Dal PIL alla Felicità Interna Lorda: la lezione del Bhutan

Il Bhutan occupa il 160° posto nella classifica mondiale del PIL, che misura la ricchezza economica. Eppure i suoi abitanti sono felici, tanto che il benessere viene calcolato attraverso un indicatore chiamato “felicità interna lorda”. Abbiamo intervistato il dottor Saamdu Chetri, direttore del GNH, il centro che si occupa della diffusione di questo concetto. Fra i relatori del NESI Forum di Malaga, di cui Italia Che Cambia è media partner italiano, ci saranno anche i rappresentanti del GNH Centre del Bhutan. GNH sta per Gross National Happiness, che possiamo tradurre alla lettera come “felicità interna lorda”. Si tratta infatti di un indice che misura il benessere di un popolo attraverso la felicità e la consapevolezza e non calcolando la ricchezza economica. Ne abbiamo parlato con il dottor Saamdu Chetri, direttore esecutivo del GNH Centre. Oltre a spiegarci come funziona questo indicatore – che trova un omologo anche il Italia: il BIL, benessere interno lordo –, il dottor Chetri si sofferma su alcuni aspetti fondamentali come il rapporto con la natura, la decrescita e il percorso di cambiamento interiore da cui deve partire tutto.GNHC1

Una domanda un po’ scontata, ma che offre l’opportunità di spiegare meglio la vostra filosofia: perché i due concetti di PIL e Felicità Interna Lorda sono divergenti?

Se guardiamo questi concetti dal punto di visa olistico, sono divergenti al punto da diventare opposti. In ogni caso, l’idea di PIL nella sua accezione squisitamente economica è inglobata nel concetto di FIL. Mi spiego meglio: il GNH riguarda lo sviluppo olistico dell’Uomo grazie al bilanciamento del benessere materiale e spirituale dei bhutanesi. La crescita del GNH si misura attraverso l’incremento o il decremento della felicità sociale e diventa così indice di progresso. Noi sosteniamo che se un bhutanese ha dal 50% al 65% delle condizioni a sua disposizione nei nove domini allora accede al livello di persona appena felice. Se queste condizioni si verificano in una percentuale dal 66% al 76%, è abbastanza felice. Se questa percentuale supera il 76% è profondamente felice. Non consideriamo la felicità soggettiva, che è individuale, effimera e momentanea – la felicità misurata dal GNH è servire gli altri, vivere in armonia con la Natura e realizzare la bontà dei valori e della saggezza delle persone. Il GNH si basa sui concetti di confini planetari, di un’economia fondata sui bisogni e non sull’avidità e di una crescita sostenibile che prosegua anche quando arriveranno le generazioni future.  D’altra parte, il PIL si basa sulla distruzione e sull’eccesivo consumo delle risorse naturali. L’80% del territorio del Bhutan è verde e il 72% è coperto da foreste. Gli alberi vivi non hanno valore secondo la logica del PIL, ma se li uccidiamo e li abbattiamo gli indicatori economici salgono improvvisamente… ma qual è il prezzo da pagare in termini di equilibrio biologico e biodiversità? Allo stesso tempo, per esempio, se ci sono dei conflitti, se cresce il consumo di droghe, l’alcolismo, il fumo, allora la compravendita di armi e di sostanze che creano dipendenza fa aumentare automaticamente il PIL. E ancora: se uno dei due genitori smette di lavorare e rimane a casa per curare il futuro del Paese, che sono i figli, non c’è alcuna crescita economica. In altre parole, come abbiamo visto, ciò che fa progredire l’economia non si traduce in felicità e benessere per le persone.

Dunque il PIL non è un concetto negativo di per sé…

Non siamo contrari al PIL, nella misura in cui ha una ricaduta positiva sull’Uomo e sulla Natura, sulla lotta ai combustibili fossili o sul contenimento delle emissioni, in modo che il riscaldamento globale si riduca; in questi termini, può continuare a crescere! Ma per chi stiamo costruendo? Quale sarà l’utilità per le generazioni future se tutto verrà esaurito mentre ci siamo noi? Stiamo vivendo per noi stessi o per i posteri? Se è per loro che lo stiamo facendo, allora dobbiamo modificare il nostro stile di vita, mentre se è per noi, non abbiamo alcun diritto di mettere al mondo dei figli e lasciare loro in eredità un futuro di sofferenza. Scienza e tecnologia possono continuare a crescere finché noi saremo capaci di essere rigenerativi e sostenibili nel nostro approccio alla crescita, che sia legato al PIL o ad altri concetti equivalenti. “Sviluppo” è una parola fluida senza confini precisi. Uno dei nove domini del GNH è lo stile di vita e mira a un concetto sostenibile di PIL: crescere ma in modo sensato e non essere solo dei voraci consumatori.gnhc2

Abbiamo ancora la possibilità di recuperare il nostro rapporto con la Natura? 

Sì, possiamo ancora farlo. Sappiamo tutti che noi siamo la Natura e la Natura è noi. Quando distruggiamo la Natura, stiamo distruggendo noi stessi. Circa l’80% della superficie coltivabile è usata per produrre cibo per nutrire 1000 miliardi di animali ogni anno. 700 miliardi di essi vengono uccisi e macellati per soddisfare la voracità di una popolazione di 7,5 miliardi di persone. Gli allevamenti contribuiscono a circa l’11% dell’inquinamento atmosferico attraverso il metano prodotto dagli animali. Non abbiamo bisogno di carne e prodotti di origine animale per sostentarci e se qualcuno è convinto del contrario, lasci che chiediamo ai cavalli, agli elefanti, ai rinoceronti, alle giraffe, alle zebre e ad altri animali che tipo di carne mangiano e mangiamola anche noi! Se smettessimo di mangiare carne e altri prodotti di origine animale, restituiremmo alla Natura questo 80% di terra fertile ed essa si rigenererebbe. Il 20% della superficie coltivata secondo metodi biologici sarebbe sufficiente per mantenere il triplo dell’attuale popolazione terrestre. Questo è stato dimostrato dalla dottoressa Vandana Shiva presso la fattoria Navdanya dell’Università della Terra nel Deharadun indiano e dal professor Ganesh Bagaria dell’Istituto Indiano di Tecnologia di Kanpur attraverso il concetto del valore umano. Ciò che l’America Settentrionale e l’Europa sprecano ogni anno sarebbe abbastanza per il fabbisogno di tre anni dell’intera popolazione mondiale.gnhc4

Quali sono quindi le misure più urgenti da adottare?

Abbiamo bisogno di superare le barriere imposte dal pensiero attuale e imparare a condividere e curarci degli altri, ovvero redistribuire. La Terra si vendicherà presto con l’aumento del livello dei mari, calamità naturali e il ritorno di antiche malattie e la comparsa di nuove. Per l’umanità è arrivato il momento di distaccarsi dal vecchio paradigma e abbracciarne uno nuovo e siamo convinti che il GNH possa essere di grande aiuto in questo. Dobbiamo anche placare la nostra sete di consumo, condividere l’uso delle auto alimentate a combustibili fossili, usare di più il trasporto pubblico, non utilizzare gli impianti di condizionamento se non quando è strettamente necessario, utilizzare la luce elettrica il minimo indispensabile – dal momento che la maggior parte di essa è generata da fonti fossili –, non comprare una quantità eccessiva di vestiti, scarpe e altri oggetti – prima di acquistarle dobbiamo chiederci se ne abbiamo davvero bisogno, mangiare per nutrire il nostro corpo e smetterla con il cibo spazzatura… e molte altre cose! Prosegue la nostra intervista (qui la prima parte) con Saamdu Chetri, direttore esecutivo del GNH Centre del Bhutan. In questo paese da anni il PIL è stato sostituito dall’idea di Gross National Happiness, ovvero felicità interna lorda. Abbandonando il paradigma economico per misurare il benessere di un popolo cambiano molte cose, come il modo di rapportarsi fra Uomo e Natura e fra gli stessi uomini.saamdu1

Secondo lei, perché il GNH è nato proprio in Bhutan?

Perché il nostro leader, il Re, era al servizio dell’umanità e non in carica come semplice reggente. Egli, il nostro Quarto Re Jigme Singye Wangchick, aveva a cuore la felicità dei suoi cittadini e del mondo intero. È diventato Re a soli 17 anni, ma già a quella giovane età aveva realizzato che il modello economico convenzionale era basato sulla distruzione della natura, sul consumismo e sullo spreco – tutte cose lontanissime dalla vera felicità. Sapeva che lo scopo ultimo di ogni essere umano è essere felice e per questo era alla ricerca di un nuovo paradigma di sviluppo. In più, sapeva che l’antico codice legale del 1729 diceva che se il Governo non è in grado di provvedere alla pace e alla felicità del suo popolo, allora non ha ragione di esistere. Voleva che il suo Governo non seguisse il modello convenzionale fondato sul PIL, ma si affidasse a uno che portasse felicità alle persone, così propose che il GNH diventasse l’indicatore principale per il Bhutan e i bhutanesi al posto del PIL. A 52 anni, all’apice della sua popolarità, abdicò per consegnare la democrazia nelle mani del popolo bhutanese. Spesso la gente pensa che il GNH sia nato in Bhutan per via del buddhismo, ma esso si basa su valori universali e secolari. In nostro attuale Re Jmge Khesar Nagyel Wangchuck ha scelto il GNH come indicatore, legando lo sviluppo ai valori e i valori alla bontà, all’uguaglianza e all’umanità. In questo modo ha attribuito al GNH uno scopo superiore, che ha inizio con l’amore e termina con la fiducia.saamdu2

Pensa che i principi del GNH potrebbero essere applicati anche in altri paesi?

Sì, i principi del GNH sono adatti a qualsiasi paese, poiché sono al centro di questa idea ci sono gli esseri umani. Gli indicatori che utilizziamo non sono universalmente validi e hanno bisogno di essere adattati da caso a caso. Ma il GNH non è altro che un’occasione per proporre un nuovo paradigma di sviluppo per il futuro.

Avete ma provato a esportarlo?

No, il Bhutan non ha mai ricevuto richieste da altri paesi di misurare la loro felicità attraverso il GNH, anche se potrebbe essere fatto con alcuni adattamenti al contesto specifico. Abbiamo convissuto con questa idea per più di 40 anni prima che il mondo ci chiedesse di misurarlo. Ora lo facciamo e questo ci ha indicato una buona strada verso l’obiettivo della crescita della felicità umana.

In Italia esiste un movimento chiamato Decrescita Felice. Pensa che questi due aspetti – decrescita e felicità – possano essere compatibili?

 Questo è il momento giusto per un salto in avanti in termini di consapevolezza, a beneficio delle generazioni future. Non conosco bene questo movimento, ma posso dire che la decrescita è una cosa diversa dalla non-crescita: si riferisce a una crescita consapevole. I giapponesi hanno lanciato il cosiddetto “approccio minimalista”, che non è esattamente decrescere, ma usare solo le risorse necessarie per sostentare la vita e gli esseri viventi. E questo genera appagamento, che sta alla base della felicità. Se siamo contenti con quello che abbiamo, diventiamo connessi come parte dell’”inter-essere” – per usare il termine del Maestro del buddhismo zen Thich Nhat Hanh – e favoriamo l’interdipendenza, diventando così consapevoli e, quindi, felici. Se siamo consapevoli infatti, siamo sempre felici, poiché impariamo a vivere nel presente. La mia risposta quindi è: sì, decrescita e felicità sono compatibili.saamdu3

Cosa suggerirebbe a chi volesse cambiare la propria vita, rendendola più consapevole e sostenibile?

Di imparare a vivere con consapevolezza. Siate voi stessi, non cercate termini di paragone, non lamentatevi, non mettetevi in competizione con gli altri. Imparate a guardare profondamente dentro di voi e siate consci della natura della vostra mente – la felicità è interiore ed esteriore. Sappiate che siete costituiti per due terzi da acqua e per un terzo da aria e dal cibo che mangiamo, proveniente dalla Terra. Quindi, siamo al 99,99% Natura. Se prendiamo coscienza di questo fatto, impariamo a rispettare l’interdipendenza e diventiamo esseri consapevoli. Vedete, non possiamo essere tutti primi ministri, dottori, ingegneri e così via, ma chiunque saremo nella vita siamo destinati a morire e questa è la verità definitiva. Dobbiamo ricordarlo ogni giorno a noi stessi e dedicare una parte della nostra esistenza a servire gli altri. Servono solo tre cose per vivere: cibo, qualche cambio di vestiti a seconda della stagione e un tetto sopra la testa. Dobbiamo passare dalla consapevolezza animale alla consapevolezza umana costruendo relazioni più solide, più sane e più amorevoli fra l’Uomo e tutti gli altri esseri senzienti.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/ricchi-benestanti-felici-consapevoli/

Allevamenti lager? Colpa della nostra voracità

Gli allevamenti lager? Esistono perché noi vogliamo carne, uova, latte e formaggi ogni giorno, a bassissimo prezzo e in quantità industriali per soddisfare la nostra voracità spaventosa mascherata da cultura, tradizione e gusto da gourmet.9524-10281

Non esiste persona che di fronte alle immagini sconcertanti di violenza e incuria nei confronti degli animali da allevamento, dica che sia giusto o rimanga indifferente  alle denunce che ormai iniziano a diffondersi con sempre maggiore frequenza sui social, sui giornali, su internet e in tv. Le reazioni di chi sostiene la tesi di una sana alimentazione onnivora sono di seria e onesta distanza dai quei produttori così brutti e cattivi che non si fanno scrupoli di tenere esseri viventi (esattamente come noi) in strutture che hanno tutte le caratteristiche e le dinamiche di veri e propri  campi di sterminio organizzati. Nessuno è d’accordo. Ma, si sa, quelli sono casi particolari. Non è davvero così che avviene la produzione di carne. Non è così che si produce il latte o la nostra tradizionale e irrinunciabile mozzarella di bufala. Non è perpetrando ogni giorno e ogni notte della loro tristissima e breve vita maltrattamenti e torture ad esseri senzienti, pensanti e sofferenti (esattamente come noi) che si producono stragi di cuccioli per procurare piacere, diletto, divertimento sottoforma di “gusto”, “tradizione”, “cucina mediterranea” e altre espressioni che coprono come pesantissimi sipari le verità scomode, distanti e vergognose che non vogliamo vedere, che neghiamo, che allontaniamo il più delle volte consapevoli. Non c’è video di approfondimento, non c’è intervista o articolo che salvi questi modelli di produzione di esseri viventi destinati alla nostra tavola. Certo che sono condannabili, chi vuole essere così cattivo da dirsi favorevole, chi vuole apparire così poco sensibile, empatico o indifferente? Persino gli chef stellati, perfino i nutrizionisti  carnivori di tradizione e scelta “scientifica” si dissociano da codesto sistema che per un pugno di dollari è capace di costruire un’intera filosofia del mangiare sano su una tradizione fatta di violenza sempre meno sostenibile. Non c’è azienda che non si veda pronta a correre la gara del naturale e del rispettoso del benessere animale quand’anche la sua tradizione dice ben altro. Fioriscono pubblicità presentate al pubblico incipriate e confezionate a dovere col nastro brillante della mucca munta a mano o il filtro romantico quanto disonesto dei vitellini con la loro mamma. Ci vuole così poco a comprarci, così poco a farci convincere non perché quelle aziende e il sistema tutto abbiano chissà quali mezzi o siano geni criminali con l’unico obiettivo del guadagno. Ci vuole poco e ci vorrebbe ancora meno perché noi non vogliamo rinunciare al piacere. E’ il piacere quello che ci muove. E’ in nome del piacere che possiamo chiudere gli occhi davanti a ogni efferatezza che sappiamo molto bene esistere e compiersi nei confronti di milioni di animali ogni anno, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. E’ il piacere che ci spinge a liquidare sotto forma di “estremismo” le opinioni diverse dalle nostre. E’ il piacere che, ancora, ci muove a prendere le distanze da queste realtà, sapendo bene che gli allevamenti intensivi non sono realtà isolate ma la vera e tristissima norma quotidiana. E allora gli allevamenti lager esistono perché noi, noi e nessun altro, vogliamo carne, uova, latte e formaggi ogni giorno, a bassissimo prezzo e in quantità industriali per soddisfare la nostra voracità spaventosa mascherata da cultura, tradizione e gusto da gourmet. Noi siamo i responsabili di tutto questo ogni giorno quando facciamo la spesa, quando redigiamo i nostri menu, quando chiudiamo gli occhi pensando che tutto sia giusto perché così è sempre stato. Ogni smorfia di disgusto, ogni parola di distanza in proposito deve essere rivolta a noi e solo ed esclusivamente a noi. Siamo i mandanti, i primi respnsabili, i primi che possono cambiare direzione. Dissociarsi non è più sufficiente. Diventare consapevoli e fermarci a riflettere su ciò che acquistiamo e scegliamo è l’unica, vera e indispensabile strada. Per noi e per gli altri animali (esattamente come noi), se vogliamo continuare a dirci umani.

Fonte: ilcambiamento.it

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Orto bioattivo: oltre il biologico. Il cambiamento che passa dal cibo che mangiamo

L’agricoltura bioattiva non è una semplice alternativa all’agricoltura tradizionale ma un vero e proprio impulso alla consapevolezza a 360 gradi sul nostro cibo: dalla sua produzione alle sue qualità organolettiche e nutrizionali.orti

Si tratta di una visione che parte dalla centralità del rispetto alla terra, ai suoi tempi e cicli naturali, garantendo nel tempo la sua rigenerazione. I sistemi di lavorazione intensivi, infatti, impoveriscono gradualmente il suolo che deve essere continuamente arricchito con sostanze chimiche di sintesi per essere in grado di produrre in continuazione ed assicurare profitto. L’agricoltura bioattiva si propone come un nuovo metodo agronomico fondato su basi scientifiche e misurabili che trae il fondamento da leggi microbiologiche e naturali. L’approccio è una combinazione delle scienze e delle tecniche moderne (microbiologia rigenerativa e nutraceutica dei cibi) ma è fondato sul rispetto delle leggi naturali dalle quali dipendono tutti gli esseri viventi del pianeta. Il metodo può essere applicato a strutture di orti rialzati, orti urbani, piccoli orti come in campo aperto.

Ne parliamo con Andrea Battiata, ideatore del metodo, agronomo e Consigliere della Società Toscana Orticultura.

Può presentarsi?

Sono un Osservatore della Natura e neovegetariano flessibile. Riassumendo molto brevemente, da agronomo, ho avuto esperienza nell’allevamento di vacche da latte in Maremma per poi dedicarmi al vivaismo e alle piante ornamentali. Da quando sono diventato principalmente vegetariano ho studiato un metodo per produrmi cibo veramente nutriente per non dipendere da quello che trovavo in commercio che non mi soddisfaceva.

Che cos’è un orto bioattivo?

L’ortobiottivo è un esempio di come sia possibile produrre cibo ad alto contenuto nutrizionale (nutraceutico – bioattivo) prendendosi cura della fertilità naturale del terreno. Racchiude i meccanismi microbiologici osservati nel biotopo più fertile in natura: la foresta pluviale.

Come funziona esattamente?

Non è necessario lavorare la terra, non ci sono arature né zappature. Il suolo è naturalmente ricco ma in seguito alle lavorazioni viene alterato. Rigirando il terreno si interrompe, infatti, l’azione combinata degli essudati radicali, dei residui organici e dei batteri generando uno squilibrio. L’agricoltura tradizionale interviene utilizzando sostanze chimiche e fertilizzanti di sintesi. L’effetto però è temporaneo, il suolo si impoverisce dando la possibilità dello sviluppo di patologie. L’agricoltura tradizionale inquina, inoltre, le falde acquifere. Il suolo non viene mai compattato per far sì che ci sia la giusta areazione e non si usano concimi. Cerchiamo di ricreare ciò che accade normalmente in natura: una piantagione densa di piante a differenti stadi di crescita con diverse caratteristiche. Le radici non vengono estirpate e le erbe spontanee fanno parte di questo sistema. Si copre il terreno con una pacciamatura attiva: rami di bosco frammentati. Si tratta del sistema che in Francia si chiama BRF (Bois e Rameaux Fregmentés) che permette di risparmiare acqua. Le ramaglie sminuzzate arricchiscono il suolo e trattengono l’acqua consentendone un notevole risparmio. Il terreno normalmente migliora in breve tempo. C’è inoltre l’associazione delle piante in modo mirato. Le associazioni benefiche aiutano a controllare i parassiti.

Quali sono i vantaggi?

Avere la possibilità di far crescere il nostro cibo con il massimo di vitamine, sali minerali, enzimi, antiossidanti in modo da riappropriarci della nostra salute, recuperare il rapporto con la natura acquisendo consapevolezza delle stagioni e dei cicli naturali, fare più esercizio fisico e aiutare il nostro pianeta. Si diventa custodi della Terra: si contribuisce alla conservazione della biodiversità, si recuperano tecniche tradizionali ormai sostituite da tecniche industriali.

Chi ha avuto l’idea, quanti siete e come siete partiti?

Più che di un’unica idea parlerei di un’ “esigenza” condivisa. Siamo in molti a sentire la necessità di alimentarci in modo sano ma spesso non sappiamo come farlo né come trovare un cibo prodotto da qualcuno di cui ci si possa fidare. A dire il vero chi è stato a darmi lo stimolo o, possiamo dire a provocarmi, è stata mia moglie! Ero insoddisfatto del cibo che trovavo e mi ha provocato dicendomi di coltivarmi da solo il cibo che volevo. Così, con l’aiuto di colleghi agronomi, agricoltori, università e appassionati, ho messo insieme i pezzi di un puzzle già esistente dandogli organicità e concretezza.

Qual è il vostro progetto?

Mettere in atto azioni tangibili per riprendere il controllo di quello che mangiamo. Proporre un metodo che superi il concetto di biologico e che sia in grado di garantire la qualità del cibo prodotto e non soltanto la certificazione della filiera. I progetti aperti in questa visione sono molti, con università (ricerca scientifica e sostenibilità), con le scuole primarie e secondarie, con l’Orto botanico di Firenze, con aziende agricole del territorio, etc…

Quali sono le differenze con un orto sinergico e con quello biodinamico? Puoi farci qualche esempio pratico anche relativamente al suolo, alla semina, alla pacciamatura e altre pratiche?

Abbiamo preso dalle esperienze del passato inclusa quella della Hazelip e di Steiner. Abbiamo semplicemente attualizzato i loro principi e integrato con quello che abbiamo imparato recentemente dall’osservazione della natura aiutati dalle ricerche scientifiche di laboratorio.

Qual è il vostro obiettivo?

Elenco di seguito gli obiettivi che è possibile raggiungere con l’ortobioattivo

ª  realizzazione di un terreno ad alta fertilità naturale

ª  produzione ortaggi di alta qualità (bioattivi – nutraceutici) e biologici

ª  rendere il sistema di facile gestione

ª  non usare alcun mezzo meccanico: il terreno non viene mai zappato, rivoltato, compattato

ª  risparmio idrico con la copertura permanente del terreno

ª  assenza di inquinamento delle falde acquifere

ª  ottenere insalate con bassi contenuti di nitriti

ª  utilizzo materie prime locali (sabbie vulcaniche locali vs torba di importazione)

ª  attivare meccanismi di fertilità autorigenerante

Rispetto a un orto tradizionale com’è la produzione?

Qualitativamente gli ortaggi sono ricchi in sostanze nutraceutiche – bioattive. Quantitativamente la resa è dalle 5 alle 10 volte superiore.

Tutti possono fare un orto bioattivo?

Certamente! Una volta avviato è semplicissimo da gestire. Basta garantire che una volta raccolto (senza estirpare le radici) si ripiantino subito altri ortaggi e che venga mantenuta la pacciamatura.

E’ immaginabile un’agricoltura bioattiva su larga scala e quindi non solo per l’orto di casa?

Certamente. E’ la sfida in corso quest’anno. Abbiamo già esteso il metodo ad un appezzamento di terreno in grado di soddisfare il fabbisogno di molte famiglie per tutto l’anno.

Quanto è grande il vostro orto?

Ne esistono molti e il metodo di Ortobioattivo può essere applicato anche su sodo e non necessariamente solo su letti rialzati. Comunque, il più grande realizzato su letti rialzati ha una superficie di circa 500mq ed è in espansione!

Quanti orti bioattivi esistono in Italia o all’estero, se ce ne sono?

In italia sono circa 30. All’estero ci sono progetti per le isole canarie ma ancora è troppo presto per svelare i prossimi passi!

Chi volesse saperne di più:

www.ortobioattivo.com    ortobioattivo@gmail.com   https://www.facebook.com/ortobioattivo/

fonte: ilcambiamento.it

 

 

Bimbimbici: pedalata in 200 città d’Italia

Torna domenica 14 maggio in 200 città d’Italia BIMBIMBICI, la pedalata promossa da FIAB-Federazione Italiana Amici della Bicicletta per incentivare tra i giovani e giovanissimi l’uso della bicicletta negli spostamenti quotidiani, a partire dal bike2school.bibnbibici

Quest’anno la manifestazione diventa “aggiorenne” e, in linea con lo slogan La nuova fiaba della bicicletta, il tema scelto per festeggiare il 18° compleanno è “Arrivano i supereroi”. I bambini possono scatenare la fantasia immaginando i super-poteri di chi si sposta in bicicletta. Qualche suggerimento? Chi usa la bici non inquina, non fa rumore, occupa meno spazio delle auto e rende più allegre e felici le persone. Il tema vuole essere un omaggio al grande fumettista Jack Kirby, considerato l’inventore del genere supereroi, di cui quest’anno ricorre il centesimo anniversario dalla nascita.

Capofila delle città simbolo di BIMBIMBICI 2017 è Bari, un’altra città del sud, dopo Napoli lo scorso anno, per riaffermare l’impegno di FIAB a diffondere la cultura di una vita sana e a incentivare lo sviluppo di una mobilità sostenibile su tutto il territorio nazionale. E, proprio dal capoluogo pugliese, arriva il testimonial di BIMBIMBICI 2017, Pinuccio, artista ma anche convinto ecologista e ambientalista, che ha raggiunto la popolarità con il suo canale satirico su Youtube, iniziando poi a collaborare con varie testate giornalistiche e programmi radio e TV. La travolgente simpatia di Pinuccio renderà ancora più divertente la maxi pedalata a Bari dove, in sella alle due ruote, bambini e famiglie raggiungeranno alla spiaggia cittadina, accompagnati anche dalla presidente FIAB Giulietta Pagliaccio e dal sindaco Antonio Decaro, presidente dell’ANCI, Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, uno dei patrocinatori di BIMBIMBICI 2017 insieme a Euromobility, CONI e Rete Città Sane. L’invito a partecipare a BIMBIMBICI è aperto a tutti, per vivere una giornata da supereroe in bicicletta! L’elenco delle 200 città aderenti e le modalità di iscrizione alla pedalata in famiglia sono disponibili sul sito QUI

E, se in qualche località non è ancora stata programmata l’iniziativa, tutti (associazioni, comuni, scuole ma anche privati cittadini) possono organizzare la BIMBIMBICI nel proprio territorio. E’ facile come andare in bicicletta: basta seguire le istruzioni on line che trovate QUI

In attesa del 14 maggio, i bambini sono invitati a immergersi nel mondo dei supereroi partecipando al concorso a loro dedicato: usando fantasia e creatività devono elaborare un racconto che vede come protagonista un supereroe in bicicletta impegnato a combattere smog e inquinamento acustico. Con l’aiuto dei genitori, la storia va pubblicata sulla pagina Facebook di Bimbimbici  con l’hashtag #bimbimbici2017. I giovani autori dei 10 racconti che riceveranno più “like” saranno premiati con un casco da bici Limar.

Per ulteriori informazioni: www.bimbimbici.it

fonte: ilcambiamento.it

Giornata mondiale della Terra: a chi e a cosa serve?

Quest’anno la Giornata Mondiale della Terra, che si celebra il 22 aprile, è giunta alla sua 47ima edizione. È promossa dalle Nazioni Unite e lo scopo dichiarato è quello di sconfiggere il degrado ambientale. Ma in questi 47 anni quanti progressi sono stati fatti in questa direzione? Dateci il vostro parere.terra

Da 47 anni il 22 aprile si celebra la Giornata mondiale della Terra con iniziative simboliche ed estemporanee un po’ dappertutto. Quest’anno addirittura la Nasa si è inventata una iniziativa in occasione della Giornata: la possibilità di “adottare” un pezzetto del pianeta, in modo, ovviamente, del tutto simbolico. Per partecipare a “Adopt The Planet” bastano pochi secondi: basta digitare il proprio nome nel modulo e premere sul tasto verde. Uno dei 64mila posti disponibili del globo terracqueo verrà assegnato all’utente, che potrà visualizzarlo sulla mappa con tanto di coordinate e conoscerne anche le caratteristiche.

QUI tutte le iniziative organizzate in Italia per il 22 aprile

Ma quanti passi concreti, scelte efficaci e scomode, provvedimenti efficaci e definitivi sono stati adottati in questi 47 anni? Dai dati e dalle condizioni del pianeta, sembra chiaro che si è andati in tutt’altra direzione.

Sui trasporti che si fa? Ci stiamo soffocando e avremo aerosol al veleno per i prossimi 30 anni

Le grandi foreste? Le stiamo divorando

L’inquinamento? Fa già sei milioni di morti

La barriera corallina? Presto sarà solo un ricordo

L’Europa? Salva il carbone e affonda le rinnovabili

Eppure avremmo la soluzione già in tasca se lo si volesse.

Paolo Ermani (presidente dell’associazioe Paea), per esempio, lo ha scritto innumerevoli volte facendo alcuni semplici esempi:

Il futuro energetico è già qui

La (non) politica energetica italiana è alla canna del gas

Vivere basso, pensare alto: è tempo di scelte

Ma servono scelte radicali, scomode, che scombinano lo status quo, che toccano enormi interessi… quindi meglio celebrare una volta l’anno la Giornata mondiale della Terra e tornarsene ai propri affari gli altri 364 giorni.

fonte: ilcambiamento.it

 

Dalla lotta alla corruzione “Riparte il Futuro”

Riparte il Futuro è una campagna nata tre anni fa allo scopo di combattere la corruzione in Italia e fare informazione su quali sono i reali costi di questo fenomeno. Il suo impatto è passato presto dal digitale al reale: dopo aver raggiunto un milione di firmatari, Riparte il Futuro ha ottenuto numerosi successi su temi legislativi fondamentali riguardanti la trasparenza e la libertà di accesso ai dati. Priscilla Robledo, Project Manager di Riparte il Futuro, ci racconta la nascita e gli sviluppi del progetto. A pochi giorni dalle nutrite manifestazioni contro le mafie promosse dall’associazione Libera  da Locri (RC) a Milano, vi regaliamo questa bella intervista che abbiamo realizzato con Priscilla Robledo, Project Manager di Riparte il Futuro, una ONG di persone che hanno deciso di combattere la corruzione della Pubblica Amministrazione, grazie alla pressione popolare.

Cos’è “Riparte il futuro” e chi sono i suoi fondatori?

Riparte il Futuro nasce nel 2013 come campagna digitale di Libera del Gruppo Abele contro la corruzione e così facendo ha lavorato negli ultimi 3 anni cercando di spiegare la corruzione ai cittadini italiani in modo semplice, ma rigoroso. Ha già articolato diverse campagne di lotta alla corruzione in Italia. Nell’aprile dello scorso anno ci siamo separati da Libera e abbiamo creato una realtà indipendente, così Libera continua a lavorare contro la mafia nel modo eccellente in cui ha sempre fatto e noi invece ci possiamo concentrare sulla lotta alla corruzione con una realtà associativa indipendente.

Lavoriamo per campagne, quindi identifichiamo alcuni settori di intervento con la partecipazione dei cittadini italiani e con i numeri del consenso che riusciamo ad ottenere andiamo dai decisori pubblici e facciamo pressione affinché possiamo ottenere quello che vogliamo. Nel corso degli anni abbiamo raggiunto oltre 1.180.000 firmatari delle nostre petizioni e quindi abbiamo una comunità digitale numerosa e molto attiva.  Il nostro compito è quello di rendere evidenti, semplici e chiare le nostre richieste e ovviamente premere sempre perché i decisori pubblici ci ascoltino. Nel corso degli anni abbiamo raggiunto diversi risultati e il motivo per cui li abbiamo raggiunti ha anche a che vedere con il fatto che lavoriamo in partnership con diverse realtà della società civile organizzata, in particolare molte associazioni che si occupano di trasparenza nella Pubblica Amministrazione (PA) come: Open Polis, Diritto di Sapere, Cittadini Reattivi, Movimento Consumatori. Il nostro partner su molte campagne è Transparency International, un’organizzazione che si occupa di lotta alla corruzione e quindi, avendo una missione comune, spesso e volentieri uniamo le forze.1009733_572601162791832_2086111430_n

Perché combattere la corruzione conviene a tutti?

Combattere la corruzione conviene a tutti perché la corruzione alza il prezzo dei servizi pubblici per tutti noi cittadini, gonfia il costo delle opere pubbliche strategiche per il paese che paghiamo con le tasse e non solo, fa anche sì che le opere pubbliche stesse siano di qualità scadente. Oltretutto la corruzione mina la credibilità dell’Italia anche sulla scena internazionale e quindi per esempio impedisce che l’Italia possa ricevere la stessa quantità di investimenti stranieri che ricevono altre economie. Noi riteniamo che la corruzione sia la madre della disoccupazione e in particolare della disoccupazione giovanile, proprio perché impedendo un flusso di capitale nuovo di investimenti stranieri, non permette che si crei nuova occupazione in questo paese. L’Italia non è neppure fra i primi 20 paesi in Europa che creano occupazione grazie agli investimenti stranieri e la disoccupazione giovanile è al 40% ! Questo ci dimostra che la corruzione crea dei problemi oggi, ma anche domani, per il futuro delle persone come me, che sono i giovani di oggi, e il futuro di questo paese.

Chi sono i whistleblowers? Parlaci della vostra campagna

I whistleblower sono “coloro che soffiano nel fischietto” per informare la collettività che qualcosa non va nel verso giusto, in altri termini sono i dipendenti/collaboratori/consulenti di un’azienda che denunciano, nell’interesse pubblico, un illecito di cui sono testimoni sul luogo di lavoro. C’è bisogno di una campagna a tutela dei whistleblower perché ad oggi in Italia non c’è una legge che li protegga; attualmente i whistleblower subiscono discriminazioni come demansionamento, mobbing o licenziamento. Ricordiamoci però cosa fanno di buono per il paese: denunciano frodi che danneggiano l’intera collettività! Se c’è ad esempio un’azienda che fornisce cibo scaduto, io lo voglio sapere, nell’interesse della fede pubblica! E se c’è qualcuno che ha il coraggio di dirlo, pagando in prima persona, io Priscilla di Riparte il Futuro lo ringrazio, ma voglio che sia lo Stato stesso a ringraziarlo con una legge su misura per la sua tutela, che al momento però non esiste nel nostro paese. La campagna che abbiamo lanciato insieme a Trasparency International nel luglio del 2016, ha superato le 50.000 firme, ma c’è bisogno di molte più firme e lancio qui un appello per firmare la nostra petizione, ma devo dire che già con le firme che abbiamo ottenuto, abbiamo potuto fare pressione al Senato, che è il destinatario della nostra petizione, affinché discuta al più presto e approvi la legge che attualmente è in Commissione Affari Costituzionali del Senato. Nella legge devono assolutamente essere contenuti due aspetti che l’attuale disegno di legge non prevede, che sono: l’estensione al settore privato e in secondo luogo il fondo economico a sostegno dei segnalanti, che oltre a rischiare di perdere il lavoro potrebbero dover affrontare ingenti spese legali ed anche problemi di natura psicologica, perché spesso sono vittime di mobbing e ritorsioni sul luogo di lavoro.17362938_1416860618365878_7489035068499320345_n

Una delle vostre campagne principali è stata quella del “FOIA”, spiegaci cos’è

Il “FOIA” è il Freedom of Information Act, tradotto in italiano è la Legge sulla Libertà del Diritto all’Informazione ed è una legge bellissima, perché in base ad essa ciascun cittadino ha il diritto di ottenere dalla PA qualsiasi tipo di informazione desideri. Quindi non deve avere un interesse specifico, come succedeva prima dell’entrata in vigore di questa legge, ma può essere un cittadino qualunque e la PA ha il dovere di dargli quell’informazione. Questa è la regola. Ci sono delle eccezioni, ma la rivoluzione copernicana che il FOIA ha introdotto in questo paese è che la regola è che gli atti, le informazioni, i dati, qualunque cosa in seno alla PA dev’essere di dominio di tutti e ogni cittadino ha il diritto di accedervi. Quindi è chiaramente una legge che sposta il rapporto di forza fra il cittadino e la PA. L’altra cosa bellissima di questa legge sulla libertà dell’informazione è che la società civile italiana si è riunita nella coalizione “FOIA 4 Italy”  e in due anni di campagna è riuscita a ottenere modifiche importanti sul testo della legge; perché il testo iniziale del FOIA prevedeva una serie di eccezioni che a nostro parere erano insufficienti a garantire una vera libertà dell’accesso ai dati e alle informazioni della PA. Tramite la coalizione FOIA 4 Italy il testo della legge è cambiato drasticamente.

Ciononostante ci sono ancora diverse eccezioni che ci preoccupano, prima fra tutte l’eccezione sul “diritto alla riservatezza”, che è un po’ usata come spada di Damocle in questo paese. Quindi la privacy è sicuramente un aspetto. Un altro aspetto riguarda quali sono le PA a cui si applica. A nostro avviso si dovrebbe applicare anche a tutte le partecipate per esempio, che in Italia dovrebbero essere più di 7.000, ma in realtà è un numero che nessuno conosce con esattezza. Chiaramente in pancia alle partecipate ci sono informazioni di interesse pubblico, perché le partecipate funzionano con il denaro pubblico, e quindi dovrebbero essere soggette al FOIA, ma questo appunto è uno degli aspetti controversi: staremo a vedere quali partecipate risponderanno positivamente e quali no. Perché il vantaggio del FOIA non è solo l’ottenimento dell’informazione, ma il fatto che io con quell’informazione posso fare qualcosa per cambiare in meglio l’amministrazione della cosa pubblica ed esprimere una mia obiezione su come i soldi pubblici vengono impiegati.

La vostra campagna per chiedere la cessazione del vitalizio agli ex-parlamentari condannati per mafia e corruzione con oltre mezzo milione di adesioni è diventata la più vasta mobilitazione digitale mai organizzata in Italia, com’è andata a finire?

Già, pensa che con questi numeri avremmo potuto chiedere un referendum! È andata a finire bene, visto che l’abbiamo vinta ottenendo la delibera dal Parlamento che toglie il vitalizio agli ex-parlamentari condannati e questa vittoria l’abbiamo ottenuta lo stesso giorno in cui Riparte il Futuro raggiungeva un milione di firmatari! Quindi quel giorno di maggio del 2015 è stato davvero un bel giorno per noi! Ad oggi si contano 24 ex-parlamentari che non ricevono più il vitalizio, fra cui Silvio Berlusconi, Cesare Previti, Marcello dell’Utri ed altri.10375_483318485053434_796570317_n

Come hanno reagito finora le istituzioni?

Riparte il Futuro all’inizio della sua esperienza ha portato oltre 300 parlamentari con i “braccialetti bianchi” ad impegnarsi nella lotta contro la corruzione in Parlamento e un anno dopo gli stessi parlamentari hanno approvato un pacchetto di norme contro la corruzione, quindi la risposta delle istituzioni c’è! C’è perché noi abbiamo dietro la forza dei numeri e i nostri rappresentanti politici sono molto sensibili a questo tipo di pressione. Quindi, tengo a sottolineare che Riparte il Futuro non è un partito e non lo sarà mai, ma nel nostro attivismo dobbiamo necessariamente porci in modo costruttivo rispetto alla PA e stiamo ottenendo degli ottimi risultati in tal senso.  Inoltre soprattutto nell’ultimo anno di lavoro, diverse amministrazioni ci hanno chiesto di aiutarle nello sviluppo e nell’implementazione di strumenti digitali di trasparenza e partecipazione, come il Comune di Milano, quello di Roma, il Ministero della PA e Semplificazione. Essendo quindi riconosciuti ufficialmente come degli interlocutori anche dalla PA, questo ci permette di muoverci dal digitale al reale e di ottenere delle soluzioni concrete a vantaggio di tutti i cittadini italiani. Per cui continueremo a lavorare su diverse campagne cercando di ottenere il cambiamento dall’alto verso il basso, e cioè in Parlamento, nei Ministeri, nei Consigli Regionali e in quelli Comunali, e dal basso verso l’alto crescendo sempre di più come base e creando una comunità sempre più attiva e pronta a fare insieme pressione pubblica e chiedere trasparenza nell’azione amministrativa.

Cosa possono fare i lettori di Italia che Cambia per aiutarvi?

Ci state già aiutando con quest’articolo! Sarebbe poi bello se il lettore dell’articolo pensasse ad una richiesta FOIA da fare ad una amministrazione alla quale vuole chiedere un’informazione che possa di fatto essere utile per un cambiamento di cui abbia bisogno nella propria vita, quindi ad esempio: all’azienda di trasporti o a quella dei rifiuti del comune in cui risiedono. Noi possiamo sicuramente aiutarlo a formulare la richiesta in modo efficace. Possiamo anche aiutarlo a capire insieme, nella fase in cui successivamente l’informazione sia stata ottenuta, come poter utilizzare l’informazione e quindi di fatto creare una nuova campagna.

Cos’è per te l’Italia Che Cambia?

Per me l’Italia che cambia è l’Italia che vorrei, l’Italia in cui i cittadini italiani partecipino, siano spinti da soli ad agire e non aspettino delle soluzioni calate dall’alto, ma che si rendano per primi motori del cambiamento. Noi abbiamo dimostrato che possiamo cambiare le leggi, possiamo pezzo dopo pezzo cercare di ripulire questo paese dalla corruzione e renderlo più trasparente. Allo stesso modo ci sono altri cittadini italiani che nel loro settore di attività hanno dimostrato e continuano a dimostrare che il cambiamento è possibile e che parte dal basso. Credo che la società italiana abbia tutti i numeri per splendere e l’Italia che cambia è l’Italia che di fatto ha bisogno di cambiare. Siamo un paese molto brillante che ha un sacco di talenti, alcuni dei quali sono inespressi per colpa di un sistema amministrativo poco efficiente ed estremamente macchinoso, ma abbiamo i numeri per poter cambiare questo paese, dal basso e lo cambieremo!

Intervista: Veronica Tarozzi e Paolo Cignini

Riprese e montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/io-faccio-cosi-160-lotta-corruzione-riparte-futuro/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Banca della Terra: anche il Trentino avvia il ripristino dei terreni incolti e abbandonati

Recuperare terreni incolti o abbandonati mettendoli a disposizione dei giovani che vogliono avviare un’attività agricola. È questa la finalità della Banca della Terra, un progetto già adottato da quattro regioni italiane, che da oggi sarà attivo anche in Trentino. La Giunta provinciale della Provincia autonoma di Trento ha approvato l’istituzione della Banca della Terra, cioè il censimento di terreni pubblici e privati incolti che i proprietari mettono a disposizione di chiunque desideri rimetterli in produzione. Dopo Toscana, Lombardia, Sicilia e Liguria, anche il Trentino aderisce a questa iniziativa che ha la finalità di contrastare l’abbandono dei terreni e delle produzioni agricole e di favorire il ricambio generazionale in agricoltura. Il progetto, infatti, offre anche ai giovani aspiranti agricoltori che non sono “figli d’arte” e che non hanno fondi di proprietà di poter reperire terreni da coltivare.bancaterra1

Per “terreni agricoli abbandonati o incolti” – come specificato nei criteri e modalità di costituzione e funzionamento della Banca della Terra trentina – si intendono le aree di neo-colonizzazione da parte della vegetazione forestale, su cui l’attività di sfalcio, pascolo o coltivazione è documentabile negli ultimi dieci anni, e tutti i terreni incolti suscettibili di coltivazione che non siano stati destinati ad uso produttivo da almeno tre annate agrarie e che siano dichiarati disponibili dai proprietari per il ripristino dell’uso agricolo, come spiegato in questo documento. I Comuni trentini hanno il compito di effettuare un censimento dei terreni abbandonati o incolti e delle aree forestali da riportare all’uso agricolo presenti sul proprio territorio e sollecitare i proprietari – sia pubblici che privati – a inserirli tali fondi nella Banca della Terra e metterli a disposizione di chi desideri ripristinarli all’uso agricolo. Chi vuole coltivare i terreni inseriti nella Banca della Terra, da parte sua, può prendere liberamente visione dell’elenco dei terreni e rivolgersi al Comune competente chiedendo i dati anagrafici del proprietario del terreno a cui è interessato, al fine di un avviare una trattativa diretta. Nel caso di terreni di proprietà pubblica la Banca della Terra trentina prevede che i contratti di affitto siano stipulati nel rispetto della vigente normativa provinciale, mentre nel caso di terreni privati i contratti saranno ai sensi della Legge 203/1982.

«La finalità di questo strumento – ha spiegato Michele Dallapiccola, Assessore all’agricoltura del Trentino – come previsto dalla Legge Provinciale 15/2015 per il governo del territorio, è quella di contemperare fenomeni di abbandono e mancata coltivazione dei terreni con l’esigenza di facilitare l’avviamento di nuove imprese agricole, con un conseguente ricambio generazionale o il consolidamento delle imprese agricole già esistenti. È un’opportunità per molti giovani che, pur non essendo figli di agricoltori, intendono dedicarsi all’agricoltura o all’allevamento».bancaterra3

La Banca della Terra, che è gestita tramite i servizi provinciali competenti in materia di agricoltura, può essere uno strumento prezioso di presidio e salvaguardia dei territori destinato ad attirare l’attenzione verso aree che spesso sono trascurate. E, nel contempo, potrà dare la possibilità ai giovani che hanno intenzione di dedicarsi all’agricoltura di reperire terreni disponibili, anche se questi non provengono da famiglie di agricoltori o non hanno terreni in proprietà.

«Il provvedimento – ha puntualizzato Dallapiccola – genera una sorta di anagrafe/banca dati dei terreni pubblici e privati e, nel secondo caso, prevede che il privato metta a disposizione i propri terreni ad altri coltivatori secondo una libera contrattazione tra le parti. Si tratta di uno strumento volontario fatto su base dichiarativa da parte del privato. I terreni confluiranno nella Banca della Terra e il capofila della raccolta dati sarà il Comune territorialmente competente. I vantaggi per i privati che vorranno mettere a disposizione i propri terreni incolti iscrivendoli alla Banca della terra sono due in particolare: in primo luogo, quello di essere inseriti in un canale pubblicitario di informazione e sensibilizzazione da parte del pubblico e, in secondo luogo, quello di avere la garanzia che il proprio terreno venga custodito e utilizzato in applicazione delle norme di legge».

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/banca-della-terra-trentino-ripristino-terreni/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

«Non massacrate gli alberi nelle città»

È l’appello che lancia Lipu-Birdlife Italia a fronte della progressiva e velocissima perdita di biodiversità nelle città italiane e delle potature selvagge del patrimonio arboreo. E pubblica un rapporto che offre linee guida per cercare di invertire la tendenza.9536-10293

Salvare la biodiversità urbana, favorire la relazione tra le persone e il verde e mettere uno stop alle potature selvagge degli alberi, inutili e dannose. Sono i principi ispiratori del nuovo documento di Lipu-BirdLife Italia dal titolo Il verde urbano e gli alberi in città. Una necessità, quella del verde urbano, sempre più sentita dai cittadini, che cercano rifugio dall’inquinamento e dal cemento e luoghi per giocare, leggere, svagarsi: prati, stagni e piccole zone umide, zone alberate, aree verdi dove migliorare il proprio stato psicofisico e ritrovare armonia con la natura. Un’esigenza a cui però gli enti preposti (Comuni in primis) non sempre rispondono con politiche adeguate di gestione, tutela e promozione del verde pubblico  o stimolando i cittadini a utilizzare al meglio i propri giardini, magari creando un birdgarden.

«Secondo i recenti dati Istat pubblicati nel maggio 2016, ogni abitante del nostro Paese ha a disposizione in media 31 metri quadrati di verde urbano, con punte più elevate nel Nord-est (50 metri quadrati) e doppie rispetto al Centro, al Nord-ovest e alle isole, mentre la media del Sud (42 metri quadrati) è influenzata dal dato della Basilicata – spiegano dall’associazione – che vanta città più ricche di verde della media. E’ però un dato insufficiente, che non mette freno ai guai causati dall’inquinamento ed è aggravato dalla frequente disattenzione delle amministrazioni pubbliche per le oasi urbane, aree naturali, inserite nel tessuto della città, che funzionano quali piccole riserve di biodiversità faunistica e floristica e hanno anche essenziali finalità educative».

«Sono tuttavia gli alberi le principali vittime della cattiva gestione. Sebbene siano riconosciuti da numerosi studi come in grado di abbattere l’insidioso particolato sospeso in atmosfera (uno degli inquinanti più presenti in città e pericolosi per la salute) e di garantire benessere e persino felicità alla persone, spesso sono oggetto di cattiva gestione, con potature errate (e spesso in piena nidificazione degli uccelli) o addirittura con la pratica della “capitozzatura”, che sopprime l’asse primario dell’albero senza lasciare un ramo di sostituzione».

«La potatura degli alberi – spiega Marco Dinetti, responsabile Ecologia urbana della Lipu e curatore del documento sul verde urbano e gli alberi in città – deve essere un intervento straordinario, da effettuare solo per motivi precisi e dimostrati, come ad esempio la presenza di problemi fitosanitari e di sicurezza pubblica. Inoltre deve essere effettuata su singoli rami e mai generalizzata su interi filari o gruppi di alberi, cosa che spesso succede per ignoranza o per interesse a sfruttare il legname, in genere destinato al crescente mercato delle biomasse. Un adeguato monitoraggio degli alberi eviterebbe inoltre problemi di sicurezza senza dover ricorrere, appunto, ad interventi drastici sulle piante».

Per esempio, si è calcolato, in una città italiana costiera del Centro Italia, che le potature drastiche effettuate sul lungomare abbiano asportato la metà del volume di vegetazione presente con una perdita di servizi ecosistemici stimata tra i 160mila e i 590mila euro l’anno. Da un altro studio si deduce che, in California, il valore dei benefici erogati dai 900mila alberi presenti lungo le strade valga un miliardo di dollari . Diviso in nove capitoli, il documento della Lipu fornisce un ampio quadro del verde urbano in Italia, dei “servizi ecosistemici” forniti da alberi e aree verdi (la difesa dall’inquinamento, la fornitura di acqua e aria più pulite, un maggiore benessere fisico e psichico, la difesa dal rumore, la protezione idrogeologica), mettendo a punto precisi criteri e linee guida per una progettazione ecologica di parchi pubblici, giardini privati, boschi urbani e periurbani e zone umide (fiumi e torrenti, ma anche sponde di laghi o coste marine) che salvaguardi gli elementi già esistenti e privilegi anche le connessioni ecosistemiche (reti ecologiche), utili per la biodiversità.

«C’è bisogno di una maggiore consapevolezza delle amministrazioni e di un salto di qualità in termini di formazione e aggiornamento degli operatori del verde urbano – conclude Marco Dinetti – per evitare che interventi utili all’ambiente si trasformino in qualcosa di dannoso, per la natura e gli stessi cittadini umani. Il futuro delle nostre città dipende anche da come tratteremo  la natura che custodiscono e possono ospitare».

Il decalogo della buona gestione del verde urbano

  1. Diffondere una cultura di rispetto degli alberi, anche con eventi e materiali informativi.
  2. Favorire la presenza del verde nelle città, nelle scuole e ovunque possibile.
  3. Prestare grande attenzione alla gestione del verde e alla potatura degli alberi, da realizzarsi come manutenzione straordinaria, su singoli alberi, fuori dai periodi di nidificazione degli uccelli e con motivazioni valide e dimostrate.
  4. Utilizzare professionalità esperte e competenti nella progettazione e gestione del verde urbano, con formazione continua e aggiornamenti.
  5. Tutelare, conservare, gestire e valorizzare la biodiversità urbana, in particolare proteggendo le oasi urbane.
  6. Integrare la rete ecologica locale nella pianificazione urbanistica.
  7. Individuare nuove tipologie di verde urbano per funzioni ecologiche protettive, tra cui il contrasto dei cambiamenti climatici e degli eventi meteorologici estremi.
  8. Incentivare le funzioni educative e sociali del verde urbano.
  9. Promuovere la diffusione dei birdgarden quali strumento di conoscenza della natura e bellezza delle città.
    10.   Approvare e applicare (le amministrazioni) un regolamento urbano del verde. Chiedere (i cittadini) alla propria amministrazione di farlo.

Fonte: ilcambiamento.it

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Baule Volante, una storia “bio” che dura da 30 anni

Baule Volante compie trent’anni. Nasce nel 1987 a Bologna come una piccola impresa familiare distributrice dei prodotti biologici tedeschi Rapunzel. Da quel giorno, però, di tempo ne è passato molto e, negli anni, quella che era una piccola azienda diventa un vero e proprio punto di riferimento nel settore del biologico in Italia.9523-10280

Oggi l’azienda conta più di 500 prodotti a proprio marchio: alimenti biologici freschi e confezionati, prodotti certificati per la cura della persona e per la pulizia della casa. Quella che rimane immutata nel tempo è la sua visione: prodotti genuini e di alta qualità provenienti non solo da produzioni biologiche ma il cui obiettivo irrinunciabile sia la tutela del terreno e della biodiversità, il rispetto per il benessere e per le esigenze specie-specifiche degli animali allevati, l’attenzione al lavoro dei piccoli produttori, la cura dell’ambiente e delle persone.baulevolante1

Tra le iniziative messe in pista dall’azienda per festeggiare i suoi trent’anni, il Baule Volante on Tour, un’occasione di incontro e di scambio tra negozianti, produttori e addetti del settore. Tra le tappe, Roma, il prossimo 2 aprile.

Abbiamo incontrato Francesca Delle Grottaglie dell’Ufficio Marketing di Baule Volante.

Qual è la vostra storia e perché questo nome?

Baule Volante nasce nel 1987 a Bologna. È una piccola impresa familiare che distribuisce in Italia il già affermato marchio di prodotti biologici Rapunzel. Ben presto, però, mostra i segni di un’azienda destinata a diventare un punto di riferimento per il settore bio in Italia. Un po’ per gratitudine nei confronti del marchio tedesco – oggi leader in Europa nel dettaglio specializzato -, un po’ per la stima e la sintonia d’intenti, è a Rapunzel che Baule Volante s’ispira per scegliere il proprio nome: si tratta di due fiabe, una dei fratelli Grimm, l’altra di Andersen. Negli anni Baule Volante continua a crescere e a rivoluzionarsi, rimanendo sempre ben salda nei valori e negli intenti. Oggi l’azienda conta più di 500 prodotti a proprio marchio: alimenti biologici freschi e confezionati, prodotti certificati per la cura della persona e per la pulizia della casa. Dal 2008 Baule Volante entra a far parte del gruppo EcorNaturaSì, azienda conosciuta a livello nazionale per i propri brand, le iniziative a favore del bio e dell’agricoltura, con la quale condivide missione e intenti.

Che cosa vi ha spinto a cominciare in un momento in cui ancora si sentiva parlare poco di biologico?

La volontà di offrire il migliore prodotto possibile, genuino, di alta qualità, creato in maniera biologica e sostenibile, è un modo per tutelare il terreno e la biodiversità, valorizzare il lavoro dei piccoli produttori, prendersi cura dell’ambiente e della salute delle persone, proteggere la vita ed il mondo. Ci ha spinto con forza la motivazione che l’agricoltura biologica sia l’unica via sostenibile per salvaguardare l’ambiente e la salute delle persone.

Come vi siete adattati nel tempo alla legislazione che cambiava?

Aggiornandoci costantemente e rispettando senza compromessi non solo la legislazione vigente, ma anche un irrinunciabile imperativo morale.

Come è cambiato il consumatore nel tempo e come avete risposto alle sue esigenze?

Di sicuro è diventato sempre più critico e consapevole: questo non ci ha mai spaventato, anzi! Ci dà l’opportunità, sempre di più, per essere trasparenti, fornendo informazioni utili e raccontando il prodotto, come nasce, come viene lavorato, qual è il rapporto che abbiamo con il nostro produttore. Il consumatore è cresciuto insieme a noi, che siamo anche consumatori. Le esigenze del consumatore di avere maggior varietà o innovazione sono state sempre il nostro obiettivo.

Cosa rappresentate oggi nel mercato del biologico?

Oggi, proprio in virtù dell’impegno che portiamo avanti da trent’anni in modo coerente e sincero, Baule Volante è sinonimo di prodotto genuino e quotidiano, di azienda affidabile e trasparente. Baule Volante è l’amico bio di sempre. Siamo un buon partner di riferimento per tutte le attività che commercializzano e trasformano prodotti biologici

In che modo scegliete i produttori?

È una selezione fatta in sinergia con ufficio acquisti e ufficio qualità: c’è una prima selezione “sulla carta” di fornitori possibili. Un audit condotto da buyer e collega della qualità insieme, consente di approfondire l’affidabilità del produttore e del processo produttivo. I prodotti vengono poi selezionati attraverso campionature, studio della ricetta, test con assaggio. Lo standard qualitativo che i produttori devono superare è altissimo e l’azienda predilige quelli bio al 100%.

In che modo ottenete le certificazioni e da chi?

Un prodotto biologico – che provenga da coltivazioni, allevamento o trasformazione – porta con sé la garanzia del controllo e della certificazione di organismi espressamente autorizzati, per l’Italia, dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali. In Europa, infatti, ogni Stato membro incarica autorità pubbliche e organismi di controllo privati di eseguire rigorose ispezioni, operando sotto la supervisione o in stretta collaborazione con le autorità centrali. Lo Stato membro attribuisce a ogni ente addetto al monitoraggio un codice identificativo diverso, che viene poi riportato sull’etichetta di ciò che compriamo. Il codice indica che il prodotto acquistato proviene da un’azienda ispezionata da un organismo di controllo, che garantisce il rispetto della regolamentazione per i prodotti biologici. Come previsto dalla normativa europea (in particolare i regolamenti CE n.834/07 e 889/2008, che specificano in dettaglio gli aspetti tecnici della produzione, dell’etichettatura, del controllo e che valgono anche per i prodotti importati), la certificazione biologica copre tutti i livelli della filiera produttiva. A tutela del consumatore, non solo chi produce, ma anche chiunque venda prodotti marchiati come biologici (freschi o confezionati, in campagna, all’ingrosso o al dettaglio), infatti, deve essere sottoposto al controllo, con ispezioni in loco.

Che cosa significa scegliere biologico?

Scegliere un prodotto biologico vuol dire scegliere un cibo buono, genuino, frutto di un processo di produzione che rispetta le persone e l’ambiente. È una scelta che ci aiuta a proteggere la nostra salute e quella del nostro pianeta. Sempre di più il metodo biologico si è dimostrato efficace, perché garantisce un prodotto che non contiene residui di fitofarmaci o altri prodotti di sintesi. I terreni vengono tutelati dall’inquinamento, dimostrandosi, soprattutto nei periodi di siccità, più fertili e in salute rispetto a quelli coltivati in modo convenzionale. L’agricoltura convenzionale, a causa del vasto impiego di erbicidi, insetticidi, fungicidi e fertilizzanti chimici, ha creato danni ambientali spesso irreversibili in molte zone del mondo. Scegliere biologico vuol dire futuro, salute e bellezza del paesaggio.

Come coniugate il biologico con l’etico?

Il metodo biologico rende le coltivazioni più resistenti alle erbe infestanti e protegge la salute dei contadini, che non entrano in contatto con prodotti nocivi; garantisce posti di lavoro e sostiene il settore agricolo, che mantiene un ruolo importante per l’economia nazionale. Concretizza i principi del commercio equo e solidale, e il motto pensare globale, agire locale. Salvaguarda il paesaggio, la flora e la fauna locali, la biodiversità naturale, così fondamentale per la vita del nostro pianeta e la salute delle persone alle quali garantisce un’alimentazione sana. Baule Volante cerca di dare concretezza a questi valori e di rispondere alle esigenze dei consumatori che conoscono il bio ma anche di quelli che non lo conoscono (o non lo scelgono) ancora. È una questione di responsabilità, quella che abbiamo nei confronti della Terra.

Conoscete gli allevamenti da cui provengono le carni che vendete? Come li selezionate?

Certo, sono sottoposti a selezione e controllo come gli altri produttori, a cura del team Assicurazione e Qualità.

L’ultimo prodotto che avete presentato?

Non è l’ultimo, perché ogni bimestre lanciamo prodotti nuovi. Ma ci piace parlare del prodotto lanciato a settembre scorso, che ha meritato il premio SANA novità 2016. Sono i Granomela, frollini senza zuccheri aggiunti (contengono naturalmente zuccheri, derivati dalla sola presenza di pezzettini di mela essiccata), unici sul mercato. Infatti, come mostra la ricerca Nielsen, Totale Italia, 11/2013, contengono il 50% di zuccheri in meno rispetto alla media dei frollini più venduti. Nascono dal desiderio di offrire un prodotto buono, sì, ma che possa incoraggiare un’alimentazione attenta alla salute delle persone, e sono frutto di una lunga ricerca che Baule Volante ha condotto con cura e pazienza insieme con i suoi produttori di fiducia. Ultimissimi lanci: Preparati per burger, falafel e polpette vegetali, Pane bauletto di farina di farro, tipo 2 e Kamut®, Preparati per budini senza glutine.

I vostri prodotti dove vengono venduti soprattutto?

Nella catena di supermercati biologici NaturaSì, nei negozi specializzati bio, erboristerie, profumerie, parafarmacie.

Quanto è cresciuto il consumo di biologico durante la vostra storia?

Da zero al 3% dei consumi alimentari.

Tre caratteristiche che distinguono la vostra azienda?

Prodotti innovativi, affidabilità, sincerità. Relazioni.

Progetti per il futuro?

Il futuro… è una storia bio (come dichiara il nostro payoff)!

Fonte: ilcambiamento.it

La Fattoria dell’Autosufficienza: un luogo per costruire un futuro sostenibile

Autosufficienza alimentare ed energetica, permacultura, ecoturismo, formazione all’ecologia e alla salute. Situata nell’appenino romagnolo, nel territorio del comune di Bagno di Romagna, la Fattoria dell’Autosufficenza rappresenta da anni un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono imparare a riconnettersi con la natura. Ce ne ha parlato Francesco Rosso, ideatore di questo progetto. Ho conosciuto Francesco Rosso in Romagna nel 2008. Era davvero giovanissimo e già allora mi colpì per la sua maturità al di fuori del comune. Pochi anni dopo il tempo ha dimostrato che la mia sensazione non era errata. Francesco, infatti, si è trovato in pochissimo tempo alla guida di un piccolo grande “colosso”, la Golden Books, nota soprattutto per il portale Macrolibrarsi, ma non solo. Ha deciso di sognare in grande, progettando una fattoria decisamente fuori dal comune, la Fattoria dell’Autosufficienza.

Tutto ha inizio nel lontano 2009 quando con la famiglia cercava una casa in campagna nei pressi di Cesena, nell’appenino romagnolo per la precisione, per poter coltivare un orto e allevare animali, con l’obiettivo – appunto – dell’autosufficienza alimentare ed energetica. “Cercando in queste zone – mi racconta Francesco – abbiamo ‘incontrato’ questa occasione: settanta ettari di terra coperti da bosco e pascoli e dieci di seminativo”.

Così è nato un progetto nuovo, la Fattoria dell’Autosufficienza che ha quattro obiettivi:
1. Autosufficienza alimentare: produrre ciò di cui necessitiamo per vivere in modo naturale, senza concimi o sostanze chimiche e riducendo al minimo l’uso di mezzi a petrolio;

  1. Autosufficienza energetica: attraverso fonti rinnovabili come vento, acqua, fotovoltaico, e legna;
  2. Formazione: all’ecologia e alla salute. La Macro Edizioni ormai da trent’anni propone uno stile di vita diverso, più naturale, e più salutare. Io sono nato in casa, sono stato allattato al seno, non sono stato vaccinato e non ho mai avuto problemi di salute. Insegnare alle persone a riappropriarsi dell’autosufficienza della salute;
  3. Ecoturismo: nelle foreste casentinesi, area ideale per camminate, escursioni, mountain bike”.NON-FARE-ASINO

Gli chiedo come sia stato ‘formarsi’. In effetti, ci ha investito molto. Mi racconta che i primi anni li ha trascorsi formandosi e studiando il luogo cercando di applicare i principi della permacultura, in particolare ‘osserva e agisci’.
Poi sono arrivati i primi lavori. “Abbiamo creato i contatti con l’acquedotto nuovo e poi abbiamo preparato i terreni, coltivando i primi orti, poi grani antichi, farro intervallati da legumi e così via. Nel 2014 abbiamo messo mano alle strutture. La ristrutturazione è stata impegnativa, avendo voluto e dovuto rispettare il vincolo storico e i principi di sostenibilità”. Alla fine, però, il progetto è riuscito, i lavori sono terminati (almeno questa parte dei lavori) e presto sarà inaugurato l’agriturismo che ha quattro camere e un ristorante.

La sfida

Essere coerente al 100% ha avuto un costo sia economico che energetico. Non è stata una ristrutturazione a basso costo. Hanno lavorato tante ditte, alcune che erano abituate ai materiali naturali, altre che hanno dovuto imparare. “Ne é valsa la pena – mi assicura Francesco – dal 2011 abbiamo iniziato a organizzare in fattoria corsi su permacultura, food fortest, agricoltura, costruzioni con materiali naturali, agricoltura sinergica. Mentre impariamo, trasmettiamo, miglioriamo”.

Gli chiedo come sia avvenuto il suo incontro con la permacultura. “Fin da quando ero più giovane vivevo immerso dai libri; me capitò tra le mani ‘Introduzione alla permacultura’; me lo portai a casa, iniziai a leggerlo e non me ne staccai più. In fondo al libro c’era scritto che esisteva una accademia che organizzava corsi di permacultura. Così, di lì a poco ne ho trovato uno intensivo di due settimane, dopo il quale… non avevo capito niente! Così, nei due anni successivi, ho fatto corsi su corsi. Ho continuato a informarmi, e da lì è stato evidente che quella era la mia strada”.14925414_1209082509154763_1152545948651825620_n

Nel problema la soluzione

Questo suo amore per la terra ha radici antiche. “A sette anni vivevo in una casa di campagna continua Francesco mentre fuori inizia a piovere – le istituzioni non mi permettevano di andare a scuola perché non ero vaccinato. Passavo le giornate con i miei cani nei boschi, così il bosco è diventata la mia casa”.

Dopo la terza media è quindi stato naturale iscriversi all’istituto professionale di agricoltura… Che però lasciò dopo due anni per iscriversi ad agraria. “Pensavo che non avrei mai fatto il contadino nella vita. In questi anni forse mi sono dimenticato della mia aspirazione di vivere nei boschi. Mi piaceva viaggiare e mi sono iscritto ad economia del turismo; poi, quando avevo venti anni mia madre mi chiese di dare una mano all’azienda di famiglia, lavorando al sito di Macrolibrarsi. L’anno dopo sono diventato amministratore ed è andata bene! Eravamo sette persone e oggi siamo più di sessanta. E questo mi ha reso possibile avere un capitale da investire in questo progetto”.

Si potrebbero dire molte altre cose su questa storia, si potrebbe entrare nel merito del cosa e del come. Ma per ora vi lasciamo alla visione del video. Nei prossimi giorni torneremo con il resto della storia!

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/fattoria-dell-autosufficienza-costruire-futuro-sostenibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni