«In assoluto silenzio, arriva una nuova centrale Edison a Marghera»

«Alla Centrale Edison di Marghera Levante si stanno approntando lavori enormi, di cui nessuno in città ha mai discusso né saputo nulla». È la denuncia che arriva nella lettera aperta che Michele Boato, Franco Rigosi e Carlo Giacomini, per Ecoistituto del Veneto e Medicina Democratica, hanno inviato al Comune di Venezia, alla Giunta regionale del Veneto e al ministero dell’ambiente.9700-10475

«Si tratta della costruzione di un nuovo gruppo a Turbogas da 775 Mega Watt, con l’eliminazione di 2 turbogas vecchi e con il terzo tenuto in “riserva fredda”, cioè fermo e fatto funzionare solo in caso di manutenzione del nuovo – si legge nella lettera aperta – La potenza prodotta non cambia di molto (da 740 a 775 MWe di potenza netta),  ma la nuova la macchina sarà migliore, per cui le NOx emesse dovrebbero ridursi del 20 % rispetto alle attuali, si dovrebbe usare il 15 % di acqua in meno, e ridurre la CO2 emessa (ma non è chiaro di quanto). Inoltre, il rendimento dovrebbe passare dal 50 al 61,5 %. Dal punto di vista tecnico, quindi, nulla da dire. Ma dal punto di vista gestionale e politico sì : scopriamo per vie traverse che in commissione VIA nazionale stanno discutendo un progetto Edison per Marghera, di cui la città è del tutto all’oscuro. Come mai nessuno parla di una nuova centrale che rimarrà a Marghera per i prossimi 30 anni e oltre? Una centrale che continua l’attuale scelta di produzione elettrica a Marghera ? Quando è stata presentata al pubblico e dove, come tassativamente previsto dalla legge sulla Valutazione di Impatto Ambientale? La nuova centrale migliora gli standard emissivi; ma ci va bene continuare ad averla?».

«Non è il caso che le autorità locali chiedano di porre almeno due prescrizioni alla centrale, se approvata e cioè:
1. Subordinare il suo funzionamento al rispetto dei limiti dell’aria urbana: se si superano i limiti ammissibili, come succede ora in inverno, la centrale deve fermarsi.

  1. Imporre ai 47.200 mc/ora acque calde scaricate in laguna un utilizzo per teleriscaldamento, acquacultura, serre, o altro, da far gestire dalla Edison stessa, come una minima compensazione dell’impatto ambientale provocato dall’impianto».

Per contattare Michele Boato QUI

Fonte: ilcambiamento.it

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Auto sostenibili, la ricetta Seat per ridurre l’impatto ambientale delle fabbriche

Ridurre l’impatto ambientale dell’industria dell’auto è una delle sfide più importanti di questi anni. Ecco come Seat sta cercando di farlo.http _media.ecoblog.it_5_5d5_seat-fabbrica-martorell-riduzione-impatto-ambientale-1

Da un lato automobili con consumi di carburante ed emissioni di CO2 e polveri sottili sempre più ridotti, in attesa del boom delle auto elettriche, dall’altro fabbriche sempre più efficienti, che consumano meno energia e che riciclano acqua e rifiuti. La via verso la sostenibilità ambientale del settore automotive è lunga, complessa e in salita ma alcuni passi sono stati già fatti. Lo stabilimento Seat di Martorell, nella Zona Franca a nord di Barcellona, ha intrapreso questa strada: i dirigenti si sono dati degli obbiettivi di riduzione del 50% del suo impatto ambientale entro il 2025. Il programma prevede una riduzione dell’energia e dell’acqua consumata nei processi industriali, della produzione di rifiuti, di CO2 e di VOC (volatile organic compounds, agenti inquinanti volatili prodotti soprattutto nel reparto verniciatura). La strategia Seat per Martorell si si chiama Ecomotive Factory.  Per quanto riguarda l’energia, oltre alla riduzione dei consumi della fabbrica tramite l’isolamento e il recupero termico, l’installazione di luci a Led in tutto lo stabilimento e l’uso di calore proveniente da una centrale a biomassa, un ulteriore passo avanti è stato fatto installando un grosso impianto fotovoltaico da oltre 10 MW di potenza sui tetti dei capannoni. L’impianto si chiama Seat al Sol, è composto da 53 mila pannelli solari fotovoltaici che producono mediamente 15 milioni di kWh l’anno. Una quantità di energia pari a circa il 25% dell’energia consumata da Seat per produrre la Leon, uno dei modelli costruiti a Martorell. La riduzione annua stimata di CO2 emessa grazie all’uso dell’energia rinnovabile fotovoltaica è pari a circa 7.000 tonnellate.
Parlando di rifiuti, al momento Seat è riuscita a ridurne la produzione a Martorell del 41%; per quanto riguarda i VOC, invece, la performance è inferiore: -16%. Tuttavia, per quanto riguarda il consumo di acqua, lo stabilimento ha beneficiato molto dell’installazione di un impianto di recupero, filtrazione e riciclo che ha permesso di ridurne di parecchio il consumo. L’acqua, in una fabbrica di automobili, serve sia per il lavaggio dei componenti che per i test di tenuta delle guarnizioni: in uno dei test di qualità effettuati prima di dare l’ok alla vendita l’auto viene letteralmente inondata al fine di individuare eventuali infiltrazioni. Nessuno comprerebbe un’auto in cui piove dentro se c’è un temporale. Altro settore in cui c’è molto da lavorare nell’industria automobilistica è quello dei trasporti e della logistica: dalla movimentazione dei componenti tra i vari stabilimenti e magazzini alla consegna delle auto alle concessionarie, c’è infatti una gran quantità di fattori che possono influire negativamente (o positivamente, se ben gestiti) nella performance ambientale di una catena produttiva. Sia che si tratti di trasporto su gomma che su rotaia Seat ha cercato di far qualcosa: da una parte i cosiddetti “Megatruck“, che altro non sono se non autotreni lunghi circa 25 metri, dall’altro la linea ferrata che collega lo stabilimento di Martorell al porto di Barcellona (realizzata tramite una bretella sulla tratta Llobregat-Anoia). Questa linea ferrata, costruita con fondi pubblici, ha oggi una capacità di trasporto di 80.000 veicoli l’anno, che verrebbero altrimenti trasportati su gomma.  Una fabbrica di automobili, però, deve fare utili. C’è poco da fare, ogni riduzione dell’impatto ambientale deve essere pensata e pesata anche dal punto di vista economico. La strada di Seat per rendere sostenibili economicamente i suoi sforzi ambientali passa soprattutto dalla robotizzazione dell’impianto di Martorell e dalla ricerca di soluzioni tecnologiche innovative nel centro di ricerca annesso all’impianto stesso. Da una parte ci sono i robot che “danzano“, muovendo componenti con precisione millimetrica in un flusso di parti e veicoli che sembra inarrestabile, mentre gli operai umani svolgono quel poco lavoro che ancora una macchina non sa fare. Gli esperti la chiamano industria 4.0 e ha a che fare, pesantemente, con l’ottimizzazione dei flussi e con la circolazione delle informazioni tra i reparti e tra le singole macchine che devono danzare tutte lo stesso balletto. Dall’altra parte ci sono gli ingegneri (sempre di più, sempre più giovani e sempre più donne) che si spremono le meningi per migliorare ulteriormente i flussi di lavoro, ridurre gli sprechi, ottimizzare le risorse per far scendere i consumi (di energia quanto di materie prime) mentre sale la produttività oraria. E’ difficile, molto difficile, ma si può fare: non siamo ancora all’ottimo, ma l’industria automobilistica, Seat compresa ma non solo Seat, ha fatto grossi passi avanti rispetto a soli vent’anni fa.
Questi e altri sforzi messi in atto da Seat sono solo alcuni esempi di come l’industria automobilistica stia cercando una seconda vita, più ecologica e con un impatto ambientale più ridotto. Non c’è solo Seat in questo percorso, ma un po’ tutti i principali player del mercato automotive.  E’ ovvio che non è ancora sufficiente: costruire automobili inquina, consuma energia e acqua, produce rifiuti difficili da smaltire anche se metti in atto le migliori pratiche possibili. Gli sforzi dell’industria automobilistica sono solo una parte della soluzione al problema ambientale che nasce dalla nostra esigenza (che non sempre è una vera esigenza, troppo spesso è solo un capriccio) di mobilità. Bisogna allora iniziare a pensare a una mobilità nuova, in cui l’auto non sia esclusivamente di proprietà. In cui l’auto possa essere anche un servizio che si condivide con altre persone con il car sharing e il car pooling e in cui l’auto non sia il solo mezzo di trasporto disponibile. Seat ci sta provando con una nuova strategia industriale che punta su auto connesse, su clienti giovani e sull’integrazione di tutto il sistema dei trasporti in ottica smart city. Questo tentativo si chiama Seat Metropolis Lab ed è stato presentato pochi giorni fa all’interno dello Smart City Expo di Barcellona. In questo specifico ambito, però, la responsabilità e gli sforzi da fare non sono tutti di Seat (né di nessun altro produttore di auto): molto, moltissimo, devono fare le autorità pubbliche (e ci devono mettere molti, moltissimi soldi) e altrettanto devono fare i consumatori (e ci devono mettere molta, moltissima voglia di cambiare il loro modo di muoversi).

10 Guarda la Galleria “Seat fabbrica Martorell riduzione impatto ambientale”

Fonte: ecoblog.it

Imballaggi e cibo: focus sulla plastica

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Intervista a Luca Stramare, progetti speciali e rapporti con le associazioni Corepla

Tutti gli alimenti possono essere conservati negli imballaggi in plastica?

Oggi, salvo casi veramente particolari, non esiste alimento che non possa essere confezionato in plastica. Le eccezioni sono legate a processi produttivi particolari come nel caso della sterilizzazione dove sarebbe difficile trovare un polimero resistente ad altissime temperature. Nelle condizioni di confezionamento normalmente utilizzate dall’industria alimentare, invece, non c’è nessun problema.

In generale qual è la shelf-life (vita sullo scaffale) dei prodotti conservati negli imballaggi in plastica?

La shelf-life è conseguenza dell’abbinamento tra le caratteristiche del prodotto, le prestazioni dell’imballaggio e il tipo di distribuzione, normale o attraverso la catena del freddo. Le aziende hanno a disposizione più scelte. Facciamo l’esempio della frutta sciroppata. L’utilizzo di un barattolo in acciaio permette di conservare il prodotto per lungo tempo, il che per l’azienda può rappresentare un vantaggio quando il prodotto viene confezionato a migliaia di chilometri di distanza da noi, deve essere trasportato su lunghe distanze e viene tenuto molto a lungo in magazzino prima di essere distribuito al supermercato. Ma l’azienda può anche scegliere di utilizzare un barattolo di plastica. In questo caso, a fronte di una shelf-life inferiore, si può realizzare un barattolo trasparente che permette al consumatore di vedere il prodotto contenuto, con un design personalizzato che faciliti il riconoscimento sullo scaffale e con un coperchio che è più facile da aprire per il consumatore (non richiede un apriscatole e non c’è il rischio di tagliarsi) e che può essere richiuso. Sono entrambe scelte possibili, sta all’azienda valutare e decidere.

Come avviene allora la scelta di un imballaggio in plastica piuttosto che in un altro materiale?

Come dicevo all’inizio, quasi tutti gli alimenti possono essere confezionati in imballaggi in plastica. Tocca poi all’azienda fare la scelta opportuna in base all’ottimizzazione del sistema “imballaggio – prodotto – logistica e shelf-life desiderata”.

Agli imballaggi viene richiesto di soddisfare requisiti normativi, prestazionali, di costo e di marketing. Questi sono i quattro pilastri che guidano la scelta di un’azienda. I primi sono cogenti, non puoi farne a meno. Gli altri tre, invece, un’azienda li bilancia. Ad essi si aggiunge la tutela dell’ambiente, che sta diventando sempre più importante nelle scelte delle aziende e dei consumatori. Lo dimostra il numero crescente di aziende che contattano COREPLA chiedendo informazioni su come possono intervenire migliorare la riciclabilità dei propri imballaggi, utilizzare plastica riciclata per produrre nuovi imballaggi e comunicare queste informazioni ai consumatori. Le materie plastiche presentano numerosi vantaggi. Gli imballaggi in plastica sono leggeri, resistenti, versatili, possono essere realizzati in una ampia varietà di forme e dimensioni, adatte alle più svariate tipologie di prodotti, offrono elevati livelli di protezione e quindi evitano la perdita o il danneggiamento del contenuto, e al termine del loro ciclo di vita possono essere riciclati se conferiti nella raccolta differenziata. Nel 2050 su questo pianeta saremo nove miliardi di persone, la maggior parte delle quali vivrà in grandi città, lontano dai luoghi di produzione del cibo. Senza il contributo degli imballaggi sarà difficile, se non impossibile, far arrivare tutto il cibo necessario dai luoghi di produzione ai consumatori, nella massima efficienza, sicurezza e senza sprechi. Vista la continua evoluzione nel mondo degli imballaggi, c’è da credere che gli imballaggi di domani saranno ancora più performanti e rispettosi dell’ambiente di quelli di oggi.

Nei mesi scorsi abbiamo affrontato il tema della birra conservata nelle bottiglie di plastica che in Italia hanno una diffusione molto marginale. In questo caso pesa il fattore shelf-life?

Occorre ricordare che la birra è un alimento estremamente sensibile al contatto con l’ossigeno. Basta una parte per milione di ossigeno per alterare il gusto della birra. Il contenitore deve quindi avere particolari proprietà barriera. Se l’esigenza prioritaria dell’azienda è la shelf-life, la bottiglia in vetro permette di conservare la birra per un anno. Nel caso in cui leggerezza, infrangibilità, maggiore sicurezza (si pensi ad esempio alle bottiglie che vengono vendute nel corso di manifestazioni ed eventi) e la possibilità di richiudere la bottiglia siano esigenze importanti per l’azienda, questa può decidere di accettare una shelf-life inferiore (e comunque adeguata), optando una bottiglia per birra in plastica. Esistono soluzioni tecniche che permettono la realizzazione di queste bottiglie in plastica ad elevata barriera senza comprometterne la riciclabilità. Infatti in alcuni paesi esteri in cui i tempi di commercializzazione e consumo della birra sono più rapidi e di conseguenza la shelf-life richiesta dal mercato è inferiore, le bottiglie in plastica per birra hanno una diffusione maggiore che da noi.

Qual è il comportamento dei polimeri a contatto con cibo e bevande? Ci sono casi o situazioni che possono alterare le caratteristiche organolettiche del cibo o della bevanda contenuta all’interno dell’imballaggio?

“L’imballaggio non deve alterare il prodotto”. È quanto recita l’articolo 3 della normativa europea per i materiali e gli oggetti destinati al contatto con gli alimenti. Un vero e proprio comandamento per gli addetti ai lavori. Per quanto riguarda l’utilizzo delle plastiche a contatto con gli alimenti, si tratta del materiale più normato che esista. Esiste un corpus di normative che è estremamente esteso. Si va dalla composizione della plastica stessa, che deve essere fatta secondo una “lista positiva” di ingredienti approvati a livello europeo, ai test di migrazione (obbligatori) per l’utilizzo delle plastiche a contatto con alimenti.

In cosa consistono questi test?

Faccio un esempio. Per le bottiglie d’acqua minerale si fanno test di migrazione che le sottopongono a condizioni estreme. La bottiglia viene riempita e mantenuta per dieci giorni a 60°C. Al termine si procede all’analisi del contenuto e si verifica che la concentrazione delle sostanze eventualmente rilasciate dal contenitore sia inferiore ai limiti stabiliti dalle autorità europee. Questo test serve per simulare la conservazione a temperatura ambiente per un tempo molto lungo, cioè quello indicato sulla bottiglia. Nessun consumatore sottoporrebbe infatti a quella situazione una bottiglia d’acqua.

Quindi il sole d’estate che batte sulla bottiglia di plastica non deve spaventarci…

Anche se lasciata per breve tempo sotto il sole, l’acqua non si altera. È proprio per questo che i test vengono fatti a condizioni così estreme. Servono a garantire l’integrità del prodotto anche nella stagione calda.

In chiusura vorrei chiederle qual è il contributo degli imballaggi in plastica per quanto riguarda la riduzione degli sprechi alimentari? E’ un tipo di materiale che si presta anche all’asporto di pietanze (ad esempio al ristorante)?

Sì. Lo abbiamo sperimentato in provincia di Padova nell’ambito dell’iniziativa “Family Bag – Non sprecare, un nuovo stile di vita”. Unioncamere Veneto ha individuato 100 ristoranti ai quali sono state recapitate le family bag. Si tratta di confezioni in plastica, realizzate grazie al riciclo di imballaggi post consumo, destinate ai ristoranti per conservare e portare a casa quanto avanzato nei locali pubblici, evitando che diventi inutile spreco di cibo. Ma sempre in tema di riduzione degli sprechi di cibo, occorre ricordare anche i vantaggi che la plastica offre in ambito casalingo. Quando acquistiamo o cuciniamo più cibo di quello che ci serve al momento e decidiamo che lo vogliamo congelare per poterlo consumare in un secondo tempo, cosa adoperiamo? La plastica. Non classici imballaggi ma sacchetti che vengono venduti al consumatore finale per la conservazione nel freezer. Anche questo è un modo con cui la plastica aiuta a ridurre lo spreco alimentare.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Airbus, entro il 2020 arriverà l’aereo a propulsione ibrida

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A giudicare dai progressi fatti dal piccolo E-fan 1.2, il prototipo di aereo elettrico bimotore presentato da Airbus nei recenti air show, le premesse c’erano tutte ma ora è arrivata l’ufficialità: Airbus, Rolls-Royce e Siemens costruiranno entro il 2020 l’E-fan X, un dimostratore di volo che farà da apripista a un futuro aereo di linea con motori ibrido-elettrici.

L’accordo è la diretta evoluzione della collaborazione A-Aircraft Systems House fra Airbus e Siemens, iniziata nel 2016. Le prime prove saranno effettuate su un vecchio BAe 146 con la sostituzione dapprima di uno dei 4 reattori con un motore elettrico da 2 megawatt e successivamente, una volta dimostrata la maturità del sistema, anche di una seconda turbina. Le tre aziende hanno annunciato questa collaborazione rivoluzionaria che riunisce i migliori esperti mondiali in materia di tecnologie elettriche e di propulsione presso la Royal Aeronautical Society di Londra. “L’E-Fan X costituisce una nuova tappa importante del nostro obiettivo di fare del volo elettrico una realtà in un futuro prossimo. Le lezioni che abbiamo appreso grazie a un lungo passato di dimostratori di volo elettrici, che è iniziato con il Cri-Cri, seguito dall’e-Genius e dall’E-Star e che ha raggiunto il culmine con l’E-Fan 1.2, unite ai frutti della collaborazione E-Aircraft System House con Siemens, apriranno la strada a un aereo di linea a corridoio singolo ibrido sicuro, efficiente ed economico. Vediamo nella propulsione ibrida una tecnologia convincente per il futuro dell’aviazione”

ha dichiarato Paul Eremenko, Chief Technology Officer di Airbus.

Il nuovo dimostratore esplorerà le sfide poste dai sistemi di propulsione di grande potenza, come gli effetti termici, la gestione della spinta elettrica, gli effetti dell’altitudine e della dinamica sui sistemi elettrici e le questioni di compatibilità elettromagnetica. Per farlo, sfrutteranno le tecnologie messe a punto finora con i prototipi più piccoli, come appunto l’E-Fan 1.2 di Airbus e l’eFusion di Siemens.

Il volo del dimostratore tecnologico di propulsione ibrida E-Fan X è previsto per il 2020, dopo una campagna completa di prove al suolo che saranno condotte provvisoriamente su un aereo di prova BAe 146, su cui uno dei quattro reattori sarà stato sostituito da un motore elettrico da due megawatt. Verranno inoltre prese delle misure per sostituire una seconda turbina con un motore elettrico, una volta dimostrata la maturità del sistema. L’obiettivo è far maturare tecnologia, performance, sicurezza e affidabilità dei motori ibridi per arrivare presto ad avere aerei passeggeri più economici e sicuri e, al tempo stesso, formare la nuova generazione di progettisti, tecnici e ingegneri che un domani si troveranno a lavorare nel campo dell’aviazione commerciale ibrido-elettrica. Nell’ambito della collaborazione, Airbus sarà responsabile dell’integrazione globale e dell’architettura di controllo del sistema di propulsione ibrido, delle batterie e della sua integrazione con i comandi di volo. Rolls-Royce sarà responsabile dei motori turbo-albero, del generatore di due megawatt e dell’elettronica di potenza e lavorerà sull’adattamento della ventola alla navicella esistente e al motore elettrico Siemens. Siemens, invece, consegnerà i motori elettrici di 2 megawatt, le centraline e gli altri componenti elettronici.

Fonte: ecoblog.it

La lezione di Pepe Mujica: il tempo è il bene più prezioso

Una panoramica sulla vita e sulle idee di un personaggio politico decisamente fuori dal coro: l’ex presidente e attuale senatore uruguaiano José Mujica. Rinunciando a buona parte del suo stipendio, vivendo in una fattoria e sostenendo i concetti di sobrietà e semplicità, è stato uno dei capi di Stato più vicini al pensiero della decrescita. Josè Mujica è stato Presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015 e attualmente è senatore sotto la presidenza di Tabaré Vazquez. Per chi crede in un mondo più equo, più sostenibile e più etico è una figura fondamentale, non tanto per i risultati politici ottenuti, quanto per l’esempio che egli stesso fornisce, improntato su uno stile di vita sobrio, sincero e a contatto con la Natura.

Vive tutt’ora – e ci viveva anche da Presidente, avendo rifiutato la residenza a lui riservata – nella sua fattoria di Rincon del Cerro, dove si stabilì con la moglie Lucia negli ottanta, appena uscito dal carcere. Quando venne liberato, quel posto era abbandonato e in rovina. Con la moglie e qualche amico lo rimise a posto e proprio lì – in una modesta casa di campagna con una sala, la cucina, un bagno e la camera da letto – accolse capi di stato, ministri e alti rappresentanti politici.

«Non sono povero – ha sempre detto – sono austero perché voglio la mia libertà e voglio avere tempo di godermela. Non mi piace la povertà, mi piace la sobrietà e mi piace avere un bagaglio leggero». Ai giornalisti che venivano a trovarlo per parlare di politica, raccontava invece come faceva la conserva: «Ci metto pomodori tagliati e schiacciati, poi ci aggiungo un paio di foglie di alloro, un cucchiaio di sale e li copro. Quando la cottura è finita, li metto in un contenitore di acqua, li faccio bollire e poi li lascio mezz’ora a raffreddare».

Da uomo di campagna, ha un rapporto privilegiato con il mondo naturale. Mentre era in viaggio per questioni istituzionali, chiamava sempre a casa per salutare Manuela, la sua cagnetta con tre zampe, e il primo impegno della sua giornata presidenziale – che iniziava con la sveglia di Claudio, uno dei galli del suo pollaio – era una passeggiata con la sua piccola amica. Dalle sue visite istituzionali all’estero, più che regali di rappresentanza, amava portare a casa semi da piantare in giardino.mujica1

Parlando della sua morte, una volta disse: «Non scambierei la mia fattoria per niente al mondo, me ne andrò da qui con le gambe in avanti! Ma se dovessi andarmene, il posto ideale sarebbe la campagna, nel mezzo dell’Uruguay. Sceglierei uno di quei posti in cui guardando in lontananza ti viene da dire “sembra che laggiù ci sia qualcuno”. Adoro la solitudine del campo».

Uno degli aspetti su cui ha sempre insistito di più è quello della qualità del tempo che trascorriamo, che si rivela il bene più prezioso e che spesso è dilapidato in attività inutili e dannose: «Stiamo perdendo la battaglia contro il consumo inutile e la banalizzazione della vita», ha affermato. «Se potessi scegliere qualcosa da lasciare alle nuove generazioni sarebbe questo: la capacità di destinare più tempo alla vita vera».

Quando ha espresso queste considerazioni a Rio si è quasi meravigliato del successo clamoroso che ha avuto il suo discorso, poiché credeva di aver detto delle cose brutte, di aver dipinto un quadro negativo. Evidentemente, aveva colto nel segno. «Si può vivere con sobrietà lasciando che ce ne sia per tutti», dice sfoderando il suo tipico ottimismo utopistico. «Questo non vuol dire tornare all’età delle caverne, ma solo guadagnare in maniera razionale».

Mujica ce l’ha anche con le “teste pensanti” che, a suo modo di vedere, non sono capaci di dare risposte a questo tipo di problemi. Per questo ha sempre cercato, a volte anche combinando dei pasticci politici, di fare dell’Uruguay un “paese esempio”. Fra le riforme più rivoluzionarie possiamo ricordare la depenalizzazione dell’aborto, la legalizzazione del matrimonio fra omosessuali e la regolarizzazione della vendita di marijuana attraverso lo Stato. Nel commentarle, Mujica le definisce “riforme liberali”, ispirate però al liberalismo del suo predecessore di inizio secolo Battle, che introdusse il voto femminile, autorizzò il divorzio e regolamentò la produzione di alcool. La sua crociata contro l’opulenza rimane uno degli insegnamenti più grandiosi. Rinunciò allo stipendio presidenziale destinandolo quasi tutto ad associazioni e organizzazioni benefiche e lottò per anni contro i privilegi, soprattutto economici, della “casta”. «L’organo più sensibile che esiste è il portafogli», diceva parlando dei suoi colleghi senatori, criticando in particolar modo la “sua” sinistra, troppo capitalista per i suoi gusti.mujica2

Refrattario alle cerimonie, non si curava più di tanto neanche della sua sicurezza, che veniva in secondo piano rispetto alla tranquillità domestica. Una sera, mentre leggeva vicino al camino della sua casa, un uomo si introdusse in casa sua e gli mostrò un video in cui comparivano dei paramilitari con atteggiamento minaccioso e poi se ne andò senza dire nulla. Mujica, pur preoccupato, non rese pubblico questo episodio, sia per non creare troppo clamore, sia perché temeva che la sua scorta sarebbe diventata più massiccia e invadente, turbando la quiete rurale della fattoria.

Ma Pepe, anche da Presidente, non ha mai nascosto la sua vera natura e il suo carattere schivo e poco espansivo. Questo lo ha portato molte volte a contravvenire all’etichetta ufficiale, ma ha anche dato risalto ai momenti in cui il suo animo emergeva, come quando si commosse scoprendo che un giardiniere dell’ambasciata uruguaiana in Spagna aveva salvato sul suo cellulare il famoso discorso al vertice di Rio de Janeiro e che lo riascoltava ogni volta che voleva motivarsi e tirarsi su di morale. Al centro del suo mondo non ci sono la lotta politica o gli impegni istituzionali, ma sua moglie Lucia e la sua fattoria di Rincon del Cerro. In questo rifugio, i due vivono come una normalissima coppia di anziani coniugi, passando del tempo sul divano a leggere e a conversare, svolgendo le faccende domestiche, tagliando la legna e andando a trovare i vicini. Era così anche quando era Presidente.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/lezione-pepe-mujica-tempo-bene-prezioso/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

A Torino autobus scontati e bike e car sharing agevolato per le aziende

Il progetto “Smart Mobility” prevede uno sconto sugli abbonamenti ai mezzi pubblici e facilitazioni per il car sharing. E’ dedicato alle aziende.http _media.ecoblog.it_a_abd_a-torino-autobus-scontati-e-bike-e-car-sharing-agevolato-per-le-aziende

La città di Torino fa un passo avanti verso un sistema di mobilità integrata, alternativo all’auto di proprietà: è stato infatti presentato il progetto “Smart Mobility“, che prevede una serie di agevolazioni per le aziende e i loro dipendenti che fanno uso di autobus pubblici, bike sharing e car sharing. Le aziende che aderiscono a Smart Mobility, in pratica, possono godere di uno sconto sul prezzo degli abbonamenti agli autobus urbani GTT o degli altri mezzi pubblici torinesi sottoscritti per i propri dipendenti. I dipendenti, invece, possono avere sconti e agevolazioni (come il pagamento rateale in busta paga) sull’uso del car sharing e del bike sharing. Smart Mobility è dedicato alle aziende sia pubbliche che private e, al momento, partecipano 50 aziende con oltre 9.500 abbonamenti agevolati. Tra le aziende che aderiscono, da citare nomi del calibro di Ikea, Rai, Allianz, Camera di Commercio di Torino e Università degli Studi di Torino.
E’ una richiesta che viene dai cittadini e risponde alla domanda di poter disporre di servizio di mobilità facile, integrato e conveniente: caratteristiche indispensabili – spiega l’assessore alla Viabilità e ai Trasporti, Maria Lapietra – per un’offerta di trasporto in città adeguata soprattutto alle esigenze di chi deve muoversi per studio e per lavoro. Permettere, a chi deve spostarsi, di organizzare il proprio viaggio unendo un tratto in treno, in metropolitana o in bus ad altri fatti a bordo di un auto del car sharing o pedalando in bicicletta, porta benefici a tutta la collettività“.

L’iniziativa Smart Mobility è stata ideata e realizzata in sinergia da GTT (Gruppo Trasporti Torinese, Che a Torino gestisce gli autobus urbani, i collegamenti con l’aeroporto e il sistema ferroviario metropolitano), To Bike e Car2Go.

Fonte: ecoblog.it

La Scuola nel Bosco nata dal sogno di due mamme

Contatto con la natura, gioco libero e sperimentazione. Dal sogno condiviso di due mamme è nata a Pianoro, sulle colline bolognesi, una Scuola nel Bosco per bambini da 3 ai 6 anni: un’altra esperienza che testimonia l’interesse crescente verso modelli educativi alternativi alla scuola tradizionale.  “Ogni volta che i nostri piccoli esploratori camminano nel bosco aprono una strada che altri in futuro potranno tornare a percorrere seguendo le loro orme: i loro passi sono piccoli semi di un mondo autentico, fatto prima di tutto di sperimentazione”. Abbiamo intervistato Maddalena Scalabrin e Erica Vignolo, fondatrici della Scuola nel Bosco di Pianoro, progetto della Cooperativa Sociale Canale Scuola, agenzia di formazione accreditata MIUR, che ha creato una rete di scuole nel bosco per promuovere attività continuative per bambini nella natura.pianoro

Puoi raccontarci brevemente come, quando e per iniziativa di chi è nata la Scuola nel Bosco di Pianoro?
Tutto è nato da un sogno condiviso da due mamme, in cerca di un modello di insegnamento che permettesse ai bambini di stare all’aria aperta a contatto con la natura, in una dimensione che rispettasse i loro tempi. Vivendo circondate da meravigliosi posti naturali sulle prime colline bolognesi abbiamo provato, ormai più di un anno fa, a capire come poter aprire una realtà che avevamo visto funzionare molto bene all’estero, cioè la Scuola nel bosco. L’impegno, la costanza e la determinazione per vederlo concretizzarsi sono stati enormi, ma la soddisfazione, adesso che siamo finalmente attivi, è indescrivibile.

Vi rifate ai principi della outdoor education?

Certo, anche. Le scuole nel bosco condividono il fondamento che il contatto con la natura sia necessario per una crescita sana e equilibrata, che il bosco sia semplicemente l’habitat naturale dei nostri bambini, il luogo dove da millenni imparano a relazionarsi con il mondo, con la vita, con gli altri. Non si tratta quindi solo di educazione all’aperto, ma di stare sempre fuori, ogni mattina, tutto l’anno. La pioggia, la nebbia, il buio, il sole, modificano e arricchiscono la nostra esperienza del mondo, le nostre percezioni, il nostro sentire. Come si modificano i colori, i materiali, i suoni nelle stagioni e con diversi tempi atmosferici? Uscire solo con il sole è come rinunciare a conoscere il nostro mondo nella sua varietà e ricchezza, è vedere solo un lato delle cose e rimanere ciechi a tutto il resto.pianoro-3

Quali sono le motivazioni che spingono i genitori a mandare i propri figli da voi?

Diverse, le più varie. Il bisogno di uscire dai rigidi schemi della scuola tradizionale, l’interesse di crescerli a contatto con la natura in modo che imparino ad amarla e quindi ad averne rispetto da subito, la volontà di lasciarli esprimere liberamente, con i propri tempi. Un principio che tutti i genitori apprezzano della scuola nel bosco è la sua schiettezza: quest’esperienza è reale al 100%, non guardiamo albi illustrati con gli alberi spogli che ci raccontano cos’è l’autunno; noi annusiamo le foglie bagnate dalla brina la mattina e ci chiediamo cosa succedere loro quando diventano tutt’uno con la terra; noi cadiamo, imparando a rialzarci, esattamente come poi succede nella vita; noi sperimentiamo il rischio e ci carichiamo di autostima ogni giorno. Molti non conoscevano questo modello finché non si sono imbattuti in noi ed ora sono dei sostenitori importanti dell’educazione in natura, con qualsiasi tempo atmosferico, perché vivendolo in prima linea ne hanno subito colto il valore.

Sfatiamo il classico luogo comune: quando arriva freddo i bambini vanno tenuti al chiuso per prevenire malattie e malanni stagionali?

Volentieri!! La realtà, ormai assolutamente condivisa da ogni medico e pediatra, è esattamente il contrario. Al freddo i germi non prolificano, fuori i bambini non si trasmettono virus quindi e il sistema immunitario si fortifica, perché perennemente stimolato (anche dai cambiamenti di clima). Le statistiche dicono che i bambini che frequentano le scuole nel bosco si ammalano una sola volta l’anno, e probabilmente si tratta solo un accumulo di stanchezza, perché spesso si risolve in una febbre di una notte.pianoro-2

Puoi raccontarci un episodio capitato durante le “lezioni” che secondo te rappresenta bene la filosofia dell’educazione a contatto con la natura?

Pioveva tanto. I bambini erano perfettamente vestiti da pioggia con tutine impermeabile tecniche che permettevano loro di correre, scivolare e godere della pioggia che arrivava dal cielo e dell’acqua delle pozzanghere. L., 3 anni e mezzo, in totale autonomia, inventa un gioco particolare: si mette a “lottare”, “tirare pugni” a un rigolo di acqua che scendeva da un lato del telone impermeabile. L’acqua gli arrivava dappertutto e lui urlava: “fatti sotto maestro pioggia”, “non vincerai tu!”, “come fai a sapere dove sono?”, ”ahi” e fingeva di subire colpi dalle gocce. Oltre al divertimento che gli dava questo gioco, all’esercizio fisico che faceva saltellando qua e là, e al grande stimolo di fantasia che da questo nasceva, l’attività ha dato uno spunto a L. e ai bambini che si sono uniti a lui: hanno inventato un modo per deviare l’acqua accumulata verso un unico punto, per raccoglierla. E da lì l’idea di usarla quando non pioveva più per lavarsi le mani o bagnare le piante… un insieme di considerazioni e attività che in un’aula non sarebbero mai potute essere così complete, spontanee e ricche di spunti. Tantissimi poi sono gli episodi in cui i bambini meno abituati a scalare e arrampicarsi, piano piano hanno accumulato esperienza e con una carica di autostima difficilmente replicabile in altri modi, hanno trovato dei modi incredibili per raggiungere le vette. Sono dei bambini felici, liberi, che, in solo 3 mesi si può dire si siano trasformati in un piccolo branco: unito, collaborativo e consapevole di quello che succede attorno a loro. Nel bosco forse non possono imparare tutto, ma imparano le cose fondamentali: a muoversi, ad ascoltare (e a vedere, a toccare, a sentire), ad affrontare gli imprevisti, ad aiutarsi. Imparano la complessità delle relazioni che legano tutti gli esseri viventi sul pianeta, imparano la dimensione del passare e ritornare del tempo, e del cambiamento che condiziona tutta la nostra pianoro-5

Avete qualche iniziativa in progetto per il prossimo futuro?

Molti! Vorremmo aprire la possibilità ai bambini che frequentano materne tradizionali di unirsi a noi il pomeriggio (ad iniziare da primavera 2018), faremo presto dei sabati nel bosco con le famiglie ma soprattutto adesso stiamo portando avanti con urgenza una raccolta fondi. Infatti, la nostra tenda è stata distrutta dall’ultima improvvisa e abbondante nevicata e vorremmo, insieme all’aiuto di tutti, fornirci di un TIPì, la tipica tenda indiana, nella quale potremmo scaldarci, conservare al meglio i materiali (soprattutto i nostri preziosi libri e cambi di vestiario), condividere parole e fantastiche esperienze. Chiediamo un contributo, anche minimo perché importante, a chiunque creda che sia un diritto di ogni bambino godere della natura e delle possibilità che, quotidianamente, possono trovare in essa.
Grazie, dai bimbi e le dade del bosco! “Mitakuye Oyasin”

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/scuola-nel-bosco-sogno-di-due-mamme/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Chi scommette ancora sul carbone?

Le compagnie assicurative sembrano fare un passo indietro dal business del carbone, incriminato numero tra i combustibili fossili per livelli di inquinamento. È proprio così? E chi invece deciderà di continuare a scommetterci?9701-10476

Le miniere e le centrali a carbone in Nord Boemia provocano da decenni danni ambientali molto pesanti, minando l’ecosistema della regione e la salute di chi la abita. Eppure la compagnia di Stato Ceca CEZ non intende rinunciare a questo business che non fa altro che esacerbare gli effetti dei cambiamenti climatici. L’italiana Generali è tra i soci di minoranza di CEZ.

Video realizzato da Fosco d’Amelio, Mario e Stefano Martone di Audioimage e prodotto da Re:Common

Ma il nuovo rapporto della coalizione di Ong e associazioni della società civile internazionale Unfriend Coal segnala come 15 tra le principali compagnie assicurative del pianeta nell’ultimo anno abbiano deciso di disinvestire dai progetti per l’estrazione del carbone per un importo pari a 20 miliardi di dollari. Un numero crescente di società del comparto assicurativo sta rinunciando a entrare nel business delle nuove centrali o miniere a carbone, considerato il più inquinante dei combustibili fossili. “Insuring Coal no more”, questo il titolo del rapporto, permette di scoprire, per esempio, che la svizzera Zurich ha smesso di offrire assicurazioni a compagnie il cui business dipende per almeno il 50% dal carbone, mentre Swiss Re e Lloyd’s hanno espresso l’intenzione di presentare nei prossimi mesi delle nuove politiche improntate su principi più “ambientalisti”.

La francese Axa nel 2015 aveva rinunciato a 500 milioni di dollari di asset carboniferi. Un impegno confermato nel 2016.

Anche l’italiana Generali non riceve giudizi lusinghieri nel rapporto di Unfriend Coal. Nel 2016 la compagnia triestina ha investito almeno 33,8 milioni di dollari nella PGE, Polska Grupa Energetyczna (PGE), che produce l’85% della propria energia dal carbone, incluso un 30 per cento dalla lignite, il carbone di più bassa qualità e più inquinante, estratto in buona parte dalle miniere di Bełchatów e di Turów. Quest’ultima è direttamente assicurata da Generali. La più importante società assicuratrice italiana è presente anche in Repubblica Ceca, dove detiene azioni per 14,5 milioni di dollari della CEZ

Fonte: ilcambiamento.it

Mobility Day: dal 3 dicembre 6 domeniche a piedi a Verona

La città di Verona lancia il progetto “Mobility Day”: per 6 domeniche nessun veicolo a benzina o diesel potrà accedere in centro.http _media.ecoblog.it_5_504_mobility-day-verona

La città di Verona rispolvera le domeniche a piedi con il progetto “Mobility Day” che prevede, a partire dalla prossima domenica (3 dicembre), la chiusura al traffico veicolare di una ampia porzione del centro storico. L’iniziativa si ripeterà per sei domeniche non consecutive: 3 dicembre, 14 gennaio, 11 febbraio, 25 marzo, 8 e 22 aprile. Durante le domeniche a piedi, nella fascia oraria tra le 10 e le 19, nessun veicolo a motore diesel o benzina potrà circolare (inclusi motocicli e ciclomotori) in un’area compresa tra l’ansa dell’Adige e le porte monumentali: Nuova, Palio e San Zeno. Potranno circolare i soli residenti. Inoltre, nelle stesse domeniche e nella fascia oraria, tutto il restante territorio comunale sarà interdetto ai veicoli privati fino Euro 2 (Euro 0 – 1- 2 e motocicli e ciclomotori Euro 0) sia benzina che diesel. Per facilitare gli spostamenti con i mezzi pubblici durante le domeniche del Mobility Day si potrà viaggiare in autobus con un solo biglietto da 1,30 euro (2 euro se si compra a bordo) per tutta la giornata. I minori di 14 anni viaggiano gratis, se accompagnati da un adulto pagante. http _media.ecoblog.it_7_7ff_mobility-day-verona-mappa

Saranno anche messi a disposizione alcuni parcheggi gratuiti: Park 3 (ex Mercato Ortofrutticolo fronte Fiera), Park Re Teodorico e Park Multipiano (viale dell’Industria), che saranno collegati al centro città con bus navetta N1 (Park Fiera – piazza Bra) dalle ore 9 alle 20.30 con partenza ogni 5 minuti (il biglietto sarà lo stesso da 1,30 euro valido tutto il giorno sull’intera rete urbana). Differente invece l’organizzazione degli spostamenti dal parcheggio a pagamento Park Centro all’ex Gasometro, con il bus navetta N2 che passerà dalle ore 9 alle 19 ogni 10 minuti e costerà 1 euro (biglietto valido per una corsa di andata e una di ritorno).

Con l’ampliamento dell’area Ztl, i parcheggi in zona fiera e il collegamento alla città tramite bus navetta ad alta frequenza fino in piazza Bra – spiega l’assessore all’Ambiente Ilaria Segala – si punta non solo ad alleggerire il carico di traffico sulla città ma, contestualmente, ad offrire nuove possibilità per accedere al centro. Serve un cambio di abitudini in merito alla mobilità. Vietare la sola circolazione dei veicoli è inutile se non si offre a veronesi e turisti possibilità diverse e più economiche per i propri spostamenti“.

Chi violerà il piano traffico dei Mobility Day rischierà una sanzione da 164 euro a 664 euro. Nel caso di reiterazione della violazione rischia anche la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da quindici a trenta giorni.

Fonte: ecoblog.it

In dicembre, a Roma, gli internauti si mobilitano per donare un Natale differente ai senzatetto grazie alle proprie ricerche sul web

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(Roma, 1 dicembre 2017). L’operazione “Un Sorriso Per Natale”, che avrà luogo dal 4 al 23 dicembre, è un’iniziativa del motore di ricerca Lilo.org lanciata dalla studentessa romana Federica Fusco. L’obiettivo dell’operazione è condividere un momento di scambio e convivialità con le persone senza fissa dimora della Capitale.

L’operazione inizierà il prossimo 4 dicembre con la raccolta fondi “gratuita” per finanziare regali di Natale per le persone senzatetto. Gli internauti potranno raccogliere gratuitamente il denaro semplicemente attraverso le loro ricerche sul motore di ricerca Lilo.org. Potranno inoltre lasciare dei messaggi di solidarietà sul sito dell’operazione, messaggi che verranno consegnati alle persone senza fissa dimora assieme ai regali.

La campagna terminerà il 23 dicembre. La giornata inizierà alle ore 10.40 in Piazza della Repubblica a Roma, dove i volontari del motore di ricerca solidale assegneranno differenti quartieri della città agli internauti. Il punto principale dell’operazione sarà il momento di condivisione e d’incontro, nel quale gli internauti volontari offriranno ai senzatetto i messaggi raccolti durante il mese di dicembre e dei regali scelti proprio dai senzatetto stessi. Gli internauti che desiderano partecipare all’iniziativa possono scrivere i loro messaggi ed iscriversi alla distribuzione sul sito dell’operazione Natale.lilo.org.

A Roma, più di 20 persone, tra le quali i primi utilizzatori di Lilo, hanno già risposto positivamente per condividere questo momento di solidarietà con le persone senzatetto. Il motore di ricerca Lilo lancia un appello ai romani per partecipare, attraverso piccoli e semplici gesti, ed esprimere il proprio sostegno alle persone senza fissa dimora.

La campagna Un Sorriso Per Natale è stata realizzata in altre città europee. Lo scorso anno, a Parigi, hanno partecipato più di 400 volontari e sono stati ricevuti quasi 15000 messaggi di speranza per le persone senzatetto (Operation Joyeux Noel).

 

Un Sorriso Per Natale, dal 4 al 23 dicembre 2017 – natale.lilo.org 

1.     Per partecipare gratuitamente alla raccolta fondi : utilizzare il motore di ricerca Lilo.org/it

2.     Per personalizzare la propria partecipazione : scrivere un messaggio di solidarietà sul sito; questo sarà trascritto su delle grandi buste rosse e consegnato, insieme ai regali, ad ogni persona senzatetto incontrata.

3.     Per iscriversi e partecipare all’incontro e alla distribuzione dei regali del 23 dicembre : gli internauti possono partecipare iscrivendosi direttamente sul sito natale.lilo.org/. Il team dei volontari Lilo invierà una mail con tutte le informazioni utili e li accoglierà per consegnargli le buste con i messaggi degli internauti, dividerli in coppie e definire le loro rispettive zone geografiche.

 

Per tutto dicembre, gli internauti possono seguire le ultime novità del progetto Un Sorriso Per Natale sul sito dedicato all’operazione e sulle risorse sociali di Lilo.org (Facebook).

Per saperne di più su Un Sorriso Per Natale, cliccare qui

Ma cos’è esattamente il motore di ricerca Lilo.org?

Lilo.org ha l’obiettivo di diffondere la pratica di un web più etico, grazie ad un modello economico responsabile che finanzia progetti sociali ed ambientali. Durante tutto l’anno, questo motore di ricerca riversa il 50% dei propri profitti a progetti sociali e ambientali, attraverso un’apposita piattaforma. Ad ogni ricerca su Lilo.org, l’internauta guadagna una goccia d’acqua, simbolo del denaro genato con la propria ricerca e simbolo del motore di ricerca Lilo. L’internauta potrà in seguito donare le proprie gocce d’acqua ad uno o più progetti di sua scelta, classificati in quattro categorie: ambiente, sociale, salute, cultura. La Fondazione Slow Food per la Biodiversità che realizza 10 000 orti in Africa, rispettando la biodiversità e la cultura locale e promuovendo cibo buono, pulito e giusto per tutti o Made In Carcere che dona una seconda possibilità alle detenute e una seconda vita ai tessuti, sono esempi di azioni utili che Lilo ha deciso di sostenere dietro a “dei semplici click”. Dalla sua creazione in settembre, circa 90 000 ricerche mensili permettono di finanziare già 6 progetti in Italia.

Per saperne di più sul motore di ricerca solidale Lilo, cliccare qui

Per saperne di più sui progetti sostenuti da Lilo, cliccare qui

https://www.lilo.org/it/

https://www.facebook.com/Lilo-2071872019708188/

Fonte : 5minutiperlambiente.wordpress.com