Clothes for love: la raccolta degli abiti usati diventa hi-tech

Buoni sconto ecosostenibili per tutti coloro che donano abiti usati: HUMANA People to People Italia lancia a Milano, in collaborazione con Auchan Retail Italia e una ricca rete di partner locali, i nuovi contenitori digitali per la raccolta d’indumenti usati realizzati da Eurven.

Milano, 20 luglio 2017 – La tecnologia al servizio della solidarietà. Parte oggi da Milano, presso il punto vendita Simply di Viale Corsica 21, il progetto Clothes for love, a cura dell’organizzazione umanitaria HUMANA People to People Italia e in collaborazione con Auchan Retail Italia e le principali amministrazioni comunali lombarde. Il progetto prevede il posizionamento di un nuovo contenitore per la raccolta di abiti e scarpe usati completamente digitalizzato con tecnologie di ultima generazione, realizzato da Eurven. Una vera innovazione nel modo di raccogliere gli abiti usati. Obiettivo del progetto è la trasformazione di un semplice gesto di solidarietà e di tutela ambientale in un momento di dialogo con il cittadino, che per la prima volta contribuisce anche a incentivare lo sviluppo del proprio territorio. Il nuovo contenitore proposto da HUMANA, la cui forma è stata progettata dall’Istituto Europeo di Design, si differenzia dal tradizionale giallo per numerosi aspetti: la struttura a forma di cuore e di colore rosso vuole evidenziare la generosità che accompagna la donazione degli indumenti così come l’attenzione all’ambiente; il vano d’inserimento dei vestiti non ha la maniglia basculante ma un’apertura antintrusione di più facile utilizzo; la presenza di sensori volumetrici e di un dispositivo di pesatura interna consentono un servizio particolarmente curato. Elemento davvero distintivo è però il touchscreen digitale che consente al cittadino di interagire mediante un monitor, ottenendo informazioni relative al conferimento dei vestiti, alla filiera di HUMANA, al progetto beneficiario e ai partner. Ma la vera novità riguarda la possibilità di ottenere eco-gift: dopo la donazione, infatti, è possibile selezionare dal monitor un buono sconto, che viene stampato in tempo reale, per l’acquisto di prodotti sostenibili come alimentari bio, lampadine a basso consumo o prodotti e servizi di piccoli riparatori e botteghe locali. A questo buono se ne aggiunge un secondo di “benvenuto” da parte di HUMANA, come ulteriore riconoscimento al donatore. Il coinvolgimento delle persone è alla base di questo progetto che ha l’obiettivo di dare valore alla solidarietà dei cittadini, che donando i propri indumenti supportano le attività d’inserimento scolastico di HUMANA nella zona di Chilangoma in Malawi. I contenitori Clothes for love andranno in tour fino a fine gennaio 2018. Oltre al supermercato Simply milanese, infatti, i cuori di HUMANA saranno posizionati presso i Centri Commerciali Auchan di Vimodrone e Concesio, presso il supermercato Simply di via San Zeno a Brescia e in luoghi di aggregazione dei Comuni di Como, Lecco, Pavia e Varese e ancora Milano e Brescia. Clothes for love è un concreto esempio di economia circolare in grado di produrre un impatto positivo in termini ambientali e sociali.  Il tutto a vantaggio della trasparenza della filiera e della garanzia della destinazione degli indumenti raccolti. Il contenitore di nuova generazione è ideato allo scopo di divenire uno strumento più vicino ai cittadini per incentivarli a donare i propri abiti usati: la semplicità di utilizzo e l’accesso alle informazioni sull’impiego dei capi donati sono infatti elementi essenziali.
Questi risultano inoltre coerenti con gli obiettivi del Bando per la diffusione della responsabilità sociale delle organizzazioni nelle medie e piccole imprese lombarde di Unioncamere – Regione Lombardia, grazie al quale HUMANA ha ottenuto il finanziamento per avviare l’iniziativa. Finalità del bando è quella di incentivare progetti a valenza sociale, ambientale e culturale che prevedano il coinvolgimento dell’impresa a favore della comunità locale sui temi dello sviluppo locale sostenibile, green economy e innovazione sociale. Per realizzare Clothes for love, HUMANA ha quindi voluto attivare una rete di partner quali Auchan Retail Italia – a fianco di HUMANA da oltre 15 anni con le insegne Auchan e Simply –, Gallerie Commerciali Italia e le principali amministrazioni comunali lombarde per il posizionamento dei contenitori a forma di cuore. Sono inoltre coinvolti numerosi operatori locali attivi sul territorio ed EURVEN in qualità di partner tecnico. L’azienda, leader nel settore di eco-compattatori per le raccolte incentivanti, ha realizzato il contenitore curandone ingegnerizzazione, software e tecnologia.

“Con il progetto Clothes for love, HUMANA People to People Italia vuole farsi ancora una volta promotore del cambiamento culturale che dobbiamo sforzarci di perseguire nel nostro Paese. È inoltre una testimonianza diretta di come l’applicazione delle nuove tecnologie possa contribuire alle finalità solidali ed essere un fattore di raccordo e dialogo con i cittadini che sempre più chiedono di essere coinvolti in prima persona nelle attività che investono la loro vita” ha dichiarato Karina Bolin, Presidente di HUMANA People to People Italia.

“Siamo lieti di poter ospitare e incentivare in alcuni nostri punti vendita un’innovativa soluzione per   promuovere la donazione degli abiti usati e generare un nuovo valore. Il progetto è in linea con il nostro impegno nella riduzione degli sprechi e in continuità con le altre iniziative sviluppate in questi anni insieme a HUMANA People to People” ha dichiarato Carlo Delmenico, Direttore Responsabilità Sociale d’Impresa di Auchan Retail Italia.

“Il progetto sviluppato in collaborazione con HUMANA è stato per IED un’ottima opportunità di sperimentazione metodologica e un’importante sfida. Gli studenti coinvolti, oggi nostri diplomati, hanno lavorato in team interdisciplinari con l’obiettivo di consegnare a HUMANA proposte complete, nuovi linguaggi funzionali e di comunicazione per la raccolta degli abiti. Ringraziamo HUMANA per la fiducia e l’opportunità” ha dichiarato Anna Cantaro, Responsabile Comunicazione e Progetti Speciali IED Milano. Carlo Alberto Baesso, general manager di Eurven, conclude: “la nostra azienda crede da sempre nello sviluppo di tecnologie per le raccolte incentivanti e siamo leader del settore perché investiamo molto in progetti di ricerca e sviluppo. Abbiamo accettato la sfida di realizzare lo smart container di HUMANA, mettendo al servizio la nostra tecnologia, con la sicurezza che sarà un successo: questo progetto, con un contenitore per abiti incentivante unico al mondo, rispetta al 100 per cento i principi dell’economia circolare”.

 

Tutto il progetto su clothesforlove.itunnamed

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Chi è Eurven

Eurven è leader nei sistemi a monte di raccolta differenziata, compattazione e riciclo rifiuti. Tra i suoi clienti Coca Cola, Ikea, San Benedetto, Despar, Conad, Coop, Pam, Panorama, Autogrill, Unes, Gardaland, Mirabilandia, Leroy Merlin e molti altri.
Maggiori informazioni su: www.eurven.com

 

Fonte:  http://www.agenziapressplay.it

Cambiamenti climatici: le ripercussioni del riscaldamento globale sui voli aerei

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Con l’innalzamento delle temperature dovuto ai cambiamenti del clima globale potremmo dire addio al trasporto aereo per come lo conosciamo. E’ quanto emerge da una ricerca scientifica pubblicata sulla rivista Climatic Change e realizzata da Ethan D. Coffel (Department of Earth and Environmental Sciences, Columbia University, New York), Terence R. Thompson (Logistics Management Institute, Virginia) e Radley M. Horton (Center for Climate Systems Research, Columbia University, New York). Lo studio dei tre autori parte dal presupposto che per volare e, soprattutto, decollare e atterrare, ogni aereo ha bisogno di un determinato range di temperature e densità dell’aria. Con l’innalzamento delle temperature dell’aria, sia a terra che in volo, i numeri cambiano e non è detto che un velivolo riesca a decollare, volare e atterrare a pieno carico. I tre autori hanno preso in considerazione le temperature di 19 aeroporti internazionali, in gran parte statunitensi, e le caratteristiche tecniche di cinque modelli di aerei di linea (tre Boeing e due Airbus). Per calcolare l’innalzamento delle temperature della pista e dell’area intorno agli aeroporti gli scienziati hanno utilizzato il modello CMIP5 e lo scenario di riferimento RCP 8.5. Cioè lo scenario peggiore, che prevede un innalzamento medio della temperatura globale pari a 3,7 gradi centigradi nel 2100. Il periodo preso invece in considerazione dallo studio è quello che va dal 2060 al 2080. E’ stato preso in considerazione anche lo scenario RCP 4.5, che prevede +1,8 gradi centigradi al 2100. I risultati dello studio sono preoccupanti: in tutti gli aeroporti presi in considerazione i cinque aerei avrebbero qualche limitazione nel peso massimo di decollo. Si va da un minimo del 10% a un massimo del 30% di aerei che, per decollare, dovrebbero subire una limitazione del peso. Quindi meno carburante, meno bagagli in stiva, meno passeggeri. E meno introiti per le compagnie aeree, quindi maggiori costi dei biglietti.

Giusto per fare un esempio: un Boeing 737-800 (che è probabilmente l’aereo di linea più diffuso al mondo) ha un peso totale al decollo di circa 174 mila libbre. Se dovesse alleggerirsi anche solo dello 0,5% per decollare in sicurezza vorrebbe dire lasciare a terra 870 libbre. Tolto il peso del carburante, restano 722 libbre da togliere, pari a circa tre passeggeri con bagagli.

Credit foto: Flickr

Fonte-, ecoblog.it

Mobilità sostenibile, rinnovabili, chimica verde nel bando ricerca industriale del governo da 479 milioni

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Il Bando è una ‘chiamata’ all’intero sistema della ricerca: possono partecipare tutti gli attori qualificati Atenei, Enti pubblici di Ricerca, Piccole e Medie Imprese e Grandi Imprese, Amministrazioni pubbliche, Organismi di Ricerca pubblici e privati

Mobilità sostenibile, chimica verde, rinnovabili, tecnologie per le città intelligenti. Ci sono anche questi voci all’interno del bando del governo da 497 milioni per finanziare progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale, per incentivare la cooperazione fra pubblico e privato e rilanciare il sistema nazionale.

“L’Avviso è da oggi (martedì 18 luglio) sul sito del Ministero dell’istruzione e della Ricerca e rappresenta uno dei principali interventi nell’ambito del Programma Nazionale per la Ricerca, che stiamo rapidamente attuando”, sottolinea la Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Valeria Fedeli. “L’obiettivo principale di questo investimento è infatti quello di incentivare le collaborazioni fra pubblico e privato promuovendo la creazione di reti per la ricerca, di filiere nazionali che siano coerenti con le dodici aree di specializzazione intelligente scelte a livello nazionale: Aerospazio; Agrifood; Blue Growth; Chimica verde; Cultural Heritage; Design, creatività e Made in Italy; Energia; Fabbrica Intelligente; Mobilità sostenibile; Salute; Smart, Secure and Inclusive Communities; Tecnologie per gli Ambienti di Vita”.

Il Bando è una ‘chiamata’ all’intero sistema della Ricerca: possono partecipare tutti gli attori qualificati (Atenei, Enti pubblici di Ricerca, Piccole e Medie Imprese e Grandi Imprese, Amministrazioni pubbliche, Organismi di Ricerca pubblici e privati). Si tratta di un finanziamento che segue la politica avviata con la costituzione dei Cluster Tecnologici Nazionali (reti formate dai principali soggetti pubblici e privati che operano sul territorio nazionale nella ricerca industriale) nel 2012 per i primi 8 e nel 2016 per i restanti 4, allineati con le 12 aree prioritarie di intervento per la ricerca a livello nazionale previste anche dal bando pubblicato oggi. Il lavoro di animazione delle comunità di ricerca dei rispettivi settori e di analisi dei fabbisogni di innovazione del paese sviluppato dai Cluster in questi anni rappresenta un importante contributo per l’avvio di questa nuova programmazione di politica di ricerca industriale. Capacità di realizzazione delle iniziative, ampiezza del partenariato pubblico-privato, originalità e utilità del progetto, impatto in termini di risultati e ricadute sul territorio del Mezzogiorno (anche generati dalle attività svolte nelle Regioni del Centro-Nord) saranno i parametri in base ai quali saranno valutati i progetti che potranno avere costi complessivi da un minimo di 3 fino a 10 milioni di euro ciascuno. Valori che in un contesto di rilancio dell’economia del Paese possono fare la differenza, contribuendo a creare eccellenze, sviluppo e occupazione in territori in cui le idee migliori e le competenze chiedono sollecitazioni e sostegno. Il budget complessivo è di 497 milioni di euro, comprese le spese per le attività di valutazione e monitoraggio che concorrono ad ottenere la massima qualità degli interventi. Il Bando utilizza risorse del PON “Ricerca e Innovazione” 2014-2020 (per 327 milioni di euro) e del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (per 170 milioni di euro).
Le risorse sono destinate per 393 milioni di euro alle Regioni del Mezzogiorno (quelle meno sviluppate e in transizione) e per 104 milioni di euro alle Regioni del Centro-Nord, sempre per attività che abbiano ricadute  in termini occupazionali, di capacità di attrazione di investimenti e competenze, di rafforzamento della competitività delle imprese e  valorizzazione dei risultati della ricerca e della diffusione dell’innovazione a vantaggio delle medesime Regioni del Mezzogiorno, anche attraverso la definizione di percorsi di trasferimento tecnologico e/o di conoscenze.

Guardando alle 12 aree di specializzazione su cui si investe, i finanziamenti per area sono così suddivisi:

Aree di specializzazione

Aerospazio

59.051.938,00

Agrifood

59.051.938,00

Blue Growth

29.525.969,00

Chimica verde

29.525.969,00

Cultural Heritage

29.525.969,00

Design, creatività e Made in Italy

29.525.969,00

Energia

29.525.969,00

Fabbrica Intelligente

59.051.938,00

Mobilità sostenibile

29.525.969,00

Salute

59.051.938,00

Smart, Secure and Inclusive Communities

29.525.969,00

Tecnologie per gli Ambienti di Vita

29.525.969,00

Totale

472.415.504,00

A questa somma si aggiungono i fondi per valutazione e monitoraggio.

Le domande  potranno essere presentate tramite i servizi dello sportello telematico SIRIO (http://roma.cilea.it/Sirio), a partire dalle ore 12.00 del 27 luglio 2017 e fino alle ore 12.00 del 9 novembre 2017.

Il bando: http://www.miur.gov.it/web/guest/-/avviso-per-la-presentazione-di-progetti-di-ricerca-industriale-e-sviluppo-sperimentale-nelle-12-aree-di-specializzazione-individuate-dal-pnr-2015-2020

Fonte: ecodallecitta.it

Black out: l’Australia chiede aiuto alla mega batteria di Tesla

L’Australian Energy Market Operator benedice il progetto di Elon Musk: costruire in South Australia una mega batteria a ioni di litio per accumulare l’energia rinnovabile prodotta dall’eolico. Servirà a evitare i black outhttp _media.ecoblog.it_8_833_black-out-australia-chiede-aiuto-alla-mega-batteria-di-tesla

A inizio luglio il CEO di Tesla, Elon Musk, ha presentato il suo ultimo visionario progetto: costruire nello stato del South Australia una enorme batteria a ioni di litio, della capacità di 129 MWh, in grado di accumulare gli eccessi di produzione di energia rinnovabile del parco eolico di Jamestown. Secondo Musk una batteria del genere avrebbe potuto evitare l’enorme black out avvenuto nel settembre scorso a causa di una forte tempesta che ha danneggiato la rete elettrica australiana. Il progetto di Tesla prevede la collaborazione tecnica dei francesi di Neoen, che già gestiscono il parco eolico da 315 MW di potenza. Secondo Musk, se non ci sono impedimenti, la mega batteria potrebbe essere allacciata alla rete in appena 100 giorni. Secondo quanto riporta il Guardian il progetto della mega batteria in South Australia avrebbe ricevuto la benedizione di Audrey Zibelman, da pochi mesi a capo di AEMO, l’Australian Energy Market Operator equivalente al nostro Gestore dei Mercati Energetici negli stati del meridionali ed orientali dell’Australia.

Secondo la Zibelman non è solo importante che la batteria sia costruita, ma è anche fondamentale che siano rispettati i tempi. Secondo Zibelman, infatti, la mega batteria a ioni di litio di Tesla è “parte molto importante del nostro piano estivo“.

Alla Zibelman, però, fa da contr’altare Nino Ficca Managing Director di AusNet, l’operatore della rete elettrica dello Stato di Victoria, che precisa come il progetto di Musk sia soluzione “sub-ottimale”: “La batteria in South Australia è una meravigliosa mossa verso ciò che possiamo fare, ma non è una panacea per tutti i problemi“.

Credit foto: Tesla

Fonte: ecoblog.it

Corte Costituzionale: ‘Illegittima norma Sblocca Italia che impone trivellazioni senza il parere delle Regioni’

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La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità del comma 7 dell’art. 38 del Decreto legge 133, il cosiddetto Sblocca Italia dell’ex governo Renzi, dando ragione alla Regione Abruzzo che insieme a Lombardia, Campania e Veneto aveva presentato ricorso. Niente trivellazioni senza il parere delle Regioni. Con la sentenza 170, pubblicata il 12 luglio scorso, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità  del comma 7 dell’art. 38 del Decreto legge 133, il cosiddetto Sblocca Italia dell’ex governo Renzi, dando ragione alla Regione Abruzzo che insieme a diverse regioni (fra cui Lombardia, Campania e Veneto) aveva presentato ricorso. Lo ha reso noto il Sottosegretario alla Presidenza della Regione Abruzzo, Mario Mazzocca. In sostanza la Consulta ha stabilito che, trattandosi di materia  concorrente, non fosse competenza esclusiva dello Stato – senza alcun  coinvolgimento delle Regioni – emanare il “Disciplinare  tipo per il  rilascio e l’esercizio dei titoli minerari per la prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in terraferma, nel  mare territoriale e nella piattaforma continentale” contenuto nel  Decreto del Ministero per lo Sviluppo Economico del 7 dicembre 2016. Soddisfazione ha espresso Mazzocca secondo il quale si riapre ora una  partita “il governo considerava chiusa, con un provvedimento che  toglieva alle Regioni, e con esse alle comunità locali,  ogni possibilità di intervento sulle politiche energetiche”. “Siamo soddisfatti perché la Corte Costituzionale sulla questione delle trivelle ha sancito l’autonomia dei territori e il ruolo delle Regioni che non possono essere espropriate su decisioni così importanti”.Questo il commento del presidente del Consiglio regionale della Campania, Rosa D’Amelio, e del presidente della Commissione Ambiente del Consiglio regionale, Gennaro Oliviero, alla sentenza della Consulta su alcuni articoli contenuti nello Sblocca Italia.
“La sentenza della Corte – spiegano D’Amelio e Oliviero – ha chiaramente indicato che l’estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi sia un tema in cui debba rientrare anche la competenza regionale, così come noi chiedevamo. Con le altre Regioni abbiamo presentato un ricorso, rivendicando la partecipazione dei territori alle decisioni che riguardano alcuni temi come quello ambientale, dove devono ridiventare protagonisti gli enti locali come i Comuni interessati. E non a caso occorreva porre rimedio al depotenziamento del ruolo delle Regioni e degli enti locali proprio in sede di approvazione del piano delle aree per le attività di ricerca e di estrazione degli idrocarburi, tenuto conto che il bacino idrografico dell’appennino campano poteva essere nel lungo periodo seriamente compromesso”.La sentenza, concludono, “ha per questo una valenza molto forte affinché si possa tutelare allo stesso tempo l’ambiente e la partecipazione dei territori in scelte delicate di politica energetica”.

Con gli articoli 37 e 38 dello “Sblocca Italia” si è attribuito, tra l’altro, al Ministero dello Sviluppo economico il compito di predisporre un piano delle aree in cui sono consentite le attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale senza prevedere la necessaria acquisizione dell’intesa con la Regione interessata. È stato previsto, inoltre, che venisse richiesta alla Regione la necessaria intesa al rilascio del titolo concessorio unico per le attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi, solo se tali attività si svolgono sulla terraferma e non anche in mare. Secondo le Regioni che hanno portato questa battaglia alla Corte Costituzione in questo modo si sarebbe lesa la competenza legislativa regionale previste dall’articolo 117 della Costituzione in materia di produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia, oltre che quelle di governo del territorio, nonché le competenze amministrative delle Regioni in base al principio di sussidiarietà stabilito nell’articolo 118 della Costituzione.

 

Fonte: ecodallecitta.it

Perché i sistemi complessi sono più affascinanti delle teorie del complotto

I sistemi complessi evolutivi, come gli ecosistemi naturali o il sistema socio-economico, sono capaci di sviluppare caratteristiche talmente elaborate e perfette negli incastri da sembrare quasi magiche, al punto che risulta molto più facile e lineare pensare che qualcuno le abbia decise dall’alto. Nascono così le teorie del complotto, risposte lineari a problemi complessi che non servono a costruire soluzioni.

Il Leucochloridium Paradoxum è un parassita con un comportamento piuttosto bizzarro. Per completare il suo ciclo vitale deve nascere all’interno del corpo di una chiocciola terrestre e poi svilupparsi e raggiungere la fase adulta nell’intestino di un uccello. Come riesce in questa ardua impresa? Il parassita ha adottato una strategia complessa: le sue uova vengono ingerite dalla chiocciola assieme all’erba e si schiudono al suo interno, dopodiché i nuovi nati si insinuano nelle antenne della malcapitata e iniziano a gonfiarle, colorarle e pulsare facendo sì che queste assomiglino a dei vermi sgargianti. Gli uccelli vengono attirati dai finti vermi e finiscono per mangiarsi la chiocciola con al suo interno i parassiti. Ed ecco che, nell’intestino degli uccelli, questi ultimi si stabiliscono in maniera permanente attaccandosi alle cavità per trarne nutrimento. Le uova dei parassiti vengono poi espulse dall’uccello attraverso le feci e finiscono sull’erba in attesa di essere mangiate da una chiocciola. E il ciclo ricomincia.5483634283_089df79768_b

Ora mettiamoci nei panni delle chiocciole: ci risulterebbe facile dedurne che qualcuno stia tramando alle nostre spalle. Di certo non penseremmo che l’artefice è quel vermiciattolo incapace di intendere e di volere che ci entra in corpo: più probabile, seguendo la logica del cui prodest, che siano stati gli uccelli ad aver introdotto questo parassita per rendere più facile cacciarci. Oppure qualcuno che sta ancora sopra gli uccelli che per oscure ragioni vuole farci soffrire ed estinguere tutte. Di sicuro non penseremmo che sia stato l’ecosistema stesso, attraverso un meccanismo evolutivo, a costruire questo (per noi) diabolico intrigo.

I sistemi complessi evolutivi sono capaci di sviluppare caratteristiche talmente elaborate e perfette negli incastri da sembrare quasi magiche, al punto che risulta molto più facile e lineare pensare che qualcuno (un Dio?) le abbia decise dall’alto. Come scrive Donella Meadows in “Thinking in systems”, uno dei più importanti libri divulgativi sul pensiero sistemico, “La caratteristica più meravigliosa di alcuni sistemi complessi è la loro capacità di imparare, diversificare, rendersi complessi ed evolvere. È la capacità di un singolo ovulo fertilizzato di generare, da solo, l’incredibile complessità di una rana adulta, o una gallina, o una persona. È la capacità della natura di avere creato milioni di fantastiche specie diversificate a partire da una pozzanghera di sostanze chimiche organiche”. Pensiamo alle api che impollinano i fiori, ai ragni che tessono le tele per intrappolare gli insetti, ai banchi di pesci e ai loro movimenti. Tutti esempi in cui i singoli elementi sono inconsapevoli della propria funzione e agiscono in maniera istintiva, ma complessivamente contribuiscono alla resilienza e all’evoluzione del sistema e ne determinano il (dis)equilibrio dinamico.20090722214841_spider-web-dew

Ora prendiamo questi esempi legati agli ecosistemi naturali e trasliamoli ad un altro sistema complesso, il sistema socio-economico in cui viviamo (e facciamo finta per un attimo che sistema naturale e sistema socio-economico siano due cose separate, giusto per non complicare ulteriormente il discorso). Viviamo in un sistema dal funzionamento per molti aspetti diabolico. Pensiamoci: l’industria alimentare produce cibo poco sano e ricco di additivi che ci rende obesi, ci crea dipendenza, ci fa ammalare. La nostra malattia fa arricchire le case farmaceutiche che hanno tutto l’interesse a non incentivare uno stile di vita sano e generare una popolazione che vive a lungo ma è sempre più malata. Le multinazionali che producono beni di consumo hanno tutto l’interesse acché compriamo sempre più oggetti inutili per sopperire alla nostra sete di relazioni. Ed ecco che intervengono i media ed il modello culturale a convincerci che solo diventando ricchi e potendo comprare qualsiasi cosa potremo essere felici e che solo competendo con gli altri saremo ricchi. Così facendo diventiamo individualisti, roviniamo le nostre relazioni e di conseguenza abbiamo ancora più bisogno di comprare. E più compriamo più facciamo circolare denaro, emesso a debito dalle banche che generano ricchezza dal nulla e si arricchiscono alle nostre spalle. Potrei continuare a lungo.earth-hands

Tutto è perfettamente coerente, troppo perché sia casuale: qualcuno deve averlo deciso a tavolino! Dunque ci chiediamo “chi ci guadagna da tutto ciò?” e scopriamo che in questo stesso sistema ricchezza e potere sono concentrati nelle mani di pochissime persone proprietarie di banche, gruppi finanziari, multinazionali. Secondo l’ultimo rapporto Oxfam del gennaio 2017 gli 8 uomini più ricchi del Pianeta possiedono quanto la metà più povera della popolazione mondiale (426 miliardi di dollari). E la forbice continua ad aprirsi a ritmo crescente. Dunque ci viene naturale pensare che sia proprio questa élite mondiale a determinare il funzionamento del sistema. Ed è qui l’inganno della nostra mente. La nostra disabitudine (determinata da fattori sia culturali che evolutivi) a interagire coi sistemi complessi e a comprenderne il funzionamento ci porta a ricorrere a soluzioni più lineari e a riconoscere quelle che sono semplici caratteristiche emergenti del sistema come regole decise da qualcuno. Aggiungiamoci un mix di elementi quali a) la nostra abitudine culturale a cercare sempre il colpevole e individuare il cattivo di turno, b) la tendenza dei social e dei motori di ricerca a circondarci di opinioni simili alle nostre, rafforzandole, c) alcune trappole e bias cognitivi tipici del funzionamento della nostra mente che ci fanno selezionare gli elementi che rafforzano le nostre convinzioni (bias di conferma), ci convincono di essere degli esperti in materie di cui sappiamo ben poco (effetto Dunning-Kruger) e ci inducono nessi logici fallaci (ad es. Bias del Post hoc ergo propter hoc), e il gioco è fatto. Nascono così le cosiddette “teorie del complotto” che partono spesso da dati piuttosto oggettivi, da falle del sistema (mancanza di chiarezza o volontà di occultare delle prove), per giungere a conclusioni del tutto strampalate e inverosimili. Prendiamone una delle più conosciute, quella sulle scie chimiche. Lì si prendono alcuni elementi oggettivi del sistema come l’aumento delle scie di condensa degli aerei nel cielo (dovuta al boom del traffico aereo negli ultimi anni), gli esperimenti di geoingegneria in corso (sicuramente preoccupanti, ma per altri motivi) e la presenza di elementi tossici nel cibo che mangiamo (determinati dal tipo di produzione industriale, dall’uso di diserbanti e pesticidi e dall’inquinamento dei terreni e delle falde acquifere) e li si collegano in maniera decisamente creativa per sostenere che esiste una macchinazione per avvelenare la popolazione mondiale irrorando il cielo con sostanze tossiche. E lo stesso accade con tante altre teorie, laddove la magia dei sistemi complessi viene scambiata per regole decise a tavolino e imposte dall’alto da qualcuno talmente potente da governare il funzionamento del tutto.contrailstudy

Ciò non vuol dire che non esistano poteri forti, lobby, o attori in posizioni dominanti che possono intervenire su leve potentissime come le “regole” o gli “obiettivi” del sistema. Significa semplicemente che essi non determinano il sistema ma sono elementi come tutti gli altri, sebbene in posizioni privilegiate, e nel fare di tutto per aumentare il proprio potere si comportano in maniera del tutto coerente con la loro posizione, funzione e prospettiva. Niente lascia presupporre che se noi ci trovassimo in quel ruolo all’interno di questo sistema faremmo qualcosa di differente. Peraltro il fatto stesso che le teorie del complotto siano così diffuse e la loro densità non sortisca alcun effetto di cambiamento sul sistema fa capire come esse siano perfettamente integrate al sistema stesso. O persino funzionali, in un’ottica di resilienza del sistema, tant’è quest’ultimo (sempre attraverso meccanismi di resilienza, senza che nessuno lo “decida”) sembra convogliare su queste teorie sterili buona parte del proprio dissenso interno. Se ci abituiamo alle dietrologie finiamo per mettere tutto in discussione e restiamo paralizzati nell’incapacità di agire, convinti che qualsiasi nostra azione possa venire controllata e diretta dall’alto. A riprova di ciò vi è il fatto che altri concetti ben più difficili da integrare per il sistema sono stati di contro emarginati e dimenticati: tutti conosciamo la teoria delle scie chimiche ma chi conosce oggi il Paradosso di Jevons, l’energia grigia, l’Eroei?

Tuttavia neppure le teorie del complotto vanno demonizzate e emarginate: in primo luogo perché le persone che le portano avanti lo fanno (quasi sempre) in assoluta buona fede e vivono con estremo tormento la propria condizione; in secondo luogo sarebbe questo il miglior modo per farle proliferare. Peraltro, come dicevamo, esse nascono spesso da intuizioni corrette e problematiche oggettive. Sono reazioni a versioni ufficiali spesso poco credibili, a dati non attendibili, a rigidità e dogmatismi, ad avvenimenti spaventosi ed allarmanti, all’incapacità del sistema di integrare diversità di opinioni, d’intenti, di visione. Nascono da un sottobosco fatto di insoddisfazione, frustrazione, sfiducia. Insomma, esse non nascono per caso ma sono una risposta immaginaria a problematiche reali. Per l’esattezza la risposta a minor consumo energetico per il sistema, perché non implica nessun tipo di cambiamento. È possibile trasformarle in qualcosa di costruttivo? Si può incanalare la loro energia latente verso atteggiamenti di reale cambiamento? Difficile da dirsi. Sicuramente un atteggiamento non giudicante e l’utilizzo di una comunicazione empatica può aiutare ad abbattere i muri e i pregiudizi reciproci. E aprire interessanti canali di comunicazione. L’assurdo funzionamento di questo mondo, con tutte le sue contraddizioni, può spaventarci e farci ricorrere a spiegazioni più facili da accettare. Ma se riusciamo ad abbracciare la complessità senza paura scopriremo che essa è molto più affascinante, magica e sorprendente di qualsiasi teoria del complotto. Parola di chi per anni è stato un convinto seguace di molte di queste teorie. Non ci credete? Leggete qua.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/07/sistemi-complessi-teorie-del-complotto/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Torino, accordo con Eni per sperimentazione Diesel+ sui mezzi pubblici

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Il nuovo carburante che contiene il 15% di componente rinnovabile e permette di ridurre in modo sensibile le emissioni inquinanti fino al 40%. Inoltre verrà incoraggiata la raccolta degli oli esausti domestici da trasformare in biocarburante

Eni e La Città di Torino insieme a GTT – Gruppo Torinese Trasporti e Amiat, società del Gruppo Iren, hanno firmato oggi un accordo per avviare un progetto di sperimentazione su larga scala basato sull’utilizzo da parte degli autobus torinesi di Eni Diesel+, il nuovo carburante che contiene il 15% di componente rinnovabile (chiamata Green Diesel, ndr) e che, grazie all’intesa siglata, verrà fornito all’azienda torinese di trasporto pubblico allo stesso costo del gasolio finora utilizzato dai mezzi in servizio sulla rete urbana. Eni si è infatti aggiudicata la gara per la fornitura dei combustibili agli autobus di Torino.

In base ai dati forniti dalla stessa Eni, “nell’ambito dei test su vetture Euro 4, Euro 5 ed Euro 6 condotti presso il Centro Ricerca Eni di San Donato Milanese e validati dall’Istituto Motori CNR di Napoli è stata rilevata una significativa riduzione delle emissioni gassose inquinanti (monossido di carbonio CO e di idrocarburi incombusti HC) fino al 40% grazie alla presenza della componente rinnovabile Green Diesel. Inoltre grazie ad un ciclo produttivo più sostenibile, Eni Diesel + presenta un valore di “Carbon Intensity” inferiore rispetto ad un gasolio commerciale e contribuisce a ridurre le emissioni di CO in media del 5%.

A partire oggi e fino al 31 ottobre gli autobus della flotta cittadina di GTT, complessivamente 650 mezzi riforniti attualmente con gasolio tradizionale, utilizzeranno il nuovo combustibile che, sulla base delle ricerche effettuate, permette di ridurre in modo sensibile le emissioni inquinanti – in particolare idrocarburi incombusti, ossido di carbonio e particolato -, di mantenere pulito il motore e di consentire una efficienza di combustione sempre ottimale, determinando, di conseguenza, una riduzione degli interventi di manutenzione dei motori, nonché di ottenere una riduzione dei consumi fino al 4%, in conseguenza dell’elevato potere calorifico. GTT testerà sul campo il nuovo carburante segnalando a Eni ogni eventuale variazione di funzionamento o comportamento che dovesse riscontrare sui propri mezzi nel corso del periodo di sperimentazione. Un autobus della sua flotta sarà poi impiegato nei laboratori Eni a San Donato Milanese per svolgere, in collaborazione e con la supervisione dell’Istituto Motori del CNR di Napoli, altri test sperimentali, finalizzati a validare l’impatto positivo dell’utilizzo di Eni Diesel+ in termini di riduzione di emissioni inquinanti e di efficienza di combustioni. La Città di Torino – che lo scorso marzo ha aderito alla Dichiarazione di Siviglia, documento con il quale oltre 60 amministrazioni locali europee si sono impegnate a incoraggiare politiche di “economia circolare” all’interno delle città – promuoverà infine la raccolta degli oli spenti di frittura delle utenze domestiche. Amiat contribuirà, in accordo con la Città di Torino, alla promozione fra i cittadini della raccolta degli oli vegetali usati, anche attraverso il posizionamento di eventuali nuovi punti di raccolta sul territorio. Dopo un trattamento di purificazione da effettuare presso aziende specializzate l’olio esausto recuperato potrà essere trasformato in biocarburante presso la Raffineria Eni di Venezia e quindi utilizzato per alimentare i mezzi pubblici del territorio del Comune e contribuire così alla riduzione delle emissioni inquinanti, consentendo altresì di mettere in atto un esempio concreto di valorizzazione di scarti di consumi.

Fonte: ecodallecitta.it

Energia, ENEA: aumentano consumi finali e produzione elettrica ma anche emissioni di CO2

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È uno scenario complesso quello delineato da ENEA per i primi tre mesi del 2017, con un sensibile peggioramento dell’indice ISPRED che misura la transizione del sistema energetico nazionale sulla base di sicurezza, prezzi e andamento della CO2. Segnali di ripresa per il sistema energetico nazionale con l’aumento di consumi finali di energia (+1,7%) e produzione elettrica (+6,4%) ma, allo stesso tempo, criticità emergenti sul fronte della sicurezza, dei prezzi e delle emissioni di anidride carbonica. È uno scenario complesso quello delineato dall’Analisi Trimestrale ENEA relativa ai primi tre mesi del 2017, con un sensibile peggioramento (-10% su base annua) dell’indice ISPRED che misura la transizione del sistema energetico nazionale sulla base di sicurezza, prezzi e andamento della CO2.

“L’inverno 2016/2017 – spiega Francesco Gracceva, l’esperto ENEA che ha coordinato l’Analisi – ha fatto emergere alcune fragilità del nostro sistema energetico che negli ultimi anni erano state sottovalutate e mostrato come la transizione energetica continui a presentare aspetti problematici. Le nostre simulazioni così come quelle di ENTSO-E, l’Associazione europea dei gestori delle reti elettriche, evidenziano che nel corso dell’estate potrebbero verificarsi problemi di adeguatezza, in particolare nel Centro-Nord, qualora si verificasse un mix di condizioni estreme con alte temperature, bassa produzione da fonti rinnovabili non programmabili e bassa idraulicità”.

Ma non solo. Il forte aumento della produzione interna di elettricità e la ripresa della domanda di gas per usi finali hanno determinato il secondo incremento trimestrale consecutivo delle emissioni di CO2  (+2,8%), che quest’anno potrebbero raggiungere livelli simili a quelli del 2013. Nello specifico, dall’Analisi emerge che nel primo trimestre 2017, i consumi di energia primaria sono tornati a crescere (+0,9%), trainati dal forte aumento dell’utilizzo di gas (+9%), mentre i consumi finali sono aumentati dell’1,7%, con un +3% nel civile, per effetto delle condizioni climatiche e un +2% nell’industria per la ripresa della produzione. In crescita anche la produzione elettrica nazionale (+6,4%) con una quota di termoelettrico pari al 73% del totale (con punte del 77% a gennaio), un livello che non si registrava da un decennio. In sensibile calo l’import di elettricità (-29%) anche se in misura minore rispetto al -60% del IV trimestre 2016. Questo insieme di elementi ha determinato un periodo transitorio di forti rialzi dei prezzi sulla borsa elettrica, fino a 94 euro/MWh di media giornaliera nella zona Nord a gennaio. Una dinamica simile ha coinvolto il sistema gas, dove i picchi di domanda vicini ai massimi storici (425 Mm3) hanno indotto i decisori a raccomandare un aumento delle importazioni con un impatto sui prezzi che, sempre a gennaio, sul mercato all’ingrosso italiano sono stati di quasi 4€/MWh più alti rispetto al resto d’Europa. Di fatto, nel caso in cui non fossero completamente disponibili tutti i punti di entrata nella rete nazionale, la copertura di picchi eccezionali di domanda potrebbe risultare problematica. Tre fattori hanno determinato questo scenario: il forte calo delle importazioni di elettricità (con un picco di -68% a gennaio) per il fermo temporaneo di parte degli impianti nucleari francesi tra fine 2016 e inizio 2017; la scarsa idraulicità che ha determinato una diminuzione della produzione idroelettrica che prosegue ormai da due anni; la progressiva sostituzione del carbone con gas, un trend iniziato nel 2016. Questi tre elementi hanno spinto la ripresa del ruolo del gas che nel I trimestre 2017 ha segnato + 18% dopo il +27% del IV trimestre 2016.

“Nel breve-medio periodo sarà importante capire in che misura i fattori congiunturali che hanno determinato le criticità degli ultimi mesi possano divenire strutturali. Le prospettive incerte del parco nucleare francese, la possibilità che i cambiamenti climatici già in atto abbiano effetti di lungo termine sull’idraulicità come anche sui picchi di caldo estivo, la possibilità che si verifichino nuovamente punte invernali della domanda di gas vicine ai massimi storici costituiscono altrettante ragioni per ritenere che la seconda eventualità non possa essere esclusa a priori”, conclude Gracceva. Il nuovo numero dell’Analisi Trimestrale ENEA contiene anche una valutazione della dinamica del peso dell’energia sui costi dell’industria italiana, da cui emerge, tra le altre cose, che la crisi economica sembra aver portato a un peggioramento della posizione relativa dell’industria italiana energy intensive.

Per l’Analisi Trimestrale completa clicca qui

Fonte: ecodallecitta.it

 

FabLab Milano: la fabbricazione digitale incontra la condivisione

Un laboratorio di fabbricazione digitale completamente attrezzato, un luogo di condivisione e coworking aperto a studenti, docenti, imprese, ricercatori, artigiani, liberi professionisti. Situato nel quartiere della Bovisa, il FabLab Milano facilita lo scambio di idee e la nascita di nuovi progetti offrendo a chiunque la possibilità di sperimentare e acquisire competenze tecniche.  Alcuni mesi fa a Milano abbiamo intervistato il Lab Manager di FabLab Milano, Salvatore Saldano. Ecco cosa ci ha raccontato.

Fablab, come dice la parola stessa è un laboratorio di fabbricazione digitale, qui al FabLab Milano cosa fabbricate e come lavorate?

Il FabLab Milano è uno dei tanti laboratori nel mondo di fabbricazione digitale, ma ciò che forse lo rende speciale è che è partito da un progetto della fine degli anni 90 del Prof. Neil Gershenfeld del MIT di Boston che ai tempi decise di far mettere in pratica la materia di studio ai propri studenti, piuttosto che tenerli inchiodati sui libri. Da lì a poco è diventato un modello che poi è stato ripreso un po’ in tutto il mondo, arrivando in Italia nel 2011 al FabLab Torino e nel 2013, primo a Milano, è approdato al nostro FabLab Milano. Ovviamente tutto ciò che facciamo è basato sulla fabbricazione digitale, sul rapporto tra ciò che è digitale e ciò che è materia, ovvero la trasformazione dal bit all’atomo. L’icona che rappresenta ciò che facciamo è la stampante 3D, che è poi anche lo strumento che ci permette di capire in maniera molto semplice come funziona questo passaggio dallo spazio virtuale fatto di bit, che è il computer, allo spazio reale fatto di materia costruendo appunto oggetti con la stampante 3D. Al FabLab Milano affittiamo uno spazio molto grande: 350 mq interni e 350 mq di terrazzo, siamo vicini al Politecnico di Milano, Poli Design, e all’interno del nuovo polo manifatturiero di Milano. Per questo tra i nostri clienti e collaboratori abbiamo studenti, professori e aziende. Però chiunque può usufruire dei servizi che offriamo, primo fra tutti il “do it yourself” (fai da te, ndr): abbiamo uno spazio, degli strumenti, delle competenze e quindi ci sono delle risorse umane che si mettono a disposizione di chi ha bisogno di realizzare un progetto o se ha un problema con la sua stampante 3D e ha bisogno di una consulenza. Abbiamo creato una community di persone che frequentano lo spazio regolarmente e si mettono a disposizione degli altri o semplicemente svolgono il loro lavoro come in un qualunque coworking. Uniamo l’aspetto del fare legato alla fabbricazione digitale con l’aspetto del coworking, mettendo a frutto l’eterogeneità delle competenze e delle persone che frequentano lo spazio. Questa eterogeneità è molto importante perché spesso genera preziose sinergie. Grazie al coworking abbiamo ragazzi che si occupano di videogame, altri che si occupano di grafica, di crowdfunding, stagisti, ragazzi che fanno alternanza scuola-lavoro: cerchiamo di diventare sempre più un contenitore per catalizzare diversi contenuti, affinché questi possano diventare più trasversali possibili. Il fatto di avere dei ragazzi giovani, dei professionisti o in alcuni casi delle piccole startup ci porta a creare una sorta di filiera dove chi viene da fuori può trovare un servizio completo. Se qualcuno ha un bisogno inespresso, o un problema da risolvere, da noi è facile trovare una soluzione utilizzando diversi approcci. Ovviamente non siamo ferrati in tutto, né abbiamo questa aspirazione, però la passione che abbiamo nel condividere la conoscenza, che è poi la vera base culturale e motivazionale dei Fablab di tutto il mondo, ci porta ad essere sempre al passo coi tempi ed aggiornati e quindi il più delle volte riusciamo a trovare soluzioni più che soddisfacenti per i problemi più disparati.15965120_706044056240771_2646192397460527930_n

Cosa intendete per ritorno all’Umanesimo e al “saper fare”?

Siamo reduci da un periodo di depressione dovuto ad una crisi che ha messo in ginocchio il mondo intero, ma al tempo stesso, grazie ad internet, abbiamo avuto la fortuna di dar vita al movimento Open Source che ha facilitato la condivisione di tutto ciò che è legato al fare, cercando di connettere persone in tutto il mondo, rendendole informate ed abili su cose che poi un domani potrebbero fare in prima persona. Quindi il fatto di avere accesso a documentazione, informazione ed anche usare i social per condividere in maniera istantanea qualunque tipo di esperienza, genera un flusso di pensieri e di consapevolezza, che forse negli ultimi 30/40 anni si era un po’ perso. Il fatto di dover delegare ad altri e non saper fare, perché tanto c’è qualcuno che lo sa già fare, ha portato ad avere sempre meno coscienza su quello che si fa. È proprio trascurando il saper fare che alla lunga sono venuti fuori i problemi come la scarsa etica imprenditoriale a livello della sostenibilità, con aziende che si concentrano solo sul profitto senza tenere in considerazione quello che di negativo generano con le loro attività. Quindi dando maggior consapevolezza, facendo conoscere ed educando le persone anche su ciò che è ancora nuovo come la stampa 3D ad esempio, ci porta a ridurre i problemi e le eventuali criticità che sommate negli anni ci possono portare a un punto di non ritorno.

La fabbricazione digitale nasce dalla libera condivisione delle informazioni e spesso costituisce una sorta di passatempo, ma può diventare anche un’occupazione remunerativa?

L’Open Source, come dicevo prima dà una scintilla, con questa ci puoi accendere un fuoco, oppure spegnerlo. Quindi se hai passione in ciò che fai da quella scintilla può nascere una grossa fiamma. Non parlo di fiamme e scintille a caso, ma perché la passione è un vero e proprio fuoco, lo stesso fuoco che si è generato in me quando ho conosciuto i Fablab nel 2013. Inizialmente ho cominciato a dedicarmi a questo settore come volontario, come alcuni dei ragazzi che sono qui, e poi con la passione e la voglia di fare, lo spirito di sacrificio e la voglia di raggiungere un obiettivo, sono riuscito a diventare Lab Manager del FabLab, visto che con un partner che è diventato socio, Loris Dall’Ava, abbiamo creato una startup che è Sharing Mode che da spin off è diventata azienda finanziatrice del FabLab stesso. Ma il fatto di aver avuto la fortuna di creare un business grazie al FabLab non mi ha portato certo a mollare il FabLab; non mi sembrava corretto anche perché io e tutte le persone che fanno parte del FabLab abbiamo dentro di noi la voglia di condividere, ma soprattutto di migliorarci e migliorare. Quindi quando prendo gratuitamente un’informazione dalla rete dei makers, la faccio mia e poi la ricondivido, perché il mio amalgamare, aggiungere o magari togliere possa essere utile a qualcun altro e questo crea, oltre che ricchezza una crescita. Quindi non ho voluto abbandonare il progetto, bensì cercare di farlo crescere.17903575_754642051380971_4097720880410312305_n

Nel secolo scorso Gandhi ipotizzava che il movimento basato sull’autosufficienza locale dello Swadeshi potesse evolvere facendo in modo che si lavorasse da casa. Ci porteranno a questo le stampanti 3D?
Avendo noi un luogo fisico di riferimento, ma attingendo parte di ciò che facciamo da internet rendiamo locale ciò che è globale. Globale nel senso di rete, di network, di connessione con il mondo esterno. Essendo però locali abbiamo come punto di riferimento il luogo fisico in cui ci troviamo: siamo nel quartiere Bovisa e attraverso la nostra attività cerchiamo di far crescere il quartiere stesso con un valore aggiunto dato dalle nostre specifiche competenze. Ciò che lega molto il nostro quartiere con lo Swadeshi è il fatto che dando ad altri la possibilità di essere autosufficienti, riesci a produrre ricchezza, competenze, ed anche possibili partnership e sinergie che poi danno vita a nuovi progetti, nuove idee e nuovi sviluppi. Le stampanti 3D si trovano già in varie case e noi lavoriamo anche con numerosi privati cercando di aiutarli con i problemi che a volte sorgono con le loro stampanti domestiche.

Tra le varie idee che sono sorte, avete avuto quella di creare una rete di Fablab, è così?
Riguardo al progetto di network tra fablab, al momento devo ammettere che si sta rivelando di difficile realizzazione, almeno qui a Milano. Perché per quanto io abbia tutta la voglia di questo mondo di entrare in connessione con realtà locali milanesi, essendo dei progetti nati da privati, c’è una componente di sostenibilità economica che porta a guardare solo al proprio orticello. Quindi se io ho la mia società e questa mia società funziona, faccio fatica a collaborare con un altro che fa le mie stesse cose, perché magari ho paura che quell’altro mi soffi il lavoro. Ma questo modo di pensare è paradossale perché in antitesi con lo spirito che ha dato inizio al movimento dei fablab. Per cui, pur tra mille difficoltà a livello locale, portiamo avanti questo intento anche in altri modi, ad esempio con delle attività come il Fablab Tour che facciamo insieme ad Intel, abbiamo coinvolto altri 9 fablab per portare nuove competenze, strumenti e progetti da condividere grazie alla connessione tra noi. Quindi se adesso come FabLab Milano riusciamo a collaborare con i Fablab di Padova, Verona, Palermo, Cagliari, Roma, Bologna, Cuneo, Torino e altri ancora, è perché c’è una rete, dei valori condivisi, ma altri aspetti che ci distinguono e che rendono il valore specifico di ciascuno. Quindi il modo per disinnescare la competizione esistente tra i vari fablab è metterci intorno a un tavolo e cercare di evidenziare le nostre peculiarità: noi ad esempio siamo bravi con il 3D printing, altri con l’e-wearable, ovvero tutti quei dispositivi elettronici intelligenti che possono essere indossati, come lo smart whatch. In questo periodo con il Fablab Tour abbiamo lavorato intorno al concetto dell’”internet delle cose”: ovvero con la possibilità di mettere in connessione dei dispositivi online e controllarli da remoto o fare in modo che i dispositivi stessi si controllino tra loro da remoto. In questo caso l’e-wearable diventa uno strumento per controllare in maniera attiva le attività di altri dispositivi. Ho fatto l’esempio dello smart watch perché è quello più iconico, ma di wearables ce ne sono di diversi tipi ed esistono anche tanti progetti Open Source legati a questo concetto. Noi ad esempio ad un concorso di Intel abbiamo lavorato su un dispositivo che si chiama “Vita”, che attraverso un sensore è capace di rilevare i dati vitali di una persona per inviarli ad un parente o al proprio medico. L’internet delle cose entrerà sempre più a far parte del nostro quotidiano.12801312_554934371351741_6774308440964710098_n

Altri progetti?

Poiein: deriva dal greco e significa poesia. Gli abbiamo dato questo nome perché la poesia che vogliamo raccontare è quella del riuso di un oggetto che dovrebbe avere un valore ma è stato scartato a causa di un’imperfezione. Quindi insieme ad Anita Angelucci, una designer che ha avuto l’idea di riutilizzare questi oggetti, abbiamo deciso di riutilizzare gli scarti realizzati con il vetro di Murano lavorato. Il valore economico di un manufatto realizzato con vetro di Murano in origine è altissimo. Il mastro artigiano però quando inizia a plasmare il vetro, se trova delle venature o delle imperfezioni che reputa troppo pregiudicanti per il valore dell’oggetto finale, butta via l’oggetto. Sicché Anita ed io abbiamo cercato di ridare valore a questo oggetto e, visto che spesso l’oggetto in questione non ha una forma ben definita che permetta una vera e propria funzione, abbiamo deciso di farci aiutare dalla tecnologia 3D raccontando l’ibridazione tra l’artigianato classico e quello attuale, ovvero l’artigianato digitale. Per fare ciò abbiamo scansionato in 3D l’oggetto, unico nella sua imperfezione, per costruire, tramite modellazione 3D un reticolo che faccia da protesi all’oggetto. In questo modo sia la protesi che l’oggetto diventano funzionali e dipendenti l’uno dall’altro e l’oggetto originario può diventare così da scarto che era, ad esempio un vaso porta fiori.

Cos’è per te l’Italia che cambia?

Dopo questo periodo di crisi che ha messo in ginocchio tutti quanti, questo è un momento di reset dove tutti partiamo più o meno da zero e quindi è un’occasione per ripartire e magari costruire una strada migliore. Il vento del cambiamento soffia già da tempo, per cui gli strumenti ci sono, le tecnologie e le informazioni sono sempre più accessibili, quindi cerchiamo di rimboccarci le maniche e riprendere la cultura del fare che ha contraddistinto l’Italia negli ultimi secoli. Pur essendo consapevole che ci saranno sempre degli ostacoli da superare, il mio auspicio è che ci diamo da fare perché le possibilità ci sono, basta crederci!

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/07/io-faccio-cosi-176-fablab-milano-fabbricazione-digitale-incontra-condivisione/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Disastro climatico in Antartide: si stacca un iceberg gigantesco

Un enorme iceberg di quasi seimila chilometri quadrati (più grande della Liguria e due volte il Lussemburgo) si è staccato dalla costa orientale della penisola antartica. A dare la notizia sono stati i ricercatori che monitoravano il fenomeno dal 2014. Il distacco dell’iceberg Larsen C, atteso da tempo, è l’ennesimo, gigantesco, segnale dell’impatto dei cambiamenti climatici sul nostro Pianeta.ice-antarctica1

“Lo scioglimento dei ghiacci in Antartide è stato sempre riconosciuto come un ammonimento a tutto il Pianeta sui pericoli dei cambiamenti climatici. Il collasso di questa calotta di ghiaccio, il terzo registrato in questa regione negli ultimi anni, è verosimilmente un altro segnale dell’impatto globale del clima che cambia”. Così Paul Johnston, capo della Science Unit di Greenpeace International, commenta la notizia relativa al distacco dell’iceberg Larsen C dalla penisola Antartica.
“Non si può dire con certezza se i cambiamenti climatici abbiano giocato il ruolo più importante nel distacco di Larsen C, ma considerando le rotture relativamente recenti di altri pezzi di ghiacciai, e l’importante contributo che in questi casi le acque più calde hanno dato all’erosione di ghiacci nella Penisola Antartica, sembra più che possibile che le attività umane siano un fattore”, continua Johnston.  Secondo Greenpeace siamo ancora in tempo per evitare le più disastrose conseguenze dei cambiamenti climatici, ma occorre agire rapidamente. Le decisioni prese oggi da governi e aziende incideranno sulla sicurezza e il benessere futuri di miliardi di persone. Oggi l’imperativo è quello di implementare l’Accordo di Parigi, accelerando la transizione verso il 100 per cento di energie rinnovabili e lasciando sottoterra i combustibili fossili.

“È beffardo come questo accada a poche settimane dalla decisione di Trump di far uscire il suo Paese dall’Accordo di Parigi. Trump ha isolato gli Stati Uniti, lasciandoli andare alla deriva da soli, mentre il resto del mondo proseguirà con gli impegni presi, cogliendo le opportunità che regalano le energie rinnovabili e l’economia a basse emissioni”, conclude Johnston.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/07/disastro-climatico-antartide-si-stacca-iceberg-gigantesco/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni