Torino, siglato l’accordo per la sperimentazione della guida autonoma

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L’accordo tra Comune, numerose aziende, Università e Politecnico, prevede la realizzazione di un laboratorio in ambito urbano con strade e infrastrutture tecnologiche dove svolgere attività di sperimentazione e testing di veicoli a guida autonoma e connessa. Firmato questa mattina a Palazzo ​Civico  il protocollo d’intesa fra Città di Torino, FCA Group, GM Global Propulsion Systems S.r.l., ANFIA, 5T s.r.l., Politecnico di Torino, Università degli Studi di Torino, Fondazione Torino Wireless, Tim S.p.A., Open Fiber S.p.A., Italdesign Giugiaro S.p.A., Unione Industriale di Torino, FEV Italia e Unipol che prevede la realizzazione di un laboratorio in ambito urbano con strade e infrastrutture tecnologiche dove svolgere attività di sperimentazione e testing di veicoli a guida autonoma e connessa. La Città di Torino investe sull’attrazione di innovazione di frontiera con l’obiettivo di creare un’esperienza unica per i cittadini che vivono e visitano il capoluogo. L’accordo favorisce la sperimentazione sul nostro territorio di soluzioni tecnologiche per il supporto di veicoli connessi e a guida autonoma, nonché l’adeguamento della rete infrastrutturale ai più avanzati servizi smart e per la guida automatizzata. Un’opportunità che trova terreno fertile nella nostra città ricca di know-how, aziende all’avanguardia, dipartimenti universitari ed enti di ricerca attivi nei settori dell’auto, della componentistica, delle telecomunicazioni, della sensoristica, dell’elettronica avanzata e dell’intelligenza artificiale. L’eterogeneità dei partner conferma l’interesse della ​Città nella creazione di una nuova filiera: quella dell’auto autonoma e connessa.  Soluzioni e servizi innovativi saranno messi a sistema per creare un’esperienza unica e sicura nel campo della mobilità. Grazie alla sensoristica e alla connettività delle reti 5G che permetteranno la comunicazione in tempo reale fra veicolo e veicolo, V2V, e fra veicolo e infrastruttura, V2I, il guidatore potrà essere supportato laddove l’errore umano è più probabile (velocità molto basse o elevate, ovvero nel traffico urbano e sui lunghi tratti autostradali)​,​ utilizzando una mobilità sempre più assistita da servizi intelligenti per aumentare i livelli di sicurezza, snellire il traffico, annullare il numero di incidenti stradali e ridurre gli impatti sull’ambiente. La sperimentazione sull’auto a guida autonoma e connessa si trova a un punto di svolta, con i primi modelli ormai prossimi a uscire sul mercato: si stima, dal 2020, una crescita esponenziale che, nel giro di vent’anni, potrebbe portare alla circolazione di oltre 30 milioni di esemplari nel mondo, per un valore stimato di 7 trilioni di dollari. La tecnologia per la self driving car è già disponibile, ma la sua adozione dipenderà dalla creazione di un modello di business sostenibile che sia in grado di creare un servizio per il cittadino, compito questo non solo dei produttori ma anche dei singoli governi e della risposta delle amministrazioni locali.

Per il sistema economico e industriale di Torino e del suo territorio si tratta di un’intesa rilevante perché – sottolinea la sindaca Chiara Appendino – consente di favorire un’ampia collaborazione tra soggetti che operano nel campo dei trasporti, realizzando soluzioni innovative per il settore automotive e, più in generale, dando corpo a progetti utili a perseguire l’obiettivo di creare un sistema di mobilità sempre più integrata, condivisa e, soprattutto sostenibile.  Inoltre – aggiunge la sindaca – per una città dove la produzione di auto e l’indotto ad essa collegato rappresentano non solo la storia, ma sono ancora oggi una parte tutt’altro che marginale del suo sistema produttivo, questo accordo spinge l’intero sistema delle imprese verso la strada dell’Industria 4.0, quella della crescita attraverso l’innovazione che, ne sono certa, potrà generare per il territorio ricadute positive e importanti anche sotto l’aspetto economico e occupazionale”.

Con la firma di oggi l’Amministrazione promuove modelli e forme di sviluppo economico basati sulla semplificazione della relazioni tra pubblico e privato e sulla condivisione con le aziende che sviluppano innovazione ​a Torino della conoscenza che la città ha del suo territorio. Una scelta che riconferma la strategia basata sulla competitività e sull’attrattività del sistema economico torinese, con particolare attenzione al suo impatto sociale.

Fonte: ecodallecitta.it

 

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Inquinamento, arriva l’accordo Salva-stalle

I Ministeri dell’Agricoltura e dell’Ambiente hanno siglato con Coldiretti un nuovo protocollo che definisce le zone vulnerabili ai nitrati106_milk-586x439

Un nuovo protocollo per definire le zone vulnerabili ai nitrati è stato siglato dal presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo e dai ministri dell’Agricoltura, Maurizio Martina, e dell’Ambiente,Gian Luca Galletti, nell’ambito del forum “Made in Italy dopo Expo 2015” promosso dal presidente della Coldiretti Lombardia, Ettore Prandini. Come dimostrano molteplici casi di cronaca, i rifiuti organici degli allevamenti possono diventare un problema di difficile risoluzione per le zone nelle quali vi è un’alta densità di allevamenti. Nelle zone vulnerabili ai nitrati, dove vengono rilasciati composti azotati in acque che risultano già inquinate o potrebbero diventarlo in conseguenza di tali scarichi, è attivo dall’11 novembre il divieto invernale di spandimento degli effluenti zootecnici (liquami, letame e simili), dei concimi azotati e degli ammendamenti organici, un divieto che sarà prolungato fino all’8 febbraio 2015 e che è rivolto alle aziende agricole di qualsiasi dimensione e indirizzo. In Italia le zone cosiddette vulnerabili corrispondono a circa 4 milioni di ettari che si concentrano nelle aree di pianura e rappresentano il 31,8% della superficie agricola utilizzabile secondo una mappa vecchia di vent’anni che rischiava di rendere fuorilegge numerosi allevamenti di Veneto, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna. Il protocollo sottoscritto da Coldiretti e dai ministeri di Agricoltura e Ambiente prevede che, entro 45 giorni, il governo emetta un decreto per ridefinire le zone vulnerabili, dopo il quale le Regioni avranno 30 giorni per disegnare una nuova mappa di gestione degli effluenti da allevamento. Una delle novità è rappresentata dal fatto che la nuova classificazione terrà conto dei carichi contaminanti derivanti da fonti di criticità non agricole. Per il presidente di Coldiretti Moncalvo si tratta di un vero e proprio salvataggio della filiera dell’allevamento nazionale, una condicio sine qua non per “assicurare la produzione di salumi e formaggi Made in Italy”.

 

Fonte:  Tekneco
© Foto Getty Images

Cambiamenti climatici, accordo tra Cina e Usa per azione globale: i commenti di Greenpeace, Kyoto Club e Legambiente

Cina e Usa hanno annunciato i nuovi target di riduzione delle emissioni lasciando intendere che nel 2015 l’accordo ONU diverrà globale. L’accordo storico tra Usa e Cina per la riduzione delle emissioni di CO2 è stato raggiunto ieri al termine del Vertice bilaterale sulla cooperazione economica a Pechino nella grande Sala del popolo tra il presidente cinese Xi Jinping e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama.CHINA-US-DIPLOMACY

Gli Stati Uniti e la Cina, che insieme rappresentano più di un terzo di tutte le emissioni di gas a effetto serra a livello mondiale hanno negoziato un accordo ampio per ridurre le emissioni drasticamente entro il 2030; accordo che il presidente Barack Obama ha definito una “pietra miliare”. Gli obiettivi sono stati posti al 2025 per ridurre le emissioni di gas serra del 28 per cento al di sotto del livello fissato nel 2005. Allo stesso tempo, la Cina ha dichiarato che intende iniziare a ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica entro il 2030 e di aumentare la quota di energia a emissioni zero, tra cui nucleare, eolico, solare e altre al 20 per cento di tutti i suoi consumi per anno. Resta a questo punto da rimpinguare gli obiettivi che si è posta l’Unione Europea, impegnata da quest’anno a ridurre le sue emissioni di almeno il 40 per cento rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030 che da molti sono stati giudicati ancora insufficienti. Per gli Stati Uniti, l’accordo punta a raddoppiare il ritmo di riduzione della CO2 portandolo dall’attuale da 1,2 per cento l’anno al 2,3 per cento al 2020 e al 2,8 per cento per l’anno dopo. La Casa Bianca sostiene che l’ambizioso obiettivo potrebbe essere raggiunto in base alle leggi esistenti e che potrebbe generare fino a 93 miliardi dollari in “benefici netti” di miglioramento della salute pubblica e ridurre l’inquinamento. Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia commenta così lo storico accordo:

Tutti i Governi devono ora accelerare il ritmo e la portata dei loro impegni per i negoziati sul clima delle Nazioni Unite. E dovrebbero iniziare nel corso della riunione del G20 di questo fine settimana, annunciando di voler porre fine ai sussidi ai combustibili fossili (impegno già preso a Pittsburgh nel 2009): 88 miliardi di dollari che ogni anno vanno ad alimentare la maggiore fonte di anidride carbonica e, quindi, il cambiamento climatico. Siamo alla vigilia della COP 20 di Lima, poi c’è un anno di negoziati sino al traguardo di Parigi, alla fine del 2015. Il fatto che Cina e USA abbiano messo sul piatto un primo impegno è un ottimo inizio, vuol dire che non si arriverà all’ultimo momento con le carte tutte coperte, come avvenne a Copenaghen, provocando poi il sostanziale fallimento del tentativo di concludere un accordo globale significativo. In termini di numeri, lo prendiamo come un primo impegno, la scienza del clima e l’equità richiedono più azione.

U.S. President Barack Obama Visits China

Fonte: CRINYT

© Foto Getty Images

Banca Etica scommette sul biologico: venti milioni di credito e non si ferma

Venti milioni di euro, a tanto ammonta il credito che Banca Etica ha in corso con le aziende agricole del biologico, cifra che potrebbe aumentare dopo l’accordo siglato di recente con Federbio. Una scelta di campo, «perché anche se siamo nel campo del profit, il biologico rappresenta un’agricoltura sostenibile che ha ricadute positive sulla salute dell’uomo e dell’ambiente» spiega Ugo Biggeri, presidente di Banca Etica.agricoltura_biologica_banca_etica

Aiab è tra i soci fondatori di Banca Etica, che a sua volta ha contribuito alla nascita di Icea, ente di certificazione del biologico. Ora è arrivato anche l’accordo con Federbio ad ampliare ancor più la gamma delle possibilità garantite agli operatori di un settore in crescita «che incontra e rispetta in pieno quelle che sono le nostre finalità, cioè un uso responsabile del denaro per finanziare quelle realtà che apportano valore aggiunto positivo alla nostra società in una visione di economia sostenibile» spiega Ugo Biggeri, presidente di Banca Etica. Quello dell’agricoltura biologica è stato il primo settore al quale la banca cooperativa si è rivolta quando ha deciso di aprirsi anche ai settori del profit, mentre prima si dedicava solo al non profit. «Ci siamo resi conto che si può fare molto di positivo anche in questo senso, si può contribuire anche così al bene comune e alla salvaguardia dei diritti – aggiunge Biggeri – il biologico è stato una scelta di campo decisa, perché è sostenibile e rispettoso della salute dell’uomo e dell’ambiente». Questa scelta è stata ora coronata dalla convenzione con Federbio, Federazione italiana agricoltura biologica e biodinamica. Banca Etica finanzia le aziende che vogliono iniziare, quelle che vogliono ammodernarsi e anche quelle che vogliono convertirsi, prevedendo prestiti che hanno a che fare con l’attività specifica dell’azienda ma anche, per esempio, l’installazione di dispositivi che permettano di utilizzare energie rinnovabili, come i pannelli fotovoltaici. Un grande aiuto, dunque, per chi ha le idee chiare su quale direzione imboccare nel rispetto della sostenibilità e dell’ambiente e che spesso non riesce invece a ottenere linee di credito dalle banche mosse da interessi ben meno nobili. Tanti, poi, al di là del mondo del biologico, sono i progetti sui quali Banca Etica ha concentrato la propria attenzione, fungendo a volte da vero e proprio volano per realtà che poi si sono affermate e hanno proseguito sulle loro gambe, con basi solide. «Come ad esempio la Cooperativa siciliana Lavoro e Non Solo che lavora le terre confiscate alla mafia. Abbiamo poi un’operazione di workers buyout con un’azienda ceramica della provincia di Reggio Emilia,la GresLab, dove i lavoratori hanno rilevato la fabbrica dai precedenti proprietari  e hanno dato vita a una cooperativa. Ci sono poi le operazioni che riguardano scuole che hanno installato sui tetti i pannelli solari grazie all’impegno dei genitori, i progetti con Medici senza Frontiere per i quali abbiamo anche un conto dedicato e i gruppi di autocostruzione. Poi ancora i salvataggi delle Case del Popolo dell’Arci in Toscana quando rischiavano di essere tutte vendute a privati. Voglio poi anche citare – prosegue Biggeri – il consorzio Abn di Perugia che è partito dal nulla grazie a noi e ora è un colosso con esigenze di credito di diversi milioni di euro.  Insomma, vogliamo essere un acceleratore di quell’economia che produce le cose “giuste”, le cose positive, quelle che fanno bene a noi e al territorio».

Fonte: ilcambiamento.it

Clima: accordo raggiunto dal Consiglio UE su nuovi obiettivi al 2030. La delusione degli ambientalisti

Il vertici europei riuniti a Bruxelles per il Consiglio su clima ed energia hanno trovato un’intesa su quelli che dovrebbero essere i nuovi obiettivi climatici dell’UE al 2030: gas serra tagliati del 40% rispetto al 1990, rinnovabili ed efficienza incrementati del 27% (gli ultimi due target non sarebbero vincolanti per i singoli stati membri). Ora la palla passa alla nuova Commissione, che dovrà tradurre la proposta in strumenti legislativi. Ma le associazioni ambientaliste non ci stanno380743

Ridurre le emissioni di gas serra del 40% rispetto ai livelli del 1990, innalzare la quota di energia rinnovabile fino al 27% del consumo totale europeo, incrementare l’efficienza energetica di almeno il 27% (rispetto sempre al 1990). Sono questi i nuovi obiettivi climatici al 2030 su cui si sono accordati, dopo un’intensa trattativa, i 28 paesi UE riuniti a Bruxelles in occasione del Consiglio europeo su energia e clima. Gli ultimi due obiettivi, in particolare, «saranno raggiunti nel pieno rispetto della libertà degli stati membri di decidere il loro mix energetico – si legge nel comunicato diffuso dopo aver raggiunto l’intesa – Non saranno tradotti in obiettivi vincolanti a livello nazionale (quello sulle rinnovabili è vincolante solo a livello comunitario, ndr)». Una scelta, quella di rendere i nuovi target su rinnovabili ed efficienza non vincolanti a livello nazionale, voluta fortemente dal governo polacco e caldeggiata anche da Londra. Ora la parola passa alla nuova Commissione europea, che, tenendo conto anche del parere del Parlamento, dovrà tradurre l’intesa uscita dal vertice in proposte di strumenti legislativi veri e propri. Una clausola nel testo sottoscritto a Bruxelles, comunque, prevede la possibilità di rivedere tutti gli impegni qualora al vertice sul clima di Parigi in programma nel 2015 gli stati non UE non dovessero mostrare l’intenzione di assumere a loro volta target simili al 2030.
Leggi le conclusioni del Consiglio UE sui nuovi obiettivi climatici al 2030 (inglese)

Secondo il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy si tratta di una «buona notizia per il clima, i cittadini, la salute, e i negoziati internazionali sull’ambiente a Parigi nel 2015». Positivo anche il commento del presidente della Commissione europea, Jose Manuel Barroso, per il quale «questo pacchetto è una buona notizia per la nostra lotta contro il cambiamento climatico, nessun giocatore al mondo è ambiziosa come l’UE», ma è facile prevedere un’alzata di scudi da parte delle principali associazioni ambientaliste e di altri soggetti interessati. Alla vigilia del vertice, ad esempio, il WWF aveva chiesto al premier Renzi, impegnato in quanto presidente di turno dell’UE, obiettivi ben più ambiziosi: un taglio del 55% dei gas serra, la produzione di energia da fonti rinnovabili almeno del 45%, e un incremento di almeno il 40% per l’efficienza energetica. L’associazione, inoltre, sottolineava l’importanza di rendere tutti e tre gli impegni giuridicamente vincolanti per i paesi membri. Delusione per i contenuti dell’accordo è già stata espressa da Legambiente, che critica il comportamento della presidenza italiana in occasione del Consiglio. Secondo il presidente dell’associazione, Vittorio Cogliati Dezza, si tratta di «una grande occasione sprecata, con l’Italia che si è limitata a svolgere un ruolo semplicemente notarile di presidente di turno dell’Unione europea cedendo alla minacce di veto britanniche e polacche. Il nostro governo ha mostrato la sua scarsa capacità di leadership e volontà politica di investire nello sviluppo di un’economia europea a basse emissioni di carbonio cedendo alla lobby del fossile».
Legambiente sottolinea che l’intesa raggiunta dai leader europei peggiora addirittura peggiorato la proposta avanzata dalla Commissione UE nei mesi scorsi, giudicata già poco ambiziosa dagli ambientalisti. Secondo l’associazione, il nuovo Pacchetto clima al 2030 non permetterà di raggiungere l’obiettivo di riduzione delle emissioni di almeno il 95% al 2050, una condizione ritenuta indispensabile dai climatologi per riuscire a contenere il riscaldamento del pianeta almeno sotto la soglia critica dei 2°C. Il Cigno ritiene poco ambizioso anche l’obiettivo comunitario proposto per le rinnovabili, di appena il 3% al di sopra dell’attuale trend al 2030. Stesso giudizio sul anche sul target del 27% per l’efficienza energetica, destinato tra l’altro a rimanere non vincolante dal punto di vista giuridico. Ma le istanze degli ambientalisti non si fermano davanti all’esito del Consiglio UE. «Siamo solo all’inizio della partita , nei prossimi mesi la nuova Commissione Juncker dovrà predisporre il pacchetto di proposte legislative su cui Consiglio e Parlamento dovranno poi raggiungere un accordo – aggiunge Cogliati Dezza – Legambiente, insieme ai principali network ed associazioni europei, si impegnerà con forza affinché il Parlamento costringa il Consiglio ad approvare un ambizioso pacchetto legislativo, che includa un obiettivo di riduzione delle emissioni di gas-serra che vada ben oltre il 40% (noi proponiamo il 55%), includa un obiettivo vincolante per l’efficienza energetica che vada ben oltre il 27% (noi proponiamo il 40%) e aumenti l’ambizione dell’obiettivo per le rinnovabili (noi proponiamo il 45%)». Aspre anche le critiche giunte da Climate Action Network Europe, che secondo quanto riporta il Guardian ha accusato i leader europei di non essere venuti a Bruxelles per concordare nuovi obiettivi climatici storici, ma per discutere «se finanziare le centrali elettriche più inquinanti d’Europa». Tornando in Italia, invece, mediocre il giudizio di assoRinnovabili, che ritiene che i Capi di Governo dell’Unione Europea siano rimasti sordi agli inviti di maggior coraggio che fino all’ultimo sono arrivati dal settore della green economy. «Pur apprezzando in parte il lavoro svolto, ritengo si potesse e dovesse fare di più – commenta Agostino Re Rebaudengo, presidente dell’associazione – assoRinnovabili aveva chiesto in più occasioni che l’obiettivo per le rinnovabili non fosse inferiore al 30%, considerando i tanti vantaggi che la produzione di energia verde ha saputo offrire e offrirà al nostro Paese in termini di emissioni evitate di CO2, minori danni alla salute dei cittadini, incremento di PIL e occupazione. La stessa Commissione ha stimato che con un obiettivo per le rinnovabili al 30% si potrebbero avere al 2030 fino a 1.300.000 posti di lavoro in più in Europa, mentre con un obiettivo limitato al 27% se ne avrebbero solo 700.000: perché rinunciare a 600.000 occupati? Senza trascurare inoltre l’aspetto strategico che le rinnovabili possono rivestire in termini di security of supply per l’Unione Europea, fattore particolarmente rilevante in seguito ai recenti sviluppi geopolitici, sia a Est che a Sud dell’Unione Europea».

Fonte: ecodallecitta.it

Ecuador: scoperto accordo segreto con banche cinesi per trivellare l’Amazzonia

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Secondo un documento segreto scoperto dal Guardian, il governo dell’Ecuador sarebbe pronto a negoziare un accordo del valore di un miliardo di dollari con una banca cinese, per estrarre petrolio in un parco nazionale situato all’interno della foresta amazzonica. L’accordo manderebbe a monte anni di raccolte fondi e di lotte portate avanti dagli ambientalisti per la tutela della zona e i diritti degli indigeni. L’area interessata, il parco Yasuni, è infatti uno dei posti a maggiore biodiversità del mondo.

Trivellare la foresta amazzonica in cambio di un miliardo di dollari. È questo il presunto accordo che ha lasciato sgomenti tutti i gruppi che in questi anni si sono battuti per i diritti umani e della natura. Una proposta, fatta in totale segreto dalla Cina al governo ecuadoriano, che sarebbe stata smascherata dal Guardian. L’accordo riguarda una particolare area, chiamata Yasuni, che nell’ultimo periodo è stata oggetto di una pionieristica iniziativa, la Yasuni-ITT, pensata proprio per proteggere la foresta. La zona, infatti, è uno dei luoghi più ricchi di biodiversità che ci sono al mondo e sede di popolazioni indigene, alcune delle quali, i Tagaeri e i Taromeane, vivono ancora in quello che viene chiamato “isolamento volontario”.

L’area si trova di preciso all’estremità orientare dell’Ecuador, a 250 km dalla capitale e si estende per poco meno di 10mila kmq nella foresta pluviale in Amazzonia. Nel 1989 è stata nominata dall’Unesco riserva della biosfera.foresta-amazzonica

Purtroppo, in quella stessa area, nel 2007, furono individuati dei giacimenti petroliferi stimati in 800 milioni di barili. In quell’occasione, il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, lanciò l’iniziativa Yasuni-ITT, incentrata nel tentativo di salvare quel pezzo di foresta fluviale. Correa pretendeva in pratica che i paesi ricchi pagassero almeno la metà di quello che avrebbe generato la vendita del petrolio in dieci anni, cioè 3,6 miliardi di dollari, al fine di preservare quella parte del “polmone verde della terra”.

Ma, ad agosto dell’anno scorso, i fondi raccolti ammontavano solo a 13 milioni di dollari. Così, Correa decise di abbandonare il progetto, promettendo però di trivellare solo l’un per cento del parco. Il documento che il Guardian ha reso pubblico è arrivato quindi come un fulmine a ciel sereno per gli ambientalisti, perché sarebbe la dimostrazione che il governo ecuadoriano, invece, stava già contrattando in segreto con la China Development Bank. Secondo quanto si apprende anche da Il Fatto Quotidiano, che ha riportato la notizia, “l’accordo prevede un primo investimento di quest’ultima (della banca cinese ndr) di “almeno un miliardo di dollari” che andranno direttamente al “ministero delle finanze o a altra entità decisa dal governo ecuadoriano”.

Le ong coinvolte nell’iniziativa Yasuni sembra siano furibonde per la questione, visto che l’accordo sarebbe iniziato mentre ancora il governo cercava di recuperare fondi per salvare la foresta. Il presunto documento (attualmente non disponibile sul Guardian perché “temporaneamente rimosso dal sito in attesa di un’inchiesta”) porterebbe infatti il nome del ministro ecuadoriano in ogni pagina, nominando un accordo preliminare datato 2009. Purtroppo, ad oggi non si hanno altre notizie certe, anche perché il documento non è più visionabile. Ma se ciò si rivelasse corrispondere a verità, sarebbe una notizia terribile. Innanzitutto per la tutela della biodiversità e delle popolazioni locali e in secondo luogo perché, secondo un sondaggio, una grossa fetta (78-90%) degli ecuadoriani è contraria al trivellamento della regione. Sembra comunque che gli attivisti stiano provvedendo alla raccolta di 600mila firme entro il 12 aprile, per promuovere un referendum che blocchi tutto.

Fonte: ambientebio.it

Smog nel Bacino Padano, contro l’inquinamento firmato l’accordo con il ministero per l’Ambiente

Andrea Orlando ministro per l’Ambiente e le regioni Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte, Veneto, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia insieme con le Province autonome di Trento e Bolzano hanno sottoscritto l’accordo per misure anti-inquinamento nel bacino padanopadania-600x350

L’accordo di programma è stato firmato e già a gennaio inizieranno le attività i primi gruppi tecnici di lavoro che esprimeranno le loro proposte entro la metà del 2014. Lo smog che attanaglia il Bacino padano dunque sembra destinato a avere vita breve con soluzioni che appunto saranno rese noto nel corso del 2014. Le attività di disinquinamento saranno affrontate in maniera traversale e da tutte le regioni coinvolte, ovvero Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte, Veneto, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia con le Province autonome di Trento e Bolzano.

Soddisfatto il ministro Orlando che ha così commentato:

Una decretazione dall’alto non avrebbe ottenuto i risultati che volevamo. Abbiamo provato a costruire un’alternativa, come si diceva qualche anno fa, all’“abbattimento del Turchino”. Si è trattato di un lavoro reso possibile da un’attività praticamente quotidiana delle strutture regionali, provinciali e ministeriali. Tutti gli inquinanti vengono considerati problemi da affrontare e risolvere con strumenti adeguati. Ora nessuno si può chiamare fuori. La firma dei ministeri e l’impegno degli assessorati riconoscono che bisogna muoversi su tutti i fronti.

Fonte:  ministero per l’Ambiente

 

Pannelli solari, Ue e Cina trovano l’accordo

Secondo le indiscrezioni il prezzo minimo di vendita dovrebbe essere fissato in 57 centesimi a watt, oltre i 7 gigawatt di vendita i dazi verranno alzati al 47,6% 1622893073-586x389

La guerra fredda commerciale fra Cina UE è finita o, meglio, è finita l’aspra battaglia riguardante i pannelli solari che, dopo l’innalzamento dei dazi doganali sulla produzione asiatica, aveva fatto crescere la tensione fino a ostruzionismi verso le eccellenze europee, ad esempio quelle vitivinicole. Karel De Gucht, commissario al Commercio della Commissione Europea ha annunciato di avere trovato una soluzione amichevole con Pechino riguardo all’importazione dei pannelli commerciali. A giugno Bruxelles aveva imposto una tariffa anti-dumping dell’11,8% sui pannelli importati dalla Cina che sarebbe salita al 47% qualora fosse mancato un accordo entro il 6 agosto. L’iniziativa era stata presa a tutela dei produttori europei schiacciati da una concorrenza asiatica capace di vendere addirittura a un costo del 90% inferiore. Nel 2011 la Cina ha esportato pannelli solari per un valore di 35,8 miliardi di euro, di cui il 60% nei paesi membri dell’UE.  Ora gli esportatori dovranno rispettare un prezzo minimo di vendita che, secondo alcune indiscrezioni, è stato fissato in 57 centesimi per ogni watt di energia prodotta. Nelle ultime settimane ci sono stati intensi colloqui fra le due parti per arrivare a un accordo per arrivare a stabilire un prezzo minimo per l’importazione dei pannelli solari che, secondo i fabbricati europei, venivano venduti in condizioni di dumping sul mercato UE.

Siamo fiduciosi che questo prezzo stabilizzerà il mercato dei pannelli solari cinesi e farà cessare il danno che le pratiche di dumping hanno causato,

ha spiegato De Gucht.

L’intesa ha mostrato l’atteggiamento pragmatico e flessibile di entrambe le parti e la saggezza necessaria a risolvere la vicenda,

ha confermato Shen Danyang, portavoce del ministero del Commercio cinese.

Il prezzo di 57 centesimi di euro per watt sarebbe applicabile fino a una soglia di sette gigawatt oltre la quale scatterebbe l’applicazione dei dazi al 47,6%. Negli scorsi giorni EU ProSun, un consorzio comunitario di produttori del fotovoltaico aveva affermato che la soglia di sette gigawatt continuerà a garantire una notevole fetta di mercato alla Cina, mentre dalla Cina fanno sapere di ambire a un’esportazione quantificabile in 10 gigawatt annuali.

Fonte:  Tm News

 

Politica Agricola Comune: raggiunto accordo Ue sulla riforma

Europarlamento, Consiglio e Commissione europea hanno raggiunto ieri un accordo sulla riforma della Politica agricola comune (Pac). “Troppo pochi gli sforzi per un’agricoltura più verde, giovane e di piccola scala”, afferma Slow Food. “Molte parole e pochi fatto per una falsa riforma che non aiuta né l’ambiente né l’economia”, commentano le Associazioni del mondo ambientalista e dell’agricoltura biologica.agricoltura__ue_

Europarlamento, Consiglio e Commissione europea hanno raggiunto ieri un accordo sulla riforma della Politica agricola comune (Pac)

Con la conclusione del dialogo a tre (tra Consiglio dei Ministri dei Paesi membri, Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo e Commissione Europea per l’agricoltura e lo sviluppo rurale) la Politica Agricola Comune verso il 2020 è stata ieri definita in quasi tutti i suoi aspetti principali. “Possiamo affermare con certezza che la nuova PAC non ha centrato gli obiettivi che si era data, volti a orientare l’agricoltura europea in maniera ‘più verde e più equa’. Tanto più sono state disattese le speranze della società civile, che aveva chiesto ‘soldi pubblici per beni pubblici’, cioè che le risorse comuni fossero destinate a obiettivi e beni comuni”. Slow Food giudica quanto meno con freddezza gli accordi a cui si è giunti, soprattutto perché lasciano troppa discrezionalità agli Stati Membri su questioni fondamentali, come il supporto ai piccoli agricoltori, il tetto massimo e la riduzione dei pagamenti più ingenti in favore di chi riceve meno (l’80% degli agricoltori europei), lo spostamento di risorse dal pilastro riservato allo sviluppo rurale in favore di quello, già preponderante, legato ai pagamenti diretti. “Una vera Politica Comune dovrebbe essere comune, e non interpretabile o ridefinibile a seconda degli interessi nazionali, che purtroppo generalmente vengono facilmente orientati dalle lobbies in favore di grandi produzioni e monocolture”, ha commentato a caldo Carlo Petrini, presidente di Slow Food. Si può parlare di ‘de-europeizzazione’ della PAC: “É chiaro che ora la nostra azione per un’agricoltura più verde e più equa dovrà spostarsi in direzione dei Governi nazionali, per fare pressione affinché la piccola agricoltura sostenibile non sia troppo penalizzata. La partita non è affatto finita”. Per quanto riguarda il cosiddetto ‘greening’ – le misure ecologiche da realizzare per ricevere il 30% dei pagamenti diretti – purtroppo il punto di partenza rimane debole. È una misura di principio importante, ma che nei suoi regolamenti attuativi rischia di esentare il 60% delle terre coltivate in Europa.agricoltura_2_

“Molte parole e pochi fatti concreti per una falsa riforma della PAC che non aiuta né l’ambiente né l’economia”

La mancanza di un meccanismo di monitoraggio sull’impatto che la PAC potrà avere sui Paesi poveri o in via di sviluppo, poi, ci sembra non indichi una vera volontà di porre fine a pratiche commerciali che possono influire in maniera decisa sui problemi della fame, della malnutrizione e l’affermazione della sovranità alimentare delle comunità del mondo. I pochi miglioramenti che ci sono stati come un lieve aumento del sussidio ai giovani agricoltori o la semplificazione burocratica per le piccole aziende, non sono tuttavia sufficienti a orientare un giudizio che rimane complessivamente negativo. “Molte parole e pochi fatto per una falsa riforma che non aiuta né l’ambiente né l’economia”. È questo il Commento critico delle Associazioni del mondo ambientalista e dell’agricoltura biologica sulla riforma della PAC 2014 – 2020. L’accordo finale del ‘trilogo’ europeo (Parlamento, Consiglio e Commissione) sulla riforma della Politica Agricola Comune (PAC) è una delusione per le 14 Associazioni ambientaliste e dell’agricoltura biologica (AIAB, Associazione per l’Agricoltura Biodinamica, FAI, Federbio – Upbio, FIRAB, Italia Nostra, Legambiente, LIPU, Slow Food, Touring Club Italiano, Pro Natura, Società Italiana Ecologia del Paesaggio, WWF). Per le Associazioni si tratta nella sostanza di una falsa riforma che non avrà sostanziali ricadute positive sulla tutela dell’ambiente, sulla salute dei cittadini, sulla competitività e l’innovazione delle imprese agricole italiane ed europee.  Molte parole e pochi fatti concreti per una falsa riforma della PAC che non aiuta né l’ambiente né l’economia, confermando i sussidi all’agricoltura industriale ed i vecchi privilegi senza introdurre vere innovazioni per una maggiore competitività e sostenibilità ambientale ed economica delle nostre imprese agricole. In questo momento di crisi economica era necessaria una svolta radicale per l’agricoltura europea ed italiana verso un nuovo modello in grado di premiare le aziende agricole più virtuose, che producono maggiori benefici per la società, cibo sano, tutela dell’ambiente e capacità di creare lavoro per i giovani. Questo si aspettavano i cittadini Europei e invece ancora una volta si è perso un’occasione storica di cambiamento”, ha dichiarato la portavoce del Tavolo Maria Grazia Mammuccini.grano_agricoltura

“In questo momento di crisi economica era necessaria una svolta radicale per l’agricoltura europea ed italiana”

Sono numerosi i motivi di delusione per le 14 Associazioni ambientaliste e dell’agricoltura biologica per una annunciata riforma della PAC che non avrà nella quotidiana gestione delle pratiche agricole delle effettive ricadute positive per la tutela della biodiversità, il contrasto e adattamento ai cambiamenti climatici, la gestione sostenibile dell’acqua, il sostegno all’agricoltura biologica e multifunzionale, come ad esempio:

La spesa minima obbligatoria per le misure agro-climatiche-ambientali: prevista una spesa minima obbligatoria del 30% per le risorse nello sviluppo rurale, si sono però drasticamente ampliate le misure ammissibili per includere anche quelle con poco o nessun effetto ambientale positivo. Le Associazioni ambientaliste e del biologico chiedevano per questo un aumento al 50%. Con l’inclusione delle spese per investimenti materiali (per cui già si spendono in media il 22% del budget) l’aumento del 5% sarà facile da raggiungere e non produrrà concretamente nessun reale beneficio per l’ambiente.

Direttive UE su acqua e pesticidi: cancellato il vincolo del rispetto delle norme in applicazione delle due direttive da parte di tutte le aziende agricole che ricevono contributi dalla PAC (condizionalità), in cambio è stata prevista una consulenza tecnica obbligatoria per le aziende agricole sulle materie relative all’applicazione delle due direttive.  Questa norma non garantisce il rispetto delle due direttive da parte degli agricoltori perché non ci sarà nessun collegamento diretto con i sussidi che ricevono e rischia di rendere non efficace l’applicazione del Piano di Azione sull’uso sostenibile dei pesticidi che l’Italia deve ancora adottare per le forti resistenze delle lobby dell’agricoltura convenzionale basata sulla chimica.

Aree d’interesse ecologico – EFA:  per le superfici aziendali destinate alla tutela della biodiversità ed infrastrutture verdi è stata fissata la percentuale del 5% dal 2015 che potrà essere elevata al 7%, solo dopo una valutazione da parte della Commissione UE e successivo processo di codecisione con il Parlamento e il Consiglio, ma nessuna data per questa revisione è stata ancora fissata (potrebbe essere il 31 marzo 2017). La soglia per l’obbligo di applicazione delle EFA è stata fissata a 15 ettari, viene pertanto esclusa il 35,5% della superficie agricola in Europa. europa_agricoltura3

La riforma della PAC prevede un lieve aumento del sussidio ai giovani agricoltori o la semplificazione burocratica per le piccole aziende

La dimensione media delle aziende agricole italiane è 8 ettari, da questa norma del greening saranno pertanto escluse la maggioranza delle aziende agricole del nostro paese. Vengono inoltre ricomprese nelle EFA le superfici con colture che fissano l’azoto, il bosco ceduo a rotazione e le colture intercalari.

Greening e diversificazione delle colture (articolo 30): a parte il positivo riconoscimento dell’agricoltura biologica l’accordo prevede anche un principio di equivalenza discutibile ed esenzioni per le pratiche agro-ambientali di basso livello, che svuotano l’ecocompatibilità di tutta la sostanza. Per accedere ai finanziamenti del greening (30% del pagamento base) sono esentate da questa norma le aziende al di sotto di 10 ettari (33% della superficie agricola in Europa) e tra i 10 e 30 ha sono necessarie solo 2 colture, con la coltura principale che non copre più del 75% della superficie (questo significa che il 46% della superficie agricola europea è esente da uno dei tre requisi del greening) le aziende sopra i 30 ha, sono obbligate a tre colture, con la principale copertura massima del 75% e le due principali colture insieme per massimo del 95%. La dimensione media delle aziende agricole italiane è 8 ettari, anche da questa norma del greening saranno pertanto escluse la maggioranza delle aziende agricole del nostro paese.

Nessun reale rafforzamento del secondo pilastro sullo sviluppo rurale vero strumento strategico per le imprese agricole e per il territorio nel quale la conferma della previsione del finanziamento degli strumenti assicurativi contro le calamità naturali e la stabilizzazione dei redditi, misure estranee allo Sviluppo Rurale e che dovevano caso mai essere trasferite nel primo pilastro, finiranno per assorbire una parte rilevante delle risorse disponibili. Dopo l’approvazione definitiva dei regolamenti comunitari per la PAC si aprirà il processo di programmazione 2014 – 2020 a livello nazionale e regionale dove utilizzando gli elementi di flessibilità a disposizione ci sarà la possibilità di migliorare rispetto a quanto è stato approvato a livello europeo. L’impostazione degli strumenti operativi da parte del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e delle Regioni renderà evidente la reale volontà di scegliere un’agricoltura più sostenibile per l’ambiente, attenta ai beni comuni e all’interesse generale. Le 14 Associazioni ambientaliste e dell’agricoltura biologica auspicano che almeno per questo nei prossimi mesi ci sia un ampio e costruttivo confronto con tutte le parti sociali ed economiche interessate all’attuazione della futura PAC.

Fonte: il cambiamento

Bangladesh, grandi marchi firmano accordo per la sicurezza sul lavoro

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In seguito alla tragedia avvenuta il mese scorso in Bangladesh, diversi marchi dell’abbigliamento internazionale hanno siglato un accordo per migliorare la sicurezza delle fabbriche tessili in Bangladesh, nelle quali sono impiegate oltre 3 milioni di persone, spesso in condizioni di lavoro disumane. Tra le aziende firmatarie vi sono l’italiana Benetton, le spagnole Inditex e Mango, la britannica Marks and Spencer e la svedeseH&M. Mancano invece alcuni nomi, come l’americana Wal Mart, o il gruppo Gap, o la francese Carrefour che sta ancora studiando l’accordo. L’iniziativa è stata lanciata da UNI Global Union alla quale aderiscono 20 milioni di lavoratori e di industriali, con 50 milioni di affiliati in 140 Paesi. “Sono contento – dichiara il segretario generale dell’Uni – che così tanti marchi nel mondo abbiano sottoscritto l’accordo. Appena due giorni fa non avrebbe firmato nessuno. Adesso abbiamo circa 30 firme fra i gruppi più importanti”. L’accordo per la sicurezza e la prevenzione degli incendi in Bangladesh è stato firmato dalle grandi aziende, tra cui l’italiana Benetton, grazie anche alla Campagna Abiti Puliti. L’accordo, si legge sul sito della campagna, prevede la formazione dei lavoratori in merito ai loro diritti, informazione pubblica e l’obbligo di revisione strutturale degli edifici e obbligo per i marchi internazionali di sostenere i costi e interrompere le relazioni commerciali con le aziende che rifiuteranno di adeguarsi, al fine di rimuovere alla radice le cause che rendono le fabbriche del paese insicure e rischiose per migliaia di lavoratori. “Il cuore dell’accordo – spiega Deborah Lucchetti – è l’impegno delle imprese internazionali a pagare per la messa in sicurezza degli edifici, unitamente ad un ruolo centrale dei lavoratori e dei loro sindacati. Solo attraverso una diretta partecipazione dei lavoratori del Bangladesh sarà possibile costruire condizioni di lavoro sicure e mettere la parola fine a tragedie orribili come quella del Rana Plaza”. “Dal 2005 – si legge ancora sul sito – più di 1700 lavoratori tessili in Bangladesh sono morti a causa della scarsa sicurezza degli edifici. Ora si apre una fase nuova, nella quale i marchi si sono impegnati ad essere parte attiva e collaborativa. Tutti insieme siamo riusciti a creare un precedente storico di mobilitazione dal basso che difficilmente potrà essere ignorato d’ora in avanti”.

A.P.

Fonte. Il cambiamento