Agenzia Europea per l’Ambiente: CO2 nei limiti per la maggior parte delle auto. Ma lo smog?

Un nuovo rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente sottolinea come le emissioni di CO2 delle più grandi case produttrici di automobili siano ormai ampiamente al di sotto dei limiti di legge, raggiunti anche con un certo anticipo sul piano di marcia. Ma si può dire lo stesso delle emissioni di biossido d’azoto e particolato?380845

Auto europee sempre meno inquinanti per quanto riguarda le emissioni di CO2. A sostenerlo è l’ultimo rapporto pubblicato dall’Agenzia Europea per l’Ambiente Monitoring CO2 emissions from passenger cars and vans in 2013“, che evidenzia come tutte le grandi case produttrici di automobili regolari per l’uso quotidiano – niente auto da corsa, insomma – siano ormai ampiamente al di sotto dei limiti massimi previsti dalle direttive dell’Unione Europea per quanto riguarda le emissioni di anidride carbonica. Non solo: i traguardi sono stati raggiunti con largo anticipo sulle date previste per l’adeguamento. In media, le auto private per il trasporto persone emettono ad oggi – anzi, emettevano nel 2013, dunque ad oggi il dato sarà più basso – 126.7 grammi di CO2 al km. La Commissione Europea aveva previsto come termine ultimo per l’adeguamento il 2015, e il livello da raggiungere era 130 g CO2/km. Stesso discorso per van e furgoncini, il cui traguardo da raggiungere (175 g CO2/km) era fissato per il 2017, ma che già oggi producono in media 173.3 g Co2/km. Insomma, buone notizie sul fronte CO2. Dove invece di notizie buone ne arrivano poche è il versante smog. Nonostante l’enorme divario esistente tra le vecchie auto Euro0,1,2 e 3 e i modelli più recenti (qui), la crescita dei diesel, che produce meno CO2, non aiuta sul piano biossido d’azotol’inquinante più invasivo in Europa accanto al particolato sottile. In Italia come altrove i dati sulle concentrazioni di NO2 in atmosfera migliorano, seppur lentamente, ma nelle grandi città trafficate parliamo di livelli ancora molto lontani da quelli attualmente in vigore, e comunque in procinto di revisione. Nella classifica dell’ultimo Rapporto di Ecosistema Urbano (XXI) di Legambiente si legge che ben 15 città capoluogo italiane mantengono la media annuale di NO2 oltre la soglia accettabile per la salute (40 mcg/m3). Fra queste RomaTorinoTriesteMilanoMessina,PalermoGenova… insomma, quasi tutte le più popolate d’Italia e soprattutto le più dense di automobili.  Un altro elemento preoccupante per il quadro italiano è l’età del parco auto. Come recentemente evidenziato da ACI, (articolo completo qui) “In Italia è aumentata ancora l’età media del parco auto circolante più obsoleto d’Europa: l’età media delle quattro ruote è ormai di 9,5 anni; il rischio di morire in un incidente a bordo di un veicolo di 10 anni è più che doppio rispetto a una vettura di nuova immatricolazione; un Euro1 a benzina del 1993 fa registrare emissioni di monossido di carbonio superiori del 172% rispetto a un Euro4; un diesel Euro1 rilascia 27 volte il quantitativo di polveri sottili di un moderno Euro5”.

Fonte: ecodallecitta.it

Agenzia Europea dell’ambiente (EEA): nei mari europei aumentano le emissioni di anidride carbonica di circa il 35%.

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Secondo un recente rapporto dell’EEA, il trasporto marittimo contribuisce in modo significativo all’inquinamento dell’aria e al cambiamento climatico a causa della sua dipendenza dai combustibili fossili e del fatto che è uno dei settori meno regolamentati per quanto riguarda le fonti di inquinamento atmosferico, mentre l’inquinamento derivante da questo settore provoca un aumento delle malattie cardiache e respiratorie nell’uomo e danneggia l’ambiente attraverso l’acidificazione e l’eutrofizzazione. Mentre alcuni inquinanti atmosferici sono emessi lontano dalla costa, circa il 70% delle emissioni globali provenienti dalle navi sono emesse entro i 400 km dal litorale, senza contare che alcune sostanze inquinanti possono percorrere centinaia di chilometri nell’atmosfera. Vi è un chiaro legame tra la crescita economica e la circolazione delle merci, così le emissioni da trasporto marittimo cambiano di pari passo con il livello di attività economica, non a caso le emissioni di anidride carbonica (CO2) dovute ai trasporti marittimi internazionali in partenza da porti dell’UE sono aumentate di circa il 35% tra il 1990 e il 2010, così come altri inquinanti chiave hanno avuto un forte aumento nello stesso periodo; tuttavia, la maggior parte dei tipi di emissioni negli ultimi anni hanno iniziato a decrescere probabilmente a causa della recessione economica. Il rilascio di gas serra e di inquinanti atmosferici hanno complesse conseguenze sul clima, infatti mentre i primi hanno un effetto di riscaldamento, i secondi spesso portano al raffreddamento. Dalle ultime ricerche scientifiche sembra emergere che, a livello globale, il raffreddamento prodotto dall’aerosol atmosferico, prevalga sul riscaldamento prodotto dai gas serra. Secondo il rapporto dell’EEA, questo effetto potrebbe essere leggermente ridotto attraverso nuove leggi comunitarie riguardanti il tenore di zolfo dei carburanti delle navi, la cui regolamentazione ha già portato dei benefici grazie all’esistente legislazione dell’UE (Direttiva 2012/33/UE) che impone limiti più severi rispetto agli standard internazionali. Nel 2007 il traffico marittimo nazionale ed internazionale è stato responsabile dell’emissione del 3,3% di anidride carbonica globale (CO2), e circa il 30% di questa viene emessa su rotte che passano attraverso i porti europei. Il rapporto sottolinea che il modo più semplice per tagliare sia l’inquinamento atmosferico sia i gas serra sarebbe puntare su una migliore efficienza del carburante che potrebbe già essere raggiunta se solo le navi riducessero la loro velocità del 10% in modo da ridurre la domanda di energia di circa il 19%. Alcuni compagnie di spedizione sono passate al gas naturale liquido (GNL), che porta all’eliminazione delle emissioni di SO2 e una forte riduzione delle emissioni di NOx e di CO2. L’obiettivo principale della relazione è quello di offrire una panoramica completa sullo stato dell’arte della letteratura scientifica recente, riguardante le emissioni del settore dei trasporti marittimi, affrontando una vasta gamma di argomenti quali:

– la registrazione delle navi, il diritto marittimo internazionale e la legislazione ambientale europea (capitolo 2);
– il monitoraggio e la creazione di modelli previsionali per il consumo di carburante marittimo e le conseguenti emissioni (Capitolo 3);

– le tendenze passate e future degli inquinanti atmosferici e del gas a effetto serra (GHG) da trasporto marittimo (capitolo 4);
– le emissioni da trasporto marittimo e qualità dell’aria (capitolo 5);

– gli impatti sul cambiamento climatico (capitolo 6).

Fonte: EEA

KYOTO: l’Italia (forse) centra gli obiettivi 2008-2012

kyoto

Secondo il “Dossier Kyoto 2013″ realizzato dalla Fondazione Sviluppo Sostenibile, l’Italia ha centrato il suo obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra, fissato con la firma nel 1997 del Protocollo di Kyoto, arrivando ad una riduzione del 7%.

L’obiettivo minimo per l’Italia corrispondeva ad un abbattimento totale del 6,5%: secondo quanto diffuso dalla Fondazione dunque il Belpaese non solo ha centrato, ma ha superato gli obiettivi minimi: si legge nel Dossier Kyoto che la media di emissioni annue italiane negli ultimi 5 anni si è attestata a 480 milioni di tonnellate (a fronte di un limite di 483 imposto dal protocollo). I prossimi obiettivi di riduzione fissati dalla road map europea sono di 440 milioni di tonnellate di CO2 nel 2020 e di 370 nel 2030.

Tuttavia, solo pochi mesi fa era stata l’Europa, con l’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), a mettere in guardia l’Italia: nonostante l’Unione sia riuscita ad abbattere quasi dell’8% le sue emissioni, i passi in avanti italiani non avevano convinto Bruxelles, che solo nell’ottobre scorso ammoniva l’Italia:

L’Italia non ha ancora comunicato alcun piano concreto riguardo all’acquisto di quote supplementari (Kyoto unit) rispetto a quelle già previste in precedenza. E’ l’unico paese dell’Ue a non aver fornito alcuna informazione sullo stanziamento delle risorse finanziarie.

Si legge rapporto dell’EEA “Greenhouse gas emission trends and projections in Europe 2012“, ove si spiega che l’acquisto dei cosiddetti ‘carbon credit’.

L’obiettivo italiano era di tagliare le emissioni totali del 6,5% rispetto ai rilievi del 1990, da raggiungere come media annuale del periodo 2008-2012; una riduzione che ha riguardato il larghissima parte solo il settore industriale (settore Ets, la cosiddetta “borsa delle emissioni”, cioè quegli impianti che possono acquistare quote di Co2 da altri più virtuosi) mentre le politiche sul settore “non Etf” si sono adagiate sulla speranza che avvenisse il miracolo; ma l’aritmetica e la scienza non sono soggette, pare, a chissà quali interventi divini.

Il rapporto della Fondazione va pertanto preso con le dovute accortezze; secondo il presidente della Fondazione Sviluppo Sostenibile Edo Ronchi l’incredibile recupero è stato possibile non solo grazie alla crisi economica ma anche e sopratutto grazie alle scelte industriali e produttive fatte.

Il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini, dal canto suo, plaude al risultato:

L’aver centrato gli obiettivi di Kyoto è un segnale importante per l’Italia, l’indicazione puntuale che il percorso di decarbonizzazione dell’economia italiana è stato avviato e deve proseguire secondo le linee indicate dal piano nazionale definito dal Governo per raggiungere gli obiettivi già fissati in sede europea al 2020 e al 2030.

si legge sul sito del Ministero dell’Ambiente, ove però non compaiono dichiarazioni sul rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente dell’ottobre scorso.

Fonte: Fondazione Sviluppo Sostenibile