PFAS in Veneto: l’inquinamento è sotto controllo?

L’acqua potabile di molti comuni del Veneto risulta inquinata da PFAS, composti chimici altamente pericolosi per l’uomo e per l’ambiente. Greenpeace ha lanciato una petizione per chiedere di individuare e bloccare tutte le fonti di inquinamento da PFAS e di abbassare i livelli consentiti per queste sostanze. Da diversi anni l’acqua potabile di molti comuni veneti è inquinata da PFAS, composti PerFluoroAlchilici, un gruppo di sostanze chimiche di sintesi estremamente pericolose per l’uomo e per l’ambiente e presenti in molti prodotti di uso comune (pentole antiaderenti, indumenti e tessuti impermeabili-idrorepellenti, anti-macchia e ignifughi, pelletteria, carte alimentari oleate e carta forno, contenitori in plastica per alimenti e bevande, pesticidi, insetticidi e detersivi, solo per citarne alcuni). Da qualche settimana Greenpeace Italia ha lanciato una petizione per chiedere alla Regione Veneto di individuare e bloccare tutte le fonti di inquinamento da PFAS e di abbassare i livelli consentiti per queste sostanze nell’acqua potabile allineandoli con quelli in vigore in altri paesi europei “perché salute e ambiente vengono prima del profitto”.Pfas3

Foto Greenpeace Italia

A marzo 2017 Greenpeace Italia ha rilevato la presenza di PFAS negli scarichi di diverse industrie locali, ma il problema è noto sin dal 2013 in seguito alla pubblicazione di uno studio del CNR-Consiglio Nazionale delle Ricerche che ha appurato la contaminazione da PFAS nei corsi d’acqua (in particolare nel torrente Agno) e nelle falde acquifere di una vasta area compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova (in tutto una sessantina di comuni) e abitata da oltre 350.000 persone. Tuttavia la Regione Veneto – denuncia Greenpeace Italia – invece di bloccare le fonti di inquinamento e la distribuzione di acqua potabile alla popolazione, ha deciso di alzare i limiti dei livelli di PFAS nelle acque destinate al consumo umano. I livelli di PFAS consentiti in Veneto sono stati innalzati più volte negli ultimi anni e, oggi, sono tra i più alti al mondo (530 ng/l in Veneto contro 100 ng/l della Germania e 70 ng/l degli USA). Tra il 2013 e il 2016 anche ARPAV-Agenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto ha rilevato la contaminazione da PFAS ed ha individuato una delle principali fonti di inquinamento nel depuratore di Trissino (provincia di Vicenza), nel quale confluiscono gli scarichi di un’azienda chimica locale. Ma, come evidenzia Greenpeace Italia nel suo report di marzo 2017 intitolato “PFAS in Veneto: inquinamento sotto controllo?”, la contaminazione è correlata anche alla presenza ultradecennale in provincia di Vicenza dei distretti tessile di Valdagno e conciario di Arzignano, entrambi vicini al torrente Agno.  Nel 2015 in Veneto, così come in altre aree del mondo interessate dall’utilizzo di PFAS (Greenpeace cita ad esempio di Stati Uniti, Cina e Olanda) queste molecole artificiali non sono state riscontrate solo nell’acqua, ma anche nel sangue degli abitanti e in alcuni alimenti come uova, pesci, fegato bovino e verdura.Rubinetto3

Nel maggio del 2015 la Regione Veneto e l’Istituto Superiore di Sanità hanno lanciato un programma di monitoraggio biologico su oltre 600 persone residenti in 14 comuni veneti al fine di valutarne il grado di esposizione tramite l’analisi di campioni di sangue. I risultati preliminari hanno mostrato che, in alcune delle popolazioni venete più esposte, le concentrazioni di PFOA (Acido PerFluoroOttanoico, uno dei molti tipi di PFAS) sono fino a 20 volte più alte rispetto alle popolazioni italiane non esposte a questa contaminazione. I PFAS sono considerati “inquinanti persistenti globali” e l’esposizione ad altre concentrazioni è stata correlata dalla comunità scientifica internazionale a gravi effetti sulla salute umana e sull’ambiente. Sono interferenti endocrini, sostanze che vanno ad interferire nei processi primari di sviluppo dell’organismo umano, cioè vanno a “disturbare” la normale comunicazione tra cellule e ormoni, in particolare con gli ormoni che regolano la riproduzione. Inoltre, sono correlati all’insorgenza di tumori ai testicoli e ai reni, possono causare colesterolo alto, ipertensione, alterazione dei livelli del glucosio, patologie della tiroide e, una volta entrati nel corpo umano attraverso la catena alimentare o l’acqua, hanno ciclo di emivita pari a 25 anni (cioè permangono nel sangue umano per 25 anni prima di essere eliminati dai reni). “Da un punto di vista medico, le popolazioni esposte ai PFAS, in particolare quelle che vivono nelle vicinanze degli impianti produttivi, possono considerarsi a rischio”, ha dichiarato il dottor Vincenzo Cordiano, ematologo e presidente di ISDE Vicenza (Associazione Medici per l’Ambiente-ISDE Italia). I PFAS, ha spiegato il dott. Cordiano, sono molecole artificiali che resistono fino a 400°C e per i quali non esiste ancora alcuna metodica di degradazione, né naturale né chimica. Perciò tendono ad accumularsi nell’ambiente, nell’acqua e nell’aria (attraverso gli insetticidi che si disperdono nel pulviscolo atmosferico) e da qui, attraverso la catena alimentare e la respirazione, nel sangue e nei tessuti di animali e uomini. Inoltre, interferendo con la funzione degli ormoni sessuali sono importanti anche per la conservazione delle specie animali e della biodiversità.Pfas1

Foto Greenpeace Italia

“La contaminazione minaccia seriamente le popolazioni esposte”, ha sottolineato Giuseppe Ungherese, campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. Secondo quanto dichiarato da Greenpeace Italia e confermato da Acque Veronesi – la società che gestisce l’erogazione dell’acqua potabile nella città di Verona – a marzo 2017 è stato superato il livello consentito di PFOS nell’acqua potabile di un pozzo dell’acquedotto che serve la città veneta. “Il PFOS (Perfluoro Ottan Sulfonato) è una delle sostanze più pericolose del gruppo dei PFAS, tanto da essere l’unico composto regolamentato a livello internazionale. Il PFOS è un noto interferente endocrino che può accumularsi nel fegato, nei reni e nel cervello umano” ha dichiarato Giuseppe Ungherese, Responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. “Questo superamento conferma quanto la situazione in Veneto sia gravissima e che le misure adottate finora dalle autorità regionali non sono adeguate per fermare l’inquinamento da PFAS. Eventi di questo tipo ci dicono che si è ben lungi dall’avere il controllo delle fonti e dell’entità della contaminazione e, per questo, ribadiamo alla Regione la necessità di un monitoraggio degli scarichi il più ampio possibile. Solo così saranno tutelati in modo adeguato l’ambiente e la salute dei cittadini”. Per tutti questi motivi Greenpeace Italia ha deciso di lanciare la petizione online in cui chiede alla Regione Veneto di fermare gli scarichi di PFAS nelle aree contaminate, adeguare i limiti di sicurezza per la presenza di PFAS nell’acqua potabile ai valori restrittivi adottati da altri Paesi Europei, censire gli scarichi e individuare tutti i responsabili dell’inquinamento da PFAS: “la salute e la sicurezza dei cittadini viene prima del profitto delle industrie”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/05/pfas-veneto-inquinamento-sotto-controllo/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Annunci

Ue, acqua potabile: Nuove regole per la tutela della salute

acqua-potabile

Ieri, è stata diramata una nota dalla Commissione Europea che annuncia la prossima adozione di nuove regole sul potenziamento delle operazioni di controllo idrico a livello comunitario. Inoltre, le disposizioni hanno l’obiettivo di rendere migliore l’accesso all’acqua potabile. La Commissione, almeno in linea teorica, si è anche impegnata a continuare un dialogo costruttivo con le parti interessate, al fine di migliorare la direttiva vigente e di implementare la trasparenza nel settore idrico. Il Commissario Ue per l’Ambiente, Karmenu Vella, ha dichiarato sul tema da Bruxelles: “Un’acqua potabile sicura e di qualità elevata è essenziale per la salute e il benessere pubblici, pertanto, è necessario garantire standard elevati in tutta l’Unione. Questo nuovo sistema di monitoraggio e controllo consente di ridurre le analisi inutili e concentrarsi sui controlli che contano davvero“.

L’emendamento approvato ieri intende fornire maggiore flessibilità agli Stati dell’Unione sulle modalità con cui controllare gli standard dell’acqua (in oltre 100.000 zone di approvvigionamento in Europa). Una flessibilità che dovrebbe essere garantita dal principio di “analisi dei rischi e punti critici di controllo” (HACCP), già utilizzato nell’ambito legislazione sull’igiene alimentare. I governi europei, dunque, avranno facoltà di scegliere i parametri con cui compiere il monitoraggio, in base ad una valutazione del rischio. Potranno poi anche estendere l’elenco delle sostanze da tenere sotto controllo in caso di problemi di salute pubblica. Gli Stati Ue hanno da oggi due anni per recepire le disposizioni della nuova normativa. La nuova legislazione, secondo quanto riportato dal comunicato, nasce come risposta concreta a Right2Water, “iniziativa dei cittadini europei” (la prima a mai essere giunta in porto). Ricordiamo che questo gruppo di comitati e organizzazioni si batte per una normativa che sancisca il diritto umano universale all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari.

 

Fonte: ecoblog.it

La popolazione cresce più in fretta delle riserve di acqua

4093575863_9ba39f1a07_z-360x240

Nel 1960, Heinz von Foerstere i suoi colleghi pubblicarono su Science uno studio contenente una formula in grado di prevedere l’andamento della crescita della popolazione mondiale. Questa formula, quando utilizzata, restituiva un accurato valore della popolazione per il 1960 (2,7 miliardi di persone), e mostrava come questo andamento sarebbe diventato infinito a partire dal 13 Novembre 2026, una predizione che ha fatto guadagnare alla formula il nome di Doomsday Equation, l’equazione dell’Apocalisse. Grazie ai dati ottenuti da varie fonti, infatti, von Foerster concluse che la crescita della popolazione attraverso i secoli stava aumentando più rapidamente di una curva esponenziale, più simile, di fatto, a un’iperbole. Molte ricerche hanno cercato di provare la solidità dei risultati ottenuti da von Foerster 50 anni fa. Uno studio, pubblicato su WIREs Water, si è occupato di indagare, in particolare, come la crescita della popolazione sia collegata alla quantità di acqua potabile globale, considerata risorsa fondamentale per una crescita sostenibile del numero di esseri umani sul pianeta e celebrata domani nella Giornata mondiale dell’acqua. Alcune ricerche, in passato, hanno già mostrato come il ‘sistema acqua’ presente sul pianeta mostri dinamiche simili ad alcuni pattern osservabili nella crescita della popolazione. Ovviamente, previsioni sull’andamento del sistema dipendono da un gran numero di variabili, dall’accessibilità dell’acqua potabile al miglioramento ai miglioramenti tecnologici o ai cambiamenti sociali sul pianeta. Queste previsioni possono essere contenute, con un certo livello di approssimazioni, in una equazione differenziale contenente le interazioni tra esseri umani e acqua come un parametro. In questa equazione sono anche presenti i fattori sociali, ambientali e tecnologici che influenzano questo equilibrio e queste interazioni. Tenendo in considerazione questo e altri modelli, i ricercatori hanno notato che la popolazione mondiale sta crescendo più in fretta della riserva di acqua sul pianeta, un cambiamento nel regime di crescita previsto da von Foerster che potrebbe portare a una nuova fase per il sistema uomo-acqua. “Storicamente, la riserva di acqua ha attraversato periodi alterni di rapida crescita e stagnazione,” ha spiegato Anthony Parolari, autore principale dello studio: “Sembra che stiamo ora per entrare in un periodi di stagnazione mentre la popolazione continua a crescere”.

Parolari ha anche aggiunto che, per evitare una penuria di acqua potabile in futuro, è necessario studiare innovazioni tecnologiche che permettano di aumentare le riserve di acqua disponibili sul pianeta. E’ anche necessario prendere più seriamente il concetto di un tasso di consumo di acqua su scala globale più sostenibile di quello attuale.

Riferimenti: WIREs Water doi: 10.1002/wat2.1080

Credits immagine: LASZLO ILYES/Flickr CC

Fonte: galileonet.it

Ambiente Urbano, il rapporto dell’Istat sull’ ecosostenibilità delle città italiane | Documento

Secondo l’analisi Istat sull’ambiente urbano ben 81 comuni su 116 hanno aderito al Patto dei Sindaci. Passi avanti nella gestione dei rifiuti e della mobilità smart, ma ancora indietro l’erogazione dell’acqua potabile381286

L’Istat ha pubblicato il rapporto “Ambiente urbano: gestione eco compatibile e smartness” relativa ai capoluoghi di provincia e riferita all’anno 2013. Ecco i dati principali:

In tema di strumenti innovatori di programmazione eco compatibile, sono 81 su 116 i capoluoghi che al 31 dicembre 2013 hanno aderito al Patto dei sindaci, (impegnandosi a ridurre le emissioni di CO2 di almeno il 20% entro il 2020) e 50 hanno già approvato il Piano di azione per l’energia sostenibile.
A favore della gestione eco sostenibile dei rifiuti, la raccolta porta a porta nel 2013 è attiva in 101 capoluoghi, il ritiro su chiamata degli ingombranti in 111 (in 79 esteso anche ad altre tipologie di rifiuto). 105 comuni hanno isole ecologiche e 38 stazioni mobili per il conferimento diretto da parte dei cittadini, 97 hanno attivato interventi programmati di raccolta dei rifiuti abbandonati. Permangono inefficienze nell’erogazione dell’acqua potabile: nel 2012 le dispersioni delle reti di distribuzione comunali sono pari al 34%. Il settore della mobilità è tra i più dinamici per l’applicazione di tecnologie innovative da parte dei comuni. Nel 2013, Genova e Bologna hanno l’offerta più completa di servizi di infomobilità; quasi la metà dei comuni dispone di pannelli a messaggio variabile su strada (56), offre informazioni via web sul trasporto pubblico (52), dispone di paline elettroniche alle fermate (50). Più di un terzo delle città utilizza “semafori intelligenti” e poco meno permette la ricarica dei veicoli elettrici in aree pubbliche. Diffusi gli investimenti “smart” di efficientamento dell’illuminazione pubblica: nel 2013 il 14,6% dei punti luce ha un sistema di regolazione del flusso luminoso; il 4,8% utilizza lampade a LED e una piccola quota in forte crescita è fotovoltaica (0,7‰; +44,6% in un anno). Nel campo delle fonti rinnovabili e dell’uso efficiente dell’energia, 105 comuni producono in proprio energia solare fotovoltaica, 6 comuni quella idroelettrica, 3 energia eolica e altrettanti la geotermica. Il teleriscaldamento è presente in 34 capoluoghi; 78 città dispongono di propri impianti solari termici, 20 a biomasse e/o biogas e 24 pompe di calore ad alta efficienza.
Le “Zone 30” sono presenti in 63 capoluoghi nel 2013 (9 in più rispetto al 2012), i servizi di bike sharing in 58 città (10 in più in un biennio) con oltre 1.000 punti di prelievo (+42%) e quasi 10 mila biciclette (+62%). Il car sharing è attivo nel 2013 in 22 città, con circa 1.000 veicoli (il 23% elettrici) e oltre 25 mila abbonati (+36% in un biennio).
Per favorire gli utenti e la trasparenza dei processi sono diffusi i servizi on line: nel 2013, 51 capoluoghi ne hanno attivato almeno 3 di tipo anagrafico; 38 offrono la possibilità di prenotare appuntamenti con referenti degli uffici comunali; 39 consentono il pagamento per almeno due tipi di servizi o tributi.

 

Ambiente Urbao, Istat [0,64 MB]

Fonte: ecodallecitta.it

Arsenico nell’acqua, a Roma tre acquedotti tornano potabili

Lo scorso 21 febbraio il consumo umano era stato vietato nei tre acquedotti Arsial di Monte Oliviero, Piansaccoccia e S.Maria di Galeria.

I tre acquedotti Arsial di Monte OlivieroPiansaccoccia e S.Maria di Galeria (Casal di Galeria) tornano a essere utilizzabili per il consumo umano. Il sindaco di Roma, Ignazio Marino, ha annullato il divieto di utilizzo per 194 utenti di alcune zone dei municipi XIV e XVdella capitale che nelle scorse settimane erano state escluse dalla potabilizzazione a causa di valori di arsenico fuori dalla norma. A seguito dell’attività di sostituzione delle fonti Arsial con quelle Acea, il Campidoglio ha emanato una nota in cui ha comunicato il ripristino della potabilità dell’acqua nelle seguenti vie di Roma Capitale: Via della Riserva del Carbucceto, Via Ceva, Via Cherasco, Via G.B. Paravia, Via Castellamonte, Via Giaveno, Via Chivasso, Via Dogliani, Via Casale San Nicola nel XIV Municipio e Via Prato della Corte nel XV. Il divieto di utilizzo per il consumo umano era stato emesso lo scorso 21 febbraio, a seguito delle analisi disposte da Roma Capitale ed effettuate dalla Asl sulle acque della rete degli acquedotti rurali dell’Arsial. Le analisi avevano confermato la non compatibilità rispetto ai parametri europei, oggi ripristinata grazie al lavoro messo in campo in questi mesi, volto a sanare una situazione che si protraeva da molti anni. Intanto, prosegue l’attività di riqualificazione degli acquedotti e di sostituzione delle fonti disposta dal Campidoglio e realizzata da Acea, attività che porterà nei prossimi mesi al ripristino della potabilità dei restanti acquedotti interessati dal divieto.FRANCE-WATER

Fonte:  Comune Roma

© Foto Getty Images

Acqua all’amianto: a Roma nord vietata la potabilità

Dopo i problemi a causa dell’arsenico, ora l’Arsial, l’Agenzia della Regione Lazio fisice sotto inchiesta per avere distribuito acqua tossica

Della questione arsenico nelle acque laziali Ecoblog si è occupato a più riprese, ma ora dai rubinetti laziali spunta un nuovo incubo per la salute dei cittadini: quello dell’acqua contaminata dalle fibre di amianto. L’Arsial, l’Agenzia della Regione Lazio è finita da ieri sotto inchiesta della Procura di Roma con l’accusa di avere distribuito per anni acqua altamente tossica. L’allarme è arrivato da alcuni agricoltori di Malborghetto che abitano nelle strade indicate nell’ordinanza del Campidoglio che è arrivata con grave ritardo rispetto alla data nella quale i tecnici dell’Asl avevano comunicato la tossicità delle acque. A occuparsi della salubrità della rete idrica della zona sarà l’Osservatorio Nazionale Amianto. A Elena Panarella del quotidiano Messaggero, gli agricoltori romani hanno raccontato di essere stati obbligati ad allacciarsi all’acquedotto regionale dall’amministrazione pubblica, condicio sine qua non per il rilascio delle licenze utili per l’attività. E durante i lavori per l’allaccio emerse che le condotte di Malborghetto erano fabbricate in amianto, il materiale cancerogeno vietato dalla legge. Per anni il bestiame dell’agricoltore ha bevuto l’acqua tossica, almeno fino al 3 marzo scorso quando è arrivato il divieto di utilizzo. L’impianto è stato realizzato sessant’anni fa. Sempre a Roma Nord, l’acquedotto Camuccini di proprietà Arsial, è costituito da tubi in amianto e da pozzi di captazione in pessimo stato manutentivo. Ovviamente il divieto non è solamente quello di bere, ma è esteso alla cottura, alla preparazione di alimenti e bevande e alle pratiche di igiene personale che prevedono l’ingestione anche minima di acqua, come il lavaggio dei denti.146635841-586x390

Quindi l’acqua tossica può essere utilizzata tranquillamente per lo scarico del wc, per la lavatrice e negli impianti di riscaldamento. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo, ora la magistratura andrà avanti con i primi accertamenti.

Fonte: Messaggero

 

L’acqua si purifica col legno

detail-legno filtr

 

Filtrare l’acqua non è mai stato così semplice, economico ed ecologico. Un team di ricercatori del Mit di Boston sostiene infatti di essere riuscito a eliminare il 99% dei batteri di E.coli presenti un una sorgente d’acqua passandola attraverso un filtro ottenuto dal ramo di un pino o altri tipi di alburno (la parte più giovane del legno degli alberi). Il filtro messo a punto dai ricercatori, che presentano la loro proposta sulle pagine di Plos One, è in grado di produrre circa 4 litri di acqua potabile al giorno ed è stato pensato per le zone rurali in cui è difficile installare sistemi di filtrazione avanzata. Infatti, come spiega Rohit Karnik, tra gli autori dello studio: “Le membrane di filtrazione di oggi hanno pori nanometrici che non sono qualcosa che si può produrre molto facilmente in un garage. L’ idea qui invece è che non abbiamo bisogno di fabbricare una membrana, perché è facilmente disponibile. Basta prendere un pezzo di legno e farne un filtro”. Ma difficoltà di realizzazione a parte, il sistema messo a punto dai ricercatori del Mit è anche economico ed ecologico, rispetto ai metodi che utilizzano i depuratori a base di cloro, le membrane di filtrazione o lo stesso bollire. Il principio di funzionamento si ispira alla naturale capacità dell’alburno di filtrare le particelle più grandi di 70 nanometri, come racconta Nature World News. Abbastanza cioè per tener fuori i batteri ma non i virus. Al momento il progetto dei ricercatori è solo agli inizi. L’idea infatti è sia quella di testare diversi tipi di legno, supponendo che alcuni abbiano capacità di filtro migliori di altre, che di trovare modi per evitare che lo stesso filtro si secchi, compromettendone le capacità.

Via: Wired.it

Il fracking spreca acqua potabile nelle regioni più aride degli USA

Oltre la metà dei pozzi da fracking negli USA sono in zone aride o a rischio siccità, con un consumo di acqua pari al fabbisogno di circa 800 milioni di persone

Il video qui sopra mostra in time lapse la successione delle operazioni di fracking di un pozzo in Texas. Nelle intenzioni di chi lo ha girato dovrebbe essere un video pubblicitario, volto a mostrare l’efficienza delle operazioni. In realtà rappresenta anche una chiara dimostrazione dell’ elevato impatto ambientale del facking: consumo di suolo fertile, grande dispiego di macchine e automezzi, spropositato uso di materiali; avete notato il numero di sezioni di trivella che vengono utilizzate? Tutto ciò deve essere moltiplicato per le decine di migliaia di pozzi che vengono realizzati negli USA. Oltre ai danni già documentati, inquinamento della falda,devastazione del territorio, microsismi, ora se ne aggiunge un altro: competizione con gli umani per il consumo di acqua nelle zone più aride. Un rapporto dell’organizzazione di investitori green Ceres mostra infatti che oltre la metà dei 40 000 pozzi trivellati dal 2011 ad oggi si trova in regioni aride e/o a rischio siccità (vedi mappa qui sotto) e oltre un terzo in zone dove si consuma già troppa acqua e il livello della falda è in forte calo.  Il consumo di acqua si attesta intorno all’esorbitante cifra di 370 milioni di m³, un volume pari ai consumi urbani di circa 800 milioni di persone (secondo gli standard USA). In questo caso si tratta effettivamente di “consumo”, perchè l’acqua in uscita dal processo è inquinata dai  reagenti chimici e non è più adatta a nessun uso. Alcune aziende trattano l’acqua e la riciclano, ma le informazioni sono scarse e incomplete. Per questo Ceres chiede completa trasparenza sui flussi idrici in termini di quantità e qualità oltre a ridurre l’uso di acqua nelle operazioni. Si tratta probabilmente di una pia illusione visto che le lobbies del petrolio hanno in mente di raddoppiare la produzione e per fare questo dovranno trivellare oltre dieci volte di più di quanto fanno oggi.

Fonte: ecoblog

Vivere senza acqua potabile: in Usa si preparano a questa evenienza

Dopo la contaminazione delle falde acquifere in West Virginia l’America si interroga sulla capacità delle comunità di affrontare l’emergenza di un giorno senza acqualimonata_1lt_candy_nat,1149

Negli Stati Uniti dopo l‘avvelenamento della falda acquifera in West Virginia l’America ha scoperto che l’acqua potabile è preziosa. Si consideri che mediamente un americano consuma 378 litri di acqua al giorno contro i 165 di un europeo e i 20 litri di un africano. La FAO stima che siano necessari 100 litri al giorni acqua per avere una vita dignitosa. Nasce così negli Usa il programma Community-Based Water Resiliency (CBWR) su iniziativa dell’EPA con l’obiettivo di formare e preparare le comunità alla necessità di apprendere il ciclo dell’acqua fornendo le informazioni per la gestione in sicurezza di questa preziosa risorsa. Lo strumento individuato è un programma da scaricare che aiuta a valutare la resilienza della propria comunità, ossia la capacità di reazione e adattamento alla interruzione del servizio idrico. Attraverso il programma si scopre come migliorare la resilienza e attraverso l’autovalutazione mette ogni partecipante nella condizione di conoscere i punti di forza e di debolezza personali e della comunità in cui vive e si rapporta. L’obiettivo finale è migliore l’accesso alle risorse alternative per aumentare la resilienza della comunità così da integrarsi nelle risposte amministrative che arriveranno alle emergenze.

Il 22 marzo 2104 sarà la giornata mondiale dell’acqua, ricordiamocene.

Fonte: ecoblog

E’ lo spreco di cibo il vero disastro ecologico mondiale avverte la FAO

La FAO avverte che lo spreco alimentare è pari a un disastro ecologico, perché i Paesi ricchi producono più cibo di quel consumano175628202-594x350

Il rapporto FAO Foodwastage footprint Impacts on naturalresources pubblicato oggi rivela che lo spreco alimentare e agricolo costa ogni anno al Pianeta 750 miliardi di dollari ossia 565 miliardi di euro. Si spreca così non solo cibo ma acqua, pari a tre volte quella contenuta nel Lago di Ginevra, ma anche suolo agricolo impegnato per colture che saranno poi gettate via con emissioni sono pari a quelle di Cina o Stati Uniti in 6 mesi. Gettiamo via ogni anno 1,6 miliardi di tonnellate di prodotti alimentari che vanno a costituire così una montagna di spreco appunto definita dalla Fao come disastro ecologico.  Nel rapporto si legge:

A livello globale, l’acqua potabile sprecata rappresenta quasi tre volte il volume del lago di Ginevra o al volume di flusso annuale del Volga.

Ma sopratutto la FAO afferma che la riduzione delle perdite in agricoltura e di cibo potrebbe contribuire in modo significativo al raggiungimento dell’obiettivo di aumento del 60% in cibo disponibile per soddisfare le esigenze della popolazione globale nel 2050. Secondo la FAO, il 54% delle perdite sono registrate nelle fasi di produzione, raccolta e stoccaggio. Il resto è spreco alimentare in senso proprio, in fase di preparazione, distribuzione o consumo. Nei paesi ricchi, è il secondo tipo di spreco a dominare. Gli esperti hanno cercato di determinare quali sono le regioni e prodotti agricoli che causano gli impatti ambientali In Asia si sprecano più cereali e ciò a causa degli alti volumi di produzione nel Sud-Est asiatico e l’Oriente e del peso del riso, che emette grandi quantità di metano. I ricchi paesi dell’America Latina sono responsabili dell’80% dello spreco di carne, che:

hanno un forte impatto in termini di uso del suolo e di emissioni di anidride carbonica.

Mentre lo spreco di frutta in Asia, America Latina ed Europa sono tra le principali cause di spreco di acqua. Per rimediare a questa situazione, la FAO raccomanda di migliorare le pratiche agricole e gli impianti di stoccaggio e di trasporto nei paesi in via di sviluppo e sottolinea che i paesi ricchi hanno: una grande responsabilità per i rifiuti alimentari a causa del loro modo di produzione e di consumo non durevoli.

Fonte:  Le Monde