avevo addosso per iscritto”. Così è nato il primo romanzo, Anonimo fra gli anonimi. Anche questa esperienza è servita molto a Ivan nel suo percorso di crescita. “Non avevo accettato le regole dell’editoria. Mi volevano diverso, ero bello e tatuato e potevo sfondare come personaggio”. Così decide di lasciare la casa editrice e regalarlo nel web. Lì “un piccolo editore l’ha considerato un manifesto politico e l’ha voluto stampare, a patto che non ne fosse cambiata una virgola da quello originale”. Dopo il primo romanzo è così uscito anche il secondo, Educarsi all’abbandono.

Così iniziano lunghe passeggiate, raccogliendo frutti selvatici e bacche. Da lì nasce l’idea di produrre marmellate e succhi di frutta. Con il baratto gli giungono cose che non riesce a prodursi, come il caffè, il riso, la farina di farro.
“Da una cassa di mele vengono fuori 14/15 barattoli di marmellata. È un qualcosa di enorme. È chiaro che ci vuole una persona che faccia e curi questa attività”.ivanfantini4

“Ci sentiamo molto ricchi. Una regola c’è, anche per noi anarchici: noi non abbiamo paura dell’altro, mai. Chi arriva, arriva. Hai difronte una persona anticapitalista e antifascista, decidi tu se starci o meno assieme”.

 

Io non posso più credere al senso collettivo della cosa, credo a tanti uno che che fanno il collettivo.
L’Italia che cambia c’è e fa davvero. Se io cambio quotidianamente è perché mi è arrivato qualcosa di nuovo ed è sempre qualcosa di cui non ho paura ed è qualcosa che mi fa reagire. Conosco dei romagnoli che fanno sul serio”.

E, sul serio, ringraziamo Ivan per aver condiviso con noi la sua illuminante vita da cuoco dimissionario eterodosso e scrittore per urgenza.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/10/io-faccio-cosi-139-ivan-fantini-una-vita-cambiamenti-verso-liberta/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general

L’agricoltore che coltiva senza acqua

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Federico Felli ha abbandonato la città nel 1998 ed è tornato alle sue radici, nella Cascina Nuova appartenete a suo nonno, fra Valenza e Casale Monferrato. La sua è una scelta di ritorno alla terra che in tanti hanno fatto e stanno facendo. Ma in questa storia c’è qualcosa in più. Felli, infatti, coltiva senza acqua grazie a un progetto realizzato dal Rodale Institute e messo a disposizione gratuitamente ai coltivatori di tutto il mondo. Alla base di questo metodo innovativo che consente di coltivare senza l’acqua, c’è il roller crimper, un rullo piegatore che viene attaccato al trattore e aiuta a concimare il terreno schiacciando le piante da sovescio, vale a dire quelle utilizzate tra una coltura e l’altra per arricchire il terreno. Nei periodi di pausa – per esempio fra il taglio del grano di luglio e la semina del mais in primavera – Felli pianta un mix di 36 erbe che vengono successivamente schiacciate dal rullo diventando una speciale pacciamatura e una concimazione naturale. E l’irrigazione? Con questo metodo non serve più. È sufficiente l’acqua che scende dal cielo. Niente acqua, niente concimi chimici, nessun intervento invasivo, tutto quello che serve è naturale. Felli, utilizzando i progetti del Rodale Institute e modificandoli grazie alla propria esperienza e all’aiuto dell’agronomo Cristiano Concaro, si è fatto costruire un rullo da un fabbro della Lomellina. Ora sta sperimentando questa metodologia su 14 ettari di terreno fra Lombardia e Piemonte. Una vera e propria “magia” che potrebbe trovare nuovi adepti fra gli agricoltori più illuminati.

Fonte:  La Stampa

Infelici a lavoro 3 giovani su 4. È fuga in campagna

“Oggi si registra un profondo cambiamento rispetto al passato, quando la vita in campagna era considerata spesso sinonimo di arretratezza e ritardo culturale nei confronti di quella in città”. Un’indagine della Coldiretti rivela che il 38 per cento dei giovani italiani oggi preferirebbe gestire un agriturismo piuttosto che lavorare in una multinazionale (28 per cento) o fare l’impiegato in banca (26 per cento).agricoltura_mani_cielo

Non c’è solo il problema della disoccupazione, più di tre giovani sotto i 40 anni su quattro (77 per cento) una volta trovato il lavoro pensano di cambiarlo perché sono scontenti. È quanto emerge da una analisi Coldiretti/Swg presentata all’Assemblea nazionale della principale organizzazione agricola dove è stato aperto il primo Open Space “Mollo tutto, nuova vita in campagna” con le storie, il lavoro ed i curiosi prodotti di chi ha cambiato radicalmente vita per andare a fare l’agricoltore in campagna, realizzando il sogno di tanti italiani. Secondo l’indagine Coldiretti/Swg, infatti, il 38 per cento dei giovani italiani oggi preferirebbe gestire un agriturismo piuttosto che lavorare in una multinazionale (28 per cento) o fare l’impiegato in banca (26 per cento). “Oggi si registra dunque un profondo cambiamento rispetto al passato, quando la vita in campagna era considerata spesso sinonimo di arretratezza e ritardo culturale nei confronti di quella in città”, ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini nel sottolineare che “si tratta di una vera rivoluzione culturale con il contatto con la natura ed i suoi prodotti che è diventato premiante rispetto all’impegno negli strumenti finanziari di un istituto di credito o nei prodotti fortemente pubblicizzati di una grande multinazionale”. Dalla maestra che rinuncia al posto fisso per diventare “agriartista” all’operatore di borsa che molla la finanza per dedicarsi alle agricolonie, da chi abbandona lo studio dentistico per dedicarsi al soccorso antifrane a chi dice addio alla promettente carriera da grafica editoriale per produrre “agricosmetici”, fino all’informatico che dimentica i computer per allevare capre ed aprire un agriturismo e all’avvocato che appende al chiodo la toga e va in campagna a produrre manna. Sono solo alcune delle fortunate storie di tanti giovani che hanno deciso con coraggio ed un pizzico di ottimismo di mollare i precedenti lavori e dedicarsi con entusiasmo all’agricoltura, raccontate attraverso le brillanti e innovative idee imprenditoriali durante l’Assemblea nazionale della Coldiretti. La creatività giovanile spazia dall’imprenditrice toscana, Valentina Rappelli, che ha mollato il suo precedente lavoro da assistente di uno studio dentistico per dedicarsi – afferma la Coldiretti –  con passione alla produzione di Vetiver, una pianta erbacea che viene utilizzata in ingegneria verde per  sostituire il cemento e consolidare le zone franose, al giovane bergamasco Paolo Rotoli, che ha fatto un percorso inverso rispetto a molti suoi coetanei passando dall’informatica all’agricoltura. Da titolare di un negozio di informatica ben avviato nel centro di Clusone  – sottolinea la Coldiretti -, Paolo ha deciso, nonostante il diploma di perito informatico, di abbassare la serranda e dedicarsi alla sua grande passione: la campagna e le capre dalle quali oggi ricava squisiti formaggi che fa assaggiare a tutti gli ospiti del suo agriturismo. Tra le novità del cambio lavoro – afferma la Coldiretti – non può mancare l’affascinante storia marchigiana di Paolo Guglielmi che da broker è diventato agricoltore “sociale” avviando le prime agricolonie, cioè veri e propri campi scuola in campagna per far trascorrere ai bambini del buon tempo a contatto con la natura e far scoprire loro i tempi e i sapori del mondo contadino, seguendo il ciclo delle piante dal seme fino alla raccolta del frutto, ma anche costruendo giocattoli di campagna con legno riciclato, giocando alla “zappa al tesoro”, realizzando stampe tramite l’utilizzo delle foglie. Ma tra le moltissime storie di ingegno imprenditoriale c’è anche quella di Annamaria Musotto che, dopo essersi laureata in giurisprudenza a Milano ed aver intrapreso gli studi per diventare notaio, ha deciso di tornare in Sicilia per produrre manna, non è quella che cade dal cielo ma uno straordinario dolcificante a basso contenuto di glucosio e fruttosio che si ottiene attraverso una particolare e tradizionale lavorazione del frassino. E ancora – continua la Coldiretti –  c’è anche la nuova esperienza emiliana di Silvia Bendanti che ha rinunciato al posto fisso da maestra per produrre dell’ottimo vino emiliano Igt di cui disegna personalmente e con molta cura le esclusive etichette, trasformandosi così in agriartista, e poi la brillante idea di Chiara De Miccolis che ha detto addio alla carriera da grafica editoriale per dedicarsi totalmente alla sua masseria dove produce ottimo olio extravergine di oliva Dop e cosmetici naturali in una vastissima gamma che va dalla crema corpo al doposole fino al sapone interamente realizzati con olio extravergine di oliva ed olii essenziali.

Leggi il vademecum della Coldiretti per diventare agricoltori

Fonte: il cambiamento

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