Storie del vento: turbine open source, eolico di comunità… e di monastero!

Dall’Africa, all’America Latina all’Europa, il mini eolico rappresenta un’opportunità per le piccole comunità locali

Oggi è la giornata globale del vento; questa giovane ricorrenza è nata del 2007 sull’onda della crescita globale dell’energia eolica, decuplicata negli ultimi dieci anni. Con la colonna sonora piuttosto appropriata di Wind of change (video qui sopra), vogliamo oggi ripercorre alcune storie del vento, cioè di come l’energia eolica, anche se di media o piccola scala,  ha cambiato la vita di persone e comunità.

Turbine open source in Africa e America Latina

Piet Chevalier è un ingegnere olandese che ha fondato I love windpower, un’associazione che promuove lo sviluppo dell’eolico di piccola scala con progetti che si inseriscono nelle economie locali di paesi in via di sviluppo, sia in Africa (Mali, Tanzania, Malawi) che in America Latina (Messico, Brasile). Sfruttando un progetto di turbina open source sviluppato dall’ingegnere gallese Hugh Piggott, Chevalier sta insegnando a giovani africani e americani come progettare, costruire e installare micro turbine eoliche. Si tratta di impianti di potenza minima, pochi kilowatt di picco, che sono però perfettamente adatti alle disponibilità tecnico-finanziarie e alle esigenze di molti piccoli centri rurali.

Eolico di comunità in Polonia

L’eolico di comunità non è solo esclusiva della Germania. A Kobylnica, un piccolo centro nella vicina Polonia, sono state installate 18 turbine con una produzione annua di quasi 100 GWh; gli agricoltori dicono di aver vinto la lotteria, perché ricevono un significativo affitto dai produttori, ma tutti i cittadini ne beneficiano perché le tasse pagate dalle turbine rappresentano oltre il 10% del bilancio comunale.

Pale eoliche nel monastero ortodosso

Romania, Monastero di San Cassiano (delta del Danubio). Per risolvere il problema del rifornimento energetico, una decina di anni fa i monaci ortodossi hanno costruito una mini turbina eolica utilizzando l’alternatore di un autocarro.  L’impianto permette di alimentare frigorifero, lavatrice, ompa di calore, luci e un laptop, oltre a pompare l’acqua dal pozzo. Altri dieci monasteri hanno seguito l’esempio di San Cassiano e si producono l’energia da sè.

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Fonte: ecoblog.it

Land Grabbing: l’Africa del nuovo colonialismo

E’ in atto una silenziosa ricolonizzazione dell’Africa su vasta scala. Come? Con il consumo, anzi il furto di suolo. Ed è di questo che si parlerà alla prima Conferenza africana sul land grabbing che terrà in Sud Africa dal 27 al 30 ottobre prossimo.lan_grabbing_africa

A raccontare con una lucidità esemplare quanto è accaduto e sta accadendo in Africa è Bwesigye Bwa Mwesigire, scrittore e avvocato ugandese, co-fondatore del Center for African Cultural Excellence di Kampala. E mette subito il dito su una piaga aperta: «Si dice che una delle ragioni per le quali il sistema dell’apartheid in Sud Africa non è stato smantellato, malgrado gli sforzi di Mandela, sia la questione della terra». Perché? Perché «la decolonizzazione resta incompleta se la terra non ritorna ai proprietari di diritto, quelli che ne furono brutalmente defraudati». Mwesigire afferma senza ombra di dubbio che è in atto una «silenziosa ricolonizzazione su vasta scala», travestita da sviluppo economico e da lotta alla povertà ma la cui finalità è unicamente la soddisfazione degli interessi delle multinazionali che vogliono profitti sui mercati e più cibo da commercializzare, mentre agli africani vengono negati i diritti e i bisogni.
La terra è fonte di vita e di morte 

La terra non è solo un bene materiale. Nel 1997 la Church Land Conference di Johannesburg ha attestato come la terra è e dovrebbe essere al di sopra e al di là dei mercati e della politica, perchè la terra è fonte di vita, come la madre che dà nutrimento ai figli i quali altrimenti morirebbero di fame. Come diceva Andile Mngxitama sul The Chimurenga Chronic nell’aprile 2013, «la terra è sempre con noi, ci dà la vita e, quando moriamo, ci riaccoglie». Nello stesso articolo Andile raccontava la storia di Sipho Makhombothi, fondatore  del Landless People’s Movement, che aveva lasciato istruzioni affinchè alla sua morte lo si seppellisse vicino ai suoi antenati. I membri del movimento lo hanno accontentato sfidando le armi dei bianchi che rivendicavano la proprietà di quelle terre. Due anni dopo il corpo di  Makhombothi venne riesumato per ordine del tribunale. Andile ci ricorda che «le ossa di Makhombothi, senza terra in vita e senza terra nella morte, chiedono ancora giustizia». Gli effetti del furto della terra non sono visibili solo in Sud Africa.Il Kenya, ad esempio, ci rimanda storie di famiglie che possiedono intere contee e che  sostengono politici di ben definite idee. In Namibia gli europei che vi risiedono possiedono territori enormi, terre dalle quali i nativi sono esclusi. Da quando nel nord dell’Uganda sono state deposte le armi, la guerra ha virato verso la terra. I profughi che erano fuggiti avevano lasciato le loro terre e gruppi industriali vi hanno poi scoperto giacimenti di materie prime; sono quindi emersi nuovi conflitti che vedono i gruppi industriali e il governo da una parte e i cittadini dall’altra. Le donne del distretto di Amuru  – dove la macchina del land grabbing utilizza metodi anche intimidatori – protestano senza abiti contro i leader politici in segno di spregio e rabbia. Nel sud dell’Uganda la gente non voleva che la foresta di Mabira venisse trasformata  nell’ennesima piantagione di canna da zucchero. Ci fu una grandissima manifestazione a Kampala, durante la quale si sparò ai dimostranti. I giornali riportarono che il land grabbing era stato fermato ma in realtà interi pezzi di foresta furono disboscati per far posto alle coltivazioni.

L’African Union è complice

Mwesigire sostiene che il linguaggio dello sviluppo economico è la giustificazione che si tenta di dare al land grabbing. E’ un’azione ben pianificata e spesso presentata con finalità positive. «Ironicamente l’African Union è complice in questo nuovo piano – spiega l’avvocato ugandese – E questo piano prevede il “New Alliance for Food Security and Nutrition in Africa” del G8 and l’Alliance for a Green Revolution in Africa (AGRA)». Secondo l’African Centre for Bio-Safety, la nuova ondata di colonialismo è chiarissima. La pianificazione include l’omogeneizzazione delle leggi in Africa a favore degli investimenti stranieri in agricoltura, leggi di proprietà a favore delle multinazionali straniere e l’autorizzazione all’utilizzo di sementi geneticamente modificate.   Tutto ciò danneggia irreparabilmente la stragrande maggioranza dei piccoli agricoltori e la cosiddetta agricoltura di sussistenza. Depauperare di tutto i piccoli agricoltori significa controllare le loro vite e trasformarli in consumatori di prodotti . L’uso di sementi ogm permette alle multinazionali di esigere le royalties dagli agricoltori e distrugge la biodiversità che aveva permesso di garantire un’agricoltura sostenibile nel continente. I piani per la ricolonizzazione stanno già funzionando. Un rapporto pubblicato nell’aprile scorso dall’inglese World Development Movement (WDM), intitolato Carving up a continent: How the UK government is facilitating the corporate takeover of African food systems , affermava che enormi tratti di terreni nei paesi africani con accesso al mare e alta crescita economica sono nel mirino di gruppi come Monsanto e Unilever con l’aiuto dei governi inglese e Americano.  Secondo quel rapporto, gli accordi siglati con alcuni paesi africani chiave (Benin, Burkina Faso, Etiopia, Ghana, Costa d’Avorio, Malawi, Mozambico, Nigeria, Senegal e Tanzania) espongono enormi distese di terra africana al rischio di “furto” da parte delle multinazionali dietro la scusa di combattere la povertà e garantire il cibo. Come riporta l’African Centre for Bio-Safety, grandi progetti come il Pro-Savanna nel nord del Mozambico stanno già cacciando gli agricoltori dalle loro terre imponendo sistemi su larga scala per l’export. Come nel colonialismo del 19imo secolo, anche in questa nuova forma di colonialismo contemporaneo entità africane stanno collaborando, politici e governanti che firmano accordi e permettono alla macchina coercitiva delle miltinazionali di agire.

«Il colpevole mantra dello sviluppo e del mercato che soddisfa tutti i bisogni – dice Mwesigire – non considera il fatto che le popolazioni africane vengono nutrite grazie ai piccoli agricoltori e non dai grandi gruppi che invece pensano solo all’export e ai mercati ricchi. Si pensa all’Africa come alla macchina produttrice di ciò che andrà poi a soddisfare i bisogni dell’Occidente. Le multinazionali e i governi stranieri che le finanziano non hanno alcun interesse nella sicurezza alimentare e nella sovranità alimentare delle popolazioni africane». Nel 2012, l’Human Rights Watch ha riportato che il governo etiope ha costretto decine di migliaia di persone ad abbandonare le loro terre per darle agli “investitori”. La BBC ha spiegato come la terra sia stata acquistata dai cinesi e dall’Arabia Saudita che vogliono coltivarci oltre un milione di tonnellate di riso per esportarlo poi a casa loro. In Liberia, una comunità della contea Grand Bassa sta resistendo all’Equatorial Palm Oil (EPO), una società inglese che vuole ricavare in quelle terre l’olio di palma. Il governo ha concesso alla società 169.000 ettari di terreni senza consultare le oltre 7.000 persone del clan Jogbahn che vive in quelle terre da generazioni. Il presidente liberiano ha fatto promesse a quella gente, ma appunto sono solo promesse.
A fronte di questa situazione, si terrà dal 27 al 30 ottobre 2014 la prima Africa Conference on Land Grab al Parlamento Pan Africano, in Sud Africa.

Si ringrazia Bwesigye Bwa Mwesigire

Fonte: il cambiamento.it

Con un piccolo aiuto l’Africa potrebbe quadruplicare le sue fonti rinnovabili di energia

Da qui al 2030 con investimenti adeguati si potrebbe arrivare a installare 120 GW di energia pulita, in un continente che produce meno elettricità della Spagna

In Africa la capacità di produrre energie rinnovabili dovrebbe quadruplicare entro il 2030 arrivando a 120 GW, secondo le previsioni di Adnam Amin il direttore dell’ Agenzia internazionale per le energie rinnovabili. Il potenziale delle energie rinnovabili è enorme sostiene Amin, se gli investitori internazionali dedicheranno abbastanza attenzione alla regione. L’Agenzia sta cooperando con 22 paesi dell’Africa Orientale e meridionale per sviluppare le infrastrutture per la generazione e la trasmissione. Secondo la Banca Mondiale, la produzione elettrica subsahariana è attualmente inferiore a quella spagnola, ma potrebbe superare il gap sviluppando centinaia di progetti a bassa emissione di carbonio. Già oggi, nei paesi del’Africa orientale si stima che il costo della produzione di energia da vento, acqua, biomasse e geotermico è più basso del costo degli impianti fossili. Il fotovoltaico è per il momento più caro, ma alcuni paesi come il Kenya stanno facendo grandi investimenti anche in questo settore. Maggiori criticità presenta invece l’idroelettrico, soprattutto per quanto riguarda i grandi progetti come la diga Gibe III che potrebbe sconvolgere l’ecosistema della valle del Nilo (non è solo il petrolio a fare disastri, come in Nigeria). I maggiori beneficiari di questi megaprogetti sono normalmente le produzioni delocalizzate delle multinazionali (come ad esempi l’allumino) più che le popolazioni locali.Potenziale-rinnovabili-in-Africa

Fonte: ecoblog.it

In Africa una scuola galleggia grazie a barili riciclati e funziona con pannelli solari

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‘A’ come ‘Africa’, ‘acqua’, ma anche ‘amore’ per l’ambiente e ‘ambizione’, l’ambizione di costruire un futuro migliore: il progetto della prima scuola galleggiante inaugurata nei sobborghi di Lagos, precisamente a Makoko, in Nigeria, potrebbe essere descritto con queste semplici parole. Ma dietro a tutto ciò si nasconde un desiderio molto più grande, alimentato dalla speranza di chi sogna per le popolazioni africane un destino diverso da quello che i ‘potenti’ della terra sembrano aver già scritto. L’artefice di questo incredibile progetto è un architetto locale,Kunle Adeyemi, che affascinato dalle case su palafitte ammirate nella vicina Lagos, ha riadattato l’idea per costruire una scuola in grado di accogliere i 100 bambini della comunità ‘galleggiante’ di Makoko. Per realizzarla ci sono voluti 6.000 dollari, il legno naturale delle foreste, tanta fatica e soprattutto 256 barili di plastica che di fatto permettono al fabbricato di galleggiare sulle tempestose acque del Golfo di Guinea. L’edificio è provvisto di un sistema di pannelli solari che provvedono al rifornimento di energia elettrica, mentre l’acqua delle toilette proviene da una cisterna di raccolta delle acque piovane. Riparati dal sole e dalle intemperie, i piccoli studenti del singolare edificio scolastico sono diventati i pionieri di un nuovo modo di concepire l’architettura locale in maniera sostenibile per l’ambiente e utile per le persone. Il prototipo, infatti, si presta a molteplici declinazioni e impieghi e potrebbe diventare la soluzione abitativa perfetta per le comunità costiere africane. C’è chi guarda ancora più lontano e immagina che la diffusione di un simile modello potrebbe cambiare per sempre il rapporto – finora molto conflittuale – che gli africani hanno con l’acqua (associata per lo più alle grandi calamità naturali) stimolando così lo sviluppo dell’intero continente.

Fonte: tuttogreen

La storia di Elisa, da stilista a missionaria in Tanzania

Colpita dal “mal d’Africa” e dalla voglia di cambiare vita, ha abbandonato il suo lavoro per un grande brand di abbigliamento e si è trasferita in Tanzania per fare la volontaria in un orfanotrofio. Elisa Grazioli ci racconta la sua esperienza.elisa_grazioli_tanzania

“Se si ha assaggiato almeno un po’ di Africa non si può fare a meno di volerci ritornare e respirare la sua vita. È una malattia senza guarigione, difficile da spiegare a chi non l’ha mai sperimentata. La terra è rossa, l’erba è verde, la luce è abbagliante, il cielo di giorno è di un azzurro intenso, essendo più vicino alla terra di quanto non sia ad altre latitudini, e la sera regala uno spettacolo luminoso di stelle che, senza l’inquinamento atmosferico delle nostre città, illuminano la notte. La Via Lattea appare subito con tutta la sua luce anche all’osservatore meno attento. Forse sono proprio questi colori messi insieme che mi hanno riportato qui in Tanzania e che mi accompagnano ogni giorno in questa esperienza di volontariato”. Elisa descrive così, di getto e con lo sguardo rivolto in alto tipico di chi sta sognando a occhi aperti, la sua esperienza africana. Fino a un anno fa aveva un contratto a tempo indeterminato con un importante marchio di abbigliamento, per cui faceva la stilista. Una vita tranquilla, la stabilità economica, il futuro garantito… ma le mancava qualcosa. Ciò di cui aveva bisogno lo ha trovato, in modo quasi casuale, in Tanzania.

Quando hai pensato di partire per l’Africa, c’è stato un aspetto in particolare – un racconto, un momento di intima riflessione, un’immagine… – che ti ha aiutato a fare questa scelta?

Sono arrivata qui non per un motivo specifico, ma perché in casa mia si è sempre parlato di questo continente “lontano” e la voglia è cresciuta piano piano attraverso i racconti dei miei genitori, che sono stati i primi a venire qui e a descrivere queste persone speciali e questi posti così diversi, che hanno suscitato in me grande curiosità. Nel 2011 sono partita per la prima volta per la Tanzania grazie all’associazione Albero di Cirene di Bologna; lì ho conosciuto un gruppo di ragazze con la mia stessa voglia di scoperta e con loro ho condiviso questa bellissima avventura di volontariato che rimarrà sempre nel mio cuore. Abbiamo raggiunto un piccolo villaggio chiamato Nyakipambo, dove abbiamo tinteggiato e decorato un asilo che l’associazione Gruppo Missionario Alto Garda e Ledro aveva appena finito di costruire. Lì abbiamo dipinto l’asilo, ma ci siamo anche inserite nella vita del villaggio e dei suoi abitanti e ci siamo confrontati con loro. Sono tornata nell’estate del 2012 e in quel viaggio la mia curiosità è cresciuta ancora di più e ho capito che le tre settimane di ferie estive non erano sufficienti per entrare davvero in sintonia con questi luoghi. In quell’occasione ho avuto la possibilità di conoscere l’orfanotrofio di Tosamaganga: lì, circondata da tantissimi bambini che mi chiamavano per nome chiedendo un’attenzione o una carezza, sono stata avvolta dal desiderio di trascorrere più tempo con loro.bambini__2

Quali sono state le reazioni delle persone che ti erano vicine quando hai deciso di partire?

Una volta tornata in Italia, ho condiviso questo mio desiderio con la mia famiglia e con le persone vicine a me: la loro reazione è stata positiva, ma come tutti coloro che ci vogliono bene, mi hanno messo in guardia, riferendosi per esempio al periodo negativo che l’Italia sta attraversando e al fatto che oggigiorno lasciare un lavoro sicuro non è una scelta facile né conveniente. Certo, erano dubbi che anch’io mi ero posta, ma se una cosa la si vuole veramente secondo me la si deve rincorrere e non si deve avere paura di intraprendere una nuova avventura. Poi, se sarà destino, ritornerò sulla strada di prima; siamo sempre in tempo a tornare indietro. Viceversa, questa nuova esperienza mi potrebbe aprire orizzonti nuovi che, senza viverla, non potrei mai scoprire. Ma il bello delle nuove avventure è proprio la sensazione di incertezza e di sfida che le caratterizza.

Quali sono le differenze culturali e spirituali fra la nostra società – in cui abbonda la ricchezza economica ma scarseggiano benessere e felicità – e quella tanzaniana e africana?

Qui ogni cosa è intensa, dal profumo dell’olio di girasole all’abbraccio di un bambino, al sole che picchia sulla testa ricordandoti che in Africa la vita non è facile. Specialmente per noi “wageni”, ovvero stranieri, l’esistenza quotidiana è molto impegnativa, a partire dal caldo, dal sole che ti segue tutto il giorno e rende tutto più lento. L’acqua è diversa, così come il cibo, e il nostro corpo è catapultato in un ambiente sconosciuto e ha bisogno di tempo per abituarsi al cambiamento. Così come esso metabolizza questi mutamenti un po’ alla volta, anche nel nostro voler aiutare il prossimo dobbiamo avanzare con prudenza. Una frase di Giuseppe Alamanno, un missionario che ha operato in Africa, esprime perfettamente il concetto: “Non dobbiamo semplicemente fare del bene: dobbiamo farlo con diligenza e nel miglior modo possibile. La pazienza va seminata dappertutto”. “Pazienza” è una parola che mi è tornata spesso in mente in questo periodo, perché oltre alla diversità del clima e dell’ambiente, bisogna fare i conti anche con la diversità culturale. Tante cose ci accomunano e tante altre ci dividono. I tanzaniani sono un popolo gentile e accogliente e lo si vede subito dai saluti; per loro il saluto è importantissimo, non sono mai avari con il tempo da dedicare ai convenevoli, si informano sulla salute delle persone che incontrano e della loro famiglia, anche se non le conoscono. La famiglia per loro occupa un ruolo centrale nella vita ed essi attribuiscono una grande importanza ai matrimoni e agli altri riti sociali. Anche nella nostra società la famiglia è importante, ma oggigiorno è diventato normale crearla sempre più tardi, perché ci preoccupiamo prima del lavoro, di trovare una sistemazione economica buona che possa dare stabilità alla futura vita familiare. Difatti, quando ci si confronta su questo argomento, viene sempre fuori quella buffa domanda: “Come mai a trent’anni una donna italiana non ha ancora figli?”. Qui, a quell’età, sono già al secondo! Qui non danno peso ai soldi e alla stabilità economica; hanno quella piccola dose di “irresponsabilità” che a noi ci manca e che a loro forse permette di vivere la vita nel presente più che nel futuro… Ma non voglio esprimere giudizi di merito, perché non credo esistano un modo giusto e uno sbagliato.bambini_tanzania3

C’è qualche aspetto in particolare che ti ha colpita?

Il loro legame con la Terra, sulla quale camminano a piedi nudi. Ma anche il rapporto col cibo, che spesso mangiano senza posate e che per loro significa semplicemente nutrimento e non è legato al “culto” della gastronomia come da noi. In occidente è diverso: da fonte di sostentamento, il cibo si è evoluto; la varietà da noi è apprezzata, mentre per loro spesso non c’è questa possibilità, ma anche quando ce l’hanno non osano molto, poiché sono conservatori e abitudinari. Dico “conservatori” perché spesso qui si trovano “bianchi” che vengono a operare come volontari, che portano il loro aiuto, la loro conoscenza e parlano con loro. Confrontandoci, anche se si opera in settori diversi, emerge sempre un comune denominatore: la diffidenza nei confronti dei nostri consigli. Non dicono mai di no perché sono un popolo molto gentile, ma ce lo fanno capire… Ho riflettuto spesso su questa cosa e ho concluso che forse è dovuta alla colonizzazione: il loro è sempre stato un popolo soggiogato, che ha sempre ricevuto ordini, e ora vogliono dimostrare di essere in grado di farcela anche da soli. E lo possono fare, perché non è grazie ai bianchi che vanno avanti, anzi, ma questo atteggiamento al tempo stesso li frena. Comunque siamo noi gli ospiti della loro terra e cerchiamo di dare una mano nel modo in cui a loro è più comodo.

Ci puoi parlare del progetto che stai seguendo?

Vi sto scrivendo dalla Tanzania-Iringa-Tosamaganga, dall’orfanotrofio delle Suore Teresine, Kituo Cha Watoto Yatima. Questa casa è la mia casa e le persone che ci lavorano e i bambini adesso sono la mia famiglia. Questa famiglia è composta da 66 bambini che variano dal mese ai sei anni di età, 6 suore, una ventina di dade e altri 3 volontari tedeschi. Ognuno ha il suo ruolo e ci si aiuta a vicenda per rendere tutto divertente ma nello stesso tempo efficace e formativo. I bambini sono divisi in quattro gruppi: lattanti, piccoli, medi e grandi. Il gruppo che seguo è quello dei piccoli, che vanno dai nove mesi ai tre anni e questi 16 bimbetti ci riempiono la giornata!

E qual è la tua giornata tipo?

È una domanda che mi sento porre spesso! Ora provo a descriverla… I giorni qui in Africa iniziano presto la mattina e con i bimbi è normale. Verso le 7.30, dopo aver fatto colazione, mi reco nella stanza dei “miei” bimbi, che quando mi scorgono da lontano iniziano a chiamare “Elisa, Elisa, Dada Elisa!”. Queste vocine che urlano il mio nome sono una cosa bellissima e i loro occhi che mi cercano per un’attenzione, una coccola o semplicemente uno sguardo mi scaldano il cuore e mi riempiono la giornata! Si inizia riempiendo i biberon e i bicchierini di latte, si cambiano, si puliscono e poi tutti in cortile a giocare! C’è chi è alle prese con le prime parole – mamma, dada e anche Elisa è diventata una di esse –; non potete immaginare la gioia nel sentire una vocina pronunciare il mio nome, in quel momento il mio cuore batte a mille! Altri sono alla scoperta del mondo visto a quattro zampe e quindi iniziano a gattonare dappertutto alla ricerca dei loro amici. Poi ci sono quelli che piano piano cercano di prendere il via alzandosi e provando a camminare da soli. Ogni giorno si fanno dei progressi, dal rimanere in piedi, al camminare con l’aiuto una mano… e un po’ alla volta vedi che lasciano la presa e cercano di avanzare da soli! Ogni giornata ha il suo evento: Joseph ha fatto i primi passi, Enjoy ha detto la sua prima parola, Lecho ha imparato a battere le mani… queste sono soddisfazioni che riempiono il cuore di gioia. Poi ci sono i più grandicelli del gruppo che corrono e ti saltano addosso alla ricerca di un abbraccio o ti chiamano per farsi guardare mentre scendono dallo scivolo o semplicemente per invitarti a giocare insieme a loro con dei tappi di bottiglia. Giochi semplici ma capaci di infondere grande felicità. A metà mattinata arriva l’ora del semolino: si recuperano i 16 bambini sparsi per il cortile e li si mette a sedere uno accanto all’altro su un kitenge – un tessuto africano – con il proprio bavaglino e in gruppo si inizia a imboccarli. Alla fine del pasto, i bimbi vanno a nanna e io mi reco in stanza a studiare il kiswahili; piano piano, con l’aiuto di uno dei volontari tedeschi, sto imparando questa lingua, importantissima sia con i bambini che con le dade con cui lavoro tutti i giorni. Dopo l’ora del pisolino e il mio pranzo, ritorno dai miei folletti birbanti, do loro del latte e li riporto a giocare in cortile. Verso le quattro, un altro po’ di semolino, cambio pannolino e tutti a nanna fino alle otto, dopo di che si prende il latte e ci si riaddormenta nuovamente per raggiungere Morfeo nel cuore della notte.

C’è un bambino di cui ci vuoi parlare in particolare?

In questo gruppo c’è anche Neema, una bimba che ha bisogno di assistenza e non è autosufficiente a causa di un problema cerebrale che compromette la funzionalità degli arti, che devono essere sollecitati e movimentati. L’altro problema da cui è affetta è la contrazione della massa muscolare nella zona di bacino e gambe e per questo ha bisogno di essere rilassata con esercizi ripetuti giornalmente. Con lei, due volte alla settimana, andiamo in città, a Iringa, per delle sedute di fisioterapia in un centro specifico per bambini e quotidianamente svolgiamo gli esercizi che ci danno da fare a casa. Quest’anno Neema ha compiuto tre anni. Il nostro primo incontro risale all’estate 2012: era sdraiata a pancia all’aria su una coperta e osservava sorridendo i suoi amici passarle vicino… abbiamo incrociato i nostri sguardi, mi ha sorriso chiedendomi con gli occhi di andare a giocare con lei e così ho fatto. Da quel momento in poi abbiamo pensato che sarebbe stato bello che Neema potesse avere la possibilità di provare a camminare e a giocare con gli altri bambini, quindi abbiamo deciso di adottarla a distanza e aiutarla nel suo percorso. Una volta tornata in Italia, insieme al mio amico Matteo, ho parlato ai nostri conoscenti di Neema e della nostra idea di aiutarla e grazie anche alla collaborazione delle suore siamo riusciti a trovare un centro specialistico per bambini con problemi come i suoi. Ora io e lei siamo inseparabili! Per raccontare la mia esperienza ho aperto il blog unatwigaintanzania.blogspot.it, dove cerco di trasmettere le emozioni che sto vivendo. Non è come vivere questa esperienza in prima persona, ma spero tanto di arrivare ai vostri cuori e farli battere almeno una volta come sta facendo il mio in questo momento. Non so cosa mi aspetta quando tornerò in Italia, ma sarò sicuramente felice di quello che avrò fatto in Africa e una parte di me rimarrà per sempre in questa Terra.

Fonte: il cambiamento

 

Energie rinnovabili: l’Etiopia scommette sull’eolico

Ad Ashegoda inaugurato il più grande parco eolico dell’Africa sub-sahariana: produrrà 400 milioni di KWh all’anno158201369-586x380

Il più grande parco eolico dell’Africa sub-sahariana è stato aperto da Hailemariam Desalegn, primo ministro dell’Etiopia. Si tratta di un passo decisivo per quanto riguarda il settore delle energie rinnovabili nel continente africano. Il parco eolico di Ashegoda è composto da 84 turbine hi-tech e la sua realizzazione è costata circa 210 milioni di euro. Situato a circa 760 chilometri a nord della capitale Addis Abeba, il parco eolico è situato poco fuori Macallè, nello stato di Tigray ha una capacità di 120 MW e produrrà 400 milioni di KWh all’anno. Il parco eolico inaugurato sabato dal premier Desalegn è stato completato con tre anni di lavori e dopo l’inaugurazione di sabato 26 ottobre è stato supervisionato dalla compagnia tedesca Lahmeyer International e co-finanziato dalla francese Vergnet. Nel corso dei lavori, durati tre anni e mezzo, la costruzione del parco eolico ha sottratto la terra a 700 agricoltori: è stata data loro una compensazione finanziaria, ma molti hanno protestato per l’inadeguatezza della stessa. Il progetto fa parte di un piano strategico con il quale l’Etiopia punta a diventare il principale produttore di energie rinnovabili della regione sub-sahariana. Negli ultimi due anni ad Adama, località a sud est della capitale, sono stati costruiti due parchi con una capacità di 50 MW. Il Paese ha bisogno di energia per sostenere una crescita economica che nell’ultimo decennio ha avuto una media annua del + 10%. Attualmente i blackout sono la norma nelle principali città del Paese e circa la metà degli etiopi non ha ancora accesso all’energia elettrica. Se, invece, si guarda a tutti i paesi dell’Africa sub-sahariana sono circa due terzi della popolazione a non avere accesso all’energia con una punta dell’85% nelle zone rurali del Paese.

Fonte:  The Guardian

Un progetto di energia a basso costo per l’Africa

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Nelle regioni più remote dell’Africa, ambulatori e cliniche riescono ad alimentare i dispositivi medici e gli impianti di illuminazione solo per mezzo di generatori a gasolio, inquinanti e molto costosi. E senza contare il disagio imposto nei mesi invernali dall’assenza di sistemi per il riscaldamento dell’acqua. Di fronte a questa situazione pesante da sopportare, una startup fondata da un gruppo di studenti ed ex-allievi delMIT (Massachusetts Institute of Technology) ha creato un impianto solare a concentrazione integrato in unciclo di Rankine organico, un ciclo termodinamico che converte il calore in lavoro. Entriamo nel dettaglio. Il sistema fa uso di uno specchio parabolico per catturare la luce del sole e riscaldare un fluido termovettore, del comune liquido antigelo usato nei radiatori; questo a sua volta cede l’energia ad una sorta di condizionatore inverso. Invece di richiedere energia elettrica per pompare aria fredda da un lato e aria calda dall’altro, il sistema genera elettricità utilizzando la differenza di temperatura tra aria e fluido riscaldato.

Ma non è tutto, perchè il termovettore, al tempo stesso, è in grado di fornire calore e acqua calda. Basta aggiungere poi una fase separata di refrigerazione, ed ecco che come d’incanto si riesce a mettere in circolo anche aria fredda.

Forse ti potrebbe interessare anche: Un prototipo di questo sistema cheap è stato installato in una piccola clinica nel Lesotho, nella parte più fredda e meridionale del Continente. L’equipe del MIT sta però guardando oltre, il prossimo anno prevede di avere altri cinque sistemi pienamente operativi, presso strutture di ricovero e scuole. Al termine della sperimentazione, che durerà qualche anno, si potrà capire se davvero si sarà trovata la strada per  garantire elettricità pulita e a basso costo in  queste terre isolate. Per il momento possiamo dire che le premesse sono buone. L’elemento chiave del sistema è una turbina a espansione, impiegata per convertire il calore in elettricità. Il lavoro encomiabile dei ricercatori ha permesso di risolvere anche uno dei limiti più grandi del progetto, vale a dire la necessaria presenza di un operatore esperto incaricato di regolare temperature, pressioni e tensioni. Al posto delle braccia umane è stato sviluppato un sofisticato software di controllo automatizzato, il che riduce la manutenzione alla sola pulizia degli specchi, programmata ogni 6 mesi.

Fonte: tuttogreen

Pannelli solari fai da te: una speranza per l’Africa?

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Per molti in Africa l’accesso all’elettricità è decisamente limitato. La costruzione delle infrastrutture non è riuscita a tenere il passo con la diffusione massiva di cellulari e non è quindi insolito che per trovare un punto dove ricaricare il proprio telefono si cammini per diverse ore. Spesso, inoltre, i punti di ricarica sono alimentati con generatori a benzina o diesel, che naturalmente emettono anidride carbonica e sono estremamente inquinanti. Mark Kregh, direttore dell’azienda di pannelli solari Knowyourplanet, ha ideato un progetto in cui sperimentare l’energia solare come metodo alternativo per ricaricare telefoni e batterie: “Il progetto è iniziato alcuni anni fa, quando un mio amico senegalese mi ha chiesto se avevo dei prodotti a basso costo che permettessero di sfruttare l’energia solare in Africa. Gli ho detto che il fotovoltaico non era praticabile, poiché avrebbe necessitato componenti troppo costosi. Ma continuavo a pensarci, così dopo alcune ricerche, ho scoperto che c’era un’intera comunità che produce pannelli solari riutilizzando rottami.”  Per la creazione dei pannelli, il progetto pilota prevede inizialmente la sperimentazione di alcuni materiali quali vetro, LED, batterie, legno metallo, cavi e connettori per testare quali forniscono un miglior funzionamento. Grazie alla donazione di 5.000 sterline ricevuta tramite “World in Need”, a Febbraio Kragh si recherà in Kenya per donare i 1000 kit per la produzione di pannelli solari fai da te e formare la popolazione in modo che possano crearli in maniera autonoma. L’obiettivo finale è quello di creare un caricabatterie con un dollari che duri almeno cinque anni. Kragh afferma: “Miriamo a formare la popolazione locale per dare la possibilità di avere un lavoro e dunque un proprio reddito, in modo da non dover essere dipendenti dai produttori europei e cinesi”. Un progetto che ha indubbiamente un notevole potenziale e che fornisce delle competenze e una certa indipendenza alla popolazione. Un reale aiuto.

Fonte: tuttogreen

L’Africa è ricchissima d’acqua ma non viene sfruttata

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Il primo studio su scala continentale delle riserve idriche del sottosuolo africano, condotto dalla rivista Enviromental Research Letters, ha prodotto un risultato sbalorditivo: il sottosuolo africano gode di oltre mezzo milione di chilometri quadrati d’acqua, con un range variabile tra lo 0,36 e 1,76 milioni di chilometri quadrati. Ovvero, 20 volte la quantità di acqua dolce contenuta nei laghi africani. La ricerca è stata condotta su circa 283 differenti bacini idrici. La distribuzione dei bacini sotterranei ovviamente non è uniforme nel Continente: le riserve più grandi sono sotto i paesi nordafricani e del Sahel. In quella zona, secondo le valutazioni dei ricercatori, il bacino è “spesso” 75 metri ed è, in sostanza, quello che resta dell’acqua che una volta, ben cinquemila anni fa, era abbondante nell’Africa settentrionale. Un secondo grande bacino giace tra la Repubblica democratica del Congo e la Repubblica centrafricana, mentre un terzo è nel sud, a cavallo di Namibia, Botswana, Angola e Zambia. Purtroppo pero’ i ricercatori avvertono pure che non tutta quest’acqua è facilmente raggiungibile per l’estrazione. Ma al contempo, in molti paesi africani pozzi “opportunamente collocati e adeguatamente costruiti” possono sopportare un cospicuo aumento dell’estrazione idrica, sebbene debbano rispettare “pause inter-annali per ricaricare le riserve”, le quali in alcuni casi hanno una “età ciclica” compresa tra 20 e 70 anni, al ritmo attuale di basso e talvolta bassissimo sfruttamento. A tal fine, l’obiettivo dello studio è anche quello di arrivare a una valutazione più realistica della sicurezza idrica e dello stress idrico, attraverso più accurate analisi regionali e locali, onde evitare che, presi dall’entusiasmo, si finisca per esaurire facilmente una pur ricca portata d’acqua. Si stima  che sono circa 300 milioni le persone senza un accesso stabile all’acqua potabile e che vivono in territori dove solo il 5 per cento delle terre coltivabili è effettivamente e regolarmente irrigato. Pertanto occorre capire bene come tali bacini possono essere sfruttati, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. Molti si trovano in grande profondita’, altri, come detto, sono di lenta rigenerazione. Non resta che attendere fiduciosi, qui la tecnologia può davvero aiutare.

Fonte: tuttogreen

In Africa una scuola galleggia grazie a barili riciclati e funziona con pannelli solari

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‘A’ come ‘Africa’, ‘acqua’, ma anche ‘amore’ per l’ambiente e ‘ambizione’, l’ambizione di costruire un futuro migliore: il progetto della prima scuola galleggiante inaugurata nei sobborghi di Lagos, precisamente a Makoko, in Nigeria, potrebbe essere descritto con queste semplici parole. Ma dietro a tutto ciò si nasconde un desiderio molto più grande, alimentato dalla speranza di chi sogna per le popolazioni africane un destino diverso da quello che i ‘potenti’ della terra sembrano aver già scritto. L’artefice di questo incredibile progetto è un architetto locale, Kunle Adeyemi, che affascinato dalle case su palafitte ammirate nella vicina Lagos, ha riadattato l’idea per costruire una scuola in grado di accogliere i 100 bambini della comunità ‘galleggiante’ di Makoko. Per realizzarla ci sono voluti 6.000 dollari, il legno naturale delle foreste, tanta fatica e soprattutto 256 barili di plastica che di fatto permettono al fabbricato di galleggiare sulle tempestose acque del Golfo di Guinea. L’edificio è provvisto di un sistema di pannelli solari che provvedono al rifornimento di energia elettrica, mentre l’acqua delle toilette proviene da una cisterna di raccolta delle acque piovane. Riparati dal sole e dalle intemperie, i piccoli studenti del singolare edificio scolastico sono diventati i pionieri di un nuovo modo di concepire l’architettura locale in maniera sostenibile per l’ambiente e utile per le persone. Il prototipo, infatti, si presta a molteplici declinazioni e impieghi e potrebbe diventare la soluzione abitativa perfetta per le comunità costiere africane. C’è chi guarda ancora più lontano e immagina che la diffusione di un simile modello potrebbe cambiare per sempre il rapporto – finora molto conflittuale – che gli africani hanno con l’acqua (associata per lo più alle grandi calamità naturali) stimolando così lo sviluppo dell’intero continente.

Fonte: tutogreen