Aria, terra, acqua: piano piano ci “mangiamo” il paese

Diffusi i dati del tredicesimo Rapporto sulla qualità dell’ambiente urbano in Italia. Ne esce la fotografia di un paese super-antropizzato, che si sposta e produce con modalità inquinanti e che non crede affatto nel verde pubblico e nel risparmio di suolo.9717-10491

Pm10 ancora oltre la norma in molte città italiane: al 10 dicembre 2017, il valore limite giornaliero è stato oltrepassato in 34 aree urbane, gran parte di queste localizzate nel bacino padano. Torino è la città con il numero maggiore di superamenti giornalieri (103). Situazione ancora più critica per l’ozono: nella stagione estiva, sempre 2017, ben 84 aree urbane vanno oltre l’obiettivo a lungo termine. Nel 2016 il limite annuale per l’NO2 (biossido di azoto) è stato superato in 21 aree urbane, mentre va meglio per il PM 2,5 (25 μg/m³): solo 7 città superano il limite annuale. Questi i dati relativi all’aria, aggiornati al 10 dicembre 2017 e contenuti nella XIII edizione del Rapporto sulla Qualità dell’Ambiente Urbano, presentato nei giorni scorsi a Roma. Il report, che porta la firma del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), raccoglie i dati relativi a 119 aree urbane attraverso dieci aree tematiche: Fattori Sociali ed Economici, Suolo e territorio, Infrastrutture verdi, Acque, Qualità dell’aria, Rifiuti, Attività Industriali, Trasporti e mobilità, Esposizione all’Inquinamento Elettromagnetico ed acustico, Azioni e strumenti per la sostenibilità locale, descrive la qualità delle vita e dell’ambiente nelle città italiane. Ne esce la fotografia di un paese “sdraiato” su una mobilità inquinante e con una situazione idrogeologica compromessa, con poco verde pubblico, molti impianti chimici e consumo di suolo che avanza.

Incidenti

Nel 2016, più incidenti, ma meno vittime sulle strade: rispetto al 2015, nei 119 comuni, nonostante l’aumento degli
incidenti (+0,5%) e dei feriti +(0,3%), il numero dei morti scende del 9,7%, a fronte di una diminuzione nazionale che
supera il 4%. Il numero più alto di incidenti ogni 1.000 autovetture circolanti si rileva a Genova (oltre 15 incidenti ogni 1.000 autovetture circolanti), seguita da Firenze (13,4) e Bergamo (13). In linea generale e nel lungo periodo (2007-2016), calano gli incidenti stradali nei 119 comuni passando da 112.648 a 81.967 (-27,2%).

Frane

Su 119 comuni analizzati dal rapporto, 85 risultano caratterizzati da frane, mentre 34 ricadono prevalentemente in aree
di pianura. Complessivamente sono state censite 23.729 frane con una densità media sul territorio dei 119 comuni di
1,12 frane per km2 (sia frane attive che non) . Alcuni comuni ne hanno più di 9 per km2 (Lecco, La Spezia, Lucca, Cosenza e Sondrio), mentre 14 presentano una densità compresa tra 3 e 9 frane (Pistoia, Torino, Vibo Valentia, Livorno, Ancona, Genova, Bologna, Bolzano, Fermo, Perugia, Catanzaro, Pesaro, Campobasso e Massa).
Dal 1999 al 2016, nei comuni in esame sono in atto 384 interventi urgenti per la difesa del suolo già finanziati, per un
ammontare complessivo delle risorse stanziate di circa 1 miliardo e 476 milioni di euro.

Consumo di suolo

Le più alte percentuali di suolo consumato rispetto alla superficie territoriale si raggiungono, al 2016, a Torino 65,7%,  Napoli 62,5%, Milano 57,3% e Pescara 51,1%. Tra il 2012 e il 2016 e’ la città di Roma, con oltre 13 milioni di euro  all’anno a sostenere i costi massimi più alti in termini di perdita di servizi ecosistemici, seguita da Milano con oltre 4 milioni di euro all’anno.

Coste e acque balneabili

Il 90,4% delle acque di balneazione è classificato come eccellente e solo 1,8% come scarso. Su 82 Province, 50 detengono solo acque eccellenti, buone o sufficienti e, in particolare, 26 hanno tutte acque eccellenti. La presenza della microalga potenzialmente tossica, Ostreopsis ovata, durante la stagione 2016, è stata riscontrata almeno una volta in 32 Province  campione su 41, anche con episodi di fioriture, mentre il valore limite di abbondanza delle 10.000 cell/l è stato superato  almeno una volta in 17 Province. In un caso è stato emesso il divieto di balneazione (Ancona) come misura di gestione a tutela della salute del bagnante.

Verde pubblico

Le percentuali di verde pubblico sulla superficie comunale restano piuttosto scarse, con valori inferiori al 5% in 96 delle 119 città analizzate, compresi i 3 nuovi comuni inclusi per la prima volta nel campione di quest’anno, nei quali il  verde pubblico non incide più del 2% sul territorio. Solo in 11 aree urbane, prevalentemente  del Nord, la percentuale di verde pubblico raggiunge valori superiori al 10%; i più alti si riscontrano nei comuni dell’arco alpino, in particolare a Sondrio (33%) e a Trento (29,7%). La scarsa presenza di verde si riflette ovviamente sulla disponibilità pro capite, compresa fra i 10 e i 30 m2/ab nella metà dei comuni (compresa Guidonia Montecelio). A Giugli ano in Campania,  invece, si registra il valore minimo (2,2 m2/ab). In linea generale, le aree urbane “più verdi” sono quelle con una significativa presenza di aree protette: Messina, Venezia, Cagliari e L’Aquila.

Terreni agricoli

Diminuiscono le aree agricole, altro importante tassello dell’infrastruttura verde comunale: il trend della superficie agricola utilizzata negli ultimi 30 anni è negativo in ben 100 dei 119 comuni indagati, con valori percentuali compresi tra il -1,4% di Viterbo e il -83,7% di Cagliari.

Autorizzazioni Integrate Ambientali

Le installazioni AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) statali e regionali presenti nei 119 comuni, ammontano a 938 (comprese quelle non operative ma con autorizzazione vigente) e sono situate in particolare nelle città di Forlì, Cesena, Ravenna, Modena, Prato, Brescia, Venezia, Verona e Torino. In particolare, sono 46 le installazioni AIA statali concentrate soprattutto a Venezia (7), Ravenna (7 di cui 6 operative), Brindisi (5), Taranto (4), Ferrara e Mantova (3). In particolare, la presenza maggiore di centrali termiche si rileva a Venezia (4), di impianti chimici a Ravenna (4 di cui 3 operativi). L’unica acciaieria integrata sul territorio nazionale è nel comune di Taranto. Le installazioni AIA regionali sono invece 892 e vedono la città di Forlì con il maggior numero di impianti (pari a 58 di cui 44 operativi) seguita da Ravenna (50 di cui 46 operativi), Prato (47) e Cesena (45 di cui 36 operativi).

Le auto

Ancora alto il numero delle auto euro 0: anche se in calo rispetto al 2015 di quasi 640 mila vetture, il numero delle
auto da euro 0 ad euro 2 rimane ancora troppo alto, quasi 10 milioni, sugli oltre 37 totali. Nel 2016, è Napoli a presentare la quota più alta (28,3%) di auto intestate a privati appartenenti alla classe euro 0, contro una media nazionale del 10,1%. Varia poco invece, la composizione del parco per tipo di alimentazione rispetto all’anno precedente: Trieste, Como e Varese a continuano a detenere la quota più alta di auto alimentate a benzina, intorno al 70%, contro circa il 26-28% di autovetture a gasolio, mentre ad Isernia, Andria e Sanluri, circolano essenzialmente vetture a gasolio ( dal 50 al 54% circa). Dal 2012 al 2016 il parco auto alimentato a GPL a livello nazionale segna un + 18,8%, con Parma e Lanusei che raggiungono le variazioni positive più alte, superiori al 40%, contro Villacidro e Sanluri che riportano, invece, contrazioni rispettivamente del 16 e 15%. Alle Marche, in particolare a Macerata, Fermo e Ancona, soprattutto grazie alla presenza di numerosi distributori in una limitata estensione territoriale, spetta il primato delle auto a metano circolanti (dal 13 al 18% circa).

Morti per mancata attività fisica

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, un’insufficiente attività fisica è associata in Europa a circa 1 milione di morti l’anno. Spostarsi regolarmente a piedi e in bicicletta per 150 minuti a settimana con attività fisica di intensità
moderata, riduce per gli adulti tutte le cause di mortalità di circa il 10%. Da questo presupposto è nato il focus del
rapporto “Città a piedi”, quest’anno dedicato, appunto, alla mobilità pedonale. Diversi i temi trattati tra cui il legame
tra mobilità attiva e lavoro agile: i risultati dell’esperienza “Giornata del lavoro agile”, istituita dal Comune di Milano, mostrano nel 2016 un risparmio nei tempi di spostamento di 106 minuti a persona.

Fonte: ilcambiamento.it

Acqua: usi, consumi e sprechi

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In questa estate caldissima, caratterizzata da una grave siccità che ha messo in crisi quasi tutta la penisola, oltre all’agricoltura iniziano ad essere in grave difficoltà anche molte città che fino ad ora non avevano mai avuto problemi di approvvigionamento idrico. Ecco una scheda su usi, consumi e sprechi in Italia. In questa estate caldissima, caratterizzata da una grave siccità che ha messo in crisi quasi tutta la penisola, oltre all’agricoltura che sta attraversando uno dei momenti peggiori degli ultimi decenni, iniziano ad essere in grave difficoltà anche molte città che fino ad ora non avevano mai avuto problemi di approvvigionamento idrico. Emblematico il caso di Roma, dove Acea ha minacciato di razionare l’acqua per tre milioni di cittadini dopo che la Regione ha dovuto bloccare le captazioni dal lago di Bracciano arrivato al minimo storico della sua portata. In realtà a Roma, come in gran parte di altri grandi centri urbani, il problema non è tanto la siccità quanto la dispersione idrica, dovuta ad una rete vecchia e dissestata e ad una gestione aziendale poco efficiente.

Ecco una scheda su usi, consumi e sprechi dell’acqua in Italia:

Consumi pro capite

Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2015 i cittadini italiani hanno consumato in media 89,3 metri cubi d’acqua a testa per uso potabile, pari a 245 litri al giorno. Un dato non irrisorio fa notare l’Unione Italiana Consumatori, anche se in calo rispetto ai 268 litri del 2012. Sempre l’Istat mostra tuttavia che i prelievi di acqua sono destinati solo per il 27,8% ad usi civili. Il 17,8% è per usi industriali, il 4,7 % per la produzione di energia termoelettrica, il 2,9% per la zootecnia ed il 46,8% per l’irrigazione delle coltivazioni. (“Decisamente prioritaria, quindi, una riconversione del sistema di irrigazione dei terreni agricoli, con metodi innovativi. Servono opere infrastrutturali, potenziare la rete di invasi capaci di raccogliere l’acqua piovana, praticare il riutilizzo delle acque e così via”)

Il problema della dispersione rimane il problema maggiore

Nel 2015 è andato disperso il 38,2% dell’acqua immessa nelle reti di distribuzione dell’acqua potabile dei comuni capoluogo di provincia (dal 35,6% del 2012). Ovvio, quindi, che se già quasi il 40% dell’acqua non raggiunge gli utenti finali, il contributo che questi ultimi potranno dare per evitare sprechi si ridimensiona. A Roma, le perdite idriche totali sono pari al 44,1%, contro il 16,7% di Milano, il capoluogo di regione più virtuoso ed il 68,8% di Potenza, la peggiore in classifica. Una perdita giornaliera reale che, al netto degli errori di misurazione e degli allacciamenti abusivi, ammonta in Italia a circa 50 metri cubi per ciascun chilometro delle reti di distribuzione e che, secondo l’Istat, potrebbe soddisfare le esigenze idriche annue di 10,4 milioni di persone.

La situazione delle città capoluogo

In base al rapporto “Ecosistema urbano – 2016” (curato da Legambiente, Sole 24 Ore e dalla società di consulenza ambientale Ambiente Italia) la situazione in Italia è molto variegata. Lo studio prende in considerazione, tra le altre cose, la “dispersione della rete” – cioè il rapporto percentuale tra l’acqua che non viene consumata per usi civili, industriali e agricoli, e si presume quindi “dispersa”, e il totale dell’acqua immessa nella rete idrica – delle città capoluogo di Regione e di Provincia. Le performance migliori sono di Macerata (8,6% di dispersione), Pordenone (11,7%) e Monza (12%). Le peggiori di Campobasso (68%), Frosinone (75,4%) e Cosenza (77,3%). Roma, col 44,4%, si piazza settantaseiesima su 98 città analizzate, dietro a quasi tutte le altre grandi città italiane (con più di mezzo milione di abitanti): Milano è undicesima, col 16,7%; Genova trentatreesima, col 26,8%; Torino trentanovesima, col 27,9%, e Napoli settantaduesima, col 42,2%. Fa peggio solamente Palermo, ottantasettesima, col 54,4%. Nella capitale il peggioramento negli ultimi anni è evidente. Secondo il rapporto “Ecosistema urbano” del 2007 lo spreco era del 35%. Cinque anni dopo, in base al rapporto del 2012, era al 36%. Il balzo avviene nel 2014, quando (secondo il rapporto “Ecosistema urbano – 2015”) Roma è passata dal 35% al 42,5%.

La media italiana

La media della dispersione idrica dei capoluoghi considerati, secondo lo studio, è del 35% e l’anno precedente era del 33%. L’anno prima ancora – rapporto 2015 su dati 2014 – aveva invece fatto registrare un miglioramento della media, scesa dal 36% (dato 2013) ad appunto il 33%. La situazione italiana, guardando all’ultimo decennio, è comunque in via di peggioramento. Nel 2007 la media era passata dal 30% al 31%. Nel 2012 la media era sempre “superiore al 30%”. Adesso, dopo essere scesa dal 36% al 33%, è tornata al 35%. Questi dati trovano conferma anche dal Censis che, nel 4° numero del suo rapporto “Diario della transizione” del 2014, segnalava che “le perdite di rete in Italia sono pari al 31,9% […]”. Un dato leggermente inferiore a quello della media dei soli capoluoghi (36% nel 2013) ma sostanzialmente in linea. Il Censis, poi, in quell’occasione scriveva: “il confronto con i partner europei è impietoso: in Germania le perdite di rete sono pari al 6,5%, in Inghilterra e Galles al 15,5%, in Francia al 20,9%”.

Fonte: ecodallecitta.it

 

 

‘Un’emergenza idrica che fa acqua da tutte le parti’

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Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua scrive: “Dalla gestione privatizzata a dieci esempi di progetti che incombono sul patrimonio idrico italiano, la gestione pubblica e partecipata è l’unica strada”

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua a proposito della crisi idrica in atto in Italia:

La cosiddetta “emergenza idrica” è provocata dalla cattiva gestione e dalla privatizzazione ma si continua a far finta di nulla e a insistere su progetti che rischiano di devastare quanto rimane del residuo patrimonio idrico italiano.

I dati che stanno circolando sui media in questi giorni (diminuzione della disponibilità d’acqua, crollo delle precipitazioni e delle portate di fiumi e sorgenti, aumento delle temperature medie) fanno emergere in tutta la sua drammatica realtà l’acuirsi di una crisi idrica che viene da lontano.

Purtroppo, anche in questa occasione, il dibattito che si è sviluppato nel paese viene piegato agli interessi delle grandi lobby economico-finanziarie che provano così a rilanciare la strategia volta alla definitiva mercificazione del bene acqua e addirittura a mettere sul banco degli imputati i referendum del 2011.

Per l’ennesima volta si prova a cancellare con un tratto di penna e a rimuovere dalla coscienza delle persone le reali cause di una crisi che, come scriveva V. Shiva nel 2003 nel libro “Le guerre dell’acqua”, è una crisi ecologica che ha cause commerciali ma non soluzioni di mercato.

Addirittura si arriva a prospettare come cura esattamente la causa scatenante della malattia, ossia la sottomissione dell’acqua alle regole del mercato, del profitto e della concorrenza.

E’, altresì, evidente come la crisi idrica che si sta palesando in questi giorni in Italia sia il risultato del matrimonio tra il ciclo dell’acqua e il ciclo economico, essa è dovuta principalmente alla scarsità di questa risorsa. Scarsità “man-made”, cioè prodotta dall’uomo, tramite: sovrasfruttamento degli acquiferi, inquinamento delle falde e del reticolo fluviale superficiale, urbanizzazione, con conseguente diminuzione della disponibilità, divisione tra consumo agricolo, industriale, uso civile.

E allora l’onestà intellettuale imporrebbe di fare marcia indietro rispetto a una serie di opere e progetti che da una parte tendono a valorizzare economicamente l’acqua e dall’altra considerano il suo depauperamento come un effetto collaterale ineluttabile. 

Ne elenchiamo solo dieci delle centinaia in cantiere in Italia:

1 pozzo di petrolio ENI di Carpignano Sesia, in area di ricarica della falda idropotabile di Novara, il Min.Ambiente ha appena approvato il progetto mettendo come prescrizione di “prevedere un approvvigionamento alternativo in caso di contaminazione”;

2 gasdotto Sulmona-Foligno della SNAM, con il tragitto su ben tre crateri sismici con un tunnel appena dietro la più grande sorgente dell’Italia Centrale, quella del Pescara a Popoli, dalla portata di 6000 litri al secondo;

3 Centro Oli di Viggiano che incombe sul Lago del Pertusillo, che disseta 4 milioni di italiani in Puglia e Basilicata, sequestrato nel 2016 e oggi protagonista di un ingente sversamento di petrolio;

4 Sorgente Pertuso: aumento delle captazioni presso la sorgente del Pertuso che alimenta il fiume Aniene nel Lazio;

5 aumento delle captazioni ACEA presso il lago di Bracciano;

6 costruzione delle gallerie dell’autostrada Roma-Pescara, un progetto faraonico da 6,5 miliardi di euro che andrebbe a ledere le falde acquifere presenti nelle montagne carbonatiche tra Lazio e Abruzzo;

7 l’inquinamento prodotto dalla SOLVAY sulla costa toscana tra Rosignano Marittimo e Vada che si configura come una vera e propria “bomba ecologica” visto che anche l’Agenzia Ambientale Onu ha classificato questo tratto costiero come uno dei 15 più inquinanti d’Italia; 

8 progetti per uso idroelettrico nel bellunese come sull’intero arco alpino che vanno ad impattare fortemente sugli ecosistemi fluviali; 

9 costruzione di un impianto idroelettrico sul fiume Frido nel parco del Pollino con un devastante impatto sull’ecosistema fluviale;

10 l’inquinamento da PFAS (sostanze perfluoroalchiliche potenzialmente pericolose per la salute umana) delle falde ad uso idropotabile nel Veneto tra le province di Padova, Vicenza e Verona.

D’altra parte si prova ad accreditare la tesi per cui i due referendum per l’acqua pubblica del 2011 siano stati la causa della situazione attuale avendo determinato un crollo degli investimenti per cui non sarebbe stato possibile l’ammodernamento delle reti idriche da parte dei gestori.

Una bugia dalle gambe cortissime.

Infatti, gli investimenti sono in decisa flessione sin da fine anni novanta (quindi ben prima dei referendum) nonostante le tariffe dell’acqua siano aumentate più di ogni altro servizio pubblico. 

Allora se le tariffe aumentano, gli investimenti diminuiscono e le perdite delle reti aumentano, appare evidente che c’è qualcosa che non torna.

La questione da porsi, che arbitrariamente viene elusa nel dibattito pubblico, è che il finanziamento del servizio idrico integrato ha dimostrato il suo fallimento dal momento in cui al principio del “full cost recovery”, ossia il costo totale del servizio deve essere interamente coperto dalla tariffa, si è associato l’affidamento a soggetti privati: entrate certe e anticipate a fronte di investimenti sempre più ridotti e dilazionati nel tempo. Con i risultati assolutamente inadeguati rispetto alle ingenti opere di cui il servizio idrico necessita.

Superato il concetto del “full cost recovery” ed esautorati i soggetti gestori di natura privatistica, per gli investimenti, occorre progettare, quindi, un sistema di finanziamento sia basato sul ruolo della leva tariffaria, anche su quello della finanza pubblica e della fiscalità generale.

Insomma, il giudizio di fallimento dell’attuale sistema di gestione dell’acqua in Italia è un dato di fatto ben difficilmente contestabile che dovrebbe portare ad un’inversione di rotta immediata soprattutto alla luce della pesante crisi idrica.

Diviene in sostanza irrinunciabile e urgente un cambiamento del sistema passando dalla pianificazione dell’offerta, alla pianificazione e gestione della domanda, rimettendo al centro la tutela e gestione partecipativa dell’acqua e dei beni comuni.

Fonte: ecodallecitta.it

 

 

Ecosistema Urbano 2016: la salute delle città lombarde, nel rapporto annuale di Legambiente

Aria, acque, rifiuti, mobilità ed energia, gli indicatori considerati per stilare la graduatoria nazionale delle performance ambientali. Milano, anche se la migliore tra le metropoli, slitta dal 51° al 73° posto. Tutti i dati386553_1

Aree urbane in situazioni di stallo, città che faticano a rinnovarsi in chiave sostenibile e promuovere interventi innovativi. È il quadro della regione Lombardia dipinto dalla XXIII edizione di Ecosistema Urbano, il dossier di Legambiente realizzato in collaborazione con l’istituto di ricerche Ambiente Italia e Il Sole 24 Ore, che mira a tracciare una fotografia delle performance ambientali del Paese attraverso un’analisi dei risultati ottenuti dalle principali città in diversi ambiti. Aria, acque, rifiuti, mobilità, energia: sono gli indicatori presi in considerazione per stilare la graduatoria nazionale, valutando tanto i fattori di pressione e la qualità delle componenti ambientali, quanto la capacità di risposta e di gestione ambientale. Nella top ten italiana si trova Mantova, al 3° posto, centrando buone performance nelle basse medie dell’NO2 con 23,6 μg/mc, nella dispersione della rete idrica (solo al 15,5%), nell’ottima percentuale di raccolta differenziata, che raggiunge il 77% e col secondo posto assoluto nell’indice dedicato alla ciclabilità, con 26,66 metri equivalenti ogni 100 abitanti. Lecco mantiene la 14^ posizione rispetto al 2015; Cremona sale di 4 gradini arrivando 20^; Bergamo scala la classifica dal 41° al 30° posto; Sondrio precipita dal 7° al 41°; Pavia guadagna 20 posizioni arrivando 43^; Lodi scende di 4 posizioni attestandosi alla 65^; Milano, pur passando dal 51° posto al 73° e registrando i peggiori dati per le medie di polveri sottili, resta tra le migliori grandi metropoli superando di diverse posizioni Roma, Torino, Palermo.  Tra gli indicatori della qualità dell’aria vengono presi in considerazione NO2, PM10 e Ozono, registrando una condizione generalmente stazionaria in negativo: Milano, insieme a Torino, si guadagna la maglia nera per la presenza di biossido di azoto (NO2), con valori medi superiori a 50μg/mc e per lo sforamento dei limiti di PM10 con 101 giorni; sono oltre 80 i giorni di superamento delle soglie di ozono a Bergamo, Brescia e Lecco. Dati che confermano come nei nostri centri urbani sia la mobilità privata motorizzata a farla ancora troppo da padrona.
“Mentre Milano si attesta come la città capoluogo più innovativa, le altre città fanno fatica a trovare una dimensione che le veda protagoniste in campo ambientale e per il benessere diffuso – ha detto Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia – L’inquinamento atmosferico si riconferma il grande nemico della Pianura Padana ma, mentre Milano sta agendo con uno sforzo di promozione di iniziative come il car o bike sharing, altre città non ingranano la marcia giusta. Decongestionare le città dal traffico e attuare una riqualificazione energetica degli edifici aumenterebbero il benessere dei cittadini e ne tutelerebbero la salute. Purtroppo da questi obiettivi siamo ancora lontani. Serve un cambio di passo anche delle amministrazioni anche per intercettare nuove opportunità di finanziamento, al di là dei sempre più scarsi trasferimenti statali”.

Una nota positiva arriva dal dato sul trasporto pubblico: Milano, con 472 viaggi all’anno per abitante è in crescita rispetto ai 457 viaggi del 2014, anche grazie all’aumento dell’offerta del servizio, che passa da 83 a 92 Km-vetture/ab e si conferma al primo posto, seguita da Roma e Venezia. Tra le città di medie dimensioni, spicca Brescia con più di 150 viaggi/ab (+5% rispetto al 2014). Tra le città che non raggiungono la soglia dei 10 viaggi per abitante annui, invece, troviamo Sondrio. È opportuno, però, precisare che il valore dei passeggeri trasportati per abitante è influenzato da due fattori importanti che determinano notevoli variazioni: la presenza turistica e l’incidenza del pendolarismo.
Pessime performance sullo spreco di acqua potabile: Pavia è tra le peggiori per gli per elevati consumi idrici domestici: oltre 200 litri al giorno pro capite. Sempre in tema di acqua, sulla dispersione della rete (differenza percentuale tra l’acqua immessa e quella consumata per usi civili, industriali e agricoli (%) si registrano due città lombarde che rientrano nelle prime cinque virtuose d’Italia, in grado di contenere le perdite a meno del 15%, a fronte di un consistente aumento del fenomeno a livello nazionale: Monza e Lodi. In allegato il comunicato con le tabelle regionali.
Il dossier nazionale completo di tabelle è disponibile su: http://www.legambiente.it/contenuti/dossier/ecosistema-urbano-2016 [1]

Fonte: ecodallecitta.it

India, sui treni il pasto si ordina con un click

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In India ogni giorno 23 milioni di passeggeri viaggiano su 65mila chilometri di ferrovia, uno dei mezzi di trasporto più usati nel Paese soprattutto per coprire lunghe distanze. Milioni di passeggeri spesso affamati, a causa della scarsa presenza di vagoni ristorante e della cattiva qualità del cibo proposto, problemi che da qualche tempo è possibile aggirare con un click. Un nuovo servizio permette di scegliere fra una selezione di ristoranti: si ordina il cibo e dopo qualche click il piatto viene fatto trovare alla stazione desiderata e consegnato di persona.

“Ho appena scaricato l’app, e stavo pensando di ordinare e provare il servizio per la prima volta”, dice un nuovo cliente. Un nuovo mercato in cui stanno entrando ristoranti internazionali e locali che si appoggiano per la distribuzione ad una piattaforma specializzata, TravelKhana, fondata da Pushpinder Singh.

“Ero ad una stazione dove c’era stato un incidente e i treni erano fermi. Per molte ore i passeggeri dei treni sono rimasti senza cibo e acqua”, racconta spiegando come è nata l’idea. A causa dei frequenti problemi di connessione è possibile ordinare il cibo anche via sms. Il prossimo passo sarà installare alcune cucine direttamente nelle stazioni per preparare i pasti.

Fonte:  Askanews

Con Watly acqua, energia e Wifi arrivano nei villaggi sperduti

Un impianto autonomo e modulare che assicura acqua pura, energia elettrica e internet Wifi anche nel cuore della giungla. Magari i villaggi irraggiungibili per le normali infrastrutture. E che moltiplicandosi può diventare una rete di collegamenti, con cui effettuare trasporti di piccoli oggetti, come posta o medicine, tramite droni.

Tutto questo è Watly, un’iniziativa italo-spagnola fondata da Marco Attisani, presente anche al Maker Faire a Roma.hqdefault

A descrivere questo imponente dispositivo, Enrico Culot:

“Essenzialmente è una macchina che fa tre cose. La prima è depurare l’acqua tramite il sole, prendendola dal fiume, dal lago, dal mare anche se è salata, inquinata con batteri o con metalli pesanti. Viene distillata usando l’energia solare e raffreddata. E otteniamo un’acqua pura al 99 per cento. La seconda e la terza funzione sono quelle per cui è stata pensata per i villaggi del terzo modo, ad esempio in Africa”.

Grazie ai pannelli fotovoltaici Watly alimenta il sistema e produce energia elettrica che può essere utilizzata ricaricando dispositivi mobili tramite una porta Usb. Allo stesso tempo Watly è pensata per essere una infrastruttura al centro del villaggio che crea una rete Wifi e questa è la sua terza funzione.

Fonte: ecoblog.it

UE deve fare di più per salvaguardare le acque di superficie

i legislatori dell’UE dovrebbero fare di più per proteggere le fonti delle acque superficiali dalla contaminazione. Questo è fondamentale per garantire una fornitura di acqua potabile pulita e sicura per noi ora e in futuro, scrivere Arjen Frentz e Anders Finnson.

Arjen Frentz è presidente del Comitato EUREAU sull’acqua potabile e Anders Finnson è presidente del Gruppo di lavoro congiunto EUREAU sulla direttiva quadro sulle acque.8542851496_4c737e10c0_o

Gli operatori idrici sforzano di fornire questa protezione tanto necessaria, ma abbiamo urgente bisogno robusta normativa UE per preservare le fonti d’acqua e garantire l’effettiva attuazione della direttiva quadro sulle acque. Vogliamo azione preventiva immediata invece di trattamenti costosi per evitare l’ulteriore deterioramento delle fonti d’acqua. L’acqua è un diritto umano fondamentale ed è essenziale per la vita e la dignità. operatori acqua sono responsabili per la fornitura di acqua sicura, sana e pulita, garantendo la qualità dell’acqua nei rubinetti e nei fiumi. Il nostro lavoro è supportato dalla direttiva quadro sulle acque, che stabilisce un quadro giuridico per proteggere e ripristinare l’acqua pulita in Europa. Questa legislazione vitale europea sarà riesaminato nel 2019, che dà i legislatori l’occasione perfetta per salvaguardare il nostro approvvigionamento di acqua potabile. Pari al 40% d’acqua dolce estratta per l’acqua potabile nell’Unione europea, le acque di superficie è al centro della questione della tutela delle acque. Inoltre, le acque di superficie è più esposta alla degradazione di acque sotterranee. In Europa, il suolo agisce come filtro e sotterranee richiede poco o nessun trattamento. Acqua di superficie d’altra parte, è più esposta agli agenti inquinanti delle famiglie, l’industria e l’agricoltura, il che significa che di solito ha a sottoporsi a un trattamento più intensivo. Come il trattamento dell’acqua potabile dipende dalla qualità dell’acqua, il metodo più affidabile e conveniente di fornire acqua sicura e pulita è quello di mantenere gli inquinanti di acque superficiali. Noi insistiamo sull’importanza di protezione preventiva piuttosto che di trattamento. Il ‘principio di precauzione’ dovrebbe prevalere in termini di prevenzione della contaminazione delle acque di superficie. Fine del trattamento tubi negli impianti di trattamento delle acque reflue non è sostenibile e deve essere l’ultima opzione. Pertanto, un approccio controllo del codice sorgente è il mezzo migliore per tenere inquinanti fuori del ciclo dell’acqua e garantire il sistema è sostenibile per le generazioni future. Grazie alle misure già messe in atto dalla direttiva quadro sulle acque, la qualità delle risorse europee dei bacini idrografici e l’acqua è notevolmente migliorata. Ma le debolezze sono stati identificati e la Commissione devono fare i miglioramenti indispensabili e integrali per proteggere fonti di acqua potabile. Pertanto, i partiti che influenzano la qualità dell’acqua dovrebbero sopportare il costo relativo. L’UE ha urgente bisogno di attuare la precauzione, chi inquina paga e l’utente paga principi. La legislazione in materia di acque deve essere collegato con le altre politiche, quali la legislazione PAC e le sostanze chimiche pure. Questi due settori costituiscono la principale fonte di inquinamento delle acque. Un approccio trasversale è essenziale per garantire un ambiente sicuro e ciclo dell’acqua. Mantenere inquinanti fuori del ciclo dell’acqua è una sfida. Ulteriori dura azione dell’UE può essere presa in approvazione, l’uso e lo smaltimento di sostanze, con l’obiettivo di mantenere sostanze pericolose dal ciclo dell’acqua alla fonte e / o la loro sostituzione con sostanze non pericolose alternative, ad esempio, le sostanze degradabili. Impatti pericolosi potenziali di sostanze nocive e persistenti sulla qualità dell’acqua potabile dovrebbero essere presi in considerazione come criterio nelle prove effettuate per l’approvazione, l’autorizzazione e la registrazione delle sostanze chimiche. Nell’interesse della sostenibilità, forti strategie dell’UE per la protezione dei corpi idrici dovrebbero includere:

  • migliorando l’UE di approvazione, l’autorizzazione e la registrazione delle sostanze chimiche con l’aggiunta di criteri di acqua potabile adeguata connessi;
  • il monitoraggio di inquinamento e individuare le vie attraverso le quali gli inquinanti entrano nei corpi idrici;
  • misure per impedire l’uso di particolari sostanze;
  • misure per ridurre l’inquinamento alla fonte.

I piani d’azione con misure concrete dovrebbero essere stabiliti dagli Stati membri al fine di prevenire l’ulteriore deterioramento delle risorse idriche e per rimediare l’inquinamento delle acque di superficie esistente, limitando minacce future. Il futuro della qualità delle acque dipenderà anche dalla capacità della Commissione europea di coordinare meglio le politiche europee, come la direttiva sull’acqua potabile o la direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane. Industria e agricoltura hanno una responsabilità importante nel prevenire la contaminazione delle acque e hanno bisogno di una legislazione di protezione già in atto per essere eseguita. gli operatori d’acqua hanno la salute dei cittadini europei e la cura dell’ambiente nelle loro mani. Tale missione richiede uno strumento di gestione efficace. Noi tutti – collettivamente – dobbiamo lavorare per produrre una riforma che va al di là ‘fit-for-purpose’. la sostenibilità del sistema e la fiducia dei consumatori dipenderanno da un forte quadro sulle acque revisione direttiva.

Fonte: euractiv.com

 

Quando la biopiscina è alla portata di tutti

A Granara, villaggio ecologico situato sulle colline parmensi di Valmozzola, esperienza di condivisione e sperimentazione ecologica che dura da più di 25 anni, si stanno applicando nuove forme di autocostruzione e progettazione in permacultura, riguardanti anche la gestione dell’acqua. Di recente si è svolto un workshop teorico-pratico di costruzione di un biolago, con tecniche per biopiscine. Questo progetto fa parte di un disegno più ampio di razionalizzazione della risorsa idrica e recupero delle acque piovane.

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Cos’è una biopiscina

«É un invaso idrico artificiale, progettato in modo da ospitare specie animali e vegetali tipiche delle zone umide. Si viene a creare un micro habitat che col tempo trova un suo equilibrio stabile» spiega Nicolò Mandelli, ingegnere ambientale che fa parte del progetto di Granara. «I vantaggi di queste opere sono svariati, e la loro presenza è auspicabile in spazi progettati in permacultura. Le biopiscine sono dei biotopi, ovvero spazi limitati atti ad ospitare un ecosistema, e la loro progettazione si basa sull’imitazione di zone umide presenti in natura. Nella letteratura tecnica di riferimento si dividono in cinque categorie, per livello tecnologico crescente, a cui corrispondo costi di realizzazione crescenti. Ciò che accomuna le varie tipologie è la suddivisione tra zona balneabile e zona depurante o “rigenerativa”. Le prime tre si rifanno al modello delle acque dolci stagnanti, dove la depurazione avviene grazie all’azione combinata di piante, animali e microorganismi. Questo tipo di piscine è caratterizzata da un alto grado di biodiversità. La categoria 1 non prevede alcun supporto tecnologico, mentre le categorie 2 e 3 (vedi foto) prevedono la presenza di ricircoli e pulizie automatiche della superficie, tramite pompe e skimmer (piccolo filtro superficiale a cestello). Le categorie 4 e 5 emulano le acque correnti naturali, dove la parte depurativa è affidata agli organismi ancorati alla superficie, che vanno a formare il così detto biofilm (ana patina di colonie batteriche depuranti). La circolazione in queste tipologie è mantenuta costante e l’acqua viene fatta passare attraverso un filtro in ghiaia, dove si sviluppano i batteri (il filtro biologico). All’aumentare del grado di meccanizzazione, diminuisce il rapporto tra area rigenerativa e area balneabile, passando da 60% per la categoria 1 al 5% per la categoria 5».

Come funziona

«La depurazione dell’acqua avviene tramite l’azione combinata di piante e batteri. I batteri, infatti, svolgono la funzione di metabolizzare le sostanze inquinanti presenti nell’acqua (come composti dell’azoto e sostanza organica) e renderle in parte disponibili per l’assimilazione delle radici. I batteri hanno comunque bisogno di ossigeno e le piante lacustri (di riva e sommerse) hanno sviluppato dei metodi per portare ossigeno atmosferico nella zona radicale e creare un’habitat ideale per i microorganismi depuranti. Solitamente, nelle biopiscine si utilizzano due principali tipi di piante: quelle palustri, abituate a vivere in terreni saturi, e quelle da fondale o ossigenanti, che assicurano la presenza di ossigeno su tutta la colonna d’acqua e la mantengono limpida. In Italia, l’unica regione ad aver adottato una normativa ad hoc sulle bipiscine è l’Alto Adige, i cui modelli costruttivi e i parametri di progettazione si rifanno alla normativa austriaca. Nel nostro Paese impianti di questo tipo sono sempre più richiesti ed è possibile realizzarli rispettando i criteri di balneazione, nonostante l’iter burocratico sia più complicato».

Verso l’autocostruzione

«Granara ha visto la creazione di un piccolo gruppo di progettisti chiamato Rigenera (formato da esperti ed ingegneri) che ha messo a punto un modello di biopiscina semplice ed economico da costruire, rompendo la barriera della piscina come bene di lusso e rendendola accessibile a tutti. L’intento è quello i poter coprire tutto il territorio nazionale tramite una rete solidale di progettisti e costruttori. Oltre a questo, la vocazione di questo gruppo è quella di diffondere le conoscenze pratiche e teoriche per la realizzazione e la manutenzione di biolaghi, biopiscine e impianti di fitodepurazione, creando un’utenza partecipe e consapevole. Il modello costruttivo prevede una zona rigenerativa di circa il 60% della superficie totale, in cui vengono messe a dimora piante palustri ed ossigenanti. Il fondo impermeabilizzato è realizzato con un telo di EPDM, posato su tessuto-non-tessuto e la zona balneabile è costruita interamente in legno. Le piante vengono messe a dimora sui lati del fondo e sui bordi. I criteri con cui vengono progettati e realizzati gli impianti sono l’inserimento paesaggistico ottimale, la ricerca dell’armonia estetica ispirata ad ambienti naturali e la sostenibilità ambientale, che si traduce nella ricerca di materiali eco-compatibili e nella scelta di limitare al massimo l’utilizzo di pompe, macchinari e cemento».

Maggiori informazioni sul sito www.rigenerafitodepurazione.it ewww.granara.org.

Fonte. ilcambiamento.it

Quanti pesticidi nelle acque italiane?

A rivelarlo è l’ultimo rapporto dell’Ispra sui pesticidi nelle acque: i siti interessati salgono del 20% nelle acque di superficie e del 10% in quelle sotterranee. Il glifosato è tra le sostanze che superano più spesso i livelli di qualità ambientaleacqua

(Credits: Ron Kroetz/Flickr CC)

È boom di pesticidi nelle acque italiane. A rivelarlo è l’ultimo rapporto nazionale Pesticidi nelle acque dell’Isrpa, relativo al biennio 2013/2014, che fotografa un progressivo incremento di contaminanti nelle risorse idriche del nostro paese: i siti in cui sono presenti infatti sono aumentati del 20% in quelle superficiali, e del 10% in quelle sotterranee. Il 21,3% dei siti monitorati ha mostrato inoltre concentrazioni di sostanze superiori ai limiti di qualità ambientali, dovute in un’alta percentuale dei casi al glifosato, dichiarato probabilmente cancerogeno dallo Iarc solo lo scorso anno (anche se l’Efsa è di opinione differente). Tra le 224 sostanze contaminanti individuate dall’Ispra, la maggior parte arriva dai diserbanti, che possono raggiungere più facilmente le falde acquifere a causa del loro utilizzo diretto sul suolo, spesso concomitante con i periodi di maggiore piovosità. Nei bacini superficiali i pesticidi sono stati rinvenuti nel 63,9%degli oltre 1.200 siti monitorati (erano il 56,9% nel 2012), mentre per le falde sotterranee la percentuale si arresta al 31,7% dei siti (era del 31% nel 2012). Nelle acque superficiali in cui i livelli monitorati superavano le concentrazioni di qualità ambientale, le sostanze più comuni sono risultate il glifosato e il suo metabolita Ampa(acido aminometilfosforico), il metolaclor, triciclazolo, oxadiazon,terbutilazina e il suo principale metabolita, desetil-terbutilazina. Per glifosato e Ampa, presenti rispettivamente nel 39,7% e nel 70,9% dei siti in questione, l’Arpa sottolinea che vengono cercati però solamente in due regioni, Lombardia e Toscana, dove rappresentano i principali inquinanti presenti nelle acque. Estremamente diffusi, sia nelle acque di superficie che in quelle sotterranee, risultano inoltre i neonicotinoidi, tra i più diffusi insetticidi al mondo. Uno studio condotto a livello mondiale nel 2015 dalla Task force sui pesticidi sistemici, si legge nel rapporto, evidenzia come queste sostanze siano tra i principali responsabili della perdita di biodiversità e della moria di api. Dai dati dell’Ispra il Nord Italia, in particolare Pianura padana e Veneto, sembra maggiormente interessato dall’inquinamento delle acque, ma ricorda che in queste aree il monitoraggio è solitamente più efficace, e in molte regioni del Centro-Sud la copertura del territorio non è né completa né omogenea, mentre in Molise e Calabria è addirittura del tutto assente. Unico dato positivo è quello sulle vendite di prodotti fitosanitari, scesa nel 2014 a circa 130mila tonnellate, con una diminuzione del 12% rispetto al 2001. L’agricoltura insomma si sta adeguando a una nuova sensibilità per la difesa dell’ambiente. Una svolta di cui però non si vedono ancora i risultati: nello stesso periodo (2003-2014) i siti contaminati sono aumentati infatti del 20% nelle acque superficiali e del 10% in quelle sotterranee. Serviranno anni, concludono gli esperti dell’Ispra, per eliminare gli inquinanti dalle risorse idriche del nostro paese, perché “la risposta dell’ambiente risente della persistenza delle sostanze e delle dinamiche idrologiche spesso molto lente, specialmente nelle acque sotterranee, che possono determinare un accumulo di inquinanti, e un difficile ripristino delle condizioni naturali”.

Fonte: Wired.it

“Edizero”: dagli scarti dell’agrofood a biomateriali per l’edilizia, premiata eccellenza Italia a WEF di New Delhi

La prima impresa al mondo ad usare oltre 100 diversi tipi di scarti da fonti rinnovabili dell’agrofood, riconvertiti in biomateriali con zero petrolio e acqua, specifici per edilizia, disiniquinamento ambientale, terrestre e idricoindia

L’Italia che crea e fa innovazione nel rispetto del territorio e nello spirito di valorizzare in modo simile donne e uomini, è stata premiata nel 2/o Women Economic Forum (WEF), chiusosi a New Delhi il 21 maggio 2016 con la partecipazione di 1500 donne e uomini provenienti da istituzioni, imprese e associazioni di ben 108 Paesi. Infatti, fra i 20 ‘Pionieri dell’Innovazione’ premiati vi sono Oscar Ruggeri e Daniela Ducato, fondatori di ‘Edizero – Architecture of Peaceprima impresa al mondo ad usare oltre 100 diversi tipi di scarti da fonti rinnovabili dell’agrofood, riconvertiti in biomateriali con zero petrolio e acqua, specifici per edilizia, disiniquinamento ambientale, terrestre e idrico.india2

Inoltre, ha ricevuto un premio anche Emanuela Donetti, di ‘Urbano Creativo‘, docente di Green building all’università di Ginevra, che ha sviluppato le prime applicazioni e relativi sistemi tecnologici per una urbanistica sostenibile e smart.

Tra i temi approfonditi in piu’ di 400 sessioni di discussione, vi sono stati il ruolo cruciale dell’innovazione nella leadership, sviluppo sostenibile e tutela dell’ambiente, ed in sanità, istruzione e ‘public diplomacy’. La giuria internazionale composta da economisti e scienziati, docenti di prestigiose università tra cui Harvard e la New York University, ha valutato le imprese innovative in base non solo all’eccellenza nel proprio settore, ma soprattutto alla capacità di valorizzare il contributo di donne leader. La sostenibilità ambientale e l’innovazione tecnologica nei settori ‘green’, sono stati oggetto di approfondimento dei premiati con l’ambasciatore d’Italia a New Delhi, Lorenzo Angeloni, che ha confermato come risparmio energetico, edilizia ‘green’ e smart cities siano temi prioritari nel mondo, e in particolare in un paese in crescita come l’India. A tal proposito ha ricordato che il Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale è da tempo impegnato a promuovere più alti standard ambientali con un Piano d’Azione ‘Farnesina Verde‘ comprensivo di varie iniziative ecologiche, soprattutto nelle sue ambasciate e consolati.

Fonte: ecodallecitta.it