La colpa è del Bajon. L’insostenibilità del turismo di massa

Una volta si chiamavano “vacanze”. Parola che aveva il significato di tempo vuoto, cioè vuoto dagli impegni assillanti del lavoro o dello studio. Oggi, che tutti vivono in città, o comunque vivono come quelli di città, in ambienti malsani e con ritmi innaturali, le vacanze non ci sono più. Ci sono i viaggi e il turismo di massa.

“La colpa non è mia è colpa del bajon, mi piace immensamente il ritmo del bajon. Se faccio una pazzia è  senza l’intenzion, in fondo è tutta colpa del  bajon”

Una volta si chiamavano “vacanze”. Parola che aveva il significato di tempo vuoto, cioè vuoto dagli impegni assillanti del lavoro o dello studio. Tempo da riempire col riposo, lo svago, la lettura, il conversare e, sopratutto, con il ritorno alla natura e il suo godimento salutare per il corpo e lo spirito. Le vacanze, infatti, riguardavano la gente di città, che viveva in un ambiente malsano e con ritmi innaturali, e che aveva bisogno di ritemprarsi, rigenerarsi e disintossicarsi fisicamente e moralmente tra campi e boschi, rive di mare o di laghi. Oggi, che tutti vivono in città, o comunque vivono come quelli di città, in ambienti malsani e con ritmi innaturali, le vacanze non ci sono più. Ci sono i viaggi e il turismo di massa.

Massa: “Quantità di materia unita in modo da formare un tutto compatto di forma indefinita”.

Cultura di massa: “Quella diffusa nei vari strati sociali grazie alla stampa, alla pubblicità, ai mezzi audiovisivi”.

Spinti alla competizione e all’ostentazione anche nei viaggi e nelle vacanze dai “mezzi di comunicazione di massa”, gli esseri umani diventano “strati” e “materia compatta di forma indefinita”, priva dunque di discernimento, responsabilità, capacità di deduzione e intuizione: priva di coscienza. Solo questo può spiegare perché, avendo otto anni di tempo per mantenere il riscaldamento globale entro un grado e mezzo, e limitare così distruzioni immani e catastrofi anche umane, o undici anni per restare entro i due gradi e scongiurare forse l’estinzione futura pressoché totale della vita sul pianeta, la massa umana, il 24 luglio del 2019 anno di disgrazia, abbia fatto in modo di superare il record di tutti i tempi di voli aerei: 225.000 in un solo giorno. E la massa mediatica l’abbia annunciato con giubilo, invece che col grido di orrore che sarebbe stato opportuno.

Gli aerei sono responsabili del 5% dei gas serra che vomitiamo in atmosfera ogni anno, anzi lo erano perché il calcolo è vecchio di qualche anno e le emissioni aviatorie continuano ad aumentare. Calcolo di organizzazioni scientifiche non dipendenti dall’industria aereonautica, naturalmente, che invece minimizza. Ma i carburanti che gli aerei bruciano non producono solo gas serra, inquinano in molti altri modi e, se tenete conto anche del fatto che una piccola percentuale degli umani, solo il 5%, viaggia in aereo e riesce a produrre già soltanto con questa sua abitudine il 5% del riscaldamento globale, la faccenda diventa ancora più inquietante. Soprattutto se il viaggio aereo è fatto per “svago” o per risparmiare qualche ora di tempo. Nel 1998 uno studio attuato per conto della Commissione Europea rilevava che le emissioni degli aerei “potrebbero avere un notevole effetto sulla chimica dell’atmosfera e sullo strato di ozono”.

Sono passati molti anni e le emissioni continuano ad aumentare e la massa mediatica non vi racconta che una parte di tali emissioni, quando l’aereo vola in alto in alto, un puntino luccicante nel blu dipinto di blu, vanno direttamente nella stratosfera e non tornano più giù. Più! Nessuna pianta, nessun vegetale può assorbirle, lassù. Ma nel delirio consumistico-competitivo il viaggio è diventato un consumo, una competizione, un vanto, una corsa. Sempre di più e sempre più lontano, sempre più costoso e/o sempre più strano e improbabile. O almeno così crede il massaturista, che crede tra l’altro di scegliere mentre invece è spinto dalla pubblicità e dall’imitazione verso quelle mete sulle quali il mercato turistico globale ha deciso di puntare. Nella demenza finale anche i luoghi che si prevede il riscaldamento globale farà sparire, contribuendo così a farli sparire sicuramente e rapidamente. Come ogni altro aspetto della vita del ricco Occidente e dei suoi collaterali, il viaggio è diventato conquista sociale, ostentazione, collezione, mania. Così, mentre sono in coda come alla cassa del supermercato, i ricchi turisti che arrancano uno dietro l’altro verso la cima dell’Everest, e ogni tanto ci lasciano le penne e sempre ci lasciano i loro rifiuti, credono di aver conquistato una superiorità rispetto al resto del genere umano. Semplicemente, ancora una volta, la superiorità del denaro e della sua ostentazione. La guerra dei cosiddetti “viaggi”, sempre più frenetica, sta contribuendo grandemente a deturpare e distruggere ogni angolo del pianeta. Isole, spiagge, savane vengono cementificate per gli alberghi dei turisti; le baie diventano porti per i panfili o le navi da crociera; i rifiuti e i liquami di migliaia di persone che non badano a risparmiare riciclare riusare ma solo a consumare (è per quello che si viaggia, no? E poi, come si fa a riciclare, in luoghi dove non c’è la raccolta differenziata!) finiscono molto spesso in mare, di notte e al largo, dove le correnti se ne incaricheranno. Duecento milioni di persone al mondo lavorano in tutti quei villaggi turistici, alberghi, resort del sud del mondo, con paghe da fame, senza orari e contando solo sulle mance per sopravvivere. Per questo sono così gentili e servizievoli, non l’avevate capito? E per questo le vacanze di lusso negli alberghi di lusso non sono più un lusso, se si scelgono come meta i paesi poveri. E non dite che non l’avevate capito.

Ad Angkor Wat enormi complessi alberghieri hanno svuotato la falda acquifera e dopo quasi mille anni di esistenza l’enorme e magnifico tempio rischia di crollare  perché il suolo sta cedendo: in pochi decenni i turisti armati di macchina fotografica e poi smartphone sono riusciti a fare quello che nemmeno la giungla aveva fatto in dieci secoli.

A Pompei spariscono i mosaici pezzo per pezzo.

Nel più grande sito archeologico precolombiano del Messico, Teotihuacan, le piramidi si stanno sbriciolando per il calpestio di milioni di persone.

Nel parco Masai Mara, dove il massaturista va per vedere gli animali africani, a furia di disboscare per costruire alberghi e bungalow, gli animali stanno scomparendo.

Le navi da crociera stanno distruggendo le barriere coralline nei Caraibi.

I Masai vengono cacciati dalle loro terre per fare posto ai resort.

Negli alberghi di Zanzibar si consumano 1500 litri di acqua a persona al giorno, una famiglia di abitanti di Zanzibar ne consuma 93 al giorno; nei resort di Goa il turista consuma  1754 litri di acqua al giorno, l’abitante di Goa ne consuma 14; spesso gli abitanti di Goa si sono ritrovati senza acqua, i turisti no.

Dunque il massaturista potrebbe dire come Attila (che non lo disse) “dove passo io non cresce più un filo d’erba” o potrebbe paragonarsi ai Romani quando dissero “Cartago delenda est” e sparsero pure il sale sulle rovine per assicurarsi che nulla potesse più crescere in quei luoghi. Una differenza sta nel fatto che sia Attila che i Romani sapevano di compiere un’azione distruttiva e malvagia.

Il viaggio sarebbe un’altra cosa. Richiede tempo, lentezza. La lentezza che occorre, se non per affondare radici, almeno per tastare il terreno e nutrirsene. Nel viaggio vero non c’è nulla da ostentare, se non cultura, conoscenza, capacità di adattamento, spirito di osservazione, vivacità di sensi e di sentimenti, capacità di comunicare, empatia. Tutte doti spirituali che nel trionfo del mercato non hanno più valore. Per chi tali doti possiede, qualsiasi luogo sconosciuto, fosse anche a trenta chilometri da quello dove vive, può regalare l’esperienza del viaggio; può arricchire la mente, può imprimersi nel ricordo, permettere di conscere persone e ambienti inaspettati.

I 225.000 voli aerei in un giorno, invece, contribuiscono a distruggere luoghi vicini e lontani, contribuiscono alle tempeste che sradicano milioni di alberi sulle Alpi e gli Appennini, ai 38 gradi delle zone artiche con relativi incendi, ai tre mesi di siccità amazzonica che fomentano la sua riduzione in cenere, ai 50 gradi dell’India e alla sua siccità con un’infinità di morti umani e animali e piante.

Ma, naturalmente, non è colpa nostra. Aspettiamo che siano i governi a dichiarare l’emergenza climatica, e se poi agiscono in netto contrasto con quello che dicono, possiamo sempre criticarli. Certo, più grande è il potere di una persona, più grande è la sua responsabilità. Ma come potrà un qualsiasi politico contrastare il potere di quei 225.000 voli aerei in un giorno? Di milioni di persone che in questo come in ogni altro campo ogni giorno versano i propri soldi nelle tasche di chi inquina, distrugge, sfrutta, corrompe; di milioni di persone che ogni giorno, attraverso i propri consumi, manifestano una volontà precisa, anche se inconsapevole? La volontà di consumare tanto e possibilmente pagare poco, senza tenere conto di nessuna conseguenza. “La colpa è del bajon”

L’aumento dell’effetto serra siamo tutti noi: con responsabilità piccole o grandi siamo tutti colpevoli. I soldi che versiamo tutti i giorni nelle tasche delle multinazionali e delle lobbies affaristiche globali, comprese quelle del turismo, nelle tasche degli schiavisti sfruttatori, dei petrolieri, della grande distribuzione, aumentano ogni giorno il loro potere. Perdipiù, le scelte che facciamo indicano ai politici dove tira il vento, che cosa è gradito alla massa, che cosa è “popolare”.

Dichiariamo la nostra personale emergenza climatica e teniamo fede alla dichiarazione, solo così avranno un senso e acquisteranno forza le lotte per l’ambiente, le manifestazioni, le iniziative per informare, i comitati per opporsi agli scempi ambientali. E, se proprio vi piace la competizione, che sia quella a chi consuma meno e meglio. Alla faccia del PIL e della criminale e micidiale crescita economica.

Fonte: ilcambiamento.it

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Gli aerei? Sempre di più e più inquinanti

A dirlo è il Rapporto ambientale europeo dell’aviazione 2019, pubblicato da Easa, Eea e Eurocontrol: i voli aerei aumenteranno di oltre il 40% di qui al 2040 e peggiorerà l’impatto sui cambiamenti climatici, sul rumore e sulla qualità dell’aria.

Il Rapporto ambientale europeo sull’aviazione 2019 è stato pubblicato congiuntamente dall’EASA, dal EEA e da EUROCONTROL e fornisce una valutazione aggiornata delle “prestazioni” ambientali del settore dell’aviazione in Europa. Il rapporto afferma che la crescita del settore ha aumentato il suo impatto negativo sui cambiamenti climatici, il rumore e la qualità dell’aria.

Il numero di voli è cresciuto dell’8% tra il 2014 e 2017 e si stima possa aumentare del 42% tra il 2017 e il 2040. Inoltre, a partire dal 2014 è stato osservato un aumento delle emissioni acustiche e delle sostanze inquinanti.
Nel 2016, l’aviazione produceva il 3,6% delle emissioni di gas serra nell’Europa a ventotto membri e il 13,4% di quelle legate al settore dei trasporti. Nel 2011, considerando tutte le sorgenti esaminate nella Direttiva sul Rumore Ambientale nell’Unione Europea, di tutte le persone esposte a livelli di rumore oltre la soglia, il 3,2% lo era a causa dell’aviazione. E questo dato non è destinato a diminuire, visto che il rapporto atteata una sostanziale stabilizzazione del numero di persone esposte a livelli significativi di rumore nelle aree circostanti i 47 principali aeroporti europei. Si prevede, inoltre, un aumento del numero di aeroporti che gestiscono più di 50.000 movimenti di aeromobili annuali, che passeranno da 82 nel 2017 a 110 nel 2040. Pertanto, l’inquinamento acustico generato dal traffico aereo potrebbe ugualmente influire sulle nuove aree urbane coinvolte. E non è tutto: entro il 2040, le emissioni di anidride carbonica e ossidi di azoto dovrebbero aumentare di almeno, rispettivamente, il 21% e 16%. Secondo le stime, un aereo di linea inquina come circa 600 auto non catalizzate (Euro 0). Di conseguenza i più grandi aeroporti italiani emettono ogni giorno la stessa quantità di emissioni di circa 350mila auto Euro 0. Vogliamo viaggiare tutti e a basso costo? Eccoci serviti. I voli low cost si moltiplicano, il traffico aereo si annuncia in crescita costante, tutti in tutto il mondo vogliono raggiungere luoghi lontani. Pagandone conseguenze assai pesanti.

Fonte: ilcambiamento.it

Aerei e autocarri alimentati dai rifiuti, il Regno Unito pubblica un bando da 22 milioni di sterline

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Il ministero dei trasporti finanzia progetti per lo sviluppo di combustibili ottenuti da materiali di scarto per mezzi molto pesanti che non possono essere alimentati elettricamente. L’iniziativa si inserisce tra le misure tese a superare definitivamente i combustibili fossili entro il 2040, anno in cui in UK saranno vietate tutte le auto a benzina e diesel

Prosegue l’impegno del Regno Unito verso una mobilità a basse emissioni per risolvere la piaga dell’inquinamento atmosferico, individuato come il più grande rischio ambientale per la salute pubblica in Gran Bretagna. L’ultima iniziativa consiste in un bando del Ministero dei Trasporti (Dtf), che offre 22 milioni di sterline a sostegno di progetti per lo sviluppo di combustibili ottenuti da materiali di scarto per aerei e autocarri, mezzi molto pesanti che non possono essere alimentati unicamente dall’energia elettrica. Sono circa 70 i gruppi che hanno già mostrato interesse a partecipare. L’iniziativa si inserisce in quella serie di misure tese a superare definitivamente i combustibili fossili nell’ambito dei trasporti entro il 2040, anno in cui nel Regno Unito saranno vietate tutte le auto a benzina e diesel. I dati del Dtf mostrano che i gli aerei e i camion alimentati da combustibili ottenuti dai rifiuti potrebbero consumare fino al 90% meno di Co2 rispetto a quelli alimentati da combustibili fossili tradizionali. Le prove di combustibile a getto fatta da materiali di scarto sono già stati condotti in Europa e in Nord America. Lo scorso anno, una società statunitense che lavora con Virgin Atlantic ha creato un combustibile a getto da gas industriali di rifiuti da acciaierie, che è stato stimato per il 65% più pulito del combustibile gassoso convenzionale. BP a novembre ha annunciato un investimento di 30 milioni di dollari nella società statunitense Fulcrum BioEnergy, che svilupa biocarburanti da rifiuti domestici. Uno studio del 2014, che ha tra i committenti, accanto al WWF, compagnie aree come British Airways e Virgin Airways, ha stimato invece che i biocarburanti ottenuti da rifiuti e sottoprodotti organici potrebbero soddisfare fino al 16% del fabbisogno europeo di energia per i trasporti su strada. Il lavoro fa i conti sul potenziale energetico dell’enorme quantità di rifiuti e scarti che produciamo in Europa tra settore agricolo, industriale e residenziale. Si parla di 900 milioni di tonnellate all’anno di materiale organico, dei quali circa 220 milioni potrebbero essere usati a fini energetici: ad esempio ci sono 139 milioni di tonnellate di residui agricoli, 44 milioni di tonnellate di organico da rifiuti urbani, 40 milioni di di tonnellate di scarti forestali e 1 milione di tonnellate all’anno di olio di frittura usato. Il ministro dei trasporti britannico, Jesse Norman, ha dichiarato: “Stiamo finanziando imprese innovative, che porteranno allo sviluppo di combustibili alternativi efficienti, sostenibili e puliti. Vogliamo che ogni nuova vettura e furgone nel Regno Unito sia ad emissioni zero entro il 2040, ma sappiamo che i camion e gli aerei si baseranno su combustibili più tradizionali per gli anni a venire, per cui dobbiamo promuovere alternative rispettose dell’ambiente”.

Il DfT ritiene che i carburanti a basso tenore di Co2 prodotti da rifiuti potrebbero valere 600 milioni di sterline per l’economia britannica entro il 2030 e creare fino a 9.800 nuovi posti di lavoro.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Ma quanto inquinano gli aerei?

Negli ultimi 24 anni il traffico aereo è aumentato dell’80% e stessa percentuale di aumento si è registrata per le emissioni di CO2 e si prevede che cresceranno di un altro 45% entro il 2035. Nel 2014 2,5 milioni di persone sono state esposte al rumore dei 45 principali aeroporti europei e si prevede che il numero aumenterà del 15% tra il 2014 e il 2035. Il trend, che si evince dal Rapporto ambientale sull’aviazione europea, non è sostenibile. Dobbiamo accettare il fatto che occorre tornare ad essere cittadini a chilometro zero, su tutti i fronti.

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Il Rapporto ambientale sull’aviazione europea, pubblicato il 29 gennaio scorso da EEA è il risultato di una stretta collaborazione tra la Commissione europea, l’EASA (European Aviation Safety Agency) e Eurocontrol. È alla sua prima edizione e fornisce informazioni sulle prestazioni ambientali del settore dell’aviazione con lo scopo di monitorare il sistema europeo, valutarne i significativi impatti e mettere in atto misure per renderlo più sostenibile. Il trasporto aereo, il cui valore economico e sociale non può essere ignorato, è in forte espansione. Tra il 1990 e il 2014 il numero di voli è aumentato dell’80% (anche per effetto del proliferare dei voli low cost a servizio del turismo mordi e fuggi) e si prevede che crescerà di un ulteriore 45% tra il 2014 e il 2035incrementando sempre di più le emissioni climalternati a livello globale, ma anche l’inquinamento dell’aria, il rumore ambientale e altri fattori di pressione a livello locale. Alcuni miglioramenti tecnologici, come il rinnovo di alcune flotte e una maggiore efficienza nella gestione del traffico aereo, e altri fattori strutturali, come la crisi economica iniziata nel 2008, hanno fatto tornare le emissioni e l’esposizione al rumore del 2014 vicini ai livelli registrati nel 2005. Tuttavia, in valori assoluti, le emissioni di anicride carbonica di anicride carbonica sono aumentate di circa l’80% tra il 1990 e il 2014, e si prevede che cresceranno di un ulteriore 45% tra il 2014 e il 2035. Le emissioni di ossido di azoto sono raddoppiate tra il 1990 e il 2014 e si prevede che cresceranno di un ulteriore 43% tra il 2014 e il 2035. In linea generale, la ricerca tecnologica per limitare gli impatti ambientali del settore del trasporto aereo non ha tenuto il passo con l’aumento della domanda, come è avvenuto in altri settori. I livelli di rumore di alcuni jet sono stati ridotti, da circa 2 a 4 decibel e recentemente sono stati introdotti più rigorosi limiti di rumorosità, insieme a limitazioni di emissioni di NOX e CO2, ma l’intera flotta europea sta lentamente invecchiando e l’età media dei velivoli era di circa 10 anni nel 2014. Nello stesso anno circa 2,5 milioni di persone sono state esposte al rumore dei 45 principali aeroporti europei nel 2014 e si prevede che il numero aumenterà del 15% tra il 2014 e il 2035.

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La ricerca sui carburanti sostenibili alternativi è molto lenta. In alcuni voli commerciali europei si sono sperimentati carburanti alternativi sostenibili, ma la produzione regolare di questi biocarburanti, che al 2020 doveva essere di 2 milioni di tonnellate (Flighpath), non sembra raggiungibile. Quanto al traffico aereo, la rete gestisce 27.000 voli e 2,27 milioni di passeggeri al giorno. Sono 92 gli aeroporti europei che partecipano al programma Airport Carbon Accreditation, sistema ambientale o di gestione della qualità certificata, e 20 di questi sono carbon neutral.

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Tuttavia si prevede che entro il 2035, in assenza di altre misure, circa 20 principali aeroporti europei dovranno affrontare problemi relativi alla congestione del traffico e all’aumento delle emissioni. Il sistema di scambio di emissioni dell’Unione europea (EU ETS)  attualmente copre tutti i voli intraeuropei, ma si stima che le riduzioni di CO2 tra il 2013 e il 2016 dovranno essere pari di 65 milioni di tonnellate. Inoltre, il settore del trasporto aereo è uno tra i più esposti al rischio derivato dagli effetti dei cambiamenti climatici. Occorre dunque cominciare a mettere in atto azioni preventive a livello nazionale e a livello europeo per prepararsi a fronteggiare eventi e potenziali impatti futuri per sviluppare efficaci forme di resilienza, come sottolinea il rapporto stesso. La situazione appare dunque sempre più insostenibile, anche perché impatta fortemente non solo sull’ambiente ma anche sulla salute della popolazione. Già nel 2014 Isde, l’associazione italiana Medici per l’Ambiente, denunciava come «le popolazioni che vivono in prossimità degli aeroporti pagano, in termini di malattie e cause di morte correlate anche a questa particolare forma d’inquinamento, il prezzo più alto di scelte che hanno spesso messo al primo posto il profitto di pochi invece che la salute dei cittadini». La soluzione? Tornare ad essere cittadini “a chilometro zero”, su tutti i fronti, adottando stili di vista sostenibili perchè… quello che stiamo consumando è il Pianeta dove viviamo!

Gli aerei facciamoli di carta e giochiamoci con i nostri figli…

Si ringrazia Arpat Toscana

Fonte: ilcambiamento.it