Africa, record di rinoceronti abbattuti: sono 1.300 solo nel 2015

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Il 2015 è stato un anno particolarmente negativo per i rinoceronti in Africa: più di 1.300 animali sono stati uccisi dai bracconieri lo scorso anno, un record di sangue che non si vedeva dal 2008, quando in Sudafrica fu messo al bando il commercio di corni di rinoceronti. Secondo la denuncia dell’International Union for Conservation of Nature (IUCN) il numero di rinoceronti uccisi è salito per il sesto anno consecutivo: buona parte delle uccisioni sono fatte per estirpare il corno spunta sul muso di questi animali e che è composto da cheratina, una proteina filamentosa ricca di zolfo, molto stabile e resistente. In Asia viene contesa a peso d’oro in quanto ai corni di rinoceronte si attribuiscono presunte e taumaturgiche proprietà farmacologiche.

Fonte: ilcambiamento.it

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Coldiretti chiede l’abbattimento delle nutrie

Alle attività delle nutrie vengono attribuiti danni per 4,5 milioni di euron tria

Coldiretti Emilia Romagna chiede che riparta al più presto il piano regionale di abbattimento delle nutrie, questo dopo che la pubblicazione del Collegato ambientale della Legge di stabilità consente di ricorrere ai piani di contenimento delle Regioni con le stesse modalità previste per la fauna selvatica (i cinghiali per esempio). Coldiretti specifica che fra il 2003 e il 2014 le nutrie hanno fatto all’agricoltura danni per 2,5 milioni di euro, ai quali si aggiungono 2 milioni di euro per danni a canali e strutture. Dopo che le nutrie sono state declassificate a specie infestante la lotta a questi animali è passata dal livello regionale a quello comunale, ostacolando i piani di abbattimento.
Le nutrie sono presenti in un’area di un milione di ettari, circa la metà della superficie regionale totale:

“È necessario ripartire con un piano di eradicazione adeguato per liberare fiumi, canali e campagne. Oltre ai danni all’agricoltura, che non vengono più risarciti da quando è stata classificata come specie infestante, la nutria è dannosa anche per la biodiversità perché fa sparire altre specie animali”,

conclude il presidente regionale Mauro Tonello. Intanto l’assessore regionale all’Agricoltura, caccia e pesca, Simona Caselli, fa sapere che si sta lavorando alla“redazione del Piano regionale per il contenimento delle nutrie sul territorio emiliano-romagnolo”, uno strumento con il quale sarà possibile “operare in modo organico e omogeneo, ovviando alle inevitabili difficoltà operative riscontrate specialmente dai piccoli Comuni”.

Le nutrie non sono una specie autoctona ma furono importate all’inizio del Novecento per essere impiegate nella produzione del cosiddetto “castorino”. Una volta passato di moda l’utilizzo di questo tipo di pellicce gli animali sono proliferati nel Nord Italia. Nel novembre 2013 la Provincia di Cremona è arrivata addirittura a offrire munizioni gratuite ai cacciatori pur di limitarne la proliferazione nelle campagne della zona.

Fonte:  Ansa 

Aviaria 128 mila galline abbattute a Ferrara

E’ stato disposto l’abbattimento di oltre 128 mila galline ovaiole di un allevamento di Ostellato in provincia di Ferrara positive al virus dell’aviaria ceppo H7170118241-594x350

Le analisi effettuate dal Centro nazionale di referenza di Padova hanno confermato che 128 mila galline ovaiole di un allevamento di Ostellato in provincia di Ferrara nel Mezzano hanno contratto il virus dell’aviaria H7; è stato dunque disposto dal sindaco Andrea Marchi l’abbattimento da oggi. Le analisi sono giunte a seguito dell’ordinanza per attuare misure straordinarie per in contenimento dell’infezione da aviaria. La normativa di riferimento è nazionale e europea e contempla anche zone di protezione e sorveglianza, nonché il censimento di aziende e animali e tutti i test e analisi ritenuti idonei. Nel merito ha precisato il sindaco Marchi:

Stiamo monitorando insieme all’azienda Usl, alla Regione Emilia Romagna e alle competenti autorità sanitarie la situazione che, tengo a precisare, è assolutamente sotto la costante valutazione delle autorità veterinari. Da quanto le autorità veterinarie riferiscono, la trasmissione da animale a uomo dell’infezione è assolutamente remota. Trattandosi però di salute, abbiamo scelto la strada della massima precauzione, quindi misure importanti per eliminare il focolaio

Fonte: Estense

 

Gli alberi tagliati per il tendone di X-Factor

Non sono dentro il Parco Lambro, ma in un’area privata adiacente e sinora adibita a parcheggio, in via Deruta. “Taglio legittimo, ma discutibile” secondo il CdZ 3, che ha comunque chiesto chiarimenti al Comune e teme anche il traffico e il rumore che porterà X-Factor. E’ giusto che, anche se privati, alberi adulti possano essere abbattuti così facilmente?375839

Negli scorsi giorni Corriere e Repubblica hanno parlato della protesta di alcuni cittadini in Zona 3 (Porta Venezia, Città Studi, Lambrate), residenti nei dintorni del Parco Lambro (zona Piazza Udine) per l’autorizzazione che il Comune avrebbe dato alla collocazione della tensostruttura di X-Factor in zona parco, con il previsto abbattimento di 124 alberi (ma il numero è controverso). Abbiamo sentito il Consiglio di Zona 3 – il presidente Commissione Territorio e Urbanistica Gabriele Mariani – e in realtà la situazione è più complessa. Gli alberi fortunatamente non sono “del Parco”, ma “privati”, su un’area subito adiacente al Parco, , in via Deruta, privata, e sinora utilizzata dai residenti della zona come parcheggio. Infatti, molte delle proteste sono dovute anche al timore di perdere nei prossimi mesi posti auto preziosi. Inoltre i cittadini della zona temono il disturbo che un evento come X-Factor potrà arrecare in termini di rumore, flussi di traffico (il tendone ospiterebbe sino a 1500 persone), agibilità della zona (sono piccole vie), durante la produzione delle trasmissioni. Si tratta di un grande tendone che coprirà circa 5.500 mq di spazio e la capienza prevista è maggiore, rispetto a quella della precedente sede della ad Assago. In sostanza il Consiglio di Zona 3, a proposito di decentramento, chiede chiarimenti al Comune, visto che non sarebbe stato interpellato in questa decisione comunque rilevante per il quartiere. C’è poi la questione ambientale degli alberi, con numeri da verificare. Il taglio paventato per far spazio al tendone sarebbe di 124 alberi, ma la metà sono malati, sostiene X-Factor, che comunque promette di ripiantarne. Anche se di un’area privata, tali alberi costituiscono comunque un patrimonio di verde ed è evidente (vedi foto panoramica dell’area) che sono una macchia talmente adiacente al Parco Lambro, da sembrarne parte. Il CdZ 3 pone qualche domanda a Palazzo Marino e non solo (la proposta di delibera chiama in causa anche ARPA e Polizia Locale): è stata controllata la perizia agronomica di parte che sostiene che metà degli alberi da abbattere sono comunque malati? La S.C.I.A. presentata è corretta? Il CdZ sottolinea nel proprio intervento la giurisprudenza (anche di Cassazione) che ha stabilito come alberi di alto fusto, anche se di proprietà privata, abbiano comunque una funzione di “pubblica utilità” e che quindi per il loro abbattimento vadano osservati i relativi regolamenti previsti da Comune, Provincia e Regione. L’autorizzazione del Comune sarebbe stata data ai senti dell’art. 76 comma 3 del Regolamento Edilizio, considerando la struttura come “manufatto provvisorio”. Il CdZ chiede di verificare sia corretta questa definizione, per una struttura così importante. E comunque lo stesso articolo chiede che anche strutture “provvisorie” non danneggino alberi adulti da conservare:

“Gli interventi per la realizzazione dei manufatti provvisori, oltre ad assolvere alle funzioni per cui sono stati programmati, devono concorrere alla valorizzazione del contesto urbano attraverso l’uso di materiali di qualità, con particolare attenzione alla fruibilità degli spazi circostanti da parte di tutti i cittadini. Inoltre tali interventi non devono risultare lesivi degli alberi da conservare e dei loro apparati radicali…”

Fonte: eco dalle città

 

Europa, prima divoratrice mondiale di foreste

In meno di vent’anni, tra il 1990 e il 2008, i consumi europei hanno causato l’abbattimento di foreste in varie parti del mondo per un’estensione pari ad almeno 9 milioni di ettari. Ad essere riconosciuti come i principali responsabili della deforestazione sono i prodotti alimentari.foresta9_deforestazione

In meno di vent’anni, tra il 1990 e il 2008, i consumi europei hanno causato l’abbattimento di foreste in varie parti del mondo per un’estensione pari ad almeno 9 milioni di ettari, una superficie paragonabile a quella dell’Irlanda. Peggio ancora di Usa e Canada: siamo noi europei i primi consumatori di foreste al mondo. Un triste primato, registrato il 2 luglio dalla stessa Unione Europea nel rapporto “The impact of Ee consumption on deforestation”. Secondo il Wwf, “emergono prove inquietanti su come l’Unione importi prodotti derivanti dalla deforestazione in quantità superiore a quella prevista, nonostante il suo impegno a ridurre la deforestazione tropicale del 50% entro il 2020”. E dire che Bruxelles aveva promosso lo studio nel 2011 per contribuire a contrastare i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità a livello mondiale. Obiettivo: valutare l’impatto del consumo europeo sulla perdita delle foreste nel mondo. A quanto pare, i migliori boschi del pianeta li divoriamo alla velocità della luce: più che il legname, ci interessa il pascolo che si ottiene radendo al suolo gli alberi. L’analisi dell’Ue, spiega Alessandro Graziadei in un report su“Unimondo”, ripreso da “Megachip”, verifica le importazione di beni di consumo legati all’abbattimento delle foreste, soprattutto quelle di Amazzonia, Sud-Est asiatico e Africa. Noi di fatto “non importiamo legname, ma registriamo enormi consumi soprattutto di prodotti alimentari come carne, latte, caffè e tutti quei prodotti alimentari che trasformano definitivamente le foreste in pascoli o in piantagioni”. Prodotti alimentari, si legge nel rapporto, “che sono oggi riconosciuti come i maggiori responsabili della deforestazione”. Se è vero che la maggior parte delle colture e dei prodotti animali connessi con la deforestazione nei paesi di origine sono consumati a livello locale o regionale, precisa Graziadei, risulta però che negli ultimi 18 anni, nel mondo, sono stati esportati principalmente da paesi in via di sviluppo il 33% dei raccolti e l’8% del bestiame prodotti proprio grazie alla deforestazione. Di questi, l’Europa ne ha importato e consumato il 36%. Mentre, nello stesso periodo, i più limitati consumi di Usa e Canada hanno complessivamente causato l’abbattimento “solo” di 1,9 milioni di ettari di foreste. Tutta l’Asia orientale, compresa la Cina e il Giappone, è responsabile dell’abbattimento di 4,5 milioni di ettari.9deforestazione

Per il Wwf, inoltre, le stime sul peso europeo nella deforestazione sono caute, e andrebbero riviste al rialzo, tenendo conto anche delle importazioni legate a prodotti tessili e servizi vari. “L’aumento dei consumi di colture come la soia, l’olio di palma e prodotti connessi, così come il consumo di carne, sono la causa principale della deforestazione nelle aree tropicali”. Alla luce di questi dati – sostiene Dante Caserta, presidente di Wwf Italia – le autorità europee “devono agire subito”. Dello stesso avviso anche Chiara Campione di Greenpeace: “Se la nostra impronta forestale continuerà a crescere e l’Europa non cambia subito rotta rischiamo di compromettere l’intero ecosistema: dovremmo cominciare a dare il buon esempio, eliminando la deforestazione per la quale siamo direttamente responsabili”. Surreale la risposta della Commissione Europea, massima responsabile della catastrofe economica che sta mettendo alla corda tutto il Sud Europa, con la più spietata politica di rigore mai attuata nella storia: greci, spagnoli, portoghesi e italiani possono pure affondare nella disperazione, mentre perle foreste Bruxelles è disponibile a giocare la sua immagine,  impegnandosi per misure concrete in materia di sviluppo sostenibile. “È chiaro che se l’Unione Europa vuole tornare ad atteggiarsi a prima della classe in campo ambientale – rileva Graziadei – deve mettere mano ad alcune delle questioni evidenziate nello studio, come ad esempio l’impatto del settore alimentare, le abitudini di consumo e una migliore informazione e sensibilizzazione presso consumatori e industriali”. E qui si scende sul terreno del ridicolo: la stessa Commissione Europea che impone agli Stati il pareggio di bilancio, senza alcuna trasparenza sulle proprie decisioni centrali, sul futuro delle foreste annuncia addirittura “un’ampia consultazione pubblica via web per raccogliere i pareri aggiuntivi in tutta l’Unione con l’obiettivo di raccogliere ulteriori suggerimenti e di valutare criticamente future iniziative politiche”. Propaganda a parte, ricorda “Unimondo”, tra i problemi reali sul tappeto c’è quello dei biocarburanti, che ora costituiscono circa il 5,7% delle miscele di benzina e gasolio, ma dovranno arrivare al 10% entro il 2020 sfruttando per l’operazione un terreno agricolo più grande del Belgio. “I biocarburanti dovrebbero esser amici del clima, ma solo in teoria”. Coltivare piante per biocombustibili “richiede trattori, macchinari, concimi, pesticidi e soprattutto nuove terre sottratte alle foreste o alle coltivazioni alimentari”. In questo caso, un terreno agricolo “grande più del Belgio” da trovare in qualche parte del mondo sarà “adibito a ‘sfamare’ le vetture europee, e i poveri del mondo tireranno ulteriormente la cinghia”. Inoltre, “i terreni coltivati saranno ulteriormente ampliati a spese delle foreste”. La direttiva Ue ora in vigore raccomanda che non vengano incentivati biocarburanti prodotti distruggendo le foreste, “ma è probabile – sottolinea Graziadei – che i biocarburanti cresciuti su terreni freschi di deforestazione non prenderanno la strada dell’Europa, lasciando inalterato il risultato planetario”. Ma allora, come contrastare questo modello consumistico? Le associazioni ambientaliste preoccupate per questa ingombrante leadership europea non hanno dubbi: “O proseguiamo in una autodistruttiva deforestazione, o mettiamo energie e volontà politica in una lungimirante decrescita felice”. Magari, appunto, meno drammatica di quella – feroce – imposta dalla Troika ai ‘prigionieri’ dell’Eurozona.

Articolo tratto da LIBRE

Fonte: il cambiamento

Per il settore auto i limiti di Co2 dell’Europa sono perseguibili: lo dice Bosch

La multinazionale tedesca Bosch sostiene di poter essere in grado di produrre, da subito, esclusivamente sistemi automobilistici anti-inquinamento che possano abbattere le emissioni automobilistiche entro gli obiettivi Ue per il 2020.autobosch

Stando alla multinazionale tedesca Bosch è possibile, da subito, sviluppare e produrre tecnologie nel settore automotive che permettano ai veicoli di rispettare i limiti di emissioni di Co2 fissati dall’Ue, per il 2020, a 95 g/km. Bosch, che si garantisce il 50% del fatturato totale proprio dal settore auto, sostiene dunque che l’obiettivo che l’Europa si impone di raggiungere nei prossimi 7 anni, un nobile obiettivo di abbattimento sostanziale delle emissioni di carbonio di atmosfera, è possibile garantirlo da subito, almeno nel settore più remunerativo della grande azienda tedesca. Stiamo sviluppando soluzioni innovative con l’intento di migliorare ancora di più i motori in tutte le classi di veicoli. ]…] Un’ulteriore riduzione dei consumi di carburante è possibile, ma in alcuni casi comporta un aumento considerevole dei costi. Per Bosch, è dunque essenziale che l’ulteriore sviluppo del gruppo motopropulsore sia valutato nell’ottica del rapporto costi-benefici. Ha dichiarato Volkmar Denner, presidente del consiglio di amministrazione della multinazionale tedesca. Già, i costi: “follow the money” diceva un tempo un giornalista, i soldi, la causa di, e la soluzione a, tutti i problemi del mondo. Fino ad oggi “i costi” sono sempre stati centrali nel non-sviluppo di tecnologie anti-inquinamento: complici un aumento della sensibilità diffusa sul problema dell’inquinamento, una pressione mediatica sul tema sempre più insistente, politiche più stringenti e, va sottolineato, la crisi economica, le esigenze di riduzione delle emissioni di Co2 corrispondono al medesimo principio che fino ad oggi ha fatto produrre mostri succhia benzina: the money, i soldi. Già oggi le autovetture compatte con motori di ultima generazione soddisfano i limiti Ue che verranno imposti dal 2020, ma il dibattito tra benzina e diesel è ancora aperto, cosa che inevitabilmente provoca ancora un rallentamento nell’esplosione delle tecnologie alimentate da combustibili non fossili; il problema inoltre si ingigantisce con i cosiddetti veicoli di fascia alta, sui quali un abbattimento delle emissioni deve partire innanzitutto da una considerevole riduzione del peso e della resistenza aerodinamica. Bosch fa sapere di stare sviluppando sistemi ibridi plug-in ad alta efficienza che conferiscono ai veicoli un’autonomia di 60 km con trazione puramente elettrica, dedicati in particolare proprio ai veicoli di fascia alta: Già oggi, gli impianti a metano possono contribuire a ridurre le emissioni di CO2 con un modesto sovrapprezzo. In quest’area, i componenti Bosch possono vantare una netta superiorità tecnica. Tuttavia, per accrescere la penetrazione sul mercato dei veicoli con questo tipo di alimentazione alternativa, è essenziale un’espansione dell’infrastruttura di rifornimento. Ha spiegato Denner. Ci sono molti motivi per cui sviluppare, lavorare e produrre, subito, questo tipo di tecnologie: non ultimo motivi economici, in un mercato in costante flessione verso il basso, nonostante la stessa Bosch per il 2013 preveda una crescita del proprio fatturato compresa fra il 2 e il 4% (nel 2012 il fatturato del Gruppo Bosch era cresciuto dell’1,9% salendo a 52,5 miliardi di euro): I nostri principali obiettivi di sviluppo continuano a essere automobili più sicure e più ecologiche. Sostiene Bernd Bohr, presidente del settore Tecnologia Automotive.

Fonte: Corriere della Sera

La Cina autorizza l’abbattimento di 20 mila polli per Sars

Le autorità cinesi hanno già abbattuto più di 20.000 polli a Shanghai, dopo aver individuato un ceppo inusuale di influenza aviaria che ha già fatto 6 morti.

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La Sars, influenza aviaria con il nuovo ceppo H7N9 conta già 6 vittime in Cina e sono stati anche contagiati piccioni nella città di Xinhua. A oggi le autorità cinesi dopo aver disposto l’abbattimento di 20 mila polli stanno organizzando la chiusura del mercato del pollame vivo a Shanghai. Da stamane è già stato chiuso il mercato ortofrutticolo di Huhai presso cui sono stati ritrovati i piccioni contagiati dal virus H7N9. Intanto i ricercatori negli Stati Uniti hanno annunciato di aver iniziato a lavorare sullo sviluppo di un vaccino. Il ministro dell’Agricoltura cinese ha detto ieri che le analisi effettuate sui piccioni hanno mostrato una forte sovrapposizione genetica tra il ceppo riscontrato nei volatili del mercato Huhai e quello rilevato negli esseri umani infetti. Intanto al mercato Huhai le autorità di Shanghai hanno disposto la disinfezione della zona e di tutti gli oggetti entrati in contatto con i volatili mentre si è alla ricerca della provenienza dei piccioni. In totale sono stati segnalati 14 casi di contagio da H7N9 su esseri umani nella Cina Orientale e i primi casi sono iniziati domenica scorsa. Ha detto Joseph Bresee, direttore del dipartimento di epidemiologia e prevenzione nei CDC divisione influenza:

Non sappiamo ancora dove gli esseri umani siano stati contagiati e non è ancora dimostrata la facilità di diffusione tra gli uomini anche se il virus si è mutato fino a contagiarci.

Fonte:  CNN