Sant’Anna Hostel e Luna Blu: valorizzare il territorio costruendo un futuro per i giovani adulti con disabilità

Luna Blu e Sant’Anna Hostel, parte del progetto AUT AUT, sono due strutture speciali che combinano l’ospitalità tradizionale con il turismo accessibile. Una piccola azienda agricola, un laboratorio di pasta fresca, due ristoranti e due case vacanze, ma soprattutto due campus aperti all’agricoltura e all’accoglienza, a cura di ragazzi diversamente abili, coinvolti nelle diverse attività. Sulle colline di La Spezia, ai piedi del monte Parodi, esiste un luogo dove tutte le differenze si appianano. Da fuori il Sant’Anna hostel è una semplice azienda agrituristica, con quattro camere e un ristorante dalla cucina familiare, che propone menu con piatti tipici della tradizione ligure, tutti preparati con materie prime biologiche, provenienti direttamente dall’orto aziendale.  Da dentro, al di là della veste “hostel”, questa struttura è una “palestra” per imparare tutti i mestieri legati al turismo e alla ricettività, dall’accoglienza alla cucina, passando per l’orto e la preparazione delle camere per gli ospiti.

Lo staff del Sant’Anna hostel

«La disabilità è in ognuno di noi – si legge sul sito del campus agrisociale – noi “normali” però, la vediamo solo negli altri. Abbiamo bisogno di guardarci dentro e sconfiggere prima la nostra disabilità per accogliere gli altri ed essere in pace con noi stessi». Solo chi vive questo tipo di quotidianità sa cosa significa trasformare il bisogno in motivazione: «Aiutare i nostri figli a introdursi nella comunità come “parte attiva” – spiega Roberto Barichello, presidente A.G.A.P.O. odv e referente di Sant’Anna Hostel – è stato, da subito, l’obiettivo primario di questo mio sogno, divenuto realtà, a dimostrazione che questi ragazzi possono lavorare ed essere economicamente indipendenti, in contesti controllati e rispettando i loro ritmi». Qui imparano a svolgere varie mansioni: c’è chi si dedica alla preparazione di conserve e marmellate, chi invece preferisce lavorare nell’orto, chi rassetta le camere e chi invece gestisce la cucina o la reception. Ognuno di loro ha scelto degli ambiti specifici di cui occuparsi, in base alle proprie personali attitudini.

Una ragazza impegnata a preparare la sala del Sant’Anna hostel

Un luogo di crescita e di socializzazione, quindi, ma, soprattutto, di transito. «Il Sant’Anna è un contesto formativo, di training sul campo – prosegue Barichello – perché il nostro scopo è quello portare in altri luoghi le competenze acquisite qui, affinché i ragazzi possano diventare parte integrante di staff di ristoranti e strutture alberghiere».

Oltre al Sant’Anna Hostel, che ha puntato strategicamente sul turismo inclusivo, a La Spezia c’è anche un altro luogo che traduce in realtà il sogno di ‘normalità’ di tanti ragazzi con autismo. Dal 2019 Luna Blu si affianca al Sant’Anna e costituisce un ulteriore tassello del progetto “AUT AUT – Autonomia Autismo”, promosso dalla Fondazione Carispezia – che ha investito nella realizzazione di entrambe le strutture – e da due associazioni di genitori di ragazzi autistici (A.G.A.P.O. odv appunto e Fondazione Il Domani dell’Autismo): tutti insieme hanno dato vita, nel 2017, alla Fondazione AUT AUT con l’obiettivo di promuovere l’inclusione e l’inserimento lavorativo di giovani adulti, autistici o diversamente abili, una volta concluso il ciclo scolastico. A cominciare proprio da queste due realtà innovative, i cui servizi di accoglienza coinvolgono persone con autismo, affiancate da educatori.

Luna Blu è una struttura su tre piani, progettata con un occhio di riguardo alle diverse attività previste: una casa per ferie (in grado di ospitare anche persone con disabilità motoria), un ristorante, un appartamento per l’autonomia, in cui abiteranno, per circa un anno, ragazzi avviati ad un percorso di vita indipendente, e una struttura per il “Dopo di Noi”, che ospita persone con autismo che stanno per affrontare il graduale distacco dalla famiglia.

Un ragazzo apparecchia la tavola al Luna Blu

Oltre ai servizi ricettivi, la struttura ha al suo interno un laboratorio dove i ragazzi producono pasta fresca ed essiccata(con e senza glutine), pane, pizza e focaccia, prodotti dolci da forno. «Il nostro sogno – racconta Alberto Brunetti, presidente di Fondazione Il Domani dell’Autismo e referente di Luna Blu – è dare vita a un pastificio vero, per dimostrare che questi ragazzi sono in grado di condurre una vita normale». I ravioli sono un successo, apprezzati proprio da tutti, per ora venduti solo attraverso piccoli gruppi di acquisto, in attesa di avere un vero shop. Non c’è dubbio che un contesto adeguato alle caratteristiche profonde dell’autismo dovrebbe essere semplice, coerente, ma soprattutto ricco di stimoli significativi, aperto all’esterno e all’integrazione, modulabile sulle condizioni dei singoli soggetti e sulle caratteristiche del disturbo. E se è vero che dall’autismo non si può guarire, certo è che si può stare meglio, fino ad avere una vita praticamente normale. Uno dei modi per ricreare armonia in famiglia è sapere che il proprio figlio sta cercando di realizzarsi, facendo ciò che gli piace. Per una vita adulta di qualità.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/07/santannahostel-lunablu-recupero-territorio-adulti-disabilita/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

I cambiamenti climatici sono già nel Tirreno

Grazie all’operazione “Mare Caldo”, Greenpeace Italia ha effettuato una serie di rilevamenti e misurato le temperature nel Mar Tirreno. In questo comunicato vengono descritte le conclusioni dello studio, tutt’altro che confortanti. Siamo tornati nelle acque dell’Isola d’Elba con la barca Bamboo della Fondazione Exodus di don Mazzi per la spedizione di ricerca “Difendiamo il Mare”: proprio qui, nel novembre scorso, avevamo posizionato, insieme all’Università di Genova, una stazione pilota per misurare le variazioni delle temperature del mare a diverse profondità. In poche parole, termometri per misurare la febbre del mare. Oggi pubblichiamo i primi risultati di questo progetto, che abbiamo chiamato “Mare Caldo” e la foto che scattiamo è preoccupante: sia dai termometri installati lo scorso inverno in mare a varie profondità, sia dalle osservazioni preliminari fatte durante i monitoraggi sugli ecosistemi marini a fine giugno, emergono chiaramente i segnali degli impatti dei cambiamenti climatici sui nostri mari. I primi dati registrati dai nostri termometri posizionati fino a 40 metri di profondità indicano, oltre a un aumento repentino delle temperature a inizio giugno che attorno ai 35 metri di profondità sono arrivate fino a 20°C, anche un aumento delle temperature invernali, con una temperatura media minima tra dicembre e marzo di 15°C, di ben un grado più alta delle medie registrate in superficie fino al 2006.

Foto di Greenpeace

Questo riscaldamento delle acque favorisce lo spostamento verso nord di tutte le specie termofile, cioè quegli organismi che normalmente vivono e si riproducono a temperature più elevate, fatto che è confermato da quanto osservato durante le nostre immersioni, abbiamo potuto rilevare la presenza di pesci normalmente abbondanti in aree più calde del Mediterraneo, come la donzella pavonina (Thalassoma pavo) o alcune specie di stelle marine (Hacelia attenuata) o specie considerate “aliene” come l’alga verde Caulerpa cylindracea, originaria delle coste occidentali dell’Australia.

Con le ricercatrici del DiSTAV dell’Università di Genova ci siamo immersi in vari punti intorno all’Isola d’Elba e all’Isola di Pianosa per monitorare gli impatti dell’aumento delle temperature del mare sugli organismi marini. Quello che abbiamo osservato è preoccupante, specie simbolo dei nostri fondali come la gorgonia gialla (Eunicella cavolini) e la gorgonia bianca (Eunicella singularis) presentano evidenti fenomeni di necrosi, con morie che in alcune aree arrivano fino al 50% delle colonie. Nel caso delle gorgonie rosse (Paramuricea clavata) il 10% circa di quelle osservate è risultata impattata, e la maggior parte delle colonie sono state trovate ricoperte da mucillagine. È proprio questo che preoccupa. Nei siti di immersione monitorati abbiamo registrato una copertura quasi totale dei fondali tra i 10 e i 30 metri da parte della mucillagine, fenomeno in parte correlato proprio all’aumento delle temperature e che provoca la morte degli organismi marini per soffocamento aggravando la situazione. Durante le immersioni abbiamo visto anche altri chiari impatti delle anomalie termiche pregresse, come lo sbiancamento o la morte di alcuni coralli (la madrepora a cuscino – Cladocora caespitosa, e alcune alghe corallineacee), nonché la morte di numerosi individui di nacchere di mare o Pinna nobilis, (specie ultimamente decimata proprio da malattie la cui diffusione è favorita dall’aumento delle temperature). Ma se alcuni di questi segnali si osservano anche a Pianosa, in generale la situazione su quest’Isola che è un’ area totalmente protetta è ben diversa: qui l’assenza di invasioni di campo da parte dell’uomo ha favorito il mantenimento di vere e proprie foreste algali, habitat ormai rari in quasi tutto il Mediterraneo e il proliferare della biodiversità – abbiamo incontrato tantissime specie di pesci, e si ha molto meno traccia della mucillagine, chiaro segnale che, laddove il mare è totalmente protetto, le specie hanno una maggiore resilienza a un cambiamento che è già in atto. Che fare per difendere il mare da questo destino “scottante”? Inutile girarci intorno: da un lato servono politiche urgenti per tagliare le emissioni di gas serra e fermare l’aumento delle temperature e dall’altro dobbiamo tutelare le aree più sensibili. I cambiamenti climatici sono solo l’ultimo tassello, che aggrava la crisi di un ecosistema già al collasso per via dell’inquinamento da plastica e della pesca distruttiva. Se l’Italia è seria rispetto all’impegno di tutelare un 30% dei propri mari entro il 2030, dovrà mettere in atto meccanismi precisi per fermare da un lato le attività più distruttive e inquinanti e dall’altro rafforzare la rete già esistente di aree protette. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/07/rilevamenti-cambiamenti-climatici-tirreno/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Orti Dipinti, il giardino condiviso che coltiva socialità e consapevolezza

In un’ex pista di atletica nel cuore di Firenze ha preso vita per iniziativa di Giacomo Salizzoni il progetto Orti Dipinti, community garden e orto urbano e didattico dove si coltivano relazioni e scelte alimentari consapevoli, scoprendo il giardinaggio urbano biologico e le sue applicazioni nella vita quotidiana e nella valorizzazione degli spazi cittadini. Nel cuore di Firenze, più precisamente in via Borgo Pinti 76, c’è un orto urbano nel quale, oltre agli ortaggi e ai frutti, si coltivano relazioni sociali e idee, si scambiano conoscenze e si sperimentano nuove soluzioni. Stiamo parlando di Orti Dipinti – Community Garden 2.0 nata nel 2013 su iniziativa dell’architetto Giacomo Salizzoni.

Giacomo, dopo aver militato per alcuni anni nel Guerrilla Gardening, movimento di giardinaggio d’assalto che vede i comuni cittadini “assalire” le zone urbane in stato d’abbandono armati di vanghe, semi e piante, ha sentito la necessità di dare maggiore continuità al proprio impegno. «Volevo creare una sorta di presidio che rendesse possibile educare ad una maggiore consapevolezza della natura e ho visto nel format del Community Garden dei modelli interessanti da sperimentare e implementare», ci ha raccontato. Scovato lo spazio – un’ex pista atletica – e trovato un accordo con l’amministrazione comunale e con la cooperativa Barberi che ne era fruitrice, Giacomo ha dunque iniziato a dare vita ad uno spazio verde laddove di terra non ce n’era, facendo uso di letti rialzati. In linea con lo stile Community Garden, ad oggi perlopiù luoghi d’incontro e di cultura, la socialità è stato un ingrediente fondamentale nell’esperienza di Orti Dipinti. Dunque pranzi, merende e aperitivi sociali, proiezioni e conferenze, laboratori e degustazioni – perché è vero che oggi le persone cercano luoghi nuovi nei quali incontrarsi e intessere relazioni sociali. Allo stesso tempo, la didattica e la coltivazione di conoscenze hanno rivestito un ruolo centrale sotto forma di lezioni di orticoltura, ambiente e alimentazione, sperimentazioni sulla trasformazione degli scarti o sulle piante. Un prodotto che ad oggi ha sicuramente dato grandi soddisfazioni è stata l’ampolla sub-irrigante di terracotta, che sepolta nel terreno lo idrata dall’interno, consentendo un risparmio idrico fino al 70% senza sprechi – un sistema antichissimo e in uso ancora oggi in paesi come la Cina, il Pakistan, l’India e il Messico che Orti Dipinti ha saputo rispolverare.

Attualmente in Borgo Pinti 76 c’è fermento attorno alla cosiddetta “Erba della Madonna”, pianta dalle notevoli proprietà curative che ancora oggi non si sa bene come estrarre e replicare attraverso creme, gel o magari infusi. Nel Green Market di Orti Dipinti, fra sali aromatici, bombe di semi e vari altri prodotti originali, è già presente il sapone della madonna, e siamo fiduciosi che presto verranno collaudati ulteriori prodotti, sintesi della ricerca e del lavoro di coloro che animano Orti Dipinti. Ma le esperienze di ricerca e le sperimentazioni, in questo laboratorio a cielo aperto, non si fermano certo ai prodotti. Giacomo, che stima molto il lavoro del botanico e scienziato di prestigio mondiale Stefano Mancuso, ci ha infatti raccontato l’aneddoto che si cela dietro alla più rigogliosa delle piante di limone presenti nel giardino. «Anni fa una nostra vicina ce la portò che non buttava foglie da due anni. Per altri due anni l’abbiamo tenuta e curata, ma è rimasta uno scheletro. Poi l’ho potata, l’ho dipinta e messa in una vasca scrivendo sotto “ALBERO DELLA GRATITUDINE: Scrivi qualcosa per cui sei grato e appendilo qui”. Le persone hanno colto l’invito, e nel giro di tre mesi la pianta si è rinvigorita e ha ricominciato a buttare le foglie, fino a diventare il limone migliore che abbiamo». Un indizio, questo, del fatto che il mondo naturale pare essere ben più sensibile di quanto siamo abituati a credere. Interrogato sul futuro, Giacomo sembra avere le idee chiare: «La mia ambizione è quella di strutturare il più possibile questo luogo, cercando di fornirgli quella sostenibilità economica che permetterebbe il diffondersi e il consolidarsi di più realtà di questo tipo, così da generare di riflesso lavoro, buone pratiche e valori».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/07/orti-dipinti-giardino-condiviso-coltiva-socialita-consapevolezza/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Pensa 2040: “Costruiamo una rete di buone pratiche contro le mafie”

Italia che Cambia è tra gli organizzatori di Pensa 2040, un incontro nazionale ed un’iniziativa volta alla creazione di una rete di buone pratiche artistiche e culturali come strumento di promozione della responsabilità civile e della lotta alla criminalità organizzata. Associazioni, cooperative, imprese sociali e comitati sono invitati a partecipare. Cultura e cittadinanza attiva rappresentano uno strumento fondamentale per la lotta alle mafie. È a partire da questo presupposto che prende vita l’iniziativa “Pensa 2040”, il primo incontro nazionale tra gli amministratori locali della rete di Avviso Pubblico e di Anci e le associazioni che si occupano di queste tematiche per avviare un percorso finalizzato alla costruzione di una rete di scambio di buone pratiche che abbia come orizzonte la definizione di un piano nazionale culturale straordinario decennale di contrasto al crimine organizzato. L’incontro si terrà il 20 e 21 novembre 2020 a Firenze ed è organizzato da Avviso Pubblico, Biennale Democrazia, CO2 Crisis Opportunity Onlus, la Fondazione Giancarlo Siani Onlus e Italia che Cambia.

Foto di CO2 Crisis Opportunity Onlus

“Sei un’associazione, una cooperativa, un’impresa sociale o un comitato che si occupa di antimafia? Usi la cultura e soprattutto le arti performative come strumento di sensibilizzazione sociale? Ti piace sperimentare metodi innovativi per mobilitare le comunità locali?  Oppure hai organizzato dei laboratori che coinvolgono le scuole (di ogni ordine e grado) sperimentando buone pratiche di promozione della responsabilità civile e della lotta alla criminalità organizzata?”. Gli organizzatori stanno cercando su tutto il territorio nazionale buone pratiche che utilizzino le arti performative e la cultura come strumento per promuovere la responsabilità civile e contrastare la criminalità organizzata. Tutte le proposte che riceveremo verranno inserite, previa approvazione del Comitato Scientifico, all’interno di una mappa realizzata da Italia che Cambia con l’obiettivo di costruire una rete nazionale utile per la promozione e la diffusione di buone prassi che possano essere implementate su più larga scala. Alcuni dei progetti inviati saranno selezionati per una presentazione pubblica durante le due giornate di Firenze. Alcuni dei progetti inviati saranno selezionati per una presentazione pubblica durante le due giornate di Firenze. Per partecipare è necessario compilare il questionario entro il 5 settembre 2020.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/07/pensa-2040-costruiamo-rete-buone-pratiche-contro-mafie/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Le erbe spontanee: una ricchezza da riscoprire e tutelare

Attraverso l’associazione Erbando, Lella Canepa svolge un prezioso lavoro di tutela del sapere sulle erbe spontanee. L’abbiamo intervistata per farci raccontare i dettagli della sua attività e del mondo delle erbe selvatiche. Lasciare tutto e andare a vivere in campagna, se per molti, oggi, sta diventando un’opzione percorribile, quarant’anni fa recuperare le proprie radici contadine era del tutto inconsueto. La storia di Lella Canepa inizia così, con il gesto controcorrente di trasferirsi con il marito e i due bambini piccoli in un paesino nell’entroterra dello spezzino.

«Volevo vivere in un mondo semplice, senza “tante cose”, a contatto con la natura, ma soprattutto volevo che i miei figli imparassero cos’è la libertà». Si chiacchiera con Lella come con una persona che si conosce da sempre, perché è trasparente, come le acque del fiume Vara. Ama ciò che è spontaneo da sempre e da qualche tempo coltiva la passione verso la dimensione tutta femminile del sapere, non solo sulle erbe selvatiche commestibili, ma anche sull’arte del rammendo, del rattoppo, del bucato, del caffè, e, in generale, della gestione domestica, tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna.

Il suo blog è un vivaio di post che riguardano le nozioni che Lella, quasi quotidianamente, condivide con i suoi lettori. «Oggi – mi rivela – ho parlato di una pianta acquitrinosa completamente sconosciuta, la tifa (Typha), che diede origine alla primissima farina realizzata dall’uomo». Scopro, così, che le prime tracce di questa antica farina risalgono a più di 30.000 anni fa e sono state ritrovate a Bilancino, in Toscana. È un piacere ascoltarla, perché in ogni parola c’è la sua storia e nella sua voce c’è la determinazione nel portare avanti il suo progetto di vita. E pensare che il sito è nato quasi per caso, dal desiderio dei figli di non perdere tutto quel sapere di cui lei oggi è depositaria, trasmesso di generazione in generazione.

«Inizialmente – sorride – scrivevo giusto per amici e parenti, poi dalle visualizzazioni ho capito che questo mondo contadino interessa sempre di più». Sul blog si legge: «La gente vuole di nuovo respirare aria pura, coltivare l’orto, rivuole il contatto con gli animali e tu… torni di moda…». Da lì, la decisione di pubblicare diversi manuali e di aprire un’associazione culturale. «Credo moltissimo nella riscoperta e nella valorizzazione delle erbe spontanee e del loro impiego in cucina, per questo l’ho chiamata “Erbando”».

​Durante gli incontri organizzati da Lella («Non li chiamo volutamente “corsi” – spiega – perché spesso, in realtà, sono uno scambio, in cui io per prima imparo da chi partecipa e mi racconta delle tradizioni della sua famiglia»), che fanno sempre il sold out, si affronta, naturalmente, il tema delle erbe selvatiche e di come vengono utilizzate per preparare la pietanza ligure del “prebuggiun”. Senza pretesa di divulgazione scientifica, il suo solo obiettivo è diffondere il suo sapere, affinché non vada perduto: si parla della morfologia delle erbe e di come riconoscerle e raccoglierle, attraverso immagini e informazioni semplici.

Lella Canepa durante uno dei suoi incontri

«Da fine estate – conclude – riprenderanno i miei incontri nella casa di Erbando, sempre disponibile per pianificare passeggiate ed eventi dedicati a chi vuole avvicinarsi al mondo delle erbe spontanee». Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/07/erbe-spontanee-da-riscoprire/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Nel borgo di montagna arriva una “scuola ispirazionale” per combattere lo spopolamento

Dall’1 al 6 Settembre a Sant’Anna Valdieri avrà luogo la terza edizione della ormai ben rodata Inspirational Travel School, figlia di una agenzia nata anni fa, l’Inspirational Travel Company. Una scuola per imparare e progettare un nuovo turismo, dove vicinanza, prossimità, conforto, desiderio di (ri)partenza si fanno capisaldi di una esperienza diversa, più intima e interiore. Circa un anno fa ha preso vita l’Inspirational Travel School; si tratta di una vera e propria scuola dove si parla principalmente della psicologia del viaggio, di come quest’ultimo possa essere visto non solo come luogo fisico, il posto in cui passare qualche giornata, ma anche e soprattutto come luogo interiore, capace di ispirare un diverso stile di vita. Dall’1 al 6 Settembre si terrà presso Sant’Anna Valdieri, un piccolo borgo di montagna a rischio spopolamento in provincia di Cuneo, la terza edizione, organizzata dalla bolognese Silvia Salmeri, 34 anni, fondatrice di Inspirational Travel Company, l’agenzia che ha dato vita al turismo ispirazionale.

«Si tratta di una realtà nata ben 6 anni fa che si occupa dell’organizzazione viaggi attraverso il brand del nostro tour operator, Destinazione Umana, e della realizzazione di corsi di formazione per aspiranti consulenti di viaggio che vogliono unire nozioni di psicologia alla parte d’organizzazione del viaggio. Inoltre, realizziamo progetti di comunicazione per operatori del mondo del turismo che desiderano promuoversi in questa nicchia. Abbiamo ideato il concetto di turismo ispirazionale, per cui abbiamo spostato il focus dalla meta alla persona e nello specifico all’ispirazione che essa stessa sta cercando da un determinato viaggio».

Ci racconta in questo modo Silvia di cosa, in generale, si occupa l’Inspirational Travel Company, un piccolo mondo, ma nemmeno troppo piccolo, fatto di luoghi da scoprire, non solo a livello spaziale ma in special modo a livello interiore, grazie a un’organizzazione che punta e investe soprattutto nell’individuo come fulcro di una esperienza che non vuole esaurirsi nella mera vacanza di qualche giorno in cui spengere del tutto mente e spirito, anche grazie ai cosiddetti Inspirational Travel Designer, consulenti di viaggio che disegnano l’esperienza psicologicamente più giusta per il loro cliente. È ormai da diversi anni che si sta intensificando un problema ormai da troppo tempo presente nel nostro territorio, si tratta dello spopolamento di aree lontane dai grandi centri urbani, zone rurali, piccoli borghi; un’emergenza che richiede di essere fermata al più presto, terribilmente attuale e difficile da far cambiare rotta. Una minaccia per quella parte d’Italia che fa vivere le vecchie tradizioni e che si adopera per valorizzare un patrimonio che sta andando perduto. Piano piano, l’abbandono sempre più spinto di queste terre, ci sta facendo dimenticare tesori paesaggistici e artistici, per nulla valorizzati da un turismo di massa che impiega mezzi e denaro in mete blasonate e ‘scacciapensieri’.

«Nella nostra Inspirational Travel School cerchiamo di trovare soluzioni innovative contro lo spopolamento dei borghi e la perdita di identità dei piccoli centri a carattere rurale. Una scuola di formazione di marketing territoriale itinerante per esplorare il mondo del turismo ispirazionale e le sue opportunità di creazione di valore, soprattutto in aree interne e a rischio spopolamento. L’ Inspirational Travel School è pensata per consulenti e operatori del settore turistico e culturale, proprietari di strutture ricettive e in generale per chiunque voglia attrarre nuove energie sul proprio territorio per fermarne lo spopolamento e dare vita a progetti di rinascita».

Una scuola che cerca di arricchire un mondo, quello del turismo, attraverso una complessa varietà di competenze e un’ottica rivolta maggiormente all’importanza dell’ambiente e del territorio, con una grande inclinazione verso il singolo e le esigenze interne, più riflessive che lo muovono. Le prime due edizioni dell’Inspirational Travel School si sono tenute in Calabria, ora, con la terza, ci si è voluti spostare per raggiungere quella parte del Piemonte caratterizzato da borghi a rischio spopolamento. Questa terza edizione avrà luogo a Sant’Anna Valdieri, luogo che è stato rianimato anche grazie alla presenza e all’opera di sette donne imprenditrici che hanno deciso di spostarsi e vivere in quella zona e nella quale hanno aperto e avviato attività come ostelli, rifugi, case vacanza, bar, ristoranti. Si tratta di una settimana, forma residenziale, caratterizzata da un programma formativo nel quale la mattina ci saranno professionisti che andranno a portare delle testimonianze complete in questo ambito, spunti che gli studenti potranno applicare nei loro territori, e nel pomeriggio ci sarà il tempo per fare delle escursioni sul territorio al fine di conoscerlo meglio.

«Durante il lockdown non abbiamo potuto organizzare viaggi ma ci siamo adattati nel campo dell’insegnamento, grazie ai corsi non più in sede ma per via telematica. Adesso siamo ripartiti e, a differenza di altri tour operator, non dobbiamo reinventarci; questo rappresenta un forte vantaggio competitivo in questo periodo: ci concentriamo nei viaggi per piccoli gruppi in mete decisamente non affollate perché fuori dai circuiti del turismo di massa, sempre molto a contatto con la natura e, inoltre, coltiviamo un forte aspetto introspettivo, cosa di cui dopo quello che è successo se ne sente di più il bisogno. Siamo stati quindi in grado di riprenderci probabilmente meglio rispetto ad altri».

Un’azienda che è riuscita a raccogliere, anche in un tempo difficile come questo, i suoi frutti, grazie a idee vincenti e a una base costituita da un ideale rivolto all’altro e all’ambiente; un’offerta che punta non sulla quantità ma nella qualità di un viaggio, e specifichiamo ‘viaggio’ e non ‘meta’, che si fa via, strada, nella quale apprendere qualcosa su di sé, nella scoperta di luoghi in via di spopolamento che tanto hanno da offrire a chi desidera scoprirli. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/07/nel-borgo-di-montagna-arriva-una-scuola-ispirazionale-per-combattere-lo-spopolamento/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Una comunità nella Natura che ha preso vita durante la pandemia

Daniela e la sua famiglia sono in viaggio da tempo per sperimentare nuovi stili di vita, liberi e nomadi; poi è scoppiata la pandemia. Come a volte accade, la crisi è diventata un’opportunità e il piccolo gruppo ha scoperto un villaggio in mezzo alla Natura dove trascorrere la quarantena e praticare la vita comunitaria.

 “Insieme di persone unite tra loro da rapporti sociali, linguistici e morali, vincoli organizzativi, interessi e consuetudini comuni: comunità nazionale, cittadina; agire nell’interesse della comunità; comunità umana, la società degli uomini, il consorzio umano; comunità di affetti, la famiglia”.

Questo è il significato generale che troviamo sul dizionario della lingua italiana alla voce Comunità. L’immaginario che si crea intorno a questo termine, oggi più che mai, rimanda la maggior parte delle persone a un bisogno insoddisfatto di condivisione e calore, a contesti lontani e non quotidiani, resi ancora più distanti dalla spaccatura sociale causata dall’isolamento forzato dopo gli ultimi accadimenti mondiali.

Dalla cima di una collina, ecco la terra che ci ha ospitato durante la quarantena, vicino a Odemira, Portogallo.

Se ritorniamo al significato proprio del termine, comunità è un concetto molto ampio e può riguardare ogni gruppo di persone che sceglie consapevolmente di dichiarare come comuni dei valori e delle pratiche di vita, e lavorare insieme per portarle avanti e rispettarle. Un condominio ospita potenzialmente una comunità; un quartiere, una squadra di lavoro, una scuola, un gruppo sportivo, un insieme di persone che condividono un progetto o una passione, sono terreni fertili per coltivare il senso di comunità. Ma da dove si comincia a costruire un progetto comune, soprattutto quando si parla di comunità di vita quotidiana? Identificare il progetto e i valori sui quali fondarlo è sicuramente il miglior punto di partenza. In questo primo passo è insita la necessità individuale e familiare di avere ben chiaro quale sia il proprio progetto di vita e su quali valori vuole essere fondato, step fondamentale per poi confrontarsi con gli altri, accettarne le differenze e trovare compromessi e soluzioni, dove possibili. Questo primo gradino, che sembrerebbe il più semplice, è tuttavia molto delicato: conoscere se stessi, i propri bisogni, lavorare per portare alla luce la propria visione di vita richiedono un lavoro di introspezione profonda. Io e la mia famiglia, per scoprire noi stessi, siamo andati alla ricerca della nostra visione con un camper, in giro per il mondo.

Le intense esperienze condivise insieme hanno unito grandi e piccoli, creando un clima di genitorialità condivisa.

Sembra paradossale pensare di fare il primo passo verso la costruzione di una comunità abbandonando il tessuto sociale nel quale si vive e girare il mondo, liberi da qualsiasi vincolo con altre persone. Invece questa scelta ci ha permesso di scoprire cosa davvero ci fa battere il cuore, cosa ci fa vivere sereni, cosa per noi è superfluo, cosa è fondamentale. Ed è successo che, più ci sentivamo a nostro agio nella vita on the road, più i nostri incontri con altre famiglie si facevano frequenti, e più eravamo attirati da persone che avevano scelto una vita simile alla nostra. Scegliere è la strada per trovare il proprio cammino. Lo scorso autunno, scegliendo di lasciare definitivamente le quattro mura che ci legavano al territorio lombardo, abbiamo deciso di dare spazio alla vita che sentivamo corrispondesse ai nostri valori e l’abbiamo seguita. E più le davamo spazio, più la nostra visione si palesava ai nostri occhi e nelle nostre vite.

Il nostro cammino, che ci ha condotto in Portogallo passando per Francia, Spagna e Marocco, si è incrociato nuovamente con quello delle famiglie con cui sentivamo di avere un legame profondo e, spontaneamente e senza forzature, gli avvenimenti vissuti insieme ci hanno condotto su un sentiero comune.

Appena sapute le restrizioni portoghesi per arginare l’epidemia covid, cerchiamo di trovare soluzioni per poter stare insieme, in luoghi isolati dell’Algarve e vicino all’oceano, che purtroppo si sono dimostrate non conformi alle leggi decise dalle istituzioni statali. Mentre eravamo in riva al mare, con amici vecchi e nuovi, su una bellissima spiaggia dell’Algarve, siamo stati travolti dallo tsunami della pandemia mondiale, che ci spingeva ad allontanarci uno dall’altro e a trovare ognuno una casa in affitto o a tornare ai nostri paesi di origine, per rispettare le normative sulla quarantena. In un momento in cui le istituzioni mondiali chiamavano all’isolamento, noi abbiamo deciso di stare uniti, di cercare un luogo adatto per poter passare la quarantena tutti insieme, trovando rifugio in un grande terreno di un amica tedesca. Proprio lì, in una stupenda radura tra i boschi del distretto di Odemira, abbiamo cominciato a sperimentare cosa volesse dire vivere come una comunità, come un piccolo villaggio, condividere spazi, tempi e progetti. Le assemblee in cerchio sono state un altro passo fondamentale per confrontarci ed esprimere visioni generali su ciò che desideravamo, e a prendere decisioni riguardanti la vita quotidiana, come l’orto comune e lo spazio per i bambini. Ma ancora più importante è stato, giorno dopo giorno, ascoltare noi stessi e gli altri, chiedendoci se ciò che stavamo vivendo corrispondeva a ciò che volevamo per noi e la nostra famiglia; le risposte sincere che ci siamo dati hanno portato a separare la nostra strada da una famiglia con cui non condividevamo lo stesso progetto di vita e, al contempo, hanno rafforzato la coesione con quelle a noi affini. Il passo successivo dopo la quarantena è stato affittare un terreno insieme, dove proseguire il cammino verso il nostro progetto di comunità: un gruppo spontaneo di persone libere, amiche, che non ha doveri o progetti comuni obbligatori, ma condivide il calore dello stare uniti.

Donne, mamme, compagne, amiche, sostenitrici della comunità, camminano insieme sulle radure nel distretto di Odemira, Portogallo. Crescere insieme e imparare quotidianamente uno dall’altro, aiutarsi a vicenda, sorreggersi, costruire un piccolo villaggio in mezzo alla natura, che le sia rispettoso, una cucina comune e uno spazio di apprendimento per i bambini e le bambine, sono le basi su cui abbiamo deciso di lavorare insieme; il resto sarà un fluire di energie, volontà e sincronicità, in cui tutto è possibile e niente è forzato. Chi fosse interessato a seguire il nostro viaggio di vita può trovare informazioni e contatti sul sito www.sentierinontracciati.com oppure su facebook sulle pagine Il mandala acchiappasogni e sul profilo personale Daniela De angelis. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/07/comunita-natura-durante-pandemia/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

“Noi piantiamo alberi e ci prendiamo cura della comunità”: la rete di attivisti del litorale laziale

Piantare alberi è un modo per prendersi cura dell’ambiente, ma anche della comunità e soprattutto delle nuove generazioni. Ne è convinto l’instancabile attivista Rosario Sasso che a fa parte di una rete di volontari e associazioni che sul litorale laziale promuovono la piantumazione di nuovi alberi nei giardini pubblici, ma anche l’educazione ambientale, la giustizia sociale, la lotta contro la cementificazione e i rifiuti che invadono strade e spiagge. Rosario Sasso, I have a dream. È questo l’appello più che mai esplicito del referente, a Ladispoli (RM), di Salviamo il Paesaggio – Difendiamo i Territori, associazione ambientalista che opera per la salvaguardia dell’ambiente e la piantumazione di nuovi alberi. Grazie a lui nella cittadina marittima è stata ripresa la manifestazione nota come la Marcia degli Alberi, che per molti anni si svolgeva solo a Roma e Taranto. Ormai, grazie all’impegno di Rosario e altri volontari, Ladispoli è giunta alla V° edizione. Un piccolo gruppo di attivisti ci attende nel parco giochi di via Firenze, dove lo scorso anno si è conclusa la Marcia. «L’impegno per l’ambiente non è mai troppo», ci accoglie Rosario, a cui fa eco tutto il gruppo. Una piacevole passeggiata tra i giovani alberelli è solo un assaggio dello spirito della manifestazione e dei fitofori, cioè i portatori di alberi, che con gli zaini colmi di piantine da interrare, guidano i partecipanti per le strade della cittadina. Durante l’ultima edizione, sono state messe a dimora decine di piante, soprattutto lecci, carrubi, roverelle, ulivi, sughere, corbezzolo, mirto, alloro, ed è stata realizzata un’area di aromatiche ed una di alberi da frutto.

Portavoce di Salviamo il Paesaggio e fitoforo zelante, Rosario Sasso è l’emblema di un attivismo instancabile a favore del verde pubblico. Insieme a molti altri volontari, s’impegna a mettere in atto iniziative ambientali, dedicate soprattutto alla piantumazione di nuovi alberi nei giardini pubblici, ma anche all’educazione ambientale, la giustizia sociale, la lotta contro la cementificazione e i rifiuti che invadono strade e spiagge.

«La Marcia è un’importante rappresentazione simbolica della Foresta che cammina», ci spiega Rosario. Di professione è un banchiere prossimo alla pensione, che da quasi vent’anni ha lasciato Roma con la famiglia per trasferirsi a Ladispoli dove, finalmente, ha potuto cambiare il suo stile di vita. Appena giunto sul litorale è entrato a far parte della rete territoriale di associazioni e singoli cittadini che si prodigano per la salvaguardia del verde urbano e per la lotta contro l’inquinamento ambientale. «Piantare alberi è un modo per prendersi cura dell’ambiente, ma anche della comunità e soprattutto delle nuove generazioni».

Il gruppo di Salviamo il paesaggio non è solo ad agire, ma è affiancato da numerose associazioni locali tra cui Scuolambiente, Libera contro le Mafie, Fare Verde, Humanitas, Lipu, VerdeMarino, Comitato Rifiuti Zero Ladispoli, Natura per tutti onlus e molte altre. Nonostante le diverse estrazioni, tutte hanno come obiettivo comune: lo sviluppo sostenibile del territorio, la lotta contro l’abusivismo, il consumo del suolo, il dissesto idrologico, l’inquinamento, la criminalità organizzata e la cementificazione selvaggia.

«C’è bisogno di un’azione costante e variegata che faccia da deterrente affinché le aree pubbliche restino verdi. Per questo portiamo avanti con costanza e impegno le nostre azioni, nonostante spesso sorgano difficoltà soprattutto con le istituzioni», ci spiega Rosario, mentre ci mettiamo comodi ai tavolini di un bar poco distante dal parco. «Noi non ci scoraggiamo certo! E non abbiamo alcun interesse politico, né ci immischiamo nelle controversie», replica Alessia Morici di Salviamo il Paesaggio Litorale Roma nord. «Abbiamo solo tanta voglia di fare qualcosa per migliorare l’ambiente. Lo facciamo per noi stessi, per i nostri figli e per l’intera comunità. Se cresce la coscienza ambientalista, infatti, nascono nuove generazioni di cittadini che hanno a cuore il patrimonio naturale in cui vivono», le fa eco Settimo Tidona di Scuolambiente. È incredibile come tutti i volontari siano coinvolti contemporaneamente in più di un’associazione e portino avanti moltissime iniziative. Tra le principali svolte degli ultimi anni, ci raccontano la nuova proposta: Adotta e cresci una quercia, grazie alla quale vengono date in adozione gratuita piccole piantine con l’impegno di curarle per 2/3 anni per poi metterle a dimora. Un’altra è Territorio Bene comune, dialogo aperto con il comune locale per discutere le proposte di legge volte a contenere il consumo del suolo. Un altro argomento in costante aggiornamento è nato dalla proposta comunale del 2011 denominata Sbilanciamoci con il verde nella quale le istituzioni esortavano i cittadini a intervenire nel Bilancio Partecipativo. Un gruppo di loro, denominatisi Verde Marino ha elaborato una proposta per gestire la piccola area verde di Piazza Odelscalchi con un progetto autofinanziato ricco di attività ambientali, progetti di bioedilizia e manifestazioni ludiche. Anche l’anno successivo hanno proposto un progetto simile, detto Il verde in comune per coinvolgere la società civile nella manutenzione delle aree verdi favorendo la socializzazione ed il coinvolgimento di tutti. In ultimo, la proposta di prendersi cura del giardino di viale Mediterraneo, area dedicata ad Angelo Vassallo, il “sindaco pescatore”, simbolo della salvaguardia del mare e dell’ambiente, coinvolto in un attentato criminale che gli ha costato la vita nel settembre del 2010 ad Acciaroli. Proprio lì, ha preso avvio l’ultima Marcia degli alberi, alla presenza del fratello di Vassallo, commosso da tanta solidarietà e attivismo civico. Nei sogni di tutti, questa e molte altre aree verdi dovrebbero diventare uno spazio pubblico autogestito, sempre pieno di bambini e adulti di ogni età e provenienza.

Il gruppo potrebbe continuare a parlarci delle moltissime iniziative e idee fautrici di un cambiamento lento ma costante che, da Ladispoli, coinvolge l’intero litorale laziale. A interrompere i racconti è l’arrivo di Marina Cozzi, insegnante e presidente del Comitato Rifiuti Zero. «Anche la battaglia contro i rifiuti è un altro dei nostri impegni costanti. Dobbiamo usufruire delle risorse con parsimonia e rispetto e soprattutto rimboschire quanti più spazi pubblici possibile, sottraendoli alla cementificazione dilagante!», esordisce facendo eco alle parole degli altri volontari. Anche lei, come il resto del gruppo, si dice profondamente legata alla salvaguardia degli alberi e a ogni genere di iniziativa che coinvolga e sensibilizzi quante più persone possibili, soprattutto giovani e istituzioni locali in merito alla tutela dell’ambiente. È evidente dunque quanto l’obiettivo comune di questi e di tutti gli altri volontari locali, sia la diffusione capillare di una sensibilità ecologica rinnovata e la diffusione di una cultura della sostenibilità non solo a Ladispoli, ma in tutto il litorale laziale.

«È un fatto imprescindibile che ci riguarda come esseri umani. Essere volontari ci rende solo più uniti nei nostri intenti. Tuttavia non ne abbiamo mai abbastanza! Il lavoro di squadra è la chiave per la riuscita di ogni iniziativa!», conclude Rosario. Le sue parole commuovono anche noi che non possiamo esimerci dall’intonare lo slogan di questi formidabili attivisti del cambiamento ripetendo a gran voce: «Noi piantiamo alberi!».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/07/piantiamo-alberi-rete-attivisti-litorale-laziale/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

«Tav bocciata anche dai sindaci di Lione e Grenoble»

Il Movimento NoTav tiene alta l’attenzione sulla Tav dopo la bocciatura arrivata dalla Corte dei Conti europea e sottolinea i pareri contrari all’opera che giungono dai sindaci di Lione e Grenoble.

Sulla Tav, «dopo la sonora bocciatura della Corte dei Conti europea arriva il giudizio severissimo del neo-sindaco di Lione, il verde Gregory Doucet, eletto nei giorni scorsi con il 52,5% dei suffragi imponendosi al primo turno contro il suo principale avversario, il candidato della destra Etienne Blanc, che aveva basato una buona parte della sua campagna proprio sul sostegno al megatunnel transfrontaliero»: così il movimento NoTav in una nota.

«In un’intervista rilasciata a La Stampa, Doucet viene subito interrogato sulla sua opinione sul TAV e la risposta non lascia spazio a dubbi: “Fra le nostre città esiste già un’infrastruttura ferroviaria, che è sufficiente, ed è su quella che dovremmo investire. La Francia ha iniettato troppi pochi fondi sul trasporto merci su rotaia a livello nazionale. E ora vogliono farci credere che con la Tav rilanceremo l’attività. Ma è assurdo” – proseguono i NoTav – Interrogato su come fare per togliere i tir dalla strade, Doucet risponde svelando la banale verità che in Italia tutti i giornali si sono speciosamente adoperati a nascondere negli anni con cartine taroccate e altre amenità: “Se valorizzata, la linea che già corre fra Lione e Torino è sufficiente per i treni che vi devono circolare. Ecco, investiamo prima lì”».

E ancora dal sindaco: «Non bisogna insistere su un progetto sbagliato. È la scelta peggiore. Bisogna fermare la Tav».

«Un giudizio senza appello che speriamo contribuirà a dare il colpo definitivo allo sgangherato progetto di una seconda linea ad alta velocità tra Torino-Lione – proseguono i NoTav – Che una presa posizione così netta venga dal primo sindaco eletto tra le file dei verdi in una grande città francese può stupire solo in Italia. I Verdi francesi come tutti gli omologhi partiti ecologisti europei sono da anni opposti al TAV. Solo da noi una propaganda spudorata ha provato a far passare come rispettosa dell’ambiente un’opera che disboscherà oltre 5.000 alberi in Val Clarea, distruggerà una vasta porzione di habitat alpino mettendo in pericolo specie protette ed emetterà 10.000 tonnellate di CO2 perforando un massiccio in cui la presenza di amianto è certificata da tutti gli organi competenti. La soluzione individuata da Doucet è la stessa proposta dai tecnici notav negli ultimi 20 anni, dati e numeri alla mano, per un report modale da gomma a ferro che non devasti la Val di Susa con costi economici ed ecologici insostenibili. La Torino-Lione esiste già e non è “un tunnel di montagna” come continua a insistere la propaganda sitav ma una galleria mista merci/passeggeri ammodernata nel 2011 e utilizzata oggi soltanto al 30% delle sue capacità. Ora che questa semplice verità viene pronunciata anche da questo neo-sindaco laureato alla scuola di business di Rouen così “calmo, costruttivo, l’aria rassicurante” da sedurre persino il giornale della famiglia Agnelli speriamo che la cosa sia chiara a tutti».

«Ma anche il sindaco di Grenoble è da sempre contrario al raddoppio della linea transfrontaliera – sottolineano sempre i NoTav – Il primo cittadino dell’altra grande agglomerazione francese toccata dal progetto, l’ingegnere ed ex-dirigente del settore logistico di HP, Eric Piolle, ha manifestato in ogni sede la sua opposizione all’opera. Nel 2016, con un gesto di buon senso, ha anche deciso di togliere i finanziamenti della città previsti per il TAV “al fine di usarli per qualcosa di più utile per tutti”. Ieri ci ha tenuto a ribadire ancora una volta la sua posizione senza troppi giri di parole: “l’attuale linea tra Lione e Torino è usata al 20% delle capacità. Come ci dicono in coro la corte dei conti francese ed europea nonché tutti gli esperti indipendenti dalle lobby è assurdo spendere 26 miliardi di euro per una nuova infrastruttura dai costi ambientali enormi. Lo Stato deve puntare sulla rete esistente e non dilapidare soldi in progetti di un’altra epoca”».

Fonte: ilcambiamento.it

Il Mio Nido di Treviglio: rivoluzionare la scuola a partire da 0 anni!

Chi ha detto che è preferibile che due fratelli o sorelle non frequentino la stessa classe o scuola? Perché ci sono tante educatrici e pochi educatori nelle aule italiane? È davvero opportuno o necessario separare i bambini da 0 a 3 anni da quelli da 4 a 6? E se provassimo ad abbattere questo muro e superare altre regole e consuetudini della scuola tradizionale? È quanto sta sperimentando con successo il Mio Nido di Treviglio, tra Milano e Bergamo, che a partire dalla primissima infanzia sta capovolgendo alcune pratiche e principi da tempo cristallizzati nel sistema scolastico. Settima tappa. La penultima di questo primo viaggio nella Scuola che Cambia. Siamo risalti verso nord, nord-ovest e siamo giunti in Lombardia. Qui ci dirigiamo a Treviglio, tra Milano e Bergamo, per visitare un Nido che rimette in discussione molte delle convinzioni su questo tipo di istituto. Appena entrati restiamo colpiti dalla Natura che ha invaso le mura della scuola. Nelle precedenti esperienze, infatti, abbiamo visto scuole materne in cui i bambini venivano portati fuori dalle mura per incontrare la Natura. Anche qui questo avviene, ma essendo il contesto geografico meno adatto a questo tipo di esperienza, la fondatrice – Elisa Pierri – ha deciso di portare la Natura dentro le aule. Ed ecco che ovunque vediamo rami, pigne, bambini che dipingono in piedi, su muri tappezzati di carta da pacchi, con pennelli fatti di rami di pino, su banchi luminosi, ovunque. Colori, odori, emozioni.

I bambini apparecchiano la tavola, prima di pranzo. Con piatti veri, bicchieri di vetro, posate, brocche e tovaglioli di stoffa. Apparecchiano e non rompono le stoviglie. I bambini sono grandicelli, piccoli, piccolissimi. Già perché qui, in questo nido che non è solo un nido, si trovano bambini da zero ai sei anni. Stupiti? Se non lo siete e perché, come me, non avete ancora avuto figli. Se avete sobbalzato, invece, siete genitori o educatori e sapete come tra il nido la materna esista una sorta di muro invisibile, quasi dogmatico, che prevede che i bimbi da zero a tre anni seguano un percorso e quelli da tre a sei un altro. Questo per non farli confondere. Per permettere un loro corretto sviluppo. Per permettere ai fratelli di sviluppare la loro autonomia. Ma siamo sicuri che sia giusto così? Elisa Pierri, fondatrice di questa scuola, nonché autoeletta educatrice imperfetta ha deciso di provare ad abbattere questo muro e ha fondato questo istituto che ospita circa 50 bambini di diverse età, molti fratelli tra loro, apparentemente con grande soddisfazione di genitori e bambini.

Elisa – che fin da bambina voleva fare questo mestiere – ci spiega come sia paradossale che si considerino un problema le interazioni tra le diverse età, quando queste avvengono normalmente tra fratelli e sorelle. «Siamo in uno spazio sperimentale 0/6 che ha abbattuto il muro che separa il nido dall’infanzia. Normalmente sono due mondi che non comunicano. Se le due classi sono vicine si parla addirittura di “promiscuità”. Secondo noi è fondamentale che i fratelli frequentino la stessa scuola, lo stesso ambiente. Così imparano a conoscersi meglio, in contesti diversi, e finiscono con il collaborare anche a casa». In effetti diversi genitori ci confermano la riuscita dell’esperimento e ci confidano anche come sia un sollievo per loro non dover correre tra istituti diversi, riunioni diverse, pulmini diversi e così via.

I bambini trascorrono parte della giornata in giardino. Il resto in aule in cui la natura trabocca. Ovunque materiali naturali, paglia, colori. Per ottenere materiali naturali da loro assenti si sono messi in rete con altri istituti di altre zone geografiche. In questo modo si educa alla conoscenza delle distanze, si parla – con messaggi vocali – con bambini lontani. Si scopre il valore dell’amicizia. Inoltre, Elisa ha deciso di proporre – tra il corpo docente – anche un maestro. Sì, un maschio. In un momento storico in cui finalmente i papà sono sempre più presenti, infatti, perché mai escludere dai percorsi educativi le figure maschili? Ho provato a descrivere quanto ho vissuto, ma se volete davvero capirne di più guardate il mini-documentario che vi proponiamo all’interno di questa pagina. Io vi saluto con le parole di Danilo Casertano, nostro compagno di viaggio nella scuola che cambia: «Dove c’è cura c’è tutto» mi confida emozionato alla fine di questa giornata. Il resto viene dopo.

Dal sito di Elisa Pierri

L’educatrice imperfetta:
Stasera sfatiamo un mito.
Le educatrici, gli educatori sono Donne, talvolta uomini con una vita che non deve mostrare costantemente perfezione.
Gli educatori hanno una loro vita, gli educatori escono la sera ( quando gli restano le forze );
Gli educatori al mattino hanno sonno.
Gli educatori bevono in compagnia.
Gli educatori talvolta fumano.
Gli educatori dicono parolacce.
Gli educatori si arrabbiano, amano, si intristiscono.
Gli educatori vivono problemi quotidiani come tutte le persone.
Gli educatori sono Donne e Uomini e come tali sono imperfetti, ma è solo ammettendolo che riescono a non portare nessuna imperfezione all’interno del loro lavoro.
Fingere che non sia così è pericoloso.

Per seguire Elisa entra nel suo gruppo.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/07/nido-treviglio-rivoluzionare-scuola-partire-0-anni-scuola-che-cambia-7/?utm_source=newsletter&utm_medium=email