Big Oil spende 200 milioni di dollari l’anno per frenare il contrasto ai cambiamenti climatici

Duecento milioni di dollari l’anno: è la cifra che le cinque maggiori compagnie petrolifere e del gas al mondo spendono per esercitare pressioni in modo da ritardare, controllare o bloccare le politiche di contrasto al cambiamento climatico.

Le cinque maggiori compagnie petrolifere e del gas, quotate in Borsa, spendono quasi 200 milioni di dollari all’anno per esercitare pressioni per ritardare, controllare o bloccare le politiche volte ad affrontare il cambiamento climatico. Lo rileva il report “How the oil majors have spent $1Bn since Paris on narrative capture and lobbying on climate” pubblicato da Influence Map.

Chevron, Bp ed ExxonMobil sono indicate come le principali aziende leader nel lobbying diretto contro una politica climatica che affronti il riscaldamento globale e i social media la piazza migliore per questa strategia. Lo scorso anno, i giganti mondiali dell’oil&gas hanno speso circa 2 milioni di dollari su Facebook e Instagram con annunci mirati che promuovevano i benefici di una maggiore produzione di combustibili fossili. Separatamente, Bp ha donato 13 milioni di dollari a una campagna, sostenuta anche da Chevron, che ha fermato con successo una carbon tax nello stato di Washington (di cui 1 milione è stato speso in annunci sui social media, come dimostra la ricerca). Il report sottolinea come queste campagne siano fuorvianti per il pubblico: mentre le aziende supportano pubblicamente l’urgenza di un’azione, stanno invece aumentando gli investimenti per aumentare l’estrazione di petrolio e gas. In altre parole, c’è un evidente gap tra le parole e le azioni. Secondo quanto ha riportato il Guardian, Shell e Chevron hanno dichiarato di essere in disaccordo con le conclusioni del report ribadendo il loro impegno nella lotta al climate change.

Fonte: ilcambiamento.it

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Roma, i rifiuti e noi

Partendo dall’emergenza rifiuti, che è da tempo una costante per Roma e altre città, Mariella Lancia riflette sul nostro modo di gestire anche le nostre scorie interiori, oltre a quelle materiali. In che modo potremmo prevenire l’impatto distruttivo di eventi esterni cominciando a guardarci dentro e a trasformare noi stessi?

Ciclicamente un popolo, una parte del mondo, un gruppo o anche solo un individuo si fan e “manifestatore” di un male dell’umanità. È come se per un misterioso atto sacrificale qualcuno si facesse carico di una carenza, di una incapacità che viene posta sotto una lente di ingrandimento in modo che attraverso lo choc che questo evento provoca – soprattutto oggi attraverso l’esposizione mediatica – si possa prendere coscienza di qualcosa di cui tutti, seppure in gradi diversi, siamo portatori. E cominciamo a interrogarci, a cercare soluzioni e forse ad apprendere qualche lezione. I piromani inceneriscono boschi e pinete. Adolescenti annoiati ammazzano di botte un ignaro pensionato. Una nave vaga nel Mediterraneo per 17 giorni col suo penoso carico di migranti senza che un solo porto le dia il permesso di attraccare. Crollano ponti. Allora ci si agita, si va in piazza a protestare, si condanna, si aprono inchieste, si fanno in fretta e furia nuove leggi. Raramente ci si ferma a riflettere su di noi, su che cosa questi eventi rispecchino di noi stessi, come individui e come gruppo umano.

Prendiamo l’ “emergenza spazzatura”. Quale può essere la lezione dei rifiuti? A me pare che questa “emergenza rifiuti” che ricorrentemente affiora e mette in crisi, ci parli della nostra incapacità di gestire non solo le scorie materiali (di questo stanno parlando tutti), ma anche quelle psichiche. Della nostra poca dimestichezza, per esempio, con stati mentali che consideriamo negativi e di cui vogliamo liberarci al più presto: come la sofferenza, l’incertezza, la frustrazione, la tristezza, la noia, la paura, la rabbia. Oppure con situazioni difficili come fallimenti, errori, conflitti. Della nostra incompetenza nell’analizzare questi stati e questi eventi, per vedere quanto c’è di utilizzabile (per conoscerci meglio, per la nostra crescita interiore, per produrre pensiero, poesia, arte, condivisione…) e quanto di questa materia prima possa, quindi, essere estratto e trasformato. Ci siamo costruiti delle sane discariche per le nostre emozioni disturbanti? O le scarichiamo fuori dalla nostra porta, sul primo malcapitato passante? Abbiamo delle strutture per trasformarle in fertilizzanti e in energie alternative? O le lasciamo accumulare a casaccio, fino a esserne sopraffatti, a volte fino ad esplodere, con effetti distruttivi su noi stessi e sugli altri?  Sentiamo ad esempio cosa dice Gandhi, nella sua autobiografia, a proposito della rabbia: “Ho imparato la lezione suprema di non sopprimere la mia rabbia, ma di conservarla e come il calore conservato si tramuta in energia così la rabbia conservata e controllata si tramuta in un potere che può cambiare il mondo”.

Può darsi che per diventare abili nella trasformazione delle energie fisiche occorra iniziare imparando a trasformare le energie emotive e mentali. Che ne direste di avviare riflessioni simili anche su altri “eventi specchio” come quelli prima elencati ? Di che cosa potrebbero essere il “correlativo oggettivo” gli incendi dolosi, le “morti bianche”, l’emergenza migranti, le risse dei tifosi, i crolli di ponti e di edifici.? In che modo potremmo prevenire o almeno diminuire l’impatto distruttivo di eventi come questi cominciando a guardarci dentro e a trasformare noi stessi? Anche questo può essere l’Italia che cambia.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/roma-rifiuti-e-noi/

Il 5G e la ricerca sul cancro

La direttrice dell’Istituto Ramazzini Fiorella Belpoggi fa il punto sulla situazione 5G. Un’occasione per parlare di ricerca indipendente, delle linee guida sugli studi e della necessità di valutare l’inquinamento diffuso e continuativo nella ricerca sul cancro.  In occasione dell’intervista alla ricercatrice e direttrice dell’Istituto Ramazzini, Fiorella Belpoggi, abbiamo chiesto un aggiornamento sulla situazione 5G. “È un momento di grande fermento – sottolinea la direttrice – e vengo invitata continuamente ad eventi sull’impatto delle radiofrequenze organizzati da cittadini e amministratori: c’è molta attenzione anche tra ricercatori, fondazioni e amministrazioni. Anche dall’estero ricevo continuamente richieste di intervista, ci sono pochissime informazioni ma soprattutto è un tema ancora poco studiato. L’Istituto Ramazzini è l’unico soggetto di ricerca indipendente dai finanziamenti delle industrie che abbia studiato l’impatto almeno sul 3G, sulla frequenza di 1.8 GHz, attualmente in uso. Invece il 5G utilizzerà una fascia di radiazioni elettro magnetica delle onde millimetriche su cui non esistono studi per la salute delle persone. Oltretutto l’utilizzo dei telefonini è sempre più massiccio e continuato anche nelle giovanissime generazioni quindi bisognerebbe impostare nuove metodologie di ricerca oltre che indipendenti.

Fiorella Belpoggi, direttrice dell’Istituto Ramazzini

Abbiamo studiato le basse frequenze cioè quelle indotte dal flusso della corrente elettrica, le radiofrequenze 1.8 GHz e abbiamo visto che tutte le onde possono indurre il cancro soprattutto alcuni tipi di cancro al cervello. Infatti abbiamo rilevato l’impatto negativo sulle cellule di Schwann che formano la mielina attorno ai filamenti dei neuroni. I tumori che abbiamo osservato noi e i colleghi negli Stati Uniti sono gli stessi che avevano indotto la IARC (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) nel 2011 ad affermare che le radiofrequenze erano “possibilmente cancerogene” negli utilizzatori assidui del cellulare. Poiché questi device sono tenuti vicini o addosso al corpo tutto il giorno, l’energia che viene assorbita dall’organismo è maggiore rispetto alle stesse frequenze emesse dalle antenne: c’è una maggiore interferenza con il materiale biologico. Di fronte al fatto che esistono le due evidenze scientifiche di pericolosità, dei due diversi laboratori, abbiamo chiesto di inserire nelle prossime nuove valutazioni delle radiofrequenze una revisione più completa e aggiornata degli studi. Importante infatti è tenere conto delle eventuali amplificazioni del sistema della trasmissione di onde ancora maggiori cioè con maggiore capacità di trasmettere anche se meno penetranti. Non c’è una evidenza scientifica di emergenza come ci accadde quando studiammo gli effetti del benzene e della formaldeide. Ma prima di espandere queste tecnologie bisognerebbe studiarle perché coinvolgono miliardi di persone. Possiamo chiedere alle compagnie di costruire apparecchi meno pericolosi, con misure che espongano meno cioè maggiormente schermati o con incorporate applicazioni per renderlo funzionante solo quando è ad una certa distanza dal corpo oppure dotati di auricolari integrati; già a 5 cm di distanza dal corpo l’esposizione è 25 volte minore, ma sempre alta. Il wifi ha una frequenza intermedia ma sono sempre onde elettro magnetiche ed è meglio non tenerlo acceso di notte. Sarebbe importante ad esempio cambiare il modo di far vedere ai figli un film: bisognerebbe prima scaricarlo. La condizione più preoccupante consiste nel numero di apparecchi cellulari contemporaneamente accesi, ad esempio in un vagone di un treno possiamo avere 100 cellulari accesi, con 50 persone che parlano al telefono; l’esposizione aumenta moltissimo.

In particolare le onde millimetriche del 5G, quelle dei forni a microonde, sollecitano gli atomi di acqua, quindi i bambini, che hanno una percentuale maggiore di acqua, sono i più esposti. Queste onde hanno scarso potere di penetrazione, ma quanto è sottile la calotta cranica di un bambino? E per le gestanti quanto penetrano nel liquido amniotico? Anche se penetrassero solo l’epidermide bisognerebbe considerare che è un tessuto molto innervato e gli impulsi nervosi sono trasportati da cariche elettriche fino al Sistema Nervoso Centrale. Non c’è più alcun dubbio che irrorando di campi magnetici ci sia interazione, abbiamo visto svilupparsi cancri ai nervi facciali, mandibolari, acustici.  

Gli allarmi precoci andrebbero ascoltati e con metodologie nuove. Considerando che siamo tutti immersi in questo surplus di onde risulta quasi impossibile selezionare una parte di popolazione “pulita” per evidenziare le differenze con il caso controllo. 

Gli studi sul cancro 

Gli studi di cancerogenesi durano 3/4 anni, c’è bisogno di tempo, ma bisogna studiare anche le modificazioni biomolecolari sulle cellule e se ci sono biomarkers tumorali come quelli che abbiamo trovato nel 3G. Nella ricerca sono necessari i modelli uomo equivalenti, eseguiti fin dall’ esposizione prenatale, invece le linee guida fanno iniziare gli studi ad una età equivalente di 15 anni, di fatto togliendo la parte più sensibile alle esposizioni. Ma questo vale per qualsiasi studio di cancerogenesi. Il cancro ha una latenza di circa 10 anni e veniamo in contatto con sostanze, ormai da decenni riconosciute cancerogene, in età sempre più precoce. Quindi se vediamo sempre più casi di cancro mammario a 30 anni o linfomi e leucemie nell’infanzia vuol dire che le esposizioni sono diventate molto precoci. Gli enti autorevoli di controllo come l’EFSA controllano gli studi commissionati dalle aziende, ma l’oggetto di ogni studio e le metodologie scelte sono l’anello più importante e dovrebbero essere affidate a laboratori indipendenti. Non basta segnalare la presenza o meno dei conflitti d’interesse. Risparmieremmo anche molti soldi se gli studi valutassero più parametri biologici e non il singolo danno neurologico o immunitario o la cancerogenesi. Bisogna prevedere studi che analizzino tutti questi effetti contemporaneamente.

In Italia ci sono grossi centri di ricerca ma sono sponsorizzati, sono laboratori che lavorano a contratto soprattutto per l’industria farmaceutica e devono produrre profitto. Le Università che fanno ricerca indipendente hanno piccoli laboratori non in grado di fare grandi studi, non hanno il know how, durano massimo un anno. 

Rischi cancerogeni diffusi 

Bisogna cambiare il sistema di valutazione, le regole che sono state fatte negli anni 70 quando la maggiore tossicità era nei luoghi di lavoro, ora l’inquinamento è molto più diffuso, costante e continuo dalla vita prenatale in poi e su tutta la popolazione umana. Il tema delle regole sono in pochissimi a conoscerle e chi le conosce lavora a contratto e/o segue l’applicazione delle linee guida senza la visione delle ricadute; è attento solo alla parte tecnica. Sono studi di nicchia e pochi ricercatori ne capiscono le reali conseguenze, io stessa l’ho capito solo dopo anni. Dobbiamo abbassare il potenziale cancerogeno ambientale totale ma se continuiamo a sintetizzare centinaia di nuovi composti chimici come cosmetici, farmaci, pesticidi e non ritiriamo dal commercio quelli obsoleti e più pericolosi, andiamo in accumulo.

La ricerca indipendente 

Noi abbiamo iniziato nel 2005 con un unico finanziamento ma gli altri fondi sono arrivati dai volontari dell’Istituto che oggi ha 50.000 soci perché siamo una cooperativa sociale e siamo finanziati da donazioni. Ci abbiamo messo più tempo ma siamo indipendenti e no-profit. Il nostro scopo è il pareggio di bilancio e il nostro guadagno da Statuto è diffondere informazioni per una cultura della prevenzione. Facciamo una ricerca che cerca di riprodurre le situazioni espositive umane con modello uomo equivalente. Con approccio simile al nostro c’è in America il National Toxicology Program, finanziato dall’FDA e per fare il nostro studio sul 3G hanno speso 30.000 euro iniziando a studiare dalla vita prenatale come noi, per rendere il modello più sensibile, ma non rilasciano interviste. Siamo gli unici che riescono a divulgare i risultati sulle radiofrequenze, un servizio a miliardi di persone. Nei diversi incontri a cui sono invitata, sempre più cittadini sentono che stiamo esagerando nell’uso incontrollato della tecnologia ma anche ricercatori universitari, fondazioni, amministratori sono d’accordo e spingono per comportamenti più cautelativi. Poi bisognerebbe investire molto di più nell’informazione sull’uso corretto degli apparecchi, non bastano le istruzioni per l’uso nelle confezioni che nessuno le legge. I device devono migliorare man mano che aumentano le conoscenze; per i produttori sono spese minime, è solo una questione di volontà. E’ una grossa sfida tecnologica: l’innovazione deve avere un miglioramento non solo sul comfort ma anche sulla salute. Bisogna imparare a gestire ciò che via via scopriamo di poter fare.” 

Per approfondire clicca qui

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/5g-ricerca-cancro/

«I pesticidi continuano a uccidere le api. È ora di agire veramente»

L’appello delle deputate del Gruppo Misto in Parlamento Sara Cunial e Silvia Benedetti: «Basta demandare all’Unione Europea, la competenza è nazionale. Dunque, si prendano misure drastiche».

«Abbiamo portato all’attenzione del ministro Centinaio l’annosa questione della moria di api che sta avvenendo in diverse parti d’Italia in seguito a un uso massiccio e scriteriato di pesticidi estremamente dannosi al loro habitat e alla loro vita, come per esempio il caso del Mesurol in Friuli per cui è stata aperta un’indagine o ancora i neonicotinoidi già banditi in diversi stati membri ma purtroppo ancora utilizzati in Italia». Ad affermarlo sono le deputate del gruppo Misto Sara Cunial e Silvia Benedetti, che tornano sulla questione di cui, dopo un grande allarme qualche tempo fa, ora si tende a parlare sempre meno.

«Sebbene vi sia consapevolezza della strategicità del settore e dei gravi danni causati da alcune molecole agli ecosistemi e agli insetti impollinatori, ancora una volta si demanda a importanti decisioni all’Unione Europea, quando la competenza su queste disposizione è nazionale, come indicato nella normativa comunitaria e come altre nazioni, più lungimiranti e attente alla vita e alla salute ci insegnano».

«È bene ricordare che nelle campagne italiane ci sono milioni di alveari curati da oltre 45.000 apicoltori – continuano le deputate – miliardi di euro derivano dalla sola attività di impollinazione alle coltivazioni a cui si aggiunge il profitto di 22.000 tonnellate annue di produzione di miele. Un trend in continua crescita che dà lavoro a sempre più persone, soprattutto giovani e soprattutto al sud, e che fa dell’Italia un’avanguardia delle pratiche e tecnologie in questo frangente nonché uno dei principali produttori di miele d’eccellenza. Ma soprattutto è bene sottolineare che senza api perderemmo gran parte della nostra biodiversità, l’accesso a ingenti tipologie di cibo, la vita stessa è a rischio senza il loro lavoro – proseguono – Avremmo bisogno di azioni concrete e urgenti per favorire politiche agricole sostenibili e idonee a proteggere questo cruciale settore, purtroppo troppo spesso messo in crisi da pratiche scriteriate e anacronistiche – spiegano le deputate –  Ci chiediamo dove siano i paladini dell’occupazione, dell’innovazione, del Made in Italy e dei nostri prodotti di qualità. Ma soprattutto ci chiediamo dove siano tutti coloro che dovrebbero mettere la tutela delle persone e dell’ambiente al primo posto e fare del principio di precauzione il faro della loro azione politica. Confidiamo che in Italia quanto in Europa si mantenga ciò che è stato promesso e di ciò che moltissimi apicoltori, agricoltori e cittadini chiedono».

Fonte: ilcambiamento.it

RIVE 2019, torna il raduno degli ecovillaggi italiani

Si svolgerà dal 18 al 21 luglio presso la Comune di Bagnaia il raduno annuale degli ecovillaggi italiani, aperto a ecovillaggisti, sostenitori e semplici curiosi. Anche quest’anno l’evento, al quale parteciperà anche Italia che Cambia, presenta un ricco programma di progetti, soluzioni e conoscenze in grado di ispirare azioni concrete e un cambiamento duraturo sia all’interno che fuori dal mondo degli ecovillaggi. È da 23 anni uno degli eventi più attesi nel mondo del cambiamento e torna per la 22esima volta (nel 2018 non si è svolto a causa di imprevisti organizzativi) fra le destinazioni più interessanti per chi ha deciso di percorrere le “strade nuove” di cui parliamo ogni giorno nelle nostre storie. Stiamo parlando del raduno estivo della RIVE-Rete Italiana Villaggi Ecologici, associazione nata nel 1996 per tenere in contatto le eterogenee realtà degli ecovillaggi sparse su tutto il territorio nazionale e per supportare la nascita di nuovi progetti di comunità intenzionali. Il raduno si svolgerà quest’anno da giovedì 18 a domenica 21 luglio in Toscana, precisamente a Sovicille, in provincia di Siena, territorio dove è situata la Comune di Bagnaia – lo storico ecovillaggio italiano immerso tra boscose colline, oliveti e vigneti – che lo ospiterà.

La comune di Bagnaia

La Comune di Bagnaia è stata fondata nel 1979 da un gruppo di sessantottini interessati alla vita comunitaria, a superare il concetto di proprietà privata e al ritorno alla terra. Composta attualmente da 16 persone, le parole d’ordine che la contraddistinguono sono il principio di equità dei diritti e dei doveri, la totale condivisone economica, l’agricoltura e l’allevamento biologici, l’impegno politico e sociale. Oggi la Comune – le cui decisioni collettive vengono prese attraverso il metodo del consenso – è una delle esperienze più interessanti di autosufficienza alimentare nel nostro paese.

Il raduno estivo della RIVE è da anni il principale momento di confronto fra i ben 37 ecovillaggi già esistenti sul territorio nazionale e fra questi e i 20 nuovi progetti in via di realizzazione supportati dall’associazione, nonché l’occasione – per chi vive in città ma è interessato a forme di vita rurale e comunitaria – di conoscere coloro che stanno già sperimentando stili di vita ecologici e collaborativi. Pur essendo queste esperienze comunitarie molto diverse fra loro per orientamento filosofico e organizzativo, esse sono tutte accomunate dalla ricerca e dalla sperimentazione di stili di vita responsabili e sostenibili, non soltanto dal punto di vista ecologico, ma anche da quello spirituale, socioculturale ed economico. Il crescente interesse per il mondo degli ecovillaggi, infatti, è la testimonianza di un sempre più diffuso interesse per la possibilità di coniugare riduzione dei bisogni e scollocamento, rispetto per l’ambiente e cibo sano, vita sociale e relazioni umane profonde.

Quest’anno il raduno degli ecovillaggi italiani è preceduto dalla conferenza europea degli ecovillaggi, ossia il raduno annuale di GEN Europa, che si svolgerà nella stessa Comune di Bagnaia dal 14 al 17 luglio. Il GEN Europa, che si svolge a rotazione nei vari paesi europei, è uno dei cinque rami continentali del Global Ecovillage Network (GEN), la rete mondiale in continua espansione che raggruppa migliaia di comunità intenzionali e iniziative analoghe presenti oggi in 26 diversi paesi (ma altri se ne stanno aggiungendo) attraverso le suddette reti continentali e le reti nazionali. Fra le reti nazionali c’è naturalmente anche la RIVE, che quest’anno è co-organizzatrice dell’evento europeo. Il programma del raduno RIVE è come sempre ricco di progetti, soluzioni e conoscenze in grado di ispirare azioni concrete, spesso innovative, e stimolare un cambiamento duraturo non soltanto all’interno, ma anche fuori dal mondo degli ecovillaggi. Sia i dibattiti che i tanti laboratori previsti avranno come protagonisti e facilitatori ecovillagisti da tutta Italia, che offriranno la loro esperienza in forma di dono, per diffondere la possibilità del cambiamento di paradigma, a partire dalle forme abitative e produttive e fino ad arrivare al cambiamento più importante: quello del sé.

Bagnaia

Come ogni anno, oltre ai dibattiti e ai laboratori, una parte importante riguarderà le attività di intrattenimento e socializzazione, che anche stavolta saranno realizzate internamente alla RIVE dal gruppo dei Piumani. La filosofia dei Piumani unisce la leggerezza e lo spirito di comunità con l’autogestione della parte artistica degli eventi, in grado di stimolare i talenti e la creatività di chi vi partecipa. Per un obiettivo che solo chi non li hai mai incontrati può credere ambizioso: più umanità. Italia Che Cambia seguirà sia il raduno italiano che quello europeo immediatamente precedente attraverso articoli e video-interviste ai protagonisti di entrambi gli eventi. Questi contributi verranno pubblicati sul nostro sito e sui nostri consueti canali social. Per partecipare al raduno RIVE non è necessario avere già la tessera dell’associazione #associarsi. Basta iscriversi all’evento direttamente dal sito. Un’esperienza che davvero consigliamo di fare almeno una volta nella vita.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/rive-2019-raduno-ecovillaggi-italiani/

Il consumo di carne da allevamenti intensivi è insostenibile per il pianeta

Dal 1961 al 2010 la popolazione globale di animali macellati è passata da circa 8 a 64 miliardi, cifra che raddoppierà a 120 miliardi entro il 2050 se prosegue l’attuale ritmo di crescita. Il consumo di carne a questi livelli NON è sostenibile.

Nel 1961, poco più di tre miliardi di persone mangiavano una media di 23 kg di carne all’anno. Nel 2011, sette miliardi di persone mangiavano 43 kg di carne. Dal 1961 al 2010 la popolazione globale di animali macellati è passata da circa 8 a 64 miliardi, cifra che raddoppierà a 120 miliardi entro il 2050 se prosegue l’attuale ritmo di crescita.

Tony Weis  – The ecological Hoofprint

Basterebbero questi pochi  dati per capire che il consumo di carne è insostenibile. Ci sono ormai letterature sterminate, studi di ogni tipo che lo dimostrano. Insostenibile dal punto di vista ambientale, energetico, agricolo, sanitario e per chi ha a cuore la questione, anche dal punto di vista della sofferenza degli animali. Ma parlare di alimentazione è sempre difficile perché è un aspetto molto personale. Si creano fazioni irriducibili fra onnivori, vegetariani, vegani con lotte di religione dalle varie parti. Ci sono però alcuni fatti innegabili a prescindere dalla propria convinzione, cultura o usanza alimentare. E’ infatti impensabile che la produzione e consumo di carne possa continuare a livelli esponenziali. Già ora l’impronta ecologica degli allevamenti è pesantissima e per il futuro non ci sono semplicemente abbastanza terre e cibo per sfamare gli eserciti di miliardi di animali che verranno e i danni all’ambiente derivanti, se si pensa anche solo alle emissioni climalteranti dei bovini derivanti dalla loro digestione. Il saldo dal punto di vista energetico è sempre negativo per quello che riguarda la carne. Il cibo che alimenta gli animali con cui si alimentano le persone, infatti potrebbe essere direttamente dato alle persone e saltare un passaggio. Già solo agendo in questo modo si risolverebbero tutti i problemi di fame nel mondo all’istante e si smetterebbero di sentire queste assurde teorie che dicono che la gente muore di fame perché siamo troppi. Non siamo troppi, bensì siamo in pochi ad avere troppo e tanti ad avere poco o niente.  Si potrebbe fare un esempio emblematico su tutti: le piantagioni di soia del Brasile, che vanno in gran parte ad alimentare gli animali degli allevamenti intensivi, si creano continuando a distruggere la foresta amazzonica e facendo danni incalcolabili, sia perché si distrugge per sempre una preziosa e inestimabile biodiversità, sia perché si diminuisce la capacità di assorbimento di CO2.  E quella soia è destinata anche al consumo di carne di maiale in Cina che ne mangia la metà a livello mondiale, con un aumento vertiginoso. Già ora siamo al collasso, cosa potrà succedere se anche i paesi cosiddetti emergenti volessero mangiare carne al nostro ritmo e quantità? Considerando che stiamo parlando di miliardi di persone.  Migliaia di animali stipati in lager producono un inquinamento da deiezioni pesantissimo e poi hanno bisogno di vari trattamenti medicinali, con conseguente ulteriore grave inquinamento delle falde.  Questi animali, che vivono in maniera aberrante, sono in condizioni igieniche pessime e ad ogni momento è in agguato qualche epidemia che può trasmettersi alle persone come purtroppo già verificatosi. Torturare e uccidere milioni di animali non è qualcosa di cui andare fieri, per non parlare poi dell’aspetto della salute dove la carne non è certo un toccasana per il nostro organismo e molte malattie dipendono proprio da un consumo eccessivo. Non si tratta quindi di lotte di religione o simili; il consumo di carne, soprattutto da allevamenti intensivi, è insostenibile da ogni lato lo si guardi. Volenti o nolenti, non per motivazioni spirituali o etiche ma per la mera sopravvivenza delle persone e del pianeta stesso, si dovrà arrestare e invertire la rotta su di una produzione e consumo di carne che già ora è un problema drammatico.

Fonte:ilcambiamento.it

Il ciclo dell’acqua – come lo conosciamo – è da cambiare!

Il ciclo dell’acqua, così come ce lo hanno insegnato a scuola, non teneva conto dell’interferenza dell’uomo, ora non più ignorabile. In questo documentatissimo articolo, Giulia Negri ci spiega perché è necessaria una nuova prospettiva.

Lo ricordiamo tutti, sui libri di scuola. Aveva quasi qualcosa di magico, il ciclo dell’acqua: dava l’impressione che si trattasse di una risorsa in grado di rigenerarsi all’infinito, senza perdite, senza sprechi. In maniera circolare, tutto quello che veniva consumato rientrava nel circolo. Ma è davvero così? Quello che manca, ed è sempre mancato in questi schemi, sia nell’istruzione che in ricerca, è l’effetto dell’interferenza dell’uomo, secondo una nuova analisi effettuata da un team internazionale di esperti di idrologia. Lasciare l’uomo al di fuori dell’immagine, secondo i ricercatori, contribuisce a creare una mancanza di consapevolezza su come ci relazioniamo con l’acqua sulla Terra, e genera un falso senso di sicurezza sulla disponibilità futura di questa preziosa risorsa. Il team ha realizzato un nuovo set di diagrammi per promuovere una maggior comprensione di come il ciclo dell’acqua funziona davvero nel ventunesimo secolo, tenendo conto delle interferenze dell’uomo in quasi ogni sua fase. Lo studio, pubblicato su Nature Geoscience e con un commento aggiuntivo su Nature, è stato condotto da un ampio team di esperti della Brigham Young University e dell’Università statale del Michigan negli Stati Uniti, dell’Università di Birmingham nel Regno Unito, insieme ad altri partner negli Stati Uniti, in Francia, Canada, Svizzera e Svezia. Su più di 450 diagrammi che mostrano il ciclo dell’acqua su libri di testo e letteratura scientifica online, l’85% non mostrava alcun tipo di interazione umana e solo il 2% delle immagini faceva qualche tentativo per connetterlo con il cambiamento climatico o con l’inquinamento dell’acqua. In più, quasi tutti gli esempi studiati rappresentavano paesaggi verdeggianti, con clima mite e abbondanza di acqua dolce, di solito con un unico bacino fluviale. Secondo i ricercatori c’è un urgente bisogno di cambiare questa rappresentazione fuorviante ed è cruciale che venga promossa un’immagine e una comprensione più accurata ed evoluta di come funziona il ciclo dell’acqua nel nostro secolo, affinché la società sia in grado di raggiungere delle soluzioni a livello globale per la crisi idrica. “Lo schema del ciclo dell’acqua è un’icona centrale della scienza dell’acqua, ma rappresentando in maniera errata i modi in cui gli esseri umani hanno influenzato questo ciclo diminuisce la nostra consapevolezza sull’imminente crisi idrica globale”, sottolinea David Hannah, professore per la Cattedra UNESCO in Water Sciences all’Università di Birmingham.

“Lasciando fuori il cambiamento climatico, il consumo umano e i cambiamenti nell’uso del suolo stiamo, in effetti, creando delle grandi lacune nella comprensione e nella percezione tra il pubblico e anche tra alcuni scienziati.”
Le nuove rappresentazioni redatte dal gruppo di ricerca mostrano un’immagine più complessa che include elementi come lo scioglimento dei ghiacciai, i danni causati dalle inondazioni dovute alle modifiche di destinazione del suolo, l’inquinamento e l’aumento del livello del mare. Stefan Krause, professore a capo del Birmingham Water Council, afferma che “per la prima volta, il nuovo diagramma del ciclo dell’acqua riflette in maniera adeguata l’importanza non solo delle quantità di acqua, ma anche della sua qualità e dell’inquinamento come criterio chiave per valutare le risorse idriche.” 

“Ogni grafico scientifico implica un certo livello di compromessi e distorsioni, ma quello che abbiamo trovato per il ciclo dell’acqua è stata un’esclusione generalizzata di un concetto centrale. Non puoi comprendere l’acqua nel ventunesimo secolo senza includere gli esseri umani”, ha spiegato Ben Abbott, professore alla Brigham Young University e autore principale dell’articolo. “Altre discipline scientifiche hanno fatto un buon lavoro illustrando come gli uomini ora dominino molti aspetti del sistema Terra. È difficile trovare un diagramma del ciclo del carbonio o dell’azoto che non mostrino fabbriche e fertilizzanti. Ciò nonostante, le nostre rappresentazioni del ciclo dell’acqua sono bloccate al diciassettesimo secolo.”
Certo, si deve tener conto che dei disegni più accurati non risolveranno da soli la crisi idrica globale, ma potrebbero contribuire in maniera significativa alla percezione che abbiamo di questa risorsa e alla consapevolezza che l’utilizzo locale che facciamo dell’acqua e il cambiamento climatico hanno conseguenze a livello planetario.

Giulia Negri

Comunicatrice della scienza, grande appassionata di animali e mangiatrice di libri. Nata sotto il segno dell’atomo, dopo gli studi in fisica ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” della SISSA di Trieste. Ama le videointerviste e cura il blog di recensioni di libri e divulgazione scientifica “La rana che russa” dal 2014. Ha lavorato al CERN, in editoria scolastica e nell’organizzazione di eventi scientifici; gioca con la creatività per raccontare la scienza e renderla un piatto per tutti. Collabora con Micron, la rivista di Arpa Umbria.

 Fonte:ilcambiamento.it

Nasce la Scuola di Agricoltura Indigena

L’idea è del gruppo che ha deciso di costituire l’ecovillaggio “La casa rotta”, a Cherasco, in provincia di Cuneo. Hanno dato vita a un progetto che hanno chiamato “Scuola di agricoltura indigena”, «e cioè un’agricoltura che non distrugge la vita ma la genera continuamente» dicono gli ideatori.

La Scuola di Agricoltura Indigena nasce dallo sviluppo del progetto in agroecologia dell’ecovillaggio La Casa Rotta e dell’organismo agricolo Nuove Rotte.

Il termine “indigeno”, come spiegano i promotori, ha un’etimologia latina e significa “generare”.

«Ci piace usarlo perché la parola GENERARE indica un’agricoltura che non distrugge la vita ma la genera continuamente – spiegano dall’ecovillaggio “La casa rotta” – L’agricoltura indigena attinge a tecniche non solo locali e pone l’accento sull’intima relazione che esiste tra l’essere umano e l’universo».

«Con agricoltura indigena intendiamo l’insieme di tutte le osservazioni, le tecniche e le conoscenze che per migliaia di anni hanno accompagnato l’evoluzione e la sopravvivenza dell’uomo, inserendolo all’interno di un ambiente in modo armonico – spiegano ancora dall’ecovillaggio – Spesso in passato l’agricoltura era di competenza non solo dei contadini ma anche dei sacerdoti, dei monaci, degli alchimisti e di tutti coloro che studiavano la vita e il suo mistero e la natura in genere era il campo di indagine perfetto. È un patrimonio ricchissimo che va riscoperto: il nostro compito principale è rinnovarlo e adattarlo per renderlo comprensibile ai problemi della nostra epoca (ad esempio l’inquinamento o i cambiamenti climatici) o alla modernizzazione, al nuovo stile produttivo e alle nuove tecniche e tecnologie».

La biodinamica e la permacultura sono buoni esempi di sincretismo tra antico e moderno in agricoltura e «nella scuola di agricoltura indigena  si attinge a queste due grandi pratiche filosofiche e a una miriade di ulteriori tecniche, tradizioni, esperimenti».

Inoltre i membri dell’ecovillaggio propongono un lavoro di osservazione interiore che precede il lavoro in campo.

«In tutte le culture indigene c’è sempre stato e ci sarà sempre un rapporto univoco e preciso tra il microcosmo (l’uomo) e il macrocosmo (l’ambiente): ciò che osservo dentro lo posso trovare fuori e viceversa, sicuramente in forma diversa ma con lo stesso principio che le unifica. Questo permette un duplice vantaggio: poter osservare da entrambe le parti la stessa cosa, pensarla, sentirla e praticarla nel modo giusto al momento giusto ti permette di padroneggiare la tua conoscenza in qualunque situazione! Quindi, in sintesi, durante ogni lezione cerchiamo di percepire dentro di noi quello che poi mettiamo in pratica in campo».

La Casa Rotta non è nuova a questo tipo di progetti; si pone infatti come una sorta di polo di ricerca pratica di agricolture naturali e stili di vita che arricchiscono l’individuo sia sul piano fisico che spirituale. «Ha cioè l’obiettivo di aumentare la sinergia tra l’uomo e la natura lavorando molto sull’atteggiamento dell’essere umano quale essere sociale e naturale – spiegano i promotori – La pratica dell’agricoltura indigena oltre che aiutare la Madre Terra e produrre cibo nutriente e vitale, infonde responsabilità, coraggio e creatività perché propone un processo di conoscenza e auto conoscenza continuo molto profondo».

La Casa Rotta, tramite l’agricoltura indigena, crea collegamenti tra individui, hobbisti e aziende che vogliano autoprodursi il cibo, conoscere la natura  facendone il proprio lavoro. «In un’era permeata di individualismo e di digitalizzazione, dove il tessuto sociale è iperconnesso ma nella concretezza della vita reale è sempre più sfibrato, la creatività e la collaborazione nella visione e nella pratica sono qualità fondamentali per nuovi modi di fare impresa tra le persone. La manualità unita alla conoscenza vera e interiore dei processi è una qualità sempre più preziosa dato il continuo sovraccarico di informazioni puramente mentali con cui il nostro essere viene sollecitato quotidianamente».

Ma vediamo cosa offre la scuola di agricoltura indigena.

«L’agricoltura ha senza dubbio tanti ruoli – spiegano i promotori – produrre cibo per altri esseri, cibo che può essere una medicina per corpo, mente e spirito; creare relazioni tra individui e opportunità di avvicinarsi ai grandi misteri della natura. L’agricoltura è una delle attività umane con le più grandi potenzialità perché permette di: osservare e interagire con tutti i regni; vivere in interazione diretta con loro in tutte le sue fasi compresa quella della nascita e della morte (i due più grandi e affascinanti avvenimenti della vita di tutti gli esseri viventi); osservare le relazioni tra gli esseri e le straordinarie bellezze della Natura; allargare la sfera delle relazioni al Cosmo, ai pianeti alle costellazioni».

«In questo modo nasce un nuovo agricoltore che è in relazione con se stesso e allo stesso tempo un coordinatore armonioso, in quanto l’agricoltura indigena è una sintesi tra scienza, mistica, filosofia e arte. La scuola ha la finalità di formare agricoltori come guardiani del paesaggio, in grado di osservare, conoscere e agire, abili nel capire le strategie da usare nei vari contesti. Per arrivare a questo verranno insegnate varie linee guida e le ricette base da applicare nelle diverse situazioni, sia di progettazione, sia di pratica quotidiana che di emergenza,  in modo da saper far fronte a ogni situazione. L’agricoltore è la chiave: molto più che la pratica agricola, la sua forma mentis, la sua moralità e la sua capacità di ‘sentire’ l’ambiente, la sua fantasia creativa verranno sollecitate in modo che si sviluppi la percezione su più piani».

La Scuola di Agricoltura Indigena si rivolge chi si approccia per la prima volta all’agricoltura e lo vuole fare in un modo totalmente rispettoso della natura conoscendo e usando le forze che ci mette a disposizione; a chi ha un progetto di comunità intenzionale o ne è attratto e vuole muoversi verso l’autosufficienza alimentare; ai piccoli coltivatori interessati ad una nuova metodologia di coltura sostenibile/rigenerativa, produttiva e del tutto rispettosa dell’ambiente; a chi vuole fare un percorso di autoconoscenza attraverso la comprensione delle forze che agiscono nel microcosmo (uomo) e nel macrocosmo (natura/agricoltura)».

Il corso di quest’anno è già iniziato, restano gli appuntamenti di luglio, settembre, ottobre, novembre e dicembre.

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Fonte:ilcambiamento.it

Insostenibile moda: le fibre sintetiche che fanno male all’ambiente

L’industria della moda ha un impatto pesantissimo sull’ambiente e le fibre sintetiche sono tra i maggiori responsabili. Riescono a passare attraverso gli impianti di trattamento delle acque reflue e si diffondono nell’ambiente.

In una scena del film “Quel che resta del giorno”, diretto da James Ivory, interpretato da Antony Hopkins e ambientato in una grande residenza di campagna inglese negli anni ’30 del Novecento, due distinti (ma evidentemente poco aggiornati) signori inglesi si interrogano incuriositi su un personaggio che di lì a poco li avrebbe raggiunti, un giovane milionario americano che ha fatto fortuna nel Nuovo Mondo. Uno dei distinti signori dice all’altro: “Pare che abbia un’industria di sintetici” e aggiunge incuriosito: “Ma cosa saranno, poi, questi sintetici”?

Certo a quell’epoca l’industria dei tessuti sintetici era appena agli inizi, un’avventura della chimica e dell’industria degna del progresso del Nuovo Mondo, ma ancora pressoché sconosciuta in Europa. Oggi, però, a circa un secolo da quei tempi, tutti conosciamo bene i tessuti sintetici e anzi, molto probabilmente, non riusciremmo neanche più a immaginarcelo il mondo (Nuovo o Vecchio che sia) senza queste fibre che ormai ci circondano in tutte le forme, di tutte le consistenze e di tutti i colori. Eppure è proprio quello che forse dovremmo cominciare a fare: pensare a un mondo libero dalle fibre sintetiche. Sempre se abbiamo veramente a cuore l’ambiente e se abbiamo letto una recentissima ricerca pubblicata su Nature Scientific Reports, che ci sorprenderà con i suoi risultati. Perché, a quanto pare, la principale fonte di inquinamento da microplastiche degli oceani è dovuta proprio al lavaggio dei capi d’abbigliamento in fibra sintetica. Già nel 2018 le Nazioni Unite, attraverso l’UNEP, il proprio programma ambientale, avevano lanciato l’allarme sul pericolo rappresentato dal peso che la frenesia dell’industria della moda esercita sull’ambiente a livello globale e non solo per quanto riguarda le risorse utilizzate per produrre i capi d’abbigliamento, ma anche per i rifiuti che questo settore produce. Giusto per capire le dimensioni del problema, basti ricordare che l’industria della moda produce il 20% delle acque reflue di tutto il mondo e il 10% delle emissioni globali di anidride carbonica: più di tutti i voli internazionali e le spedizioni marittime. Le tinture tessili, poi, sono la seconda più grande fonte d’inquinamento delle acque a livello mondiale, dal momento che per creare un solo paio di jeans occorrono circa 7.500 litri d’acqua. Senza contare tutta l’energia necessaria all’industria tessile e l’inquinamento atmosferico derivante dalla sua produzione. E senza dimenticare, poi, i rifiuti prodotti: sempre secondo l’UNEP, ogni secondo (!) l’equivalente di un intero camion della spazzatura di tessuti, finisce in discarica o viene bruciato.

Su questa base, l’UNEP prevede che, se questa situazione non cambierà, entro il 2050 l’industria della moda sarà responsabile di un quarto del bilancio mondiale di emissioni di CO2. Infine, c’è la questione dei lavaggi: gli abiti infatti non inquinano solo quando devono essere prodotti o smaltiti, cioè all’inizio e alla fine della loro esistenza, ma anche durante tutto la loro vita utile, perché il solo fatto di lavarli fa sì che ogni anno venga rilasciata una gran quantità di microfibre negli oceani. È proprio quest’ultima la questione che è stata affrontata da un team di ricercatori dell’Istituto per i polimeri compositi e biomateriali del CNR di Pozzuoli (NA), Francesca De Falco, Emilia Di Pace, Mariacristina Cocca e Maurizio Avella, autori dello studio pubblicato il 29 aprile sulla rivista Nature Scientific Reports intitolato “Il contributo dei processi di lavaggio degli abiti sintetici all’inquinamento da microplastiche”.

Le finalità di questo studio erano tanto semplici quanto importanti. Partendo dal fatto che il lavaggio dei tessuti sintetici è stato ritenuto la principale fonte di inquinamento da microplastiche primarie negli oceani – ovvero le plastiche direttamente rilasciate nell’ambiente sotto forma di piccole particelle di dimensioni inferiori ai 5 mm – i ricercatori hanno voluto quantificare l’effettivo contributo dei processi di lavaggio degli indumenti sintetici a questo problema ambientale. In secondo luogo hanno voluto capire in che modo le caratteristiche dei tessuti influenzavano il rilascio delle microfibre. Per rendere il test quanto più realistico possibile, hanno eseguito le prove di lavaggio su indumenti commerciali, usando una lavatrice per uso domestico. Dopo i lavaggi le acque di scarico sono state raccolte e fatte passare attraverso speciali filtri con diversa porosità. In questo modo sono state determinate con precisione quantità e dimensioni delle microfibre, mentre il rilascio è stato è stato analizzato anche in relazione alla natura e alle caratteristiche degli indumenti lavati.

I risultati hanno mostrato che la quantità di microfibre rilasciate durante il lavaggio varia da 124 a 308 mg/kg di tessuto lavato, in base al tipo di indumento. È una quantità che corrisponde a un numero di microfibre compreso tra 640.000 e 1.500.000. Il team, poi, ha riscontrato che alcune specifiche caratteristiche del tessuto (come il tipo di fibre che costituiscono i fili e la loro torsione) hanno influenzato il rilascio delle microfibre durante il lavaggio e ha anche scoperto che una gran quantità di microfibre di natura cellulosica è stata rilasciata da vestiti realizzati con una miscela di poliestere e cellulosa. Altre importanti indicazioni, infine, sono state ricavate sulle dimensioni delle microfibre, grazie alla scoperta che la frazione più abbondante di esse è risultata essere trattenuta da filtri con dimensioni dei pori di 60 μm, con fibre che presentavano una lunghezza media di 360-660 μm e un diametro medio di 12-16 μm. In altre parole, i ricercatori hanno ottenuto utili indicazioni anche sulle dimensioni delle fibre che riescono a passare attraverso gli impianti di trattamento delle acque reflue, finendo per rappresentare una minaccia per gli organismi marini.
Ma come e perché avviene il rilascio delle microfibre? Essenzialmente il distacco delle microplastiche dagli abiti sintetici è dovuto agli stress chimici e meccanici subiti dai tessuti durante il processo di lavaggio in lavatrice, che porta al rilascio delle microfibre le quali, grazie alle loro ridotte dimensioni, riescono a passare parzialmente indisturbate attraverso gli impianti di trattamento delle acque reflue, finendo direttamente in mare. Al momento la questione se questi impianti siano in grado (e in che misura) di trattenere queste particelle è ancora aperta e dibattuta. Quel che è certo, però, è che una gran quantità di microfibre è stata trovata in uscita da almeno 8 impianti di trattamento nella baia di San Francisco e altri studi hanno individuato la presenza di microplastiche simili allo sbocco di impianti in Svezia, Australia e Finlandia, indipendentemente da quella che era l’efficienza degli impianti o dal grado di avanzamento dei trattamenti.
Il riscontro di questi dati e i risultati dello studio suggeriscono, dunque, che proprio gli impianti di trattamento, grazie alla gran quantità di acque lavorate, potrebbero configurarsi come le porte attraverso le quali le microplastiche raggiungono i mari. D’altra parte la presenza di microplastiche negli ecosistemi marini è già ampiamente documentata, mentre microfibre sono state ritrovate sulle spiagge di tutto il mondo, nelle acque dell’Oceano Pacifico, del Mare del Nord, dell’Oceano Atlantico e persino dell’Artico e nei sedimenti di acque profonde. Sulle conseguenze di questo fenomeno per la catena alimentare gli studi sono ancora insufficienti per trarre conclusioni certe ma, per quanto riguarda i possibili effetti sulla fauna marina, si ipotizza che le microfibre di Polietilene tereftalato (il classico PET delle bottiglie d’acqua minerale) ingerite dalla Daphnia magna, una diffusa specie di crostaceo che compone lo zooplancton, potrebbero causarne un aumento della mortalità con ripercussioni negative sulle specie che se ne cibano. Fibre tessili, poi, sono state individuate già alcuni anni fa anche in pesci e molluschi in vendita per il consumo umano, nei mercati di Makassar, in Indonesia, e della California negli USA. La cosa, in effetti, non dovrebbe stupire dato che recenti stime valutano che gli indumenti sintetici contribuiscano per circa il 35% al rilascio negli oceani delle microplastiche primarie di tutto il mondo, facendone, di fatto, la principale fonte di questo inquinante. Questo dato, a sua volta, è conseguenza del fatto che le fibre sintetiche rappresentano circa il 60% di tutte le fibre consumate ogni anno dall’industria dell’abbigliamento, che ammontano a quasi 70 milioni di tonnellate. Dunque ogni anno l’industria della ‘fast fashion’, cioè della moda rapida e del guardaroba (basato in gran parte sui tessuti sintetici) che deve essere cambiato e rinnovato velocemente, produce indumenti per circa 42 milioni di tonnellate di fibre sintetiche. Questi capi d’abbigliamento, poi, vengono lavati da circa 840 milioni di lavatrici domestiche che, ogni anno, consumano quasi 20 chilometri cubi d’acqua e 100 miliardi di chilowattora di energia. È un ritmo troppo alto, un peso troppo gravoso da sostenere, prima di tutto per l’ambiente, ma anche per molti lavoratori del settore (spesso residenti in Paesi del Terzo Mondo) sottoposti a orari e condizioni di lavoro massacranti e paghe da fame, per mantenere bassi e competitivi i prezzi dei capi d’abbigliamento. È per contrastare questo stato di cose che lo scorso 10 luglio, durante il Forum sullo Sviluppo Sostenibile di New York, le Nazioni Unite hanno lanciato l’Alleanza per la moda sostenibile, cui hanno aderito già 10 organizzazioni. Lo scopo è incoraggiare il settore privato, i governi e le organizzazioni non governative a creare una spinta, a livello di settore, per ridurre l’impatto sociale, economico e ambientale della moda trasformandola, invece, in un driver per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile. Insomma, forse è arrivato il momento di cambiare abitudini, piuttosto che abiti.

Romualdo Gianoli

Laureato in ingegneria elettronica, master in Comunicazione e Divulgazione Scientifica, si occupo di giornalismo scientifico e comunicazione della scienza. Collabora con la rivista Micron, QUI la biografia completa.

Fonte: ilcambiamento.it