Toward 2030: La street art di Torino racconta gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile

Ha recentemente preso avvio a Torino il progetto “TOward 2030”, la cui finalità è promuovere la diffusione dei Global Goals, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile definiti delle Nazioni Unite, attraverso la street art. Sono 17 gli artisti che interpreteranno i rispettivi 17 Sustainable Develpoment Goals, attraverso un’iniziativa volta a conciliare arte, sostenibilità e cambiamento.

TOward 2030. What Are You Doing?“. È una domanda, una provocazione, uno spunto di riflessione sul ruolo che noi tutti abbiamo nei confronti dell’ambiente e della salute del nostro pianeta. È un progetto che nasce a Torino e che, entro il 2019, vedrà i muri della città colorarsi di messaggi pro-positivi, di buone pratiche e spunti di riflessione: obiettivo è trasformare i luoghi di Torino in 17 opere urbane, permettendo agli street artist torinesi, italiani e internazionali di reinterpretare ognuno uno dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite in un’ottica nuova, creativa e personalizzata.

Ma cosa sono questi “Obiettivi di sviluppo sostenibile”, ormai sulla bocca di tutti?

I Global Goals sono un insieme di visioni ed al contempo veri e propri obiettivi contenuti in un grande piano d’azione che coinvolge i governi dei 193 Paesi membri dell’ONU. Si tratta di importanti questioni per lo sviluppo globale tra le quali la lotta alla povertà, l’eliminazione della fame e il contrasto al cambiamento climatico, che dovranno essere raggiunti da tutti gli Stati entro il 2030. Sono obiettivi che riguardano tutti i Paesi e gli individui, capaci insieme di costruire un futuro migliore ed un pianeta più sostenibile.

Torino diventa la prima città al mondo ambasciatrice dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, convogliandoli in opere artistiche disseminate per la città.  Il progetto, ideato dalla Città di Torino e da Lavazza, fa emergere ancora una volta la grande responsabilità della cultura, intesa come motore di rigenerazione urbana e cambiamento.
“È un’iniziativa di Street Art che parla di sostenibilità e che entro la fine del 2019 renderà la città, dal centro alla periferia, un amplificatore dei 17 Goals delle Nazioni Unite. È proprio il linguaggio universale della street art a voler scuotere e spingere all’azione, così si rivolge ai cittadini, ai passanti e ai turisti con una domanda diretta e provocatoria – What are you doing? E tu, che cosa stai facendo? – per ricordare a tutti come il 2030 sia dietro l’angolo, mentre la strada da percorrere per salvaguardare il pianeta sia ancora tutta in salita”.

L’iniziativa è pensata come un progetto replicabile che possa essere riprodotto anche in altre città, attraverso nuove ed originali forme di pura creatività. Al momento sono state realizzate le prime cinque opere a cui seguiranno le successive, che verranno realizzate entro il 2019.

Global goal 1: “No Poverty”

Sconfiggere la povertà nelle diverse forme in cui questa si presenta quali fame, guerre e condizioni sociali. Si tratta di una lettura approfondita quella dell’artista ZED1 che, in Lungo Po Antonelli, ha creato un’opera che cattura fortemente l’attenzione grazie ai numerosi dettagli che la compongono: un portafoglio ricolmo di terra come sfondo; delle zone all’ombra dove sono riposti degli oggetti che ricordano inquinamento, corruzione, mancanza di salute e di educazione; un sole in posizione centrale che simboleggia la speranza ed un futuro prospero e positivo in cui porre fine ad ogni forma di povertà.

Global goal 2: “Zero Hunger”

Ridurre ed eliminare la fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile: questi sono gli obiettivi previsti per il 2030, proprio come raccontato dall’opera del collettivo torinese Truly Urban Artists che ha realizzato in Porta Palazzo un’opera che, partendo dal termine latino “cultus”, rimanda alla stretta corrispondenza tra i concetti di coltivazione/coltura e cultura/educazione.

Global goal 4: “Education: the Perfect Circle”

È l’opera dello street artist Vesod, noto a livello internazionale, che sottolinea il diritto ad un’istruzione di qualità, rafforzata dal contesto nella quale si inserisce, ovvero il Campus Universitario Luigi Einaudi. L’opera dà forma a uno speciale ciclo vitale in cui uomo, natura e conoscenza vivono in equilibrio, crescendo insieme. “Ho voluto mettere l’accento sull’educazione alla sostenibilità – ha spiegato Vesod – e sul diritto di tutti ad un’istruzione di qualità che è la base per migliorare la vita delle persone. Nella mia opera l’uomo è albero e la biblioteca, simbolo della conoscenza, è natura. Perché uomini, natura e conoscenza possono crescere insieme in un ciclo virtuoso. D’altra parte, gli uomini hanno imparato a fare la carta dagli alberi e dalla carta i libri, strumento principe della conoscenza”.

Global goal 11: Sustainable cities and communities

Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili: queste sono le sfide delle città, immaginate come portatrici di opportunità, prosperità e crescita per tutte le persone.  L’opera, realizzata da Ufo5, nonché dall’artista Matteo Capobianco, ritrae un cervo, simbolo di fecondità e del rinnovo continuo della vita e dei ritmi di crescita, morte e rinascita. Nella parte superiore dell’opera, afferma l’artista, “una città si eleva sopra tutto, la città ideale, che non può esistere senza il suo essere sostenibile, se non in armonia con il ciclo della vita naturale“.

Global goal 14: Life Below Water

L’obiettivo è tutelare la vita sott’acqua, proprio come racconta il goal 14: “conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per garantirne lo sviluppo”.

Un’attenta gestione di questa fondamentale risorsa globale è alla base di un futuro sostenibile: gli oceani assorbono circa il 30% dell’anidride carbonica prodotta dagli umani, mitigando così l’impatto del riscaldamento sulla Terra ed inoltre la loro temperatura, la composizione chimica, le correnti influenzano i sistemi globali che rendono la Terra un luogo  ivibile per il genere umano. In Corso Regina Margherita si parla di salvaguardia degli oceani e delle risorse marine attraverso l’opera dello street artist Mr Fijodor che raffigura una balena, che l’artista ci ricorda essere il più grande mammifero marino, ma anche uno dei più vulnerabili, che rappresenta la fragilità dell’ecosistema marino e la vittima dello sfruttamento degli uomini.

Foto copertina
Didascalia: Toward 2030: Global Goal 1
Autore: Pagina fb Zed1

Fonte: http://piemonte.checambia.org

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Ecovillaggio a pedali: il cantiere-scuola che ha dato vita a una comunità

Vivere insieme a contatto con la natura ricercando l’autosufficienza alimentare, energetica ed economica. Questo il sogno di un gruppo di amici che in Umbria hanno dato vita all’ecovillaggio a pedali: un progetto di comunità intenzionale, ecologica e solidale. Situato ad Avigliano Umbro, in provincia di Terni, l’ecovillaggio a pedali nasce dall’idea di un gruppo di amici con un sogno in comune: vivere in una comunità ecologica a 360°. Parliamo di ecologia profonda, ovvero del senso di appartenenza ad un sistema ecologico globale che riscopre il valore delle relazioni con se stessi, con gli altri e con il pianeta. La natura dentro e attorno a sé, insomma, e la voglia di una vita semplice e genuina. Abbiamo incontrato Laura Raduta, 33 anni, co-fondatrice della comunità, che ci ha raccontato la nascita e l’evoluzione di questo progetto.laura-ecovillaggio-a-pedali

Laura Raduta, cofondatrice dell’ecovillaggio a pedali


Come nasce l’idea?

Nel 2013 insieme ad alcuni amici affittammo un casale, rimanendo ognuno a vivere a casa propria, per sperimentare, per condividere intere settimane, per acquisire strumenti di autosufficienza, per conoscerci e capire meglio le esigenze reali di ognuno. Man mano le persone passavano e frequentavano il casale: chi per un corso, chi per una cena, chi per costruire il forno in terra cruda o solo per curiosità. Tante idee, confronti e domande: diventare una comunità intenzionale? Cosa mettere in comune? Quanto condividere? Quest’esperienza è durata tre anni, finché due di noi, io e mio marito, abbiamo comprato un terreno con una casa da ristrutturare nella bassa Umbria e il progetto si è trasferito lì.

Vi siete occupati della progettazione e della ristrutturazione del luogo. Qual è il vostro percorso di formazione?
Entrambi siamo ingegneri e questo ci ha dato una base strutturale, poi il corso di permacultura ci ha aperto alla progettazione sistemica, allo sguardo d’insieme, alla complessità. In seguito abbiamo frequentato tanti corsi, tenuti da permacultori, sulle varie tecniche di progettazione e sull’uso di diversi materiali. Questo ci ha permesso di approfondire e mettere a sistema i vari elementi che avevamo a disposizione. A chiudere il cerchio molta letteratura inglese e molta pratica: sbagli e impari.

Avete messo in piedi un cantiere-scuola?

Sì, a partire dalla fase di progettazione fino a quella di ristrutturazione. La cosa bella, infatti, è che chiunque passi da qui e abbia voglia di imparare, contribuire o solo curiosare partecipa alla costruzione del sogno. È così che la comunità si allarga e diventa diffusa. L’edificio, costruito con i canoni classici, viene rimodellato con i principi di bioarchitettura e l’uso dei materiali naturali e locali. Stiamo scegliendo la terra cruda, dalle tante proprietà ottimali, la paglia, ottimo isolante termico e acustico, la calce e il legno.ecovillaggio-pedali-forno

State ristrutturando questo posto in modo sostenibile. Cosa vuol dire più precisamente?

Abbiamo scelto di ristrutturare, dove possibile, piuttosto che costruire da zero. Abbiamo inoltre scelto di utilizzare materiali il più possibile naturali, di provenienza locale: il legno, la paglia per isolare, la terra cruda per intonacare e per i pavimenti, la calce per i bagni idrorepellenti. Lavorare con materiali naturali e locali permette di avere un impatto molto basso sull’ambiente e spesso, se realizzati in proprio, di abbassare i costi dei lavori. L’utilizzo di materiali naturali permette peraltro di raggiungere un comfort abitativo incredibile. La paglia è un eccellente materiale isolante, facilmente reperibile, rinnovabile e non inquinante. La terra cruda è a metri zero, gli intonaci permettono di regolare l’umidità interna, di diminuire i campi elettromagnetici e di gestire il livello delle tossine nell’aria. I materiali naturali, infine, ci permettono di utilizzare il cantiere come scuola per chi, vuole trascorrere delle giornate insieme a noi per con conoscere I possibili usi di terra cruda, paglia e calce.ecovillaggio-pedali

Il vostro ecovillaggio è autosufficiente dal punto di vista energetico, alimentare ed economico?

Una cucina a norma ci permette di proporre una piccola ristorazione, di trasformare i cibi, di ospitare eventi e corsi. Un laboratorio-falegnameria per i lavori artigianali, l’orto e una foodforest incrementano l’autosufficienza ma diamo anche grande valore allo scambio del surplus, che ottimizza le energie e crea comunità con il territorio locale.  Seguiamo una dieta vegetariana e vegana che, tra le altre cose, permette con più facilità l’autoproduzione. Volendo, qui attorno, si possono prendere in comodato dei boschi per la legna, le castagne, le nocciole, etc. Ci sono tante possibilità, insomma.

La casa inoltre diventerà energicamente passiva grazie al fotovoltaico, al solare termico, al cappotto esterno in balle di paglia e alla serra bioclimatica. La raccolta dell’acqua piovana in cisterne di accumulo ridurrà molto la richiesta idrica esterna. La struttura può garantirci delle entrate economiche per le piccole spese fisse, soprattutto tasse e spostamenti e quindi aiutarci a raggiungere l’autosufficienza economica. La ristrutturazione della struttura, infine, sta diventando una opportunità lavorativa. Le competenze maturate in edilizia sostenibile, in progettazione in permacultura e nell’uso di materiali naturali ci permette infatti di divulgare la nostra esperienza e contemporaneamente ci restituisce un reddito.ecovillaggio-pedali-1

Perché si chiama ecovillaggio a pedali?

Tempo fa in un ecovillaggio ho visto una lavatrice a pedali e ne sono rimasta affascinata per diversi motivi: uso delle gambe e non corrente elettrica, leggerezza ambientale, autonomia di riparazione, senso di semplicità e indipendenza, etc. Quindi abbiamo deciso di chiamare così il nostro ecovillaggio per trasmettare quell’idea di semplicità, lentezza e sostenibilità.

Il sogno continua?

Si, ci piace sognare. Non ho mai avuto dubbi che questa fosse la cosa giusta, per lasciare la propria impronta positiva al mondo e che fosse veramente realizzabile.  Quando tutte le stanze saranno abitabili vorrei che la nostra comunità includesse diverse generazioni, dai giovani agli anziani: si sta meglio tutti e ci si aiuta economicamente. E vorrei che fosse una comunità accogliente per poter aiutare bambini in difficoltà, migranti e altri. Man mano che arriveranno nuove competenze apriremo nuovi capitoli. Esistono tante possibilità per condurre una vita più semplice e a contatto con la natura.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/05/ecovillaggio-a-pedali-cantiere-scuola-ha-dato-vita-comunita/

CondoMio: la comunità autorecupera le case popolari

La valorizzazione e rigenerazione urbana può partire dalla case popolari, beni comuni a tutti gli effetti, coinvolgendo la comunità locale e attivando I talenti del territorio. Alessia Macchi ci parla di CondoMio, il suo ultimo progetto nell’ambito dell’abitare collaborativo, completato da pochi mesi a Empoli. Un condominio, dodici famiglie ed un progetto di rigenerazione urbana che parte dalle case popolari e i loro abitanti. È Alessia Macchi, architetto e Agente del Cambiamento, l’ideatrice del progetto CondoMìo, realizzato nel Comune di Empoli per Publicasa Spa, ente che progetta e gestisce il patrimonio immobiliare dell’Unione dei Comuni – Circondario Empolese Valdelsa.condomio1

Che cos’è la “rigenerazione popolare” nominata nel progetto?

Si parla molto in questi ultimi tempi di rigenerazione urbana e valorizzazione dei beni comuni, ma poco del fatto che anche le case popolari sono a tutti gli effetti un bene comune, spesso situato in quartieri di grande marginalità. I condomini popolari possono diventare fulcro di rigenerazione, creando l’innesco per riattivare interi quartieri. Ma non si può fare rigenerazione urbana senza fare anche rigenerazione umana, coinvolgendo la comunità locale e valorizzandone i talenti.

Descrivici CondoMìo. Com’è nato e quali sono i suoi obiettivi?

Il progetto è nato dalla scoperta di quante potenzialità possano nascondersi in un condominio di edilizia popolare e dalla voglia di provare a costruire qualcosa di innovativo insieme alle persone che ci abitano. Sono state coinvolte 12 famiglie di sei nazionalità diverse che hanno rigenerato in maniera semplice ma efficace gli spazi condivisi del loro edificio. La sfida del progetto è legata non solo a riqualificare in chiave estetica e funzionale i luoghi utilizzati quotidianamente da queste persone, ma anche e soprattutto a creare “autostima collettiva”, a “ricucire” comunità e a farlo, perché no, divertendosi!

In cosa è consistito praticamente l’intervento di autorecupero?

Per cinque mesi, le famiglie che abitano nelle case popolari di una frazione di Empoli si sono incontrate, confrontate, hanno deciso quali erano le priorità per il loro condominio e hanno realizzato in prima persona i cambiamenti proposti. Hanno sostituito il pavimento in plastica dell’ingresso con un nuovo pavimento vinilico, cambiato le cassette della posta e creato una tool library condominiale per gli attrezzi da giardinaggio. Il tutto attraverso sei incontri di progettazione partecipata, quattro giornate di autorecupero e una giornata conclusiva di festeggiamenti. Simbolicamente, agendo sul pavimento, hanno deciso di rigenerare la base su cui camminare tutti insieme, o almeno questa è la lettura più bella che è stata data del progetto fino a ora!

Video realizzato da Marco Orazzini

Quali sono gli aspetti innovativi?

CondoMìo utilizza pratiche di autorecupero per innescare partecipazione e coinvolgimento dove prima non c’erano, in quanto è proprio l’agire insieme per la realizzazione di un obiettivo comune tangibile che contribuisce a raggiungere alti livelli di collaborazione anche in ambiti socialmente difficili, caratterizzati da multiculturalità e diffidenza. Nelle case popolari, difficilmente gli spazi comuni vengono percepiti come un qualcosa di cui avere cura. Migliorarli in prima persona, con il lavoro delle proprie mani, ribalta la prospettiva in positivo e getta le basi per una gestione resiliente portata avanti da cittadini attivi. Inoltre l’autorecupero rappresenta anche il mezzo per acquisire competenze spendibili in altri contesti, in un’ottica di formazione e autonomia personale.

Qual è stato il contributo dell’ente promotore al progetto?

CondoMìo si basa sulla collaborazione reciproca non solo tra vicini di casa, ma anche tra condominio e soggetto promotore del progetto, Publicasa S.p.A., che ha fornito tutto il supporto per avere i materiali necessari ai lavori, mentre gli inquilini si sono occupati personalmente delle attività di rigenerazione. E’ stata una sfida anche dal punto di vista burocratico, nel tentativo di tracciare un nuovo solco procedurale, e Publicasa S.p.A. l’ha accettata di buon grado, con grande spirito di innovazione e lungimiranza.condomio3

Esiste qualcosa di simile nel panorama nazionale?

La presa di coscienza del fatto che le politiche abitative stanno diventando sempre più “relazionali”, sta generando risposte orientate a creare nuovi condomìni pubblici più consapevoli e inclusivi, predisponendo sin dall’inizio luoghi e funzioni per la socialità. Ma con i condomìni esistenti come si fa? CondoMìo prova a dare una risposta originale, attraverso un progetto sperimentale con caratteristiche peculiari che per adesso non ritrovo in nessuna delle realtà italiane che ho conosciuto. La mediazione dei conflitti ad esempio rappresenta solo una parte del progetto, in un approccio che intreccia fin da subito rigenerazione di luoghi e relazioni, e dove vengono inseriti inoltre elementi di facilitazione, oasis game e sociocrazia. Si cerca di trasmettere un nuovo modo di pensare i rapporti e la gestione degli spazi condivisi, non limitandosi solo alla sottoscrizione di un patto di buon vicinato.

Qual è stato il risultato?

Il risultato è stato spiazzante! In un contesto come quello di un condominio di edilizia popolare non è facile mettersi in gioco, avvicinarsi, parlarsi, lavorare fianco a fianco. Devi superare la quotidianità, mettere da parte il risentimento, le dissidie accumulate negli anni. Puoi riscoprire il piacere di stare insieme, di collaborare anzichè litigare, ma non è detto. E invece è successo! Superati la diffidenza e i pregiudizi iniziali, queste persone hanno seguito con curiosità le riunioni atipiche dove ci si mette tutti in cerchio e si sono stupite del fatto che qualcuno chiedesse loro quali erano le priorità per gli spazi comuni del loro condominio. Si sono rimboccate le maniche e ognuno secondo le proprie capacità e competenze ha contribuito a rendere migliore il luogo in cui vivono. Ogni passo in avanti del progetto è stata una conquista, per loro e per me, ma alla fine quello che mi hanno dato è molto più di quello che io sono riuscita a dare loro. Mi hanno confermato che quelle potenzialità che avevo scorto prima della nascita del progetto erano l’intuizione giusta!condomio2

Quali i prossimi passi dopo questa fase sperimentale?

Sarà necessario un periodo di implementazione del progetto, in cui saranno raccolti ed esaminati tutti gli aspetti emersi e i risultati ottenuti, dopodichè si passerà a una fase di strutturazione che permetterà di definire maggiormente tutte le fasi del progetto e i contributi delle diverse professionalità necessarie alla buona riuscita. L’idea è quella di replicare il progetto in altri quartieri di edilizia popolare, coinvolgendo le Amministrazioni e gli enti gestori, con l’obbiettivo di farlo diventare un modello gestionale più condiviso ed efficace degli spazi comuni dei condomìni ad alta densità abitativa, nell’ottica di migliorare la qualità dell’abitare e allo stesso tempo risvegliare il senso di comunità, l’appartenenza ad un luogo e la volontà di migliorarlo.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/04/condomio-comunita-autorecupera-case-popolari/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Un polmone verde in città: il primo bosco abitabile tra le vie di Torino

“25 Verde” è il nome del progetto dell’architetto Luciano Pia, ideato nel 2007 e concluso nel 2012 che rappresenta un innovativo progetto di verde urbano in città, configurandosi come il primo esperimento di bioarchitettura ecosostenibile a Torino. L’intervento si presenta come un vero e proprio “bosco abitabile”, volto a coniugare ed integrare natura ed architettura urbana. Inquinamento, smog ed antropizzazione sono solo alcuni degli aspetti critici con cui ci troviamo a convivere quotidianamente, che rappresentano un campanello d’allarme che non si può più ignorare. La crescente antropizzazione ha portato nel tempo ad un progressivo abbassamento degli standard di qualità ambientale e di vivibilità, con cui ci troviamo a fare i conti tutti i giorni. In tale ottica, molte città si stanno muovendo verso una nuova direzione che, fondandosi su una maggior consapevolezza e coscienza ambientale, mira a proporre nuovi modelli di sviluppo che diffondano una cultura basata sulla sostenibilità e su un maggior benessere, ricercando quella originaria connessione con la natura che in parte è stata persa e in parte dimenticata. Tra le diverse pratiche in atto, il verde urbano risponde proprio a questa volontà e rappresenta un elemento fondamentale e necessario per la nostra vita nelle città, declinandosi in una molteplicità di forme: dai parchi e giardini, agli orti urbani, ai giardini pensili. Tutti questi esempi hanno la capacità e peculiarità di aiutare ad attenuare gli squilibri ambientali della città contemporanea e ricreare nuovi equilibri sul territorio in vista di una maggior vivibilità. bosco-abitabile-torino-polmone-verde-in-citta-1519901539

Torino negli ultimi anni ha dato vita a sperimentazioni innovative che indirizzano ad una maggior attenzione proprio verso la cultura del verde. In particolare, un esempio curioso che di recente ha destato l’interesse e l’attenzione di molti residenti della zona, passanti e turisti, è il cosiddetto “Bosco abitabile” di via Chiabrera.  Tale progetto si configura in un complesso residenziale dal nome “25 Verde”, localizzato in via Chiabrera 25, non molto lontano dal Parco del Valentino. Giungendo in sua prossimità, si può notare come l’intervento occupi un isolato, la cui vegetazione cresce rigogliosa su tutti i fronti del complesso che si affacciano sulle diverse vie.  Nello specifico, l’idea è stata quella di dare vita ad un vero e proprio progetto di riforestazione metropolitana che combini ed integri elementi naturali in un contesto architettonico. Il progetto architettonico è stato realizzato da Luciano Pia, in collaborazione con lo Studio Lineeverdi che si è occupato del progetto paesaggistico. La stretta relazione ed integrazione tra la componente architettonico-progettuale e quella paesaggistica si traduce in un esempio pionieristico volto a generare una nuova commistione tra forme urbane e naturali. L’intervento si sviluppa su una superficie abitabile di 7500 mq che conta 63 appartamenti ed offre 4000 mq di terrazzi e tetti verdi, che includono circa 200 alberi e grandi arbusti. Con la sua densa vegetazione, il complesso ha la capacità di emergere in termini visivi rispetto agli edifici circostanti, integrandosi in modo armonico e naturale col tessuto urbano che lo circonda.  L’aspetto innovativo del progetto si focalizza sull’utilizzo di specifiche tecnologie e tecniche costruttive che permettono di unire il comfort abitativo con l’aspetto ambientale, energetico ed architettonico.  Nello specifico, dal punto di vista ambientale, la presenza dell’alto numero di alberi apporta consistenti benefici, in quanto riduce e filtra le polveri sottili provocate dalle autovetture, assorbe l’anidride carbonica e protegge dall’inquinamento acustico. Inoltre la consistente presenza di piante di diversa specie vegetale distribuite lungo le facciate e sui tetti, favorisce e tutela la biodiversità, dando vita ad un ecosistema in continua evoluzione e trasformazione. Sotto il profilo energetico, sono le piante stesse a creare un microclima ideale all’interno dell’edificio, mitigando gli sbalzi di temperatura in estate ed in inverno. Tra diverse varietà arboree, sono state favorite le specie decidue, poiché permettono un maggior irraggiamento solare nel periodo invernale.
La massima efficienza energetica, inoltre, è stata garantita affinché nulla vada sprecato: si riscontra nel complesso un totale recupero dell’energia ed un riutilizzo del calore nel sistema edificio-impianto, così come la raccolta delle acque piovane, lo stoccaggio ed il riutilizzo per l’irrigazione del verde.  Infine, dal punto di vista architettonico, il progetto si focalizza sulla forte integrazione delle forme e dei materiali con la componente naturale e vegetativa che lo caratterizza: gli elementi strutturali sono stati infatti realizzati in acciaio Corten che, con le loro forme, ricordano gli alberi della foresta, ed inoltre l’edificio è stato rivestito con scandole di legno, al fine di evocare la corteccia degli alberi.bosco-abitabile-torino-polmone-verde-in-citta-1519901120

La sperimentazione di nuove pratiche che valorizzano il verde nelle architetture risulta vincente all’interno degli ambiti urbani, in quanto la vegetazione, grazie alla sua versatilità, è capace di inserirsi in un contesto antropico plasmandolo e rinnovandolo col passare del tempo e delle stagioni, modificando la percezione della città stessa.
L’insieme di tutti questi elementi mostra nel complesso una forte attenzione verso pratiche urbane innovative che rispondono a degli ormai necessari bisogni della città e che rivolgono lo sguardo verso nuove forme dell’abitare in cui la natura rivendica e ritrova i suoi spazi. Grazie alla stretta integrazione dell’architettura con la vegetazione, la città scopre nuove forme, si sviluppa in verticale e si trasforma costantemente, dando vita a nuove forme urbane, e ancora più importante, a nuove forme di consapevolezza verso l’importanza che le tematiche ambientali rivestono.

Foto copertina

Autore: Studio LineeVerdi

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/bosco-abitabile-torino-polmone-verde-in-citta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’isola di Capraunica: la felicità mette radici tra i monti

Un gruppo di artisti e professionisti ha deciso di rendere Caprauna – un’area bellissima dal punto di vista naturalistico, ma quasi del tutto spopolata – un posto nuovamente pieno di vita. È così che in questo borgo semiabbandonato tra i monti in provincia di Cuneo è nata L’Isola di Capraunica, un progetto di recupero e ripopolamento dell’area. Circa due anni fa, all’età di 38 anni e dopo 38 anni di attesa, decido finalmente di trasferirmi tra i monti liguri in un piccolo paesino a 700 metri di altezza. Qualche mese dopo acquisto da un mio pro-zio la seconda metà della casa in cui avevo deciso di vivere. La felicità che ho provato in quel momento è indescrivibile. Un sogno si realizzava. A quel punto si trattava di trovare altre persone con cui condividere un percorso in questi monti magnifici non lontani dal mare, dolci e selvatici ma allo stesso tempo un po’ isolati. Proprio quel giorno ricevo una mail da un gruppo di Milano che Cambia. C’è scritto “guardate che bello questo progetto!”. Io purtroppo ricevo centinaia di mail al giorno per cui all’inizio l’ho ignorata. Dopo pochi minuti alcuni miei amici che erano nello stesso gruppo cominciano ad inoltrarmi la stessa mail chiedendomi: “ma hai visto”?! “apri il link”. Ok, ora avevano la mia attenzione. Ci clicco sopra e… scopro che a sei minuti di auto da casa mia alcuni ragazzi di Milano stavano recuperando una borgata abbandonata con l’obiettivo di realizzare co-working analogici e digitali, festival di cinema e sulla felicità, approfondimenti sull’alimentazione vegana. Incredulo gli scrivo pensando che a volte la legge di attrazione non è poi così campata in aria, e poche ore dopo mi trovo nel salotto di un ex-rudere da poco ristrutturato a sorseggiare un tè con Luca e Vittoria che mi raccontano la loro storia.

Lui, eclettico imprenditore di se stesso, ha incontrato per caso questi luoghi e ha deciso di acquistare, con pochi spiccioli (davvero pochi!) due case. Lei, imprenditrice di se stessa, ha deciso di seguirlo. Diciotto mesi dopo, nel 2017, li intervisto. Nel frattempo hanno avuto una magnifica bambina di nome Blu, il loro maiale da compagnia – Sally – si è costruita la sua tana, le coltivazioni di rapa bianca – presidio slow food – stanno andando alla grande e molte altre case sono state acquistate o ricevute in dono dai vicini. Molte persone hanno vissuto qui in questi mesi. O fissi o di passaggio. Tra questi una coppia di francesi che ha deciso di rimanere per oltre un anno.

“L’obiettivo è ripopolare l’area attraverso varie azioni”. – Luca va diretto al punto, nonostante una certa tendenza a divagare – “Vogliamo creare un flusso di volontari e di persone interessate allo scambio e – nel tempo – ripopolare la borgata Ruora che al momento è quasi abbandonata”.

Ci troviamo nel comune di Caprauna, a mille metri di altezza sul mare (che si intravede all’orizzonte). “Il progetto è nato con l’acquisto di due case a un prezzo accessibile: ho venduto il camper e con quei soldi ho acquistato le case. Ho trovato un amico che ha comprato la casa con me e abbiamo iniziato questo percorso.  Tutte le case intorno a me erano abbandonate e subito l’attenzione si è posta su una casa da sistemare a un prezzo molto vantaggioso. L’abbiamo comprata e in mezzo c’erano altre case, che erano del pastore del paese che ce le ha regalate. Abbiamo poi avuto la possibilità di comprare quelle dietro di noi e alla fine ci siamo trovati proprietari di dieci immobili (da ristrutturare). Tutte queste case ci sono costate poco meno che un singolo box auto a Milano! Le abbiamo acquistate quasi per caso e per evitare che ci crollassero in testa… Ovviamente ora dobbiamo ristrutturarle”.

Contestualmente hanno scritto il progetto e ribattezzato questa borgata “L’isola di Capraunica”. “Isola per il Castell’Ermo (un monte di queste zone) che in alcune situazioni meteorologiche, con le nuvole che si formano a mille metri e ne mostrano solo la punta, sembra proprio un’isola”.1620962_307072212796631_5944150921749848388_n

Tra gli aspetti che mi colpirono di più del progetto fin dall’inizio c’è l’idea di realizzare dei co-working a mille metri di altezza. “Il coworking in generale si sta diffondendo in tutto il mondo. Mi sembrava ‘super’ posizionarlo  quassù. Lavori sapendo che bastano pochi passi e al di là della porta sei immerso nella natura. Abbiamo deciso di creare due coworking: uno classico, digitale, e uno analogico: uno spazio isolato dove sviluppare le proprie idee nella mente e magari disintossicarsi un po’ dalla tecnologia. Ci piacerebbe creare un luogo in cui le persone vengano per sviluppare un progetto, sapendo di trovare i servizi necessari per farlo. Tra gli obiettivi per il futuro c’è anche la creazione di un santuario per gli animali. Per ora è abitato solo da Sally, un maiale vietnamita di cento chili, ovviamente non lo mangiamo! Qui, infatti, pratichiamo una vita vegana. Non ci nutriamo di animali e derivati animali”.

Gli chiedo come sia stata l’accoglienza degli abitanti locali. “Siamo stati accolti bene dagli abitanti. Abbiamo avuto un approccio soft: ogni giorno abbiamo preparato una torta per un abitante.  Giorno dopo giorno e torta dopo torta siamo riusciti a farci accettare dai locali che ora ci guardano con meno diffidenza e interagiscono con noi in molti modi”.20883041_600367650133751_220584811257927217_n

Tra gli obiettivi di Luca e Vittoria, quello di costruire un luogo felice per se stessi e per i loro figli. “Abbiamo deciso di battezzare il nostro progetto L’isola di Capraunica per una rinascita felice. Quello della felicità è un tema che sento molto forte. Sono anni che giro il mondo intervistando le persone su questo concetto. Parlare di felicità è il primo passo per essere felici! Tornare nella natura è felicità, il verde è felicità, questo è un luogo di felicità dove cercare di elaborare progetti da proporre altrove. Ci piacerebbe realizzare anche un festival su questo tema”.

Gli obiettivi sono molteplici e molto ambiziosi, ma nonostante le difficoltà e qualche delusione l’entusiasmo di Luca e Vittoria non sembra essere intaccato. “Mi guida ogni giorno l’insegnamento di un pastore di questi luoghi – mi spiega Luca – mi ha detto ‘fai quel che puoi‘. Questo invito è diventato per me un mantra che mi tengo dentro quando sono in difficoltà. Se posso fare una cosa la devo fare!”.

In questi due anni i lavori che hanno messo in atto sono tanti, anche cose che non avevano mai fatto  come ad esempio coltivare la terra: “È una esperienza molto soddisfacente, piantare il seme e avere qualcosa da mangiare. È un percorso molto gratificante e ci permette di connettere questi luoghi alle grandi città. L’anno scorso abbiamo distribuito la nostra rapa bianca di Caprauna a degli chef stellati di Milano, che hanno fatto bellissimi piatti che verranno inseriti nel menù. Vogliamo attivare una campagna di ricerca fondi per acquistare il materiale di produzione che ci serve per produrre la rapa. ”.18033309_546070215563495_7036475265129056365_n

Oltre a coltivare la terra Luca e gli altri si sono messi a riparare le case in prima persona (tranne per i lavori strutturali ovviamente).  “Ci siamo messi a ricostruire muri e porte. È un lavoro fisicamente molto stancante, ma non lo trovo più stancante dei lavori immateriali. Per proseguire nello sviluppo del progetto abcoworking

biamo fatto partire un’altra campagna di raccolta fondi che sta andando bene; Antonio – un operatore del terzo settore  che ho conosciuto in Cambogia diversi anni fa e che ora che opera in mihammar e ci segue dal web – è stato il primo donatore, a riprova della forza della rete. Oltre 40 persone hanno seguito il suo esempio, anche se i soldi raccolti non pagano le spese ma sono solo una piccola parte, sono segnali che più persone credono in noi, non siamo soli !!! Chiediamo 5 € un piccolo contributo per chi aiuta, una grande duplice spinta in avanti per noi. Il contributo lo chiediamo perché siamo impegnati a tenere vive queste case ad uso collettivo per aiutare un piccolo borgo nella sua rinascita felice. Il nostro invito è semplice: venite a trovarci!”.

Per partecipare alla campagna di ricostruzione dei tetti clicca qui.

Intervista: Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini

Il sito del progetto L’Isola di Capraunica

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/io-faccio-cosi-187-isola-di-capraunica-felicita-mette-radici-monti/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Una casa condivisa nel paese della fiaba

Trasformare una casa privata in una casa condivisa dove si possano incontrare i talenti delle persone che intendono sviluppare insieme nuovi progetti e scambiarsi idee ed esperienze. È questo il “nuovo” sogno di Marta e Gianni che, alla ricerca di uno stile di vita a contatto con la natura, da qualche anno si sono trasferiti a Ca’ del Ciliegio, una vecchia casa contadina ristrutturata incastonata tra colline e vigneti. Nella valle Trevigiana immerso in un tipico paesaggio alpino, si adagia sulle pendici della foresta del Cansiglio un piccolo centro abitato noto come il “paese della fiaba”: si tratta di Sarmede, famoso nel mondo perché sede annuale della mostra internazionale dell’illustrazione per l’infanzia fondata dal pittore Stepan Zavrel. Circondata da un panorama che è proprio il caso di definire “fiabesco”, c’è Ca’ del Ciliegio, una vecchia casa contadina ristrutturata e circondata da due ettari di terreno che è oggi abitazione, B&b, B&B&B e sede dell’Associazione Borgo dei Chiari Onlus e dei suoi progetti. Ma andiamo con ordine.ca-del-ciliegio-11

Marta e Gianni con i propri figli, innamorati di questo luogo incastonato tra colline e vigneti, si sono trasferiti da Padova nel 2014 per ricercare uno stile di vita più a contatto con la natura. Psicologa comportamentale lei, architetto specializzato in costruzioni di bamboo lui, oltre a trovare in Ca’ del Ciliegio la propria abitazione, hanno aperto le porte delle sei stanze a disposizione, utilizzando la struttura come B&B. Poi c’è il B&B&B, un Bed and Breakfast con Baratto che offre ospitalità in cambio di piccoli lavori di manutenzione o per i progetti dell’Associazione.

“Pensare bene per agire meglio” è il motto che guida AbdC Onlus, un’organizzazione di 44 soci che si occupa di bambini con autismo, laboratori di artigianato con persone svantaggiate, accoglienza e affido, coltivazioni e costruzioni con bamboo, tutte attività nate dalle inclinazioni dei due fondatori Marta e Gianni. Oggi Ca’ del Ciliegio ambisce a crescere ancora dando vita al progetto Sh.a.l.o.m (Shared house, artistic, ludic, open, mindful), per trasformarsi in un centro di cohousing diffuso dove quanti condividono lo scopo del progetto possano lavorare insieme per raggiungerlo.ca-del-ciliegio-2

Attraverso Sh.a.l.o.m. Ca’ del Ciliegio vorrebbe diventare una casa condivisa che non sia soltanto luogo di incontro fisico ma prima di tutto di idee e esperienze di vita, uno spazio di espressione artistica dove i talenti si possano confrontare, un luogo dedicato all’educazione dei più piccoli che privilegi lo sviluppo della fantasia, un luogo in continua evoluzione accessibile e replicabile in altri contesti. Sh.a.l.o.m. è un progetto bello e ambizioso per cui è stata avviata una campagna di crowdfunding  che chiunque può decidere di sostenere. In cambio del finanziamento ci sarà la possibilità di conoscere da vicino questo luogo fiabesco attraverso un soggiorno nella struttura: “proprio perché crediamo che il valore aggiunto di questo progetto sia la possibilità della conoscenza diretta – spiegano i promotori del progetto – della partecipazione, del mettere in comunicazione persone ed esperienze. Finanziarci sarà anche un modo per venirci a trovare e vedere più da vicino quello che facciamo… e magari trovare un nuovo progetto da costruire insieme o per cui collaborare”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/casa-condivisa-paese-fiaba/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

eFM, progettare luoghi per far evolvere le organizzazioni

Progettare e gestire luoghi che siano funzionali a chi li abita con l’obiettivo di migliorare l’esperienza della persona nel posto o renderlo coerente con l’attività che vi si svolge all’interno. È questa la missione di eFM, società che lavora molto con le aziende ma anche con enti o strutture pubbliche come ospedali, scuole, spazi pubblici.  “Il gelato lo volete adesso o preferite dopo”, mi chiede Emiliano. Lo guardo sorridendo, pensando ad una battuta, ma con la coda dell’occhio noto che sulla destra, accanto all’ingresso, c’è effettivamente un piccolo banco del gelato con una decina di gusti e tanto di coni e coppette e di fronte, una sorta di piazzetta costellata di tavolini tondi con qualche persona seduta a parlare. Il mio stupore è dovuto al fatto che non ci troviamo in una piazzetta di Monti o Trastevere, bensì all’interno delle sede romana di Efm, in zona Laurentina, in un grosso edificio incastonato fra colossi come Deutsche Bank, Siemens, Dell, Zte.

Daniele Di Fausto ed Emiliano Boschetto, rispettivamente amministratore delegato e communication manager di eFM, ci accolgono in maniera calorosa ed informale, in linea con il clima generale che si respira all’interno della struttura. C’è una sensazione di coerenza fra il luogo, i suoi abitanti, le attività in corso. E mentre Daniele ed Emiliano raccontano la storia e la mission di Efm capisco che non è un caso. L’azienda infatti si occupa di progettare e gestire luoghi che siano funzionali alle persone che li abitano. Lavorano molto con le aziende ma anche con enti o strutture pubbliche come ospedali, scuole, spazi pubblici. L’obiettivo è quello di migliorare l’esperienza della persona nel luogo o, vista da un’altra prospettiva, rendere il luogo coerente con l’attività che vi si svolge all’interno. Per luogo non si intende solo lo spazio fisico, ma un intreccio spazio-temporale di relazioni, dinamiche, struttura aziendale e rapporti di potere. Perciò in questo processo hanno un ruolo centrale sia la tecnologia e l’innovazione digitale da un lato che le forme di governance dall’altro. Per questo motivo eFM investe moltissimo nello sviluppo di software, applicazioni e gestionali, ma a differenza di molte startup che operano nel mondo della digital innovation, lo fa con l’obiettivo di migliorare l’esperienza fisica e reale. In questa ottica la tecnologia non diventa un surrogato delle relazioni umane ma uno strumento che le può facilitare. “L’obiettivo per noi resta sempre l’incontro reale, la messa a terra delle relazioni virtuali”, ripetono varie volte sia Emiliano che Daniele durante l’intervista.13620044_10154314062247630_4442904363134510861_n

La nuova sede di LUISS ENLABS realizzata con il supporto di eFM

Occupandosi di relazioni, era inevitabile che Efm finisse per occuparsi anche del tipo di leadership che si instaura all’interno di un luogo. “In una società reticolare che cambia molto rapidamente abbiamo visto che le organizzazioni più orizzontali, caratterizzate da una leadership diffusa sono quelle che riescono ad adattarsi più velocemente alle mutate condizioni”.

Oltre a fare da consulente per altre aziende, negli anni eFM ha sempre sperimentato per prima su se stessa le ricette e le soluzioni che proponeva agli altri. Per cui adesso l’azienda stessa è il migliore biglietto da visita per promuovere le proprie attività.

Oltre alla piazzetta con tanto di gelataio, al suo interno c’è un’area ricreativa dove invitare amici, parenti o conoscenti. Le postazioni dei lavoratori non sono fisse e ognuno può prenotare la propria attraverso un’app aziendale. L’ufficio è disseminato di piante per ripulire l’aria e ogni postazione ha dei sensori che controllano l’umidità, la temperatura e svariati altri fattori per aumentare il comfort. Complessivamente lo spazio è progettato come un unico grande open-space, in cui gli uffici e le sale riunioni sono separati da grosse vetrate e la vista può spaziare praticamente ovunque.

Attraverso un’altra applicazione aziendale ogni lavoratore può rispondere quotidianamente ad una serie di domande che servono a valutare la sua soddisfazione e lo posizionano all’interno di un grafico che a partire da sette parametri valuta la relazione fra la giusta dose di stimoli e gli eccessivi carichi di stress. Tutti questi strumenti di cui si avvale Efm trovano la massima espressione se vengono applicati ad una visione di organizzazione diversa da quella tradizionale, mentre posso risultare persino pericolosi se inseriti in un contesto di impresa classica. Società come eFM si inseriscono in un filone di imprenditoria evoluta, collegato a modelli teorici come quello delle organizzazioni Teal. In questa nuova concezione l’organizzazione è spesso paragonata ad un organismo vivente, con una propria funzione ed un proprio scopo che possono evolvere nel tempo e al cui interno responsabilità, ruoli, potere sono distribuiti e consapevoli.21740281_10155729679937630_3232635869966175162_n

Un applicativo che monitora gli spostamenti o che valuta il livello di soddisfazione dei dipendenti potrebbe essere inteso come uno strumento di controllo all’interno di un’impresa tradizionale, mentre diventa uno strumento di empowerment e consapevolezza personale e aziendale in un’organizzazione evoluta. Anche per questo motivo Efm costruisce dei percorsi personalizzati e graduali per le aziende con cui lavora, guidandole – nella misura e nelle forme che esse scelgono – attraverso questa complessa transizione. Non esiste un termine prestabilito a questo processo evolutivo. Chissà se un giorno, mi viene da pensare mentre mi allontano, percorsi di questo genere condurranno alcune aziende persino a mettere in discussione l’utilità di quello che producono o a infrangere i tabù legati alla distribuzione degli utili?

Intervista: Andrea Degl’Innocenti
Riprese e montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/io-faccio-cosi-183-efm-progettare-luoghi-evolvere-organizzazioni/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Nelle Marche il primo passo verso un ecovillaggio sostenibile e autosufficiente

Un ecovillaggio completamente autosufficiente dal punto di vista energetico ed economico situato nello splendido contesto delle colline marchigiane, tra mare e montagna. Nasce dall’impresa sociale Montefauno, azienda agricola di prodotti biologici, il progetto dell’ecovillaggio “La Magione”, un esempio concreto di un nuovo modo di abitare e vivere su questo pianeta. L’impresa sociale Monte Fauno è un’azienda agricola marchigiana che produce prodotti biologici certificati, “con l’intento di racchiudere in un vasetto” – si legge sul sito – tutti gli odori e i sapori della migliore cucina italiana”. Nata su iniziativa di Luigi Quarato, la Montefauno è il primo passo per un progetto molto più ampio che sta poco a poco prendendo vita, quello di costruire l’ecovillaggio “La Magione”  nel Maceratese, presso il comune di Montefano.la-magione2

“Per arrivare alla fase esecutiva di un ecovillaggio in linea con la nostra filosofia abbiamo seguito un percorso diverso dal solito”, spiega Luigi, “e prima di trovare il gruppo con cui condividere questa esperienza abbiamo voluto verificare la fattibilità del progetto”. “La Magione” sarà un ecovillaggio completamente autosufficiente economicamente, vi si stabiliranno 40 famiglie e in ciascuna di esse uno dei membri potrà lavorare a una delle diverse attività che nasceranno.la-magione

L’azienda agricola Montefauno farà parte dell’ecovillaggio e oltre alla consueta produzione di ortaggi (prevalentemente), è prevista la costruzione di un piccolo capannone per la trasformazione dei prodotti. Sorgeranno poi un’azienda per la lavorazione di piante officinali per l’estrazione di oli essenziali e pigmenti naturali, una struttura turistica dotata di sette camere e una cooperativa sociale per le attività di assistenza e formazione professionale (bioedilizia, agricoltura, gestione dei fondi comunitari ecc…). Le unità abitative, circa 40, saranno tutte autocostruite in paglia e terra cruda e verrà garantita una qualità eccellente, anche grazie alla convenzione instaurata con l’Università Politecnica delle Marche di Ancona, per cui ogni abitazione sarà ecocompatibile, ecosostenibile e autosufficiente. L’ecovillaggio che verrà (l’inizio dei lavori è previsto per la primavera 2018 e avranno durata di circa un anno), vuole rivedere nel complesso il modo di vivere odierno fornendo un’alternativa concreta e diventando esempio di sostenibilità dal punto di vista abitativo e alimentare, per la creazione di posti di lavoro etici e integrati nel contesto socio-economico locale, per le attività socio-culturali e – infine – per un nuovo modo di abitare e costruire.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/05/marche-ecovillaggio-sostenibile-autosufficiente/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Social housing, nascono nuove forme di abitare

Dai condomini solidali agli alberghi sociali. Si stanno diffondendo negli ultimi anni anche in Italia nuove politiche abitative fondate sui rapporti di collaborazione e buon vicinato: il cosiddetto Social housing. Ce ne parla in questo articolo Alessia Canzian che per due anni ha vissuto come coabitante solidale a Torino. In Italia il diritto alla casa non è sancito dalla legge; nella Costituzione si sancisce il diritto alla proprietà privata della casa, viceversa nell’Unione Europea il diritto alla casa è un diritto opponibile, pertanto, nel 2006, la Regione Piemonte ha cambiato il suo statuto per allinearlo alle linee europee, inserendo tra i diritti dei cittadini piemontesi il diritto alla casa. Nello Statuto della Regione Piemonte l’Articolo 10 sancisce il Diritto all’abitazione e tutela del consumatore, inoltre al comma 1 specifica: “La Regione riconosce e promuove il diritto all’abitazione”.

Al di là della normativa, il problema risulta molto più concreto dato che disuguaglianza, disgregazione e conflittualità sociale costituiscono un pesantissimo ostacolo allo sviluppo anche economico delle aree urbane. Viceversa progetti come condomini solidali, o coabitazioni solidali, possono essere una valida soluzione anche a livello di previdenza sociale, una forma di previdenza, tra l’altro, puramente umana e fondata su rapporti di sincera amicizia e buon vicinato.

L’interesse per queste realtà nasce, innanzitutto, dalla mia esperienza diretta di coabitante solidale, avendo vissuto 2 anni in un social housing a Torino. Da questa esperienza ho avuto modo di constatare che queste realtà possono veramente essere un punto di partenza positivo per la realizzazione di una società diversa e fondata su nuovi principi, in cui ognuno possa sentirsi fautore di cambiamento.casasol

Casa Sol a Torino

Ma cerchiamo ora di entrare nel vivo della questione e comprendere che cosa si intende con l’espressione social housing. Il termine inglese è semplicemente tradotto con “edilizia sociale”, nel testo delle “Linee guida per il social housing in Piemonte” si legge che, per estensione, il termine Social Housing diventa “ciò che attiene all’offerta sociale di abitazioni”. Una definizione di questo tipo risulta abbastanza vaga e facilmente interpretabile in modi diversi, questo dimostra anche le diverse realtà che sono presenti sul territorio torinese che a breve vi mostrerò. Tuttavia, si evince che il Social Housing comprende tutto ciò che è collegato alla casa, o all’abitare, ma ne aggiunge un qualche riscontro anche sul sociale. Sul sito della Regione Piemonte il termine Social Housing viene definito come: “alloggi e servizi con forte connotazione sociale, per coloro che non riescono a soddisfare il proprio bisogno abitativo sul mercato (per ragioni economiche o per assenza di un’offerta adeguata) cercando di rafforzare la loro condizione”.

Questa definizione è ancora diversa, perché non è più soltanto riferita agli alloggi, ma anche a servizi, inoltre afferma che tali servizi cercano di “rafforzare” una “condizione” implicitamente svantaggiata. Pertanto, il Social Housing acquisisce anche un valore attivo di supporto sia materiale, come alloggi, sia di sostegno, come servizi.biblioteca-vivente-casa-sol-24

La biblioteca “vivente” di Casa Sol

I programmi comunali di Social Housing nascono a Torino a partire dal 2008, l’intento primario era di offrire un sostegno che oltrepassasse il semplice fornire l’accoglienza in una casa, ma che comprendesse anche l’erogazione di un servizio. In questa logica dal 2009 il comune di Torino ha approvato il piano per il social housing comunale che la Regione richiedeva, assegnando ai comuni piemontesi il ruolo di coordinamento e di regia dei diversi progetti. Pertanto, sorgono accanto all’edilizia sovvenzionata, a totale carico dello Stato e destinata alla locazione permanente, e all’edilizia agevolata, attuata in parte con le risorse degli operatori e generalmente destinata alla vendita, nuove politiche abitative che appunto prendono il nome di Social Housing. Parallelamente, correlato anche all’aumento del precariato giovanile, si è cercato di fornire una risposta anche a quello che non era un disagio sociale, ma una vulnerabilità. Quindi, sostanzialmente, a Torino ci troviamo in presenza di alcune categorie di interventi di abitare sociale che sono ben diversi tra loro.

Partiamo dalle residenze sociali, o alberghi sociali. L’obiettivo primario è di offrire ospitalità temporanea in città a costi calmierati. Queste soluzioni sono pensate soprattutto per la fascia grigia della popolazione, ovvero quelle persone che, pur avendo un lavoro, non riescono più a far fronte ai rischi e ai bisogni di carattere economico-sociale.
Le residenze colletive sociali, o i condomini solidali, sono realtà studiate per valorizzare le capacità dei condomini al fine di fornire ai singoli una rete di auto mutuo aiuto tipica della famiglia tradizionale.

Le coabitazioni solidali sono progetti promossi dal Comune di Torino con l’intento di creare un’integrazione sociale e mix socio-culturale nei quartieri di edilizia residenziale pubblica. La figura del coabitante è, di fatto, un giovane, tra i 18 e i 30 anni, inserito negli stabili con lo scopo di creare attività ricreative per gli inquilini, monitorare le situazioni difficili e migliorare le condizioni di socialità all’interno degli stabili. L’intento di fondo è di avviare un monitoraggio dal basso e tra pari, nel senso che i volontari non sono operatori o professionisti, semplicemente hanno il ruolo di essere buoni vicini di casa. I giovani coinvolti nel progetto, dunque, possono usufruire di un monolocale a prezzo agevolato ed in cambio devono rendersi disponibili ad effettuare dieci ore di servizio volontario all’interno del condominio.

Infine c’è il cohousing, che di per sé è una scelta di vita, una forma di abitare condiviso, in cui le persone alternano momenti individuali a momenti di comunità e condivisione. A Torino solo molte le realtà di cohousing che stanno nascendo, o che sono sempre esistite, basti pensare agli studenti universitari che condividono gli alloggi.casasol2

Casa Sol a Torino

Il passaggio dalla casa popolare intesa come edificio, per sempre e per i più poveri, all’abitare sociale, come funzione risolta in una pluralità di modi e che offre una risposta ai bisogni emergenti legati alla fragilità sociale pensata anche per nuovi utenti, è un passaggio lento e graduale. Tuttavia, l’instabilità che stiamo vivendo oggi è un problema che coinvolge tutti. Molti sono i giovani precari nel lavoro e le famiglie a rischio. Per una famiglia media, basta la perdita di un reddito per cadere nel profilo della fascia grigia. Personalmente reputo che l’abitare sociale debba essere inteso come un cambiamento radicale, una sorta di passaggio da una vita chiusa nelle proprie mura domestiche ad una vita condivisa, dove ognuno possa sentirsi libero di poter chiedere un aiuto concreto al proprio vicino. La nostra società, oggi, è ancora basata sul modello individualistico, forse sarebbe più opportuno ipotizzare un modello di vita che possa permettere una transizione dal modello precedente ad un nuovo modello basato sulla condivisione e sul sostegno.

I gruppi di coabitazione, per giovani, anziani o famiglie; le residenze collettive, per singoli da sostenere e accompagnare; gli alberghi sociali, per l’emergenza o brevi periodi; i condomini solidali, per l’auto mutuo aiuto; le coabitazioni solidali, per l’accompagnamento sociale nei quartieri difficili di edilizia residenziale pubblica sono solo possibili strumenti, il vero cambiamento deve avvenire soprattutto a livello individuale, con l’aumento delle persone che intendono percorrere questo sentiero di collaborazione e reciproca solidarietà.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/01/social-housing-nuove-forme-abitare/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Archingreen: paglia e terra cruda per un’architettura sostenibile

Costruire e riqualificare gli edifici esistenti utilizzando materiali naturali come la paglia e la terra cruda. Professionalità ed ecocompatibilità sono due mondi sempre più vicini, come testimonia Archingreen, una realtà che si occupa di architettura e ingegneria con una profonda vocazione al sostenibile.

“Non si può pensare all’architettura senza pensare alla gente” diceva Richard George Rogers,  architetto italiano naturalizzato inglese. Oggi più che mai il mondo della sostenibilità, della costruzione di edifici con materiali naturali, sembra l’aspetto più in grado di guardare agli interessi e al benessere delle persone. E vi parliamo di una realtà che sta provando, con il proprio appassionato lavoro, a far conoscere l’importanza di cambiare (in meglio) il modo di costruire e restaurare le nostre case. Archingreen  è uno studio tecnico formato nel 2012 da Roberta Tredici e da Emanuela Cacopardo, ha la sua sede operativa ad Arona, in provincia di Novara. Roberta è un ingegnere, Emanuela un architetto, con brillanti esperienze professionali alle spalle.

Molte volte su Italia che Cambia vi abbiamo parlato delle caratteristiche e dei vantaggi di costruire abitazioni ed edifici con l’ausilio dei “nuovi” materiali come ad esempio la paglia e la terra cruda. La specificità e l’importanza della storia di questa settimana è data anche dal percorso delle fondatrici: come recita il chi siamo del sito “Il nome Archingreen è un gioco di parole che sintetizza la nostra professionalità: architettura, ingegneria e profonda vocazione al sostenibile.” Due mondi, quello della professionalità e della sostenibilità, che si stanno incontrando con profitto sempre più spesso.

“Abbiamo fondato questo studio insieme a Roberta Tredici” ci racconta Emanuela Cacopardo “condividendo questavisione verso il sostenibile. Nel corso degli anni abbiamo incontrato sempre più clienti che ci hanno chiesto di poter utilizzare dei materiali naturali che proprio per le loro proprietà rendono più confortevoli e salubri le casi in cui si va ad abitare. Ed in questi ultimi tre anni, dalla ristrutturazione passando per gli ampliamenti fino alle nuove case, siamo riuscite a realizzare sempre più lavori con questa filosofia volta alla sostenibilità”.25654310526_e8dc5c623e_o-copia

Prima sopraelevazione in paglia (Arona)

Archingreen per gli ampliamenti e per le nuove costruzioni incentiva l’uso della paglia, appoggiata ad una struttura di legno portante. La paglia è infatti un materiale che si può trovare a km zero, ha una grandissima resa termica, non è costosa ed ha anche un’ottima resa acustica. Alla paglia solitamente vengono abbinati degli intonaci in argilla, che sono traspiranti e che quindi permettono il passaggio continuo dell’umidità e impediscono che la paglia possa deteriorarsi, e soprattutto sono dei regolatori naturali di umidità che permettono di assorbirla se un ambiente è troppo umido e di rilasciarla nel caso l’ambiente sia molto secco. Invece per quanto riguarda le ristrutturazioni e gli ampliamenti di strutture esistenti Archingreen predilige altri materiali naturali come la canapa e la lana di pecora, materiali che a livello di costi possono rappresentare un costo maggiore (fino a un 15% in più in media rispetto ai tradizionali) ma che hanno sempre il vantaggio della traspirabilità, della densità, apportando un vantaggio reale in termini energetici che vale per tutte le stagioni. Lo studio collabora con team di artigiani che hanno un’esperienza decennale in questo campo, che hanno seguito e seguono progetti di questo tipo in tutta Italia.ARCHINGREEN1

Roberta Tredici e da Emanuela Cacopardo

 

Un altro elemento che contraddistingue l’esperienza di Archingreen è che “se noi incontriamo persone che hanno la possibilità di recuperare paglia, legno, argilla e ha possibilità di poter scavare la terra sul posto” spiega Emanuela  “se invogliata all’idea di poter ristrutturare o lavorare sulla sua casa noi favoriamo il discorso dei Cantieri Scuola proprio per favorire l’autocostruzione e l’avvicinarsi a questi mondi anche a chi non conosce nulla ma ne è fortemente interessato”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/07/io-faccio-cosi-129-archingreen-paglia-terra-cruda-architettura-sostenibile/