Unep: la pandemia non ha fermato il riscaldamento globale, serve una ‘ripresa green’

Secondo il Programma ambientale delle Nazioni Unite, con una ripresa verde si potrebbero ridurre fino al 25% le emissioni di gas serra e avvicinare il mondo al raggiungimento degli obiettivi dell’accordo di Parigi

Secondo il nuovo rapporto del Programma ambientale delle Nazioni Unite

Emissions Gap Report 2020

una “ripresa green” dalla pandemia potrebbe ridurre fino al 25% le emissioni di gas serra previste per il 2030 e avvicinare il mondo al raggiungimento dell’obiettivo previsto dall’accordo di Parigi di limitare al di sotto dei 2 gradi Celsius il riscaldamento medio globale rispetto al periodo preindustriale, puntando a un aumento massimo della temperatura pari a 1,5 gradi.  Il rapporto Unep rileva che, nonostante un calo delle emissioni di Co2 nell’anno corrente a causa del Covid-19, il mondo viaggia ancora verso un aumento della temperatura superiore ai 3 gradi. Tuttavia, dice l’organizzazione, se i governi investissero in azioni per il clima come parte della ripresa dalla pandemia e consolidassero gli impegni per emissioni zero alla prossima Cop di Glasgow nel novembre 2021, potrebbero portare le emissioni a livelli sostanzialmente coerenti con l’obiettivo dei 2 gradi. Se non addirittura coerenti con quello più ambizioso di un grado e mezzo, combinando una ripresa green con nuovi impegni sulle emissioni anche nei programmi nazionali (NDCs) .

“L’anno 2020 è destinato a essere uno dei più caldi mai registrati, mentre gli incendi, le tempeste e la siccità continuano a provocare il caos”, ha affermato Inger Andersen, Direttore esecutivo dell’Unep. “Tuttavia, il nostro rapporto mostra che una ripresa green da una pandemia può eliminare un’enorme fetta delle emissioni di gas serra, esorto i governi a sostenerla e ad aumentare in modo significativo le loro ambizioni climatiche nel 2021”.

Ogni anno il Gap Report dell’Unep valuta il divario tra le emissioni di gas serra previste e i livelli coerenti con gli obiettivi dell’accordo di Parigi. Il documento rileva che nel 2019 le emissioni totali di gas climalteranti, incluse quelle derivanti dal cambiamento nell’uso del suolo, hanno raggiunto un nuovo massimo di 59,1 gigatonnellate di CO2 equivalente (GtCO2e). Le emissioni globali di gas serra sono aumentate in media dell’1,4% all’anno dal 2010, con un aumento più rapido del 2,6% nel 2019 a causa di un forte aumento degli incendi boschivi. Come risultato della riduzione dei viaggi, della minore attività industriale e della minore generazione di elettricità quest’anno a causa della pandemia, si prevede che le emissioni di anidride carbonica diminuiranno fino al 7% nel 2020. Tuttavia, questo calo si traduce solo in una riduzione di 0,01 grado del riscaldamento entro il 2050. Nel frattempo, gli NDCs rimangono inadeguati.

Ripristino green critico

Una ripresa green potrebbe invece portare le emissioni nel 2030 a 44 GtCO2e, invece delle 59 GtCO2e previste, superando di gran lunga le riduzioni delle emissioni previste negli NDCs incondizionati, che lasciano il mondo sulla strada di un aumento della temperatura di 3,2 gradi. Un tale recupero ecologico collocherebbe le emissioni entro l’intervallo che offre una probabilità del 66% di mantenere le temperature al di sotto dei 2° C, ma sarebbe comunque insufficiente per raggiungere l’obiettivo di 1,5° C.

Le misure per dare la priorità ad una ripresa fiscale green includono il supporto diretto per le tecnologie e le infrastrutture a zero emissioni, la riduzione dei sussidi ai combustibili fossili, l’assenza di nuove centrali a carbone e la promozione di soluzioni basate sulla natura, tra cui il ripristino del paesaggio su larga scala e il rimboschimento. Finora, rileva il rapporto, l’azione per una ripresa fiscale verde è stata limitata. Circa un quarto dei membri del G20 ha dedicato al massimo il 3% del PIL a misure a basse emissioni di Co2. Ciononostante rimane una significativa opportunità per i paesi di attuare politiche e programmi verdi. Il rapporto rileva inoltre che il numero crescente di paesi che si impegnano a raggiungere obiettivi di emissioni nette zero entro la metà del secolo rappresenta uno “sviluppo significativo e incoraggiante”. 

Riformare il consumo critico

Ogni anno la relazione esamina anche il potenziale di settori specifici. Nel 2020 prende in considerazione il comportamento dei consumatori e i settori della navigazione e dell’aviazione. I settori marittimo e aereo, che rappresentano il 5% delle emissioni globali, richiedono molta attenzione. I miglioramenti nella tecnologia e nelle operazioni possono aumentare l’efficienza del carburante, ma l’aumento previsto della domanda significa che ciò non si tradurrà in decarbonizzazione e riduzioni assolute di Co2. Entrambi i settori devono combinare l’efficienza energetica con una rapida transizione dai combustibili fossili, rileva il rapporto. Per quanto riguarda invece il settore privato, l’Unep rileva che quando si utilizza la contabilità basata sui consumi, circa due terzi delle emissioni globali sono legate alle famiglie private. I ricchi hanno la maggiore responsabilità: le emissioni dell’uno per cento più ricco della popolazione mondiale rappresentano più del doppio della quota complessiva del 50 per cento più povero. Questo ristretto gruppo dovrebbe ridurre la propria impronta di 30 volte per permettere a tutti di rimanere in linea con gli obiettivi dell’accordo di Parigi. Possibili azioni per sostenere e consentire consumi a minor impatto ambientale includono la sostituzione dei voli nazionali a corto raggio con la ferrovia, incentivi e infrastrutture per consentire la mobilità ciclistica e il car-sharing, migliorare l’efficienza energetica degli alloggi e politiche per ridurre lo spreco alimentare.

Fonte: ecodallecitta.it

La sfida della gestione dell’acqua nelle mega città, la conferenza Unesco

Attraverso una conferenza on line Unesco, che anticipa quella vera e propria del 2021, Unesco ha avviato una discussione sulle sfide e soluzioni identificate relative all’acqua, alle megalopoli e al cambiamento globale. La seconda conferenza dell’Unesco sull‘Acqua, le Mega Città e i Cambiamenti Globali si sarebbe dovuta tenere a dicembre 2020, ma a causa del Covid è stata posticipata al 2021. Dal 7 all’11 dicembre è stata tuttavia organizzata una pre-conferenza on line, con cui l’Unesco ha cercato di rispondere risposto alla necessità di avviare una discussione sul tema. Parigi, Pechino, Mumbai, Tokyo, Mexico City, Lagos sono tutte mega città. In altre parole, centri urbani con più di 10 milioni di abitanti. Anche le loro sfide sono “mega” e tra queste ha assoluta priorità la fornitura di acqua a tutti gli abitanti, gestendo al tempo stesso i cambiamenti nell’ambiente e le risorse. In numerosi casi non è rischio solo la fornitura d’acqua, ma sono le stesse città ad essere minacciate dal cambiamento climatico, a causa dell’innalzamento del livello del mare, dell’aumento delle temperature o dell’intensa urbanizzazione. “Per raggiungere l’obiettivo di città resilienti è necessario agire ora”, dice l’Unesco. La formula individuata per trovare le soluzioni è la trasversalità sommata alla multidimensionalità. Una strategia che si basa sulla collaborazione tra gli scienziati, gli operatori del settore pubblico e di quello privato, che innovano sul piano socio-politico e tecnologico, e la politica locale. Quest’ultima è ritenuta fondamentale per rendere operativi i nuovi modelli, più equi e più efficienti, di governance dell’acqua in costante interazione con la società civile.

Nella pre-conferenza on line sono stati presentati temi e strumenti concreti per problemi già affrontati a vario grado da chi si occupa di gestione delle risorse idriche. Un esempio è l’ “Indice di integrità dell’acqua” di cui si è parlato giovedì 10 dicembre. Riunendo e analizzando una serie di parametri con gli strumenti di data-analytics per big data e autovalutazione, si mira a fornire una misura obiettiva dei rischi a cui va incontro il sistema idrico e igienico-sanitario urbano (W&S) in una data città. I parametri ruotano attorno ai tre i pilastri che determinano l’integrità idrica di un sistema urbano: investimenti in progetti per l’infrastruttura, la spesa corrente di lavoro per la gestione dell’acqua e l’interazione con il consumatore finale.

Il risultato è un rapporto con indicatori del rischio di integrità per città ottenuto grazie all’indice Water Integrity Risk Index (Wiri) che è replicabile, trasparente e scalabile e consente un confronto tra i livelli di rischio nel tempo e tra i vari centri urbani. Un esempio è lo scarto tra la città di Amsterdam che ha un punteggio 8,3 e quello di Bangui che non supera l’1,9.

Perché abbiamo bisogno di un indice di rischio di integrità idrica? Gli esperti intervenuti alla pre-conferenza Unesco spiegano che:

— è difficile rendere efficaci le riforme politiche e definire adeguatamente le politiche necessarie senza una misurazione valida e affidabile della corruzione;

— è importante produrre una panoramica scientifica e tecnica delle sfide che affrontano le megalopoli e delle soluzioni idriche che esse utilizzano per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, per rendere concreto lo scambio delle loro competenze nel campo specifico dell’acqua;

— è indispensabile rafforzare il dialogo tra la scienza e gli attori politici a livello locale.

Un’altra iniziativa della pre-conferenza è stato il lancio ufficiale della Megacities Alliance for Water and Climate (Mawac) e della sua piattaforma di cooperazione basata sull’International Hydrological Programme dell’Unesco-Water Information System, IHP-Wins.

Mawac ha come obiettivo fornire una piattaforma alle mega città perché condividano le loro esperienze e sfide, propongano soluzioni e ottengano l’accesso a sostegno tecnico e finanziario per i loro programmi e progetti perché affrontino con successo le sfide del cambiamento climatico. La seconda conferenza internazionale su “Acqua, mega città e cambiamento globale” si svolgerà a dicembre 2021 presso la sede dell’Unesco a Parigi, a sei anni dalla prima edizione nel 2015.

Fonte: ecodallecitta.it

Impatto ambientale degli imballaggi riutilizzabili vs monouso, nuovo rapporto Zero Waste Europe

Il lavoro di ZWE in collaborazione con l’Università di Utrecht mette in evidenza come gli imballaggi riutilizzabili producano molte meno emissioni di Co2 rispetto alò packaging monouso

Lunedì 7 dicembre Zero Waste Europe, in collaborazione con l’Università di Utrecht, ha pubblicato il lungo e dettagliato report Reusable VS single-use packaging: a review of environmental impact sull’impatto ambientale degli imballaggi riutilizzabili rispetto a quelli monouso. Ottanta pagine in cui viene messo in evidenza ancora una volta come il packaging riutilizzabile produca molte meno emissioni di Co2 rispetto al packaging monouso. A seguire l’abstract del report e al fondo il link al documento completo:

I rifiuti e la loro cattiva gestione sono diventati una questione globale significativa. Il litter (rifiuti abbandonati volontariamente o involontariamente nell’ambiente, ndr) sembra essere ovunque; lo si può vedere intrappolato lungo  recinti, sparso nelle strade, lungo le spiagge e ai bordi delle carreggiate, dove inquina i corpi idrici, gli oceani, la nostra terra e l’aria.

La gestione tradizionale dei rifiuti si concentra in gran parte sul riciclo, che, sebbene sia importante e rappresenti un segmento del ciclo di vita di materiali e prodotti, chiaramente non è una panacea per i nostri problemi. Negli ultimi anni c’è stata una spinta a concentrarsi su altre strategie di economia circolare che potrebbero ulteriormente evitare il consumo di energia e risorse, come il riuso.

Con la consapevolezza che gli imballaggi da soli rappresentano il 36% dei rifiuti solidi urbani in Europa, questo rapporto si concentra su come e quando il riutilizzo degli imballaggi sia un’alternativa migliore rispetto al monouso. Questo viene fatto analizzando i risultati delle valutazioni del ciclo di vita che confrontano gli impatti ambientali del monouso con le alternative rappresentate da imballaggi riutilizzabili.

I risultati dimostrano che la grande maggioranza degli studi punta a imballaggi riutilizzabili come opzione più rispettosa dell’ambiente. Il report identifica le tipologie di packaging valutate dai vari studi e quali aspetti chiave, come il numero di cicli o distanze e punti di pareggio, favoriscano il successo ambientale degli imballaggi riutilizzabili.
Discute anche, più in dettaglio, come formati di packaging specifici, come bottiglie e casse, differiscano negli impatti.
La relazione si chiude con una discussione su ciò che deve essere migliorato per aumentare ulteriormente i vantaggi dei sistemi di riutilizzo e il ruolo importante dei sistemi di restituzione dei depositi (DRS), di pooling, di standardizzazione, l’accessibilità dei prezzi ai consumatori e altre misure che potrebbero aiutare garantire il successo di un sistema di packaging riutilizzabile.


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Fonte: ecodallecitta.it

Raccolta differenziata: Città metropolitana di Torino ancora lontana dall’obiettivo 65%

L’Osservatorio Metropolitano rifiuti di Torino riprende la pubblicazione dell’annuale Rapporto sullo stato del sistema di gestione dei rifiuti. Eco dalle Città ha intervistato Agata Fortunato, responsabile dell’Ufficio Programmazione e controllo del Ciclo Integrato dei Rifiuti della Città Metropolitana di Torino. Dopo tre anni di fermo l’Osservatorio Metropolitano rifiuti di Torino riprende la pubblicazione dell’annuale Rapporto sullo stato del sistema di gestione dei rifiuti. Abbiamo chiesto un commento ad Agata Fortunato, responsabile dell’Ufficio Programmazione e controllo del Ciclo Integrato dei Rifiuti della Città Metropolitana di Torino.

Quali sono le novità registrate negli ultimi anni?

Prima di tutto voglio ringraziare le colleghe dell’ATO-Rifiuti: senza il loro lavoro la pubblicazione non sarebbe stata possibile. Gli ultimi vent’anni sono stati caratterizzati da una forte spinta alla raccolta differenziata con effetti ben visibili, benché i risultati non siano uniformi in tutti gli ambiti del nostro territorio. Nel trend di crescita è intervenuta nel 2017 la modifica del calcolo della raccolta differenziata il cui effetto immediato è stato un complessivo e consistente aumento della percentuale di RD, determinata però solo da una differente modalità di contabilizzazione. Più di recente invece abbiamo assistito ad una lenta crescita della raccolta differenziata nella città di Torino, grazie all’estensione dei servizi domiciliari che dovrebbe concludersi nel 2023. Pur con questi risultati l’ambito metropolitano è complessivamente ancora lontano dall’obiettivo fissato dalla normativa per il 2012 e pari al 65%: nel 2019 il nostro territorio raggiunge “solo” il 58% di raccolta differenziata; diversi ambiti hanno già traguardato l’obiettivo nazionale ma, fatta eccezione per la Città di Torino (che sta procedendo), in quelli in cui il risultato non è ancora stato raggiunto non sembrano previsti al momento interventi in grado di dare una ulteriore spinta e pertanto non si può ipotizzare nel breve periodo un sostanziale cambio di scenario. La qualità della raccolta, sebbene sia sempre difficile fare valutazioni specifiche e puntuali a causa dei diversi passaggi cui il rifiuto è sottoposto a scapito della tracciabilità, non risulta complessivamente eccellente. Più in particolare la raccolta differenziata della plastica mostra livelli accettabili (ma anche eccellenze) per quella multimateriale leggera (realizzata in 264 Comuni – 896.958 ab.), meno per quella monomateriale ( realizzata in 49 Comuni – 1.356.304 ab.) che necessita ancora di interventi di prepulizia prima del conferimento agli impianti di selezione. Per la RD plastica vi è inoltre un problema più strutturale e non determinato dalla raccolta del territorio; infatti ancora più della metà viene avviata a recupero energetico o discarica (per quantità residuali) poiché costituita oltre che da scarti veri e propri, da imballaggi non riciclabili, per i quali ancora troppo poco si sta facendo. Le altre raccolte differenziate (organico, carta/cartone, vetro) continuano a soffrire di una qualità non sempre eccellente che determina oltre che un minore incasso per i Comuni, una minore resa in termini di riciclo. La nuova negoziazione dell’Accordo Quadro, peraltro non conclusa (alla data di pubblicazione del rapporto non risultano sottoscritti tre dei sei Allegati Tecnici), spinge molto sulla qualità del rifiuto conferito: la condivisibile necessità di un miglioramento qualitativo delle raccolte si scontra con un territorio non sempre sufficientemente pronto a modificare abitudini e sistemi organizzativi.

Oltre ai valori di raccolta differenziata sembra si parli ancora troppo poco della produzione totale e del rispetto della gerarchia della gestione dei rifiuti: cosa è successo da questo punto di vista?

Sul fronte della produzione totale, diversi ambiti registrano valori significativamente alti ed anche in questo caso non si possono ipotizzare sostanziali modifiche, essendo interventi, allorquando presenti, sporadici e non inseriti in un quadro complessivo: per questo rischiano di risultare poco visibili a livello sovra-locale. Il raggiungimento di ambiziosi obiettivi di prevenzione dei rifiuti è possibile solo attraverso un complesso sistema di azioni e buone pratiche che, inserite in un disegno articolato, divengono elemento imprescindibile per la modifica del modello di produzione e consumo finalizzato alla prevenzione dei rifiuti, in modo da portare all’auspicato disallineamento fra crescita dei rifiuti e crescita economica.

E sul sistema impiantistico ci sono dati confortanti?

Anche grazie alle scelte lungimiranti fatte nel passato il territorio non presenta criticità per lo smaltimento del rifiuto non recuperabile, che peraltro vista la crescita della raccolta differenziata non solo è completamente assorbito dal termovalorizzatore (impianto che la Regione già da qualche anno ha individuato come impianto regionale), ma riesce a trattare anche una buona quantità di rifiuti speciali. Al tempo stesso però, la complessa situazione del sistema nazionale e le difficoltà di accesso alle infrastrutture di smaltimento, creano anche a livello del nostro territorio numerose criticità che rischiano di avere effetti sulla corretta gestione del rifiuto speciale, caratterizzata da impianti sempre più prossimi alla saturazione. Sebbene il nostro Rapporto ormai da diversi anni è limitato ai soli rifiuti urbani, il tema degli impianti di trattamento di rifiuti speciali è comunque di interesse, poiché tali impianti costituiscono il destino per i sovvalli delle raccolte differenziate oltre che per particolari tipologie di rifiuti urbani (ingombranti e abbandoni stradali soprattutto).

Ci sono altre criticità che emergono?

Il percorso di razionalizzazione della governance avviato negli anni scorsi e definitivamente tracciato con la L.R. 1/2018, pur con tutti i limiti della legge – il doppio livello CAV/ATO, due CAV per il territorio metropolitano, la frammentazione degli attuali Consorzi di Bacino – appare ancora lontano dal realizzarsi, mentre avanza il processo di aggregazione industriale che potrebbe portare ad un effetto di asimmetria fra livello della regolazione/controllo e quello della esecuzione. Permane, infine, come problema il fattore economico: la cittadinanza ed il sistema delle imprese sono sempre più sensibili all’impatto finanziario del sistema di gestione dei rifiuti e le modalità di gestione dei rifiuti secondo criteri di sicurezza per la salute e l’ambiente comportano investimenti e risorse crescenti rispetto al passato. Il mantenimento del difficile equilibrio tra queste istanze è a mio avviso un compito centrale per le istituzioni preposte al controllo e alla regolazione del sistema.

Rapporto sullo stato del sistema di gestione dei rifiuti

Dati consuntivi del periodo 2017 – 2019

http://www.cittametropolitana.torino.it/cms/ambiente/rifiuti/osservatorio-rifiuti/rapporto-sistema-g…

fonte: ecodallecitta.it

The Great Reset, il futuro prossimo. Come la crisi del Covid potrebbe cambiare il mondo

Il World Economic Forum del 2021 sarà incentrato sul tema del “Great Reset”, un piano ambizioso di ristrutturazione dell’economia mondiale nell’era post-Covid-19 che potrebbe avere delle ripercussioni profonde sia a livello globale che per gli individui e le società. Cosa propone nel concreto il great reset e perché sta suscitando sospetti e timori? In questo lungo e approfondito articolo, Roberto Battista riflette sulla questione, analizzando opportunità e rischi potenziali che potrebbero derivare dall’applicazione di questo piano. Nel 2021 l’appuntamento del World Economic Forum, che di consueto apre l’anno a Davos, in Svizzera, verrà spostato a data da destinarsi, anche se dal 25 gennaio sarà aperto il forum digitale “Davos Dialogues” nel quale i principali leader mondiali condivideranno pubblicamente le loro opinioni sullo stato del mondo. Il tema di Davos sarà il “great Reset” (1) inteso a progettare un percorso di recupero condiviso e dare forma a radicali cambiamenti nell’era post-COVID-19. La definizione fu usata per la prima volta come titolo del libro “The Great Reset: How the Post-Crash Economy Will Change the Way We Live and Work” di Richard Florida (2), pubblicato nel 2010 in seguito alla crisi economica del 2008; il libro proponeva cambiamenti profondi che, partendo dall’economia, ristabilissero un equilibrio smantellato dal capitalismo neo-liberale che ha modellato il mondo negli ultimi decenni. Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum nel 1971, e Thierry Malleret partono dallo stesso concetto nel loro recente “COVID-19: The Great Reset” (3) che esamina i cambiamenti necessari ad uscire dalla crisi conseguente al covid e propone modelli di gestione della società alternativi a quelli esistenti e che proseguono idealmente il percorso indicato nel libro di Florida. Il testo di Schwab/Malleret intende fornire le basi e un filo conduttore per la discussione da tenersi a Davos e prospettare modi per fare della crisi un’opportunità di cambiamento positivo, necessario ad uscire dal vicolo cieco nel quale ci si trova attualmente. È importante considerare che l’analisi, molto dettagliata, di Florida si riferisce specificamente alla situazione degli Stati Uniti e risale a dieci anni fa, mentre quella di Schwab/Malleret adotta una prospettiva globale ed è di oggi.

Foto tratta dalla pagina Facebook del World Economic Forum

I media, a seconda della loro posizione politico-ideologica, hanno presentato il great reset principalmente in due modi antitetici (4). Uno vi intravvede la possibilità di radicali cambiamenti che portino a una maggiore attenzione per l’ambiente, una migliore distribuzione delle risorse e del capitale, una società più equa, solidale, pacifica e sostenibile. L’altro ne trae la visione apocalittica di un mondo snaturato dominato dalla tecnologia, dove gli uomini saranno solo degli accessori alle macchine che li governeranno con una dittatura globale, in un’ottica transumanista (5).

Qui cercheremo dunque di fare un po’ di luce sia sulle grandi opportunità che sui potenziali rischi dell’applicazione di questo concetto complesso, esaminandone gli elementi fondamentali, le possibili realizzazioni, e le conseguenze di queste.

Il reset si riferisce al sistema socio-economico che, con la cieca fissazione per il profitto a tutti i costi e a breve scadenza, ha causato la malfunzione del sistema capitalista e una reazione a catena di conseguenze negative su tutti i fronti della nostra presenza sul pianeta. In particolare individua una delle cause fondamentali del fallimento del sistema in uno scollamento profondo tra la realtà della produzione e quella delle necessità umane e l’astrazione del capitale speculativo basato su azzardi e bolle artificiali, un sistema basato sul debito (di individui e intere nazioni), sulla produzione di artefatti non necessari, sulla speculazione edilizia e finanziaria, sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali e sulla ineguale ripartizione delle risorse. Da decenni economisti, sociologi, ambientalisti e scienziati di tutte le discipline, avvertono delle conseguenze nefaste di questo sistema e della interrelazione di elementi come il cambiamento climatico, la globalizzazione senza regole, il sistema finanziario selvaggio e il cattivo sfruttamento delle risorse. La politica, controllata dagli interessi delle multinazionali e dell’alta finanza, finora ha ignorato questi avvertimenti illudendosi di poter demandare alle prossime generazioni la soluzione dei problemi insorgenti. Le varie crisi economiche che si sono succedute con sempre maggior frequenza e intensità sono state affrontate con metodi adatti ad un passato che non esiste più. La tesi principale del libro di Florida è che, dopo la crisi del 2008, non era più possibile nascondere la testa sotto la sabbia e applicare nuovamente i metodi consueti per far riprendere l’economia, era ormai indispensabile riconsiderare il sistema nel suo insieme, prendere atto delle evidenze presentate dagli esperti e considerare un approccio radicalmente diverso. Come sappiamo questi avvertimenti non sono stati presi in considerazione, e la crisi causata dal covid ha messo in luce tutte le falle, ormai conosciute, di un sistema che non ha più ragione d’esistere.

Ogni crisi fa delle vittime, e il più delle volte queste sono principalmente tra gli individui più vulnerabili della società. Ogni crisi, storicamente, ha però anche dimostrato la capacità creativa degli esseri umani di reinventarsi, e mediamente nel passato questo cambiamento ha richiesto circa 30 anni. Secondo quella teoria oggi ci troveremmo a metà della transizione tra il sistema andato in crisi e quello che lo sostituirà.

La crisi del covid pare avere le caratteristiche per costringere chi detiene il potere a riconsiderare metodi e strutture sociali dalle radici. Questo non perché i potenti siano diventati più saggi e umani, ma semplicemente perché lo scossone questa volta è stato troppo grande per essere assorbito. I mercati finanziari hanno perso fino al 40% del loro valore, si stima che la perdita totale causata dal covid si aggiri intorno agli 8.5 triliardi (come non pensare ai fantastiliardi di Paperon de’ Paperoni?) e per quanto alcune aziende e individui abbiano beneficiato della crisi guadagnando alcune centinaia di miliardi, questi sono insignificanti nel quadro generale e nella prospettiva futura, non solo immediata ma a lungo termine. Nell’analisi di Florida questo è il terzo reset dell’era moderna. I tre hanno una serie ben chiara di punti in comune. Il primo fu quello che seguì la drammatica crisi del 1873 e il secondo quello della grande depressione del 1929. Entrambi furono il risultato di azzardate speculazioni finanziare e immobiliari, di una accumulazione del capitale nelle mani di pochi e dello scollamento tra valori reali e valori percepiti. Nei due casi la crisi perdurò per anni nei quali la stagnazione dell’economia portò alla perdita di milioni di posti di lavoro, il fallimento di grandi imprese, i tentativi insensati di ripristinare l’ordine preesistente tramite interventi di soccorso agli istituti finanziari. In entrambi i casi però il periodo vide lo svilupparsi di nuove tecnologie, infrastrutture, modi di vivere e lavorare che finirono per convergere nella creazione di nuovi meccanismi sociali ed esplosero poi nei decenni successivi con il conseguente profondo cambiamento dello stile di vita delle popolazioni. Le condizioni attuali sono in gran parte una ripetizione degli stessi meccanismi, e l’assunto è che un terzo reset sia inevitabile e auspicabile, porterà a dei profondi cambiamenti della società, passerà attraverso un periodo difficile nel quale i settori più deboli patiranno pesanti conseguenze, ma risulterà in un generale miglioramento della qualità della vita e in un totale cambiamento della realtà del pianeta. L’analisi di Schwab/Malleret parte da dove Florida aveva lasciato e sviluppa il concetto in modo sistematico e pragmatico alla luce delle conseguenze del covid, del cambiamento climatico, del cattivo sfruttamento delle risorse naturali, della distorsione dei mercati finanziari e della crescente disuguaglianza sociale. Prendendo atto di questi elementi e del loro significato per la sopravvivenza sul pianeta, Schwab e Malleret analizzano e mettono in relazione tra di loro gli elementi necessari ad un nuovo grande reset, facendo un quadro organico della sequenza di cambiamenti e della loro interdipendenza. Alcuni di questi avranno ripercussioni profonde sulla vita di tutti, e questo spaventa molti, i critici della teoria prevedono uno scenario apocalittico, di stampo Malthusiano e transumanista, che vedrà il mondo comandato da un’oligarchia tecnocratica e popolato da un’umanità controllata in un mondo Orwelliano.

Cosa propone dunque il great reset per affrontare la problematica e come?

Innanzitutto tre aree di intervento fondamentali. La prima è un ripensamento dei principi dei mercati finanziari, spostando l’attenzione dagli interessi degli shareholders (azionisti) a quelli degli stakeholders (tutti coloro interessati dalle conseguenze delle scelte macroeconomiche) in una prospettiva di green economy e sviluppo sostenibile (5). Questo richiede un intervento coordinato dei governi per imporre una tassazione più equa, accordi sul commercio internazionale e sulle regole che riguardano il rispetto dell’ambiente più stringenti, rimozione dei sussidi ad industrie inquinanti e alle istituzioni finanziarie, assoggettandole a regole intese per il bene comune piuttosto che per il puro profitto, regole su copyright e competitività che non favoriscano i monopoli, ribilanciamento dei compensi e contratti di lavoro tenendo presente che la pandemia ha rivelato inequivocabilmente come i lavoratori più essenziali sono anche i meno pagati.

La seconda prevede che i grandi investimenti dei governi siano soggetti ad uno scrutinio che ne garantisca la sostenibilità ambientale e sociale, in favore di benefici globali (geograficamente e socialmente) piuttosto che interessi nazionali e di classe, con l’intento di creare un nuovo sistema che sia più resiliente, equo e sostenibile nel futuro, privilegiando infrastrutture ecosostenibili ed esigendo dalle industrie una diretta responsabilizzazione per quanto riguarda l’ambiente, i lavoratori e i rapporti tra interessi pubblici e privati. La terza è di fare pieno uso della quarta rivoluzione industriale (6) mettendo le nuove tecnologie al servizio dell’interesse comune, migliorando la cooperazione tra università e centri di ricerca, condividendo scienza e tecnologia in modo da moltiplicarne i benefici con particolare attenzione a educazione, salute pubblica, ambiente ed equità sociale. Quello che il great reset propone da un punto di vista di prospettiva economica è una combinazione di ESG (environmental social and governance), stakeholder capitalism, la cancellazione del debito delle nazioni, l’abbandono della metrica basata sul PIL, una forma di reddito di cittadinanza universale e una forte incentivazione dell’economia circolare. Fin qui sembrerebbe tutto idillico.

Perché allora questo grande sospetto e timore diffuso riguardo al great reset?

I motivi ci sono, ed esaminando in dettaglio come si traducono i principi appena descritti è facile immaginare come la loro applicazione, tutt’altro che agevole, incontrerà prevedibili forti opposizioni e potrebbe essere in vari modi presa in ostaggio o manipolata. Settori come bioingegneria, fisica quantistica, naotecnologie, lo sterminato campo di applicazioni di Io T (the Internet of Things) e gli sviluppi dell’intelligenza artificiale stanno convergendo alimentandosi esponenzialmente con risultati sorprendenti, ma la potenza combinata di questi sviluppi dovrà essere messa al servizio dell’umanità e regolata con saggezza, se così non fosse le conseguenze potrebbero essere disastrose. L’incontro di Davos si propone di porre le basi per questo necessario esercizio di saggezza nello sfruttare le potenzialità di queste innovazioni che comunque cambieranno la nostra vita nel prossimo futuro, ma è un’utopia ingenua?

Le opposizioni da parte dei poteri in essere sono facilmente prevedibili, il great reset si basa su principi fondamentalmente “socialisti” anche se il WEF ha sempre fatto molta attenzione a non usare questo termine. I proponenti del piano però contano sul fatto che la combinazione degli effetti negativi sull’economia conseguenti al coronavirus e al cambiamento climatico rendano certi cambi di direzione indispensabili per la sopravvivenza stessa del sistema umano, cosa che nemmeno i più accaniti liberal-capitalisti potrebbero negare facilmente. Il diffuso e crescente malcontento, giustificato, delle popolazioni potrebbe tradursi in instabilità sociale, anche questa a detrimento degli interessi politici e finanziari. Sottointesa in questo piano però è una ben maggiore interferenza dei governi negli interessi privati, e una più grande cooperazione tra i governi, cosa che a molti fa pensare ad un futuro governo globale dai poteri illimitati e per di più probabilmente nelle mani di un’oligarchia tecnocratica. Questo preoccupa sia i capitalisti che vedrebbero ampiamente limitata la loro libertà di azione, che tutti coloro che sono istintivamente sospettosi verso qualsiasi governo centralizzato.

Un altro elemento che preoccupa molti è l’aumentata dipendenza da sistemi informatici.

Si pensi alla digitalizzazione di gran parte dei servizi, al trasferimento su cloud di larga parte del patrimonio intellettuale umano, all’eliminazione del denaro in favore di transazioni digitali e il quasi totale accesso (quindi potenzialmente controllo) al privato degli individui conseguente a questa dipendenza dal digitale. Non trascurabile è il fatto che cambiamenti nel sistema produttivo significano anche la necessità di nuove conoscenze specializzate, che escluderanno dal mercato del lavoro intere sezioni della popolazione che sono totalmente impreparate per un’economia digitale fondata su tecnologie avanzate, quindi opposizione verrà anche da tutte quelle organizzazioni, come i sindacati, che vorrebbero proteggere il lavoro tradizionale, anche quando questo non ha più valore e significato. In questo senso il great reset pone anche molta attenzione sulla necessità di aggiornare i metodi educativi e allargare l’accesso all’istruzione avanzata anche a quei settori della società che finora ne sono stati generalmente esclusi; questo sarebbe da ottenere con un investimento dei governi nell’offrire educazione di qualità estesa a tutti i giovani, oltre a prevedere progammi di re-training e riqualificazione per aggiornare le conoscenze della forza lavoro esistente adeguandola alle nuove necessità.

La tutela dell’ambiente e la razionalizzazione dello sfruttamento delle risorse e della produzione alimentare sono altri punti chiave del great reset.

Questi sarebbero da ottenere ad un prezzo che molti sono stati finora restii ad accettare, anche in questo senso sarebbe necessario un ruolo più rilevante dei governi nel forzare da un lato le industrie a rinunciare ai profitti che derivano oggi da attività inquinanti e distruttive e dall’altro di convincere le stesse industrie ad investire in metodi e tecnologie alternative per raggiungere un punto di equilibrio sostenibile e proficuo nel futuro, mettendo in atto i principi del Green New Deal e dell’Agenda 2030 (7) delle Nazioni Unite. Il copyright industriale com’è concepito oggi paralizza vari settori produttivi e, nel caso specifico delle industrie farmaceutiche, impedisce a intere aree del mondo di svilupparsi. Il reset rivedrebbe tutte le regole del copyright, con particolare attenzione a quelle scoperte che sono di utilità universale, riducendo da un lato i profitti delle industrie che ora li detengono ma consentendo al contempo uno sviluppo più omogeneo, rapido e diffuso della società a livello globale. Per compensare le industrie della loro perdita nell’immediato i governi le dovrebbero rendere partecipi dei profitti futuri condivisi e dimostrare il potenziale di sviluppo nel tempo. I movimenti migratori dei prossimi decenni saranno di proporzioni mai viste prima. Perché questo non si tramuti in conflitto e sovraccarico insostenibile per le parti del mondo verso le quali il flusso migratorio si dirigerà è essenziale preparare un piano articolato e sovranazionale, che investa alla periferia per offrrire opportunità dove ora non esistono, diminuendo il numero di persone costrette a migrare, e allo stesso tempo preparando infrastrutture in quei luoghi dove è prevedibile che si diriga il flusso, oltre ad intervenire drasticamente per contrastare il cambiamento climatico che si prevede sarà la causa principale di future migrazioni di massa. Accordi internazionali solidi sono necessari per evitare quelle che nel prossimo futuro potrebbero essere guerre per il controllo delle risorse, in particolare l’acqua, che sarebbero devastanti. Il controllo di queste risorse non può essere demandato alle singole nazioni né tantomeno a degli interessi privati (ormai famoso è il discorso del CEO della Nestlé sul diritto alla privatizzazione dell’acqua). Visti i limiti dimostrati dalle organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, che idealmente avrebbero dovuto svolgere simili funzioni, questo nuovamente implica una qualche forma di governo sovranazionale che imponga gli interessi globali su quelli locali, che ci riporta nuovamente al timore di un vasto potere nelle mani di pochi, un concetto comprensibilmente inquietante. Uno dei fattori cruciali per la realizzazione del great reset è la diffusione capillare del sistema 5G (o meglio il già avanzato 6G).

Questo è uno degli elementi che trova maggior resistenza tra i critici del piano. La sempre più diffusa presenza di robot nella vita quotidiana, la diffusione di trasporti pubblici e privati senza guidatore, l’uso di droni, i sistemi di regolamento e distribuzione di energia, il controllo di edifici ad alta efficienza, la telemedicina e la chirurgia a distanza sono solo alcuni degli ambiti per i quali il 5G è essenziale; il dibattito sulla sicurezza e sugli usi del sistema deve dunque essere risolto affinché il great reset si possa realizzare e normative internazionali dovranno essere sviluppate rapidamente.

Future pandemie, e potenzialmente causate da virus molto più letali del covid, sono prevedibili e inevitabili, come risultato di deforestazione e sempre maggior invasione degli spazi naturali da parte degli uomini.

Questo significa che nell’era post-covid la salute pubblica, la prevenzione, la resilienza dei sistemi sanitari, l’accesso agli stessi per tutti i settori del pubblico (per evitare che le sezioni più vulnerabili siano le più colpite) saranno tutte priorità. Queste priorità implicano un più largo uso della tecnologia, e questo significa anche più monitoraggio e dunque più invasione della privacy. Sistemi solidi saranno quindi essenziali per evitare che questa invasione della privacy non diventi un’arma a doppio taglio, sfruttabile da alcuni come strumento politico e di profitto. Tutto ciò implica uno spostamento dell’attenzione dagli interessi di pochi al benessere di tutti, un grande e difficile passo da compiere. Un maggiore investimento nell’educazione, su misura per le nuove specialità emergenti, è un’altra parte fondamentale, che deve andare di pari passo con l’aumento delle retribuzioni per i lavori creativi nell’ambito di ricerca e innovazione così come in quello di arte e cultura, e una corrispondente riduzione delle retribuzioni nel campo della finanza che negli ultimi decenni ha sottratto dal mercato del lavoro, grazie ai compensi esorbitanti, una percentuale altissima dei giovani più specializzati e capaci. Sul piano teorico il great reset proposto dal WEF è ben articolato ed elaborato in un modo coerente che tiene presenti tutti i fattori necessari a risolvere dei grossi problemi urgenti e promette un miglioramento diffuso della società umana. Nella pratica la realizzazione di un tale progetto richiede la cooperazione di tutte le parti della società, al di là di classe, nazionalità, etnia, e una leadership illuminata ed estremamente competente. Se consideriamo l’esito di tutti gli accordi internazionali, come quelli sull’ambiente da Rio a Kyoto, da Copenhagen a Parigi, l’esperienza ci suggerisce che un piano di tale ambizione e universalità potrebbe realizzarsi solo se le condizioni di sopravvivenza fossero divenute così drammatiche da non lasciare alternativa.

La crisi del covid potrebbe forse essere l’evento giusto?

Ma anche se questo accadesse, se un accordo fosse raggiunto e poi rispettato dalla maggioranza degli aderenti, chi potrebbe garantire che la gestione successiva non si concentrasse nelle mani di pochi al di sopra di ogni controllo? Il beneficio in termini di benessere sociale, equa divisione delle risorse, ripristino dell’equilibrio ambientale verrebbero poi pagati con un appiattimento della società, una perdita di diversità e iniziativa personale? Ci si potrebbe davvero trovare in un comodo e sicuro pensionato per umani omologati?

A Davos voci che in passato erano marginali e largamente ignorate, come quelle di scienziati, ambientalisti ed ecologisti, riceveranno questa volta molta più attenzione da parte di leader di politica, industria e finanza, che si sono visti mancare il terreno sotto i piedi e che stanno affannosamente cercando vie d’uscita. Queste voci, combinate con il crescente malcontento delle popolazioni, un congelamento delle finanze, la rottura di catene produttive commerciali e l’innegabile fallimento di un sistema, potrebbero far si che l’inevitabile reset si tramuti in un’irripetibile opportunità di cambiamento positivo.

Immaginare un futuro diverso da ciò che si conosce è sempre difficile. Al momento della prima rivoluzione industriale i milioni di individui che lasciarono le campagne per trasferirsi a lavorare nelle industrie in città non avevano idea di che vita avrebbero condotto. Lo stesso si può dire per i drastici cambiamenti in stile di vita che si concretizzarono dopo la crisi degli anni ’30 del ventesimo secolo o dopo il secondo conflitto mondiale. Siamo oggi al crocevia di un nuovo cambiamento epocale che investirà tutti i settori e tutti i paesi. Il cambiamento avverrà comunque, è necessario e inevitabile. Sta a tutti noi far si che sia un cambiamento in positivo, e mai come oggi abbiamo i mezzi e le conoscenze per rendere questo possibile.

  1. https://www.weforum.org/great-reset/
  2. The Great Reset: How the Post-Crash Economy Will Change the Way We Live and Work – Richard Florida – Harper Business – 2010
  3. COVID-19: The Great Reset – Klaus Schwab and Thierry Malleret – ISBN Agentur Schweiz – 2020
  4. Sul web si trovano dozzine di articoli anche in italiano pubblicati recentemente sul soggetto, in massima parte esprimono un giudizio negativo e si allineano su un’ipotesi di complotto elitario per una dittatura globale.
  5. Tanto per citarne alcune, le critiche più accese al great reset portano titoli come “Pericolosi leaders marxisti spingono per un great reset per distruggere il capitalismo” (Sky News Australia) o “complotto contro Trump e il cristianesimo per restaurare il socialismo” (lifesitenews) ma, considerato che nel novero dei proponenti del great reset troviamo personaggi come il Principe Carlo d’Inghilterra e vari CEOs di colossi Hi-Tech, pare difficile immaginarli come pericolosi marxisti. Allo stesso tempo altri parlano di “l’agenda fascista dietro al Great Reset” e “Schwab e il suo grande reset fascista” (Winter Oak e bitcoin.com). Nella surreale lettera di Mons. Viganò a Trump il prelato si spinge fino a definire il great reset come il piano architettato dalle forze del male per la dominazione del mondo, con la complicità del “traditore” papa Francesco. Quindi ce n’è per tutti i gusti. Molte delle critiche però sembrano concordare sul fatto che il cambiamento climatico è una invenzione usata da questi (fascisti o comunisti) per prendere controllo del mondo con l’aiuto delle organizzazioni non governative e i movimenti (“fasulli e sponsorizzati”) come Fridays for Future.
  6. United Nations Sustainable development goals
  7. Klaus Schwab “The fourth industrial revolution”, World Economic forum 2016
  8. Transforming our world: the 2030 Agenda for Sustainable Development

Approfondimenti sul sito ufficiale del World Economic Forum:

https://www.weforum.org/agenda/2020/06/now-is-the-time-for-a-great-reset/

https://www.weforum.org/great-reset

https://intelligence.weforum.org/topics/a1Gb0000001TNw7EAG?tab=data

Letture utili:

Time magazine ha dedicato il suo numero di ottobre al Great Reset

Frank M. Snowden “Epidemics and Society From the Black Death to the Present”, Yale University Press, 2019

Mariana Mazzucato “The covid 19 crisis is a chance to do capitaism differently”, The Guardian, March 18th 2020

Joseph E. Stiglitz “A Lasting Remedy for the Covid-19 Pandemic’s Economic Crisis”, New York Review of Books, January 8th 2020

Dani Rodrik “The Globalization Paradox – Why Global Markets, States, and Democracy Can’t Coexist”, Oxford University Press, 2012

David Quammen “We Made the Coronavirus Epidemic”, New York Times, January 28th 2020

European Commission “A European Green Deal”

https://greatreset.com prodotto da Purpose Disruptors, un network di professionisti nell’ambito di pubblicità e marketing che si definiscono uniti nell’intento di rimodellare il mondo della comunicazione per affrontare il cambiamento climatico.

Jeanne Smits – The Great Reset: i globalisti vogliono resettare l’economia post-COVID.

Note:
Esistono altri libri intitolati “The Great Reset” da non essere confusi col soggetto di questo articolo. Si tratta di due racconti di fantascienza di Jason Glunk “The Great Reset: A Human Livestock Dystopia” e “The Great Reset: A Scorched Earth Dystopia” e un libro di finanza di Yadunath S “The Great Reset: The Unfolding Bear Market and the Opportunity of a Lifetime”. Sul sito Strategic Intelligence del World Economic Forum si trova una documentazione ampia e dettagliata su tutti gli argomenti che fanno parte del great reset, incluse utili mappe interattive che consentono di esplorare l’interrelazione tra le sue varie componenti e la loro complessità con un criterio sistemico.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/12/the-great-reset-futuro-prossimo-covid-cambiare-mondo/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

L’Onu afferma che l’umanità si sta suicidando ma… ci si preoccupa per la cena di Natale

Mentre l’Organizzazione Metereologica Mondiale, agenzia dell’Onu, ci dice che ci stiamo suicidando con la nostra inazione nei confronti dei cambiamenti climatici, governo e politici sono impegnati solo a disquisire sulle proibizioni di Natale…

Decenni di gossip, di intrattenimento nazional popolare, di siderali stupidaggini hanno riempito miliardi di ore di palinsesti televisivi, miliardi di pagine di giornali virtuali e non, occupando le giornate degli italiani. E con il coronavirus si è registrata l’apoteosi, un evento sul quale la quantità di assurdità ha raggiunto picchi mai toccati nella storia.

In questi giorni abbiamo l’ennesima conferma “dell’altissimo livello di dibattito su argomenti di vitale importanza”: sono in corso infatti frenetiche consultazioni per garantire la cena di Natale almeno con i parenti più stretti. Forse anche il cane o il gatto verranno fatti sloggiare dalle abitazioni, perché secondo le stime degli esperti potrebbero in qualche modo essere conteggiati come elementi viventi in più e quindi pericolosissimi per i potenziali contagi. Ovviamente per gli animali sfrattati che vagheranno per la città verranno predisposte apposite autocertificazioni in caso di controlli…

Qualche esperto, con immancabili titoli accademici, ha anche proposto di far mangiare uno in una stanza, uno in un’altra stanza, uno in bagno e se non ci sono abbastanza stanze, qualcuno si sacrificherà sul terrazzo; in mancanza di terrazzo, in cantina, in mancanza di cantina, in garage; in mancanza di tutto questo, la cuccia del cane, che nel frattempo sarà stato fatto sloggiare per i motivi di cui sopra. I più moderni e progrediti, cioè i fan dell’intelligenza artificiale, hanno proposto di passare il Natale in maniera virtuale, ovvero ci si collega sui vari schermi e si mangia ognuno da solo ma in fondo in compagnia. Tra l’altro questo anticiperebbe quello che sicuramente succederà nei prossimi anni dove non ci sarà più bisogno di alcun contatto fisico, si farà tutto in remoto; che problema c’è?

Insomma questi sì che sono temi fondamentali, e in effetti tutto l’emiciclo parlamentare e le maggiori menti del paese sono prese da uno sforzo congiunto affinché il sacro Natale in famiglia sia in qualche modo garantito. Quindi consultazioni fitte, dibattiti, riunioni, esperti, dotti, medici e sapienti, tutti intorno al capezzale per parlare, giudicare, valutare, provvedere e trovare dei rimedi per salvare il Santo Natale. Importante però è che nessuno si preoccupi minimamente di ciò che, oltre a noi che lo diciamo da anni, pure le fonti ufficiali ONU ormai affermano con allarme: l’umanità si sta suicidando accelerando la catastrofe climatica. Da sottolineare che in questo caso, pur trattandosi di informazioni ufficiali e scientifiche, non contano nulla; difatti praticamente sono state ignorate dal gossip mediatico e politico. Probabilmente questa è un tipo di scienza che non produce molti interessi economici, quindi non esiste. E questo comportamento è assai strano per chi da mesi dice di occuparsi della nostra salute, dato che le tragedie a cui andiamo incontro sono tali al cui confronto il coronavirus, o chi per lui, impallidiranno.

Comunque sia, abbiamo capito assai bene che i problemi ambientali, quindi la nostra sopravvivenza, non esistono, perché non sono nella hit parade delle preoccupazioni. Primo posto, leader indiscusso, il coronavirus, poi il Grande Fratello VIP e tutto il resto a seguire.

Ma cosa vuoi che ci importi a noi dell’ambiente, degli alberi, dei cambiamenti climatici, roba per ambientalisti rompiscatole che ci vogliono fare ritornare alle carrozze a cavallo!  La soluzione del resto è semplice: contro la catastrofe ambientale ci vaccineremo tutti. I vaccini infatti risolvono qualsiasi problema è risaputo, sono la salvezza del mondo, lo dicono alla televisione, quindi è vero, senza ombra di dubbio. E chi lo contesta, che lo si metta al rogo sulla pubblica piazza per dare l’esempio a tutti. Attendiamo con ansia quindi l’arrivo di un vaccino contro la follia criminale umana, anche se riteniamo sia una lotta impari. Come sarà festeggiato il Natale davvero importa poco di fronte al dramma climatico a cui andiamo incontro, ma ovviamente, anche in quel caso, si dirà che è colpa dei “complottisti”, degli anti moderni, degli anti scientifici, dei marziani, dei venusiani ma nostra di sicuro no. Ringraziamo quindi politici e media per averci aperto gli occhi sulle vere problematiche e brindiamo al Santo Natale!

Fonte: ilcambiamento.it

Clima Ue, taglio emissioni del 55% entro il 2030. Soddisfatta Bruxelles, critici gli ambientalisti

Il Consiglio Europeo ha raggiunto un accordo sul nuovo obiettivo climatico dell’Unione. Greenpeace critica la poca ambizione del patto e la riluttanza dei governi ad affrontare le vere cause dell’emergenza climatica. Dopo un’intensa notte di lavori a Bruxelles il Consiglio Europeo ha raggiunto un accordo sul nuovo obiettivo climatico dell’Unione. I leader dei 27 paesi hanno concordato di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 55% entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990, aggiornando l’obiettivo attuale di tagliarle del 40% in questo decennio. Il nuovo obiettivo mira a mettere l’UE sulla buona strada per raggiungere zero emissioni nette entro il 2050, una scadenza che secondo gli scienziati il mondo deve rispettare per evitare gli impatti più catastrofici del cambiamento climatico. “L’Europa è leader nella lotta al cambiamento climatico” ha detto in un tweet il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, che ha presieduto i colloqui. “Ci mettiamo su un percorso chiaro verso la neutralità climatica nel 2050”, ha invece commentato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen del nuovo obiettivo. Per Bruxelles, l’accordo offre la possibilità di affermare la propria leadership climatica sulla scena globale. L’UE presenterà il suo obiettivo sabato al vertice virtuale dei leader mondiali delle Nazioni Unite. L’obiettivo è stato conquistato a fatica con un compromesso tra i paesi dell’UE più ricchi, per lo più occidentali e nordici, che desiderano un’azione per il clima più ambiziosa, e gli stati orientali con settori energetici dipendenti dal carbone e industrie ad alta intensità energetica, che volevano condizioni specifiche legate ai tagli delle emissioni. L’obiettivo “almeno il 55%” è buono ma richiederà l’approvazione del Parlamento europeo, che sostiene un più ambizioso taglio delle emissioni del 60%” ha detto Jytte Guteland, il principale legislatore del parlamento sulla questione. “Ci stanno preparando per una trattativa difficile”.

Critici gli ambientalisti

L’accordo raggiunto tuttavia non soddisfa le principali organizzazioni ambientaliste del mondo. Greenpeace critica la poca ambizione del patto e la riluttanza dei governi a seguire la scienza e ad affrontare le vere cause alle origini dell’emergenza climatica in corso.

“I governi senza dubbio definiranno questo accordo come storico, ma la realtà è che si registra solo un piccolo miglioramento rispetto ai tagli alle emissioni che l’Ue aveva già in programma di raggiungere. È evidente che la convenienza politica ha la precedenza sulla scienza del clima, e che la maggior parte dei politici ha ancora paura di affrontare i grandi inquinatori”, dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna clima di Greenpeace Italia. “Senza ulteriori azioni, il nuovo obiettivo dell’Ue in materia di clima permetterà alle compagnie petrolifere e del gas di continuare con il solito business, e non trasformerà la mobilità e i metodi di produzione del cibo con la velocità necessaria a superare l’emergenza climatica, lasciando così le persone più vulnerabili indifese rispetto agli impatti della crisi climatica”. 
Nella tarda notte, durante il vertice Ue diversi governi hanno fatto pressioni affinché si riconoscano le cosiddette “tecnologie di transizione” come il gas, che sarebbero dunque ammissibili ai finanziamenti “verdi”. Greenpeace sostiene da tempo che gli investimenti nel gas saranno catastrofici per il clima e porteranno a miliardi di euro di attività economicamente non redditizie. I leader europei si sono accordati per ridurre le emissioni nette dell’Ue del 55% entro il 2030 (sulla base dei livelli del 1990). L’uso del termine “nette” per definire le emissioni comporta che sarà possibile l’uso dei cosiddetti “pozzi di assorbimento”, e dunque ci sarà solo un taglio del 50,5% delle emissioni reali di settori inquinanti come l’energia, i trasporti e l’agricoltura industriale, mentre ci si affida alle foreste per assorbire abbastanza carbonio da raggiungere l’obiettivo del 55%. Questo accordo rappresenta dunque un miglioramento insufficiente rispetto agli obiettivi climatici esistenti, per i quali l’Ue dovrebbe già ridurre le emissioni del 46% nel 2030. La comunità scientifica avverte che, per evitare la catastrofe climatica, l’Ue deve ridurre le emissioni molto più velocemente di quanto accadrebbe con un obiettivo del 55%. Per aumentare le possibilità di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C ed evitare i peggiori effetti di una catastrofe climatica, Greenpeace sostiene un taglio minimo del 65% delle emissioni dell’Ue provenienti dai settori inquinanti entro il 2030.

Fonte: ecodallecitta.it


Fra gli Alberi di Natale a Milano anche uno in alluminio riciclato

L’Albero, posizionato nella piazza Tre Torri a CityLife, è un’opera dell’artista Annalaura di Luggo che con CIAL ha già collaborato per il Natale di Napoli nel dicembre del 2018 (progetto Napoli Eden) e che quest’anno è di scena a Milano con “AD Lumen”

Scarti di alluminio argentati e scintillanti che rinascono a nuova vita, un albero di Natale che diventa uno scrigno in cui depositare i propri desideri, un progetto dell’artista Annalaura di Luggo che racconta un viaggio verso la luce all’insegna della sostenibilità. CityLife Shopping District porta in Piazza Tre Torri AD LUMEN – CityLifers X Sustainability di Annalaura di Luggo, che nasce dal progetto artistico-cinematografico Napoli Eden ideato e realizzato dall’artista napoletana con la curatela di Francesco Gallo Mazzeo e la regia di Bruno Colella. Un’opera d’arte che veste le forme di un luminoso albero di Natale accompagnato da altre installazioni che sorgono con lo scopo di stimolare una sensibilità al riciclo attraverso l’alluminio che per le sue caratteristiche di leggerezza, lucentezza e riciclabilità infinita rappresenta un simbolo efficace dello sviluppo sostenibile e dell’economia circolare. Il naming del progetto deriva, appunto, dall’origine della parola alluminio, “ad lumen”, che significa viaggio verso la luce, elemento distintivo del periodo natalizio e simbolo di un viaggio che porta in nuovi contesti, superando i limiti geografici e coinvolgendo persone e luoghi solo apparentemente distanti. Il riciclo dell’alluminio e la trasfigurazione degli scarti in opere d’arte diventano anche la metafora di una rinascita e cambiamento da una situazione complicata come quella attuale. Il progetto, ideato originariamente a Milano con il supporto del CIAL (Consorzio Ministeriale Imballaggi Alluminio) e poi sviluppato e realizzato a Napoli con il coinvolgimento di ragazzi dei Quartieri Spagnoli, torna quest’anno a Milano, in CityLife Shopping District, per raccontare attraverso il linguaggio dell’arte il principio della tutela dell’ambiente e dell’inclusione sociale: un’iniziativa portatrice di messaggi di rinascita sociale, culturale ed etica che lancia un messaggio di speranza e di serenità. L’albero PYRAMID di Annalaura di Luggo diventa anche uno scrigno in cui depositare i propri desideri: collegandosi al sito dello Shopping District o in loco, sarà possibile scrivere un messaggio o un augurio che verrà poi stampato su cartoncini e appeso alla struttura rendendola interattiva, ancora più unica e preziosa. Accanto al grande albero, CityLife Shopping District ospita anche un’altra opera di Annalaura di Luggo, TRIUNPHUS, un portale luminoso sempre composto di scarti di alluminio riciclato, che richiama un grande cubo, come dono ai piedi dell’albero, la cui sorpresa è la scoperta di un passaggio che permette di avere una nuova visione di luce ispiratrice di rinnovamento.

E ancora in esposizione all’interno dello Shopping District la terza opera dell’artista, GEMINUS, che richiama l’attenzione sul contatto visivo con 4 gigantografie di occhi luminosi che si intervallano a specchi, consentendo al fruitore di entrare in contatto con l’opera. Ospitando il progetto AD LUMEN – CityLifers X Sustainability di Annalaura di Luggo, CityLife Shopping District invita la sua community di CityLifers a un impegno concreto verso la sostenibilità e allo stesso tempo illumina i suoi spazi con messaggi di speranza e positività.

“Grazie a questo progetto – dichiara Roberta Guaineri, assessore al Turismo –, caratterizzato da installazioni suggestive e portatrici di messaggi universali come speranza, sostenibilità e solidarietà, Milano si illumina per il Natale, un vestito a festa ancora più importante in un anno tanto difficile anche per ribadire al mondo la straordinaria attrattività della nostra città, che continuerà ad essere tra le metropoli più ambite come mete turistiche internazionali”.

Fonte: ecodallecitta.it

Nel 2019 in Italia un reato contro l’ambiente ogni 4 ore: l’ultimo rapporto Ecomafia

Presentato il report di Legambiente: 34.648 reati accertati nel 2019, alla media di 4 ogni ora. Un incremento del +23.1% rispetto al 2018. Campania, Puglia, Sicilia e Calabria le regioni dove si commettono più illeciti, in Lombardia più arresti

Il “virus” dell’ecomafia non si arresta né conosce crisi. Nel 2019 aumentano i reati contro l’ambiente: sono ben 34.648 quelli accertati, alla media di 4 ogni ora, con un incremento del +23.1% rispetto al 2018. In particolare preoccupa il boom degli illeciti nel ciclo del cemento, al primo posto della graduatoria per tipologia di attività ecocriminali, con ben 11.484 (+74,6% rispetto al 2018), che superano nel 2019 quelli contestati nel ciclo di rifiuti che ammontano a 9.527 (+10,9% rispetto al 2018). Da segnalare anche l’impennata dei reati contro la fauna, 8.088, (+10,9% rispetto al 2018) e quelli connessi agli incendi boschivi con 3.916 illeciti (+92,5% rispetto al 2018).
La Campania è, come sempre, in testa alle classifiche, con 5.549 reati contro l’ambiente, seguita nel 2019 da Puglia, Sicilia e Calabria (prima regione del Sud come numero di arresti). E, come ogni anno, in queste quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa si concentra quasi la metà di tutti gli illeciti penali accertati grazie alle indagini, esattamente il 44,4%. La Lombardia, da sola, con 88 ordinanze di custodia cautelare, colleziona più arresti per reati ambientali di Campania, Puglia, Calabria e Sicilia messe insieme, che si fermano a 86. Da capogiro il business potenziale complessivo dell’ecomafia, stimato in 19,9 mld di euro per il solo 2019, e che dal 1995 a oggi ha toccato quota 419,2 mld. 

A spartirsi la torta, insieme ad imprenditori, funzionari e amministratori pubblici collusi, sono stati 371 clan (3 in più rispetto all’anno prima), attivi in tutte le filiere: dal ciclo del cemento a quello dei rifiuti, dai traffici di animali fino allo sfruttamento delle energie rinnovabili e alla distorsione dell’economia circolare.

È questa la fotografia scattata dal Rapporto Ecomafia 2020. Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia, realizzato da Legambiente, con il sostegno di COBAT E NOVAMONT, che ha analizzato i dati frutto dell’intensa attività svolta da forze dell’ordine, Capitanerie di porto, magistratura, insieme al lavoro del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, nato dalla sinergia tra Ispra e Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente, e dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli. Il volume, edito da Edizione Ambiente, a cui hanno collaborato giornalisti e ricercatori, come Rosy Battaglia, Fabrizio Feo, Toni Mira e Marco Omizzolo, è stato presentato questa mattina attraverso la formula del talk on line in diretta streaming sulle pagine fb di Legambiente e La Nuova Ecologia. Il lavoro di ricerca, analisi e denuncia è stato dedicato quest’anno al consigliere comunale Mimmo Beneventano, ucciso dalla camorra il 7 novembre del 1980, antesignano delle battaglie di Legambiente contro l’assalto speculativo e criminale a quello che è oggi il Parco nazionale del Vesuvio; e a Natale De Grazia, il capitano di corvetta della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria scomparso 25 anni fa, il 12 dicembre del 1995, mentre indagava sugli affondamenti delle cosiddette navi “dei veleni” nel mar Tirreno e nel mar Ionio. Una vicenda ancora oscura su cui Legambiente chiede con forza che si faccia piena luce, anche grazie alle nuove iniziative assunte dal ministero dell’Ambiente, per quanto riguarda la ricerca di navi affondate al largo delle coste italiane, e dalla Commissione parlamentare Ecomafia proprio sulla morte di De Grazia. A lui è dedicato anche il webinar dal titolo “Il Capitano Umano” organizzato oggi pomeriggio, ore 17.30, in diretta streaming sulle pagine fb di Legambiente, La Nuova Ecologia, Lavialibera e Libera.  La presentazione del Rapporto Ecomafia 2020, moderata da Enrico Fontana, responsabile Osservatorio nazionale ambiente e legalità Legambiente, ha visto la partecipazione di: Stefano Ciafani, presidente nazionale Legambiente, Sergio Costa, ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Federico Cafiero De Raho, Procuratore nazionale antimafia, Alessandro Bratti, direttore generale ISPRA, Stefano Vignaroli, presidente della Commissione d’inchiesta sulle attività illecite, Luca Briziarelli, vicepresidente della Commissione d’inchiesta sulle attività illecite, Rossella Muroni, vicepresidente della Commissione Ambiente Camera dei deputati, Chiara Braga, Commissione Ambiente Camera dei deputati, Silvia Fregolent, Commissione Ambiente Camera dei deputati, Andrea Di Stefano, responsabile progetti speciali Novamont.

La presentazione di oggi è stata anche l’occasione per l’associazione ambientalista per che è fondamentale completare il quadro normativo di contrasto all’aggressione criminale ai tesori del nostro Paese a partire dall’approvazione dei seguenti provvedimenti legislativi: il ddl Terra Mia, che introduce nuove e più adeguate sanzioni in materia di gestione illecita dei rifiuti; i regolamenti di attuazione della legge 132/2016 sul Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente; il disegno di legge contro le agromafie, licenziato dal governo nel febbraio di quest’anno e ancora fermo alla Camera; il disegno di legge contro chi saccheggia il patrimonio culturale, archeologico e artistico del nostro paese, approvato dalla Camera nell’ottobre del 2018 e ancora fermo al Senato, l’approvazione dei delitti contro la fauna per fermare bracconieri e trafficanti di animali, promessa che si rinnova da oltre venti anni ed ancora in attesa che Governo e Parlamento legiferino.

“I dati e le storie presentati in questa nuova edizione del rapporto Ecomafia 2020 – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – raccontano un quadro preoccupante sulle illegalità ambientali e sul ruolo che ricoprono le organizzazioni criminali, anche al Centro-Nord, nell’era pre-Covid. Se da un lato aumentato i reati ambientali, dall’altra parte la pressione dello Stato, fortunatamente, non si è arrestata. Anzi. I nuovi strumenti di repressione garantiti dalla legge 68 del 2015, che siamo riusciti a far approvare dal Parlamento dopo 21 anni di lavoro, stanno mostrando tutta la loro validità sia sul fronte repressivo sia su quello della prevenzione. Non bisogna però abbassare la guardia, perché le mafie in questo periodo di pandemia si stanno muovendo e sfruttano proprio la crisi economica e sociale per estendere ancora di più la loro presenza”. “Per questo – continua Ciafani – è fondamentale completare il quadro normativo: servono nuove e più adeguate sanzioni penali contro la gestione illecita dei rifiuti, i decreti attuativi della legge che ha istituito il Sistema nazionale protezione ambiente, l’approvazione delle leggi contro agromafie e saccheggio del patrimonio culturale, archeologico e artistico, una forte e continua attività di demolizione degli immobili costruiti illegalmente per contrastare la piaga dell’abusivismo, l’introduzione di sanzioni penali efficaci a tutela degli animali e l’accesso gratuito alla giustizia per le associazioni che tutelano l’ambiente. Noi non faremo mancare il nostro contributo per arrivare entro la fine della legislatura all’approvazione di queste riforme fondamentali”. 
L’efficacia degli anticorpi – Oltre alle denunce dei cittadini, alle attività svolte da forze dell’ordine, Capitanerie di porto e magistratura, si conferma la validità di provvedimenti legislativi, spesso faticosamente approvati, come la legge sugli ecoreati (68/2015) e quella contro il caporalato, la 199/2016. Con il primo provvedimento, entrato in vigore a fine maggio del 2015, l’attività svolta dalle Procure, secondo i dati elaborati dal ministero della Giustizia, ha portato all’avvio di 3.753 procedimenti penali (quelli archiviati sono stati 623), con 10.419 persone denunciate e 3.165 ordinanze di custodia cautelare emesse. Grazie alla legge sul caporalato, nel 2019 le denunce penali, amministrative e le diffide sono state complessivamente 618, contro le 197 del 2018 (+313,7%) e sono più che raddoppiati gli arresti, passati da 41 a 99. Le aziende agricole sono quelle più coinvolte ma i controlli sui cantieri edili effettuati dal Comando carabinieri tutela del lavoro stanno rivelando un’illegalità sempre più diffusa, con 2.766 reati, 3.140 persone denunciate e 32 sequestri. 
Le piaghe da sanare – Anche nel 2019 il ciclo dei rifiuti resta il settore maggiormente interessato dai fenomeni più gravi di criminalità ambientale: sono ben 198 gli arresti (+112,9% rispetto al 2018) e 3.552 i sequestri con un incremento del 14,9%. A guidare la classifica per numero di reati è la Campania, con 1.930 reati, seguita a grande distanza dalla Puglia (835) e dal Lazio, che con 770 reati sale al terzo posto di questa classifica, scavalcando la Calabria. Per quanto riguarda le inchieste sui traffici illeciti di rifiuti: dal primo gennaio 2019 al 15 ottobre del 2020 ne sono state messe a segno 44, con 807 persone denunciate, 335 arresti e 168 imprese coinvolte. Quasi 2,4 milioni di tonnellate di rifiuti sono finiti sotto sequestro (la stima tiene conto soltanto dei numeri disponibili per 27 inchieste), pari a una colonna di 95.000 tir lunga 1.293 chilometri, poco più della distanza tra Palermo e Bologna.  
Oltre ai reati legati al ciclo del cemento, resta diffusa la piaga dell’abusivismo edilizio con 20 mila nuove costruzioni (ampliamenti compresi) che secondo le stime utilizzate dall’Istat nell’ambito del Bes (l’indicatore del Benessere equo e sostenibile), resta su livelli intollerabili per un paese civile: quella, provvisoria, del 2019 è del 17,7% sul totale delle nuove costruzioni e degli ampliamenti significativi.


“La causa di questa persistenza dell’abusivismo edilizio in Italia – spiega Enrico Fontana, responsabile Osservatorio nazionale ambiente e legalità Legambiente – è duplice: le mancate demolizioni da parte dei Comuni e i continui tentativi di riproporre condoni edilizi da parte di Regioni, ultima in ordine di tempo la Sicilia, leader e forze politiche. Per questo diventa indispensabile, oggi più che mai, lanciare una grande stagione di lotta all’abusivismo edilizio, prevedendo in particolare un adeguato supporto alle Prefetture nelle attività di demolizione, in caso di inerzia dei Comuni, previste dalla legge 120/2020;  la chiusura delle pratiche di condono ancora giacenti presso i Comuni; l’emersione degli immobili non accatastati, censiti dall’Agenzia delle entrate, per avviare la verifica della loro regolarità edilizia e sottoporre quelli abusivi all’iter di demolizione”.

Una particolare attenzione dovrà essere dedicata agli investimenti in appalti e opere pubbliche, soprattutto nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, anche alla luce delle ingenti risorse in arrivo dall’Europa attraverso il Next generation Eu. “I dati che pubblichiamo in questo Rapporto – aggiunge Fontana – dimostrano come in tutti i casi di scioglimento dei comuni per infiltrazioni mafiose (29 quelli ancora oggi commissariati, dei quali ben 19 sciolti soltanto nel 2019) il principale interesse dei clan è proprio quello di condizionare gli appalti di ogni tipo, dalla manutenzione delle strade alla gestione dei rifiuti. Un fenomeno che s’intreccia con quello della corruzione”. 
A crescere è, non a caso, anche il numero di inchieste sulla corruzione ambientale, quelle rilevate da Legambiente dal primo giugno 2019 al 16 ottobre 2020 sono state 134, con 1.081 persone denunciate e 780 arresti (nel precedente Rapporto le inchieste avevano toccato quota 100, con 597 persone denunciate e 395 arresti). Il 44% delle inchieste ha riguardato le quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso, con la Sicilia in testa alla classifica (27 indagini). Da segnalare, anche in questo caso, il secondo posto della Lombardia, con 22 procedimenti penali, seguita dal Lazio (21). 
Nella Terra dei Fuochi, nel 2019 sono tornati a crescere di circa il 30% rispetto al 2018 i roghi censiti sulla base degli interventi dei Vigili del fuoco, arrivati quasi a quota 2.000.  Preoccupanti anche i dati sugli incendi boschivi scoppiati nella Penisola: nel2019 sono andati in fumo 52.916 ettari tra superfici boscate e non, con un incremento del 261,3% rispetto al 2018. I reati accertati sono stati 3.916, con una crescita del 92,5% sull’anno precedente. Il 50,3% dei reati si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, dove è andato in fumo il 76% del territorio percorso dal fuoco a livello nazionale, con la Calabria (548 reati) in cima alla classifica. Tra le altre piaghe da sanare,anche quella dei reati contro gli animali. Parliamo di 8.088 reati, più di 22 al giorno, con 7.046 persone denunciate, 2.629 sequestri effettuati e 39 arresti. Legambiente stima che i fatturati illegali legati a queste attività ammontino a 3,2 mld di euro l’anno.

Sul fronte agromafie, nel 2019 aumentano del 54,9% i reati penali e gli illeciti amministrativi in questo settore. Crescono gli arresti (193 quelli eseguiti lo scorso anno, +22,2%), i sequestri (+12,3%, a quota 11.975), le sanzioni, sia penali che amministrative (59.036, con un incremento del 24,6% rispetto al 2018). Un’attenzione particolare meritano i risultati dei controlli effettuati contro l’utilizzo illegale di pesticidi e altri prodotti chimici, compresi quelli messi al bando perché cancerogeni, come hanno rivelato recenti inchieste giornalistiche: 268 i reati penali e gli illeciti amministrativi contestati, 162 persone oggetto di denunce e diffide, 23 sequestri e 216 sanzioni penali e amministrative emesse.  
Per quanto riguarda le archeomafie, nel 2019 sono significativamente in crescita le denunce (1.730 contro le 1.526 del precedente Rapporto), le persone arrestate (73, più del doppio del 2018), i sequestri, 640, con un aumento del 238,6% rispetto a quelli del 2018 ma il dato più significativo è quello che riguarda le opere e i reperti recuperati grazie al lavoro delle forze dell’ordine: ben 905.472, con una crescita del 1.397,7% rispetto al 2018. 
Infine il Rapporto descrive le illegalità sulla gestione di Pneumatici fuori uso (PFU), buste di platica e gas HFC. Le stime, elaborate sulla base delle conoscenze acquisite grazie alle attività svolte dall’Osservatorio flussi illegali di pneumatici e pneumatici fuori uso, fanno oscillare i flussi di pneumatici messi illegalmente in commercio tra le 30.000 e le 40.000 tonnellate annue, con il mancato versamento del contributo ambientale per circa 12 milioni di euro e un’evasione dell’Iva di circa 80 milioni di euro. Uno scenario confermato dalle segnalazioni raccolte attraverso la piattaforma di whistleblowing “Cambio pulito”, attraverso 361 denunce con 301 società, italiane e straniere, segnalate per la vendita illegale di pneumatici, dall’online al dettaglio.  Secondo l’Osservatorio di Assobioplastiche, nel nostro paese vengono commercializzate circa 23.000 tonnellate di buste usa e getta fuori legge, per un valore complessivo di 200 milioni di euro. In media, su 100 buste in circolazione 30 sarebbero completamente fuori norma. Non si tratta soltanto di quelle di plastica ma anche di buste “pseudo-compostabili”: nel corso degli ultimi 5 anni il tasso di non conformità verificato dai laboratori Arpa si è attestato intorno al 60%. Infine, il mercato parallelo e illegale di gas HFC ammonterebbe nel 2019 in Europa ad almeno 3.000 tonnellate. In termini di impatto ambientale, questo commercio illecito può essere valutato in circa 4,7 milioni di tonnellate equivalenti di CO2, pari alle emissioni generate dall’utilizzo medio annuale di 3,5 milioni di automobili di ultima generazione. Secondo l’EFCTC si tratta, con ogni probabilità, soltanto della punta dell’iceberg. Con la presentazione del Rapporto Ecomafia 2020 si concludono i sette incontri tematici organizzati da Legambiente con istituzioni, imprese e associazioni per individuare le migliori proposte per il Piano nazionale di ripresa e resilienza che il Governo italiano dovrà presentare in Europa entro aprile 2021.

Fonte: ecodallecitta.it