Made in Castel Volturno

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Made in Castelvolturno

Sulle etichette di abiti, borse e altri accessori è cucito il nome del marchio: Made in Castel Volturno. Tutti i capi sono prodotti nella Casa di Alice, una sartoria sociale realizzata in un bene confiscato alla camorra, valorizzato con un progetto sostenuto dalla Fondazione CON IL SUD, proprio a Castel Volturno, nel casertano. Un territorio che ospita la comunità italo-africana più numerosa del nostro paese e che più volte è stato raccontato per fatti legati alla criminalità, alla violenza e al degrado. Oggi quel “fatto a Castel Volturno” è sinonimo di qualità, rispetto dei diritti umani e di integrazione. Nel salone della villetta, un tempo appartenuta a Pupetta Maresca, e dal 2010 affidata alla cooperativa sociale Jerry Essan Masslo che la gestisce insieme alla cooperativa Altri Orizzonti, è adibito il laboratorio di sartoria dove ogni capo prende forma.

Moda e integrazione: per Maria Cirillo, responsabile del progetto, è una scommessa vinta, anche se la strada resta ancora lunga, la direzione è certamente quella giusta.

Come è nata l’idea di Made in Castel Volturno?

L’idea nasce più di 10 anni fa quando un gruppo di volontari dell’Associazione Jerry Essan Masslo decide di superare l’ottica del puro assistenzialismo e di andare un po’ avanti, perché sappiamo benissimo che l’integrazione passa soprattutto attraverso il lavoro. Anna Cecere, una dei volontari, aveva il sogno di creare un atelier di moda, partendo proprio da una sartoria. Da questo sogno abbiamo deciso di costruire una cooperativa, Altri Orizzonti, e di aprire il laboratorio di sartoria Made in Castel Voltruno.

Perché avete pensato proprio ad una sartoria?

In Africa c’è una forte tradizione sartoriale: le stoffe, i colori, i vestiti hanno una loro storia. Noi abbiamo cercato di creare un connubio tra la cultura occidentale e la cultura africana, attraverso la moda e le stoffe.

Quindi è un laboratorio permanente che promuove integrazione tra culture diverse e attraverso la tradizione sartoriale, è così?

Questo è il principale obiettivo per poi raggiungere un’occupazione lavorativa che consenta alle persone di vivere in maniera dignitosa.

E ci siete riusciti? Quante persone lavorano in sartoria?

Abbiamo tre sarte provenienti da tre zone diverse dell’Africa, di età molto diverse. Hanno imparato a cucire nella nostra sartoria, che oltre ad essere un laboratorio di promozione sociale e quindi di integrazione, è un laboratorio di formazione che educa al lavoro e insegna un mestiere. La nostra capo sarta Bose ci ha lasciato da poco, insegnava alle altre sarte a cucire. Il sogno va avanti, anche in sua memoria. E speriamo che vada avanti il più possibile per dare alle persone la possibilità di poter imparare a fare una piega, a saper cucire un vestito perché anche questo può costituire una fonte di reddito.

Come vengono pensate le vostre linee, c’è una contaminazione di tradizioni?

È uno studio e una ricerca costante. Certamente cerchiamo di capire cos’è di tendenza, ma questo ci interessa relativamente perché il retroscena è la stoffa e la tradizione africana che uniamo ai nostri prodotti. Una vera contaminazione.

MADEin CastelVolturno // Collezione Autunno-Inverno // Parte 1 from Clelia Carnevale on Vimeo.

Perché avete scelto questo nome per il brand Made in Castel Volturno?

L’abbiamo scelto perché siamo innamorati di Castel Volturno. È un territorio che è stato stuprato e violentato nel corso di decenni, ma offre grandi risorse. Qui abitano circa 72 etnie diverse e questo è sempre stato percepito come un problema. Noi vogliamo far capire attraverso Made in Castel Volturno che persone che vivono e nascono in questo territorio possono creare possibilità e creare qualcosa di bello. La nostra sartoria sociale produce come oggetto finito un vestito, ma ha una storia, quelle delle persone di Castel Volturno.

Sicuramente non tutto va come vorreste, ma con una bacchetta magica cosa cambiereste?

Il nostro desiderio è quello di creare un’economia che definiamo circolare, noi non vogliamo diventare una grande azienda o un grande brand. Vogliamo semplicemente riuscire a sostenerci e a sostenere il nostro sogno con un’economia solidale. Dietro il nostro prodotto c’è una storia.

Cosa bolle in pentola per le prossime collezioni?

Idee regalo afro italiane per Natale, a breve le troverete anche sul nostro sito www.madeincastelvolturno.com

 

Ludovica Siani

Fonte: http://www.conmagazine.it/2018/11/12/made-in-castel-volturno/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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B.E.S.T., giovani fashion designers a Cittadellarte per il futuro della moda sostenibile

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Venerdì scorso i responsabili e lo staff di “Cittadellarte Fashion B.E.S.T.” hanno incontrato alcuni giovani fashion designers che operano nel campo della moda sostenibile. Un confronto sul tema che ha posto le basi per la nascita del nuovo progetto “Sustainable Fashion Best Platform”.

Tanti volti e brand uniti in una sola mission: la moda sostenibile. Il 9 novembre, si è tenuto un incontro organizzato da “Cittadellarte Fashion B.E.S.T.“, officina operativa di Cittadellarte che si dedica allo sviluppo della sostenibilità bio-etica nell’ambito del settore tessile. L’evento ha coinvolto giovani fashion designers oltre a figure istituzionali del settore per dare vita ad una piattaforma, costantemente aggiornata, che permetta di esplorare e conoscere il tema della sostenibilità nella moda, con una visione completa del tema attraverso esempi virtuosi. Queste sono le principali finalità del nuovo progetto che ha visto a Cittadellarte il coinvolgimento e la partecipazione ‘attiva’ di alcuni giovani fashion designers di caratura internazionale. Hanno preso parte all’iniziativa figure del calibro di Tiziano Guardini, Flavia La Rocca, Bav Tailor e Silvia Giovanardi, oltre a Maria Teresa Pisani (Economic Cooperation and Trade Division dell’United Nations Economic Commission for Europe) e ai rappresentanti del Milano Fashion Institute. Venerdì scorso, quindi, si è dato vita a un confronto costruttivo che ha posto le basi per lo sviluppo del progetto “Sustainable Fashion Best Platform”, di cui verranno svelati i dettagli in seguito. L’obiettivo di B.E.S.T., in merito all’iniziativa, è sostenere i giovani fashion designers che mirano a diventare sempre più concreti nell’applicazione della sostenibilità nell’ambito moda, ispirandosi ai principi del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto e lavorando in linea con i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite.best-giovani-fashion-designers-cittadellarte-futuro-moda-sostenibile-1542621200

 

L’impressione, quindi, è che l’appuntamento della scorsa settimana sia stato il primo capitolo di un nuovo percorso all’insegna della sostenibilità, come si evince dalle parole di Olga Pirazzi, responsabile Ufficio Moda di Cittadellarte: “I giovani fashion designers sono molto impegnati e fanno ben sperare ad una proiezione futura di moda sostenibile. Cittadellarte, in questo senso, può davvero diventare un polo di riferimento internazionale: il vero motore è proprio l’arte, come ‘mezzo’ potenziale di bellezza, etica e comunicazione. La credibilità del progetto si distinguerà per un collettivo che possa cambiare il modo di fare moda, un gruppo di individualità singole che, sinergicamente, lavorino insieme”.

Alle sue parole hanno fatto eco quelle di Silvia Giovanardi, co-fondatrice e direttore creativo di “WRÅD“: “Se dovessi definire la magia che si crea quando si è insieme, dal piccolo nucleo di due, a un gruppo cospicuo di persone che diventano unicum per perseguire un unico obiettivo, le parole non sarebbero sufficienti. Questo – argomenta – perché avrei bisogno di mettere in campo tutte le arti, come del resto magistralmente fa Michelangelo Pistoletto e come siamo chiamati a fare in quanto portatori di un manifesto che ci onora e riveste di grande responsabilità. Mi riferisco, nello specifico, a rendere questa moda un modus che ci aiuti ad uscire dall’empasse creato da noi stessi attraverso ‘lei’ e, così, proprio scardinando il sistema dal suo interno e oliando gli ingranaggi di questa macchina infernale con l’arte, la possiamo trasformare in una macchina dei sogni che diventano realtà. Per questo dico grazie a Cittadellarte che rende l’apparenza impossibile una sostanza possibile”.

Un feedback molto positivo anche da Maria Teresa Pisani, che si è così espressa sull’incontro: “È stato un brainstorming con i fashion designers dove si è discusso di come la sostenibilità possa essere bellezza e di come l’arte possa rivelarsi un driver importante. I designers hanno un ruolo di rilievo sul discorso della sostenibilità: la chiave per avanzare in questo settore è ingaggiarli e lavorare con loro e con tutti gli attori della filiera. È molto incoraggiante che, nonostante la giovane età, percepiscano la responsabilità del loro ruolo e siano così impegnati nella causa. Le idee emerse sono promettenti e noi, come Nazioni Unite, ci aspettiamo che il loro coinvolgimento sia serio e duraturo nel tempo. Speriamo quindi di ‘averli’ presto nei nostri progetti con un ruolo molto attivo”.

Foto copertina
Didascalia: B.E.S.T., giovani fashion designers a Cittadellarte
Autore: Cittadellarte

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/best-giovani-fashion-designers-cittadellarte-futuro-moda-sostenibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Be Kind: “Vi raccontiamo la bellezza delle diversità”

Essere diversi non costituisce un limite alla felicità ma, al contrario, può rappresentare un valore aggiunto ed un’opportunità di trasformazione positiva. Lo testimoniano Sabrina Paravicini, attrice e scrittrice, e suo figlio Nino Monteleone, tredicenne con diagnosi di autismo, che insieme hanno dato vita al progetto e al documentario “Be Kind”, un viaggio gentile nel mondo della diversità.

“Un giorno mia mamma mi ha proposto di fare un progetto per il cinema e io ho accettato!”. Con queste parole Nino, che ha tredici anni appena compiuti, inizia a parlarci di Be Kind, un film autoprodotto che racconta con gentilezza il mondo delle diversità attraverso varie interviste che il ragazzino, in cappotto e cravatta rossa, rivolge con delicatezza, ironia e spontaneità a persone “rare”. Perché, come dice Nino, “essere diversi è come un elefante con la proboscide corta, una rarità”.

Il film rappresenta la tappa di un viaggio familiare iniziato dieci anni fa, un percorso che ha portato Nino Monteleone, al quale all’età di due anni e mezzo è stato diagnosticato l’autismo, e la sua famiglia a trasformare una situazione difficile e potenzialmente tragica in una opportunità ed una coraggiosa avventura.

“Dopo la diagnosi abbiamo vissuto un momento di rabbia e profonda sofferenza. In seguito, con coraggio, abbiamo reagito, dando a Nino tempo e totale fiducia. Non ho affrontato la diversità di mio figlio come un problema ma piuttosto come una ricchezza. Tutto ciò ha portato Nino a fare dei progressi che i neuropsichiatri hanno definito eccezionali: ha risolto i suoi problemi relazionali, acquisito autonomia e imparato a leggere e scrivere, ha scritto anche dei romanzi, ad oggi cinque! Adesso il suo viene considerato un autismo ad altissimo funzionamento, molto vicino alla Sindrome di Asperger”, ci racconta l’attrice e scrittrice Sabrina Paravicini, mamma di Nino e regista di “Be Kind, un viaggio gentile nel mondo della diversità”.

“Ho pensato di raccontare tutto questo non in modo biografico ma attraverso lo sguardo e le persone che avevamo incontrato, persone che hanno fatto della diversità un valore aggiunto. Volevo che Nino percepisse l’importanza dell’autonomia e comprendesse che essere diversi non è un limite. In questo viaggio, infatti, abbiamo incontrato molte persone che ‘sulla carta’ o per l’idea comune che si ha del disabile fisico o psichico potevano non avere autonomia e invece la hanno raggiunta eccome. Volevo mostrare, in particolare a Nino, che tutti siamo diversi, tutti siamo unici e quindi, in qualche modo, tutti siamo uguali”.SELFI-SET-1024x768

La realizzazione di “Be Kind” ha rappresentato per Nino un’avventura avvincente, lo si percepisce dall’entusiasmo con cui ci racconta le storie delle persone che ha incontrato. “Valerio, un judoka esperto e non vedente, Giulia, che ha una fidanzata omosessuale, Sara, un’attrice musulmana che si è tolta il velo, Jonis, un compositore afroitaliano, Gianluca, l’inventore di un’app pensata per ridurre i problemi comunicativi delle persone che hanno avuto una lesione cerebrale, Laura, che dipinge con la bocca perché non ha l’uso delle mani”.

Nino ha intervistato anche l’astronauta Samantha Cristoforetti, prima donna italiana andata nello spazio, l’attore Fortunato Cerlino, che aiuta un giovane attore con autismo a preparare la scena madre di Robert De Niro in Taxi Driver, e il giornalista Roberto Saviano, che vive sotto scorta. “Con Saviano ho parlato delle chiavi della felicità, partendo dalla teoria del filosofo Epicuro. Gli ho spiegato come essere felice”, racconta Nino ricordando quell’incontro. “Perché Nino è una persona felice – sottolinea Sabrina – ed è proprio questo che volevo far capire attraverso il documentario”.

La felicità, infatti, è uno dei concetti principali di questo film. “In Be Kind si vede la felicità delle persone che hanno trovato una chiave di lettura della propria vita e hanno fatto della diversità un punto di forza. Tutte le persone che si raccontano nel film sono partite da una situazione che era in qualche modo senza speranza ma tramite la volontà e un’attitudine a cercare la felicità hanno dato una svolta alla loro esistenza. Chi ha fatto della propria diversità una forza ha una vita molto felice. Nino parla molto di felicità e io lavoro tantissimo affinché lui sia una persona felice, una persona con una solida autostima ed una grande gioia di vivere. E questi, ho notato, sono elementi comuni alle persone che abbiamo incontrato”.ìbe-kind-2

Nel film il tema della felicità va di pari passo con la gentilezza. “Il titolo ‘Be Kind’ nasce dal fatto che io e Nino siamo delle persone gentili. Nino in particolare è gentilissimo, come lo sono anche le persone che abbiamo incontrato in questo viaggio. Soprattutto, però, l’obiettivo di Be Kind è legato alla gentilezza: desideriamo infatti creare una rete di gentilezza intorno alla diversità”.

“La gentilezza – continua Sabrina – viene spesso scambiata per debolezza ma al contrario è qualcosa di molto potente. Non ha a che fare con la compassione, è un’indole ma anche un atto coraggioso e una scelta cosciente che può portare a grandi risultati, ad esempio nella risoluzione di un conflitto”.

“Vorrei – afferma Sabrina – che Be Kind diventasse un’etichetta di gentilezza, qualcosa che possa fare da catalizzatore per le persone e diffondere messaggi positivi, in questo periodo storico in particolare. A differenza di quello che spesso emerge dai media, io sono convinta che la maggior parte delle persone sia perbene, sebbene ci siano episodi negativi che giustamente vengono denunciati e malgrado i cattivi esempi di chi dovrebbe rappresentarci. In passato la situazione era peggiore ma se ne parlava meno. Pensiamo ad esempio alla scuola che una volta era molto meno inclusiva di oggi. Il problema è che la gentilezza, come le belle notizie, non fa notizia! Ma la gentilezza, ne sono convinta, trionferà. Le cose cambiano, bisogna avere fiducia e dare tanta fiducia ai propri figli”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/11/io-faccio-cosi-230-be-kind-bellezza-diversita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

A Como il primo Liceo Artigianale d’Italia

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Artigianale di Como

Offrire agli studenti concrete opportunità occupazionali e riconquistare il grande patrimonio della tradizione artigiana italiana. Con questi obiettivi è nato a Como per iniziativa dell’associazione Cometa il primo Liceo Artigianale d’Italia che da tre anni propone ai ragazzi un percorso liceale innovativo, basato sulla sapienza artigianale e sul principio dell’”imparare facendo”. Per saperne di più abbiamo intervistato Giovanni Figini, coordinatore della scuola Oliver Twist che ospita il liceo.

Da dove nasce l’idea di dar vita ad un Liceo artigianale?

Oggi più che mai si avverte la necessità di un cambiamento della pedagogia dell’insegnamento a scuola, che non può essere più solo un posto dove si trasmettono informazioni attraverso le lezioni frontali ma deve divenire un luogo in cui si sviluppano competenze partendo dall’esperienza. Il progetto è nato proprio per soddisfare un’esigenza comune emersa dal dialogo con le famiglie, con i ragazzi, con il mondo del lavoro e con le università. Questi interlocutori manifestavano il bisogno di un percorso che coniugasse la tradizione liceale italiana – in particolare quella del liceo scientifico – con la tradizione artigianale e manifatturiera che caratterizza l’Italia e per cui siamo famosi in tutto il mondo. Siamo il Paese della moda, del design, del buon vino, del buon cibo. Potremmo dire che siamo la bottega artigiana del mondo. Una sapienza che rischia però di andare perduta perché le generazioni degli artigiani stanno finendo e, tendenzialmente, non ci sono eredi che possano rivitalizzare questo tessuto. Ecco, noi abbiamo raccolto questa sfida, animati dal desiderio di avviare nuovi percorsi di formazione professionale rivolti a quei ragazzi che un domani potrebbero diventare imprenditori o innovatori del settore dell’artigianato, tesoro prezioso del nostro Paese.

Come si svolge una giornata tipo all’interno delle vostre classi? Cosa caratterizza questo percorso di studi?

Il nostro liceo prevede, oltre all’insegnamento delle materie tradizionali, un potenziamento delle attività di laboratorio e dell’alternanza scuola-lavoro. I nostri studenti arrivano a scuola verso le 8.15. Vengono accolti nelle aule dai docenti che pongono loro una domanda introduttiva alla quale i ragazzi provano a rispondere: questo è l’avvio della giornata. Dopo iniziano le varie attività che, in parte, consistono in lezioni curricolari inerenti le discipline tipiche di un liceo scientifico delle scienze applicate. Queste materie vengono però proposte con un metodo alternativo: noi lavoriamo suddividendo il percorso di studi in periodi definiti da un progetto o problema guida da affrontare. Una delle domande guida è ad esempio: cosa succede all’uomo quando osserva il mondo? Facciamo così per riportare l’attenzione sul significato, l’essenzialità e l’origine di quella disciplina. Più che esporre lezioni teoriche partiamo dunque da un caso concreto o da un problema attuale da risolvere in un bimestre al termine del quale i ragazzi realizzano dei prodotti culturali (video, cortometraggi, esperimenti, ricerche). Gli studenti vengono quindi chiamati a creare con ciò che hanno imparato. Anche il metodo che seguiamo, dunque, può essere definito “artigianale”.

Sono poi previste delle ore settimanali di laboratorio artigianale. Quest’anno il tema scelto per il laboratorio è il verde quindi i ragazzi svilupperanno un percorso turistico all’interno del bosco del parco di Cometa volto da una parte a mappare il bosco da punto di vista geologico e naturalistico e dall’altra a costruire un percorso guidato per il pubblico al quale verrà aperto il parco. Inoltre, in un’ottica di alternanza scuola-lavoro, a partire dal secondo anno i nostri ragazzi vengono mandati per alcuni periodi presso imprese artigiane, in Italia o all’estero, scelte anche in base agli interessi degli studenti. Il nostro desiderio è infatti quello di far conoscere ai ragazzi realtà artigianali alle quali possano in qualche modo affezionarsi e che possano in futuro rappresentare il fulcro delle loro attività e del loro impegno, che potrebbe essere incentrato nel ridar vita e innovare quella determinata tradizione. Il tirocinio ha la durata di cinque settimane continuative con un rientro settimanale a scuola. Questa esperienza rappresenta così una palestra di vita e di consapevolezza, oltreché che un’occasione di apprendimento di determinate competenze.

Quali sono gli sbocchi professionali offerti da questo percorso di studi?

Innanzitutto, trattandosi di un liceo, il percorso di uscita che si immagina è quello universitario, anche se chiaramente non è un percorso obbligato. Tuttavia, qualsiasi strada i nostri ragazzi decideranno di percorrere, avranno già alle spalle un’esperienza pratica, determinate competenze acquisite ed una conoscenza delle realtà imprenditoriali esistenti. Tutto ciò potrà aiutarli ad orientarsi nel mondo del lavoro.

Recenti studi sul trend dell’occupazione nei paesi ad alto reddito concordano nell’affermare che l’artigianato e tutti i lavori basati sul “saper fare con le mani” saranno tra le professioni più ricercate nei prossimi 10 anni. Cosa ne pensa di questa attenzione verso il settore artigianale?

Siamo in un periodo storico in cui anche diversi filosofi stanno scrivendo su questo tema. Penso ad esempio a “L’uomo artigiano” di Richard Sennet. Stanno fiorendo insomma molte pubblicazioni su questo argomento. Per quanto ci riguarda ci auguriamo di non restare gli unici a proporre questo percorso formativo. Noi siamo stati i primi ma il nostro augurio è che vengano avviate altre esperienze liceali di questo tipo. D’altra parte anche le aziende dovrebbero farsi carico di un compito educativo e formativo.  Questa è un’altra sfida che purtroppo al momento non tutte le aziende colgono.

In altre parole, se da una parte la scuola deve andare incontro alle aziende, dall’altra le aziende devono incontrare la scuola, aprendo le proprie porte e insegnando ai ragazzi i segreti del mestiere.

 

Alessandra Profilio

Fonte: http://www.conmagazine.it/2018/11/12/a-como-il-primo-liceo-artigianale-ditalia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Vestiti nuovi per neonati? Un enorme spreco di soldi, tempo e risorse

Avete mai pensato a quante risorse si sprecano per la produzione di vestiti nuovi per neonati? E quanti soldi e tempo perdono i genitori per l’acquisto di capi destinati ad essere usati pochissime volte e spesso realizzati con materiali che fanno male alla pelle? A partire da queste domande e ispirato dalla nascita di una nipotina, Vincenzo Rusciano ha deciso di creare YouKoala, startup nata con l’idea di ‘far viaggiare’ e scambiare abiti dei bambini da 0 a 12 anni di qualità controllata e certificata. Nell’epoca in cui nascono progetti per il recupero del cibo o per la salvaguardia dell’acqua, non tutti pensano ai vestiti come fonte di spreco ambientale. Ma qualcuno lo ha fatto e per far fronte a questo problema ha creato YouKoala, startup dedicata al riuso di vestiti per neonati.boy-1916204_960_720

Non tutti lo sanno ma per ogni maglietta che viene prodotta se ne vanno 2.700 litri d’acqua e in media il 73% dei vestiti da noi utilizzati va al macero. Che è una cosa molto comune quando si tratta di vestiti per neonati: un mese e la taglia è cambiata. Infatti è proprio la nascita di una nipotina a ispirare Vincenzo Rusciano, CEO di YouKoala, e a fargli aprire gli occhi su un mondo che fino a quel momento non aveva considerato. All’esperienza personale si somma però una consapevolezza ambientale, che è la base fondante di questo progetto: «Io sono un attivista ambientale, mi piace informarmi su tante cose e sono arrivato alla consapevolezza che i vestiti sono la prossima plastica», ci spiega.

«Le case di moda prima facevano due collezioni all’anno, ora ne fanno 5, 6 o addirittura 7. Tutto questo contribuisce a distruggere gli ambienti naturali e spesso si usano anche dei materiali che fanno male alla pelle delle persone». Vincenzo, che ha già avuto esperienze in altre startup, lavora con Livio Pedretti, CTO, e con il supporto fondamentale di Vincenzo Fierro, pediatra ed allergologo. Tutti condividono la necessità di porre un freno allo spreco che c’è dietro la produzione di vestiti e di creare un vestiario che sia di qualità, non dannoso per la salute. La qualità dei capi che YouKoala propone è sempre controllata e certificata: «I capi che proponiamo nei nostri kit sono fatti di cotone organico certificato GOTS, il che significa sia che il cotone è effettivamente di qualità sia che nella sua produzione non è stata utilizzata manodopera infantile».booties-2047596_960_720

Ma come funziona esattamente? C’è un sito a cui ogni genitore può registrarsi per richiedere un kit di vestiti per neonato sottoscrivendo una sorta di abbonamento mensile. Il pacco (fatto di cartone riciclato con chiusura a lacci, in modo da essere riutilizzato più volte) può arrivare ogni tre o sette settimane a casa di chi lo richiede e può contenere 12, 24 o 48 capi. Quando arriva il nuovo pacco, il vecchio viene restituito e i vestiti usati verranno lavati e sterilizzati in una lavanderia esterna in modo da essere riutilizzati senza rischi. In questo modo i vestiti per neonato viaggiano, vengono riutilizzati, mai buttati dopo qualche mese nel cassonetto. Un’operazione che al giorno d’oggi è necessaria perché quella solidarietà fra famiglie e quello scambio continuo tende a perdersi, soprattutto nelle grandi città. Il 70% dei clienti di YouKoala proviene infatti dall’Emilia Romagna in su ed è attratto proprio da questa filosofia di sostenibilità ambientale alla base. «All’inizio c’è molta sorpresa da parte delle persone, perché è una cosa abbastanza differente; ma poi quando ne parli ti dicono che ha senso. E i genitori in particolar modo apprezzano questa nostra ‘magia’ perché si sentono responsabili della salute dei loro bambini e dell’ambiente».

Un apporto fondamentale, nella nascita di YouKoala, è stato dato da alcune mamme. Prima dell’apertura, infatti, Vincenzo e gli altri hanno sondato il terreno attraverso un gruppo Facebook di mamme e non a caso il loro apporto è risultato fondamentale, perché dettato dall’esperienza diretta.shoes-505471_960_720

«È una cosa bellissima, che nasce con delle motivazioni molto forti e che pian piano sta cambiando la mentalità delle persone», ci racconta Vincenzo, che si ritrova spesso a confrontarsi anche con chi la pensa differentemente da lui e chi giudica la startup poco utile. In realtà spesso succede, però, che gente che prima non pensava allo spreco che si verifica per la produzione di vestiti adesso ci pensi: già questa è una conquista. Il prossimo passo è espandersi, pensare ad una moda che salvaguardi l’ambiente e che sia effettivamente di qualità. Ma è ancora un obiettivo lontano. La direzione, comunque, è ben orientata: «Spero che tutto questo permetterà al mondo di diventare un posto sostenibile».

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/11/vestiti-nuovi-neonati-spreco/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Maltempo, FIMA: strage figlia di abusivismo e dissesto idrogeologico

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“La strage di questi giorni di maltempo è figlia del dissesto idrogeologico, della mancata manutenzione del territorio, dei cambiamenti climatici, dell’abusivismo edilizio. Altro che dell’ambientalismo da salotto, di cui ha parlato il vicepremier Matteo Salvini.” È quanto afferma Roberto Giovannini, giornalista de La Stampa e presidente della Fima, la Federazione Italiana dei Media Ambientali, l’associazione che raccoglie in giornalisti e i comunicatori che si occupano di ambiente e sostenibilità.

“È vero l’esatto opposto – prosegue Giovannini – La colpa è dell’anti-ambientalismo militante che da sempre si è disinteressato di mettere in sicurezza il territorio, ha minimizzato i cambiamenti climatici, e ha varato ripetuti condoni. Un virus perverso che infetta questo governo, viste le sanatorie in arrivo per Ischia e le zone terremotate dell’Italia centrale”.

La Fima ricorda che dalla fine della guerra al 2012, secondo calcoli di Legambiente, sono 61,5 i miliardi di euro spesi soltanto per fronteggiare i danni provocati dagli eventi estremi nel territorio italiano. E che l’Italia è tra i primi Paesi al mondo per risarcimenti e riparazioni di danni da eventi di dissesto, con circa 3,5 miliardi di spesa l’anno.

“Quanti morti e quante tragedie – è la conclusione del Presidente di Fima – dovranno ancor accadere prima che si comprenda che la vera e unica opera pubblica che è necessaria al Paese è la messa in sicurezza dei territori?”

Cos’è la FIMA – Federazione Italiana Media Ambientali

La Federazione Italiana Media Ambientali (FIMA) è stata fondata il 24 aprile 2013 durante il “Festival internazionale del giornalismo” di Perugia. Ha lo scopo di promuovere e migliorare la comunicazione ambientale, diffondere la cultura della sostenibilità, anche in collaborazione con analoghe organizzazioni di altri paesi, concorrendo in questa maniera alla tutela e valorizzazione dell’ambiente.

Fonte: agenziapressplay.it

“La mia pensione? La dedico agli animali feriti”

Va in pensione e salva 450 vite. Dopo aver lavorato intensamente come direttore delle dogane svizzere, Giancarlo Galli ha deciso di dedicare il suo tempo alla cura degli animali feriti e maltrattati fondando un posto speciale immerso nei boschi della provincia di Varese: il Rifugio Animali Felici.  Il Rifugio Animali Felici è un luogo di pace e di speranza dove gli animali feriti o maltrattati trovano accoglienza, cure, amicizia e amore. A tutti loro viene dato un nome e viene fatta la promessa che mai più dovranno temere l’uomo. Il rifugio si trova a Brissago Valtravaglia, in provincia di Varese, ed è immerso nei boschi. Quando si imbocca il vialetto un cartello chiede di rallentare e piano piano si entra in un luogo davvero magico. Avvicinandosi si viene accolti calorosamente da qualche ospite del rifugio (un gatto, un cane, a volte qualche gallina) e questo benvenuto ha un valore enorme: sapendo da quali realtà arrivano, è bellissimo sapere che quegli animali di te si fidano. Quasi tutti gli ospiti del rifugio, infatti, sono stati in passato vittime della crudeltà o dell’ignoranza dell’uomo.rifugio-animali-felici

Subito dopo questi nuovi amici speciali, a darmi il benvenuto è Giancarlo Galli, il fondatore del rifugio, un simpatico signore che dal 2002 dedica la sua vita ad aiutare gli animali in difficoltà. Mentre mi accompagna per il rifugio, ci vengono incontro tutti gli altri animali, anche quelli che solitamente non abbiamo modo di conoscere e apprezzare perché siamo stati educati a tenerli lontani dal nostro immaginario di “animali da compagnia”: maiali, pecore, tacchini e molti altri. Sono tutti curiosi, allegri e vengono a darmi il benvenuto o a chiedere una carezza, soprattutto i maiali.  Avvicinarmi a loro e guardarli negli occhi è un’esperienza indescrivibile, lo sapete che hanno degli occhi bellissimi? Soprattutto non hanno per niente un cattivo odore e non sono aggressivi, tutt’altro. Il giro continua e Giancarlo, mostrandomi tutto con orgoglio, mi racconta come è nato il progetto: si commuove ancora e io faccio una gran fatica a cacciare indietro le lacrime. Mi dice che la prima creatura salvata è stata una vitellina. Circa 18 anni fa, da un po’ di tempo in pensione, stava facendo una passeggiata e ha sentito un lamento talmente forte che era impossibile ignorarlo. Ha deciso dunque di seguire quel richiamo straziante trovando così in una gabbia lei, piccola, impaurita e affamata. Senza pensarci due volte ha forzato la gabbia, preso in braccio quella povera anima e l’ha caricata sulla sua auto, salvandola da un destino atroce. Il giorno dopo Giancarlo è andato a comunicare il suo furto al proprietario sottolineando non solo che non era pentito di averlo fatto ma che non avrebbe restituito l’animale per nulla al mondo. Da quel momento ha avvertito dentro di lui l’urgenza di salvare altri animali in difficoltà ed è così che è nato il progetto del rifugio. La vitellina è cresciuta ed è rimasta con lui moltissimi anni, ha vissuto una vita degna e felice e Giancarlo conserva la sua foto in cima a tutte le altre in una stanza riscaldata del rifugio, dove dormono tantissimi gatti, sopra soffici coperte, cuccette e divani. Da allora è passato molto tempo e in tutti questi anni Giancarlo ha aiutato e salvato tantissimi animali, si è scontrato con persone senza scrupoli ma ha anche incontrato persone che hanno creduto al suo progetto e lo hanno aiutato ad andare avanti.15672988_674373422723427_2346041007557874482_n

Oggi Giancarlo dedica ogni momento del giorno e della notte agli animali, soprattutto la notte perché è lui che la forestale chiama ogni volta che trova un animale in difficoltà, soprattutto animali selvatici spesso investiti sulle strade in piena notte. Ogni volta, con una forza fisica e mentale davvero ammirabile, l’uomo prende il suo furgoncino e va ad incontrare l’ennesima creatura sofferente, la porta al rifugio, prestando le prime cure e quasi sempre vegliando su di lei tutta la notte fino all’arrivo dei suoi collaboratori e del veterinario.  Sono stata per un po’ di tempo al rifugio e mi sono così resa conto del grande lavoro che Giancarlo ed i volontari svolgono ogni giorno per curare i 450 animali di varie specie che si trovano in questo posto. Il momento che Giancarlo preferisce è la sera, quando tutti vanno via, perché può rimanere da solo con i suoi animali, parlarci e godere della loro compagnia e della pace che si respira. Si siede su una poltrona, gli animali gli si avvicinano e si mettono a dormire vicino a lui, sentono che sono al sicuro e lui a sua volta si sente così con loro. I suoni intorno si calmano e c’è una pace indescrivibile, soprattutto è meraviglioso vedere come gli animali stiano in armonia tra loro, pur essendo di specie diverse e ognuno con tristi storie alle spalle. Spesso, durante queste serate Giancarlo mi guardava e mi diceva: “Esiste qualcosa di più bello di questo al mondo?” Io mi limitavo a sorridere perché sembrava che anche un minimo sussurro avrebbe spezzato quella magia.25353718_846064278887673_4162809886310115888_n

Il Rifugio Animali Felici è tutto questo e molto di più, è un luogo dove gli animali trovano finalmente la pace. Alcuni possono vivere molto a lungo e sentirsi finalmente liberi, altri sopravvivono per poco tempo ma in quegli ultimi giorni di vita non vengono mai lasciati soli. Spesso infatti molti animali non ce la fanno perché arrivano al rifugio in condizioni troppo disperate. Anche se scomodo e brutale, penso che le persone dovrebbero vedere tutto questo per acquisire realmente consapevolezza su temi come la caccia, gli allevamenti intensivi, la vivisezione e gli abbandoni.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/11/pensione-dedico-agli-animali-feriti/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Il Made in Italy eccelle (ancora) nel mondo. Intervista a Santo Versace

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Fondazione Altagamma

Da sempre riconosciuto e apprezzato nel mondo per la sua bellezza e unicità, l’artigianato italiano può e deve ricoprire un ruolo centrale nel futuro del nostro Paese, che dovrà essere costruito proprio a partire dalla valorizzazione delle eccellenze del Made in Italy. Ne è convinto l’imprenditore Santo Versace, il maggiore dei fratelli Versace, presidente della Gianni Versace SpA e presidente fondatore della Fondazione Altagamma. Lo abbiamo intervistato e abbiamo parlato con lui del valore attuale delle produzioni artigiane del nostro Paese, delle opportunità che il Made in Italy può offrire alla crescita economica e culturale dell’Italia e della missione di Altagamma, dalla sua nascita impegnata nella promozione della bellezza e dello stile italiani nel mondo.

L’Italia può essere definita la “bottega artigiana del mondo”. Ritiene che le produzioni artigiane d’eccellenza italiane possono ancora rappresentare un volano per il nostro Paese? Quali le principali sfide da affrontare oggi?

Tra i Paesi industrializzati l’Italia gode di un posto di prestigio proprio grazie alla riconosciuta tradizione artigiana. L’eccellenza della sua produzione manuale è riconosciuta a livello globale: sartoria, oreficeria, prodotti agroalimentari, componentistica. La grande tradizione artigianale italiana non è affatto destinata a scomparire. Nei prossimi anni aumenteranno anzi le richieste di professionalità basate su competenze umane che le macchine non potranno rimpiazzare. Se da un lato la nostra vita sarà sempre più permeata da tecnologia, informatica e robotica, dall’altro il mondo del lavoro sarà caratterizzato da una ricerca e recupero delle tradizioni e delle eccellenze, solo la qualità sopravviverà alla grande distribuzione e all’omologazione e l’Italia dovrà essere capace di guardare al futuro puntando alla valorizzazione del proprio patrimonio culturale che ci rende unici e amati nel mondo.

Esclusività, artigianalità, qualità e classicità: si assiste oggi ad una maggiore attenzione da parte dei consumatori verso questi valori. A cosa è dovuta questa tendenza? Si tratta di una “moda passeggera” o di qualcosa di più profondo?

La ripresa dei valori quali esclusività, artigianalità, qualità, classicità è senza tempo. Questa tendenza riguarda prevalentemente i consumatori “vecchio stampo” e si consolida con il crescere dell’età. Nel Made In Italy la provenienza dei prodotti è una discriminante per l’80% dei consumatori, soprattutto nei Paesi emergenti, e in un mondo globalizzato dove la grande distribuzione sacrifica spesso la qualità alla quantità l’Italia gioca e giocherà in futuro un ruolo determinante solo se saprà innovare rimanendo fedele alla tradizione e mantenendo un livello elevato sia delle maestranze che dei prodotti.

Lei è anche presidente fondatore della Fondazione Altagamma. Quando è nata e qual è la sua missione?

Altagamma nasce nel 1992 per riunire e mettere a sistema le imprese dell’alta industria culturale e creativa italiana che promuovono nel mondo l’eccellenza, l’unicità e lo stile di vita italiani. Imprese della moda, del design, della gioielleria, dell’alimentare, dell’ospitalità, della velocità e del wellness, che sono ambasciatrici mondiali dello stile di vita italiano.

Da parte sua, Altagamma si prefigge la mission di contribuire alla crescita e alla competitività di queste imprese, offrendo così anche un contributo allo sviluppo economico del Paese. E oltre alla mission, ha anche una visione, ambiziosa ma raggiungibile: in qualità di ambasciatrice nel mondo dello stile di vita italiano, intende essere un ecosistema creativo e culturale che costituisce il più importante acceleratore del Made in Italy.

Quali attività porta avanti?

Nell’ambito della promozione, Altagamma realizza, spesso in partnership con Istituzioni, privati e associazioni, progetti e attività che mirano a valorizzare l’industria culturale e creativa e il Sistema Paese nel suo complesso. Tra questi, la video-installazione Panorama sulla Bellezza Italiana, il programma di promozione del turismo internazionale di fascia alta presso le imprese del Made In Italy, Altagamma Italian Experiences, e il progetto Milano XL – La Festa della Creatività Italiana. Nell’ambito dello sviluppo, Altagamma agisce ad ampio spettro per rafforzare la competitività delle imprese: dalla conoscenza dei mercati (realizzando 8 studi annuali con i più autorevoli partner di ricerca internazionali) alle relazioni istituzionali, dalle attività di networking a quelle dedicate alle tematiche specifiche del settore.Nell’ambito della cultura d’impresa, la Fondazione affianca gli imprenditori con diverse modalità di counseling, tra cui gli incontri della Consulta Strategica, collabora con SDA Bocconi nei tre Master Internazionali rivolti ai futuri manager della Moda, del Design del Food e dell’Art Administration e valorizzando con varie attività e progetti il saper fare manuale e la sapienza artigianale che sta alla base del successo dei prodotti italiani di alta gamma.

Quali imprese fanno parte di Altagamma e per cosa si distinguono?

Unica per la sua trasversalità, Altagamma accoglie brand dei settori della moda, del design, della gioielleria, dell’alimentare, dell’ospitalità, della velocità e del wellness e della nautica. Si distinguono per la qualità, l’eleganza e l’innovazione dei loro prodotti, per il fatto di rappresentare – ciascuno a suo modo – l’italianità al suo livello più alto.

Dalla sua nascita, nel 1992, Altagamma è cresciuta fino ad includere quasi 100 soci in 10 differenti settori, garantendo così un’ampia rappresentatività dell’industria del bello italiano.

Secondo gli ultimi studi il mercato del lusso è in crescita e questa tendenza sarà confermata nei prossimi anni.

Il 2017 si era chiuso con segnali positivi per i beni di lusso per la persona, grazie alla ripresa dei consumi europei, sia locali che turistici, e da parte dei cittadini cinesi, in casa e all’estero. Il 2018 continua con un trend positivo confermando ed incrementando la performance del settore, in tutte le aree geografiche con una netta crescita del mercato.

I consumi di alto livello non conoscono crisi? E che ruolo ha o può avere questo settore nell’economia italiana?

No i consumi dei beni di lusso non conoscono crisi, rappresentano un mercato che, secondo il recente Monitor Altagamma sui Mercati Mondiali, realizzato da Bain & Company, raggiungerà nel 2018 un valore tra i 276 e i 281 miliardi di euro fino a raggiungere nel 2025 i 390 miliardi di euro, crescendo a un tasso medio annuo del 4-5%. E questo solo per i beni di lusso per la persona. Se consideriamo il totale del mondo del lusso (includendo Design, ospitalità, automobili, yachts) arriviamo a quasi 1200 miliardi di euro, con più di 400 milioni di consumatori. L’Italia è protagonista di questo mercato mondiale di alta gamma: i brand italiani detengono il 23% di quota di mercato mondiale nei beni di lusso personali, il 30%  dell’arredamento di design, il 22% del food&beverage e ristoranti, il 9% di vini e liquori, il 9% della nautica. In media quindi, i brand italiani rappresentano circa il 10% del totale mondiale.

Cosa è il Premio Giovani Imprese?

Il Premio dedicato da Altagamma alle imprese più promettenti del Made in ITaly. È organizzato in collaborazione con Borsa Italiana, Maserati, SDA Bocconi. È rivolto a tutte le realtà italiane presenti sul mercato da non più di 10 anni i cui prodotti esprimano qualità e contemporaneità. Si rivolge non ai singoli talenti creativi ed imprenditoriali quanto ad aziende che, pur giovani, stanno svolgendo un percorso promettente di consolidamento e che possono trovare in Altagamma e nei partner del progetto un supporto importante per la crescita.

Alessandra Profilio

Fonte: http://www.conmagazine.it/2018/11/12/il-made-in-italy-eccelle-ancora-nel-mondo-intervista-a-santo-versace/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’inquinamento spinge le famiglie ad abbandonare le città

Secondo uno studio condotto sugli alunni delle scuole di Londra, i bambini hanno perso fino al 5% della propria capacità polmonare a causa dell’inquinamento. Proprio la qualità dell’aria è diventato quindi un fattore determinante per la scelta della scuola e della residenza di molte famiglie. Un numero sempre maggiore di genitori sta disiscrivendo i propri figli da scuole anche rinomate per via della qualità dell’aria delle zone in cui si trovano. Alcuni di loro pensano addirittura di abbandonare le città per paura degli effetti che l’inquinamento atmosferico provocato dai veicoli diesel può avere sulla salute. Uno studio pubblicato sulla rivista Lancet ha rilevato che le emissioni dei motori a gasolio ostacolano la crescita dei polmoni dei bambini, provocando danni permanenti. La ricerca, condotta su un campione di più di 2000 studenti londinesi, è stato il primo studio in cui l’inquinamento da diesel ha rappresentato un fattore chiave.3000

“È stato rilevato che i bambini hanno perso fino al 5% della propria capacità polmonare”, ha detto Sarah MacFadyen della British Lung Foundation, che insieme al gruppo Client Earth ha fondato la rete dei Genitori per l’Aria Pulita, un gruppo che esercita pressione sui politici affinché adottino provvedimenti atti a migliorare la qualità dell’aria nelle città. “È una cosa che a loro non verrà mai restituita – ha aggiunto –, qualcosa che durante tutta la loro vita li esporrà al rischio di contrarre infezioni e problemi respiratori, tutto perché hanno respirato mentre andavano o tornavano da scuola, al parco o semplicemente in giro insieme alle loro famiglie”.

Un sacco di informazioni – incluse discussioni su forum online, sondaggi condotti presso i genitori e prove anedottiche fornite da enti sanitari – suggeriscono che le preoccupazioni dei genitori stanno diventando tanto forti da indurli a considerare la qualità dell’aria come un fattore determinante nella scelta della scuola per i propri figli, mentre un numero più ridotto ma in costante crescita di famiglie sta abbandonando del tutto le città.

“È incredibile che nel 21esimo secolo i genitori britannici debbano arrivare a trasferirsi con le loro famiglie per sfuggire a un inquinamento illegale che minaccia i loro figli”, ha dichiarato Andrea Lee di Client Earth. “Questo accade quando il Governo non vuole investire risorse e attuare politiche per risolvere quella che sta diventando una crisi sanitaria”.

Ben Paul, un architetto che vive con la moglie nella zona di Bloomsbury, nel centro di Londra, ha detto che ha cominciato a preoccuparsi dell’inquinamento atmosferico dopo la nascita del suo primo figlio, nove anni fa. “Stavamo pulendo i muri quando hanno cominciato a diventare neri”. Paul ha iniziato a frequentare associazioni ambientaliste e a monitorare la qualità dell’aria, “quasi ovunque non conforme ai limiti imposti dalla legge europea”, ha evidenziato.

Ora ciò che vede come una serie di fallimenti da parte delle amministrazioni locali e nazionali nella lotta all’inquinamento lo hanno spinto a progettare un futuro fuori città: “Siamo al punto in cui stiamo già pensando a trovare una nuova scuola per mio figlio. Dobbiamo forse rimanere in questa zona, che non ha registrato riduzioni significative dell’inquinamento negli ultimi cinque anni? Alcuni provvedimenti allo studio potrebbero portare piccoli miglioramenti, ma sono piuttosto scettico”.

Quest’anno l’associazione no profit Living Streets ha consegnato un rapporto al Ministro dei Trasporti chiedendo azioni urgenti per migliorare i percorsi casa-scuola. L’associazione, che ha denunciato che più di 2000 istituti scolastici sono nella zona in cui i valori dell’aria sono oltre i limiti, ha reso pubblici dei dati che mostrano che l’inquinamento atmosferico è il primo criterio di scelta per il 10% delle famiglie che devono decidere dove mandare i figli a scuola e un fattore importante per il 25%.2835

Un sondaggio condotto da Mumsnet ha rilevato che alcuni genitori sono così preoccupati da aver pensato di trasferirsi. Quasi il 40% delle mamme e papà dell’area metropolitana londinese ha pensato di lasciare la propria casa, mentre nelle altre aree urbane questa percentuale scende al 28%. In un post recente su Mumsnet, una madre ha spiegato che lei e suo marito vorrebbero mandare loro figlio in una delle due scuole private dell’area sud-ovest di Londra, una delle quali dista 12 minuti di autobus e l’altra 45 minuti. Ha detto che avevano deciso per la prima, cambiando però idea in seguito per via dei dati relativi all’inquinamento dell’area in cui si trovava. MacFayden ha evidenziato che un numero sempre maggiore di genitori che vivono in aree urbane hanno considerato seriamente l’ipotesi di abbandonare la città: “È una cosa di cui abbiamo avuto molte testimonianza ed è chiaro che la gente è preoccupata”, ha dichiarato. “Questa tendenza è destinata a crescere in futuro. Una serie di battaglie contro i politici che hanno fallito nel combattere l’inquinamento hanno risvegliato la coscienza delle persone”.

Scandali come quello che ha coinvolto la Volkswagen hanno anche attirato l’attenzione sull’impiego della tecnologia: i genitori più aggiornati adesso si servono di app per monitorare la qualità dell’aria delle varie strade della città in modo da evitarle mentre accompagnano i figli a scuola.

“Sull’inquinamento atmosferico esistono tantissime informazioni. Sappiamo per certo che può causare il cancro ai polmoni a persone con patologie polmonari. Li espone a rischi molto gravi. Molte pubblicazioni hanno messo in relazione la qualità dell’aria con diversi tipi di tumore, diabete, Alzheimer e obesità”.

Qui l’articolo originale.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/11/inquinamento-famiglie-abbandonare-citta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Molino Ferrara: filiera chiusa, produzione artigianale e grani antichi

Si trova nel cuore della Sicilia un pastificio virtuoso gestito oggi da due fratelli che con il loro lavoro cercano di valorizzare il territorio siciliano e la sua ricca biodiversità. Situato a Caltanissetta, il Molino Ferrara può vantare una parte di produzione fatta con un molino a pietra e che lavora esclusivamente grani antichi. Il Molino Ferrara ha una storia che risale all’inizio del Novecento, quando in provincia di Caltanissetta una famiglia decideva di inaugurare un molino a pietra. Negli anni ‘70 questo molino – che nel frattempo ha subito modifiche – viene acquisito dalla famiglia Ferrara e oggi è gestito dai fratelli Alessandro e Carlo, che decidono di recuperare il molino a pietra, che era stato abbandonato, e di avviare una produzione artigianale di grani antichi (accanto alla classica produzione industriale del molino a cilindri).

«La passione ci ha spinto a recuperare il molino a pietra, che doveva essere alimentato. E come farlo se non con i grani antichi?», spiega Alessandro, uno dei responsabili dell’azienda. «Così abbiamo cercato chi ancora produceva o custodiva quella minima parte di grano antico e poco alla volta abbiamo convinto anche i nostri clienti, che producevano grano moderno convenzionale, a produrre grano antico, dando anche a loro un valore aggiunto ovviamente nel prezzo affinché fosse conveniente anche per loro».

È questo, infatti, uno degli elementi portanti che definisce il Molino Ferrara come un’azienda virtuosa: la filiera è chiusa, perché il Molino attinge direttamente dagli agricoltori senza intermediari. Le farine sono tante e di diversi tipi (fra i grani antichi ci sono la varietà senatore cappelli, la maiorca, il perciasacchi, il margherito e altre) e portano alla produzione sia di semole rimacinate per la panificazione che di “semola a spigolo vivo” per la produzione di pasta. Il prossimo obiettivo del Molino Ferrara è la «produzione di biscotti fatti con farina integrale di grani antichi molita a pietra».molino-ferrara-1

Questa parte di produzione segue dunque il ciclo della trasformazione del grano in farina proprio “come si faceva una volta”. Prima c’è lo stoccaggio, ovvero la prepulitura del grano; poi la parte della miscela delle varie varietà di grano che si andranno a lavorare; poi due puliture e l’effettiva lavorazione (macinazione) del grano, fino a raggiungere il prodotto finito.  Anche nell’utilizzo di grani convenzionali, però, c’è una forte attenzione alla qualità, sebbene il modo di lavorarli sia diverso: «Cerchiamo di scegliere i grani autoctoni, che hanno determinate caratteristiche che ci consentono un prodotto eccellente. Di solito noi lavoriamo il simeto, che è un grano che si produce qua in Sicilia e che ha un alto contenuto di glutine o l’arcangelo che è un altro grano autoctono».

Si tratta certo di una scelta virtuosa e di un mercato (quello della produzione artigianale) in forte crescita. «Da qualche anno a questa parte ci sono stati degli studi mirati per capire se effettivamente i prodotti fatti con la lavorazione artigianale come lo era una volta e soprattutto con la materia prima antica siano davvero nutraceutici e non soltanto nutrienti», spiega ancora Alessandro. Ma è stata anche una scelta coraggiosa: «Quando abbiamo iniziato questo percorso dei grani antichi diciamo che è stata inizialmente una scommessa perché l’abbiamo fatto inizialmente per passione e non per business e abbiamo potuto riscontrare che la vendita era più che altro rivolta al mercato estero o al nord Italia».molino-ferrara-2

Ma da quando, venti anni fa, i fratelli Ferrara hanno rinnovato il molino a pietra, qualcosa è cambiato, anche in quella parte di Sicilia prima restia ai cambiamenti. «Da un paio di anni a questa parte anche i nostri conterranei si sono sensibilizzati e siamo riusciti ad aumentare la vendita nel nostro territorio. Infatti questo è uno dei temi che io ho sempre cercato di mandare avanti: valorizzare il territorio ma soprattutto quello che ci offre il territorio perché la Sicilia è una delle regioni con la più alta biodiversità rispetto a tutte le altre regioni d’Italia».

Questa idea apre ad un dibattito più grande, che è quello dello sviluppo dell’economia attraverso un turismo alimentare. Una regione la si scopre anche attraverso il cibo e puntare su questo tipo di mercato potrebbe essere una scelta vincente anche per creare nuovi posti di lavoro: «Se noi avessimo un’organizzazione e una mentalità più aperta rispetto a quella che abbiamo avuto fino ad adesso potremmo sfruttare questi prodotti anche per un discorso economico e quindi creare posti di lavoro e sviluppare un turismo legato ai prodotti alimentari».

Nel frattempo l’azienda Molino Ferrara prosegue nel suo piccolo, con i due fratelli responsabili e altri otto collaboratori, innovandosi attraverso la tradizione e portando anche a piccoli cambiamenti nel territorio. Un’azienda portata avanti «grazie alla passione», che riconferma ancora una volta come le scelte fatte col cuore siano poi le migliori.

 

Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/10/io-faccio-cosi-228-molino-ferrara-filiera-chiusa-produzione-artigianale-grani-antichi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni