“Saresti disposto a ospitarci?”. Così due studenti di economia hanno girato l’Italia

Mattia e David sono due studenti di economia e fondatori di Needyou Project. Per tre settimane hanno girato per l’Italia con l’idea di dimostrare che è possibile costruire un nuovo modello economico fondato sulla gratuità, sullo scambio e sulla condivisione. In questa intervista ci raccontano com’è andato l’esperimento.  Incontro David e Mattia a Dynamo, la velostazione di Bologna, in una piovosa giornata settembrina, esattamente tre settimane dopo che sono partiti da Genova in sella alle loro biciclette. Durante questi venti giorni di viaggio in giro per l’Italia hanno vissuto tante avventure – e qualche disavventura! –, ma soprattutto hanno scoperto che viviamo in un paese in cui generosità e condivisione sono ancora sentimenti forti e diffusi, che potrebbero essere il motore dell’economia del futuro! Questi due studenti di economia hanno infatti lanciato Needyou Project, un bike-tour da nord a sud durante il quale hanno somministrato questionari e cercato giorno per giorno ospitalità, vitto, idee e conoscenze, condividendo ciò che potevano mettere a disposizione e le loro competenze.needyou7

Giusto il tempo di sederci a un tavolo e toglierci le giacche bagnate che il loro racconto inizia, incalzante ed entusiastico: «La prima tappa, Genova, è stata soprattutto un test per le gambe: 80 chilometri di pista ciclabile sul mare, intervallata da scalini che ci costringevano a smontare dalla sella e salire a piedi. Arrivati in città abbiamo distribuito i questionari, in cui l’ultima domanda era: “Siete disposti a ospitarci?”. Un genovese ci ha risposto di sì e ci ha accolti in casa propria, dove per ricambiare abbiamo lavato i piatti e collaborato alla gestione casa».

Il giorno dopo, rotta verso la Toscana: hanno raggiunto in treno Montecatini, per poi coprire in bicicletta i 20 chilometri (con 700 metri di dislivello) fino a Casore del Monte (PT). Qui hanno conosciuto una comunità dell’associazione Nuovi Orizzonti, che si occupa di curare persone con dipendenze. «È stata un’esperienza molto forte – ricordano –, poiché ci siamo integrati con il loro gruppo e abbiamo osservato e partecipato alle loro dinamiche. La maggior parte erano ragazzi in cura per via delle loro dipendenze: droghe, alcol, ludopatia».

La loro giornata è strutturata per ricominciare a vivere la vita, una routine a cui hanno partecipato anche David e Mattia: «Lavorano in un ambiente rurale, si fa la legna, si curano gli animali, si pulisce la casa. Anche noi abbiamo dato il nostro contributo nello svolgere le mansioni quotidiane. È un’associazione di stampo cattolico, quindi abbiamo partecipato anche a momenti di preghiera, ma non convenzionali: liturgia della parola, preghiera spontanea, autocoscienza… molti si sono aperti, hanno chiesto aiuto e ringraziato. Sono stati momenti forti e toccanti».needyou10

Il viaggio è proseguito verso sud: «A Colle val d’Elsa l’associazione Intercultura ci ha dato ospitalità accogliendoci nelle case per gli stagisti, mentre a Firenze abbiamo avuto qualche difficoltà perché tutte le persone che incontravamo erano turisti! Tuttavia, appena abbiamo cominciato a dare questionari abbiamo trovato riscontro. Ci ha ospitato a cena una professoressa universitaria cordiale e amichevole, sembrava una serata in famiglia!».

Varcato il confine umbro, sono giunti a Perugia, città strana, che dicono di non essere riusciti a inquadrare bene. Nella piazza hanno dato questionari e hanno trovato subito ospitalità presso due ragazze per una doccia e da una signora per cena, poi hanno trovato posto in un ostello. Qui hanno conosciuto due volontarie per il servizio civile all’estero, una ragazza polacca e una turca. Da lì si sono spostati a Roma, dove hanno vissuto uno dei momenti più intensi del viaggio: «Abbiamo organizzato in poco tempo un’intervista con l’imam di un centro culturale islamico. Nonostante lo scarso preavviso, ci ha accolti con calore e ci ha offerto the e biscotti. È stato un incontro lungo e piacevole, abbiamo conversato per più di un’ora senza barriere religiose né culturali, all’insegna del dialogo e del confronto».

La sera li aspettava un’altra sorpresa. Su facebook avevano conosciuto i membri del gruppo Meetworld – Incontrarsi nel mondo e hanno partecipato a un aperitivo organizzato da loro: «Ci hanno riservato un’accoglienza quasi da VIP, siamo stati con loro e ci hanno aiutati a trovare un alloggio in zona, visto che eravamo un po’ decentrati. Il giorno dopo un ragazzo del gruppo, Christian, ci ha ospitati a casa sua e con lui abbiamo parlato in maniera più approfondita di condivisione e solidarietà.needyou9

Dalla capitale si sono spostati a Napoli e Caserta, dove sono rimasti tre giorni. Essendo a metà del viaggio ne hanno approfittato per riposarsi, ma hanno comunque trovato persone che hanno offerto loro cena o aperitivo. Ripassando da Roma, si sono spostati a L’Aquila, un’altra tappa emotivamente molto impegnativa.

 

«Arrivati in prossimità del capoluogo abruzzese, vedevamo solo gru in lontananza. La città è ancora deserta e distrutta. Nella piazza principale c’era una mostra, ma non c’era quasi nessuno». Per vie traverse hanno trovato il contatto di un’associazione che si trova nell’ex manicomio della città, ora gestito in parte dall’ASL e in parte – dopo il terremoto – dall’associazione stessa, che ha occupato alcuni locali. «È un progetto del comitato 3e32 chiamato Case Matte: sono case abbandonate che gli attivisti hanno occupato per dare un riparo a chi non ce l’aveva più e per creare un luogo di comunità e condivisione, mangiare e stare insieme, autorganizzandosi. Sono stati i primi a fare un campo autogestito dopo il terremoto. Qui abbiamo conosciuto Alessandro, uno dei leader del progetto. Anche qui abbiamo aiutato, mettendo a posto un deposito da riordinare: nessuno ci aveva chiesto di farlo, ma il nostro gesto è stato molto apprezzato».

Risalendo verso nord si sono fermati a Pesaro, dove hanno incontrato Alessandro, un ragazzo che li aveva contattati su facebook dopo aver letto la loro intervista su Italia che Cambia e che li ha ospitati con entusiasmo, in modo naturale, con grande amicizia, cedendo loro il suo appartamento. Da Pesaro hanno fatto una gita verso l’interno per visitare l’ecovillaggio La Città della Luce. «Purtroppo abbiamo potuto solo fermarci a cena e per dormire, ripartendo l’indomani, poiché tutti erano impegnati in un corso di permacultura. Ma è stata anche una fortuna, perché l’ecovillaggio era pieno e abbiamo potuto conoscere molta gente, sia esterni iscritti al corso che membri della comunità, anche se non siamo riusciti a svolgere nessuna attività insieme a loro». Prima di proseguire verso a Reggio Emilia sono ripassati da Pesaro, di nuovo ospiti di Alessandro.needyou8

A Reggio, quasi alla meta, ecco il primo imprevisto del viaggio: «Mentre eravamo in zona universitaria per un esame, ci hanno rubato la bici da un posteggio di fronte all’Università. Abbiamo continuato verso Bologna in treno e qui – quasi per caso, in un bar – tramite amici di amici abbiamo trovato una bicicletta. Ce l’ha prestata ragazzo che non conoscevamo, lasciandocela a tempo indeterminato». Ecco quindi che uno spiacevole inconveniente si è trasformato in un bell’episodio di solidarietà! Così, siamo arrivati alla fine del viaggio. Rimane il tempo per una veloce visita alla velostazione, un selfie di rito e poi via al binario da dove partirà il treno che li riporterà a Torino. Ora David e Mattia lavoreranno sui dati raccolti grazie ai questionari, che serviranno per stilare un documento con resoconti e impressioni di viaggio che conterrà i risultati della ricerca e che verrà presentato a INES2017, il grande incontro del mondo dell’economia solidale.needyou6

Al di là di questo, rimangono i ricordi di un viaggio straordinario e soprattutto la certezza – toccata con mano – che viviamo in una terra abitata da persone generose, aperte e pronte ad accogliere il prossimo, anche se lo hanno appena conosciuto. E che è possibile partire da questo per costruire un nuovo modello sociale ed economico fondato sulla solidarietà e sulla condivisione.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/saresti-disposto-a-ospitarci/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Il fotovoltaico trasparente al BMW Group Startup Symposium

Tra i finalisti della BMW Startup Challenge, la tecnologia Lumiduct di Wellsun che produce energia rinnovabile facendo passare il 40% della luce.http _media.ecoblog.it_e_e8d_bmw-finanzia-il-fotovoltaico-trasparente-che-insegue-il-sole

Tra i tre finalisti della BMW Startup Challenge c’è anche l’olandese Wellsun, che realizza pannelli fotovoltaici ad alta efficienza trasparenti, da integrare nelle facciate degli edifici per produrre energia elettrica rinnovabile senza coprire del tutto le aperture. La BMW Startup Challenge è una competizione tra startup attraverso la quale il Gruppo BMW sceglie in quali nuove aziende e tecnologie investire, tramite i suoi tre acceleratori di business: BMW i Ventures, BMW Startup Garage e URBAN-X. Il modello di investimento di BMW nelle startup prevede che il gruppo automobilistico scelga, anche attraverso la Startup Challenge, alcune nuove realtà molto promettenti che, se ben finanziate, potrebbero avere un grosso potenziale sul mercato dell’auto, della mobilità urbana e della vita urbana in generale. L’investimento nella startup, poi, prevede una stretta collaborazione con i tecnici BMW affinché le startup possano trovare nel gruppo il loro primo potenziale cliente. Il fotovoltaico trasparente di Wellsun si è posizionato sul podio della Challenge per i numerosi possibili scenari di utilizzo del prodotto. Si tratta di celle fotovoltaiche con efficienza elevatissima (40%, con tecnologia derivata dall’industria spaziale), inglobate tra due lastre di vetro. Questo sandwich, che è quasi trasparente (fa passare fino al 40% della luce), viene montato su inseguitori solari affinché possa muoversi e direzionarsi sempre verso il sole, massimizzando la produzione di energia elettrica. Il fatto che non sia opaco, inoltre, lo rende un candidato ideale per le superfici vetrate degli edifici del futuro. Nella stessa Challenge è stata premiata LeydenJar, con le proprie batterie con anodo di silicio di LeydenJar. Le batterie di LeydenJar potrebbero rivoluzionare il nascente mercato dell’auto elettrica, poiché permettono di accumulare il 50% in più di energia elettrica (a parità di peso e volume) rispetto alle attuali batterie a ioni di litio. L’estrattore di CO2, invece, potrebbe migliorare nettamente la qualità dell’aria nell’abitacolo delle automobili in situazioni di traffico pesante.

Fonte: ecoblog.it

Nasce la Scuola diffusa della Terra

Fornire conoscenze e competenze pratiche nel settore dell’agricoltura ecologica offrendo nuove possibilità d’impiego. Nasce con questo obiettivo la Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni, un programma di formazione proposto dall’associazione Terra! e rivolto ai giovani in cerca di occupazione. L’associazione Terra!, nata nel 2008 e impegnata nella difesa del territorio, ha deciso di proporre un progetto di formazione ecologica rivolto a giovani aspiranti agricoltori. La Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni intende mettere in connessione le piccole realtà agro-ecologiche offrendo una risposta concreta ai tanti giovani che in questi anni chiedono un aiuto per avvicinarsi all’agricoltura e, allo stesso tempo, vuole sostenere un modello agricolo ecologico, rispettoso dell’ambiente e della biodiversità. Per saperne di più abbiamo intervistato Daniel Monetti, biologo ambientalista, responsabile di questo percorso formativo.DSC00728.jpg

Parlaci della vostra associazione e del perché avete deciso di fondare la Scuola Diffusa della Terra Emilio Sereni
Terra! è un’associazione ambientalista che mette in rete tante realtà che vogliono contribuire a un reale cambiamento attraverso metodiche radicali, nel senso positivo del termine, dopo aver preso le distanze dall’attuale modello di sviluppo e proponendo soluzioni alternative che risolvano realmente i problemi di natura ambientale e sociale. Quindi portiamo avanti sia progetti con altre associazioni, che campagne che mirano ad andare al nocciolo dei problemi fornendo determinate soluzioni. All’interno dell’associazione è particolarmente forte il campo dell’agricoltura e abbiamo tutta una serie di progetti, tra cui quello della Scuola Diffusa della Terra Emilio Sereni, un progetto finanziato da una fondazione privata (Nando and Elsa Peretti Foundation) che tiene conto di due filoni essenziali: la sostenibilità ambientale in campo agricolo promuovendo l’agroecologia, quindi agricoltura ecologica che prevede un approccio sistemico più complesso della semplice agricoltura biologica, mettendo in atto soluzioni radicali anche da un punto di vista delle filiere, delle vendite, dell’approccio culturale. Dall’altra, ovviamente nel suo piccolo, poiché trattasi di un’associazione ambientalista, no-profit, cerca di dare un esempio per quelle che possono essere le possibilità d’impiego per i giovani. Questo avviene attraverso delle borse lavoro per il tirocinio all’interno di aziende da noi conosciute già da tempo, ognuna con la sua peculiarità, ma che ha adottato soluzioni di coltivazione o d’allevamento in qualche modo radicalmente differenti rispetto a quelli che sono i modelli attuali e quindi anche da questo punto di vista è sembrato giusto averle come partner del progetto. Quindi siamo andati a coniugare l’agricoltura ecologica per cercare di ovviare al problema dell’impoverimento dei terreni, del drastico cambiamento dei paesaggi e della perdita di biodiversità con un problema di carattere sociale: oggi in Italia c’è un’alta disoccupazione giovanile, perciò ci sembrava giusto unire l’aspetto sociale con l’aspetto ambientale e coniugarli per trovare una soluzione. Chiaramente si tratta di numeri piccoli, ma ci piacerebbe che in futuro questa scuola possa servire da esempio di cui tenere conto e che possa essere d’aiuto per tante/i che hanno deciso di intraprendere un cammino alternativo ma non trovano una soluzione praticabile. Per dare valore scientifico alla Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni ci siamo dotati di un comitato scientifico che si avvale di docenti universitari e specialisti di vari settori dell’ecologia, ambientalisti e rappresentanti delle aziende agricole, che possa fungere da riferimento costante all’interno del progetto e che aiuti a portare avanti quella che è la nostra visione dell’agricoltura del futuro, con un approccio scientifico rigoroso, ma aperto alla sperimentazione, in quanto siamo coscienti del fatto che la scienza non sia una materia finita, ma in continua evoluzione.

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Ecologia, agricoltura di qualità e resilienza. Sono dei concetti chiave per voi, ci puoi spiegare perché?
Per cominciare la nostra scuola è stata intitolata ad Emilio Sereni (1907-1977) perché non è stato solo Ministro della Repubblica italiana, ma anche un personaggio di grande ispirazione a quel tempo, nel dopoguerra, per quella che era la visione dell’agricoltura del domani. Nel dopoguerra si operava la ricostruzione ed Emilio Sereni fu una delle prime persone a porsi il problema della conservazione del paesaggio rurale e ad esprimere il concetto che la terra è di chi la lavora e non di chi la gestisce. Nell’idea di Sereni, l’agricoltura moderna si sarebbe dovuta basare su piccole realtà, libere e volontariamente associate e lo spirito dell’agricoltura ecologica di nuova generazione affonda le sue radici proprio in questo modello, con aziende orientate alla riduzione dell’impronta ecologica, per ristabilire un equilibrio tra attività umane e risorse naturali. Per questo ci sembrava che intitolare questa scuola a Emilio Sereni non volesse dire sostanzialmente ritornare al passato, ma guardare verso il futuro. L’agricoltura di qualità infatti è un’agricoltura che prevede un nuovo approccio a tutto tondo che parte da una consapevolezza delle criticità legate all’attuale modello di sviluppo fornendo una serie di soluzioni a determinati problemi. Ad esempio ai cambiamenti climatici che anche quest’anno hanno provocato fortissime siccità in Italia. Questo tipo di agricoltura ecologica prevede ad esempio una gestione consapevole dell’acqua anche attraverso metodi di riciclo. Per far questo nel nostro progetto non portiamo soltanto avanti un’agricoltura di tipo biologico, ma anche un tipo di agricoltura biodinamica sinergica, che mette in sinergia varie specie vegetali e anche animali e quindi prevede una conoscenza del mondo agricolo non settorailizzata, un’agricoltura che guardi alle problematiche ambientali e sociali. Anche la permacultura è al centro dello scambio di saperi delle realtà coinvolte, infatti all’interno del progetto della Scuola Diffusa della Terra è presente anche una parte fondamentale di scambio di saperi tradizionali e non, per poter migliorare le aziende agricole che fanno parte del progetto. Oggi parlare di agricoltura di qualità e di resilienza può sembrare scontato, ma nei fatti non lo è per nulla. Partire da un approccio critico verso il proprio stile di vita non è affatto scontato. Per noi però ecologia, resilienza e agricoltura sono un trittico che può essere elemento di ripensamento e di critica costruttiva dello stile di vita attuale.  Nell’agricoltura tradizionale ci sono tanti sprechi e l’ecologia può diventare un concetto assai fumoso e abbastanza ampio, che però applicato alla vita di tutti i giorni riveste un ruolo fondamentale: dobbiamo ricordarci in ogni momento che il nostro pianeta ha risorse finite e dobbiamo trattarlo con rispetto. Con resilienza noi intendiamo una critica dell’attuale modello di sviluppo che prevede una serie infinita di sprechi e un totale disinteresse verso le risorse finite in cui anche l’autoproduzione è un concetto estraneo. Anche l’approccio dei coordinatori del progetto della Scuola Diffusa della Terra tiene in considerazione la possibilità del telelavoro in modo da evitare il più possibile spostamenti con mezzi inquinanti. L’idea di scuola diffusa ha un significato sia in campo agricolo che in altri ambiti, in particolare noi intendiamo una metodologia formativa che sia replicabile non solo da noi ma anche da altri e che possa appunto avvenire dovunque ci sia una maggiore consapevolezza sulle risorse limitate di questo pianeta.292

Come si accede ai vostri corsi e in cosa consistono?

Per accedere ai nostri corsi è necessario avereda alcuni requisiti base, come avere meno di 40 anni ed essere disoccupati o inoccupati, persone intraprendenti, tendenti all’innovazione e sensibili a tematiche ambientali o persone che in passato abbiano svolto attività di volontariato in associazioni ambientaliste; diamo modo di partecipare anche a coloro che vogliono cambiare totalmente vita, anche se poi durante il processo pre-selettivo si terrà conto di chi ha già avuto una formazione in campo agrario. Nel 2018 ci saranno 2 corsi, nel 2019 altri 2 e nel 2020 l’ultimo, per un totale di 4 anni e di 6 corsi di formazione in tutto. Attualmente stiamo definendo il secondo ciclo: il bando probabilmente uscirà a Novembre, la pre-selezione verrà fatta a dicembre, la comunicazione agli alunni prescelti a gennaio e poi i corsi inizieranno a marzo 2018. Comunque tutte le informazioni verranno messe sul sito. I nostri corsi prevedono 15 giorni di formazione teorica e altri 15 giorni di formazione pratica. Un mese in totale di formazione quindi in cui i giovani e le giovani saranno chiamati/e non solo ad apprendere le nozioni specifiche all’interno del concetto Scuola Diffusa della Terra, ma anche a metterle in pratica. Una peculiarità di questo progetto è anche che oggigiorno non si hanno tante possibilità di partecipare a tirocini pratici e per questo noi desideriamo dare un’opportunità ai/alle giovani anche in questo modo. Quindi un giovane avrà non solo l’opportunità di apprendere, ma anche di capire praticamente cosa vuol dire lavorare in un’azienda agricola. Dopo questa prima fase iniziale, attraverso un processo selettivo sceglieremo un tirocinante per ogni azienda che presterà la sua opera per sei mesi e porterà avanti il tirocinio con il tutoring da parte della scuola e pagato con una borsa lavoro, per dare ovviamente anche un incentivo economico al giovane che presterà servizio all’interno dell’azienda.

Dove si svolgerà il tirocinio degli studenti?

Con questo progetto di Scuola Diffusa abbiamo cominciato quest’anno, il primo ciclo di formazione è già terminato e attualmente ci sono tre tirocinanti che stanno svolgendo la loro opera all’interno di tre aziende una sul Monte Amiata in Toscana che si chiama il Felcetone, un’azienda che mira al recupero delle specie animali autoctone in via d’estinzione, nello specifico si stanno occupando del Suino nero macchiaiolo maremmana (una specie toscana che è stata recuperata nei boschi della zona), l’antico cavallo maremmano che rispetto al maremmano attuale è una specie maggiormente adatta al lavoro e quindi più robusta, la Capra di Montecristo, anch’essa una specie in via d’estinzione e presto arriveranno anche le Pecore Sopravissane, originarie dell’Appennino Centrale e anch’esse in via d’estinzione. L’altra azienda, La Tabacca, si trova invece nelle campagne sopra Genova-Voltri, si occupa di agricoltura sinergica, di permacultura e recupero di risorse di vario tipo, anche perché il territorio ligure è parecchio difficile. In particolare si occupa di progettazione ecologica basandosi sui principi della permacultura per attivare sistemi quali il recupero dell’acqua e la fitodepurazione, l’utilizzo delle risorse locali e le conoscenze tradizionali per la ristrutturazione della struttura aziendale e la sperimentazione di tecniche innovative. Nel Lazio poi lavoriamo con la Cooperativa Co.r.ag.gio, che si trova a Roma sulla Via Cassia, all’interno del Parco di Veio. Si tratta di una cooperativa di giovani agricoltori che si è avvalsa di un bando del comune di Roma per l’affidamento di terre pubbliche in stato di abbandono e attualmente è un’azienda multifunzionale che opera sia in campo agricolo che in campo socio-culturale attraverso una serie di iniziative. Nei 22 ettari si predilige la coltura di specie vegetali che necessitano di scarsa o scarsissima acqua. Nella scuola infatti vige anche la regola di promuovere le peculiarità del territorio, la preservazione del paesaggio, la salvaguardia dei semi rurali autoctoni.20150524_151257

Altri progetti rilevanti dell’associazione?

Siamo anche presenti a Lampedusa, dove stiamo realizzando un progetto di giardini e orti comunitari di alto valore sociale e ambientale, sperimentando alcune forme di massimizzazione della resa del raccolto anche per mezzo di cupole geodetiche. Il progetto viene realizzato dalla comunità locale dei lampedusani e coordinato da Terra!. si creano orti sociali in aree pubbliche inutilizzate, nel rispetto della biodiversità e del recupero delle risorse. L’orto comunitario in sè è un forte elemento aggregante per la popolazione, crea identità. Attraverso il coinvolgimento e  l’impegno di utenti diversamente abili del Centro Diurno di Lampedusa si cerca di eliminare le barriere apparenti e di creare comunità attorno a certi luoghi. Senza dubbio è un attività che crea valore,  soprattutto in termini sociali. Poi Lampedusa dal punto di vista ecologico deve tener conto del problema della scarsità dell’acqua, della perdita di specie autoctone e quindi si sta cercando di recuperare un dialogo anche con gli anziani contadini del luogo affinché affinché poi ci sia non solo la trasmissione di vecchi saperi tradizionali, ma anche la raccolta ed una conpreservazione di quelle sementi antiche che nel corso dei secoli si sono adattate a condizioni climatiche estreme.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/nasce-scuola-diffusa-della-terra/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La bici elettrica fai da te stampata in 3D ora viaggia a 54 km/h

Tom Stanton aggiorna il progetto della sua e-bike realizzata con componenti stampati in 3D. Ora va molto più veloce.

Tom Stanton, giovane e promettente studente inglese di Ingegneria Aerospaziale, l’ha fatto di nuovo: dopo averci stupito con il suo primo progetto di bici elettrica a pedalata assistita stampata in 3D, ora torna con una nuova versione potenziata. Sul suo canale YouTube, infatti, il ragazzo ha pubblicato un video in cui descrive la sua DIY Electric Bike V2, seconda versione della bici elettrica. Si tratta di piccole modifiche, ma molto efficaci, al progetto originario. Ricordiamo che Tom ha basato il suo progetto su una bicicletta tradizionale Vilano Rampage a scatto fisso, alla quale ha aggiunto alcuni componenti fai da te realizzati con la stampante 3D: una puleggia di trasmissione collegata a una cinghia. Puleggia e cinghia sono poi collegate a un motore elettrico alimentato da una batteria, posizionata in un marsupio sotto il sellino, il tutto pilotato da una manopola acceleratore inserita nel manubrio. La versione 2 della e-bike di Tom è quasi identica alla prima, ma mostra un netto miglioramento nella sezione puleggia-cinghia-motore. In pratica, sempre con la stampante 3D, Tom ha creato una nuova puleggia in grado di ospitare un secondo motore. I due motori sono collegati tra loro con una cinghia dentata corta e insieme tirano la cinghia che spinge la ruota posteriore. Questa nuova e-bike fai da te ha una potenza complessiva, con due motori al posto di uno, di 4 kW e raggiunge le 34 miglia orarie. Cioè circa 54 km/h. Non male per essere un progetto fatto in casa da un giovane studente…

Fonte: ecoblog.it

Gli oli dell’Eni a Viggiano: aumenta il rischio di mortalità

La denuncia arriva da Isde – Medici per l’Ambiente: «Divulgati i risultati della Valutazione di Impatto Sanitario sul centro oli della Val d’Agri dell’ENI a Viggiano (Potenza). Peggioramento della qualità di vita, aumentato rischio sanitario, aumentato rischio di mortalità e sfiducia nelle Istituzioni».9664-10439

«Dopo un iter di anni e difficoltà non sempre inevitabili e grazie all’incrollabile tenacia di Giambattista Mele, attuale presidente ISDE Basilicata, sono stati presentati e pubblicati i risultati della Valutazione di Impatto Sanitario (VIS) sul Centro Oli della Val d’Agri (COVA) dell’ENI a Viggiano, in provincia di Potenza, nella terra delle trivelle, la Basilicata»: lo annuncia l’associazione Isde – Medici per l’Ambiente.

«Lo studio dimostra un peggioramento della qualità di vita quotidiana dei residenti a causa di molestie olfattive, di malesseri e della preoccupazione legata a un’elevata percezione soggettiva del rischio sanitario imputabili all’attività del COVA ma, soprattutto, dimostra un’importante compromissione dello stato di salute della popolazione di Viggiano e Grumento Nova (i due Comuni che hanno commissionato lo studio), con un aumento dei ricoveri per malattie respiratorie e cardiovascolari e con un aumento del rischio di morte. La VIS, coordinata dal dottor Fabrizio Bianchi del CNR, ha visto importanti contributi tecnico-scientifici multidisciplinari da parte di Enti e Istituzioni, tra cui quello del gruppo dell’Università di Bari, guidato dal prof. Gianluigi de Gennaro».

«Lo studio dimostra che i disagi e i danni alla salute della popolazione dipendono dalle emissioni del COVA, che interessano un’area molto più vasta di quella dei due comuni esaminati. Informazione non secondaria, inoltre, è la scarsa fiducia dei residenti verso i media e le autorità, evidentemente perché c’è la consapevolezza che la discriminazione ambientale e sanitaria certificate dalla VIS sono rimaste inesplorate o, peggio, nel silenzio, per anni, con conseguente ingiustificato protrarsi del rischio e del danno sanitario. C’è anche da sottolineare la inadeguatezza dei limiti di legge esistenti riguardanti i livelli di emissione delle sostanze nocive, che non sono riusciti a tutelare la gente, a riconoscere e ad evitare un’evidente situazione di pericolo e che, in alcuni casi, sono completamente “ciechi” per alcuni pericolosi inquinanti ancora non normati (per esempio alcuni composti organici volatili)».

«Non è poi forse inutile ribadire – prosegue Isde – come la VIS sia non soltanto uno strumento di analisi sanitaria dello stato di salute delle popolazioni, ma anche un potente strumento di programmazione per il decisore politico. Pertanto, prima ancora di mettere in cantiere ulteriori approfondimenti ambientali e sanitari in altre comunità della val d’Agri, comunque indispensabili per avere finalmente piena consapevolezza del danno subito ed un minimo livello accettabile di trasparenza, bisognerebbe pensare con urgenza a come uscire da un’evidente e intollerabile situazione di rischio che dura da troppo tempo per un Paese civile, restituendo a quelle comunità salute, equità e fiducia nella istituzioni».

Fonte: ilcambiamento.it

 

Fenice Green Energy Park: il parco delle energie rinnovabili

Il Fenice Green Energy Park è un parco immerso nel verde, a Padova, che favorisce la conoscenza delle energie rinnovabili, delle ecotecnologie e della sostenibilità ambientale. Sviluppato in cinque ettari di terreno, organizza corsi di formazione specialistica per aziende e professionisti, laboratori didattici per scuole di tutte le età e attività di educazione ambientale all’interno del parco. È uno spazio recuperato dall’abbandono ed è liberamente accessibile alla cittadinanza.

Fenice Green Energy Park è un sogno diventato realtà. Così lo descrive Andreas Spatharos, uno dei suoi fondatori e direttore organizzativo, che tiene a precisare come tutto sia stato reso possibile grazie all’impegno di molte persone che si sono messe in gioco, alla società civile e a una buona gestione pubblica.

Oggi il Fenice Green Energy park è un luogo immerso nel verde che favorisce la conoscenza delle energie rinnovabili e della domotica, contribuisce a costruire un modello  di sviluppo ecosostenibile, predispone piani energetici al servizio della cittadinanza e delle imprese, è un luogo di incontro per le famiglie e un momento didattico importante per studenti e insegnati. È una realtà che non solo si autofinanzia e produce utili che vengono reinvestiti sul territorio e in favore della cittadinanza, ma dà lavoro a circa 15 persone che fanno parte dello staff ordinario e oltre 60 collaboratori nei periodi di grande affluenza. Ma facciamo un passo indietro. È il 2000 quando gli Scout di Padova pensano a un progetto di riqualificazione per l’area dove oggi sorge il Green Park, un territorio alle porte di Padova, Isola di Terranegra, che all’epoca era abbandonato al degrado tra spaccio, rifiuti e prostituzione. Da quando il progetto FENICE viene presentato, ci sono voluti 10 anni di lavoro e circa 4 milioni di euro, una metà dei quali elargiti dal Consorzio ZIP di Padova, l’altra metà investita da fondazioni e enti del territorio o europei.IMGP2466.jpg

Chi sono i principali beneficiari di questo luogo? Tantissimi. Ogni anno il parco ospita circa 20 mila persone tra le scolaresche, altrettante tra le famiglie e circa 500 aziende. Per le imprese e i liberi professionisti offre un’occasione di formazione e supporto per quanti vogliono assumere competenze in lavori e nuove tecnologie all’insegna della sostenibilità ambientale, offrendo anche idee per la progettazione e la riqualificazione energetica degli edifici. Per le scuole c’è solo l’imbarazzo della scelta. La gamma di attività a disposizione partono da un target di bambini di 4 anni fino ai ragazzi delle superiori e delle università. Tutte le proposte hanno un’impronta laboratoriale, fortemente pratica perché “bisogna fare per imparare”, assicura Andreas Spatharos. Anche la durata della permanenza qui può variare a seconda delle esigenze. Si può restare una giornata intera o pernottare da uno a 5 giorni nell’ostello del parco, una struttura eco-sostenibile a 360° dove i ragazzi possono vivere un’esperienza unica, oltre che molto formativa.IMGP2471.jpg

Anche per le famiglie c’è un posto nel verde di questo parco. Non solo uno spazio ludico dove condividere una giornata di festa, ma anche un centro estivo per bambini e ragazzi (dai 4 ai 13 anni) della durata di una o più settimane, tra passeggiate a cavallo, relax all’aria aperta e laboratori ludico-ricreativi.

“Questo è un esempio bellissimo – conclude Andreas Spatharos – di come le parti sociali e un ente pubblico si sono messi insieme per la gestione virtuosa di uno spazio”, creando opportunità dove prima c’erano solo abbandono e degrado.

Intervista: Daniel Tarozzi
Riprese e montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/10/io-faccio-cosi-184-fenice-green-energy-park-parco-energie-rinnovabili/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Vaccini: arriva il manuale per una scelta informata

In inglese si intitola “Vaccine safety manual for concerned families and health practitioners”, presto uscirà nell’edizione italiana che verrà pubblicata dalla casa editrice Terra Nuova Edizioni: un manuale completo e approfondito sulle pratiche di vaccinazioni di massa con documentazione scientifica anche sugli effetti collaterali dei vaccini in uso. Per sostenere il progetto si può già prenotarne una copia.9663-10438

«Questo è il miglior libro mai scritto sull’argomento. Diverrà un classico. Non riesco nemmeno a immaginare quante ore siano state spese nel ricercare tutte le informazioni»: sono le parole con cui il neurochirurgo americano Russell Blaylock si riferisce al libro che il giornalista scientifico Neil Z. Miller ha dedicato al tema delle vaccinazioni, di cui ha scritto anche la prefazione, e che Terra Nuova si accinge a tradurre e a pubblicare in italiano. Il titolo è già di per sé significativo: “Vaccine safety manual for concerned families and health practitioners” (New Atlantean Press), ossia un manuale che fornisce a genitori e operatori sanitari gli strumenti e le informazioni per approfondire l’argomento esercitando anche il proprio senso critico, per poi prendere una decisione consapevole e assumere una posizione in merito. Trentasette i capitoli che prendono in esame tutte le vaccinazioni previste dai protocolli per l’infanzia e anche nell’età adulta, un lavoro monumentale, documentato e completo che analizza il rapporto costo-beneficio delle politiche di vaccinazione di massa e presenta i rischi legati ai vaccini.

Terra Nuova Edizioni ha iniziato il lavoro di traduzione del libro, che avrà anche aggiornamenti e integrazioni con dati relativi all’Italia. Fortissima è infatti l’esigenza, espressa da un numero crescente di genitori, di avere informazioni complete, trasparenti, non unilaterali, soprattutto dopo la conversione in legge del decreto Lorenzin che ha inserito l’obbligo per dieci vaccini nella fascia di età 0-16 anni. L’uscita del volume nella versione italiana è prevista per l’inizio della primavera 2018. Per coprire gli alti costi di produzione del libro, Terra Nuova HA AVVIATO UN PROGETTO DI CROWDFUNDING dando la possibilità a cittadini, famiglie e lettori di assicurarsi in anticipo il volume acquistandolo a un prezzo di favore e fornendo nel contempo un sostegno economico alla lavorazione del libro. ASSICURATI DA SUBITO UNA COPIA DEL LIBRO . A illustrare il suo lavoro è lo stesso autore, Neil Miller: laurea in psicologia, è giornalista scientifico americano, direttore del Thinktwice Global Vaccine Institute e già consulente scientifico per la Foundation for Health Choice.

Per questo libro ha svolto un lavoro di ricerca e di approfondimento estremamente scrupoloso e completo. Quanto tempo e impegno le ha richiesto?

Studio, faccio ricerca e indago sui vaccini da trent’anni. Quando mia moglie aspettava il nostro primo figlio, mi sono sentito in dovere di approfondire questo argomento così importante. Sia io che mia moglie sentivamo intuitivamente che non sarebbe stato saggio vaccinare a occhi chiusi, quindi è maturata in noi l’esigenza di leggere e conoscere le evidenze scientifiche in merito alla sicurezza ed efficacia dei vaccini; è stato così che ho scoperto come non siano sempre sicuri ed efficaci. Ho scritto dapprima un breve opuscolo su quanto era emerso dalle nostre ricerche, poi di recente mi sono cimentato nel manuale Vaccine safety manual for concerned families and health practitioners, volume completo, con ampie e approfondite informazioni su tutti i vaccini raccomandati o obbligatori e sulle malattie dalle quali dovrebbero proteggere. Volume che ora Terra Nuova si accinge a tradurre in italiano. In questo libro affronto l’argomento esaminando innumerevoli aspetti. Per esempio: quali sono prevalenza e incidenza reali delle malattie per la quale si vaccina? Chi è più suscettibile alla malattia? Quanto è effettivamente pericolosa? Poi analizzo il profilo di sicurezza ed efficacia di ogni vaccino. Cosa ci dicono gli studi? Le vaccinazioni hanno effetti collaterali gravi? Sono efficaci o si può comunque contrarre la malattia anche se si è vaccinati? Mi sono occorsi tre anni per raccogliere dati e informazioni e scrivere il libro. Spero possa essere di aiuto a molte persone per prendere decisioni consapevoli.

Quali sono le risultanze di questa lunga e accurata ricerca che lei ha condensato nel volume?

Emerge dalla letteratura scientifica che ogni vaccino può causare eventi avversi anche gravi. I rischi non sono rari. Per esempio, il vaccino per morbillo, parotite e rosolia può provocare convulsioni, alterazione dei valori ematici, deficit sensoriali, danni al sistema immunitario e al cervello, persino la morte. Si tratta di eventi avversi documentati in letteratura e presenti nei foglietti illustrativi e schede tecniche dei prodotti redatti dalle case farmaceutiche produttrici. Ci sono malattie che raramente sono pericolose nei paesi sviluppati, dove le persone hanno a disposizione acqua pulita e un’alimentazione adeguata. Poi ci sono molte informazioni che faticano a circolare. Per esempio, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, una integrazione di vitamina A risulta protettiva nei confronti delle complicanze del morbillo. Oppure ancora, la vaccinazione antinfluenzale non risulta particolarmente efficace e può causare la sindrome di Guillain-Barré, una paralisi neuromuscolare. Spesso poi viene perseguita la strada dell’imposizione e dell’informazione unilaterale per aumentare la copertura vaccinale. Ci sono numerosi fattori da considerare quando si analizzano i costi e i benefici di ogni vaccino ed è anche importante comprendere come la somministrazione di vaccini multipli possa rivelarsi una pratica rischiosa.

Quanto ritiene importante la libertà di scelta in materia vaccinale? 

Il diritto al consenso informato risale al Codice di Norimberga; ciò significa che ciascuno di noi deve avere accesso a tutte le informazioni disponibili sui vaccini e mantenere la libertà di accettarli e rifiutarli. Mi spiace sapere che l’Italia ha introdotto dieci vaccini obbligatori ignorando princìpi etici che rientrano nei diritti umani. Stiamo entrando in un’epoca di tirannia medica e farmaceutica e l’auspicio è che si trovi la volontà di confrontarsi su questo e di fermarsi prima che sia troppo tardi. Oggi si assiste a una forte accelerazione a livello mondiale nelle politiche che riguardano le vaccinazioni obbligatorie e il timore è che dietro a tutto ciò possano esserci le pressioni delle industrie farmaceutiche. Le autorità sanitarie stanno anche pianificando di aumentare la pressione riguardo le vaccinazioni degli adulti, tanto che presto il rifiuto potrebbe tradursi nella perdita del lavoro o nell’impossibilità di frequentare spazi pubblici o addirittura di prendere l’aereo. Tutto ciò sta già accadendo negli Stati Uniti, molte persone stanno perdendo il lavoro per avere rifiutato le vaccinazioni richieste.

La finalità del suo libro è dunque quella di fornire un’informazioni il più possibile completa?

Governi e industrie farmaceutiche promuovono la vaccinazione, la maggior parte dei dottori illustra ai propri pazienti solo i benefici dei vaccini e afferma che gli effetti collaterali sono rari. Genitori e cittadini preoccupati sono travolti da dichiarazioni unilaterali che insistono sulla sicurezza dei prodotti a disposizione. Ecco perché ho scritto Vaccine safety manual, per controbilanciare i dogmi convenzionali e fornire a tutti l’opportunità di prendere decisioni informate. Credo fermamente che i genitori abbiano il diritto di ottenere informazioni senza censura sui vaccini, dati che spesso sono oscurati o non divulgati.

Secondo lei, perché l’obbligo di legge non è la strada giusta?

Come si può essere obbligati a ricevere quattro, otto o dieci vaccinazioni? Perché mai i nostri diritti devono essere compressi e sacrificati? Chi si può arrogare il diritto di sacrificare l’inviolabilità del nostro corpo iniettandovi tutto ciò che ritiene necessario? Per esempio, molti vaccini contengono alluminio, neurotossina che può causare disturbi neurologici e malattie autoimmuni. Insomma, ritengo che anche i legislatori dovrebbero essere molto meglio informati sui vaccini prima di propendere per certe scelte che sanno di propaganda. Dovrebbero sapere che l’immunità di gregge non è garantita da vaccini che consentono la replicazione e circolazione dei ceppi e che virus e batteri mutano e si adattano a seguito delle vaccinazioni di massa, dando origine a ceppi che possono risultare più virulenti per l’essere umano. Tutto questo è documentato in letteratura scientifica e dovrebbe essere motivo di cautela e di grande equilibrio.

LE RECENSIONI NEGLI STATI UNITI

“Il libro di Neil Miller è completo e scientificamente documentato, è un must per tutte le famiglie, gli operatori della salute e i decisori politici che si trovano ad affrontare la questione delle vaccinazioni obbligatorie. Questo esauriente manuale cita oltre mille studi scientifici e contiene capitoli specifici dedicati a oltre trenta dei più diffusi vaccini utilizzati oggi. Ho utilizzato e consigliato per anni tutti i libri di Neil  Miller e penso che questo sia un pilastro essenziale per coloro che vogliono approfondire la loro conoscenza dei vaccini. A fronte di una crescente mole di evidenze scientifiche sui possibili eventi avversi da vaccino, diviene indispensabile che i genitori si informino al meglio prima di prendere qualsiasi decisioni. Questo manuale rappresenta un passo importante in questa direzione. Come padre di sei figli e nonno di nove nipoti, la decisione su questo fronte è stata, per me, personale e anche professionale. Sono direttore medico degli Homefirst Health Services e mi sono trovato di fronte a molte famiglie che hanno fatto scelte tra le più diverse. Nel mio ruolo professionale, questo manuale ha rappresentato un riferimento e una guida”.

—Dottor Mayer Eisenstein, direttore medico Homefirst Health Services

“ Questo è il miglior libro mai scritto sull’argomento. Diverrà un classico. Non riesco nemmeno a immaginare quante ore siano state spese nel ricercare tutte le informazioni. Il capitolo sul vaccino HPV è uno degli esempi di giornalismo scientifico più incisivo, documentato e meglio scritto che abbia mai letto. Assolutamente fantastico! Questo libro potrà fare molto per aiutare le persone a prendere decisioni sui vaccini basate sul senso critico”.

Russell Blaylock, MD, neurochirurgo ora in pensione

“Ho lavorato per otto anni come analista di ricerca per un progetto sui vaccini portato avanti dal Department of Health Services della contea di Los Angeles e finanziato dai CDC. Ho verificato personalmente come tutti i dati e risultati positivi sui vaccini vengano pubblicati, mentre gli effetti avversi spesso no. Inoltre il VAERS (il programma nazionale di sorveglianza sulla sicurezza dei vaccini) è un sistema di segnalazione passivo. Di conseguenza, malgrado ogni anno vengano segnalate al database migliaia di reazioni avverse, esse rappresentano solo una piccola percentuale dei veri numeri sugli eventi avversi da vaccino. Il libro di Neil Miller rivela l’altra metà della storia. È una fonte erudita che presenta informazioni in termini comprensibili a tutti per aiutare sia i genitori che gli operatori sanitari a comprendere come ogni vaccino non sia sicuro al 100%”.

Gary S. Goldman, caporedattore di Medical Veritas

“Un lavoro monumentale! Il libro più onesto, meglio documentato, completo e aggiornato che abbia mai letto sull’argomento. Lo raccomando assolutamente”

—Dottor Alan Cantwell, ricercatore su Aids e cancro

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Fonte: ilcambiamento.it

“Unisciti a noi e salviamo l’aria”: in Piemonte si riparte dalle scuole

In Piemonte arrivano nelle scuole i video di Arpa (Agenzia per la Protezione Ambientale) sulla mobilità sostenibile e l’aria pulite. Una iniziativa rivolta ai bambini, ma anche alle famiglie e agli isegnanti per far passare il messaggio che l’unione fa la forza, soprattutto quando si tratta di far convergere, dal basso, buone pratiche diffuse per ridurre l’impatto ambientale. E così si impara fin da bambini.9658-10432

Arpa Piemonte ha realizzato tre video sulla mobilità scolastica sostenibile, in collaborazione con insegnanti, bambini e genitori. L’idea nasce nell’ambito del progetto educativo Noi e l’aria che mira a sensibilizzare gli alunni sui problemi e le possibili soluzioni dell’inquinamento atmosferico.

«I bambini ci ricordano che è possibile adottare stili di vita sostenibili, salutari ed economici a cominciare dal tragitto casa-scuola o casa-lavoro momenti che corrispondono spesso ai picchi giornalieri di inquinamento dell’aria nelle nostre città – spiega Arpa – Poiché l’inquinamento atmosferico è un tema rilevante per la salute pubblica, era necessario creare un supporto pedagogico gratuito che potesse aiutare a spiegare questo problema. La campagna “Noi e l’Aria” soddisfa questa esigenza mettendo a disposizione di tutti, insegnanti, genitori e educatori sia in Italia che in altre nazioni, diapositive, quiz, guide pedagogiche, lavori pratici e video sull’inquinamento atmosferico. I supporti originali sono stati realizzati in Francia con l’aiuto di Air PACA, associazione per il monitoraggio della qualità dell’aria riconosciuta dal Ministero dell’Ambiente. Sono già numerosi i protagonisti che in Francia hanno partecipato all’evoluzione di questo supporto: insegnanti, bambini, genitori, esperti, medici, operatori».

“Noi e l’Aria” è stato tradotto e adattato alla realtà italiana grazie all’ARPA Valle d’Aosta e all’ARPA Piemonte nell’ambito del progetto europeo di cooperazione transfrontaliera SH’AIR tra la Francia e l’Italia. Le due agenzie ARPA coordinano il progetto in Italia.


Fonte: ilcambiamento.it

«Via le bibite zuccherate dalle scuole». Ma l’annuncio dei produttori è greenwashing o vero impegno?

L’annuncio arriva dall’associazione di categoria europea dei produttori e sintetizzato ad effetto è: stop alla vendita di bibite zuccherate nelle scuole secondarie europee. L’iniziativa però è su base volontaria e ad applicazione graduale. Inoltre si introdurranno bibite a ridotto contenuto calorico o senza calorie. Quindi, si insegneranno corrette abitudini alimentari o si sostituiranno prodotti industriali con altri prodotti industriali?9646-10418

Intanto vediamo bene in cosa consiste “l’impegno”. L’Unesda, l’associazione europea di categoria, ha annunciato che l’industria europea dei soft drinks non venderà più bevande zuccherate nelle scuole secondarie della Ue, distributori automatici inclusi. Ma, innanzi tutto, l’iniziativa è su base volontaria. Poi sarà applicata gradualmente; l’obiettivo dichiarato è di raggiungere entro la fine del 2018 tutti i paesi Ue, coinvolgendo oltre 50mila scuole secondarie e più di 40 milioni di studenti. Ma da cosa saranno sostituite le bibite zuccherate? Dal 2019, sempre secondo l’Unesda, le aziende aderenti all’associazione di categoria (quindi non la totalità) venderanno negli istituti scolastici solo bibite a ridotto contenuto calorico o senza calorie, oltre alle bottigliette di acqua. E qui casca l’asino. Significa che ci saranno bibite con meno zucchero o con dolcificanti diversi dallo zucchero? E , visto che si promettono bibite senza calorie, ci saranno prodotti dove lo zucchero è sostituito da dolcificanti artificiali?

Ma i dolcificanti artificiali fanno bene alla salute?

Nel 2009 al congresso dell’American Society of Nephrology tenutosi a San Diego sono state presentate due ricerche condotte da Julie Lin e Gary Curhan, due ricercatori del Brigham’s and Women Hospital di Boston, che hanno rivalutato i dati di circa 3mila donne seguite per 11 anni nell’ambito del Nurses Health Study, per verificare se vi fosse un’associazione fra certe abitudini alimentari e la comparsa di danni ai reni. Il primo dei due studi deponeva a sfavore del sale. Il secondo puntava il dito sulle bevande dolcificate e ha messo in correlazione lo stato di salute dei reni al consumo di bevande dolcificate con zucchero o con dolcificanti artificiali. Anche qui, risultati netti: due o più lattine al giorno accelerano inesorabilmente il deterioramento dei reni, ma solo se nella bevanda ci sono dolcificanti artificiali e non semplice zucchero. L’associazione pericolosa persiste pur tenendo conto di innumerevoli fattori che potrebbero in qualche modo «inquinare» il dato, dall’età alla presenza di malattie come ipertensione o diabete. Dunque appare nient’affatto sano introdurre sin da ragazzini l’abitudine di consumare bevande con dolcificanti artificiali solo perchè non hanno calorie! Nel 2013 una ricerca pubblicata sulla rivista Trends in Endocrinology & Metabolism e condotta da Susan Swithers della Purdue University ha affermato che gli edulcoranti non sono così sani come credono i consumatori e non prevengono le conseguenze negative sulla salute tipiche, ad esempio, delle bibite zuccherate (sindrome metabolica, diabete, obesità, malattie cardiovascolari). “Un certo numero di studi – spiega la Swithers – suggerisce, infatti, che le persone che consumano regolarmente bibite dolcificate artificialmente hanno un rischio più elevato rispetto a chi non le consuma, un rischio dello stesso ordine di grandezza di quello associato al consumo di bibite normalmente zuccherate”.

Al contrario, sembra ci sia nel consumo di questi tipi di sostanze, un vero e proprio effetto boomerang: se consumo tanti prodotti dolcificati artificialmente la risposta dell’organismo sia a livello cerebrale sia a livello metabolico risulta attenuata perché i dolcificanti non ”saziano” la voglia di dolce che è insita nel cervello e anche perché non stimolano l’insulina come sa fare lo zucchero. Ciò significa che affidandosi troppo a cibi e bevande dolcificati artificialmente si rischia di subire una “stimolazione dell’appettito” che spingerà a mangiare di più. ‘‘Le prove che si sono accumulate negli ultimi anni suggeriscono che i consumatori assidui di sostituti dello zucchero (saccarina, sucralosio, aspartame etc) potrebbero anche essere a maggior rischio di ingrassare – ribadisce Swithers – e di ammalarsi di sindrome metabolica, di diabete e malattie cardiovascolari”.  Nel novembre 2016 è uscito un altro studio su PlosOne che per 10 anni ha confrontato i regolari consumatori di bev ande “light” con volontari che non assumevano bibite diet o dolcificanti artificiali. I primi sono risultati più pesanti e con una maggiore circonferenza vita rispetto agli altri. In altre parole, queste bevande favorirebbero l’accumulo di grasso addominale, un forte fattore di rischio per le malattie cardiovascolari. Allo stesso risultato era arrivata una ricerca del 2008 condotta su oltre 3.600 persone, che associava le bibite diet a un rischio doppio di sovrappeso e obesità. E non è l’unico problema: un altro studio del 2015, pubblicato sul British Medical Journal, dimostra che le bibite diet, così come quelle normalmente zuccherate, sono associate a un rischio aumentato di diabete di tipo 2.

Per non parlare poi dei sospetti di cancerogenicità a carico di certi edulcoranti di sintesi chimica…

Fonte: ilcambiamento.it

Stati Generali delle Green Economy su SEN: ‘Troppo ottimismo su efficienza e rinnovabili’

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Un sostanziale disallineamento con gli obiettivi posti dall’Accordo di Parigi e un quadro troppo ottimistico sull’efficienza energetica e le fonti rinnovabili. Alcune osservazioni sulla Strategia Energetica Nazionale. Mancanza di un raccordo tra la SEN, la Strategia Energetica Nazionale, e il processo di elaborazione del Piano nazionale energia e clima e un sostanziale disallineamento con gli obiettivi posti dall’Accordo di Parigi; un quadro troppo ottimistico sull’ efficienza energetica e le fonti rinnovabili. Queste alcune osservazioni sulla nuova SEN presentate, quale contributo alla consultazione, dal Gruppo di lavoro Politiche climatiche ed energetiche, composto da oltre 50 tra esperti e rappresentanti di associazioni di diversi settori, nell’ambito del processo partecipativo degli Stati generali della green economy. Il documento inoltrato al Ministero dello sviluppo economico rappresenta una piattaforma condivisa per una serie di proposte sulla SEN e anche alcune indicazioni per il futuro Piano nazionale energia e clima. In particolare il disallineamento della SEN con l’accordo di Parigi sul clima, appare evidente nella scelta di un orizzonte temporale di poco più di un decennio, che non consente di valutare in modo adeguato la compatibilità di investimenti ritenuti strategici nella transizione energetica, a cominciare da quelli sulle infrastrutture. Inoltre, sottolinea il Documento del gruppo di lavoro, l’adozione dei target del Pacchetto europeo clima ed energia, che è già oggi insufficienti a conseguire gli obiettivi di Parigi, porta a sovrastimare il carbon budget realmente disponibile per l’Italia. Secondo il Documento, per limitare l’aumento della temperatura media globale tra 1,5 e 2°C rispetto al periodo pre-industriale le emissioni italiane di gas serra dovrebbero dimezzarsi tra il 1990 e il 2030, mentre lo scenario di riferimento utilizzato nella SEN prevede un taglio del 30% (oggi il taglio conseguito è già di circa il 20%).

Secondo l’unico scenario emissivo adottato nella SEN, da qui al 2030 dovremmo rallentare il processo di decarbonizzazione già in corso, ma per poter rispettare gli impegni di Parigi a partire dal 2030 dovremmo nuovamente accelerare, arrivando a neutralizzare le nostre emissioni di carbonio entro il 2050” – afferma Andrea Barbabella, Coordinatore insieme a Natale Massimo Caminiti del Gruppo di lavoro e Responsabile ricerche e progetti della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – per evitare nuovi stop and go, che sarebbero dannosi all’ambiente quanto alla competitività del nostro sistema industriale, è necessario introdurre nella SEN almeno un secondo scenario compatibile con gli obiettivi di decarbonizzazione a medio e lungo alla base dell’Accordo globale sul clima”.

Il documento critica anche le valutazioni ottimistiche fatte in materia di efficienza energetica e fonti rinnovabili. Sul lato dell’efficienza si fanno continui riferimenti al fatto che l’Italia, che ha valori di intensità energetica (ossia quantitativi di energia consumata per unità di PIL) inferiori agli altri partner europei, sia già a buon punto. Ma, considerando anche le differenze in termini di clima o di struttura produttiva, e guardando non solo al valore assoluto ma agli avanzamenti compiuti negli ultimi anni, l’Italia in realtà farebbe peggio della media e delle altre principali economie europee. Per quanto riguarda le rinnovabili, i buoni risultati raggiunti, più volte richiamati dalla SEN, sono in realtà messi in crisi da quanto accaduto negli ultimissimi anni, con un forte rallentamento nella crescita di queste tecnologie che addirittura, nel settore della produzione elettrica, ha portato per la prima volta nella storia recente a un calo della produzione rinnovabile e a una ripresa di quella da fonti fossili, con le emissioni che sono passate da 309 gCO2eq nel 2014 a 331 nel 2016). Il Documento chiede, pertanto, di puntare a obiettivi più ambiziosi, in linea con gli impegni di Parigi, e pari a un taglio dei consumi finali di energia del 40% rispetto allo scenario tendenziale e ad almeno il 35% di rinnovabili. Per conseguire tali obiettivi dagli Stati generali arriva la proposta di attivare un fondo nazionale per la transizione energetica, alimentato da un processo di riallocazione degli incentivi ambientalmente dannosi e da un meccanismo efficace di carbon pricing. Per quanto riguarda gli strumenti di promozione dell’efficienza energetica, quelli attuali andranno resi più efficaci e armonizzati per riuscire a promuovere la riqualificazione profonda degli edifici, sfruttare il potenziale significativo ma ancora inespresso del terziario e dell’industria e sviluppare la mobilità sostenibile e sistemi di trasporti più efficienti. Altri due temi vengono richiamati nel documento predisposto dal Gruppo di lavoro degli Stati generali. Il primo riguarda il ruolo del comparto forestale e agro-zootecnico che nella SEN risulta marginale ma che, invece, presenta potenziali importanti, legati ad esempio alla filiera del biogas/biometano o alla capacità di assorbimento della CO2. L’altro tema fa riferimento alla necessità di verificare l’effettivo fabbisogno di nuovi impianti e infrastrutture, anche alla luce di un nuovo scenario al 2050 allineato con Parigi, e di valutare più accuratamente le ricadute in termini di politica industriale per evitare di ripetere gli errori del passato, come quelli che hanno portato al crollo degli investimenti e degli occupati nel settore strategico delle fonti rinnovabili.

Fonte: ecodallecitta.it