Repubblica Nomade, in cammino verso una nuova società

Camminare insieme per abbattere le barriere e costruire un modello sociale più equo e solidale. È questo l’obiettivo di Repubblica Nomade, associazione che da anni organizza cammini lunghi con una finalità politica ed un valore simbolico molto forti.

“La Repubblica Nomade è uno spazio e un sogno in movimento dove le persone che scelgono di farne parte, o di attraversarlo, possono trovare un loro posto e dove il nomadismo diventa prefigurazione di un diverso modo di vivere e di stare al mondo”. Tutto è iniziato nel 2011 quando Antonio Moresco e un gruppo di scrittori della rivista Il Primo Amore hanno dato vita a Cammina cammina, un lungo spostamento a piedi da Milano a Napoli-Scampia, agguerrito e pacifico, nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, per ricucire un Paese che molti vorrebbero sempre più disunito e devastato. Da allora Repubblica Nomade organizza cammini lunghi con una finalità politica ed un valore simbolico molto forti. Ne abbiamo parlato con Antonio Moresco, scrittore, camminatore e fondatore di questa realtà.

Che cos’è Repubblica Nomade?

Repubblica Nomade è il nome che si è dato un gruppo di persone che ha cominciato a camminare insieme da circa 6,7 anni. Dopo alcuni anni, 5 per l’esattezza, siamo riusciti a darci un nome perché abbiamo capito chi eravamo e questo nome prendeva origine dal fatto che c’era tra noi uno stile di vita molto repubblicano e nel contempo eravamo dei nomadi, non avevamo una patria, non avevamo una nazione e quindi eravamo nomadi, come d’altronde siamo tutti sul nostro pianeta terra, anche se crediamo di essere tutt’altro. Il primo e unico articolo del nostro statuto recita: “Fanno idealmente parte di questa potenziale Repubblica Nomade i migranti, coloro che sono disperati e che cercano un loro cammino nello spazio buio della vita, quelli che attraversano il mondo con gli occhi spalancati o con gli occhi chiusi, i sognatori, i traslocatori, quelli cui stanno stretti la vita che abbiamo di fronte e i suoi artificiali confini, quelli che non ne possono più di essere perennemente indignati e incazzati oppure disincantati, quelli che non si sono fatti distruggere dal contagio dell’odio e del cinismo dominanti, quelli che sognano una diversa società ma anche gli antisociali, gli irregolari, gli umiliati e offesi, i terremotati e i terremotanti, i fragili, gli indistruttibili, gli illusi, gli incantati, gli inappagati…”. Quindi, chi si riconosce in alcune di queste cose, sappia che fa anche lui parte della Repubblica Nomade. I nostri sono cammini lunghi, esagerati, estremi, ma che non hanno una finalità atletica o turistica in senso stretto, hanno certamente una finalità politica molto forte in senso lato. Abbiamo cominciato a camminare dopo aver visto che tutti quanti attorno a noi in Italia si lamentavano erano tutti frustrati e però non facevano che lamentarsi, con questo senso di impotenza dominante etc. Allora noi abbiamo detto: “Smettiamo di lamentarci, facciamo qualcosa, un gesto, un’azione che coinvolga il nostro corpo, la nostra mente, il cuore, la pancia, le viscere, il cervello, tutto quanto, perché questo ci renderà più forti. Se lo facciamo insieme, a maggior ragione vuol dire che possiamo riprendere il movimento, che non siamo bloccati. Siamo bloccati se ci blocchiamo noi stessi nella nostra testa. Se ho le spalle al muro, dietro non posso andare, posso andare solo avanti. Quindi i nostri cammini, anche se qualche volta ci capita di andare in posti dove le persone che ci abitano ci fanno vedere delle cose meravigliose, il nostro obiettivo non è di tipo turistico, né gastronomico o enologico, anche se certe volte, ci abbandoniamo anche a questo tipo di sollazzi. Il messaggio che desideriamo portare ha un significato anche in questi anni dove grandi masse di popoli si spostano in cerca di fortuna o di salvezza da una parte all’altra del pianeta, lo fanno come hanno sempre fatto gli uomini sulla faccia della terra quando si sono trovati in situazioni di disagio, e nessuno li ha mai fermati. Bisognerebbe ricordarlo ai demagoghi odierni che pensano che basti alzare un muro per fermare questo fenomeno…13620181_1731015420496226_7199808970517060297_n

Ci racconti alcuni dei cammini che avete affrontato?

Abbiamo fatto diversi cammini, il primo dei quali è stato di 700 km da Milano a Scampìa (uno dei quartieri più degradati e problematici di Napoli, ndr). Lo abbiamo fatto proprio nel 2011: l’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, perché proprio in quegli anni, c’era chi voleva creare rottura e inimicizia tra il Nord e il Sud, in una maniera molto forte, molto odiosa, e allora noi abbiamo pensato che più che fare tante chiacchiere, saltare il fosso fosse la cosa migliore mettendoci a camminare, ricucendo fisicamente con i nostri passi l’Italia che qualcun altro avrebbe voluto vedere divisa.

Il secondo cammino è stato una pazzia che abbiamo chiamato Stella d’Italia e cioè 5 bracci di camminatori che partendo da Reggio Calabria, Santa Maria di Leuca (LE), Genova, Venezia e Roma, convergevano poi su L’Aquila per dire che bisognava ricostruire L’Aquila ma che anche tutta l’Italia era da ricostruire. Questo è stato un cammino enorme che ha raccolto quasi un migliaio di persone, uno sforzo sia organizzativo che fisico veramente mostruoso e aldilà delle nostre forze. Noi infatti non abbiamo uno zoccolo economico, non abbiamo sponsor, non abbiamo niente, è proprio puro volontariato: la volontà di fare qualcosa che abbia un significato profondo nella vita del nostro Paese. Il terzo cammino, anche quello estremo nel 2013, da Mantova a Strasburgo attraversando le Alpi. Una volta arrivati a Strasburgo abbiamo consegnato al Parlamento Europeo una lettera dove sostanzialmente abbiamo scritto che siamo europeisti (nel senso di un’unione dei popoli europei, ndr), ma che a noi un’Europa così com’è adesso non piace, e abbiamo detto come la vorremmo. Siamo stati ricevuti dal Presidente del Parlamento Europeo che allora era Martin Schulz: è a lui che abbiamo consegnato la lettera. Il Presidente ci ha ricevuto dove si ricevono i capi di Stato, anche se noi eravamo un gruppo di sporchi, puzzolenti e sudati camminatori!13417524_1718141418450293_166089204251783482_n

Poi l’anno dopo abbiamo camminato in Sicilia: da Palermo a Gela, che è uno dei posti più disastrati d’Italia. Noi non scegliamo le località belle, né tantomeno quelle turistiche, ma finiamo a Scampìa, a L’Aquila, a Gela, a Sarajevo, quindi andiamo in posti in cui ci sono delle cicatrici, dei posti dove c’è sofferenza. A Gela, ci siamo trovati di fronte alle colonne doriche dell’antica Magna Grecia da una parte e i resti del Polo Petrolchimico dall’altra parte. In questo posto che indica l’inizio e la fine di un’era, abbiamo deciso di fondare ufficialmente la nostra Repubblica Nomade. Nel 2015 abbiamo fatto un cammino nel cuore della Sardegna. È stato il cammino più festoso, con accoglienze incredibili, quasi imbarazzanti, perché ci offrivano da mangiare e da bere come degli ossessi fino alle 2 del mattino: Cannonau in purezza, Fil’e Ferru, che certo non sono proprio l’ideale per coricarsi per terra e svegliarsi alle 4-5 del mattino (dice ridendo Antonio, ndr)! Però l’abbraccio della popolazione sarda è stato davvero molto caldo. L’anno scorso abbiamo camminato da Trieste a Saraievo per mettere idealmente in contatto queste due città segnate dalla guerra. Siamo partiti dalla risiera di San Sabba di Trieste, luogo di deportazione di prigionieri politici ed ebrei e siamo finiti a Saraievo, che porta ancora le cicatrici della guerra di più di 20 anni fa, con ancora case tutte sventrate. È stato come un monito per dire: “Guardate che la guerra non è una cosa tanto lontana, né geograficamente, né temporalmente: è un rischio sempre presente, specie se va avanti così…”. Quest’anno camminiamo da Parigi a Berlino (il cammino è attualmente in corso, e con i suoi circa 1.200 km è il più lungo cammino di gruppo mai organizzato in Europa, ndr), sempre per un discorso forte sull’Europa, partendo dal Manifesto di Ventotene (documento per la promozione dell’unità europea scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Ursula Hirschmann tra il 1941 ed il 1944 durante il periodo di confino presso l’isola di Ventotene, nel Mar Tirreno, ndr), per dire: “Guardate che con quello che sta succedendo nel mondo, negli Stati Uniti, etc., se si sfascia anche l’Europa è una catastrofe per l’Europa e per il mondo intero”, però non ci riconosciamo nell’Europa così com’è, se non supera certe dittature, il mercato stesso che è diventato una nuova tirannide, e tanti altri aspetti estremamente critici, non ci potrà essere questo sogno di unione europeistica. Perché è esattamente questo ciò che impedisce che si realizzi la vera unione dei popoli.18581582_1885780241686409_7224538877864884434_n

Qual è significato simbolico e pratico che attribuite ai vostri cammini?

Noi vediamo la pancia del Paese, e qui incontriamo le persone. Abbiamo eletto il cammino quale nostro modo per dire delle cose, perché certamente si potevano dire anche in altri modi: attraverso incontri, assemblee, come peraltro abbiamo fatto all’inizio e avremmo potuto rinnovarle e farle diventare sempre più grandi e più note di anno in anno, avremmo potuto redigere dei documenti. Però a un certo punto abbiamo pensato che non fosse sufficiente, che di fiumi alluvionali di parole non surrogate ce ne fossero già tanti. Il fatto di dire le cose camminando per noi ha un significato profondo, ed è parte del messaggio che noi vogliamo dare. Il fatto che diciamo certe cose camminando, indica una possibilità di vita diversa. Quando camminiamo ci sono tra noi le persone più varie e di tutte le età: da ragazze/i di 14 anni a gente di 70, maschi e femmine, pur con una stragrande maggioranza di donne (oltre il 75%), ci sono tutte le parti dell’Italia, dai giovani disoccupati e precari a quelli che hanno un lavoro. Creando questa piccola Repubblica Nomade e repubblicana dimostriamo al lato pratico che tutta una serie di differenze che nella vita di tutti i giorni sono dei muri che dividono le persone tra: vecchi e giovani, donne e uomini, disoccupati e occupati, etc., si possono trasformare in una carovana che si muove insieme e che non conosce barriere né tra di noi, né al di fuori. Tra i camminatori poi ci sono i caratteri più disparati: uno è un bravo organizzatore, l’altro è bravo a cercare sentieri in mezzo ai boschi col GPS, l’altro ancora è bravo a massaggiarti la caviglia. Poi c’è uno che magari ogni tanto sclera, e allora ci sono delle camminatrici o dei camminatori che lo sanno e che gli vanno vicino per farlo calmare. Camminare in gruppo è sia una cura che una scuola. Quindi costituisce quasi una sorta di embrione di possibilità di vita o di società diversa. Perché camminando ci sottoponiamo a uno sforzo, un’avventura in cui giorno per giorno non sappiamo quale sarà il pavimento o il letto su cui dormiremo. Quando torno a casa conosco il mio letto e le mie pareti abituali e quindi questo genere di avventura ti da l’idea che la vita può essere sempre aperta. E così come gli uomini hanno camminato per migliaia di anni, noi abbiamo sepolto in qualche angolino del nostro cervello questa nostra caratteristica ancestrale. Quando facciamo un lungo cammino, in qualche modo è come se ci ricollegassimo a quella potenzialità. Difatti ci sono persone (io per primo) che, per età, o perché non sono certo degli atleti, non avrebbero mai immaginato di riuscire a camminare per un migliaio di chilometri; però lo possono fare, perché la nostra specie l’ha sempre fatto. L’uomo non è fatto solo per correre sull’autostrada senza vedere nulla, ma anche e soprattutto forse, per camminare lentamente dentro il mondo, per vederlo e riconoscerlo, come se fosse un’apparizione o se lo vedesse per la prima volta. Forse è solo un’illusione, chissà, ma ho l’impressione che si possano mettere in movimento dei cerchi concentrici: noi facciamo una cosa piccolissima, una piccola goccia che cade su uno specchio d’acqua e fa un cerchietto piccolo. Però anche con l’esperienza di Repubblica Nomade abbiamo visto che anno dopo anno questo cerchietto piccolo crea via, via dei cerchi sempre più grandi che si allargano.Bosnia-Erzegovina-Mrkonjic-Grad-Jajce_netto_89-copia

Repubblica Nomade ha un sogno?

In questi ultimi anni è successo un fatto incredibile che non è stato registrato con la dovuta attenzione dai media: in Italia, come anche in altri Paesi d’altronde, in poco tempo un numero enorme di persone si è messo a camminare. Ciascuno per motivi diversi: chi per conoscere meglio il Paese, chi l’ha fatto per il benessere fisico, il fatto è che un gran numero di persone recentemente ha scelto questo modo di viaggiare. Questo è un segnale molto forte. Vuol dire che le persone dentro di loro hanno sentito il desiderio di riprendere in mano la propria vita, rimettere in assetto il proprio cervello/il cuore/gli arti, sentirsi attive, protagoniste della propria vita e non semplicemente gente che ogni tanto dà una delega elettorale o di altro tipo. Questo è un fatto di grande significato, a me piacerebbe molto che un giorno o l’altro molte o solo alcune di queste persone che si sono messe a camminare, per una settimana, 10/20 gg., facessero un enorme cammino insieme, anche con i propri animali, con le proprie cucine da campo, spostandosi come una vera e propria carovana, per dire che in Italia non c’è solo la frustrazione, la pena, la disillusione continua, il disinganno permanente, o “la strage delle illusioni” come la chiamava Leopardi, ma che in Italia stanno succedendo delle cose nuove. Sarebbe bello se questi gruppi dimenticassero per un po’ i loro assetti interni e organizzativi e se ne fregassero di tutto quanto per fare qualcosa di eclatante, segnando tutti insieme la nascita di un movimento nuovo e inaspettato che ha preso forma in Italia in questi ultimi anni.

 

Intervista: Veronica Tarozzi e Paolo Cignini
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fone: http://www.italiachecambia.org/2017/06/io-faccio-cosi-170-repubblica-nomade-cammino-verso-nuova-societa/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Quando l’energia è rinnovabile ma soprattutto… Ènostra!

Un’impresa di comunità senza finalità lucrativa, che vende ai propri soci solo elettricità rinnovabile proveniente da impianti fotovoltaici, eolici e idroelettrici con garanzia d’origine. E’ la “fotografia” di È Nostra, che acquista energia solo da imprese e impianti sostenibili, prediligendo realtà di produzione legate alle comunità locali e favorendo la crescita della quota di energia da fonti rinnovabili nel mix energetico nazionale.Composite image of clean energy house

«Offriamo ai nostri soci servizi di monitoraggio dei consumi per la riduzione degli stessi – spiega Sara Capuzzo di ÈNostra – e creiamo occasioni di partecipazione e coinvolgimento dei singoli e delle reti sociali a favore della transizione energetica dal basso. Siamo un’impresa di comunità, ovvero un’impresa che svolge servizi ed attività che si ripercuotono ben oltre la platea dei propri soci, portando benefici alla comunità nel suo complesso».

E Sara ci spiega bene come si articola questa realtà che sta prendendo sempre più piede.
Diminuire l’impatto dei propri consumi sull’ambiente significa anche scegliere oculatamente le fonti energetiche da utilizzare. In questo E’nostra permette una scelta etica e a basso impatto. Perché?

La provenienza, le caratteristiche dell’energia che la cooperativa ènostra vende ai propri soci e la relazione con chi la produce rappresentano l’essenza stessa di questa impresa innovativa. In sostanza ènostra crea quella circolarità caratteristica del modello democratico dell’energia condivisa, fungendo da “tramite” tra soci-produttori e soci-clienti. Utilizziamo l’espressione “energia buona” perché si tratta di elettricità non solo rinnovabile con Garanzia d’Origine, ma anche sostenibile ed etica, in quanto acquistata da impianti (fotovoltaici, eolici e idroelettrici) sostenibili, gestiti da produttori etici. Per poter “marchiare” virtualmente gli elettroni immessi in rete abbiamo messo a punto una specifica matrice, con l’avallo di un Comitato Tecnico Scientifico, che valorizza da un lato la sostenibilità ambientale degli impianti (non tutta l’energia rinnovabile è anche sostenibile), dall’altro la responsabilità sociale dell’impresa titolare. Oltre a valutare parametri quali legalità, trasparenza, governance, rapporti di rete e di comunità, ènostra si accerta che il produttore non abbia relazioni con il comparto fossile.

Spesso i cittadini pensano che scegliere green sia anche più costoso. E’ sempre e proprio così? Oppure ci sono riflessioni da fare in proposito?

Non è assolutamente detto che acquistando energia rinnovabile si debba spendere di più, a meno che l’impresa di vendita non intenda fare speculazione. Lo si può sperimentare in prima persona: l’Autorità per l’Energia Elettrica il Gas e il Sistema Idrico (AEEGSI) ha, infatti, messo a disposizione lo strumento Trovaofferte, accessibile all’indirizzo www.autorita.energia.it/it/trovaofferte.htm – che il consumatore può consultare per avere una comparazione, sulla base del proprio profilo di consumo, tra le diverse offerte disponibili sul mercato libero. Per agevolare l’utente il sistema dà come riferimento la bolletta annua del servizio di maggior tutela, e poi a seguire, in ordine crescente di importo, l’elenco della spesa complessiva con i vari fornitori del mercato libero. Nella classifica le offerte esclusivamente green si mescolano alle altre (non c’è possibilità di spuntare “solo energia verde”) e più di qualcuno resta sorpreso nello scoprire che tra le proposte più convenienti alcune sono di energia 100% rinnovabile. Nonostante Ènostra operi da poco nel mercato elettrico e sia un’impresa ancora di piccole dimensioni, anche le nostre tariffe “soloverde” compaiono tra le prime posizioni della classifica. Tutto dipende dalle priorità: nel nostro caso non è il profitto ma il prezzo equo e il valore etico della scelta.

E’nostra può garantire al cittadino bollette più verdi, più leggere e trasparenti?

Certo c’è ancora molta strada da fare, e ci lavoriamo tutti i giorni, ma già oggi rispettiamo gli standard della Bolletta 2.0 stabiliti dall’Autorità a favore di una maggiore leggibilità e trasparenza. Il nuovo layout della fattura è tra l’altro frutto di un lavoro partecipato che ha coinvolto qualche decina di soci. La relazione diretta con i soci è una preziosa opportunità che ci consente di migliorare il servizio complessivo. Costantemente ci arrivano spunti e stimoli che, compatibilmente con vincoli normativi e coerenza complessiva, cerchiamo di recepire e adottare. Per accentuare ulteriormente l’importanza del consumare solo energia pulita, oltre all’indice relativo alle emissioni evitate nel periodo di consumo, rispetto al mix energetico nazionale, abbiamo scelto di introdurre in bolletta anche il calcolo delle polveri sottili evitate grazie alla scelta di non acquistare energia da fonte fossile.

Cosa vi ha indotto a creare la società?

Tutto è nato nel 2012 per iniziativa di Avanzi, società milanese di consulenza sui temi legati alla sostenibilità, che partecipava come partner al progetto UE RESCoop20-20-20, finanziato dal programma Intelligent Energy Europe, volto a favorire l’accettabilità delle rinnovabili e a far nascere nuove cooperative energetiche nei Paesi membri dove ancora questo modello non era pratica diffusa. Così, nel 2014 è stata costituita ènostra con l’obiettivo ambizioso di costruire, con una logica partecipata e dal basso, un fornitore di energia elettrica che potesse basare tutta la sua attività secondo principi cooperativi, etici e sostenibili. La sfida è stata raccolta dai quattro soci fondatori tra cui, oltre ad Avanzi, figurano EnergoClub, associazione trevigiana di promozione delle fonti rinnovabili, Retenergie, cooperativa cuneese di produzione collettiva di energia pulita e Forgreen, azienda veronese di produzione e vendita di energia, quest’ultima uscita dal progetto a fine 2015.

Cosa pensate dei grandi fornitori elettrici che mettono dentro alla loro offerta anche un po’ di rinnovabili così da darsi una riverniciatina di verde? C’è chi pensa che il cambiamento passi anche attraverso queste operazioni di facciata.

I grandi fornitori e le loro politiche energetiche e commerciali rappresentano il modello vecchio e insostenibile a cui ènostra si contrappone. Certo, anche producendo energia rinnovabile per mera opportunità di marketing si evita la combustione di energia fossile, ma quello che serve è una matura e radicale inversione di marcia. La stessa Commissione Europea, con il “Winter package” lanciato nel novembre 2016 chiede all’UE di svolgere un ruolo proattivo alla guida della transizione energetica e di porre al centro il ruolo del consumatore che da utente passivo si trasforma in “prosumer”, ovvero al contempo produttore e consumatore di energia pulita. L’UE si è posta il nuovo obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 almeno del 40% entro il 2030, un traguardo che consentirebbe di incrementare il PIL europeo di 1%, di produrre 900.000 posti di lavoro, di migliorare qualità dell’ambiente e della vita dei cittadini. Le grandi imprese tradizionali sono ancora oggi ottusamente proiettate a investire negli idrocarburi, quando è ormai evidente che le migliori opportunità – dai punti di vista economico, sociale e ambientale – risiedono nella razionalizzazione dei consumi e nella produzione di energia pulita.

Pensate che attraverso la vostra proposta si possa dare un cambio effettivo alla politica energetica italiana?

Nel 2050, con un quadro normativo di sostegno alle rinnovabili, metà della popolazione europea potrebbe produrre energia elettrica e contribuire al bilanciamento della rete gestendo in maniera flessibile – su base individuale o collettiva – la propria domanda di energia. Lo si legge nello studio The Potential for Energy Citizens in the European Union, condotto dall’istituto di ricerca ambientale CE Delft per conto di Greenpeace, Federazione Europea per le Energie Rinnovabili (EREF), Friends of the Earth Europe e REScoop.eu. Già oggi, i cittadini europei – producendo o fornendo energia in forma individuale o collettiva, grazie a cooperative come ènostra – hanno trasformato il mercato in molti paesi europei, contribuendo a creare un modello innovativo di gestione diretta dell’energia elettrica. Per quanto riguarda l’Italia dallo stesso studio emerge che al 2050 2 italiani su 5 saranno “prosumer”. Nello specifico la compagine dei “cittadini energetici” sarà composta per il 37% da impianti fotovoltaici domestici, il 37% dalle cooperative energetiche, il 25% da piccole imprese e l’1% dagli Enti Locali. È lì che dobbiamo arrivare.

Che legame c’è fra voi e Retenergie?

Sin dalla costituzione di Ènostra è risultato evidente che, unendo le forze con Retenergie – cooperativa che dal 2008 realizza impianti rinnovabili collettivi, e che partecipa all’impresa come socio cofondatore e partner tecnico – l’obiettivo di produrre e consumare l’energia, condiviso dai soci di entrambe le cooperative, era a portata di mano. Incoraggiati dall’entusiasmo dei partner vicini e di molti soci, a ottobre 2016 abbiamo costituito un gruppo di lavoro dedicato al processo di fusione, che ha coinvolto i consigli di amministrazione e i rispettivi consulenti. Il percorso fatto fin qui vede crescere nella squadra la motivazione, perché è ogni giorno più evidente che l’unione delle due organizzazioni saprà valorizzare e amplificare le esperienze, il potenziale, i servizi e i benefici rivolti ai soci. In attesa di giungere al più presto alla costituzione di un soggetto unitario, abbiamo deciso di stringere una partnership forte che unisca da subito i soci che, sommati, saranno oltre 2000. Come primo risultato, d’ora in avanti i soci di Retenergie e di Ènostra potranno accedere direttamente ai servizi specifici di ciascuna cooperativa, pur essendo soci di solo una di esse: i soci di Retenergie potranno acquistare l’energia di ènostra e i soci di ènostra potranno accedere ai servizi tecnici di Retenergie.

Come sta andando la raccolta di adesioni?

Oggi (maggio 2017) contiamo circa 1.050 soci per un totale di 1.150 contratti di fornitura attivi. La crescita è stata graduale perché in molti, sia partner che potenziali interessati, volevano osservare come ci muovevamo sul campo, testare la nostra capacità di gestire l’impresa e verificare che rispettassimo le promesse e gli impegni presi. Abbiamo superato ostacoli, complicazioni informatiche e imprevisti e cercato di migliorare giorno dopo giorno il servizio ai soci. La fase di start up si è ormai conclusa e quando ci guardiamo indietro ci sembra un piccolo miracolo essere operatori del settore e occupare il nostro posto nel mercato elettrico nazionale. E quando guardiamo le sfide che ci aspettano e i traguardi ambiziosi dei prossimi anni ci pervade l’entusiasmo e l’impazienza di mettere in fila tutte le azioni che ci porteranno ad essere la prima grande cooperativa energetica nazionale, basata su principi di democrazia, sostenibilità, equità, trasparenza, solidarietà… Io sono assolutamente onorata di farne parte

Quali sono i vostri passi futuri?

In occasione dell’Assemblea di maggio sono state introdotte alcune novità che consentiranno di far crescere rapidamente l’impresa e la base sociale nel giro di pochi mesi: lancio della nuova figura del socio sovventore; abbassamento della quota di adesione da 150 a 50 euro (con eliminazione del sovrapprezzo); lancio della campagna “Traffico di amici” che prevede la cessione di 2 quote (per un totale di 50 euro, prima erano 5 per un totale appunto di 150 euro) dal socio ènostra a un amico che intenda entrare in cooperativa e attivare la fornitura. Ci aspettiamo che i due interventi sulla quota di adesione –  abbassamento e campagna mirata – l’apertura della fornitura ai soci di Retenergie in vista della fusione, e l’attivazione di nuovi servizi (pacchetto mobilità elettrica, servizi energetici ecc.) ci consentiranno di raddoppiare rapidamente il numero dei soci consumatori, a beneficio di tutta la comunità, in vista della successiva chiusura del cerchio che vedrà l’attivazione della produzione con impianti di proprietà.

Per info: numero verde 800 593266 (lun-ven h 9.30-13, 14-16), mail info@enostra.it, sito web www.enostra.it

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

Incentivi biometano: le aziende agricole e zootecniche chiedono il decreto

Agrocepi chiede che il Governo mantenga le promesse: servono regole e incentivi certi al biometano per raggiungere i target europeibiometano-aziende-agricole-zootecniche-chiedono-decreto-incentivi

Agrocepi chiede che il Governo mantenga le promesse: servono incentivi certi al biometano per raggiungere i target europei. Le promesse del Governo sul decreto interministeriale sugli incentivi per il biometano prodotto dalle aziende agricole e zootecniche devono diventare realtà, prima possibile. Lo chiede Agrocepi, Federazione Nazionale Agroalimentare che fa capo a CEPI (Confederazione Europea Piccole Imprese). Gli obiettivi europei prevedono che, entro il 2020 (che è alle porte), il biometano rappresenti almeno il 10% del totale dei carburanti utilizzati nel nostro paese. Che, in pratica, vuol dire che l’Italia dovrà produrre almeno 1,1 miliardi di metri cubi di biometano da fonte agricola e zootecnica.

Un settore fondamentale per le imprese agricole e zootecniche del nostro Paese – afferma l’associazione – è in attesa di una risposta non più procrastinabile. E’ fondamentale che le istituzioni preposte gliela diano al più presto possibile, Agrocepi insiste sull’urgenza di questo provvedimento“. Il Ministero dello Sviluppo economico aveva affermato, nel corso della manifestazione di settore Biogas Italy a febbraio 2017, che il decreto interministeriale sugli incentivi al biometano sarebbe arrivato probabilmente entro l’estate.

L’estate si avvicina e non vi è ancora traccia del decreto interministeriale sul biometano. Ma le imprese agricole e zootecniche hanno bisogno di certezze“, ribadisce #Agrocepi. Oltre agli incentivi il decreto dovrebbe portare alla possibilità, per le aziende produttrici di biometano, di immettere il carburante direttamente nella rete nazionale del gas (previa depurazione).

Ciò vuol dire, per le imprese, fare investimenti per il futuro e, di conseguenza, servono certezze sul quadro economico e normativo da qui ai prossimi anni: “Viviamo una fase nella quale le imprese agro zootecniche hanno bisogno di maggiori certezze dal punto di vista normativo e delle incentivazioni – afferma il responsabile del Dipartimento agro energie di Agrocepi, Francesco Cicalese – perché stanno programmando i loro investimenti, anche quelli energetici, e sarebbe auspicabile una definitiva approvazione del decreto interministeriale sulle incentivazioni alla produzione di biometano, per consentire scelte aziendali libere e non frutto dell’incertezza“.

Secondo Agrocepi il potenziale di crescita del biometano italiano può arrivare in breve tempo anche oltre gli obiettivi europei, raggiungendo il 15% del fabbisogno nazionale di gas naturale. Gli investimenti sono già iniziati: 4 miliardi di euro sono stati spesi negli ultimi anni per creare 1.200 impianti di produzione del biogas, con una ricaduta occupazionale pari a circa 12 mila nuovi posti di lavoro. Con queste premesse, e col giusto decreto, l’Italia può produrre in casa a partire dagli scarti agricoli e zootecnici una bella fetta del metano che consuma. I consumi di metano, inoltre, nei prossimi anni cresceranno in Italia e in tutta Europa in conseguenza della maggior diffusione, prevista anche dall’Unione Petrolifera, dei veicoli alimentati a metano.

Credit Foto: Flickr

Fonte:ecoblog.it

 

Nelle Marche il primo passo verso un ecovillaggio sostenibile e autosufficiente

Un ecovillaggio completamente autosufficiente dal punto di vista energetico ed economico situato nello splendido contesto delle colline marchigiane, tra mare e montagna. Nasce dall’impresa sociale Montefauno, azienda agricola di prodotti biologici, il progetto dell’ecovillaggio “La Magione”, un esempio concreto di un nuovo modo di abitare e vivere su questo pianeta. L’impresa sociale Monte Fauno è un’azienda agricola marchigiana che produce prodotti biologici certificati, “con l’intento di racchiudere in un vasetto” – si legge sul sito – tutti gli odori e i sapori della migliore cucina italiana”. Nata su iniziativa di Luigi Quarato, la Montefauno è il primo passo per un progetto molto più ampio che sta poco a poco prendendo vita, quello di costruire l’ecovillaggio “La Magione”  nel Maceratese, presso il comune di Montefano.la-magione2

“Per arrivare alla fase esecutiva di un ecovillaggio in linea con la nostra filosofia abbiamo seguito un percorso diverso dal solito”, spiega Luigi, “e prima di trovare il gruppo con cui condividere questa esperienza abbiamo voluto verificare la fattibilità del progetto”. “La Magione” sarà un ecovillaggio completamente autosufficiente economicamente, vi si stabiliranno 40 famiglie e in ciascuna di esse uno dei membri potrà lavorare a una delle diverse attività che nasceranno.la-magione

L’azienda agricola Montefauno farà parte dell’ecovillaggio e oltre alla consueta produzione di ortaggi (prevalentemente), è prevista la costruzione di un piccolo capannone per la trasformazione dei prodotti. Sorgeranno poi un’azienda per la lavorazione di piante officinali per l’estrazione di oli essenziali e pigmenti naturali, una struttura turistica dotata di sette camere e una cooperativa sociale per le attività di assistenza e formazione professionale (bioedilizia, agricoltura, gestione dei fondi comunitari ecc…). Le unità abitative, circa 40, saranno tutte autocostruite in paglia e terra cruda e verrà garantita una qualità eccellente, anche grazie alla convenzione instaurata con l’Università Politecnica delle Marche di Ancona, per cui ogni abitazione sarà ecocompatibile, ecosostenibile e autosufficiente. L’ecovillaggio che verrà (l’inizio dei lavori è previsto per la primavera 2018 e avranno durata di circa un anno), vuole rivedere nel complesso il modo di vivere odierno fornendo un’alternativa concreta e diventando esempio di sostenibilità dal punto di vista abitativo e alimentare, per la creazione di posti di lavoro etici e integrati nel contesto socio-economico locale, per le attività socio-culturali e – infine – per un nuovo modo di abitare e costruire.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/05/marche-ecovillaggio-sostenibile-autosufficiente/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Rifiuti organici: in 25 anni create 23 tonnellate di compost

Il Consorzio Italiano Compostatori compie 25 anni e festeggia con numeri di tutto rispetto15247160284_f42a27e621_z

Dalla terra alla tavola, ma anche il contrario. Potrebbe essere questo il motto per commentare i buoni risultati ottenuti dal Consorzio Italiano Compostatori (CIC) in 25 anni di attività: dalle 65 milioni di tonnellate di frazione organica dei rifiuti solidi urbani raccolti in questo quarto di secolo sono state ottenute 23 tonnellate e mezza di compost per l’agricoltura.

Al CIC oggi sono associate 127 aziende, che gestiscono 308 impianti in grado di trattare otto milioni di tonnellate annue di rifiuti organici. La loro principale attività è quella di creare compost e biogas. Il fatturato delle aziende aderenti al consorzio supera 1,7 miliardi di euro e gli occupati sono novemila. La raccolta della frazione organica (umido e verde) rappresenta oggi il primo settore di recupero in Italia con il 43% dei rifiuti urbani raccolti in maniera differenziata. Tuttavia, come rileva lo stesso CIC, il centro-sud Italia è ancora carente di impianti di trattamento dei rifiuti organici e, di conseguenza, mostra performance di riciclo dei rifiuti inferiore rispetto al nord. Per rimettere in equilibrio nord e sud servirebbero una ventina di nuovi impianti, concentrati soprattutto nel meridione. E’ anche un problema di igiene pubblica delle nostre città: circa il 43% dei rifiuti raccolti nei centri urbani italiani è frazione organica (umido e scarto verde, dati aggiornati al 2015). Garantire una filiera completa ed efficiente per il trattamento di questi rifiuti vuol dire tenere pulite le città e alleggerire le discariche della frazione umida che, producendo il percolato, indirettamente è tra i rifiuti più pericolosi e complessi da gestire se non raccolta e riciclata correttamente. Il compost prodotto dai rifiuti, inoltre, è una risorsa importante per l’agricoltura poiché apporta nutrienti importanti al terreno, riducendo l’utilizzo in campo aperto di fertilizzanti sintetici. Il gas naturale prodotto dalla compostazione della frazione organica dei rifiuti urbani, infine, una volta depurato può essere immesso nella normale rete di distribuzione del gas di città.

Credit foto: Flickr

Fonte: ecoblog.it

L’emporio di comunità che anima Bologna

Dalla ferma volontà ed esigenza di una modalità solidale e condivisa per ragionare sui nostri modi di consumare (e per cambiarli) nasce il Progetto Camilla a Bologna. Vi spieghiamo cos’è.9567-10329

“Il progetto per un Emporio di Comunità è nato nel corso del 2016 all’interno del gruppo organizzativo di Alchemilla GAS, Gruppo di Acquisto Solidale di Bologna. L’idea riprende l’esempio ultraquarantennale della Park Slope Food Coop, nata a New York nel 1973. Da qualche anno, in Europa, sono sorte decine di nuove esperienze che si rifanno a quel modello, come La Louve di Parigi e – più vicina a noi per conoscenza diretta – la Bees Coop di Bruxelles”. Susanna Cattini ci parla così del Progetto Camilla che nasce da una lunga esperienza all’interno dei Gruppi di Acquisto Solidale e dall’esigenza di ragionare seriamente sui grandi problemi della distribuzione commerciale per immaginare insieme soluzioni concrete.

Che cos’è un emporio autogestito e solidale?

Si tratta di un punto di approvvigionamento di prodotti di elevata qualità (alimenti biologici, filiere locali, prodotti equo-solidali, sfuso di qualità, cosmesi e detergenti naturali) organizzato in forma cooperativa. E’ autogestito perché tutti i soci della cooperativa dedicheranno una quota del loro tempo alla gestione dell’emporio ed è solidale perché grazie alla collaborazione di tutti i soci, le spese di gestione dell’emporio saranno ridotte al minimo e di conseguenza anche i prezzi di vendita saranno ridotti e il più possibile alla portata di tutte le tasche.

Che cosa vi ha spinto a crearlo?

La lunga esperienza nei Gruppi di Acquisto Solidale e la presenza a Bologna di una solida rete di mercati contadini biologici promossi dall’associazione CampiAperti ci ha consentito di ragionare concretamente sul problema della distribuzione commerciale e ipotizzare una soluzione al problema a partire dalla collaborazione tra soggetti ugualmente schiacciati dal sistema economico: da un lato i consumatori, che vedono progressivamente ridursi il loro potere di acquisto e le possibilità di scelta nei consumi e dall’altro i produttori (agricoli, ma non solo), che trovano nella vendita diretta la sola possibilità di sottrarsi al ricatto della Grande Distribuzione Organizzata e salvaguardare così il loro reddito.

Quali sono le differenze con i GAS?

I Gruppi di Acquisto Solidale sono stati un importantissimo strumento di sperimentazione di democrazia economica che ha insegnato a risolvere i problemi spostando il punto di vista dall’interesse soggettivo all’interesse comune. Incrociando le rispettive debolezze, i consumatori e i produttori che si sono riconosciuti nel comune interesse alla salute propria e del pianeta, hanno gettato i semi di una nuova economia. Il progetto di emporio autogestito e solidale è un passo ulteriore, che consente di allargare l’esperienza del consumo critico, coinvolgendo molte più persone.

Che differenza c’è tra un emporio autogestito e solidale e un supermercato?

L’emporio autogestito e solidale non ha finalità di lucro e mira al bene comune della comunità che lo sostiene. Grazie alla sua organizzazione interna e al rapporto diretto con i produttori – che sostiene con patti di collaborazione – offre ai soci la possibilità di nutrirsi di buon cibo a buon prezzo e, nel contempo, garantisce ai contadini e agli altri fornitori un degno compenso del loro lavoro. Al contrario, il supermercato persegue una finalità di profitto e offre prodotti a basso prezzo grazie alla sua posizione di potere nella filiera, che consente ad esso di imporre ai produttori compensi sempre più bassi. Per molti decenni, i consumatori sono stati indotti ad inseguire il prezzo basso, come se i costi di produzione fossero comprimibili all’infinito. Ora sappiamo che questo era un inganno e il prezzo si paga sempre e comunque. Ciò che non paghiamo oggi in merce, lo pagheremo poi (noi o altri) in minor salute, minori salari, minore occupazione, minore salubrità dell’ambiente, ecc.

Che ruolo hanno i soci e quanti sono fino ad ora?

La cooperativa è ancora nella fase di progettazione e dunque non ci sono ancora soci, ma il ruolo dei soci sarà determinante in tutti gli aspetti della vita della cooperativa. I soci saranno i soli proprietari dell’emporio, ne guideranno le scelte e lo gestiranno in tutti gli aspetti. Un piccolo numero di dipendenti (anch’essi soci) sarà impegnato a tempo pieno per dare continuità all’attività di gestione che i soci svolgeranno a rotazione, con un impegno limitato a 3 ore al mese ciascuno.

Entro quale data contate di essere operativi?

E’ presto per dirlo, ma se l’interesse raccolto finora si trasformerà in partecipazione attiva e adesione alla nuova cooperativa, è possibile che già alla fine dell’anno si possa realizzare l’emporio.

Come sostenete economicamente il progetto?

Il progetto si sosterrà essenzialmente grazie all’apporto economico dei soci che immaginiamo possano versare una quota media di 100 € ciascuno. Ma non escludiamo che un sostegno economico possa arrivare anche da persone, associazioni o altri soggetti che credono nel progetto pur non aderendo alla cooperativa.

Per chi volesse saperne di più?

Chi volesse saperne di più può contattarci scrivendoci a camilla@inventati.org, o sulla nostra pagina Facebook: https://www.facebook.com/AlchemillaGAS/

Fonte: ilcambiamento.it

Energia dalle onde marine, ENEA: in Sardegna un giacimento enorme

Secondo i ricercatori dell’ENEA nei mari della Sardegna si nasconde un giacimento di energia immenso. E non è petrolio, né gas.energia-onde-marine-sardegna-enea

L’ultimo studio ENEA sull’energia dalle onde marine svela un vero e proprio giacimento al centro del Mar Mediterraneo: la Sardegna. In particolare quella occidentale. Secondo i dati e i calcoli dell’ENEA, infatti, è proprio al largo della Sardegna occidentale che si verificano le onde migliori per lo sfruttamento a fini energetici del mare. Il potenziale energetico di questa zona è di circa 13 kW per chilometro di costa: quasi il doppio rispetto alle zone migliori della Sicilia (7 kW/m), il triplo rispetto ai 4 kW per metro di costa del basso Tirreno (4 kW al metro), il quadruplo rispetto a Ionio e Medio Tirreno (3 kW/m), 6 volte rispetto al Mar Ligure (2,5Kw/m) e all’Adriatico (2 kW/m in media). Valori come quello visto in Sardegna si ritrovano, in Europa, in pochissime zone (ad esempio in Danimarca).energia-dalle-onde-lungo-le-coste-italiane

Il problema però, è che al momento lo sfruttamento dell’energia delle onde marine è fermo a poco più della sperimentazione: “Attualmente la produzione di energia dalle onde soddisfa lo 0,02% della domanda energetica in Europa – afferma Gianmaria Sannino, ricercatore ENEA che ha curato lo studio – ma se, come previsto, si arrivasse a coprire il 10% del fabbisogno energetico europeo entro il 2050 con lo sfruttamento combinato anche delle maree, sarebbe possibile produrre energia per due intere nazioni come Francia e Grecia, oppure sostituire 90 centrali elettriche a carbone, ossia un terzo degli impianti europei attualmente in funzione. Inoltre, si ridurrebbe in modo significativo la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, che oggi genera una bolletta da 400 miliardi di euro l’anno, dovendo coprire oltre il 50% dei consumi”.

Rispetto ad altre fonti rinnovabili, però, l’energia dalle onde marine è ancora abbastanza cara: nel 2025 l’ENEA prevede che costerà 20 centesimi di euro al kWh, nel 2035 scenderà a 10 centesimi. Fotovoltaico ed eolico, per fare un paragone, sono già oggi abbondantemente più economici.

Bisogna investire in ricerca e tecnologia – commenta Sannino – proseguendo il trend avviato da Horizon 2020, che ha stanziato 130 milioni di euro, e della Banca europea per gli investimenti, che lo scorso anno ha investito per la prima volta nel settore. Ma occorre agire anche sull’incentivazione: in Italia, ad esempio, dal 2016 si sostiene la produzione di energia elettrica da moto ondoso e maree con un contributo pubblico pari a 300 euro MW/h, il più elevato dopo quello per il solare termodinamico“.

ENEA e Politecnico di Torino portano avanti lo sviluppo del PEWEC (Pendulum Wave Energy Converter): una sorta di barca galleggiante che ospita un pendolo che, oscillando grazie alle onde, produce energia elettrica. Ancora in fase di prototipo, il PEWEC è studiato per operare nei mari italiani, dove le onde sono basse ma frequenti.

Credit foto: Flickr

Fonte: ecoblog.it

 

Risparmio energetico più facile con enCOMPASS, progetto UE coordinato dal Politecnico di Milano

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Sistemi digitali efficaci e gradevoli da usare per rendere i dati di consumo energetico comprensibili a tutti (cittadini, frequentatori di luoghi pubblici, gestori di edifici, società erogatrici di energia, scuole) e aiutino l’utente a gestire l’energia in modo efficiente, con un risparmio nei costi ma senza abbassare il livello di comfort.

E’ l’obiettivo del progetto H2020 enCOMPASS (Collaborative Recommendations and Adaptive Control for Personalized Energy Saving, www.encompass-project.eu), coordinato dal Politecnico di Milano, che svilupperà entro i prossimi 3 anni un approccio socio-tecnologico integrato al risparmio energetico. Il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità identificati dall’Unione Europea da realizzare entro il 2020 non richiede solo interventi dal punto di vista tecnologico ma anche un cambiamento dei comportamenti individuali nel consumo di energia.

Il progetto dimostrerà come tutto ciò sia realizzabile tramite una piattaforma aperta che unisca:

1) la visualizzazione dei dati provenienti da sistemi di rilevazione per riscaldamento ed elettricità e delle informazioni generate dall’utente rilevate automaticamente e manualmente;

2) interfacce intuitive per la comprensione dei dati raccolti;

3) educazione al consumo consapevole tramite giochi;

4) integrazione con i sistemi intelligenti di automazione e controllo degli edifici.

La piattaforma rappresenterà il cuore di un nuovo sistema che permetterà agli operatori del settore energetico di sviluppare proprie soluzioni per il risparmio di energia o di integrare ed utilizzare servizi individuali richiesti dall’utente. EnCOMPASS dimostrerà la sua efficacia in tre diverse aree geografiche europee caratterizzate da climi differenti (continentale umido ad Hassfurt in Germania, Mediterraneo ad Atene e Thessaloniki in Grecia e Continentale subartico a Gambarogno in Svizzera) e sarà testato in tre diversi tipi di edifici (residenziali, scuole e uffici).

Il sistema produrrà un impatto sociale, economico e ambientale che andrà oltre i confini delle aree di sperimentazione dato che l’approccio olistico utilizzato sarà replicabile anche in altri contesti.

Questi i partner di progetto: Politecnico di Milano, Italia, coordinatore; European Institute for Participatory Media, Germania; Stadtwerk Haßfurt GmbH, Germania; Naturschutzbund Deutschland, Germania; Watt + Volt, Grecia; Società Elettrica Sopracenerina, Svizzera; Centre for Research and Technology Hellas, Grecia; Ethniko Idryma Erevnon, Grecia; Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana, Svizzera; Set Mobile S.R.L., Romania; Kaleidos Games, Italia; Kaunas University of Technology, Social responsibility research centre, Lituania; Paradox Engineering SA, Svizzera; Gravity R&D Zrt, Ungheria.

Fonte: ecodallecitta.it

Quando si va… a scuola dagli alberi

Anna Cassarino ci racconta come impara dagli alberi e insegna agli altri a fare altrettanto. Per fare in modo che la consapevolezza di essere un tutt’uno con l’ambiente che ci circonda divenga la molla per cambiare in meglio.9572-10334

“In natura si trova abbondante ispirazione per ogni forma creativa e vorrei attirare l’attenzione su una tale risorsa fondamentale, capace di dare all’energia, anche negativa, uno sbocco costruttivo. Tutte le arti mi piacciono, ma preferisco la scrittura e la narrazione, anche perché con la parola si riesce a trasmettere meglio il sapere”. Si presenta così Anna Cassarino, scrittrice e artista della natura, ideatrice del progetto A scuola dagli Alberi che nasce nel 2001 ma che si forma pian piano in tutta una vita. Anna ci spiega chi sono gli alberi e come essi, se solo li ascoltassimo e li osservassimo, ci indichino la strada che porta alla conoscenza del nostro ambiente e di noi stessi. Da qui le soluzioni di molti dei problemi che ci sembrano senza soluzione: dalla relazione con gli altri all’inquinamento, la fame, la desertificazione dei territori. Il lavoro di Anna continua ininterrottamente e con passione da allora, con un camper diventato la sua casa-studio mobile,   viaggia in tutte le provincie per studiare e diffondere gli argomenti che ha profondamente a cuore.

Che cos’è il progetto A scuola dagli Alberi?

Il progetto A Scuola dagli Alberi è una possibilità data a tutti di conoscere aspetti basilari sul funzionamento della natura nelle sue diverse forme, vale a dire piante, animali, fenomeni naturali e umanità. La precedenza è data agli alberi, gli esseri viventi dall’effetto complessivo maggiormente benefico per ogni forma di vita. Grazie a quelli giusti nel posto giusto e trattati bene, ciascuno potrebbe contribuire ad attenuare molti dei problemi che ci affliggono, come frane, alluvioni, desertificazione, inquinamento, malattie, fame. Purtroppo, però, dalla nostra istruzione ed educazione sono esclusi i due argomenti che ritengo più importanti: conoscere se stessi e la natura. Per questo gli alberi sono spesso misconosciuti e maltrattati, così come ogni altra forma di vita, compresa l’umanità.

Com’è nato, quando e dove?

E’ un progetto che si è formato in tutta una vita di ricerca in molte direzioni. Nel 2001, a 48 anni avevo una bella casa e un lavoro autonomo e soddisfacente, ma mi ero resa conto che non sarebbe bastato a migliorare qualcosa nella società. Mi è sembrato che il solo modo per  riuscirci fosse dedicarmici a tempo pieno. Così ho venduto il mio appartamento per finanziare un progetto che altrimenti non si sarebbe mai potuto avviare. Nell’agosto del 2002, lasciata Firenze dove avevo abitato per molti anni, sono partita per il Madagascar, primo dei quattro Paesi, col Mali, il Senegal e Cuba, fra cui avrei scelto di realizzare l’idea, se avessi trovato un appoggio, che invece è mancato. Dopo nove mesi sono tornata in Italia e, con un camper diventato da allora la mia casa-studio mobile, ho iniziato a viaggiare in tutte le provincie per studiare e diffondere gli argomenti che ho a cuore.

A chi si rivolge?

Si rivolge ad ogni tipo di pubblico, dai dieci anni in poi. Infatti ho dato una forma narrativa a conoscenze scientifiche di base particolarmente interessanti e al tempo stesso utili, per dimostrare quanto basti sapere anche poco, ma ben selezionato, per essere in grado di fare scelte più giuste per l’ambiente, oltre che per sé.

Chi è l’albero?

L’albero è un essere vivente che per le sue dimensioni, dai cinque ai centoventicinque metri di altezza, la sua longevità, dagli ottant’anni ai tremila, per le sue tante funzioni e capacità, influisce molto sull’intero ambiente. Gli studi scientifici hanno provato che è in grado di comprendere ciò che avviene intorno e dentro di lui e sa rispondervi con efficacia. Sa esprimersi e intendere con odori, colori, forme e suoni, stringendo alleanze con altri vegetali e animali.

Che cosa possono insegnarci gli alberi?

Possono insegnarci anzitutto che chi è davvero autonomo sa provvedere meglio anche agli altri e ottenere ciò di cui ha bisogno attraverso lo scambio e senza sfruttamento. Come tutti i vegetali, infatti, gli alberi producono il proprio cibo trasformando l’anidride carbonica in linfa dolce e nutriente, con l’aggiunta di acqua e sali minerali, utilizzando l’energia solare. Già solo con questo sono molto più autonomi di qualsiasi animale o umano, senza che altri ne facciano le spese. Per farsi aiutare dagli insetti, dagli uccelli, da altri animali e vegetali, oltre che dai funghi, ad ottenere certi vantaggi, predispongono esattamente ciò di cui questi alleati hanno bisogno, facendo in modo che, mentre ne usufruiscono, svolgano anche la funzione desiderata, senza particolare sforzo.

Come è strutturata la scuola e chi sono gli allievi?

La scuola è fatta in modo da essere frequentabile da chiunque, prima di tutto attraverso il mio sito www.ascuoladaglialberi.net dove ci sono rubriche con articoli utili. Poi ci sono i sette libri che ho pubblicato,  importanti per approfondire i diversi temi e acquistabili via mail. Conduco laboratori, conferenze, narrazioni e faccio mostre didattiche di volta in volta per parchi, associazioni, biblioteche. In realtà la mia è la “pre-scuola”, che dà gli strumenti per capire più facilmente quella vera, della natura, quando la si osserva con l’opportuna preparazione.

Quali sono gli obiettivi del progetto?

Gli obiettivi sono quelli di invogliare e incoraggiare le persone a occuparsi anche di ciò che non dà risultati immediati, (a parte il piacere del conoscere), ma è indispensabile per il bene comune, che è in realtà quello di ciascuno, fatto in modo lungimirante. Lo si raggiunge avendo buoni obiettivi a lungo termine, per i quali è necessaria una conoscenza come quella che cerco di dare. Sono in tanti a pensare di non avere tempo per questo, mentre in realtà subiscono un condizionamento sociale da cui potrebbero liberarsi. Per farlo occorre conoscere meglio i meccanismi della mente e dunque ho curato molto anche la sezione che si occupa della conoscenza dell’animo umano, attraverso articoli e recensioni di libri e film che aiutano a capire.

Esistono progetti simili al tuo all’estero?

Che io sappia non esistono altri progetti del genere. Nonostante ce ne siano molti che si occupano di ecologia, non ne conosco che lo facciano con modalità artistiche, se non in modo molto più limitato. Oppure ci sono scienziati che fanno un lavoro divulgativo egregio, ma più avanzato e dunque accessibile da chi ha già una certa preparazione, mentre io mi rivolgo a chi non ne ha. Pochi si occupano di alberi e quelli che lo fanno, di solito operano in modo settoriale, trattando per esempio solo gli alberi monumentali o i giardini, oppure facendo un lavoro principalmente di denuncia, di protezione o di azione senza preparazione specifica. Io cerco invece di collegare, di coordinare un sapere basilare su vari aspetti sia degli alberi che di ciò che con loro interagisce. Inoltre do molto spazio alla conoscenza dell’animo umano, che è normalmente è un settore a sé e trattato in modo diverso dal mio.

Che valore ha in questo preciso momento storico il suo progetto?

Potrebbe davvero essere utile anche per tutti i progetti già esistenti, oltre che per ogni tipo di persona, perché apre prospettive sorprendenti sulla vita. Permetterebbe di migliorare il terreno sociale da cui far emergere rappresentanti più consapevoli e più attenti, che sappiano prendere decisioni più sensibili al bene comune.

E’ possibile mettersi in comunicazione con gli alberi? Ci sono persone che pensano che lo sia, che abbracciano gli alberi o parlano con essi in una sorta di collegamento telepatico. Cosa ne pensa? A lei è mai accaduto?

Il genere di comunicazione che ho con gli alberi è anzitutto di tipo espressivo- visuale. Osservandoli, accorgendomi delle loro qualità e di come hanno reagito agli eventi della vita, sviluppandosi in un modo più o meno espressivo, mi sento toccata. Proprio questo tipo di contatto ha suscitato il mio desiderio di conoscere e far conoscere le loro straordinarie virtù, avendone gioia e conforto. E’ possibile che le piante si accorgano di questo, perché ogni nostra attività nervosa produce un lieve impulso elettrico e una reazione chimica odorosa che loro sono in grado di percepire. Tocco e annuso volentieri le foglie, i fiori e il legno, ma raramente li abbraccio perché un fusto d’albero è pur sempre duro e ruvido.

Ci può dire qual è il costo delle sue attività?

Ritengo di chiedere compensi modesti, ma è davvero difficile azzeccare la cifra giusta, perché gli interlocutori sono diversi e hanno risorse economiche estremamente variabili, che fanno giudicare le richieste a prescindere da ciò che offro.

Lei come sostiene tutto questo lavoro?

Se intende come lo sostengo economicamente rispondo: con grande fatica, perché in troppi dicono di non avere fondi disponibili.

C’è risposta da parte delle istituzioni?

E’ scarsa, purtroppo.

Fonte: ilcambiamento.it

Torino, ottava città in Italia per raccolta rifiuti organici

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I dati emergono dal Rapporto Annuale del CIC, il Consorzio Italiano Compostatori che ha festeggiato a Roma i primi 25 anni di attività. Una filiera che ad oggi conta 9.000 addetti e 1,7 miliardi di euro di fatturato.

La città di Torino si colloca all’ottavo posto in Italia, tra quelle con più di 200.000 abitanti, nella raccolta di rifiuti organici: con 59 kg per abitante l’anno recuperati nel 2015, la città contribuisce in misura importante alla raccolta in Piemonte, che con oltre 400.000 tonnellate, si colloca al settimo posto fra le Regioni dopo la Lombardia, l’Emilia-Romagna, il Veneto, la Campania, la Toscana e il Lazio. Sono i dati che emergono dal Rapporto Annuale del CIC, il Consorzio Italiano Compostatori che ha festeggiato a Roma i primi 25 anni di attività. La raccolta della frazione organica (frazione umida + frazione verde) rappresenta oggi il primo settore di recupero in Italia con il 43% dei rifiuti urbani raccolti in maniera differenziata: un comparto in crescita costante (+10% l’anno in media dal 2007 a oggi) e totalmente autosufficiente che ha registrato una continua evoluzione industriale, tecnologica e ambientale: oggi la filiera conta 9.000 addetti e 1,7 miliardi di euro di fatturato.387545_2

La filiera di valorizzazione del biorifiuto – spiega il presidente del cic, Alessandro Canovaiè strategica, oltre che per le grandi potenzialità industriali derivanti dallo sfruttamento del biometano, soprattutto per l’importanza vitale della restituzione ai suoli della sostanza organica attraverso l’utilizzo del compost. E’ ormai improcrastinabile un serio piano di infrastrutturazione impiantistica che preveda la realizzazione di almeno 20 nuovi impianti nei prossimi 5 anni per le aree cronicamente carenti (parte del Centro e Sud del paese) e in alcune grandi città, a partire da Roma. In questi 25 anni a investire nell’impiantistica sono stati soprattutto imprenditori privati (molti afferenti ad Assoambiente), che hanno garantito lo sviluppo del settore in condizioni di libero mercato e che sono pronti a cogliere le nuove opportunità di crescita, unitamente alle imprese pubbliche di settore che negli ultimi anni hanno manifestato un crescente interesse ad investimenti in impianti di digestione anaerobica e compostaggio”.

Nei 25 anni di attività, il Cic ha raccolto e sottratto alle discariche oltre 65 milioni di tonnellate di rifiuti, che avrebbero occupato un volume di oltre 100 milioni di metri cubi; questa enorme mole di rifiuti è stata trasformata in 23,5 milioni di tonnellate di compost, contribuendo a stoccare nel terreno oltre 7 milioni di tonnellate di sostanza organica. Dal momento che per ogni chilogrammo di rifiuto organico non smaltito si evitano 0,68 kg di CO2 equivalente, il settore del trattamento biologico (compostaggio e digestione anaerobica) ha evitato 44 milioni di tonnellate di Co2 equivalente.

Dal 1992 ad oggi, l’utilizzo del compost in sostituzione di altri prodotti per la fertilizzazione, come i concimi minerali e di sintesi, ha portato ad una riduzione dei costi di circa 650 milioni di euro nel settore agricolo; il 33% del compost prodotto in Italia, inoltre, è a marchio “Cic” il che ne garantisce un elevato standard di qualità. Il CIC ha anche stimato che basterebbe aumentare dello 0,1% la sostanza organica nei suoli, tramite l’utilizzo di compost, per azzerare la co2 del sistema dei trasporti nazionale; il compost è inoltre fondamentale per scongiurare il depauperamento dei suoli e il rischio di desertificazione.

Il nostro auspicio – conclude Canovai- è che si intervenga per sostenere questa filiera, anche attraverso i meccanismi economici previsti in sede europea per l’EPR e che hanno garantito lo sviluppo di altre filiere, e favorendo l’utilizzo del compost in agricoltura, riconoscendone il valore intrinseco legato alla capacità di stoccare carbonio nei suoli“.

Fonte: ecodallecitta.it