Il fracking provoca squilibri ormonali

Due studi curati da Susan Nagel dimostrano un rapporto di causalità fra shale gas e disturbi al sistema endocrino. Il fracking non è soltanto la causa di scosse sismiche, ma, secondo uno studio pubblicato sulla rivista Endocrinology, i fluidi di perforazione provocherebbero anche degli scompensi nel sistema endocrino e ormonale di coloro che a essi sono esposti. Sul numero di marzo della rivista di endocrinologia il team di lavoro guidato da Susan Nagel dell’Università del Missouri ha portato alla luce i dati emersi dalle analisi compiute sulle acque di Garfield County, Colorado, una zona ad altissima densità di pozzi di gas estratti con il fracking: si è notato come i “livelli moderati” di sostanze chimiche dei fluidi utilizzati per il fracking fossero sufficienti ad alterare i livelli di recettori di androgeni ed estrogeni, gli ormoni sessuali e riproduttivi maschili e femminili. Nella maggior parte dei campioni d’acqua prelevati nelle aree ad alta densità di pozzi di fracking l’attività estrogenica o anti-estrogenica, androgena o anti-androgena nelle cellule era nettamente maggiore. Conseguenza di questo disequilibrio sono alterazioni dei livelli ormonali, sia in eccesso che in difetto. La controprova è stata trovata nei dati nelle zone dove non erano presenti pozzi di fracking: lì non erano presenti anomalie dell’attività estrogenica e androgena. Al rapporto pubblicato a marzo se ne è aggiunto un altro, più recente, dell’International Society of Endocrinology and the Endocrine Society. In questo caso il team di lavoro di Susan Nagel ha analizzato 24 composti chimici utilizzati nel fracking e le loro interazioni con le cellule umane scoprendo che le miscele con le quali vengono compiute le fratturazioni idrauliche interferiscono con il funzionamento degli ormoni che regolamentano le gravidanze e che dettano i tempi dello sviluppo mentale e fisico, nonché del metabolismo. Secondo Christopher Kassotis, uno dei co-autori dello studio, i livelli di alterazione dei meccanismi ormonali sarebbero strettamente connessi a infertilità, cancro e danni alla nascita. Numeri dei quali l’amministrazione Obama, sempre più decisa nel costruire la propria autonomia energetica sul fracking, non potrà non tenere conto.Fracking In California Under Spotlight As Some Local Municipalities Issue Bans

Fonte:  Endocrinology

Foto © Getty Images

Agricoltura ecologica

Patrick Whitefield visita la fattoria di Rebecca Hosking e Tim Green, nel Devon, che è concepita per funzionare

come un ecosistema naturale

Estratto da Permaculture magazine n. 77

http://www.permaculture.co.uk – Traduzione di Rominaperma1

«Mettiamo in discussione tutta la classica saggezza in agricoltura» ha detto Rebecca Hosking quando lei e Tim Green mi hanno mostrato la loro fattoria nel Devon la scorsa primavera. Avevano appena rilevato il terreno dal padre di lei l’autunno precedente, quindi per molti aspetti era molto simile a com’era prima, ma entrambi hanno le idee ben chiare sulla direzione da prendere e hanno già cominciato il percorso.”

Pascolo di gruppo

Praticano la gestione olistica del pascolo, o pascolo di gruppo com’è anche definito. Il metodo consiste nel tenere gli animali in uno stretto gruppo su un piccolo pezzo di terra per un breve periodo, generalmente un giorno, e poi spostarlo. Ciò significa che il pascolo può essere gestito con molta più precisione, e crescere in modo costante in qualità. Quando gli animali hanno accesso a una vasta area, essi mangiano le piante più nutrienti e lasciano quelle meno buone e insapori che hanno poco valore nutritivo. Ciò porta a un diminuzione costante della qualità del pascolo. Ma quando gli animali sono concentrati su una piccola area per un breve periodo, essi mangiano tutto allo stesso modo. Allo stesso tempo, danno al terreno su cui si trovano un condimento di letame e quando vengono spostati, la ricrescita è immediata. Il primo scopo di Rebecca e Tim è quello di far pascolare le pecore su erba alta piuttosto che sul corto tappeto erboso che hanno ereditato dal precedente sistema di gestione. Erba alta significa radici più profonde, che si traduce in maggiore materia organica aggiunta al terreno e maggiori nutrienti minerali contenuti nel sottosuolo. Significa anche che le pecore mangiano un po’ dell’erba e ne calpestano dell’altra. Cambiando la dimensione del recinto ogni giorno, Rebecca e Tim possono decidere quale porzione di erba nutre le pecore e quale porzione nutre il terreno. Calpestare il terreno è una bestemmia per gli agricoltori tradizionali ma è l’elemento chiave del sistema olistico. È una fonte di fertilità del terreno naturale e autoctona, e aiuta anche a formare un tappetino di materiale fibroso sulla superficie del terreno. Questo terrà le zampe delle pecore lontane dal suolo, prevenendo la zoppia e permettendo loro di essere tenute all’aperto tutto l’anno senza danneggiare il terreno. Le recinzioni elettriche sono usate per tenere gli animali nel loro appezzamento di terreno quotidiano. A prima vista sembra innaturale ma in realtà è molto più vicino al modo in cui pascolano gli erbivori selvatici della normale pratica di raggruppare il bestiame, in cui le pecore o le mucche hanno accesso a un intero campo per molti giorni o settimane. Un gregge selvatico è accerchiato dai predatori che girano loro intorno e attaccano il primo singolo capo che si allontana. Le recinzioni elettriche hanno il ruolo che nell’ecosistema avevano i lupi un tempo. La gestione del pascolo olistico è stata sviluppata da Allan Savory, dello Zimbabwe, ed è stata messa in pratica da molti agricoltori nord americani, sebbene qui in Europa sia ancora poco conosciuta. 1 Rebecca e Tim fanno parte di un piccolo gruppo di pionieri che sperimentano questo sistema.

Animali sani

«Perché diamine hai scelto le pecore Shetland?» ha chiesto loro un vicino.

1 http://tiny.cc/allan_savory (il sito è in inglese, N.d.T)

«Per che cosa le allevi, carne?» «Le alleviamo per la salute», ha risposto Rebecca. Le Shetland sono una razza a coda corta, che hanno origine dalle pecore selvatiche del nord Europa, più che dal Middle East, da dove provengono le razze più commerciali. Il montone è islandese, un’altra razza a coda corta. Anche se potreste vedere molte pecore a coda corta nelle campagne, queste hanno la coda mozzata alla nascita – proprio il tipo di intervento che Tim e Rebecca stanno abbandonando. L’allevamento è un elemento della salute dell’animale e il metodo di pascolo stesso ne è un altro. Poiché gli animali sono spostati ogni giorno, pascolano sempre su terreni puliti, mai dove hanno concimato di recente. Le pecore soffrono molto di vermi intestinali e questo è un metodo naturale di prevenire le infezioni. Così Tim e Rebecca non danno loro alcun vermicida chimico. Né tanto meno le vaccinano o curano la zoppia – lasciano fare a un sistema immunitario sano. C’è qualche problema di zoppia al momento nel loro gregge, ma sono convinti che sparirà poiché lo strato fibroso delle piante cresce sulla superficie del terreno e tiene le loro zampe lontano dal fango. Nemmeno aiutano i parti. Molti agnelli sono nati mentre ero lì e tutti sono saltati fuori abbastanza facilmente. Come suona strano tutto ciò ai pastori tradizionali!

Agrosilvicoltura

Avere le recinzioni elettriche significa che è facile piantare alberi nel mezzo dei campi senza doverli proteggere uno per uno dal pascolo del gregge. Ovunque siano le pecore gli alberi possono sempre essere dall’altra parte del recinto. Lo scorso inverno hanno piantato una rete per la maggior parte di alberi da frutto, gentilmente donati da Martin

perma2

1. Rebecca Hosking ispeziona un pascolo molto cresciuto.perma3

2. In alto: Il foraggio appiattito e calpestato dalle pecore aiuta a nutrire il terreno.perma4

3. Gli scarabei e altri scarafaggi hanno fatto  un gradito ritorno da quando la fattoria ha assunto una gestione ecologica.perma5

4. Un parto naturale di agnelli gemelli avvenuto durante la visita di Patrick.

Crawford della Agriforestry Research Trust2, su parte della fattoria. Progettano anche di piantare del foraggio per fornire agli animali parte della loro dieta. Questo miscuglio di piante e pascolo può essere molto più produttivo di quanto lo siano piante e pascoli da soli. La competizione fra le piante di diverse forme, dimensioni e cicli annuali è minore rispetto a quella che c’è fra le piante di una stessa famiglia, come succede in un semplice pascolo. Ci sono anche alcune interazioni positive, come la fertilità che viene sollevata da sottoterra dalle radici degli alberi e condivisa con il manto erboso quando cadono le foglie. Laddove gli agricoltori tradizionali vedrebbero gli alberi piantati in mezzo al pascolo come un’attività in perdita, Tim e Rebecca la vedono come una produzione in crescita. Non producono fieno o insilato. L’alimentazione invernale viene ricavata dal secondo taglio. Si tratta di erba che è cresciuta in estate ed è stata essiccata in situ. L’unico alimento che usano è del fieno in pellet per insegnare alle pecore femmine a seguire un secchio. Ciò rende più facile spostarle, persino su una strada pubblica con molti incroci, 2 www.agroforestry.co.uk (il sito è in inglese, N.d.T) che altrimenti richiederebbe molte persone per bloccare il traffico.

Aumentare la diversità

Quest’anno progettano di introdurre le capre e i maiali. Sembra che la razza Large Black possa sopravvivere con una dieta solo a base di erba, anche se ciò significa che crescono molto più lentamente. Stanno anche pensando a dei tacchini, e progettano i bovini fra un paio di anni. Aumenteranno anche la diversità dei campi piantando dell’altro pascolo, trifoglio ed erbe. Il trucco è piantarli nel recinto dove gli animali staranno il giorno dopo, così verranno calpestati. «Nei primi due anni i profitti crescono gradualmente», dice Tim, «visto che si è nutrito più il terreno degli animali. Poi, dopo il terzo o quarto anno gli effetti degli “ettari d’oro” cominciano a decollare e la maggior parte degli agricoltori si sono resi conto che quando ciò si verifica, possono aumentare il bestiame di due o tre volte». Una cosa che mi ha impressionato è stato l’entusiasmo e l’immaginazione che Rebecca e Tim mettono nell’attività di stravolgere la saggezza contadina. Un’altra era la loro semplicità nell’affrontare la complessità della natura. Hanno citato Allan Savory, il creatore del sistema: «Quando hai a che fare con l’ecosistema, supponi sempre di avere torto».

Nuovi pascoli?

Da quando Patrick ha fatto visita a  Tim e a Rebecca, i due hanno deciso di seguire un’altra rotta. «Dopo tre anni di cambiamenti lenti alla nostra gestione della fattoria ora ci rendiamo conto che i primi benefici all’ecologia e alla produttività stanno diventando evidenti. Sfortunatamente, proprio quando il successo cominciava a crescere a valanga, ci siamo resi conto di aver raggiunto i limiti di ciò che la mia famiglia è disposta a permettere che si verifichi in questo pezzo di terra» dice Rebecca. Quindi stanno cercando un nuovo lotto di terra fra i 100 e i 300 acri. Non terra agricola di prima qualità – al contrario – che sia stata arata o usata come pascolo. Se tutto va bene in pochi anni sarà abbastanza bella, piena di biodiversità, piena di animali selvatici e produttiva – proprio l’opposto di un terreno coltivato. Se siete in grado di dare un aiuto contattate: wolftreefarmuk@ gmail.com. Nel 2009 Rebecca Hosking, figlia di agricoltori, e Tim Green, biologo, hanno girato un film, Una fattoria per il futuro. Il film si concentra sulla sicurezza del cibo nel Regno Unito ed esplora nuovi metodi agricoli ecologici inclusi quelli che sono indipendenti dal combustibile fossile, per aumentare la produzione di cibo. Sia Tim che Rebecca hanno lavorato per l’Unità di Storia Naturale della BBC producendo documentari naturalistici. Patrick Whitefield tiene corsi di permacultura sia per agricoltori sia per giardinieri. Potete trovare i dettagli dei suoi corsi, sia residenziali sia online

su: http://patrickwhitefield.co.uk

Per informazioni sulla rivista

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fonte: viviconsapevole.it

 

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Legambiente a Corepla: “Si può riciclare molta più plastica di quanto dite”

Il vicepresidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani replica al presidente del consorzio Corepla Giorgio Quagliuolo: “Fortunatamente non è vero che il 50% della plastica raccolta non può essere riciclata e che l’unica destinazione possibile è l’incenerimento. La tecnologia esiste. Bisogna solo creare un mercato per questi materiali rimodulando il sistema degli incentivi”378400

Stefano Ciafani, in una recente intervista ad Eco dalle Città il presidente del consorzio Corepla Giorgio Quagliuolo ha affermato che il 50% della plastica raccolta non può essere riciclata e che l’unica destinazione possibile è la termovalorizzazione. Ce lo può confermare? 

Questo è quello che emerge dall’intervista ma fortunatamente non è più così. Grazie alla ricerca degli ultimi anni, oggi possiamo raccontare di esperienze industriali che permettono di riciclare anche le plastiche miste, che fino ad oggi venivano incenerite. E’ chiaro che il sistema si deve riorientare. La Revet di Pontedera ad esempio è già in grado di farlo e i polimeri prodotti vengono utilizzati dalla Piaggio per i propri scooter. Non più quindi un uso povero del materiale recuperato ma manufatti che rispondono a necessità prestazionali importanti. Il Plasmix quindi si può riciclare. La tecnologia esiste. Bisogna solo creare un mercato per questi materiali.

In che modo?

In Toscana ad esempio vengono incentivati gli acquisti verdi. D’altra parte anche per far decollare il fotovoltaico all’inizio sono serviti gli incentivi. Il paradosso oggi è che abbiamo incentivi alla combustione dei rifiuti sia negli inceneritori che nei cementifici. Non si capisce invece perché non ci debbano essere incentivi per il riciclaggio e gli acquisti verdi. Le Regioni e il Governo dovrebbero seguire l’esempio della Toscana ed aiutare i comuni in tal direzione. Se cresce il mercato per questi prodotti, aumenterà la domanda e, conseguentemente, anche l’offerta. Occorre dunque rimodulare tutto il sistema degli incentivi del ciclo dei rifiuti prevedendo un aiuto alla filiera della prevenzione e del riciclaggio, e non più solo alle raccolte differenziate. Che senso ha che oggi il fotovoltaico non venga più incentivato mentre continua ad esserlo l’incenerimento dei rifiuti? Bisogna dire basta agli incentivi per gli inceneritori e ai cementifici che bruciano rifiuti e parallelamente tartassare i conferimenti in discarica. In questo modo le due opzioni più convenienti diventeranno il riciclaggio e la prevenzione, ed esperienze come la Revet si moltiplicheranno.

Quali saranno i prossimi progressi tecnologici per il recupero della plastica? E a quale percentuale di recupero permetteranno di arrivare?

Oggi è possibile avviare il riciclo persino dei pannolini usa e getta. Il sistema industriale deve però essere più aperto alle innovazioni tecnologiche. Dobbiamo fare in modo che il rapporto 50-50 tra plastiche recuperate e plastiche incenerite diventi almeno un rapporto 80-20 a favore del riciclaggio, come del resto prevede la normativa europea. In questa direzione fortunatamente va l’accordo che Conai e Cnr hanno firmato nei giorni scorsi sulla ricerca per la maggiore riciclabilità di alcuni polimeri oggi meno riciclati. Ci auguriamo che presto si passi all’industrializzazione di queste ricerche.

Il presidente di Corepla, provocatoriamente, ha sottolineato come un ipotetico ritorno al sistema Replastic (che prevede la raccolta dei soli contenitori per liquidi: bottiglie e flaconi), porterebbe importanti vantaggi economici al consorzio. Potrebbe essere una strada percorribile?

L’ipotesi di tornare al sistema Replastic è impensabile. Bisognerebbe piuttosto ragionare su come applicare in modo sempre più stringente il principio del “chi inquina paga”. Sulla differenziazione del CAC (Contributo Ambientale Conai ndr.) infatti siamo molto in sintonia con il presidente Quagliuolo: il sistema deve premiare gli imballaggi con il maggior grado di riciclabilità facendogli pagare CAC più bassi.

 

Fonte: ecodallecittà

Premio Innovazione Amica dell’Ambiente 2013: tra i vincitori anche l’Area C di Milano

Per la prima volta tra i vincitori del Premio Innovazione Amica dell’Ambiente 2013 di Legambiente viene premiata una tassa: è la congestion charge di Area C di Milano. Gli altri progetti premiati riguardano soprattutto la mobilità non proprietaria e la nuova economia di materia ed energia. Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e Veneto le Regioni a più alto tasso di innovazioni presentate377929

“Sostenibilità, intelligenza, bellezza”: La via italiana all’economia verde è il tema su cui si sono confrontate le 151 realtà che hanno partecipato alla XIII edizione del Premio Innovazione Amica dell’Ambiente 2013 promosso da Legambiente in parternariato con Confindustria, Regione Lombardia, Politecnico di Milano, Università Bocconi e con il contributo di Fondazione Cariplo. Alta e soprattutto di qualità la partecipazione al premio malgrado l’evidente fatica all’innovare data dalla lunga congiuntura economica negativa e che vede le imprese prima di tutto impegnate a non chiudere i battenti. Molte anche le innovazioni giunte da giovani imprese e da start-up. Il risultato del premio disegna i contorni di un’Italia che continua a investire e a rischiare nella creazione di nuovi prodotti e servizi per il cittadino e la collettività, spesso integrando reti di infrastrutture reali con le potenzialità delle reti virtuali. Sono le stesse innovazioni –orientate alla sharing economy e alla replicabilità- a definire le nuove visioni della città che cambia; metropoli dove parole come cohousing e carsharing sono concrete proposte per nuovi stili di vita sostenibili.
Vincono l’edizione 2013 del Premio Innovazione Amica dell’Ambiente: ABBTOSA Trolley bus Optimized System Alimentation –sistema di ricarica ultra-veloce delle batterie elettriche per i mezzi di trasporto-, Area C, Comune di Milano –congestion charge per l’accesso dei veicoli a motore nel centro di Milano-, Ecosistema della Piana,CoopDella Piana –produzione casearia e frutticola a sistema chiuso e autoproduzione di energia-, Cenni di Cambiamento, POLARIS Real Estate –complesso residenziale di edilizia sociale con spazi di cohousing costruito con criteri ambientali -,Sharing Torino, Sharing Srl – recupero edilizio e riconversione in struttura di cohousing con servizi resi al territorio-, Viticoltura sostenibile, Società agricola Principi di Porcìa e Brugnera –antica produzione vinicola integrata progetti di sostenibilità-, E-Studio 306LP/RD 30Toshiba Tec Italia Imaging System –sistema di stampa che permette la cancellazione dei documenti e il riutilizzo dei fogli di carta- (vedi in basso l’elenco delle motivazioni dei premi e delle altre innovazioni segnalate).  “Sono sette le innovazioni dell’anno 2013 e dodici le segnalazioni della giuria, frutto di una difficile selezione tra le 151 candidature. Tante le nuove realizzazioni utili, per migliorare l’ambiente, la qualità della vita dei cittadini, dei lavoratori o delle comunità locali –ha dichiarato Andrea Poggio, presidente della Fondazione Legambiente Innovazione -. In epoche di transizione, come quella che stiamo vivendo, tutto appare possibile: nuove tecnologie, nuovi prodotti, manifatture e servizi che sperano affermarsi e servire all’umanità del ventunesimo secolo. Con il senno di poi, chi leggerà la storia di questi decenni, darà per scontato che le case avranno tetti solari, tetti verdi e tanti servizi in comune. Assodato che le auto e le moto saranno usate in condivisione, che gli autobus saranno ibridi o elettrici. Oppure che i prodotti e le fabbriche saranno molto efficienti, a basso consumo di materiali e a minima produzione di carbonio atmosferico (CO2 di prodotto). Come le innovazioni che oggi premiamo”.
“Nel nostro Paese – dichiara Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente – c’è voglia di voltare pagina e di investire veramente nella Green economy come dimostrano i vincitori del Premio Innovazione Amica dell’Ambiente 2013 premiati oggi a Milano. Ad esempio abbiamo aziende e società agricole che hanno deciso di scommettere e puntare sull’efficienza energetica, sulle rinnovabili, la bioedilizia, la sostenibilità ambientale, la mobilità sociale… Una scelta dettata dal coraggio e dalla voglia di innovarsi nel nome dell’ambiente e della qualità rispettando il territorio e valorizzando le risorse migliori. Solo in questo modo si può dar avvio a quell’economia verde in grado di imprimere quel cambiamento che serve all’Italia, di creare un nuovo business e occupazione. La stessa energia e la voglia di mettersi in gioco la deve però avere anche il Governo, puntando su un’agenda programmatica che abbia tra le sue priorità lo sviluppo dell’economia sostenibile con precise e innovative politiche nei settori dell’edilizia, della mobilità e dell’efficienza energetica”.
“Siamo orgogliosi di poter ospitare a Palazzo Pirelli la cerimonia del Premio Innovazione Amica dell’Ambiente -dichiara Claudia Maria Terzi, assessore all’Ambiente, Energia e Sviluppo Sostenibile della Regione Lombardia-. Legambiente dimostra tutta la propria sensibilità verso il tema dell’innovazione in ambito ambientale. Un percorso virtuoso che ha come obiettivo finale produzioni ecosostenibili e riduzione dei consumi e quindi dei costi. Come Regione Lombardia stiamo lavorando proprio su questo fronte: tutte le pianificazioni in corso (energia, aria, rifiuti, acque) sono orientate al risparmio e al riuso. La stessa programmazione dei fondi strutturali 2014-2020 va in questa direzione: ci sarà una concentrazione dei finanziamenti su risparmio energetico, fonti rinnovabili, mobilità sostenibile. L’altra grande sfida che si apre è la cultura del risparmio energetico come della raccolta differenziata dei rifiuti o della qualità dell’aria che respiriamo.
Tutte le schede delle innovazioni che hanno partecipato alla selezione saranno visibili sul sito www.premioinnovazione.legambiente.org (insieme alle schede tecniche degli oltre 1800 progetti candidati nelle passate dodici edizioni del Premio).

Fonte: ecodallecittà

Bioedilizia: cresce l’uso della canapa

Sta crescendo in maniera esponenziale l’utilizzo della canapa nella bioedilizia e anche in Italia sono già diversi gli esempi di costruzioni realizzate con questo materiale che si presta ad essere la risposta ideale soprattutto nelle zone mediterranee. Per esempio, l’associazione Paea, da anni impegnata sul fronte della progettazione e costruzione sostenibile, l’ha impiegata di recente con successo anche per un edificio nel sud dell’Italia.mattone_canapa

L’utilizzo della canapa nella bioedilizia sta crescendo a ritmi molto sostenuti anche in Italia, imponendosi sempre più come un materiale versatile e di ottima resa per costruzioni sostenibili in piena armonia con l’ambiente e con un occhio di riguardo alla salubrità. Per l’Italia più che di una scoperta, si tratta di una riscoperta, visto che fino ad alcuni decenni fa il nostro paese era il secondo produttore mondiale di canapa, ritenuta una risorsa sia nel settore tessile che in quello dell’edilizia. La coltivazione della canapa era fortemente radicata nella nostra tradizione tanto che tracce del suo utilizzo si ritrovano persino nelle parole di Leon Battista Alberti, nel “De Re Aedificatoria”, dove si sottolinea la sua utilità nell’edilizia poiché, aggiunta alle malte, ne migliorava le qualità. La coltivazione della canapa è però poi stata abbandonata fino a che, una decina d’anni fa, l’Unione Europea ha attivato finanziamenti destinati alla reintroduzione della canapa da fibra e alla costituzione di filiere di prodotti derivati, specialmente nel settore no food.
La Germania ha subito inserito la canapa nella sua filiera produttiva di punta, sviluppando materiali per il settore automobilistico, come fibroresine, plastiche e imbottiture, oggi utilizzati da tutte le sue maggiori case produttrici. La Francia, si è concentrata sulle malte fibrorinforzate, brevettando alcune tecniche: una per “mineralizzare” la canapa ricoprendola con silice al fine di renderla impermeabile all’umidità e poterla così utilizzare come isolante; un’altra per mescolare la canapa con calce naturale ed acqua per ottenere un composto simile al cemento, con una consistenza granulosa simile al sughero; un’altra ancora per utilizzare canapa non trattata assieme a calce per intonaci.
In Italia, recentemente la coltivazione della canapa è stata reintrodotta ritornando ad essere presente in due settori strategici: il tessile e la bioedilizia. Ed è proprio nella bioedilizia che l’associazione Paea, da anni all’avanguardia nella progettazione e realizzazione di edifici ecosostenibili, ha iniziato a reintrodurre l’utilizzo della canapa con ottimi risultati. Un esempio è un edificio residenziale nel sud dell’Italia. «Nella bioedilizia, la canapa  e il bio-composto di calce e canapa sono ritenuti estremamente interessanti in quanto risolvono molte problematiche legate alle costruzioni ecologiche e sostenibili in zone climatiche mediterranee» spiegano l’architetto Ilaria Cappelli e la biodesigner Marina Russo dell’Area Progetto di Paea. «A questo proposito Area Progetto dell’Associazione PAEA ha adottato per il progetto di un edificio residenziale in sud Italia la tecnologia del bio-composto di calce e canapa in quanto rispondente a varie esigenze come ad esempio l’ottenimento di requisiti di efficienza energetica, la regolazione dell’umidità e la salubrità del costruito, ottenuta con l’utilizzo di materiali atti al raggiungimento di tale obiettivo».
«Infatti – spiegano ancora Cappelli e Russo – costruire con fibre vegetali comporta vantaggi di carattere ambientale, ma anche etico, sociale ed economico. La canapa è uno dei materiali che offre i risultati migliori. Questo vegetale è di semplice coltivazione, poiché ha una rapida crescita, un basso consumo di acqua e rarissimi attacchi da parte dei parassiti. Una volta lavorata e separata dalla fibra per ottenere il canapulo, è ottima per sostituire gli inerti per la composizione di malte e calcestruzzi alleggeriti, poiché risulta refrattaria a muffe ed insetti e ricca di silice, ma soprattutto è un materiale carbon negative».  «Il biocomposto, ottenuto tramite la mescolanza di calce, canapa e acqua, viene lavorato in impastatrice e quindi applicato a mano o a macchina con tecnica a spruzzo, secondo gli impieghi. Dopo la messa in opera, il biocomposto indurisce per evaporazione dell’acqua e avviene un processo di carbonatazione e idratazione della calce. Il tipo di legante (calce aerea, calce idraulica ecc.), il tipo di truciolato di canapa (qualità e lunghezza del canapulo, ecc.) e le proporzioni della miscela dei due elementi, determinano materiali adatti a differenti impieghi in edilizia con caratteristiche distinte in funzione delle necessità da soddisfare. La tecnica dell’impasto in canapa e calce si può tradurre anche nella soluzione di blocchi prefabbricati di biocomposito in canapa e calce che, combinati con una struttura portante a telaio, sono atti alla realizzazione di muratura perimetrale, che assolve sia la funzione di tamponamento sia di isolamento».

Area Progetto di Paea segnala alcuni degli impieghi di questo materiale in edilizia:

-isolamento termico a cappotto esterno o interno delle pareti perimetrali di edifici esistenti

-Isolamento termico di coperture e sottotetti

-Isolamento e costruzione di  massetto sottopavimento

– Costruzione ex-novo di muratura isolante

– Realizzazione di divisori interni ad alto  isolamento acustico

– Vespaio areato

Le caratteristiche della canapa sono soprattutto:

Riciclabilità
Al termine della sua “vita utile” il biocomposto è totalmente riutilizzabile una volta frantumato e reimpastato con acqua e calce.
Biodegradabilità
Il materiale se smaltito si decompone naturalmente essendo privo di sostanze tossiche.

Ecocompatibilità
L’impasto è composto prevalentemente da truciolato vegetale mineralizzato con calce naturale, e quindi gode di elevati standard di eco-compatibilità: oltre ad essere riciclabile e biodegradabile, possiede un bassissimo livello di energia incorporata nel materiale (quantità di energia necessaria per la sua produzione, impiego e smaltimento).

Fonte: il cambiamento

Canapa Italiana - Ieri, Oggi e Domani
Muzi Santina

Voto medio su 1 recensioni: Buono

€ 18

Illuminazione pubblica, i criteri ambientali minimi in GU

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Contenere i consumi energetici e ridurre l’inquinamento luminoso; aumentare la vita media dei componenti e quindi ridurre gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria; affidare il progetto, l’installazione e la gestione dei componenti e degli impianti a personale qualificato; rendere più agevole la gestione utilizzando ogniqualvolta possibile un sistema automatico di telegestione e telecontrollo.

Queste alcune delle indicazioni specifiche contenute nel decreto 23 dicembre 2013 del Ministero dell’Ambiente, pubblicato sul supplemento ordinario n. 8 alla Gazzetta Ufficiale n. 18 di ieri 23 gennaio 2014. Il provvedimento contiene in allegato il “Piano di azione per la sostenibilità ambientale dei consumi nel settore della Pubblica Amministrazione” che contiene i criteri ambientali minimi per l’acquisto di lampade a scarica ad alta intensità e moduli led per illuminazione pubblica, per l’acquisto di apparecchi di illuminazione per illuminazione pubblica e per l’affidamento del servizio di progettazione di impianti di illuminazione pubblica – aggiornamento 2013. L’obiettivo da raggiungere entro il 2014 è una quota del 50% di appalti “verdi”, in numero e in valore, sul totale degli appalti pubblici stipulati nel settore dell’illuminazione pubblica. Allo scopo di valutare la diffusione degli appalti pubblici verdi ed il relativo impatto sull’ambiente, l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture (AVCP) in accordo con il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare ha istituito e gestisce uno specifico sistema di monitoraggio. Pertanto, ai sensi dell’art. 7, comma 8 del D.Lgs. n. 163/2006 (Codice Appalti) dovranno essere comunicati all’Osservatorio dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture, i dati relativi alle modalità con cui si è tenuto conto dei criteri ambientali minimi nelle gare di appalto per l’acquisto di beni/servizi.

 Ministero dell’Ambiente. Decreto del 23-12-2013 (29.88 kB)

Fonte: Casa&Clima.com

 

Il governo di centro destra Islandese cancellerà 24mila euro dai mutui per la casa ad un terzo della popolazione.

sceltalibera

Nessun timore reverenziale. Paghino le banche e non i cittadini che hanno subito la crisi per causa della finanza speculativa.

La cosa fa infuriarae S&P ed il Fondo Monetario Internazionale? Buon segno, vuol dire che è la mossa giusta!

Il governo di centro destra Islandese cancellerà 24mila euro dai mutui per la casa ad un terzo della popolazione.

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Filosofia e pratica del cappotto

Risparmio energetico, vantaggi economici e confort abitativo: come e perché scegliere il cappotto ecologico per la propria abitazione 10

che lo garantiscono una decina di anni, e inoltre, tutti i componenti e materiali sono marchiati e certificati e devono essere posati a regola d’arte. Vengono usati il collante-rasante per l’incollaggio dei pannelli isolanti alla struttura di supporto e per la formazione del primo strato di intonaco rinforzato con una rete in fibra di vetro o materiali naturali, eventualmente un primer quale prima protezione dell’intonaco rinforzato e a completare, la mano di finitura con rivestimento continuo sottile a protezione dell’intero sistema dagli agenti atmosferici. Spesso i pannelli, oltre a essere incollati al supporto, vengono tassellati alla struttura, si utilizzano profili metallici

“Il cappotto permette di isolare senza discontinuità gli ambienti riscaldati (abitati) dal freddo e dal caldo, migliorando sensibilmente il comfort abitativo” Shutterstock: Copyright: Jakub Krechowicz

o plastici leggeri per le modanature verticali od orizzontali e sigillanti per i giunti degli infissi. È necessario, inoltre, utilizzare elementi speciali di polipropilene con struttura alveolare o in schiuma poliuretanica per evitare ponti termici e danni al cappotto per il fissaggio di veneziane e persiane, balconi, arcarecci di tettoie ecc. L’installazione del sistema richiede molta attenzione alle istruzioni della sequenza di montaggio che si possono trovare esposte nelle schede tecniche e di applicazione dei diversi produttori di materiali, oppure nel manuale per l’applicazione del sistema a cappotto a cura del Consorzio citato. Le attrezzature necessarie sono quelle usualmente richieste per l’applicazione degli intonaci tradizionali. Si tratta di studiare in fase di progettazione i dettagli tecnici esecutivi per risolvere particolari nodi costruttivi e di privilegiare sistemi di isolamento caratterizzati da parametri ecologici in linea con una costruzione compatibile nel rispetto dei princìpi di ecosostenibilità. 11

La scelta del materiale

Il tipo di sistema da utilizzare dipende da tanti fattori e come sempre non esiste una sola ricetta. Tenendo presente quanto si è consigliato nella scelta di materie prime riciclabili e a basso impatto ambientale, è possibile scegliere tra una vasta gamma di soluzioni che prevedono sostanzialmente due tipi di lavorazioni: la posa di pannelli e il riempimento di intercapedini. I pannelli in fibra di legno godono di un’alta inerzia termica a differenza di altri materiali artificiali, cioè cambiano lentamente la temperatura in risposta alla variazione della temperatura esterna o interna e, di conseguenza, hanno uno sfasamento maggiore (il tempo impiegato dall’onda termica per arrivare all’interno dell’edificio). La fibra di legno è consigliabile quindi anche dove fa caldo e come coibentazione del tetto. Ci sono anche pannelli a base di idrati di silicato di calcio che uniscono le caratteristiche ecologiche ai vantaggi di un isolante massiccio completamente minerale. Nel caso di intercapedini da riempire, un ottimo materiale riciclato risulta essere la fibra di cellulosa proveniente da carta di giornale selezionata e trattata con sali di boro.

Perché isolare con il cappotto?

Gli obiettivi sono molteplici: risparmio energetico e vantaggi economici, termici, strutturali e di durata nel tempo. Il cappotto permette di isolare senza discontinuità gli ambienti riscaldati (abitati) dal freddo e dal caldo, migliorando sensibilmente il comfort abitativo, protegge le facciate e quindi la struttura degli edifici dagli agenti atmosferici. Il sistema a “cappotto” serve per isolare in modo sicuro e continuo pareti costituite anche da materiali diversi, la cui diversità può riguardare il comportamento alle sollecitazioni termiche, le caratteristiche meccaniche, la conformazione superficiale; pensiamo ad esempio alle strutture in cemento armato e laterizio. La muratura protetta dal cappotto viene posta in condizioni termiche e igrometriche stazionarie, nonostante grandi differenze di temperatura e/o umidità tra l’esterno e  l’interno abitativo ed è possibile eliminare la causa  di crepe, infiltrazioni, muffe, fastidiosi moti convettivi interni ai locali e di conseguenza anche i ponti termici, attraverso i quali parte del calore viene disperso. Con l’installazione del sistema a “cappotto” tutti questi fenomeni vengono annullati o comunque fortemente attenuati. Inoltre le stesse murature non dissipando più il calore all’esterno, svolgendo l’importante funzione di volano termico, ovvero di una massa temperata uniforme nelle diverse stagioni e condizioni atmosferiche. A questo proposito si tenga presente che il12

sistema a cappotto lavora in maniera unitaria sull’involucro dell’edificio e sul concetto di riscaldare le superfici piuttosto che l’aria.  La continuità della coibentazione dovrebbe riguardare anche la qualità e la corretta posa degli infissi, nonché l’isolamento delle superfici orizzontali, quali solaio e tetto. Altra funzione fondamentale del cappotto è che esso permette di razionalizzare l’uso del combustibile liquido, solido o gassoso che sia, riducendone l’impiego. Il conseguente risparmio in bolletta aumenta indirettamente le finanze familiari disponibili e, non da ultimo, permette di ridurre le immissioni inquinanti nell’atmosfera. Per fare un esempio, un’abitazione  tipo non isolata, disperde circa l’80% di calore attraverso le diverse superfici non coibentate: è come se a fronte  di una spesa annuale per il riscaldamento di 3000 euro annui, disperdessimo 2400 euro!

Marta Dina Renata Carugati: Architetto, collabora con l’Associazione PAEA – Progetti Alternativi per l’Energia e l’Ambiente (paea.it).

fonte: viviconsapevole

Tieni calda la tua casa con la lana di pecora

Isolare la casa con materiali naturali significa scegliere di vivere in ambienti sani, temperati e piacevoli in ogni stagione8

Le fibre della lana non sono attaccabili da muffe, anzi ne contrastano la formazione

L’isolamento termico e acustico è di fondamentale importanza per un edificio, perché oltre a garantire un forte risparmio energetico e la riduzione dell’inquinamento atmosferico, rende l’ambiente interno più sano e piacevole da vivere. Il microclima interno delle abitazioni (e dei luoghi di lavoro) influenza le persone che vi soggiornano: è quindi importante creare le condizioni ideali per rendere piacevole e sana la vita negli ambienti domestici e di lavoro. Nel caso della propria abitazione, utilizzare un buon isolante è indispensabile per garantirsi il giusto grado di umidità e di calore in inverno e di

fresco d’estate, e soprattutto per non incorrere in fastidiosi problemi creati dai prodotti chimici che contengono allergizzanti. Spesso, infatti, malattie allergiche come l’asma da polveri, possono aggravarsi o scaturire a causa degli inquinanti presenti nei materiali edili non naturali. L’ideale sarebbe, ovviamente, scegliere prodotti di bioedilizia in tutte

le fasi della costruzione. Per quanto riguarda gli isolanti naturali, questi possono contribuire in modo efficace a migliorare le performance acustiche, termiche, idrometriche e di elevata traspirabilità di un edificio, sia di nuova costruzione che nella ristrutturazione di edifici di vecchia data.

I materiali più adatti per l’isolamento naturale

Gli isolanti naturali, oltre ad avere ottimi requisiti termico-acustici, garantiscono anche un minor impatto ambientale sia in fase di costruzione che in fase di smaltimento, in quanto risultano totalmente riciclabili. In commercio esistono vari materiali naturali, possono essere di origine vegetale come il sughero, di origine minerale come la lana di vetro o di roccia, e infine di origine animale come la lana di pecora.

La lana di pecora

La lana di pecora è una materia prima conosciuta da migliaia di anni per le sue proprietà di termoregolatore, sia per il caldo che per il freddo. Principalmente è usata nel campo tessile e viene utilizzata per proteggersi dalle temperature invernali, ma non tutti sanno che anche i beduini del deserto la usano per proteggersi dalle elevate temperature.9

Inoltre la lana di pecora ha altre proprietà inaspettate:

• è molto resistente allo sporco, soprattutto alla polvere che non entra in profondità;

• è praticamente ignifuga, infatti prende fuoco con difficoltà e provoca poco fumo;

• può assorbire il vapore acqueo fino a 1/3 del suo peso senza risultare bagnata;

• è composta per l’85% di cheratina, sostanza presente nei capelli e nelle unghie e per il 15% da lanolina e minerali che la rendono impermeabile all’acqua (ma non al vapore acqueo e all’umidità);

• non si polverizza mai e non innesca quindi reazioni allergiche.

Per tutte queste caratteristiche, in edilizia la lana di pecora risulta un ottimo isolante. Inoltre riesce a rilasciare gradualmente l’umidità mantenendola al giusto grado per i materiali edili che la circondano, per cui è molto consigliata per le costruzioni di fabbricati in legno. Recenti studi hanno confermato, inoltre, la capacità della lana di assorbire e neutralizzare sostanze nocive all’interno dell’abitazione come la formaldeide NOx e COx, presente in molti prodotti utilizzati in casa, come i deodoranti, o nelle vernici dei mobili. Ultimo ma non ultimo: le fibre della lana non sono attaccabili da muffe, anzi ne contrastano la formazione.

Come si usa?

La lana di pecora viene proposta da varie aziende in Italia per essere acquistata in rotoli, sotto forma di feltro, di diversi spessori e dimensioni. Si utilizza per l’isolamento dei tetti, ventilati e non, solai, pavimenti e murature perimetrali. Si adatta a tutti i tipi di materiale, ma è particolarmente consigliata per le strutture in legno, in quanto mantiene un giusto grado di umidità. I rotoli vengono tagliati manualmente in cantiere, con semplici forbici, e fissati alle pareti. Può essere posata a secco o con ancoranti nei muri, nelle intercapedini, nei divisori in cartongesso, così come nei pavimenti in legno (come sottofondo), nei controsoffitti, o nei sottotetti. Come tutti gli isolanti usati in edilizia, anche la lana di pecora ha bisogno di una corretta posa in opera e quindi di artigiani esperti.

Un processo di produzione ecologico

La lana di pecora arriva da tanti allevamenti ovini estensivi che passano all’edilizia solo la lana più grossa e arricciata (quella più difficile da utilizzare per i tessuti), che spesso verrebbe buttata per inutilizzo. Viene tosata nel periodo estivo per permettere all’animale il ripristino del pelo per i mesi freddi. Dopo essere stata lavata con sapone di marsiglia e soda e trattata con sostanze protettive antitarme, viene lavorata per realizzarne materassini isolanti di diversi spessori. Tutto il processo prevede l’utilizzo di leganti naturali. La lana di pecora proviene da una fonte rinnovabile (bello descrivere così la pecora!) e il dispendio di energia per la sua produzione è davvero basso perché si lavora a bassissime temperature e in modo meccanico.

Luigi Foschi

Geometra e arredatore d’interni, appassionato di bioedilizia e costruzioni a impatto zero, da circa 15 anni lavora nel settore dell’edilizia. Avendo sperimentato diversi sistemi di risparmio energetico e bioedilizia nella propria casa, propone ai suoi attenti clienti soluzioni ideali per il vivere naturale. Sta completando il percorso per diventare Consulente per CasaClima.

Fonte: viviconsapevole

 

Ozono e alte temperature: tutto quel che c’è da sapere .

L’ultimo rapporto diffuso dall’Agenzia Europea per l’Ambiente richiama l’attenzione su un inquinante spesso dimenticato: l’ozono, le cui concentrazioni crescono pericolosamente durante i mesi estivi a causa delle alte temperature. Ecco cosa è importante sapere e cosa si può fare per difendersi

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Secondo quanto riferisce l’Agenzia Europea per l’Ambiente sulla base dei dati forniti da wunderground.com, luglio quest’anno è stato più caldo del solito, con temperature al di sopra della media del periodo nella maggior parte dell’Europa centrale e occidentale. In particolare, il mese scorso le temperature medie a Roma (25,6), Parigi (21,4),Praga (19,3), Copenaghen (18,6) sono state fra le più elevate dal 1996, con un aumento rispetto alla media del periodo 1999-2009 di 0,8 gradi centigradi a Roma, di 1,8 gradi a Parigi, 1 grado a Praga e 0,8 gradi a Copenaghen. E come è noto, caldo chiama ozono. (Guarda la mappa Europea aggiornata in tempo reale). Secondo i primi dati raccolti dall’Aea, delle 90 stazioni di rilevamento italiane (sulle 280 di riferimento) che hanno già comunicato i dati all’Aea, nove centraline per nove giorni a luglio e otto centraline per cinque giorni nella prima ventina di agosto hanno registrato superamenti della soglia di ozono consentita. Le centraline interessate sarebbero le “solite incriminate” per lo smog: Piemonte, Lombardia, Veneto, tutto il bacino padano insomma, più qualche incursione verso il centro, in particolare a  Roma. 

La formazione dell’ozono

”La formazione di ozono aumenta quando c’è il sole e fa caldo, a seconda del livello degli inquinanti precursori presenti” spiega Paul McAleavey, capo del programma aria e cambiamenti climatici dell’Aea. L’ozono troposferico si forma a seguito delle reazioni fra vari inquinanti provenienti da diverse fonti, come la combustione di carburanti fossili, il trasporto stradale, le raffinerie, vegetazione, discariche, reflui, bestiame e incendi. In presenza di caldo e luce solare si scatenano queste reazioni, quindi si tratta di un problema tipico dell’estate, specie nel Sud Europa. Secondo McAleavey “l’Europa deve lavorare duro per ridurre le emissioni di inquinanti all’origine dell’ozono, per proteggere la salute umana”.

I limiti di legge da non superare 

Le soglie limite per l’ozono fissate dalla normativa europea sono tre: 120 mcg/m3 è il valore massimo giornaliero della media calcolata su 8 ore consecutive, da non superare più di 25 volte l’anno; 180 mcg/m3 di media oraria è la soglia di informazione; 240 mcg/m3 di media oraria è la soglia di allarme. 

Esposizione, danni e pericoli: tutto quel che c’è da sapere

L’eccessiva concentrazione di ozono in atmosfera rischia di compromettere anche pesantemente le capacità respiratorie. I sintomi possono essere leggeri – tosse, irritazione alla gola, asma – ma non c’è da sottovalutarli. Nei soggetti più deboli si possono acuire fino ad arrivare a mancamenti e senso di soffocamento. Le esposizioni prolungate ad alte concentrazioni sono ovviamente le più pericolose: possono causare alterazioni anatomiche dell’epitelio e dell’interstizio polmonare, fino a portane alla  fibrosi del tessuto polmonare stesso.  Secondo le agenzie dell’ARPA i soggetti più a rischio sarebbero i bambini: trascorrendo gran parte del periodo estivo all’aperto, sono spesso impegnati in attività fisiche intense per le quali, a causa della maggior frequenza degli atti respiratori, inalano quantità più elevate di inquinanti. I bambini hanno anche maggiori probabilità di sviluppare l’asma o altre malattie respiratorie. L’asma è la malattia cronica più comune nei bambini e può essere aggravata dall’esposizione all’ozono. Per le stesse ragioni, particolare attenzione dovranno fare anche le persone che soffrono di broncopneumopatie croniche e malattie cardiache, specie se anziane. Siccome le concentrazioni di ozono dipendono fortemente dalle condizioni atmosferiche, le concentrazioni maggiori nella stagione estiva sono rilevabili nelle ore che seguono immediatamente la massima insolazione. Pertanto i massimi livelli di ozono nell’arco della giornata si raggiungono nell’intervallo di tempo che va dalle ore 13-14 alle ore 18. 

I consigli dell’ARPA

In presenza quindi di elevate concentrazioni di ozono è opportuno per tutti, ed in particolare per i gruppi a rischio, adottare una serie di comportamenti atti a ridurre il più possibile l’esposizione. Sono consigli dettati dal buon senso, ma di cui ci si dimentica spesso, per pigrizia o poca prudenza.

1. Ventilare gli ambienti domestici nelle ore più fresche della giornata, specialmente quelle del primo mattino, quando le concentrazioni di ozono sono più basse;

2. Evitare di svolgere i lavori pesanti o le attività sportive nelle ore calde. Meglio anticipare alle prime ore della giornata o rimandare il tutto quando l’intensità del sole sia calata.

3. I soggetti a rischio devono trascorrere le ore più calde della giornata all’interno delle abitazioni, evitando di svolgere qualunque attività fisica, anche moderata, all’aperto, in particolare nelle ore più calde e di massima insolazione della giornata (usualmente tra le 13 e le 18); è comunque buona norma che tutti evitino un’attività fisica intensa all’aperto nelle ore più calde e di massima insolazione della giornata;

4. Durante il periodo estivo molti bambini essendo a casa da scuola sono impegnati in varie iniziative di tipo ricreativo, ludico, culturale e ricreativo e pertanto è opportuno ricordare ai responsabili di queste iniziative le indicazioni appena fornite, affinché vengano adottate tutte quelle precauzioni che consentano di ridurre l’esposizione. È pertanto preferibile che le attività sportive ed i giochi di movimento vengano effettuati al mattino e che al pomeriggio si privilegino le attività in ambienti confinati.

Scarica il rapporto dell’European Environment Agency

Fonte: eco dalle città