Fioriture di primavera: ecco come nasce un bocciolo

Una ricerca dell’Università statale di Milano svela come fanno le piante a coordinare la crescita del fusto e la formazione dei boccioli, due processi fondamentali per la fioritura in primavera

Primavera, tempo di risvegli, amori e sbocciar di fiori. Un’esplosione di colori e profumi che torna, puntualmente, ogni anno. Ma cosa regola lo straordinario spettacolo delle fioriture di primavera? Certamente le piante decidono di attivarsi in base alla temperatura e alla lunghezza delle giornate, ma esattamente come fanno? Uno studio pubblicato su Nature Plants dal gruppo di Fabio Fornara, del Dipartimento di Bioscienze dell’Università Statale di Milano, ha ora individuato i segnali ambientali e molecolari che scandiscono la fioritura e la produzione dei semi in una specie modello per lo studio dei cereali: il riso.

Fioriture in due atti

In molte specie, compresi i cereali, la formazione dei fiori è associata alla crescita rapida del fusto, che trasporta i boccioli al di sopra delle foglie, da dove il polline che produrranno una volta aperti potrà distribuirsi più facilmente. La fioritura è quindi un processo in due fasi: la formazione vera e propria dei boccioli e l’allungamento dello stelo che li sostiene. I due processi devono essere coordinati, ma fino ad ora non era chiaro quali segnali consentissero di sincronizzarli. La pianta percepisce l’arrivo di una stagione favorevole alla fioritura misurando variazioni nella lunghezza del giorno. E quando questi segnali ambientali indicano che il momento favorevole è arrivato, le foglie producono segnali florigenici (che stimolano la fioritura): i florigeni, piccole proteine in grado di muoversi nella pianta fino all’apice del germoglio, sede delle cellule staminali della pianta, dove vengono formati i fiori.

Un solo segnale per fusto e fiori

Lo studio su Nature Plants dimostra che gli stessi segnali florigenici servono anche per preparare il fusto della pianta ad allungarsi. Il meccanismo – scrivono gli autori della ricerca – richiede l’aumento della sensibilità delle cellule del fusto ad ormoni chiamati gibberelline, responsabili della crescita delle piante. Quando i segnali florigenici arrivano all’apice del germoglio, oltre a stimolare la formazione dei fiori rendono anche il fusto particolarmente sensibile alla presenza di questi ormoni e ne causano il rapido allungamento. L’uso di nuove tecnologie genetiche, come il gene editing, ha permesso ai ricercatori di creare mutazioni mirate nei geni che regolano questo processo, separando il processo di allungamento del fusto dalla fioritura, e permettendo di ottenere piante che iniziano a crescere molto rapidamente in altezza, già molto prima che siano pronte per fiorire.

L’interesse agronomico

Lo studio ha varie e fondamentali implicazioni, perché il riso oltre ad essere un modello di studio, è una specie di grande interesse agrario, che vede l’Italia primo produttore europeo. “I risultati ottenuti”, conclude Fabio Fornara, “ci consentono di approfondire i meccanismi che regolano il passaggio della pianta di riso alla fase riproduttiva, premessa necessaria per la produzione di semi e frutti. Inoltre, comprendere come la regolazione delle fioriture e delle taglie siano coordinate e avere la possibilità di modificare il sistema a piacimento grazie alla genetica molecolare, apre la strada al miglioramento di caratteri importanti dal punto di vista agronomico”.

Riferimenti: Nature Plants

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L’Ue dice addio alla plastica monouso: divieto di vendita dal 2021

Stop all’inquinamento di spiagge e oceani. Passa al Parlamento europeo la legge per vietare le plastiche monouso e responsabilizzare i produttori e consumatori al riciclo

Addio a posate, cannucce, cotton-fioc e agli altri prodotti di plastica usa-e-getta per cui esistono alternative in materiali sostenibili o riutilizzabili. Così, con l’approvazione di nuove norme che limitano la diffusione dei principali prodotti di plastica monouso entro il 2021 e volte a responsabilizzare produttori e consumatori, l’Unione europea muove (almeno sulla carta) i primi passi per contrastare l’inquinamento di spiagge, mari e oceani. Dopo il voto del Parlamento europeo, che segue la proposta della Commissione ambiente depositata a maggio e l’accordo politico del dicembre dello scorso anno, la palla passerà agli Stati membri, che dovranno recepire la direttiva.

Nuovi divieti, nuovi obiettivi

La legge europea appena approvata, passata a larga maggioranza con 560 voti a favore, 35 contrari e 28 astenuti, impone il divieto di commercializzare quei prodotti di plastica monouso per cui esistono alternative sostenibili e economicamente accessibili. Per gli altri, invece, si prevede un lavoro di sensibilizzazione per ridurne in modo significativo il consumo. Dovremo dunque dire (finalmente) addio a posate e piatti di plastica usa-e-getta, ai bastoncini dei cotton- fioc, alle cannucce e anche alle palettine per miscelare le bevande delle macchinette. E anche tappi e coperchi per bevande saranno ammessi solo se attaccati al contenitore e non disperdibili. La direttiva europea prevede inoltre che entro il 2029 il 90% delle bottiglie di plastica Pet debba essere raccolto e riciclato dagli Stati membri. Le bottiglie di plastica dovranno poi essere prodotte con almeno il 25% di materiale riciclato entro il 2025 e con il 30% entro il 2030.

Responsabilità dei produttori

Le nuove norme prevedono anche responsabilità per le aziende che producono contenitori e involucri, alle quali non solo è ora chiesto di contribuire ai costi di gestione e bonifica dei rifiuti, ma anche di partecipare all’attività di sensibilizzazione dei consumatori, promuovendo in etichetta le corrette modalità di smaltimento e informando dei danni provocati in caso di dispersione. In questo modo l’Europa cerca di mettere un freno anche alla piaga di salviettine umidificate, assorbenti, filtri di sigarette smaltiti in modo sbagliato, che continuano a intasare i sistemi fognari e a riversarsi nell’ambiente. Inoltre per promuovere il cambio di paradigma la Ue offrirà incentivi per quelle realtà che si impegneranno nella conversione verso materiali sostenibili e nello sviluppo di alternative meno inquinanti.

Un mondo più pulito

“Con questo voto il Parlamento europeo dice basta alla plastica monouso, mettendo al bando, a partire dal 2021, i prodotti che più invadono le nostre spiagge e i nostri mari”, ha commentato in una nota il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani dopo l’ok dell’Eurocamera. “I cittadini europei sono giustamente preoccupati da questa gravissima forma di inquinamento, che sta letteralmente soffocando la vita nei mari e sulle coste”.

Secondo l’Eurobarometro, infatti, l’87% degli europei è preoccupato per l’impatto delle plastiche sulla salute e sull’ambiente. Anche alla luce del fatto che, in base a certe stime, entro il 2050 potremmo trovare in mare più plastica che pesce. Il Parlamento europeo è “in prima linea nella battaglia per la salvaguardia degli oceani”, ha concluso Tajani. “Stiamo dando una risposta molto concreta anche ai milioni di ragazzi scesi in piazza per chiedere rispetto per il pianeta dove devono vivere. Siamo dalla loro parte”.

Insomma, #FridaysForFuture. Speriamo non solo a parole.

Fonte: Wired.it

Vale la Pena: la birra artigianale fatta dai detenuti

Evita le recidive, offre nuove opportunità di vita e lavorative ai detenuti, favorisce l’avvio di progetti imprenditoriali virtuosi. L’economia carceraria, in altre parole, fa bene a tutti. È quanto dimostra la onlus “Semi di Libertà” da cui hanno preso vita la società e l’omonimo pub “Vale la Pena” che tramite la produzione e la vendita di birra artigianale promuovono la formazione e l’occupazione dei detenuti. Paolo Strano ha per lungo tempo fatto il fisioterapista nel servizio sanitario italiano ma, quando si trasferisce all’ospedale Regina Margherita di Trastevere e quindi, al carcere di Regina Coeli, per curare i detenuti, la sua vita cambia radicalmente. Lascia definitivamente il lavoro e nel gennaio del 2013 fonda la Onlus Semi di libertà, perché, conoscendo il mondo del carcere, decide che contrastare le recidive dei detenuti e realizzare progetti che offrano loro opportunità di lavoro e di nuova vita, deve diventare la sua nuova professione. Semi di libertà inizia l’attività a marzo 2014, con la prima attività formativa e nel settembre 2014 è prodotta la prima birra “Vale la Pena”.

La capacità produttiva attuale è di trenta mila litri l’anno, il nuovo obiettivo è di produrne almeno sessanta mila litri ed è per questo che stanno realizzando un nuovo birrificio, tutto loro, e che nel giro di un anno sarà completato. Oggi la Onlus, oltre che continuare la sua mission con la formazione dei detenuti, nella produzione di birra, supporta lo sviluppo d’idee imprenditoriali, nel campo dell’economia carceraria. A breve, infatti, nascerà una sartoria.

Semi di Libertà? Ne Vale la Pena!

Paolo, con gli altri fisioterapisti che lavorano con lui a Regina Coeli cofondatori della Onlus, decide che il settore della birra artigianale debba essere il settore economico su cui puntare, è un settore in continua crescita e, grazie al finanziamento ricevuto dal Ministero di Grazia e Giustizia e dal Ministero della Pubblica Istruzione, costruiscono un impianto di birra artigianale presso l’Istituto Agrario Emilio Sereni. Iniziano così la formazione di detenuti in articolo 21, dell’ordinamento penitenziario che offre l’opportunità di essere inseriti in un percorso lavorativo, durante la detenzione in carcere o ai domiciliari per favorire la piena realizzazione del reinserimento nella società, a fine pena, con una professione e un lavoro. Dal 2014 a oggi hanno formato sedici detenuti e l’avvio successivo della società profit, con fini sociali “Vale la Pena” insieme a due nuovi soci, un avvocato ed un commerciante, e l’apertura del pub, omonimo, in Via Eurialo 22, vicino alla metro Furio Camillo, permette loro di aggiungere un nuovo importante tassello al progetto: la possibilità di assumere i detenuti che formano. Il pub è stato inaugurato nel mese di ottobre del 2018 e già conta due dipendenti, la birra prodotta è venduta presso altri locali romani, ma il principale rivenditore è Eataly.

I taglieri di formaggi e salumi sono creativamente assemblati da Mirco, 43 anni, detenuto in semi libertà. Tutte le mattine, alle 8,30, esce dal carcere di Rebibbia, alle 16,30 raggiunge il suo posto di lavoro in Via Eurialo, dove lavora con un contratto a tempo indeterminato, e alle 23,30 rientra nella sua cella. Mirco sta scontando gli ultimi mesi di una condanna di quattordici anni per rapina, ha soggiornato in quasi tutti i carceri del Lazio e molti altri del sud Italia, durante la sua permanenza nel carcere di Velletri, mentre guarda la tv, s’imbatte in un servizio giornalistico in cui viene presentano il progetto di Paolo Strano. In quel momento capisce che è la sua unica possibilità per cambiare vita: lo contatta, frequenta il corso per imparare a produrre la birra e oggi lavora nel pub. Mi confessa, mentre sorseggio una fresca bionda, che se non avesse avuto l’opportunità di lavorare nel pub Vale la pena, uscito dal carcere, avrebbe ripreso la sua solita vita, l’unica che abbia mai conosciuto, fino ad ora. Il pub Vale la Pena è un piccolo locale arredato con molti riferimenti alla struttura carceraria: chi viene a bersi una birra viene informato del progetto, alcuni girano i tacchi e vanno via (molti meno di quanto s’immaginava), gli altri rimangono e “sposano” il progetto. I prodotti venduti nel pub provengono da diversi istituti penitenziari italiani: i formaggi di “Cibo agricolo libero” di Rebibbia femminile, il “Caffè galeotto” di Rebibbia maschile, i taralli del carcere di Trani, i biscottini di “Cotti in flagranza” dal carcere Malaspina di Palermo, le creme e i croccanti di “Sprigioniamo sapori” dal carcere di Ragusa e la pasta dal carcere dell’Ucciardone di Palermo.

L’economia carceraria fa bene a tutti

Paolo è inarrestabile, nel suo racconto e nella sua nuova vita da imprenditore. Dopo “Semi di Libertà” e “Vale la Pena” aggiunge un altro pezzetto alla sua storia e fonda anche “Economia Carceraria”, una nuova srl con fini sociali: commercializzare i prodotti delle carceri italiane. Un’idea che nasce dalla realizzazione del Festival nazionale dell’economia carceraria, a Roma, nel 2018, e che ha avuto l’ambizione di censire e dare visibilità alle tante realtà produttive carcerarie. Il lavoro di scouting ne porta al festival ben quaranta, ma è un lavoro non esaustivo, Paolo è certo che almeno il doppio siano le realtà e che è molto difficile fare un censimento completo, perché invisibili, non presenti sul web e scarsamente valorizzate. Se parliamo di produzioni, quasi tutte le carceri hanno avviato attività produttive, tra le più svariate, ma l’amministrazione carceraria non è abilitata a vendere i prodotti, questo fa sì che, se da un lato, sono progetti che danno l’opportunità di professionalizzare il detenuto, dall’altra, non creano occasioni di lavoro concrete. Addirittura, si assiste al paradosso che nelle carceri dove si realizzano orti con produzione di verdura, frutta, oli, di ottima qualità e bio, le mense non possono utilizzarli perché la fornitura delle stesse è affidata ad appalti esterni. Le produzioni sono tante e ormai presenti in tutte le case circondariali, ma la loro commercializzazione è ancora tutta da pensare. A questo vuole proprio pensare “Economia carceraria” e cioè, diventare strumento per la massima diffusione della conoscenza e vendita dai tanti prodotti al fine di creare posti di lavoro.

Il costo sociale della recidiva

La recidiva è un problema sociale non solo di chi vive il carcere, ma anche per la società tutta. Recidiva dei reati significa tanti reati in più e tanti costi per tutti. Le statistiche datate 2007 fornite dal DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) parlano del 68% di recidiva tra chi sconta la pena solo in carcere e di solo il 2% di chi è inserito in progetti produttivi. A oggi si sa solo che una detenzione ha un costo di circa euro 3.700 al mese per singolo detenuto (costo elaborato dal DAP) e l’80% è dato dai costi di personale (polizia penitenziaria). Un costo mai valutato, ma che s’immagina facilmente quanto possa essere elevato è, ad esempio, quello determinato dai due o tre gradi di giudizio. Appare evidente, dunque, che investire su questi progetti comporta un risparmio economico alla comunità intera. Il sogno di Paolo è quindi quello di far diventare i loro progetti una buona pratica per attivare altri imprenditori o aspiranti tali, a fare la loro stessa scelta: inventare un business che abbia un valore sociale.

Chi sostiene l’economia carceraria?

Le produzioni dei penitenziari del nord Italia ricevono sostegno concreto allo sviluppo del progetto, direttamente dalle Istituzioni, è ad esempio il caso di Torino, dove è stato aperto un negozio di economia carceraria, in Via Milano, in un locale donato a titolo gratuito dal Comune e ristrutturato dalla Fondazione San Paolo. A Milano c’è il consorzio “Vialedeimille”, luogo d’incontro con il territorio e di formazione delle persone detenute, nato su iniziativa dell’Assessorato alle Politiche del Lavoro del Comune di Milano, fondato da cinque cooperative sociali che lavorano negli istituti San Vittore, Opera e Bollate. Da Roma in giù è tutto più difficile e le iniziative istituzionali, a favore dello sviluppo di questi progetti, sono assenti. 

Gabriella Stramaccioni da circa un anno e mezzo è garante delle persone private della libertà per Roma capitale, si occupa dei detenuti e di organizzare le attività in loro favore: dalla prenotazione di una visita medica alla produzione di un documento. Roma ha l’istituto femminile più grande d’Europa, con circa 350 detenute, ha quattro istituti maschili, un istituto minorile, il più grande d’Italia, il Cie (centro di permanenza ed espulsione). Una popolazione di circa dieci mila perone, compresi i detenuti ai domiciliari, inseriti in sistemi alternativi alla detenzione e i sottoposti a lavori sociali. Nel carcere di Regina Coeli sono presenti 175 nazionalità differenti. Il progetto che Gabriella intende promuove e sviluppare è quello di aumentare le misure alternative al carcere, la formazione e il lavoro. Anche secondo lei, infatti, l’economia carceraria è un importante strumento per far conoscere il carcere fuori e per pensare e realizzare progetti conreti di sviluppo e d’inserimento nella società. Il carcere di Rebibbia ha un’azienda agricola, in cui lavorano quindici detenute, con una ricca produzione di prodotti da orto e un allevamento di conigli; è stato creato un forno che produce pane venduto all’esterno e nel nuovo complesso c’è una torrefazione che impiega dieci detenuti. È auspicabile che le iniziative private e il supporto concreto delle istituzioni possano incontrarsi in progetti di economia carceraria di cui godere tutti, indistintamente.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/03/vale-la-pena-birra-artigianale-fatta-detenuti/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Effetto Palla: quando i social cambiano la vita degli animali

Abbiamo intervistato Monica Pais, veterinaria della clinica veterinaria Due Mari di Oristano e animatrice, insieme ad un eroe a quattro zampe, di Effetto Palla, una Onlus in grado di cambiare la vita a migliaia di animali e a molti umani. Il lavoro decennale ha avuto un’improvvisa impennata con la pubblicazione di una foto su Facebook…

“Io sono una veterinaria e lavoro in una clinica ad Oristano. Nella nostra clinica vengono seguiti e curati anche animali randagi, recuperati in stato di grande difficoltà. Tra questi il cane che chiamammo Palla: per promuovere le adozioni di questi animali dopo averli curati, abbiamo creato una pagina Facebook. Il giorno in cui scoprimmo l’effetto Palla… andammo a dormire con 26 mila like alla pagina e ci siamo svegliammo con 186 mila!”.  

A parlare è Monica Pais, animatrice del progetto Effetto Palla e della Clinica Veterinaria Duemari. Dopo averne sentito tanto parlare, la intervistiamo lo scorso dicembre a Cagliari, durante la fiera Scirarindi. Monica è una donna decisa, entusiasta, che ci racconta con un pizzico di incredulità la sua straordinaria vicenda.

Effetto Palla è una Onlus nata a marzo 2016 con l’obiettivo di soccorrere e dare nuova vita agli “animali di nessuno”. Nasce grazie a una meticcia di pitbull, Palla ovviamente, che ha disegnato il primo pezzo dell’opera.  Ma torniamo al gennaio 2016, quando viene ritrovata la cagnolina nelle campagne di Oristano, in Sardegna. Il giovane animale viene recuperato in condizioni disperate: ha la testa deformata a causa di un laccio di nylon di 15 cm di circonferenza stretto intorno al collo, che la fa soffrire da mesi, chissà quanti. Un supplizio che, giorno dopo giorno, per un cane nei primi mesi di vita, può portare addirittura alla decapitazione. Fortunatamente, nella stessa città sarda, c’è la Clinica Veterinaria Duemari, che cura, oltre agli animali di proprietà, i randagi feriti e trova loro una casa. La clinica, così, nella figura della dottoressa Monica Pais, si adopera per salvare la cagnolina con un’operazione delicata. E ci riesce. Guarisce e viene chiamata dai suoi salvatori Palla, come a rimarcare, ora con un sorriso, la sua deformazione. “I nomi che diamo agli animali che curiamo – racconta Monica – sono onomatopeici e legati al tipo di trauma che hanno riportato. Non so perché questa storia abbia bucato più delle altre, noi non ce lo aspettavamo minimamente. Quando Palla è arrivata sembrava un cartone animato riuscito male. Era tenerissima, era brutta ma si poteva guardare, era una Cenerentola diventata principessa.” 

Nella clinica di Monica lavorano dieci veterinari. La nostra struttura, nata dieci anni fa, ha sempre curato anche animali randagi, siano feriti o in gravi condizioni. “Sono randagi certificati da una qualunque autorità – spiega Monica –, abbiamo una piccola convenzione che dovrebbe pagare il primo soccorso. Noi poi, a titolo volontaristico, portiamo avanti tutto l’iter successivo dell’adozione”.

Ecco perché la pagina Facebook della clinica “riveste un ruolo fondamentale: permette ai nostri ‘pazienti’ di essere conosciuti nei social, aumentando così la possibilità di essere adottati. Attualmente, il nostro portale online è una sorta di rivista che racconta tutte le (dis)avventure dei nostri animali e, dopo Palla, anche altri sono diventati famosi su internet e negli altri media. Le pubblicazioni sul web sono quindi decisive per le loro prospettive: noi li curiamo ed evitiamo che vadano in canile, ma il loro futuro, per essere roseo, dipende dai nuovi padroni”.  La clinica, in quanto centro di recupero di fauna selvatica, non cura solo cani e gatti, ma un ampio target di animali, dalle tartarughe marine alle rondini. Ora, per fortuna, accanto alla Clinica troviamo la Onlus. “Ci pesa avere la clinica piena di animali – ci ricorda Monica – vogliamo quindi portare il progetto fuori dalla nostra struttura”.  Per questo la Onlus finanzia iniziative per la comunità e gli animali. Il requisito fondamentale è che questi devono avere benefici diretti agli animali stessi, ma spesso riguardano anche noi umani. Ad esempio, in Brasile stanno aiutando le persone che vivono in alcune favelas a diventare assistenti veterinari. In questo modo, il risultato è doppiamente virtuoso: alcuni umani sono strappati alla miseria e, una volta formati, diventano portatori di cure per gli animali delle stesse favelas.  Il successo della Onlus, dopo la pubblicazione della storia di Palla è stato davvero dirompente. Effetto Palla, infatti, è diventata una delle Onlus più grandi di Italia, tra le prime 160 su 45 mila. Ciò ha permesso a Monica e al suo team di gestire cifre importanti, raccolte con il 5 per mille e dirottate su randagi e progetti vari.

Corso per diventare assistenti veterinari (Brasile)

Come tutti quelli che hanno a che fare con animali in difficoltà, il rapporto con il dolore diventa quotidiano: “Per noi è una sfida – confida Monica – ci sono persone che non riescono a liberarsi del dolore, che assorbono le situazioni pesanti che hanno nelle vicinanze. Per noi è una metafora: hai una vita che ti permette di stare così a contatto con la morte che alla fine questa non ti fa più paura”. 

Mentre Monica ci parla osservo dietro di lei i calendari che hanno realizzato. In copertina si vede Palla che salta nel cerchio centrale del segno-simbolo del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto. Sempre in copertina, non per caso, è anche riportata una citazione dall’ultimo libro dell’artista biellese: “Per progredire nella formazione di una società evoluta – questa la frase tratta da ‘Ominiteismo e demopraxia’ – è innanzitutto indispensabile stabilire un rapporto di pieno rispetto tra noi e gli animali”. Le chiedo quindi cosa ci faccia Palla dentro il simbolo del Terzo Paradiso. “Palla sta dentro il suo personale Terzo Paradiso. Da un lato c’è la natura, la vicinanza con tutti gli esseri viventi; dall’altra parte, il paradiso di Facebook, della tecnologia, degli arrivi su Marte; in mezzo lei, che coglie tutto quello che riesce a mettere insieme”.

Concludiamo il nostro incontro chiedendoci come mai la storia di Palla abbia avuto così successo nell’immaginario delle persone. “Non lo so, ce lo chiediamo anche noi” afferma Monica. “Forse, il motivo è da ricercare nel fatto che la gente ha bisogno di modelli. A me il coraggio nasce dall’incoscienza. Quando mi fanno i complimenti non capisco il perché. Ma quando mi chiedono cosa vedano gli altri in Effetto Palla, mi dico che forse riconoscono ciò che loro per primi vorrebbero fare. Si rendono conto che possono fare qualcosa anche loro, entrare nell’Effetto Palla”.

 Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/03/effetto-palla-social-cambiano-la-vita-animali-io-faccio-cosi-243/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Cambiamenti climatici: l’Italia sott’acqua. Ma chi se ne frega!

Nel corso degli anni, gli ambientalisti sono stati trattati sempre con sufficienza e come catastrofisti se ammonivano sui rischi di inquinamento e cambiamenti climatici. Ma, è evidente, che non erano esagerazioni…

Nel corso degli anni, gli ambientalisti sono stati trattati sempre con sufficienza e come catastrofisti se ammonivano sui rischi di inquinamento e cambiamenti climatici. Considerati esagerati, troppo preoccupati, perché comunque si credeva, e qualcuno incredibilmente lo pensa ancora, che la tecnologia ci avrebbe salvato e si sarebbe inventato qualcosa per farci passare indenni la “nottata”. 

Purtroppo però si sta verificando esattamente quanto dicevano gli ambientalisti e non sta arrivando nessun Messia a salvarci, né tantomeno ci salverà qualche magica tecnologia nascosta nel cilindro degli stessi apprendisti stregoni che ci hanno condotto fino al baratro. Ora anche la scienza dà ragione agli ambientalisti rompiscatole. Scienziati prestigiosi di rinomate e riconosciute istituzioni sono d’accordo nel confermare, con dati e studi accurati, la situazione ambientale avviata alla catastrofe per mano umana. Del resto anche senza gli scienziati ce se ne poteva rendere perfettamente conto, vista la situazione sotto gli occhi di tutti. Quella stessa scienza che si invoca indiscutibile, sacra e inviolabile solo quando c’è di mezzo il profitto ovvero quando si devono vendere farmaci, vaccini, combustibili fossili, concimi chimici, alimenti schifezza, ecc. Ma quando la scienza non fa guadagnare i mega squali del profitto e cerca semplicemente di salvare l’umanità, allora non conta più. Anzi viene combattuta a suon di consulenti pagati dalle grandi compagnie petrolifere e multinazionali in genere, per dire e scrivere ovunque sui media compresi i social, che gli scienziati stanno mentendo, i dati sono falsi, gli ambientalisti sono pagati dai russi, che fra le stupidaggini è la più roboante essendo la Russia uno dei paesi più inquinati della galassia a cui tutto importa, meno che dell’ambiente. E che dire poi circa i commenti dei fan del progresso quando denigrano e prendono in giro chi mette in discussione la crescita e ammoniscono che così torniamo alla preistoria? Ebbene proprio il loro progresso, la loro amata crescita del PIL ci sta riportando alle preistoria quando una parte dell’Italia era sommersa dalle acque. Addirittura l’ENEA, quindi non certo un covo di ambientalisti fanatici, ci dice che fra qualche decennio l’Italia sarà inondata a causa dei cambiamenti climatici e conseguente innalzamento del livello del mare di un metro. Circa 400 chilometri di costa spariranno e 5.686 chilometri saranno a rischio inondazioni. Cioè migliaia di persone che se ne dovranno andare dalle loro terre perché se le riprenderà il mare, compresa la tanto amata Venezia. E quindi avremo l’ondata dei profughi ambientali al di fuori dell’Italia e i profughi ambientali che verranno direttamente da dentro l’Italia. Una situazione simile significa che prossimamente ci dibatteremo in maniera ancora più grave fra incendi, dissesti idrogeologici, siccità, inondazioni e vivremo una situazione estremamente pesante. E nonostante ciò non si balza sulla sedia e non si agisce.  Siamo di fronte ad una catastrofe con problemi enormi da affrontare, costi spaventosi e cosa si sta facendo per fermare tutto ciò? Nulla, zero, nada, nisba.

La politica, sostanzialmente, se ne frega altamente, tutta presa a inseguire consenso, like e potere, ad accapigliarsi su ridicole leggi e leggine che quando saremo spazzati via tutti, conteranno meno che zero. Ma al politico attaccato a immagine, soldi, potere e poltrona, cosa vuoi che gliene freghi dei cambiamenti climatici, è un tema che non paga a livello elettorale. Al massimo nella loro proverbiale intelligenza e sagacia diranno che se le nostre coste verranno inondate, ci si trasferirà sulle montagne.  I media riportano notizie sul dramma climatico se e molto dopo altre notizie fondamentali per la nostra esistenza… come le primarie del PD, cosa ha mangiato Salvini oggi o quale era il vestito più bello indossato al festival di Sanremo.  E il tanto decantato popolo? Non si pone granché il problema e in caso aspetta che ci pensi la politica fra una Nutella e l’altra e nel frattempo si va avanti come se nulla fosse. Di fronte a questi atteggiamenti assurdi, viene da chiedersi se una specie vivente che si sta comportando in maniera così profondamente folle meriti ancora di stare nel paradiso che è la nostra meravigliosa terra.  Abbiamo la casa in fiamme con i parenti dentro e noi pensiamo se sia il caso di indossare una giacca piuttosto che un’altra perché se ci filmano nel salvataggio dobbiamo apparire trendy. Sembra che la nostra stupidità sia così profonda, radicata e senza speranza che sacrificheremmo tutto, anche la nostra stessa sopravvivenza e quella dei nostri figli e nipoti. Oltre ai soliti ambientalisti, solo gli studenti, grazie all’extraterrestre Greta Thunberg, stanno facendo sentire la propria voce ma ancora non preoccupano particolarmente i potentati criminali.

In questa situazione drammatica, come persone singole abbiamo comunque in mano un potere enorme. Così come insegna Greta, dall’alto della saggezza dei suoi 16 anni, serve essere moralmente incorruttibili da fama, soldi e potere, convinti di cambiare e determinati a farlo. Con questi ingredienti si possono spostare montagne. Quindi innanzitutto: boicottare e acquistare il meno possibile prodotti che non hanno alcun rispetto per persone e ambiente, chiedendosi sempre cosa c’è dietro a quello che acquistiamo in termini ambientali e di sfruttamento delle persone.  Se si decide di votare, lo si faccia per quei politici che hanno come programma al primo posto l’obiettivo della riduzione delle emissioni di gas serra di almeno l’80%  tassativamente entro il 2030. Tale programma deve essere sottoscritto con il sangue attraverso un regolare contratto e in caso di non ottemperamento, il politico dovrà pagare multe milionarie e la perdita di tutti i diritti civili. Fondamentale è poi organizzarsi in gruppi e comunità di persone per riabitare campagne, borghi, paesi abbandonati in posti di estrema bellezza e ricchezza naturale che sono ovunque in Italia che ormai si sta spopolando, fra la gente che se ne va e i figli che non si fanno più. Realizzare progetti il più possibile di autosufficienza alimentare ed energetica con scambio di eccedenze in un ottica di eco vicinato. Recuperare e far rinascere l’artigianato dappertutto con l’obiettivo di avere la maggiore autonomia possibile in fatto di materiali riducendo la dipendenza dall’estero. Tanto con le prossime crisi di approvvigionamento, in ogni caso dovremmo fare senza molti prodotti che arrivano da fuori Italia. Le città devono fare piani di autosufficienza energetica e alimentare mettendoli al primo posto come obiettivi delle amministrazioni comunali. A livello statale si deve avere come politica prioritaria e urgente la salvaguardia dell’ambiente creando milioni di posti di lavoro nei settori immensi che ne sono connessi: energie rinnovabili, risparmio energetico e idrico, efficienza energetica con la  riqualificazione del patrimonio edilizio, agricoltura biologica, recupero, riuso e riciclo materiali, ecoturismo e cultura. Non bisogna aspettare niente e nessuno per realizzare questi obiettivi perché è già tardi, occorre organizzarsi  immediatamente per cercare quantomeno di salvarsi ma ben sapendo che da solo non si salva nessuno. Quindi unirsi agli altri e creare relazioni di comunità forti e solidali, il solo, unico, vero, efficiente welfare. Nell’emergenza si farà di necessità virtù e di fronte all’immobilismo o all’aperta contrarietà di politica ed istituzioni, preoccupate di perdere il loro potere, nasceranno forme diverse di decisione e organizzazione realmente paritarie e partecipative. Questo avverrà se non altro perché attraverso strutture decentrate ed efficienti e soprattutto sburocratizzate, ci potrà essere qualche speranza di sopravvivenza. Se poi la politica in uno scatto di orgoglio e destandosi dal suo torpore, vorrà dare una mano, ben venga ma meglio non sperarlo o aspettarlo, si rischia di perdere altro tempo prezioso che non c’è più. Non  si può scherzare o sottovalutare la situazione perché la natura che abbiamo violentato in tutti i modi si sta pesantemente difendendo dal cancro umano che la vuole uccidere. Ed è evidente chi vincerà alla fine.

Fonte: ilcambiamento.it

Greenpeace: «Il governo giapponese mente sull’impatto di Fukushima su lavoratori e bambini»

A pochi giorni dall’ottavo anniversario del disastro di Fukushima, una nuova indagine di Greenpeace Giappone fornisce nuovi dettagli sugli effetti dell’incidente nucleare avvenuto l’11 marzo del 2011. E denuncia scorrettezze da parte del governo giapponese.

Aerial radiation survey with a drone conducted by Greenpeace in Namie, Fukushima prefecture.

A pochi giorni dall’ottavo anniversario del disastro di Fukushima, una nuova indagine di Greenpeace Giappone fornisce nuovi dettagli sugli effetti dell’incidente nucleare avvenuto l’11 marzo del 2011. L’indagine, spiega l’associazione ambientalista, rivela come «il governo giapponese stia deliberatamente ingannando gli organismi e gli esperti delle Nazioni Unite che si occupano di violazioni dei diritti umani».

Il rapporto “Sul fronte dell’incidente nucleare di Fukushima: lavoratori e bambini”, diffuso dall’organizzazione ambientalista, rivela che esistono ancora alti livelli di radiazioni sia nelle zone di esclusione che nelle aree aperte, anche dopo gli enormi sforzi di decontaminazione. Il lavoro realizzato da Greenpeace documenta inoltre quanto siano estese le violazioni del governo in materia di diritti umani regolati da convenzioni e linee guida internazionali, in particolare per quanto concerne lavoratori e bambini.

«Nelle aree in cui operano alcuni di questi addetti alle bonifiche, i livelli di radiazione rilevati sarebbero considerati un’emergenza se fossero registrati all’interno di un impianto nucleare», afferma Shaun Burnie, esperto sul nucleare di Greenpeace Germania. «Questi lavoratori non hanno praticamente ricevuto nessuna formazione sulla tutela da radiazioni. Poco protetti e mal pagati, sono esposti ad alti livelli di radiazioni e se denunciano qual è la situazione rischiano di perdere il posto di lavoro. I relatori speciali delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno assolutamente ragione nel mettere in guardia il governo giapponese su questi rischi e violazioni»

Dall’indagine di Greenpeace in Giappone, come spiega la stessa organizzazione in una nota, emerge che:

● I livelli di radiazione nella zona di esclusione e le aree di evacuazione di Namie e Iitate rappresentano un rischio significativo per i cittadini, bambini inclusi. I livelli sono da cinque a oltre cento volte più alti del limite massimo raccomandato a livello internazionale e rimarranno tali per molti decenni e nel prossimo secolo.

● Nella zona di esclusione di Obori in Namie, i livelli medi registrati di irradiazione erano pari a 4,0 μSv all’ora. Questi livelli sono così alti che se un operatore lavorasse lì per otto ore al giorno durante un intero anno, potrebbe ricevere una dose equivalente a più di cento radiografie del torace.

● In una foresta situata di fronte all’asilo e alla scuola della città di Namie, dove sono state revocate le ordinanze di evacuazione, il livello medio di radiazioni era di 1,8 μSv all’ora. Tutti i 1.584 punti misurati hanno superato l’obiettivo di decontaminazione a lungo termine fissato dal governo giapponese di 0,23 μSv all’ora. Nel 28 per cento di questa area, la dose annuale di radiazioni a cui sarebbero esposti i bambini potrebbe essere 10-20 volte superiore al massimo raccomandato a livello internazionale.

● Lo sfruttamento dei lavoratori è un fenomeno molto diffuso, compreso il reclutamento di persone svantaggiate e senzatetto a cui non viene effettuata alcuna seria formazione in materia di radioprotezione. Spesso vengono falsificati i certificati di identificazione o sanitari e si attuano registrazioni ufficiali non affidabili.

«Il rapporto- spuega Greenpeace – arriva a un mese dalla stesura di una serie di severe raccomandazioni che il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ha indirizzato al governo giapponese. Se attuate, queste raccomandazioni porrebbero fine alle attuali politiche condotte a Fukushima e avrebbero come effetto il ripristino degli ordini di evacuazione, il pieno risarcimento agli sfollati e la piena applicazione di tutti gli obblighi relativi al rispetto dei diritti umani nei confronti degli sfollati e dei lavoratori».

«Alla radice del disastro nucleare di Fukushima, con le violazioni dei diritti umani che ne conseguono, c’è la pericolosa politica energetica promossa dal governo giapponese», dichiara Kazue Suzuki, della campagna Energia di Greenpeace Giappone. «Quello che la maggioranza dei giapponesi chiede è una transizione verso le fonti rinnovabili. Eppure, il governo sta cercando di riavviare i reattori nucleari e allo stesso tempo aumentare drasticamente il numero di centrali a carbone, il che contribuirà ad alimentare i cambiamenti climatici», conclude Suzuki.

Fonte: ilcambiamento.it

Lanificio Subalpino: creatività e sostenibilità per una tessitura naturale

Il Lanificio Subalpino è un azienda tessile, a conduzione familiare, nata nel 1976 a Biella. Nella produzione di tessuti destinati all’abbigliamento per uomo, donna e bambino, ha sviluppato una linea Green di tessuti naturali che sta riscuotendo un successo importante a livello mondiale e che ha permesso all’azienda di diversificarsi rispetto ad altre realtà, puntando sulla sostenibilità e sul rispetto ambientale e umano, anche nei confronti del lavoro femminile. Abbiamo incontrato il suo entusiasta amministratore delegato, Nicolò Zumaglini, che ci ha raccontato passato, presente e (possibile) futuro della sua realtà.

Cerreto Castello è una frazione del comune di Quaregna Cerreto, a pochi passi da Biella. La frazione prende il nome dal cerro, una varietà di quercia che un tempo era caratteristica del biellese ma che oggi risulta scomparsa dalla flora locale. Biella e il biellese hanno vissuto e vivono, tra le varie attività, di lana e di filati: qui si trova uno dei distretti tessili più importanti al mondo, favorito dalla presenza di numerosi corsi d’acqua e dalla posizione del territorio biellese, che trovandosi a ridosso delle Alpi ha privilegiato l’allevamento ovino all’agricoltura. Negli ultimi anni l’industria della lana e dei tessuti biellese è stata messa a durissima prova: sono scomparse centinaia di aziende, che tra i vari motivi si sono trovate impossibilitate a sostenere la concorrenza dei materiali tessili (di pessima qualità, ma molto più economici) provenienti dall’estero. I grandi marchi storici hanno retto l’onda d’urto, ma il ridimensionamento del distretto è stato notevole e l’impatto, anche psicologico, molto forte per il territorio.

In questo scenario Lanificio Subalpino, storica azienda a conduzione familiare fondata nel 1975 e oggi gestita da Monica Zanone, Nicolò Zumaglini e Paolo Zanone, rappresenta una felice e meritata eccezione. Originalità, fantasia e una profonda attenzione ai prodotti naturali ha permesso a questa realtà di uscire a testa alta dalla crisi che ha colpito il settore. Lanificio Subalpino è composta da venticinque dipendenti, a maggioranza femminile anche nelle posizioni amministrative e dirigenziali. Produce tessuti destinati all’abbigliamento per l’uomo, la donna e il bambino ed ha sviluppato una linea ecosostenibile (chiamata “linea Green”) di tessuti naturali prodotti senza o con la minima presenza di prodotti chimici e senza l’aggiunta di coloranti dannosi. Molto spesso il colore del tessuto rispetta quello del pelo dell’animale dal quale è stato ricavato. Quando c’è bisogno di colorare, Subalpino si avvale della collaborazione di Tintoria di Quaregna, un’azienda del biellese che usa solamente materiali naturali come cortecce, frutte e verdure varie per tingere i capi. Oltre a questo, una parte del tessuto utilizzato proviene dagli scarti di altre filature biellesi (parliamo di un tessuto di una qualità pregiatissima) che viene recuperato da un fornitore di Lanificio Subalpino, mettendo in pratica così uno dei prinicipi dell’economia circolare.

La linea è certificata Tessile e Salute, il tessuto proviene da allevamenti che rispettano l’animale con una tosatura dolce. Questo tipo di prodotti permettono all’azienda di esportare i propri tessuti in tutto il mondo, con una richiesta che aumenta di anno in anno. Lanificio Subalpino produce anche una linea di prodotti tradizionali, ma in percentuale il trend di crescita della linea Green è di gran lunga superiore rispetto a quest’altro settore.

Consapevolezza e tracciabilità.

Nicolò Zumaglini, amministratore delegato di Lanificio Subalpino, trasmette un entusiasmo quasi fanciullesco nel raccontarci la sua esperienza e nell’esprimere l’amore per il suo territorio.  Ci racconta che “Il biellese è un territorio nella quale, negli ultimi anni, è cresciuta una consapevolezza importante per quanto riguarda il mondo della sostenibilità.
Nell’alimentazione, nella scelta dei prodotti da acquistare e anche e soprattutto nella conoscenza del mondo legato al tessile. Io da bambino, camminando vicino ai fiumi e ai corsi d’acqua del nostro territorio, vedevo sempre queste acque molto colorate, quasi fluorescenti. Molto affascinanti per un bambino, ma non era certo un bel segnale per il territorio! Oggi le persone sono sempre più consapevoli di quale sia la strada da seguire, se vogliamo avere un futuro degno di essere ben vissuto. E cominciamo a mettere in pratica azioni coerenti con questo pensiero”.

Solo un tema smorza (leggermente) il suo sorriso e il suo ottimismo e riguarda la tracciabilità dei tessuti: “una delle cause per cui moltissime aziende del territorio hanno chiuso riguarda il prezzo del tessuto. Per molte aziende tessili che producevano qui nel biellese, era diventato letteralmente impossibile competere nel mercato tradizionale con i tessuti che altre aziende, italiane ed europee, importavano da Paesi extra-europei che tradizionalmente non hanno ‘limitazioni’ in termini di rispetto degli orari di lavoro e dell’ambiente. Le aziende che non hanno saputo differenziarsi hanno dovuto chiudere i battenti. Io comunque credo fortemente che nel tessile si debba seguire, a livello legislativo, ciò che è stato fatto per il settore alimentare: bisogna informare le persone che acquistano i prodotti riguardo la provenienza dei tessuti che acquistano, sulle condizioni lavorative di chi li ha prodotti, con quali prodotti siano stati trattati o colorati questi materiali. Bisogna trovare un sistema, semplice e comprensibile, per rendere chiare queste informazioni a chi acquista i prodotti tessili, è un problema anche di salute perché noi questi prodotti li indossiamo a quotidianamente e vengono a contatto con la nostra pelle”.

In conclusione del nostro incontro, parliamo anche del futuro del Lanificio Subalpino e delle aspettative sui prossimi passi da compiere: “tra i nostri obiettivi futuri, oltre che incrementare gli sforzi in termini creativi e rendere sempre più belli i nostri tessuti, c’è quello di continuare nella direzione del potenziamento della nostra linea Green, perché sogno un mondo dove i tessuti e le tinture saranno completamente naturali, dovremmo ricorrere alla chimica solamente in minima parte, ancora meglio se riuscissimo a liberarcene completamente. I segnali commerciali, comunque, sono ottimi: si formano sempre più economie di scala nel mondo dei tessuti naturali, che stanno permettendo un abbattimento dei costi di produzione e ci consentono una crescita del fatturato della nostra linea sostenibile che fino a un decennio fa per noi era davvero impensabile.

Io sono davvero soddisfatto non solo dell’aumento delle vendite, ma soprattutto perché le persone che indossano i nostri capi si vestono con prodotti di qualità e rispettosi della salute delle persone.”

Fonte: piemonte.checambia.org

Sulla terra si muore di fame ma noi sprechiamo soldi per andare nello spazio

L’uomo è certamente l’essere vivente più strano e inconcepibile che ci sia sulla faccia della terra. Di sicuro non il più intelligente, dato che sta riuscendo ad autodistruggersi come specie e portando con sé innumerevoli altri esseri viventi nella sua follia suicida: sta provocando le sesta estinzione di massa.

L’uomo è certamente l’essere vivente più strano e inconcepibile che ci sia sulla faccia della terra. Di sicuro non il più intelligente, dato che sta riuscendo ad autodistruggersi come specie e portando con sé innumerevoli altri esseri viventi nella sua follia suicida: sta provocando le sesta estinzione di massa. Ci sono tanti esempi eclatanti che dimostrano che dobbiamo ancora evolverci e parecchio pure. Sulla terra l’80% della popolazione, che non vive nell’attico del restante 20%, è in situazioni molto difficili o drammatiche a seconda dei casi. Miseria, fame e disperazione determinati dal modello di sviluppo del ricco 20% sono la quotidianità di miliardi di persone e i più cinici fra i nostri simili dicono pure che è colpa loro, che sono sottosviluppati, che non si danno da fare. Di fronte a tale situazione (che dovrebbe vederci tutti impegnati fino a che l’ultimo dei nostri simili abbia una vita degna di questo nome, cibo, riparo e serenità), si sprecano soldi, risorse, energia e competenze nelle maniere più assurde e insensate in spregio e sdegno alla gente in condizioni spaventose.

Uno dei modi più eclatanti per sputare sulla povertà e dignità umana è la corsa fra le nazioni per mandare equipaggi nello spazio. Conosciamo pochissimo della nostra terra, degli animali, dei vegetali, dei processi naturali, ma nonostante ciò vogliamo andare nello spazio, senza nessun motivo razionale e intelligente.  Andare nello spazio è estremamente dispendioso, non serve e in più è pericoloso perché lassù non ci sono le condizioni per sopravvivere all’esterno nemmeno un minuto.  La mentalità tipicamente maschile di prevalere e primeggiare la si ha anche nella corsa allo spazio, cioè la corsa al nulla. Gli americani andarono sulla luna esclusivamente per farlo prima dei russi, piantarono una bandiera americana  (in un luogo dove non c’è letteralmente niente, il che già dà la dimensione della follia) e se ne tornarono a casa. Come i cani che fanno la pipì per marcare il territorio, solo che in questo caso la cosa è assai più dispendiosa. Che non servisse a nulla andarci è dimostrato anche dal fatto che sulla luna non c’è mai più andato nessuno. Ma ogni paese che abbia una potenza economica ragguardevole cerca di entrare a fare parte del club dei marcatori del territorio in qualche modo. Adesso l’obiettivo si è anche spostato ed è diventato ancora più impegnativo e costoso. Qualche ricco miliardario ha deciso che bisogna andare su Marte o fare passeggiate ed escursioni spaziali e quindi via ad investimenti stellari per questa spaziale idiozia.  Ma con tutti i  gravi problemi che ci sono nel mondo e negli stessi Stati che concorrono alla corsa nello spazio, possibile non si capisca che tutti quei soldi buttati in questa demenza potrebbero essere usati per risolvere i tanti e drammatici problemi in cui quotidianamente si dibattono le persone a cui dello spazio interessa più o meno che zero? Ma qui entra in gioco un fattore fondamentale che è quello della immaginazione umana purtroppo indirizzata verso direzioni assai discutibili. Lo spazio è l’ignoto e nell’ignoto si può immaginare tutto quello che si vuole e quindi cinematografia, televisione e letteratura ci hanno ricamato molto. E quando c’è di mezzo il condizionamento dei media, del cinema, si accetta che si buttino soldi invece di utilizzarli in maniera sensata. L’immaginazione, la fantasia, il sogno utilizziamoli per fare stare meglio ogni persona e salvaguardare il nostro ambiente. Scegliamo il tutto del pianeta Terra e non il nulla dello spazio. Anche perché se non siamo capaci di preservare il nostro di pianeta e i suoi abitanti con quale senso andiamo a colonizzare altri pianeti? Per rendere una pattumiera pure loro? Meglio di no, meglio rimanere con i piedi ben piantati per terra e la mente rivolta al benessere di tutti. 

Fonte: ilcambiamento.it

Eutanasia per gli animali: quali alternative?

24 Milioni di italiani condividono la loro vita con un compagno animale: un rapporto affettivo stretto e arricchente. Ma che accade quando la vita di un amico animale volge al termine? L’eutanasia animale è sempre davvero l’unica soluzione per evitare che soffrano? Quando ci lasciano come affrontare un dolore che gli altri sembrano non capire? Ne parliamo con il medico veterinario Stefano Cattinelli, tra i fondatori di Armonie Animali e autore del libro “Tenersi per zampa fino alla fine”, pubblicato da Amrita Edizioni. Stefano Cattinelli è un medico veterinario, diplomato in Omeopatia veterinaria unicista ed esperto nell’Antroposofia di Rudolf Steiner. Propone da anni un’alternativa all’eutanasia, con un approccio empatico, che non solo aiuti l’animale, ma anche la persona che gli sta accanto. Ha scritto molti libri su questi temi, è tra i fondatori di Armonie Animali, si occupa di Floriterapia e conduce seminari di Costellazioni Sistemiche Familiari per Animali. Lo abbiamo incontrato per approfondire le riflessioni intorno ad un tema quanto mai spinoso: l’eutanasia per gli animali.

Stefano, tra gli altri, hai scritto con Daniela Muggia “Tenersi per zampa fino alla fine”, pubblicato da Amrita Edizioni. Di cosa parla questo libro?

Il libro affronta il momento più importante e più difficile della relazione tra una persona e il proprio animale: quello in cui l’animale se ne va. Mi occupo di questo tema da una ventina d’anni e sono molto sensibile all’argomento perché essendo un veterinario so quanto sia importante il nostro ruolo in questa fase. La professione che ho scelto, ha la grande responsabilità di consigliare gli umani nella fase terminale di vita di un animale, cercando di capire quanto questo soffra e come si possa affrontare l’inevitabile declino. Ho sempre vissuto con difficoltà le prassi tradizionali che vedono un percorso precostituito per gli appartenenti alla mia categoria; ho sempre provato una pesantezza che non riuscivo a gestire. Quando mi trovavo a dover praticare o immaginare di praticare l’eutanasia, capivo che l’animale non voleva me al suo fianco, bensì il suo punto di riferimento esistenziale (una singola persona o un’intera famiglia). Ho quindi sviluppato una consapevolezza crescente della sacralità della morte: l’ingresso in questa dimensione richiede determinate qualità, attenzioni e rispetto che sono ovviamente diverse dalla routine ambulatoriale veterinaria. Mi sono impegnato a creare, quindi, anni fa un reale spazio sacro, in cui ci si possa muovere secondo dinamiche molto più complesse di quelle che razionalmente possiamo percepire: solitamente stacco il telefono e cerco di aprire un dialogo a vari livelli con la persona che assiste l’animale, dando la possibilità a quest’ultimo di spegnersi con i suoi tempi e le sue modalità, differenti l’uno dall’altro. Credo infatti che ogni animale decida di andarsene in modo assolutamente unico e “personale”. In venti anni, ho accompagnato centinaia di “individui” e non c’è stato un caso uguale all’altro. Mi sono quindi reso conto che più approfondivo questo percorso più il concetto di eutanasia si allontanava. Mi sono trovato ad entrare in una fluidità esperienziale unica. Ho notato che quando le persone si mettono davvero in gioco durante il percorso di accompagnamento dell’animale, riescono a cambiare il proprio ruolo nella relazione, vedendo poi – durante la fase finale – l’animale diventare “guida” dell’umano.

Nel caso in cui un animale soffra troppo, che tipo di percorso proponete?

È uno spazio complesso dove ogni cultura propone la propria visione. In questo tipo di esperienza possiamo vedere il dolore come parte di questa complessità. Per quanto riguarda il dolore fisico dell’animale, si possono adottare cure palliative che permettono di eliminare o ridurre al massimo il disagio fisico dell’animale. Per quel che riguarda il dolore emozionale, frutto del legame instaurato tra umano e animale, ci si sposta sul piano animico. Si possono quindi utilizzare i fiori di Bach o mille altri rimedi analoghi. Infine, non va dimenticato il dolore dell’umano, che ha un’influenza importantissima sull’evolversi degli eventi. Il dolore umano non è esclusivamente legato a quel singolo momento, ma appartiene a una storia biografica: quando l’animale entra in relazione con l’essere umano, subentra in un momento preciso dell’esistenza della persona, rispondendo a un bisogno di quest’ultima (lo si può comprendere anche dal nome che viene affidato all’amico peloso o alla tipologia di animale scelto) e tutto ciò inevitabilmente influisce, rafforzando ulteriormente il vuoto che si crea quando l’animale se ne va. Vi sono diverse modalità di reazione al distacco: c’è chi prende subito un altro animale con sé, e chi non ne vuole più. Credo che la cosa migliore sia imparare a stare un po’ nel dolore, prendere confidenza con tale esperienza e poi riuscire a guarire anche rispetto alle proprie esperienze precedenti. 

Chi vuole avvicinarsi a questo genere di percorso, oltre a leggere il libro, cosa può fare?

Propongo un percorso sull’accompagnamento a Treviso (scopri di più) che dura tre fine settimana e affronta tre temi fondamentali: il lasciare andare, il cambio di ruolo e il saper entrare nella fluidità. Sono passaggi interiori che preparano le persone ad essere più consapevoli nel momento del passaggio. A questo proposito, vi racconto un aneddoto che mi è capitato un paio di giorni fa: mi ha chiamato una ragazza che ha seguito questo percorso con me quattro anni fa, raccontandomi che la sua cagnolina se n’era andata da qualche giorno. Mi ha detto di aver fatto tutti gli esercizi imparati, di aver letto tutti i miei libri ma quando poi si è trovata a dover gestire la situazione è entrata nel panico, si è sentita sola. Con il passare del tempo, però, le si sono attivate risorse che non sapeva di avere, che hanno permesso alla cagnolina di andarsene via serena, accompagnata dalla proprietaria e dal suo compagno. Mi ha raccontato che c’è stato un momento preciso particolare, probabilmente scelto dalla coscienza della loro relazione, in cui se n’è andata nel migliore dei modi.

Hai scritto questo libro con Daniela Muggia: come mai avete deciso di scriverlo insieme e in che modo vi siete “completati a vicenda”?

È stata proprio Daniela a contattarmi: attraverso il lavoro svolto dalla sua associazione (Associazione Tonglen onlus) per l’accompagnamento empatico di persone morenti, lei e i suoi collaboratori con cui porta avanti le attività, avevano ricevuto richieste di aiuto da parte di famiglie che avevano animali in fin di vita. Mi ha proposto quindi di scrivere un libro insieme, ed è stata un’avventura bellissima e difficilissima, essendo noi molto diversi. È nato così questo testo che mi piace davvero molto: Daniela porta un contributo importante sulla fisica quantistica, creando un legame con la dimensione scientifica e un approfondimento sulle cure palliative. 

Cosa pensano i tuoi colleghi di questo approccio?

Molti colleghi sono convinti che l’unica possibilità di togliere il dolore sia togliere la vita all’animale. Mi sono dovuto allontanare da diversi gruppi web, perché venivo spesso attaccato per la mia visione non tradizionale. Armonie Animali, il network di veterinari di cui faccio parte, è un ambiente molto più sereno da questo punto di vista; magari non tutti sanno bene nel merito di cosa mi occupo, ma rispettano il mio lavoro.

Vorremmo parlare dell’impatto dell’eutanasia sui veterinari: pare che ci sia un tasso di depressione molto alto. Cosa ne pensi?

È un aspetto completamente sottovalutato. Noi veterinari nasciamo professionalmente per salvare l’animale, ogni cosa che impariamo e facciamo va verso la vita. Di conseguenza l’esperienza della morte viene vissuta come una sconfitta, doppia essendo, in caso di eutanasia, noi ad indurla. Animicamente credo che si crei una frattura all’interno del veterinario, come un attrito. A questo punto il veterinario in questione ha due possibilità: o si separa da questa frattura eliminando la valenza emozionale per proteggersi (a costo di ledere il senso della professione), o – in caso di persone più sensibili – al ripetersi di questa azione subisce una destabilizzazione interiore sempre maggiore. Considerando che l’attività media di un veterinario conta statisticamente un paio di casi di eutanasia la settimana, diventa un vero e proprio meccanismo di non senso. La morte in natura è inserita in un contesto armonico, ed è ovvio che quando l’animale entra nella vita della famiglia le cose si complichino, ma ci sono delle possibilità di uscita da questa situazione. Purtroppo, nelle facoltà veterinarie, il tema della morte non viene mai affrontato, nonostante i dati statistici dimostrino che è un tema delicato e sempre più di attualità. Ma le cose stanno cambiando, la sensibilità collettiva è in aumento. Da circa dieci anni infatti è nato anche un comitato bioetico che ha cercato di inserire delle regole per gestire questo fenomeno.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/03/eutanasia-per-animali-quali-alternative/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Duv’Art, dentro le botteghe degli artigiani di Bologna

Dieci botteghe bolognesi sono le protagoniste di “Duv’Art – Le strade dell’artigianato”, un documentario web dedicato alla produzione artigianale di Bologna, ancora viva tra le sue strade, dal centro alla periferia. Una vera e propria visita guidata virtuale tra giovani creativi aperti alla sperimentazione di nuove tecniche e antichi custodi del lavoro dei padri, che tramandano i segreti del saper fare. Sedetevi, rilassatevi e calmate la mente. State per entrare virtualmente dentro dieci botteghe che sembrano essersi fermate nel tempo. Qui si respira ancora il profumo del legno appena intagliato, si vedono mani che accarezzano delle materie prime per dar vita a creazioni uniche che richiamano arti tramandate attraverso le generazioni, ricordando un tempo dove il “saper fare” era, oltre a una necessità, uno stile di vita e dove i pensieri e la creatività si trasformavano in oggetti di uso quotidiano o per le occasioni speciali.

L’artigiana della bottega PG ceramiche dove potrete ammirare traforati, palloncini e bellissime maioliche in ceramica

Ancora oggi all’interno di queste botteghe le creazioni vengono disegnate e realizzate a mano, grazie alla passione di chi ha scelto di salvare e tramandare la qualità, la creatività e l’autenticità, caratteristiche che spesso non vengono considerate in una società che preferisce oggetti risultanti da una catena di montaggio, che costano il meno possibile e che verranno rimpiazzati da altri identici quando non servirà più. 

Duv’Art – le strade dell’artigianato è un progetto realizzato dall’Associazione Culturale Emiliodoc che attraverso un webdoc multimediale racconta le storie di dieci botteghe del territorio bolognese. Abbiamo incontrato Cecilia, giovanissima portavoce del progetto da cui traspare ancora tutta l’emozione e la meraviglia di aver potuto toccare con mano queste creazioni uniche. “È stato difficilissimo – racconta – fare una selezione degli artigiani presenti nel territorio bolognese”. Alcune botteghe si trovano in zone periferiche, altre godono di maggiore visibilità ma ognuna di loro ha una sua unicità ed è portavoce di mestieri e utensili che meritano di essere riportati alla luce.

Nella Bottega Prata si lavora il ferro battuto trasformandolo in lampadari, letti e tantissime altre creazioni originali

“Abbiamo scelto le botteghe che hanno creato una sinergia tra la tradizione e l’innovazione, generazioni attuali che tramandano le tradizioni imparate in famiglia”, continua Cecilia. “Sentire le loro storie, scoprire a cosa serve quell’utensile appartenuto al nonno e tenerlo in mano, è stata un’emozione indescrivibile”.

Il web doc racconta le storie di ognuna di loro, si “passeggia” lungo le strade che sono state disegnate rigorosamente a mano, ricostruendo fedelmente ogni dettaglio delle botteghe affacciate sulle strade. Ci si può soffermare in una alla volta, immergendosi nelle sue creazioni raccontate attraverso brevi video che indugiano in modo minuzioso su ogni dettaglio con il sottofondo del suono degli utensili e delle mani che creano. Ad ogni bottega sono dedicati brevi filmati in cui si mostrano le creazioni e dove vengono narrate le origini, dando voce agli artigiani che mostrano con estrema maestria i loro utensili e le loro tecniche, spesso tramandati dai nonni e che sono per loro insostituibili. Dopo la visita virtuale, vi invitiamo poi a visitare personalmente le botteghe perché le loro storie, i profumi, i suoni e le atmosfere meritano di essere assaporate dal vivo.

Dingi, nata come ferramenta, si è trasformata nel progetto Era, dove vengono recuperarti oggetti che non servono più donando loro nuova vita e trasformandoli in opere d’arte. L’artigianato è un’eccellenza tutta italiana che racconta tradizioni, società e cultura ed è oggi patrimonio dell’Unesco. Riportare alla luce antiche tradizioni e vedere mani che creano e voci che raccontano com’è nato quell’oggetto, quel caffè o quel bigliettino di auguri ha un valore inestimabile.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/03/duvart-dentro-botteghe-artigiani-di-bologna/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni