L’Università di Torino ai primi posti per la sostenibilità ambientale

L’Università di Torino, anche questa volta, non perde occasione per far parlare di sé conquistando i primi posti tra gli atenei come buon esempio in fatto di sostenibilità, per le sue azioni e politiche attuate per ridurre i consumi e migliorare il suo impatto ambientale e sociale. L’Università di Torino è il secondo Ateneo italiano all’interno di una classifica internazionale che valuta la sostenibilità ambientale e sociale di circa 800 campus universitari. Nell’edizione appena pubblicata del “GreenMetric 2019” l’Ateneo torinese si è piazzato al secondo posto, confermando la posizione dello scorso anno, tra le 29 università italiane partecipanti, preceduto solo da quello di Bologna. A livello internazionale, inoltre, si è classificato al 41° posto su 780 università partecipanti testimoniando una crescita progressiva: nel 2018 aveva raggiunto la 47° posizione, nel 2017 la 55°, come dichiarato nel comunicato stampa di UniTo. La classifica assegna un punteggio in base ai dati inviati dagli atenei sulle azioni e sulle politiche attuate per ridurre i consumi e migliorare la sostenibilità, mettendo in luce gli sforzi ecologici compiuti dalle università e suggerendo possibili aree di intervento, che spesso richiedono il coinvolgimento degli altri enti e attori locali.

Foto tratta da UniToGO

La classifica prende in considerazione gli indicatori relativi a diversi ambiti quali infrastrutture (dati generali dell’ateneo, aree verdi e budget dedicato alla sostenibilità), energia (consumi e politiche per ridurne l’impatto), rifiuti (trattamento e riciclo), acqua (conservazione e riciclo), trasporti (politiche per la mobilità sostenibile nelle sedi universitarie), didattica e ricerca (corsi, progetti e prodotti di ricerca in materia di sostenibilità e diffusione delle conoscenze alla società). Quest’anno, in particolare, ai primi cento posti di GreenMetric 2019 sono presenti ben 4 Atenei italiani: oltre all’Università di Torino, figurano Bologna (1° italiana, 14° globale), Venezia Ca’ Foscari (3° italiana, 99° globale) e Milano Bicocca (4° italiana, 101° globale). Come spiegato nella nota stampa, per velocizzare e migliorare la transizione verso un “mondo verde”, nel 2016 l’Università di Torino ha varato il progetto UniToGO – Green Office di Ateneo, ora parte integrante della struttura amministrativa, con l’obiettivo di progettare e promuovere iniziative in tema di sostenibilità ambientale attraverso un network multidisciplinare che unisce e docenti, ricercatori e ricercatrici, personale tecnico e amministrativo, studenti e studentesse.

Foto tratta da UniToGO

L’Università di Torino, inoltre, aderisce da sei anni alla classifica degli atenei eco-sostenibili creata dall’Università indonesiana di Jakarta con l’obiettivo di spingere decisori e stakeholders a impegnarsi nella lotta ai cambiamenti climatici con una gestione efficiente di acqua e energia, riciclaggio dei rifiuti e mobilità sostenibile, e di promuovere nella società comportamenti maggiormente attenti alla tutela ambientale.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/12/universita-torino-primi-posti-sostenibilita-ambientale/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Le donne del Pollino per la rinascita della Calabria

A Civita, nel nord della Calabria, un gruppo di donne è riuscita a sfidare il pensiero vigente, portando in consiglio comunale una lista tutta al femminile tesa a riattivare una democrazia locale sopita e soprattutto a coinvolgere e rendere protagoniste – a livello sociale e politico – le tantissime donne che silenziosamente vivono e portano avanti questi magnifici territori pregni di ricchezze e contraddizioni. Arriviamo a Civita, in provincia di Cosenza e nei pressi del Pollino, all’imbrunire e in leggero ritardo. Con Paolo “corriamo” nel luogo indicatoci dalle protagoniste dell’intervista che stiamo per realizzare e restiamo subito abbagliati dalla bellezza del paesaggio, tra montagne e “gole” del fiume Raganello. Pochi passi e vedo tre giovani donne sedute su una panchina, una di esse mi sorride e capisco immediatamente che è la persona con cui avevamo fissato l’incontro, Michela Cusano. Accanto a lei Maria Pirrone e Eliana Bruno.

Donne del Pollino

La storia che ci stanno per raccontare è quella dell’Osservatorio Donne Pollino, una storia di resistenza, di comunità, di vittorie, difficoltà, paure, realizzazioni. L’Osservatorio nasce nel 2016, pochi mesi dopo l’arrivo di Michela – di origine romana – qui a Civita. Michela era incinta e cercava un luogo dove poter far nascere e crescere il figlio. Giunta a Civita è subito rimasta colpita dalla presenza delle donne che lei definisce “incredibile”.

«Venivo costantemente accudita da queste donne nonostante fossi per loro una “sconosciuta”, era tutto un voler scambiare e parlare. Mi sono presto accorta che queste donne tenevano una sorta di microeconomia. Pastore e contadine preservano senza sovrastrutture antiche pratiche condivise. Una economia circolare, istintiva dovuta alla necessità di sopravvivere in un territorio a tratti difficile. Spesso qui la spesa non la fai in piazza, ma in montagna!».

Michela doveva fermarsi a Civita per poche settimane e invece ci è rimasta per anni. Inizialmente, insieme ad un gruppo di amiche di Genuino Clandestino o del Teatro Valle occupato, cominciano a fotografare le donne del posto mentre lavoravano insieme, organizzavano le dispense invernali, o le attività legate al rammendo, il ricamo, il cucito. Molte donne lavorano ricamando l’oro per alcune vesti ecclesiastiche. Anche i b&b sono spesso gestite dal cosiddetto “sesso debole”. Eppure – socialmente e politicamente – le donne erano “escluse”, assenti, quasi invisibili.

«Erano tante, ma chiuse nelle loro case e nelle loro cose – spiega Michela nel video che vi proponiamo – e quindi ho pensato di trovare l’occasione per aggregarle, per tirarle fuori, venire allo scoperto».

L’occasione sono state le elezioni comunali del 2019, quando Michela e altre donne del posto decidono di presentare una lista tutta al femminile. Ma tra il dire e il fare…

Mentre all’inizio molte cittadine si erano dette interessate, infatti, sono presto emerse le prime difficoltà: le famiglie si sono opposte, i mariti, i fratelli, i genitori, persino le istituzioni. Molte potenziali candidate sono state vessate, bloccate.

Già, si sa, ladonna sta a casa con i figli… «Ci hanno deriso. Non apertamente magari perché non potevano, però a denti stretti non siamo state prese sul serio – continua Michela – Ma alla fine siamo riuscite a costituire una lista e parlando nelle case con gli abitanti del posto, perché qua si va a chiedere il voto casa per casa, abbiamo scoperto che in molti casi votavano solo gli uomini o comunque molte donne tendevano ad affermare solo ciò che veniva dettato dalla famiglia».

Michela, Eliana, Maria e le altre, però, non si sono arrese e alla fine la lista ha raccolto oltre 100 voti su 500, raggiungendo il 20%. Per la prima volta dopo anni a Civita è stata eletta un’opposizione, formata da tre consigliere, che si sono subito attivate per portare in Amministrazione una serie di tematiche e di modalità “inusuali”. Tra queste, il tema – purtroppo grandemente sottovalutato in tutta Italia e in Calabria in particolare – della violenza sulle donne. Le consigliere, infatti, hanno contattato la casa delle donne dell’Aspromonte e un centro antiviolenza di Corigliano, per poi formarsi con l’obiettivo di aprire un centro di ascolto per donne a Civita. Il percorso è solo all’inizio. Le difficoltà non mancano. La mentalità vigente non viene certo scalfita da una singola elezione e il pensiero dominante è pervasivo e insidioso. Ma questa storia dimostra come con il dialogo, l’ascolto e la capacità di mettersi in gioco in prima persona si possano abbattere i più grandi tabù. Magari partendo dalla sapienza delle agricoltrici e delle pastore calabresi e dalla lucida follia di una romana che vaga inquieta per il Sud Italia alla ricerca di radici e cambiamento.

Intanto le cose si muovono, a piccoli passi ma si muovono.

Oggi a Civita, e domani? Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/01/donne-del-pollino-rinascita-calabria-io-faccio-cosi-273/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

“La Medicina che vorrei è personalizzata, integrata e umanizzata”

L’uomo non è né un oggetto né una macchina, ma una realtà estremamente complessa che oggi, per la sua cura o il suo mantenimento in salute, ha bisogno di una medicina personalizzata, integrata e umanizzata. Parte da questo presupposto l’ultimo libro del dottor Roberto Gava che, dopo quarant’anni di pratica medica, riporta le sue riflessioni sul significato della malattia e sulla crisi della figura del medico.

 “La medicina che vorrei. Personalizzata, integrata e umanizzata”. È questo il titolo dell’ultimo libro del dottor Roberto Gava, cardiologo, farmacologo clinico ed esperto di medicina integrata.

Il testo pone in maniera forte la necessità di una riflessione su cosa voglia dire essere medico al giorno d’oggi e quali siano le reali opportunità di cura della medicina moderna. Gava parla a tutti e in un linguaggio semplice riesce ad affrontare i temi legati alla salute, alla malattia, ai ruoli di chi è paziente o professionista con uno sguardo complessivo su tutte gli aspetti che compongono il puzzle del mondo medico. A mio parere un aspetto molto interessante che Gava tratta è la funzione del medico come maestro, come accompagnatore nel percorso di guarigione e di conoscenza di se stessi. Infatti – sia per gli aspetti pratici degli stili di vita e delle terapie possibili, sia per l’approccio psicologico e spirituale sul senso profondo di ciò che accade – il medico dovrebbe essere una guida, un educatore.

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La relazione del dottor Roberto Gava ad un convegno di qualche anno fa

Il metodo scientifico e la Medicina Basata sulle Prove (EBM) sono un importante pilastro dell’esercizio della professione ma l’essere umano è molto più complesso e dinamico e non può essere studiato solo dalle leggi statistiche e matematiche. Appartengono all’uomo percezioni, sentimenti, convinzioni e prospettive che possono essere affrontate attraverso conoscenze non riduzioniste e capacità relazionali fatte di interpretazioni e linguaggi diversi. Le leggi della natura descrivono meccanismi non lineari, relazioni interdipendenti dei sistemi, fenomeni non omogenei che sono tutti in relazione tra loro, ai diversi livelli, e concorrono a definire la singola persona fatta di corpo, mente e spirito. Al paziente, quindi, si restituisce un significato più completo e approfondito del suo disagio, della sua storia e quindi più efficacemente “trattabile”. Così il medico dovrebbe approfondire la conoscenza dell’Uomo in tutti i suoi aspetti sapendo che si ha a che fare non solo con cellule, organi e tessuti e che non si parla solo di parametri misurabili e riproducibili ma anche di aspetti immateriali, di dinamiche di adattamento e di compensazione con regole precise, molto spesso prevedibili. Quindi la futura medicina dovrà necessariamente avere la caratteristica di essere personalizzata su quella specifica persona non valutabile solo dalla manifestazione della malattia che nella pratica più comune è solo l’ultimo evento visibile, la goccia che ha fatto traboccare il vaso ma che proviene da squilibri di anni, da scorretti stili di vita, da poca conoscenza e attenzione a se stessi e da altri aspetti che è importante prendere in considerazione.

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Franco Berrino e Roberto Gava

Il medico deve essere in grado di aver acquisito più competenze e conoscenze possibili sulle diverse opportunità terapeutiche a disposizione per meglio personalizzare la cura. Solo se il professionista saprà integrare metodi e saperi, che reputa efficaci, anche oltre le linee guida della medicina industriale e convenzionale, potrà rispondere a quelle che sono le sempre più emergenti esigenze di molti: essere guardati e ascoltati con maggiore profondità ed essere aiutati globalmente per risolvere il malessere complessivo, la paura, la sfiducia oltre che il malfunzionamento di quell’organo. Le medicine energetiche, naturali e tradizionali spesso definite non convenzionali (CAM) hanno la capacità di essere molto più mirate e rispettose dell’intero organismo e riescono ad agire su aspetti dove la farmacologia non riesce ad arrivare.

Infatti solo l’intero organismo riesce a sostenere la funzionalità della parte più debole, quella “malata” e quindi diventa fondamentale agire sempre anche su tutto il sistema perché lì c’è la forza per ristabilire le giuste dinamiche. È l’intero organismo che agisce, che regola, che difende e che sostiene la vita. Le medicine energetiche e tradizionali (l’Omeopatia, la Medicina Tradizionale Cinese e molte altre) sono un bagaglio conoscitivo molto importante per capire cosa poter fare. Tanto più che le patologie definite croniche sono spesso in realtà delle patologie che non si è riusciti a risolvere con l’uso dei soli farmaci di sintesi. Ora i professionisti vedono molte persone, dipendenti dalle terapie farmacologiche, a cui viene stabilizzato uno o più parametri ma con un indebolimento e una perdita di energia generale, che sarebbe invece la vera risorsa curativa.

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Appartiene sia al ruolo del medico che a quello del paziente la presa di responsabilità della propria vita e delle proprie scelte. Scienza, conoscenza, consapevolezza e ricerca personale sono elementi da integrare nel percorso di ognuno. E Gava pensa che sia proprio il medico, con il riconosciuto potere ancestrale presente in ogni civiltà, ad indicare la direzione, come propria missione di vita. Ma questo presuppone che il medico e il paziente possano scegliere di volta in volta cosa fare, come, quando. La libertà di scelta terapeutica è un valore acquisito in anni di negoziazione civile e politica. Nel percorso di cura libertà e responsabilità vanno di pari passo e sono il traino per un cambiamento davvero più soddisfacente, più evolutivo, più amorevole oltre che per una maggior efficacia di cura. Invece capita troppo spesso che il medico debba adattare il paziente alle Linee Guida istituzionali, calate dall’alto, uguali per tutti e soggette alle lobbies dei “Poteri Forti” e del consumismo farmaceutico. Roberto Gava nel libro la chiama “medicina amministrata” (termine utilizzato dal professor Ivan Cavicchi), che vuole sostituirsi a ciò che il medico, in quel singolo caso e per la propria esperienza, ritiene maggiormente utile fare. Il libro tratta molti temi che, anche per persone senza una competenza specifica, possono essere utili per capire meglio cosa può esserci dietro ad un evento patologico più o meno grave o quali opportunità per trattare le patologie. Il lettore troverà come la malattia possa essere indagata e quindi con quale approccio o con quali aspettative chiedere l’aiuto del medico. Molti i riferimenti ai contributi di colleghi, molti gli esempi e le spiegazioni. Ciò che importa è continuare ad imparare senza chiusure culturali, senza dogmi e volendo mettere a disposizione disinteressata la propria esperienza. La sincera intenzione di essere d’aiuto è un potere di cui essere molto più consapevoli. Questo aiuterebbe gli stessi medici ad incarnare lo spirito di ciò che la propria professione li chiama ad agire e a migliorare continuamente con umiltà e soddisfazione.

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La petizione: «Salviamo i boschi dal saccheggio»

Sono cittadini ed esperti i promotori del gruppo che ha lanciato una petizione per chiedere che la gestione del patrimonio boschivo passi dal Ministero per le attività produttive al Ministero dell’ambiente e che si fermi «il saccheggio» che sta mettendo a rischio ecosistemi e territori. Li abbiamo intervistati.

La petizione: «Salviamo i boschi dal saccheggio»

Sono cittadini ed esperti i promotori del gruppo che ha lanciato una petizione per chiedere che la gestione del patrimonio boschivo passi dal Ministero per le attività produttive al Ministero dell’ambiente e che si fermi «il saccheggio» che sta mettendo a rischio ecosistemi e territori. Abbiamo intervistato Diego Infante, uno dei promotori dell’iniziativa.

«Troppo spesso e per troppo tempo i boschi sono stati visti per troppo tempo come materia inerte, non come preziosi serbatoi di biodiversità da tramandare alle future generazioni. Ed è questo il “peccato originale” che ha fatto sì che un unico dicastero si occupasse di foreste e di agricoltura insieme. Il denominatore comune, infatti, è lo stesso: il produttivismo» spiega Infante.

«Le minacce che incombono sui boschi italiani sono ampie e molteplici: prima fra tutte l’industria delle centrali a biomasse (lautamente sovvenzionate da contributi pubblici in quanto “fonti rinnovabili” secondo la direttiva UE “RED II”). Come si asserisce dall’Accademia dei Lincei, nate per bruciare scarti di potatura, adesso ingoiano intere foreste – prosegue Infante – E vi è il nuovo Testo Unico in materia di Foreste e Filiere forestali (TUFF) approvato dal governo Gentiloni, in virtù del quale si introduce una «gestione attiva» volta, di fatto, all’incremento dei tagli, senza alcuna distinzione tra boschi da destinare alla produzione e quelli da lasciare all’evoluzione spontanea, con l’ulteriore aggravante che Regioni e Province autonome possono sostituirsi ai legittimi proprietari di «terreni incolti, abbandonati o silenti» per ripristinarne la “gestione produttiva”, addirittura coatta nel caso in cui non si raggiungano accordi coi suddetti possessori. Al fondo di questo interventismo gestionale è la discutibile idea (eufemismo) che i boschi non “puliti” o in alcuni casi non convertiti a ceduo, potrebbero provocare incendi e dissesto idrogeologico».

«Per non parlare poi dei modi in cui sono eseguiti i tagli: ormai sempre più spesso intervengono ditte senza scrupoli che sfruttano manovalanza straniera a basso costo (la pratica della ceduazione, già discutibile di suo, troppo spesso diventa “di rapina”, senza contare l’utilizzo di macchinari sempre più grandi che aprono nuove piste con conseguenti ulteriori rischi idrogeologici) – aggiunge il promotore della petizione – Da segnalare altresì una delle ultime strategie adottate dalle amministrazioni comunali: la vendita di porzioni di bosco al solo scopo di fare cassa (esemplare la vicenda del Comune di Paola, in provincia di Cosenza, dove 22 ettari di faggeta stavano per scomparire, operazione poi bloccata da proteste e petizioni). L’apparato sanzionatorio, poi, risulta risibile: basti pensare, a titolo d’esempio, che l’abbattimento abusivo in una fustaia piemontese di un salice o di un pioppo di dimensioni “eccezionali” (da 82,5 cm di diametro in su, purché non monumentale) viene sanzionato – sempre nel caso in cui si trovi il responsabile – con una multa di soli 60 euro».

«Malgrado il silenzio assordante della politica e della stampa, i ragguardevoli risultati raggiunti da questa petizione si devono all’impegno profuso da un gruppo nato su Facebook: “Liberi pensatori a difesa della natura”, che mi onoro di aver fondato: in questa sede ho potuto portare il mio contributo di studioso di filosofia indiana e antropologia culturale, con l’obiettivo di traslare il pensiero olistico nel regno del riduzionismo – prosegue Infante – In effetti si può ben dire che con il solo ausilio dei social network e di alcune testate che ci hanno sostenuto, come Terra Nuova e Il Cambiamento, nonché del comitato dei promotori che riunisce in una ricca compagine le migliori professionalità del mondo accademico, scientifico e ambientalista, siamo riusciti a scardinare il monopolio culturale di un mondo forestale interventista sempre più autoreferenziale e ripiegato sui dogmi della quantificazione numerica. Riteniamo infatti che ciascuno, con il proprio bagaglio di competenze – siano esse scientifiche o umanistiche – possa offrire il proprio contributo alla soluzione di problemi, che per complessità e interconnessioni reciproche, necessitano di superare l’ormai assurda e datata partizione dei saperi. Se questo obiettivo può dirsi raggiunto, non possiamo dire altrettanto per ciò che ci prefiggiamo con la petizione: finora sia i “decisori” che la politica in generale sono rimasti in completo silenzio. E questo è molto grave, perché è dalla mancanza di risposte che nascono complottismi vari e fake news».   

«In parole molto semplici, chiediamo a gran voce l’abbandono di una anacronistica gestione dei boschi tarata sul produttivismo, a vantaggio di una improntata a criteri prettamente conservativi. Ora, dal momento che il Ministero dell’Ambiente ha come scopo precipuo la tutela del territorio, riteniamo sia questo il dicastero deputato a gestire in maniera conservativa il nostro patrimonio forestale. Ma la petizione si fa portavoce di una proposta di più ampio respiro, che incide sull’architettura costituzionale: riportare la competenza sui boschi pubblici e privati dagli enti locali allo Stato centrale (possibilità sancita dall’art. 138 della Costituzione). Buona parte degli scempi (vedasi Toscana), infatti, viene deliberata proprio in seno alle medesime regioni».

«Di più facile portata, invece, l’obiettivo di acquisire al demanio dello Stato i boschi di maggior pregio e quelli “di protezione” – prosegue Infante – che difendono il territorio da valanghe e dissesto idrogeologico. Altresì riteniamo che occorra implementare la messa a dimora di alberi in aree agricole non utilizzate (come del resto già accade con la pioppicoltura), per ricavarne legna da destinare agli usi umani. Del resto, avendo ormai perso la sacralità della natura, non possiamo che affidarci alla legge positiva per tentare di ricreare il contrappunto laico del bosco sacro che ancora oggi (r)esiste in Oriente. Eppure, le notizie che giungono dai parchi nazionali non lasciano presagire nulla di buono: 20 milioni di euro per nuovi impianti sciistici nel cuore del Parco Nazionale della Majella, 30 per espandere il comprensorio di Campitello Matese (CB), in quello che è il neonato Parco Nazionale del Matese. Sui parchi pende peraltro un’inquietante ipoteca rappresentata da un Protocollo d’intesa siglato in data 12 giugno 2019 tra Federparchi e FederlegnoArredo, che apre a cavalli di Troia quali “valorizzazione” e “sviluppo sostenibile”, ormai assurti a veri e propri specchietti per le allodole».

«Altresì facciamo nostra la proposta del Prof. Bartolomeo Schirone dell’Università degli Studi della Tuscia: il 50% delle foreste italiane va lasciato all’evoluzione spontanea, il restante deve essere destinato a utilizzazioni meno impattanti. In tal senso, un esempio è offerto dalla cosiddetta “silvicoltura sistemica” approntata dal Prof. Orazio Ciancio – prosegue nelle sue dichiarazioni Infante – Purtroppo devo dire che al di là delle decine di migliaia di firmatari della petizione, siamo stati completamente ignorati dalla stampa, dalla politica e dalle associazioni ambientaliste. Con ogni probabilità, gli spin doctor suggeriscono di non impegnarsi su temi che hanno scarsa presa sull’opinione pubblica, perché giudicati troppo complessi: molto più semplice rifarsi una verginità con operazioni del tipo “piantiamo un alberello”, laddove è ovvio che un albero maturo non potrà mai offrire gli stessi benefici ecosistemici di una giovane pianta. Su questo disinteresse generalizzato è possibile produrre innumerevoli considerazioni: al fondo vi è una generale indifferenza degli italiani nei confronti dell’ambiente (soprattutto se raffrontata con la sensibilità vigente nei Paesi germanofoni: a mancare è il mito del primigenio, della wilderness, della foresta primordiale – Urwald – né possiamo dire d’avere alle spalle la caratura “ambientale”del romanticismo tedesco). Alle nostre latitudini prevale invece l’idea di “bosco pulito”, privo di quel caos creativo che ne sancisce la magnificenza. Colgo l’occasione per precisare come il disastro occorso nel Nord-Est a seguito della tempesta “Vaia” è solo in parte da attribuirsi all’eccezionalità dell’evento meteorologico: foreste miste e disetanee resistono meglio delle monocolture artificiali (ma forse i turisti perderebbero le loro rassicuranti cartoline…). Eppure, nonostante lo sconfortante panorama complessivo, una delle poche sponde l’abbiamo infine trovata nel Dipartimento Dafne dell’Università della Tuscia: il 10 dicembre 2019 si è infatti svolto a Viterbo un importante convegno nel segno dell’interdisciplinarità denominato “Perché conservare le foreste”, che ha visto la partecipazione del sottoscritto in qualità di relatore. È grazie al team di quella Università, sotto la guida esperta del Prof. Gianluca Piovesan, che possiamo ammirare gli alberi più antichi d’Italia e d’Europa (tra i più noti: il pino nero abbarbicato su un costone della Majella, accreditato di 900 anni; il pino loricato “Italus”, che con i suoi 1230 anni risulta essere l’albero più antico d’Europa che sia stato sottoposto ad analisi scientifiche; infine due faggi, denominati “Norman” e “Michele” di 620 anni, scoperti sempre sul massiccio del Pollino. Lo stesso team è inoltre responsabile della scoperta di una decine di faggete vetuste, poi inserite nel Patrimonio Mondiale dell’UNESCO».

«In un Paese distratto e assente, ripiegato nel culto autoreferenziale delle proprie mitologie umanistiche e urbanocentriche, aver scoperto lembi di foreste antiche ha dell’eccezionale e connota l’attività del Dafne come un vero e proprio atto d’eroismo – conclude Infante – In fondo, quel che vogliamo dire con la nostra petizione è che noi dipendiamo dalle foreste, ma oggi sono esse che dipendono da noi: impegniamoci a dare loro voce».

QUI per firmare la petizione

Fonte: ilcambiamento.it

Ma21Cuore Verde: la fattoria familiare che coltiva erbe aromatiche e promuove la biodinamica

Emanuele Tellini racconta della fattoria Cuore Verde, frutto della passione per l’Antroposofia e per l’agricoltura Biodinamica e di come questa gli abbia permesso di condurre una vita basata su principi di cura e rigenerazione dell’ambiente, della biodiversità e delle persone. La Biodinamica è un settore in crescita con favorevoli dati economici e sempre più supportata dalle crescenti richieste di parte della popolazione, anche in Italia. La fattoria Cuore Verde, a Castel Focognano in provincia di Arezzo, nasce nel 2006. Oggi è una piccola realtà biodinamica di circa 12 ettari, a conduzione familiare, nata della passione per un’agricoltura volta alla sperimentazione di un sistema agroecologico, ad impatto zero.

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Fattoria Cuore Verde

Intervisto Emanuele Tellini, coproprietario di Cuore Verde: «Tutto inizia dall’incontro con la filosofia di Rudolf Steiner: l’Antroposofia. Poi il corso di agricoltura Biodinamica è stato determinante per iniziare questo progetto. La Biodinamica è un metodo ben preciso di coltivazione: non ci si può improvvisare ma bisogna essere ben preparati e aver studiato tutte le sue regole e ci va tempo per osservare e per capire di cosa c’è veramente bisogno per sostenere quel sistema nel suo insieme».

È un sistema di produzione che mira a riprodurre nell’azienda un modello agro-ecologico basato su principi vitali come la sinergia e l’interconnessione tra suolo, animali, coltivazioni, boschi e attività umane in grado di rigenerare le risorse. Tutto concorre alla crescita e alla cura del sistema attraverso la cooperazione dei diversi componenti.

«È per questo che noi usiamo esclusivamente il letame dei nostri animali e anche i semi delle nostre piante, esse imparano ad adattarsi anno dopo anno a questo equilibrio. Anche i parassiti, le infestanti, le lumache che ti mangiano l’insalata saranno cibo per altri animali. Così si compone un organismo agricolo. La presenza, nell’equilibrio, di ogni componente nutrirà altri animali o il terreno stesso e quel nutrimento tornerà in un circolo virtuoso al tuo “organismo agricolo” rigenerandolo continuamente. 

Il contadino partecipa al processo osservando l’intero sistema e intervenendo dove reputa sia necessario. Così ogni “organismo agricolo” è diverso dall’altro e alla fine ogni prodotto di quell’azienda sarà caratteristico di quel progetto. Una individualità che produce prodotti unici.

Fattoria Cuore Verde

Al contrario l’agricoltura convenzionale è una esecuzione di protocolli che prevedo l’uso più o meno massiccio della chimica e che ottiene prodotti standardizzati perché adattati al sistema di produzione meccanico dove l’unico obiettivo è il margine maggiore di guadagno senza tenere conto degli equilibri della natura e dei suoi ritmi. La necessità di realizzare un equilibrio naturale non ci ha permesso di ottenere una immediata entrata nelle casse aziendali. Però una volta che si è stabilito viene mantenuto con costi irrisori. Tanto per fare un esempio la voce “concimazione” ha un costo pari a circa 150 euro l’ettaro l’anno».

In generale, secondo il rapporto Bioreport 2017-2018, il fatturato medio annuo per ettaro è molto maggiore nella Biodinamica che nell’agricoltura biologica e in quella convenzionale di quasi tre volte: 13.000 euro a ettaro nei campi biodinamici, certificati Demeter, a fronte dei 2.441 euro di un’azienda biologica e dei 3.207 euro di un’azienda convenzionale. Oltre la metà delle aziende certificate Demeter si trova nell’Italia settentrionale e in particolare in tre regioni italiane: Trentino Alto Adige, Piemonte ed Emilia-Romagna che da sole ospitano il 45% delle aziende biodinamiche italiane. L’Italia ha un consumo interno di prodotti biodinamici inferiore a paesi Europei come Germania e Olanda ma risulta essere quella che esporta maggiormente all’estero. Quindi importiamo quasi del tutto le erbe più “industriali” ed esportiamo quelle di maggior valore nutrizionale.

Continua Emanuele: «Noi oggi coltiviamo principalmente erbe aromatiche e officinali (circa 20mila piante), ortaggi (5mila m2), olivi (15mila m2), prati a pascolo (30mila m2) per i nostri ovi-caprini per la produzione di letame non per la produzione di latte.»

Le erbe aromatiche e officinali sono il settore più importante per la produzione di Tisane e di Oli Essenziali. A Cuore Verde la raccolta si fa a mano, foglie e fiori vengono commercializzati interi e non triturati per far vedere il prodotto originario e l’essiccazione è naturale. 

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Fattoria Cuore Verde

Le erbe normalmente in commercio, prevalentemente di origine straniera, sono sminuzzate indistintamente con pale che pre-cuociono il materiale facendo perdere l’aroma e la capacità curativa. Invece se ben gestite le piante sono una risorsa medicinale naturale importante. La Lavanda e la Melissa sono utilissime per l’ansia e l’insonnia così come la Malva è un ottimo emolliente per le mucose del sistema digerente. Lo stesso Steiner riteneva che l’Ortica fosse la pianta più depurativa, oggi la utilizziamo anche per le proprietà rimineralizzanti. «Ma bisogna avere un prodotto di prima qualità dove le forze vitali siano state supportate e protette così come i valori nutrizionali e i cicli naturali caratteristici».

Molto importante per la sostenibilità economica di questo progetto è stata la collaborazione con La Grande Via, l’associazione del prof. Berrino, medico, epidemiologo, già direttore del Dipartimento di Medicina Preventiva e Predittiva dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, poco distante dalla Fattoria. La possibilità di entrare a far parte della Guida Nomade che raccoglie aziende virtuose, a cui Italia che Cambia collabora, e di poter far conoscere le caratteristiche del proprio lavoro ad un pubblico già molto sensibilizzato verso una buona alimentazione, uno stile di vita salutare e un’attitudine alla spiritualità, può determinare la riuscita un progetto

«La cura della terra e dell’ambiente va di pari passo con la cura delle persone e della società  per chi sceglie di vivere non di un mestiere ma di una passione. Il mio sogno è riuscire a dialogare anche con chi è molto distante da me come mentalità per cercare insieme di ricreare quelle connessioni perdute con la Natura che rigenerebbero le nostre vite».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/01/cuore-verde-fattoria-familiare-coltiva-erbe-aromatiche-promuove-biodinamica/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Come si produce e consuma il cibo in tempi di crisi climatica?

Negli spazi della Fondazione Pistoletto artisti e professionisti si sono incontrati per comprendere come i produttori locali si possano attrezzare in vista dei cambiamenti climatici, prendendo come spunto l’area agricola del Biellese. Un workshop multidisciplinare che attinge alla ricerca, alla letteratura e alla teoria della psicologia ambientale e del design urbano per far progredire la comprensione di ciò che rende efficaci gli spazi di aggregazione pubblica: sono questi, in sintesi, gli obiettivi e le peculiarità dell’iniziativa formativa promossa da UNIDEE e Illycaffè S.p.A., nata per celebrare i vent’anni di collaborazione tra le due realtà. Il riferimento è a Climavore: Losing Cultures, che si rivolge ad artisti, architetti e designer con la finalità di indagare nuove forme di produzione e consumo di cibo in tempi di crisi climatica. Il tema centrale non è casuale: il modulo è guidato dal duo artistico Cooking Sections (composto da Daniel Fernández Pascual e Alon Schwabe), che porta avanti da anni una ricerca su come il cambiamento climatico stia ridisegnando le frontiere di territori legati a specifiche produzioni agricole in tutta Europa. Cosa si mangia in un periodo di siccità? Come si innaffia senza acqua? In che modo i pesci si sono trasformati da cibo a fonte di inquinamento? Queste sono solo alcune delle questioni affrontate durante il workshop.

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“Diversamente da un onnivoro, un carnivoro, un vegetariano o un vegano – si legge in un estratto dell’outline del modulo – Climavore utilizza le diete come strumento per indagare le scelte alimentari umane durante l’attuale cambiamento climatico. Questo implica trovare nuovi modi per adattare i nostri modelli di produzione e consumo alimentare, nonché i nostri immaginari culturali, a trasformazioni ambientali sempre più evidenti indotte dall’uomo. Utilizzando il caso della Regione Piemonte, il workshop verterà su come i cambiamenti climatici stiano sfidando la correlazione tra “origine” e “qualità” in tutta Europa”.

Il workshop ha previsto una serie di incontri e visite in linea coi contenuti del modulo. In quest’ottica, mentori e partecipanti sono stati alla “Tenuta Margherita”, dove Andrea Calciati (UNIDEE Digital Comunication Consultant) ha illustrato loro come una tenuta agricola attiva dal 1904, per far fronte ai cambiamenti globali tra clima, mercati e territorio, abbia scelto di puntare alla qualità e alla cura del territorio, invece che alla quantità; un processo che avviene anche grazie all’utilizzo di macchinari degli anni ’40 e ’50.

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Successivamente il gruppo è stato al mercatino settimanale di Let Eat Bi e, per l’occasione, Armona Pistoletto ha illustrato ai presenti le peculiarità dell’associazione che presiede. L’ultimo talk ha visto come relatore il viticoltore Daniele Garella (comunicazione web di Cittadellarte), che ha focalizzato il suo incontro sul vino piemontese e biellese, con un focus sulla sua produzione e sull’impatto che il cambiamento climatico ha sul territorio.

Articolo tratto da: Journal Cittadellarte

La nuova vita di una famiglia in una Casetta Ben Nascosta nel bosco

Stanchi dello stress causato dal lavoro, Jyothi e Daniele hanno deciso di cambiare radicalmente e di andare a vivere con i figli sulle pendici del Monte Cimino in un casale di campagna che hanno ristrutturato e ribattezzato La Casetta ben Nascosta del Bosco. Qui sperimentano un vivere sostenibile fatto di autoproduzione, riciclo creativo, contemplazione e riscoperta delle relazioni e della comunità.

 “Dimmi, piccolina, se ne usciamo vivi, che cosa ti farebbe veramente piacere?

“Ritrovare Ernest – disse subito Celestine. – E tornare con lui nella casetta ben nascosta nel bosco”

Da questo passo del libro Ernest e Celestine, scritto da Pennac, Jyothi e Daniele hanno preso spunto per battezzare la loro casa-laboratorio per una vita sostenibile con il nome La Casetta ben Nascosta nel Bosco. La coppia fino a qualche anno fa conduceva insieme ai tre figli una delle tipiche vite che comunemente si ritengono essere di successo. Dagli Stati Uniti, dove allora abitavano, hanno iniziato tuttavia ad osservare ciò che oggi è diventato evidente anche in Europa, ovvero “come la società ci fa correre, non ci consente di essere presenti e di coltivare le relazioni per poi riempirci di stupidaggini così da sopperire al fatto di essere come un criceto sulla ruota”.

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La Casetta ben Nascosta nel Bosco

«I bambini – ci ha raccontato Daniele – vengono sempre più spesso cresciuti da dispositivi elettronici, mentre gli algoritmi decidono sempre di più le nostre vite».

Lasciato il lavoro nel settore hi-tech, dunque, Daniele e la sua famiglia, hanno deciso di tornare in Europa e, successivamente, in Italia. Visti una decina di casali in campagna fra Lazio, Umbria e Toscana, Jyothi e Daniele hanno trovato “in uno di quei posti che ci arrivi solo se lo sai, o se ti perdi” quella che sarebbe diventata La Casetta ben Nascosta nel Bosco, a Soriano nel Cimino. La casetta anni ‘50 è circondata da ulivi e noccioli, qualche castagno e noce, meli, ciliegie e fichi. I primi mesi nella nuova casa sono stati dedicati a rendere agibili un paio di stanze, mentre oggi la vecchia stalla è diventata un bagno. Poco lontano c’è una yurta e tutt’intorno alla casetta che è stata ristrutturata ci sono i pannelli solari, un orto, una piccola serra e un pollaio.

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Nella casa-laboratorio per una vita sostenibile, Jyothi e Daniele coltivano e producono il proprio cibo: un atto rivoluzionario in un mondo che spinge le persone a mangiare cibo sempre più scadente e alterato. Gli oggetti di scarto, invece, diventano lavori artistici e divertenti, come i vecchi copertoni diventati un gioco per bambini o le lattine e le vecchie scatole di alluminio che diventano strumenti musicali. Questa scelta di vita ha consentito a Jyothi e Daniele di avere più tempo da dedicare a loro stessi, alle relazioni o anche, più semplicemente, alla contemplazione. «Il bombardamento di informazioni e di stimoli cui siamo sottoposti quotidianamente – osserva Daniele – non ci consente né di riflettere né di metabolizzare esperienze ed emozioni, e questo contribuisce a farci ammalare».
Jyothi e Daniele, dunque, intendono continuare a «lavorare il giusto per ottenere il giusto, senza strafare» e si augurano che sempre più persone prendano una decisione simile. «C’è tanta campagna che sta andando in malora, in un’incuria totale. In Olanda – paese da cui proviene Jyothi – le piccole botteghe di stampo familiare sono già state smantellate 25 anni fa senza che neppure le persone se ne accorgessero. In Italia, invece, questo smantellamento è più recente e la società civile inserita in un contesto di borghi e di paesi può essere ancora salvaguardata e ricostruita».

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Dal tornare ad abitare le campagne al fare comunità il passo è breve: ne è un esempio la Comunità Rurale Diffusa nata dalla collaborazione fra i piccoli coltivatori e le famiglie – compresa quella di Jyothi e Daniele – prossimi alla Casetta ben Nascosta nel bosco. Non solo ecovillaggi dunque: secondo Daniele se le persone ripopolassero borghi e paesi le comunità si creerebbero spontaneamente. Si potrebbe ricominciare ad andare a piedi, incontrarsi sulla piazza e raccontarsi quello che succede.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/12/nuova-famiglia-casetta-ben-nascosta-bosco/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Il 2020 è… l’anno internazionale della salute delle piante!

Emergenza climatica, inquinamento e problemi ambientali. E se questo nuovo anno fosse all’insegna della biodiversità e della tutela degli ecosistemi? La FAO ha proclamato il 2020 “Anno internazionale della Salute delle Piante” per aumentare la consapevolezza verso i problemi legati al mondo vegetale e garantire la tutela della nostra salute e di quella del pianeta. Inizia il nuovo anno e porta con sé tanti buoni propositi. Tra questi, in particolare, c’è un obiettivo che ci vorrebbe tutti coinvolti allo stesso modo: l’ambiente e la cura delle piante. L’assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 2020 “Anno internazionale della salute delle piante”, affinché la comunità internazionale riconosca l’importanza del mondo vegetale, della sua e della nostra salute. Ecosistemi agricoli, forestali, acquatici: la salute delle piante costituisce un presupposto necessario per garantire sicurezza alimentare, approvvigionamento delle materie prime e biodiversità. Lo sapevate che le piante costituiscono l’80% del cibo che mangiamo e producono il 98% dell’ossigeno che respiriamo? Tuttavia, ogni anno fino al 40% delle coltivazioni mondiali viene distrutto da malattie e parassiti, con conseguenze catastrofiche che colpiscono intere popolazioni e con gravissimi danni all’agricoltura, principale fonte di reddito per molte comunità.

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Per questo motivo le politiche e gli interventi per promuovere la salute delle piante sono considerati fondamentali per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, proprio come testimoniato dall’obiettivo 2 che si prefigge di porre fine alla fame, realizzare la sicurezza alimentare e una migliore nutrizione promuovendo l’agricoltura sostenibile o come definito dall’obiettivo 15 che intende proteggere gli ecosistemi terrestri.

«Come per la salute umana o animale, anche per le piante prevenire è meglio che curare», ha sottolineato Qu Dongyu, Direttore Generale della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura) a margine della riunione del Consiglio dell’Agenzia delle Nazioni Unite. Proteggere il mondo vegetale da malattie e parassiti risulta infatti molto più economico che affrontare le emergenze fitosanitarie in quanto, spesso, queste sono impossibili da debellare e la loro gestione è lunga e costosa. Con l’inizio di questo nuovo anno diventiamo tutti protettori delle piante, attraverso le numerose azioni che possiamo quotidianamente intraprendere. Sul sito web dedicato a quest’iniziativa sono disponibili consigli e suggerimenti su ciò che ognuno di noi può fare per tutelarne la salute.

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A Torino il Festival sulla salute delle piante

Torino e il Piemonte saranno questo 2020 protagonisti attraverso un percorso che avrà come fulcro il “Festival Plant Health” che si svolgerà a Torino dal 4 al 6 giugno. Saranno tre giorni di conferenze, spettacoli, mostre dedicate alla salute delle piante e dell’ambiente, con lo scopo di coniugare il sapere scientifico con il carattere divulgativo e avvicinare i cittadini al dibattito su temi oggi fondamentali come i cambiamenti climatici, la globalizzazione dei mercati e la sicurezza alimentare. Il progetto è portato avanti da Agroinnova, il Centro di Competenza per l’Innovazione in campo agro-ambientale attivato presso l’Università degli Studi di Torino da ricercatori e ricercatrici che da diversi anni si occupano di difesa delle piante. Saranno diversi i temi che verranno affrontati nelle conferenze e nelle tavole rotonde come comunità sostenibili, azioni per il cambiamento climatico, professioni legate alla cura delle piante, difesa delle colture e dei sistemi agricoli e alimentazione.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/01/2020-anno-internazionale-salute-piante/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Il recupero di un antico mestiere per la rinascita di specie ittiche a rischio estinzione

Recuperare un impianto abbandonato del più antico mulino lungo il fiume Arno per avviare un progetto di itticoltura volto alla conservazione di specie ittiche locali a rischio estinzione, tutelando così la biodiversità e valorizzando il prezioso patrimonio culturale e naturale del territorio. Questo il sogno da cui nasce in Casentino il progetto Antica Acquacoltura Molin di Bucchio di cui ci ha parlato Andrea Gambassini. Un giorno di alcuni anni fa due giovani amici pescatori si sono imbattuti in alcuni pesci bellissimi e rari nelle acque incontaminate alle sorgenti del fiume Arno. Da questo incontro è nato il sogno di fare della conservazione di queste specie ittiche di acqua dolce il loro lavoro, riportando in vita un antico mestiere ed un vecchio impianto di itticoltura abbandonato da oltre cinquant’anni. Siamo in Casentino ed inizia così la storia del progetto Antica Acquacoltura Molin di Bucchio avviato da Andrea Gambassini e Alessandro Volpone nel 2015, anno in cui li abbiamo incontrati e intervistati per la prima volta. Cosa è successo da allora? Ce lo racconta Andrea, che abbiamo risentito proprio qualche giorno fa.

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Ricordaci come tutto è nato

Tutto è iniziato dal nostro proposito di ristrutturare un antico impianto di itticoltura lungo le sorgenti dell’Arno abbandonato ormai da cinquant’anni. L’impianto fa parte dello storico Molino di Bucchio, primo mulino dell’Arno costruito nel 1200. Per noi era inconcepibile che quell’impianto fosse fermo, considerando le acque ottime di questa zona, condizione ideale per allevare il pesce. Il nostro desiderio si è così concretizzato con la ristrutturazione dell’impianto. L’ultima volta che Italia che Cambia è venuta a trovarci stavamo lavorando letteralmente dentro le vasche: le abbiamo svuotate a mano dai sedimenti di decenni di abbandono e in seguito le abbiamo ristrutturate. In un momento in cui molti giovani abbandonano le aree interne, che oggi per questo rischiano lo spopolamento, il nostro sogno era quello di restare qui e avviare un’attività lavorativa fondata su alcuni valori oggi più che mai importanti e necessari: tutela della biodiversità, sostenibilità ambientale, valorizzazione e recupero del patrimonio esistente. Se non si vuole distruggere il pianeta bisogna trovare nuovi modi di vivere, lavorare e produrre. Ed è proprio quello che stiamo facendo. Se mi guardo intorno vedo che da qui scappano quasi tutti, noi siamo rimasti e ci siamo creati un’opportunità di lavoro.

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Tu e Alessandro avete inizialmente dato vita ad un’azienda agricola per far partire questo progetto. In seguito avete costituito una cooperativa che oggi gestisce vari servizi. Cosa puoi dirci di questo passaggio?
L’azienda agricola Molin di Bucchio oggi non esiste più. Al suo posto abbiamo creato la Cooperativa In Quiete di cui facciamo parte io, Alessandro e due nuovi soci. Dal punto di vista numerico siamo quindi raddoppiati. Per finanziare il nostro progetto di itticoltura e sempre nell’ottica di valorizzare le risorse della zona, abbiamo deciso come cooperativa di proporre delle attività di escursionismo ed educazione ambientale previste tutti i weekend nel Parco Nazionale delle foreste casentinesi. Tutti e quattro siamo guide ambientali e siamo diventati leader a livello escursionistico nel nostro territorio e oggi siamo un punto di riferimento sia per i visitatori che per le nuove guide. In quest’ambito si lavora molto e ciò ci ha permesso di finanziare in parte la ristrutturazione dell’impianto.

Avete anche vinto un bando europeo. Di cosa si è trattato?

Due anni fa abbiamo vinto il Bando europeo sulla pesca e abbiamo così ottenuto un contributo pari a 33mila euro per la ristrutturazione di questo antico impianto. Siamo cosi riusciti a concludere la ristrutturazione delle prime vasche (ne mancano ancora tre, le più antiche) e ad avviare il progetto di itticoltura, partito ufficialmente nel maggio 2018.

Qual è l’obiettivo del progetto?

L’obiettivo è la conservazione della biodiversità salvando le specie autoctone locali, che hanno un valore inestimabile, considerando che questo è un luogo di grande pregio naturalistico. Si parla di quattro specie: trota appenninica, Barbo tiberino, Ghiozzo di ruscello e Gambero d’acqua dolce. Sono queste le specie che oggi fanno parte di un progetto di conservazione e ripopolamento del parco delle foreste casentinesi. Un progetto che stiamo portando avanti insieme alla Regione Toscana e al Parco nazionale. Proprio in questi giorni è scaduto il contratto con questi enti e stiamo aspettando che la situazione venga ridefinita.

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Qual è la peculiarità dell’Antica Acquacoltura Molin di Bucchio?

La nostra peculiarità è quella di essere un ente privato che vuole fare conservazione, quando solitamente la conservazione è una cosa di cui si occupano gli enti pubblici. Le specie allevate da noi non hanno valore commerciale e quindi di norma non interessano ai privati. Questa, ahimè, è la logica del nostro sistema economico. Noi abbiamo voluto fare qualcosa di diverso: conservazione della biodiversità e ricerca. Alcune delle specie che alleviamo sono specie mai allevate da altri perché nessuno sapeva come fare, non essendoci stato finora su queste specie né un interesse economico né scientifico. Stiamo facendo tutto noi adesso, partendo da zero.

Qual è la destinazione del pesce che allevate?

Il pesce finora allevato è destinato principalmente ai torrenti del parco nazionale. Da circa tre mesi abbiamo avviato anche una linea produttiva per la tavola che riguarda la trota. Le finalità sono dunque di ripopolamento e alimentari.

Quali sono le caratteristiche del vostro allevamento?

Lo stress degli animali allevati da noi è pari a zero. Per metro cubo abbiamo solo un decimo del pesce consentito e questo fa sì che i nostri pesci crescano velocemente e forti senza bisogno di farmaci, non sentano lo stress e le malattie tipiche legate all’alta densità degli allevamenti. Inoltre le nostre condizioni ambientali sono uniche: a monte non abbiamo niente se non foreste quindi l’acqua è spettacolare (e senza plastica!).

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Che risultati avete raggiunto in questi anni?

Siamo riusciti, per primi in Italia e forse nel mondo, a riprodurre il ghiozzo e a portarlo ad una taglia (2 cm) che ne permette il ripopolamento. Abbiamo ripopolato con circa 300 ghiozzi adulti i torrenti del parco. Abbiamo ora quindi un manuale di allevamento di ghiozzi. Inoltre abbiamo dato vita alla prima popolazione di trota autoctona dell’Appennino centrale. Siamo ancora all’inizio ma siamo soddisfatti di questi primi traguardi, soprattutto se si considera che si tratta di specie che stavano sparendo e che sono state dichiarate pubblicamente a rischio estinzione.

Recentemente avete ricevuto un importante riconoscimento dalla Commissione europea

Sì, proprio in questi giorni ci sono qui due membri della Commissione europea che stanno documentando il nostro progetto perché siamo stati scelti tra le sei best practices europee nell’ambito dell’acquacoltura. Si tratta di un riconoscimento unico per un’azienda italiana. L’Europa ci ha premiato per la sostenibilità ambientale del nostro impianto, che ha un impatto praticamente pari a 0, per la conservazione della biodiversità, per la qualità ambientale e per le buone prassi di lavoro. Inoltre riconoscono di noi il fatto che non c’è stato nessun consumo di suolo ed è stata portato in vita un impianto abbandonato.

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Vi ritenete soddisfatti dal riscontro che sta avendo il vostro progetto?

Abbiamo ricevuto dei riconoscimenti assolutamente importanti, anche se a livello economico non stiamo avendo molto sostegno, ad esclusione della vincita di quel bando e del contributo avuto dal Parco e dalla Regione Toscana per il progetto di conservazione. Questo frena in parte il nostro progetto e rappresenta il motivo per cui abbiamo pensato anche di lanciare una campagna di crowdfunding che deve ancora ufficialmente partire. Ci spiace constatare che spesso, in particolare in Italia, le iniziative portate avanti da persone giovani vengono considerate con una certa superficialità mentre riteniamo che per il suo valore e le ricadute positive sul territorio questo nostro progetto, come altri virtuosi, dovrebbe ricevere maggiore attenzione e supporto.

Foto tratte dalla pagina Facebook del progetto Antica Acquacoltura Molin di Bucchio

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/12/recupero-antico-mestiere-rinascita-specie-ittiche-rischio-estinzione/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

PFAS: l'inquinamento che minaccia tutta Europa

Non c’è solo il Veneto, non c’è solo in Nord Italia: l’inquinamento da PFAS minaccia tutta l’Europa. Lo dicono i dato del rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) “Rischi chimici emergenti in Europa – PFAS”.

PFAS: l'inquinamento che minaccia tutta Europa

Non ci sono solo il Veneto e le altre regioni del nord e centro Italia a essere minacciate dall’inquinamento da PFAS. Anche l’intera Europa è esposta a questo rischio di contaminazione, situazione che rivela una pervasività veramente preocupante di queste sostanze così dannose per la salute. Il rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) “Rischi chimici emergenti in Europa – PFAS” presenta una panoramica dei rischi noti e potenziali per la salute umana e l’ambiente in Europa causati da sostanze alchiliche perfluorifluorurate (PFAS). Queste sostanze chimiche estremamente persistenti e artificiali sono utilizzate in una varietà di prodotti di consumo e sistemi industriali perché hanno proprietà che risultano particolarmente utili all’industria; vengono usate per esempio per aumentare la repellenza all’olio e all’acqua, ridurre la tensione superficiale o resistere a temperature e prodotti chimici elevati. Attualmente esistono oltre 4.700 diversi PFAS che, a causa della loro estrema persistenza, si accumulano nell’organismo delle persone e nell’ambiente. Sebbene manchino la mappatura e il monitoraggio sistematici di siti potenzialmente inquinati in Europa, le attività di monitoraggio nazionali hanno rilevato PFAS nell’ambiente in tutta Europa e la produzione e l’uso di PFAS hanno anche portato alla contaminazione delle forniture di acqua potabile in diversi paesi europei. Il biomonitoraggio umano ha anche rilevato una serie di PFAS nel sangue dei cittadini europei. Il rapporto dell’EEA avverte che, a causa dell’elevato numero di PFAS, è un compito difficile e dispendioso in termini di tempo valutare e gestire i rischi per queste sostanze individualmente, il che può portare a un inquinamento diffuso e irreversibile.

I costi per la società dovuti a danni alla salute umana e alle bonifiche in Europa sono stati stimati in decine di miliardi di euro all’anno.

Le persone sono principalmente esposte al PFAS attraverso acqua potabile, imballaggi per alimenti e alimenti, polvere, creme e cosmetici, tessuti rivestiti in PFAS o altri prodotti di consumo.

Occorrono dunque serie misure e azioni per sanare questa situazione, limiti chiari di legge e sanzioni, bonifiche e prevenzione.

Fonte: ilcambiamento.it