In 60mila per dire no alle trivelle in Adriatico

Il decreto Sblocca Italia dell’attuale governo ha dato in pasto l’Italia alle trivelle e i risultati non hanno tardato a mostrarsi. Ma sabato ben 60mila persone sono scese in piazza a Lanciano per dire no a uno di questi progetti, Ombrina Mare (presentato dalla Medoilgas Italia, oggi Rockhopper). E domenica assemblea nazionale del movimento “Blocca lo Sblocca Italia”.noombrina_mare

È stato un immenso corteo, con 60.000 persone che hanno fatto sentire la loro voce. E il giorno dopo, domenica, a Pescara, si è riunita l’assemblea nazionale del movimento “Blocca lo Sblocca Italia” che, in attesa di definire tempi e modi dell’eventuale proposta di due referendum e di una nuova manifestazione, ha istituito gruppi di lavoro e ha deciso di puntare sulla formazione degli attivisti per allargare la protesta.

Ma cerchiamo di capire così Ombrina Mare.

«A 6 chilometri dalla Costa dei Trabocchi dovrebbe sorgere la piattaforma petrolifera Ombrina Mare- spiegano dall’associazione Zona 22 di San Vito Chietino, proprio la località dove dovrebbe sorgere l’impianto – Sarà 35×24 metri, alta 43,50 metri sul livello medio marino (come un palazzo di 10 piani), sarà collegata a 4-6 pozzi che dovrebbero essere perforati in un periodo di avvio del progetto della durata di 6-9 mesi. Solo in questa fase verrebbero prodotti 14.258,44 tonnellate di rifiuti, soprattutto fanghi di perforazione. L’esatta composizione dei fanghi è coperta da segreto industriale, ma si tratta sicuramente di sostanze tossiche, talvolta vengono utilizzati anche elementi radioattivi. Oltre ad una torre che raffina petrolio in mezzo al mare ci sarebbe poi una nave, uguale a quella che a seguito di un incidente nel Pacifico ha creato un disastro ambientale di enormi proporzioni. La piattaforma sarà collegata ad una grande nave per diventare una vera e propria raffineria galleggiante, definita Floating Production, Storage and Offloading (FPSO), posizionata con ancoraggi a 10 chilometri di distanza dalla costa».

«La battaglia contro le trivellazioni in mare si fa sempre più dura. E su Ombrina Mare dobbiamo denunciare l’inerzia di tutti coloro che hanno ostacolato la nascita del Parco, a cominciare dagli amministratori locali» ha detto Legambiente alla manifestazione. Infatti, proprio “grazie” a Renzi e allo Sblocca Italia, è ripresa la pressione per realizzare nuovi pozzi e piattaforme. «Nell’anno della Cop21, dove si giocherà la partita del nuovo protocollo per combattere il cambiamento climatico – ha dichiarato da Lanciano il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – questo progetto ha una drammatica valenza simbolica per tutto il paese e non riguarda solo l’Abruzzo. E’ in assoluto contrasto con ogni strategia che voglia lottare contro i cambiamenti climatici. Un ennesimo progetto della vecchia economia novecentesca del petrolio, che mette a rischio tutta l’economia sana della zona ed è in radicale contrasto con la costituzione del Parco della Costa Teatina, che da anni stiamo inseguendo».

Decine di piattaforme sono già attive per l’estrazione di gas e petrolio nel mare Adriatico, Ionio e nel Canale di Sicilia. «Sul versante italiano dell’Adriatico – prosegue Legambiente – le piattaforme già attive per l’estrazione di greggio sono 6 e sono attive, anche, 39 concessioni per l’estrazione di gas, da cui si estrae il 70% del metano prodotto in Italia. L’Adriatico, per le sue caratteristiche di “mare chiuso”, è un ecosistema molto importante e un ambiente estremamente fragile già messo a dura prova, ciononostante le aree interessate da attività di ricerca petrolifera in questa fetta di mare coprono quasi 12.000 chilometri quadrati. Complessivamente, le richieste presentate per le attività di ricerca e prospezione di idrocarburi nei fondali italiani sono 72 e interessano un’area marina pari a circa 32mila chilometri quadrati nel caso della ricerca e 92mila chilometri quadrati nel caso della prospezione».

Le quantità di idrocarburi in gioco, però, inciderebbero ben poco sull’economia e sull’indipendenza energetica dello Stato. Tutto il greggio presente sotto il mare italiano, stimato in circa 10 milioni di tonnellate, sarebbe infatti sufficiente, stando ai consumi attuali, al fabbisogno energetico di sole 8 settimane. La maggior parte del guadagno andrebbe a compagnie private. Gli eventuali e possibili danni ricadrebbero sulla collettività. Ed è dei giorni scorsi il via libera del Consiglio dei ministri al recepimento della direttiva 2013/30/UE sul rafforzamento delle condizioni di sicurezza ambientale delle operazioni in mare nel settore degli idrocarburi. Che parla chiaro: serve un’accurata relazione sui grandi rischi e sugli incidenti che potrebbero verificarsi, la verifica delle garanzie economiche da parte della società richiedente per coprire i costi di un eventuale incidente durante le attività, l’applicazione di tutte le misure necessarie per individuare i responsabili del risarcimento in caso di gravi conseguenze ambientali fin dal rilascio dell’autorizzazione.

«Passaggi che a quanto pare non sono stati considerati dal governo nell’iter autorizzativo di Ombrina Mare» ha commentato Giuseppe Di Marco, presidente di Legambiente Abruzzo, nel sottolineare come un ultimo punto importante della direttiva sull’offshore riguardi la partecipazione del pubblico e come nel processo di autorizzazione vada tenuto conto del parere dei cittadini, amministrazioni e enti dei territori interessati dalle richieste.

«Mancano inoltre all’appello – aggiunge Giuseppe Di Marco – valutazioni sugli effetti che l’attività avrà sul mare e sulle aree protette già oggi presenti sulla costa, tra cui aree SIC che richiedono una valutazione di incidenza ambientale».

Per quanto riguarda Ombrina Mare, gli studi presentati parlano di un greggio di pessima qualità, presente in quantità trascurabile, sufficiente a coprire a fatica lo 0,2% del consumo annuale nazionale e di una quantità di gas sufficiente a coprire appena lo 0,001% del consumo annuale nazionale, con una ricaduta locale (in termini di royalties) equivalente all’importo di mezza tazzina di caffè all’anno per ogni abruzzese.

«Con le trivellazioni, se c’è qualcosa da guadagnare non è certo per il Paese» conclude Legambiente.

Intanto l’assemblea nazionale di “Blocca lo Sblocca Italia” di domenica 24 maggio ha deciso di istituire sei gruppi di lavoro: Comunicazione e Informazione, Mobilitazione, Referendum abrogativo ‘Sblocca Italia’ e revisione costituzionale, Formazione Tecnica, Tecnico-Giuridico, Salute e Ambiente. E si sta valutando un referendum.

Fonte: ilcambiamento.it

Piattaforme petrolifere: la strategia della Croazia nell’Adriatico

Mentre con la risoluzione n. 52 l’Italia restringe le concessioni alle piattaforme offshore, dall’altra parte dell’Adriatico il governo croato accende il semaforo verde per la ricerca e l’estrazione in ben 29 aree marine

Il Governo della Croazia ha dato il via nelle scorse settimane a una nuova strategia energetiche che prevede 29 aree offshore nelle acque territoriali del mar Adriatico, per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi. A comunicarlo è stata la Direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche del ministero dello Sviluppo Economico che ha spiegato come Ivan Vrodljak, ministro dell’Economia di Zagabria, abbia ufficializzato l’apertura di un’asta finalizzata all’assegnazione delle licenze per la ricerca e l’estrazione. Secondo le fonti governative sarebbero state individuate 8 aree nell’Adriatico settentrionale e 21 nell’Adriatico centrale e meridionale: la superficie di ciascuna di queste aree varia dai 1000 a i 1600 chilometri quadrati. La procedura di assegnazione prevede un periodo di sfruttamento di ben 25 anni.

Dall’altra parte dell’Adriatico, ovviamente, c’è l’Italia dove due giorni prima della diffusione della notizia sulla mossa della Croazia, il Senato ha approvato la risoluzione n. 52 che contiene due ordini del giorno che hanno come destinatario l’esecutivo: il primo prevede una ricognizione della disciplina in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi, il secondo la sospensione di nuove attività concessorie entro le 12 miglia marine e in aree marine e costiere protette. Nel “pacchetto” ci sono anche misure compensative per le comunità interessate e una strategia comune con gli altri Paesi dell’area mediterranea “per una severa regolazione dello sfruttamento di giacimenti sottomarini di idrocarburi liquidi”.

Quindi la decisione della Croazia potrebbe rendere vana qualsiasi norma di tutela nazionale. L’acqua – quella dell’Adriatico – è la stessa: i rischi sarebbero comuni, i profitti e i benefici economici della sola Croazia. La Croazia ha liberalizzato il settore, semplificano gli iter burocratici e diventando decisamente appetibile per le compagnie petrolifere che, secondo il titolare del dicastero dell’Economia Vrodoljak, potrebbero ricavarne miliardi. La politica croata è in netta controtendenza rispetto ai Consigli regionali di Veneto, Abruzzo, Molise, Marche e Puglia che spingono verso il divieto di ricerche di petrolio e gas e le linee guida della Commissione europea riguardanti Adriatico e Jonio che auspicano “un’economia blu rafforzata, un ambiente marino più sano, uno spazio marittimo più sicuro e attività di pesca responsabili”.165109926-586x390

Fonte:  Altreconomia

Foto © Getty Images