Ambiente Urbano, il rapporto dell’Istat sull’ ecosostenibilità delle città italiane | Documento

Secondo l’analisi Istat sull’ambiente urbano ben 81 comuni su 116 hanno aderito al Patto dei Sindaci. Passi avanti nella gestione dei rifiuti e della mobilità smart, ma ancora indietro l’erogazione dell’acqua potabile381286

L’Istat ha pubblicato il rapporto “Ambiente urbano: gestione eco compatibile e smartness” relativa ai capoluoghi di provincia e riferita all’anno 2013. Ecco i dati principali:

In tema di strumenti innovatori di programmazione eco compatibile, sono 81 su 116 i capoluoghi che al 31 dicembre 2013 hanno aderito al Patto dei sindaci, (impegnandosi a ridurre le emissioni di CO2 di almeno il 20% entro il 2020) e 50 hanno già approvato il Piano di azione per l’energia sostenibile.
A favore della gestione eco sostenibile dei rifiuti, la raccolta porta a porta nel 2013 è attiva in 101 capoluoghi, il ritiro su chiamata degli ingombranti in 111 (in 79 esteso anche ad altre tipologie di rifiuto). 105 comuni hanno isole ecologiche e 38 stazioni mobili per il conferimento diretto da parte dei cittadini, 97 hanno attivato interventi programmati di raccolta dei rifiuti abbandonati. Permangono inefficienze nell’erogazione dell’acqua potabile: nel 2012 le dispersioni delle reti di distribuzione comunali sono pari al 34%. Il settore della mobilità è tra i più dinamici per l’applicazione di tecnologie innovative da parte dei comuni. Nel 2013, Genova e Bologna hanno l’offerta più completa di servizi di infomobilità; quasi la metà dei comuni dispone di pannelli a messaggio variabile su strada (56), offre informazioni via web sul trasporto pubblico (52), dispone di paline elettroniche alle fermate (50). Più di un terzo delle città utilizza “semafori intelligenti” e poco meno permette la ricarica dei veicoli elettrici in aree pubbliche. Diffusi gli investimenti “smart” di efficientamento dell’illuminazione pubblica: nel 2013 il 14,6% dei punti luce ha un sistema di regolazione del flusso luminoso; il 4,8% utilizza lampade a LED e una piccola quota in forte crescita è fotovoltaica (0,7‰; +44,6% in un anno). Nel campo delle fonti rinnovabili e dell’uso efficiente dell’energia, 105 comuni producono in proprio energia solare fotovoltaica, 6 comuni quella idroelettrica, 3 energia eolica e altrettanti la geotermica. Il teleriscaldamento è presente in 34 capoluoghi; 78 città dispongono di propri impianti solari termici, 20 a biomasse e/o biogas e 24 pompe di calore ad alta efficienza.
Le “Zone 30” sono presenti in 63 capoluoghi nel 2013 (9 in più rispetto al 2012), i servizi di bike sharing in 58 città (10 in più in un biennio) con oltre 1.000 punti di prelievo (+42%) e quasi 10 mila biciclette (+62%). Il car sharing è attivo nel 2013 in 22 città, con circa 1.000 veicoli (il 23% elettrici) e oltre 25 mila abbonati (+36% in un biennio).
Per favorire gli utenti e la trasparenza dei processi sono diffusi i servizi on line: nel 2013, 51 capoluoghi ne hanno attivato almeno 3 di tipo anagrafico; 38 offrono la possibilità di prenotare appuntamenti con referenti degli uffici comunali; 39 consentono il pagamento per almeno due tipi di servizi o tributi.

 

Ambiente Urbao, Istat [0,64 MB]

Fonte: ecodallecitta.it

Pesticida killer: 37 milioni di api morte nei pressi di un campo Ogm

L’Unione Europea ha bandito i neonicotoidi, principali responsabili della moria delle api

La moria delle api è uno dei più preoccupanti fenomeni ambientali degli ultimi tempi. I rischi connessi alla sparizione di queste instancabili lavoratrici sono molteplici, su tutte quello della scarsità dei raccolti delle specie vegetali che necessitano dell’impollinazione. In alcune zone della Cina si è arrivati al caso limite di alcuni frutteti impollinati a mano da operai specializzati che si sostituiscono agli insetti impollinatori. La notizia che arriva dal Canada, precisamente da Elmwood è quella della morte di 37 milioni di api trovate senza vita da un apicoltore locale, Dave Schuit che ha dichiarato di avere perso 600 alveari, un vero e proprio patrimonio per chi vive dei proventi del miele, ma un tesoro altrettanto prezioso per le coltivazioni delle aree circostanti. Secondo l’uomo – la cui perdita economica è quantificabile in decine di migliaia di euro – la colpa di questa anomala strage di insetti è da attribuirsi ai nuovi pesticidi neonicotoidi prodotti dalla Bayer CropScience Inc. L’ecatombe di api si è verificata non lontano da un campo in cui dopo avere piantato il grano Ogm, i semi vengono ricoperti di pesticida tramite degli ugelli spruzzatori. Questa tecnica consente alle particelle del pesticida di “galleggiare” nell’aria e di atterrare su diverse piante, causando la morte di milioni di insetti impollinatori. Una ricerca condotta dall’Università di Purdue ha evidenziato come tutte le api morte avessero riportato i sintomi neurotossici tipici da avvelenamento da pesticida. Nel 2013, dopo numerosi eventi del genere e la morte di diversi milioni di api in vari stati membri, l’Unione Europea ha deciso di bandire i neonicotoidi e i pesticidi responsabili della moria delle api. Nel Nord America non c’è ancora stata una vera e propria presa di coscienza del problema ed episodi come quello avvenuto in Canada non sono più un eccezione.

Olive “sotto scorta”: furti in tutta Italia e gli olivicoltori si organizzano

La scarsità dei raccolti ha fatto alzare la quotazione dell’olio e si moltiplicano, dalla Liguria alla Puglia, i furti delle olive e dell’olio. Tanto che in molte zone i coltivatori si stanno organizzando per monitorare il territorio. La scarsità del raccolto ha fatto esplodere le quotazioni dell’olio e ha provocato un vero e proprio boom di furti nelle campagne, dove i ladri assaltano cascine e fattorie a caccia di olive o di fusti di olio. È la stessa Coldiretti a denunciare il fenomeno dei raid di squadre organizzate che riescono a compiere dei blitz e a raccogliere, all’insaputa dei legittimi proprietari, un quintale di olive. Anche le cisterne d’olio sono un vero e proprio tesoro che può arrivare a un valore massimo di 200mila euro a botte. In pochi giorni le forze dell’ordine hanno effettuato decine di arresti, ma i tentativi di furti sono continuati tanto che gli agricoltori hanno dovuto organizzare delle ronde, mentre altri si affidano alle scorte della polizia. Nel foggiano una banda composta da cittadini bulgari è stata fermata dalle forze dell’ordine dopo che si era organizzata per ripulire gli uliveti della zona di Cerignola, altre squadre composte da romeni agivano poco distante. Nel Barese e nei pressi di Barletta sono finiti in manette 5 italiani che con due colpi avevano sottratto al raccolto dei legittimi proprietari 5 quintali di olive. Altri colpi sono stati tentati o realizzati nel Trapanese (dove 8 persone hanno tentato il furto in un terreno confiscato alla mafia), in Liguria (dove gli olivicoltori si stanno trasformando in vigilantes) e nel Maceratese dove due persone sono state arrestate dopo avere rubato 50 chilogrammi di olio. Coldiretti ha chiesto alle prefetture delle zone più a rischio un pattugliamento delle strade più sensibili, ma si sta pensando di installare videocamere negli uliveti.72551783-586x387

Fonte: Coldiretti

© Foto Getty Images

Addiopizzo: contro il pizzo cambiamo i consumi

“Un intero popolo che accetta di pagare il pizzo è un popolo senza dignità”. La mattina del 29 Giugno 2004, i palermitani che camminano in giro per la città trovano i muri tappezzati di adesivi anonimi che riportano questo slogan. Tutti cominciano a parlarne, cittadinanza e istituzioni si interrogano sull’identità degli autori di questo gesto, parte il tran tran mediatico e in brevissimo tempo la notizia è sulla bocca di tutti. Ma facciamo un passo indietro.

“Questo movimento nasce improvvisamente, dal basso” spiega Pico, uno degli associati di “Addiopizzo”, parlando del movimento anti-racket siciliano. Nel 2004 un gruppo di giovani studenti e neolaureati si riunisce intorno a un tavolo per decidere cosa fare della propria vita. Sono sette ragazzi in gamba e con forte spirito di iniziativa che non vogliono lasciare Palermo. L’idea iniziale che nasce intorno a quel tavolino è molto semplice: aprire un pub equo e solidale. Uno di loro si occupa di scrivere il business plan e tra i rischi economici da calcolare inserisce la voce “pagare il pizzo”. “Eravamo tutti ragazzi informati e consapevoli”, spiega Pico, “ma quando vediamo scritta nero su bianco quella parola – “pizzo” – è come se ci fossimo scontrati all’improvviso con la realtà dei fatti. Fu come una doccia fredda”.8748073071_4c82e4698f_b-e1417596772110

Iniziando studi e ricerche sul tema, scoprono che il commerciante paga il pizzo di tasca propria una sola volta, all’inizio, successivamente è il prezzo delle merci che viene aumentato per coprire la “tassa” dell’estorsione. Questo significa che tutti i cittadini vengono coinvolti e anche attraverso il semplice acquisto di un prodotto si alimenta indirettamente il sistema mafioso del pizzo. Da questa presa di coscienza nasce lo slogan degli adesivi attaccati nella notte tra il 28 e il 29 Giugno 2004 dal gruppo di attivisti. Quando decidono di venire allo scoperto, dopo qualche giorno dalla “notte degli adesivi”, i sette giovani universitari scelgono di rimanere anonimi, di non personificare la lotta. “Il problema di tanti movimenti anti-mafia è stato proprio la personificazione in un singolo individuo, che purtroppo – sappiamo bene – troppo spesso è diventato martire. Anche oggi che l’associazione ha un riconoscimento a livello regionale e nazionale”, aggiunge, “c’è una turnazione continua delle cariche e dei ruoli interni”.addiopizzo

In pochissimo tempo il gruppo passa da sette persone a quaranta e già nell’estate del 2004 viene preparato un manifesto del consumo critico da sottoporre ai cittadini. Nell’estate del 2005, solo un anno dopo, il manifesto è stato sottoscritto da oltre mille persone e a maggio del 2006 esce la lista dei primi cento commercianti che hanno rifiutato di pagare il pizzo. Da quel momento in poi, con cadenza annuale sono resi noti circa cento nuovi commercianti che aderiscono alla rete e a maggio di ogni anno viene organizzata una tre giorni di eventi e incontri sul consumo critico in una delle piazze di Palermo. La storia di Libero Grassi è un modello ma anche un monito: nessun commerciante deve rimanere solo. Per questo sono tutti invitati a partecipare per sostenere la rete ma soprattutto per conoscere e sensibilizzare. “La nostra forza”, argomenta Pico, “è la responsabilizzazione del cittadino. È il singolo individuo che decide di fare la differenza”. Non si colpevolizza il commerciante che paga il pizzo, ma piuttosto si premia e si dà voce a chi decide di non farlo. Gli esercizi commerciali che aderiscono alla rete di Addiopizzo accettano il “pacchetto legalità” a 360 gradi: dall’assunzione dei dipendenti al pagamento delle tasse è tutto perfettamente a norma. In cambio i commercianti sanno di poter contare da un lato su una rete di cittadini consapevoli che prediligono le loro attività piuttosto che altre, dall’altro sulla protezione dell’associazione in caso di necessità.pizzo

“Gli esercizi che aderiscono ad Addiopizzo non hanno quasi mai avuto ritorsioni, ma quando è successo hanno avuto la dimostrazione che si può contare sulla nostra rete”, racconta Pico, “e il caso di Rodolfo Guajana lo testimonia”. Dopo aver aderito alla rete, questa ditta palermitana è stata vittima di un attentato incendiario nella notte tra il 30 e il 31 Luglio 2007 e “il fumo delle fiamme si vedeva fin dall’altro capo della città”, ricorda Pico. Il capannone della ditta venne completamente distrutto ma il 17 settembre, dopo solo due mesi, Guajana è di nuovo in piedi, pronto per riaprire la sua attività. Grazie alle pressioni di Addiopizzo e alla mobilitazione innescata sul territorio, il proprietario ha ottenuto il sostegno delle istituzioni e in pochissimo tempo gli è stato garantito dalla regione lo spazio per i nuovi capannoni. “Se la società civile è consapevole e richiede il cambiamento”, spiega Pico, “le istituzioni non possono fuggire e sono obbligate ad ascoltare e agire di conseguenza”. L’associazione Addiopizzo oggi è una solida realtà regionale, dalla sua costola si è formata un’associazione collaterale, “Addiopizzo Travel” (vedi box a destra), e oltre al nucleo originario di Palermo sono nate nuove cellule a Catania (2006) e Messina (2010). Le stime ufficiose delle forze dell’ordine registrano un forte calo del fenomeno del pizzo anche a Palermo, dove nel 2004 i dati ufficiali riportavano una stima pari all’80%.

“La mafia ti uccide nei sogni, con Addiopizzo abbiamo riacceso in minima parte le speranze della gente, lo vedo negli occhi delle persone con cui parlo” confida Pico. Poi conclude: “sono soddisfatto di quello che abbiamo ottenuto fino ad oggi, ma sono ingordo e voglio migliorare sempre di più”.

Fonte : italiachecambia.org

 

Nobel Fisica 2014 | Luci LED blu: trionfa il risparmio energetico ma attenzione a gettarle via

Il premio Nobel 2014 va ai tre fisici Isamu Akasaki, Hiroshi Amano and Shuji Nakamura che hanno inventato le luci a LED blu

E’ la nuova luce che illuminerà il mondo: la luce a LED blu ha portato al riconoscimento del Nobel 2014 per la Fisica a Isamu Akasaki, Hiroshi Amano e Shuji Nakamura. La luce a LED blu è una fonte luminosa a basso consumo energetico che porterà grande beneficio all’umanità: infatti con la luce a LED blu è stata creata una nuova luce bianca e ciò ci fornisce un’alternativa duratura e efficiente rispetto ai vecchi sistemi di illuminazione. Trionfa dunque il risparmio energetico e la sostenibilità nel riconoscimento di questa incredibile invenzione. In sostanza grazie agli studi ventennali di Isamu Akasaki, Hiroshi Amano e Shuji Nakamura abbiamo le luci a LED bianche che emettono una luce brillante, di lunga durata e a basso consumo energetico. Praticamente hanno migliorato, rendendole più efficienti, le luci a LED portandole ad avere un flusso luminoso più elevato (misurato in lumen) per unità di potenza di ingresso (misurata in watt). Il record più recente è pari a poco più di 300 lm / W, il che fornisce luce pari a 16 lampadine normali e pari alla potenza di circa 70 per lampade fluorescenti ma portando a un quarto il consumo mondiale di energia elettrica e ciò consente ai LED di contribuire a salvare le risorse della Terra. A diminuire anche i materiali consumati poiché i LED durano fino a 100 mila ore, contro le 1000 ore delle lampadine a incandescenza e le 10 mila ore della lampade fluorescenti. Isamu Akasaki, Hiroshi Amano e Shuji Nakamura hanno iniziato le loro ricerche sui LED e la produzione di luce blu nei primi anni 1990 e dunque hanno innescato una trasformazione fondamentale della tecnologia dell’ illuminazione. Fino ad allora si usavano diodi rosso e verde diodi e senza la luce blu era praticamente impossibile avere lampade bianche. La sfida dei LED blu era rimasta attiva per tre decenni.luce-led-620x424

Dunque Isamu Akasaki, Hiroshi Amano e Shuji Nakamura sono riusciti dove tutti gli altri avevano fallito. Akasaki ha collaborato con Amano presso l’Università di Nagoya e l’università della California, mentre Nakamura ha portato avanti le sue ricerche alla Nichia Chemicals, una piccola azienda a Tokushima. La loro invenzione è dunque tanto rivoluzionaria da vedere riconosciuto il Nobel per la Fisica 2014 e dunque se nel XX secolo abbiamo acceso lampadine a incandescenza nel XXI secolo probabilmente la luce ci sarà fornita sempre più dalle luci a LED. Ricordiamo che le lampadine a LED, una volta esautorata la loro funzione non sono da differenziare nella raccolta dei rifiuti e ciò perché contengono un elettronico complesso, sebbene non abbiano al loro interno il mercurio. Dunque o si riconsegnano al negoziante o presso le isole ecologiche che accettano i RAEE.

Breve storia dei LED182136127-620x413

Il LED è una luce emessa da un diodo foto emittente e si riconosce per la sua lunghezza d’onda specifica il che ci consente di vederla con un determinato colore. A donare il colore al LED è il materiale con cui è prodotto il semiconduttore che sono costituiti da vari elementi (in genere fosfuri o arseniuri). Dunque così come sono combinati questi elementi così si ottengono colori diversi per le luci variabili sulla base dell’energia emessa. In sostanza la luce rossa emette poca energia mentre la luce blu emette un alto livello di energia. Il problema con i LED ha riguardato per almeno 30 anni la produzione dello spettro della luce bianca in quanto è formata dalla somma di tutti i colori della luce.

Fonte:  Nobel PrizeOsram
Foto | Nobel Prize @ Facebook

Legambiente Puglia su gasdotto TAP. «Soluzioni condivise e no a due gasdotti in Puglia»

«Ora la Puglia rischia di avere due gasdotti, uno a Melendugno e l’altro a Otranto. Legambiente è favorevole alla realizzazione di un solo gasdotto in Puglia in un punto di approdo che sia meno impattante possibile». È questo il commento di Francesco Tarantini, presidente di Legambiente Puglia dopo il “giudizio favorevole” sulla VIA del progetto TAP da parte del Ministero dell’Ambiente380163

«Legambiente prende atto dell’annuncio di “giudizio favorevole” sulla VIA del progetto TAP da parte del Ministero dell’Ambiente ma si riserva, una volta conosciute le prescrizioni emesse nel relativo Decreto, di assumere le iniziative che risulteranno fondate ed opportune a tutela dell’ambiente e del paesaggio, fermo restando che nel procedimento amministrativo in essere non è possibile introdurre, giuridicamente, soluzioni alternative».
È questo il commento di Francesco Tarantini, presidente di Legambiente Puglia, che ha sempre giudicato il gasdotto trans adriatico importante per la diversificazione delle fonti di approvvigionamento. La vicenda del Tap non può essere affrontata in maniera isolata, ma deve rappresentare l’occasione per discutere di politica energetica in uno scenario incentrato sulle fonti rinnovabili e sulla efficienza energetica nell’ottica di una riduzione drastica di approvvigionamento dalla fonte più inquinante di tutte, ossia il carbone.  «Ora la Puglia rischia di avere due gasdotti, uno a Melendugno e l’altro a Otranto – continua Tarantini – Legambiente è favorevole alla realizzazione di un solo gasdotto in Puglia in un punto di approdo che sia meno impattante possibile. Auspichiamo che, in sede di rilascio dell’Autorizzazione unica, le istituzioni e la politica, a livello locale, regionale e nazionale, trovino una soluzione condivisa, cosa non fatta durante la fase di studio di fattibilità caratterizzata piuttosto da forti proteste».

 

Fonte: ecodallecitta.it

Il Campionato del Mondo di Mungitura a Mano di Vacche… In Valle Brembana

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La Valle Brembana sulla vetta del mondo, con un posto d’onore nel mondo delle grandi sfide internazionali, e comunque andrà sarà sempre una vittoria. Domenica 28 settembre, dalle ore 9.00, prenderà avvio il primo Campionato Mondiale di Mungitura a Mano di Vacche, ospitato dall’Agriturismo Ferdy di Lenna (Bergamo). L’organizzazione dell’evento è affidata all’Associazione Fiera San Matteo di Branzi, con la collaborazione del Comune di Lenna, di Associazioni  di allevatori e sponsor. Premi e Partecipanti: In palio verrà messo un montepremi di 6.000,000 euro, che saranno ripartiti fra i primi tre podi nei rispettivi valori di 3.500,00 euro al primo classificato, 1.500,00 al secondo e 1.000,00 al terzo. A contendersi il primato saranno i mungitori che abitualmente frequentano gli alpeggi, che gareggeranno per la simbolica vittoria del Secchio d’Oro. Il Regolamento stilato prevede che gli sfidanti in gara debbano mungere quanto più latte possibile in un tempo limite di due minuti dalla propria mucca o da un capo messo a disposizione. Animali e concorrenti saranno sottoposti a rigidi controlli per scongiurare il rischio frode e garantire limpidezza ad un torneo che vuole preservare il valore di un mestiere sempre più soppiantato da mungitrici meccaniche.

“Al di là dell’aspetto folcloristico e agonistico – spiegano dal comitato organizzatore – il primo campionato del mondo di mungitura a mano vuole valorizzare e portar all’attenzione del grande pubblico chi, con fatica, determinazione, passione e coraggio, custodisce e alimenta una pratica antica, per secoli unico mezzo di sostentamento per intere popolazioni rurali. Esaltare la mungitura a mano, ancora oggi, significa rendere omaggio a queste generazioni e, al tempo stesso, essere forieri di genuinità, libertà di pascolo delle mandrie, in un settore ormai dominato dalla meccanizzazione e dalla produzione intensiva”. Questo trofeo, pertanto, è stato intitolato ai “Formaggi Principi delle Orobie”, un marchio creato appositamente dall’Associazione Fiera San Matteo che riunisce le sei eccellenze casearie delle Prealpi Lombarde, ad oggi disponibili presso La Baita dei Saperi e dei Sapori di Zogno (Bergamo), all’ingresso della Valle BrembanaFormai de Mut dell’Alta Valle Brembana DOP, Bitto Storico, Stracchino all’antica delle Valli Orobiche, Agrì di Valtorta e Strachitunt DOP, tutti formaggi che si contraddistinguono per la produzione nell’ambiente incontaminato della montagna. I Partecipanti: All’Agriturismo Ferdy arriveranno in particolare dal Nord Italia, dall’Austria, dalla Svizzera e dalla Germania. Specifichiamo che la pratica della mungitura a mano è per gran parte andata persa, e l’aver raggiunto ad oggi un numero sufficiente di iscrizioni che garantiscano il pieno svolgimento del torneo, è stato un primo successo. Info e Iscrizioni: info@fierasanmatteo.it -338/2571965. oppure 347/9956383.

Fonte:  baitadeisaperiesapori.com/

La forza di un filo di paglia

Il Gruppo Editoriale Macro realizzerà i suoi nuovi uffici in bioedilizia, dando vita al più grande edificio in balle di paglia mai costruito in Italia. Francesco Rosso, Nicola Foschi, Luigi Foschi.jkXMOEksPIQ_4jvcBVROgDl72eJkfbmt4t8yenImKBVvK0kTmF0xjctABnaLJIm9

Nel 2013 è nata nel Gruppo Macro l’esigenza di avere nuovi uffici per poter sviluppare la propria attività. Una sempre maggiore sensibilità e attenzione alla salute naturale della persona e alle tematiche legate all’ecologia ha fatto si che la casa editrice abbia registrato nel 2013 una forte crescita e che le prospettive per il 2014 siano ancora superiori, in controtendenza con il mercato dell’editoria tradizionale. Avendo in proprietà un terreno commerciale edificabile a fianco dell’attuale magazzino, il Gruppo Macro ha deciso di utilizzare questo lotto per costruire nuovi uffici e una sala convegni, ideata con lo scopo di coinvolgere la cittadinanza con iniziative legate alle proprie pubblicazioni. La casa editrice promuove da sempre i temi della salvaguardia dell’ambiente, del rispetto delle risorse, del risparmio energetico, e a novembre 2013 ha pubblicato il bellissimo libro Le case in Paglia di Athena Swentzell. Per essere al cento per cento coerente con le proprie pubblicazioni, Macro realizzerà i nuovi 560 mq fra uffici e sala convegni con materiali ecologici e ad altissimo risparmio energetico, dando vita al più grande edificio in balle di paglia mai costruito in Italia. Come saranno i nuovi uffici L’idea progettuale è quella di ampliare il capannone esistente con uno nuovo, interamente destinato a uffici e sala conferenza. L’obiettivo è quello di sperimentare un nuovo modo di abitare e lavorare all’interno della città: oggi non si tratta di proporsi diversi, ma semplicemente più attenti. Punto fondamentale di questo progetto sono i materiali utilizzati, la paglia e la terra, eco-compatibili e a km zero, sicuramente quelli giusti per realizzare l’edificio green che, sia il committente sia lo studio, si erano immaginati. Il progetto prevede una struttura portante in legno, come chiede l’attuale normativa sismica, tamponatura esterna con balle di paglia, finitura a intonaco naturale (argilla e calce) e copertura a tetto verde. Altro aspetto molto importante di questo progetto è l’autocostruzione; una volta realizzate le fondazioni e la struttura portante in legno da una impresa costruttrice specializzata, la realizzazione dei muri in balle di paglia, gli intonaci e la copertura verranno realizzati da persone comuni, per lo più volontari, rese capaci di costruire. È una tecnica semplice, leggera e aperta a tutti, stimola la cooperazione, la personalizzazione e la creatività del “fai da te”: chi partecipa diventa orgoglioso di quel particolare pezzo di città alla cui nascita ha contribuito con l’impegno a formarsi e con il lavoro delle proprie mani. Perché una costruzione in paglia? Una casa di paglia è la miglior alternativa alle tradizionali tecniche da costruzione, anche se, nella cultura occidentale, i materiali naturali vengono visti con molto scetticismo, per questo è doveroso ricordare che l’industria del cemento produce grosse quantità di gas dannosi per l’atmosfera, responsabili dell’effetto serra. Un edificio in balle di paglia è composto da una struttura portante in legno, priva di piastre di acciaio e viti (si utilizzano solo incastri legno-legno) e da una finitura di intonaco naturale, preferibilmente terra cruda (argilla) interna e calce esterna, tutti materiali che, a differenza dei tradizionali, non

“Riproducendo quanto fa la Natura,

realizzeremo, nella nostra corte esterna,

un giardino autosufficiente, produttivo ed

estremamente bello”

emettono sostanze nocive, creando i presupposti per un microclima interno ottimale. Le balle di paglia hanno un ottimo potere isolante: grazie a una bassa trasmittanza è facile raggiungere standard energetici elevati, consentendo così un forte risparmio in termini di riscaldamento invernale e raffrescamento estivo. Una costruzione di questo tipo risparmia il 75% di energia rispetto a un edificio con le stesse caratteristiche realizzato in maniera tradizionale. Una parete di questo tipo risulta altamente traspirante: essa regola in maniera naturale l’umidità interna dell’edificio, facilitando il passaggio del vapore dall’interno all’esterno, mantenendo un ambiente sano, ed evitando il problema della condensa e delle muffe. Gli edifici in legno e paglia hanno un ottimo comportamento alle azioni sismiche: essendo più leggeri rispetto a un edificio in cemento, la sollecitazione che ricevono è minore; inoltre il materiale più flessibile consente l’assorbimento delle vibrazioni, evitando le rotture. Contrariamente a quanto si possa pensare, la paglia ha una buona resistenza al fuoco: essendo pressata contiene una bassa percentuale di ossigeno e quindi risulta poco infiammabile. A livello acustico ha un ottimo potere fonoassorbente e viene già utilizzata come isolante in svariati campi (per esempio nelle barriere acustiche autostradali). Ecosostenibilità del materiale, rapidità nell’esecuzione e bassi costi di realizzazione fanno sì che, anche in Italia, ci sia un crescente numero di persone interessate alla costruzione di edifici in paglia.

Un prato sul tetto

La copertura dell’edificio sarà a verde, del tipo estensivo, non solo per una ragione estetica, ma soprattutto per i vantaggi economici, costruttivi e ambientali che comporta. L’acqua accumulata e trattenuta dalla copertura viene in parte assorbita dalla vegetazione esistente, e in parte evapora, contribuendo ad abbassare i picchi di temperatura dell’ambiente circostante, portando concreti vantaggi a livello locale. In presenza di una copertura a verde raramente le temperature massime estive superano i 25°C, contro gli oltre 80°C di una copertura tradizionale, ciò significa una protezione ulteriore contro gli sbalzi termici che determina l’aumento della vita media degli strati di impermeabilizzazione sottostanti. Queste coperture rappresentano un fattore di isolamento termico aggiuntivo sulle coperture: diminuiscono la dispersione termica verso l’esterno in inverno, e limitano,

“Il progetto prevede una struttura portante in legno, come chiede l’attuale normativa sismica, tamponatura esterna con balle di paglia, finitura a intonaco naturale (argilla e calce) e copertura a tetto verde

Come verrà finanziato il progetto”

come già accennato, il riscaldamento della copertura in estate.

Argilla e terra cruda: l’intonaco lo faremo così!

Cosa offre di speciale un intonaco in argilla? Sicuramente la salubrità dell’ambiente! L’argilla ha il potere di assorbire e trattenere i batteri presenti nell’aria, ostacola la formazione di polvere e la dispersione di odori, per questi motivi risulta essere un valido strumento di prevenzione per allergie e raffreddori. Un intonaco in argilla contribuisce a mantenere l’umidità costante, accumulando quella in eccesso per poi cederla nuovamente. È un materiale che richiede bassissimi consumi energetici per la produzione, viene usata principalmente per superfici interne in spessore che varia da 2 a 5 centimetri.

Raffreddare con l’aria del sottosuolo

Sulla base dei presupposti precedentemente elencati, ci troviamo di fronte a un involucro dalle alte prestazioni termiche, ciò si tramuta in un utilizzo quasi esclusivo della bioclimatica per raffrescare e riscaldare l’edificio. Fin dall’antichità l’uomo ha utilizzato cavità sotterranee, le “camere dello scirocco” siciliane ad esempio, per il raffrescamento delle abitazioni. Si tratta di ambienti ipogei posti in comunicazione con i vani superiori dell’edificio tramite apposite aperture,nei quali la temperatura si mantiene costante tutto l’anno; la differenza di temperatura tra la parte superiore scaldata dal sole e quella inferiore, comporta uno scambio di flussi aerei, determinando una significativa ventilazione interna. Nel nostro caso specifico, mantenendo l’idea, andremo a utilizzare un pozzo esterno all’edificio, nel quale convogliare l’aria esterna e, attraverso una rete di tubi sotterranei posti a una profondità di 1,50 mt, immetterla all’interno per creare un costante ricambio di aria naturale e ossigenata agli ambienti. Questo sistema consentirà in estate un naturale raffrescamento mediante l’immissione di aria di ventilazione raffreddata dallo scambio termico con le masse presenti nel sottosuolo, e sarà l’unico sistema di raffrescamento estivo.

Riscaldare con il sole

Il riscaldamento invernale, invece, viene affidato in gran parte al sole: le ampie vetrate dell’edificio sono poste prevalentemente a Sud, in modo tale da consentire in inverno il riscaldamento del pavimento, il quale accumulerà calore cedendolo per tutta la giornata. In estate le vetrate saranno opportunamente schermate per evitare il riscaldamento della

struttura. In aiuto a questo sistema, potendo sfruttare l’energia elettrica prodotta dall’impianto fotovoltaico esistente, verrà predisposto un impianto con pompa di calore collegata a ventilconvettori, che producono aria calda d’inverno e fresca d’estate.

Prato inglese? No, foresta commestibile

La sistemazione esterna della corte sarà caratterizzata da due elementi molto importanti: l’utilizzo di piante stagionali autoctone, che creano ombra d’estate e lasciano filtrare il sole nel periodo invernale; e di piante che producono frutti. Quello che si vuole creare è la cosidetta “foresta commestibile”: alberi, arbusti, cespugli, rampicanti, piante erbacee e funghi, che producano frutti dimenticati e frutti antichi. Tutti potranno accedere alla produzione del giardino e godere dei prodotti della terra utilizzabili in cucina, in erboristeria o come alimento per i nostri animali. Riproducendo quanto fa la Natura, realizzeremo un giardino autosufficiente, produttivo ed estremamente bello. Nella corte interna, creata fra l’edificio esistente e l’ampliamento, verrà realizzato un piccolo stagno, un bacino per raccogliere e filtrare l’acqua piovana, poi utilizzata per l’irrigazione dello stesso giardino. Il tutto pensato per creare un microclima ottimale, valorizzando al massimo gli spazi in cui viviamo e lavoriamo.

I progettisti

Lo Studio Foschi è composto dai fratelli Luigi e Nicola, geometra e architetto appassionati di costruzioni in legno, grazie a un’infanzia vissuta fra le creazioni del padre falegname. Presente da oltre 15 anni nel settore dell’edilizia, lo studio è specializzato nella progettazione e realizzazione di edifici ad alta efficienza energetica. Nicola è architetto e Luigi, geometra e designer d’interni, è esperto certificato CasaClima J. (Bolzano). Entrambi appassionati di bioedilizia e architettura bioclimatica, propongono ai loro attenti clienti soluzioni innovative per abitare in modo sostenibile e in armonia con la natura. Ricevono su appuntamento a Cesena (FC).

Per informazioni: studiofoschi.eco@gmail.com  

Fonte: viviconsapevole.it

Le Case in Paglia - Libro

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I rifiuti alimentari, diete greening diventano gli obiettivi politici dell’Unione

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RELAZIONE SPECIALE / La Commissione europea vuole aiutare i consumatori a ridurre gli sprechi alimentari, facendo ‘meglio prima’ e ‘utilizzo da parte di’ date più chiara sulla confezione. Ma le misure di verde le nostre diete non si fermeranno qui, con attenzione politici ‘girando per tutta la catena alimentare. Con quasi 80 milioni di cittadini europei che vivono al di sotto della soglia di povertà e 16 milioni a seconda aiuti alimentari, il Parlamento europeo ha  lanciato una crociata contro gli sprechi alimentari . Fino al 50% di cibo commestibile e sano è sprecato in UE famiglie, supermercati, ristoranti e lungo la catena di approvvigionamento alimentare ogni anno, il Parlamento ha detto, chiedendo misure urgenti per affrontare la questione. In una  risoluzione  adottata nel mese di gennaio, i legislatori hanno invitato la Commissione europea a dimezzare lo spreco alimentare entro il 2025, con l’adozione di una gamma completa di misure. “Ci aspettiamo niente di meno che una strategia comunitaria convincente che guiderà tutti i 27 Stati membri ad affrontare sistematicamente la questione”, ha detto Salvatore Caronna, eurodeputato socialista in Italia che ha redatto la risoluzione del Parlamento sui rifiuti alimentari.

L’educazione dei consumatori inizia a scuola

In Parlamento, Anna Maria Corazza Bildt, un eurodeputato svedese del Partito popolare europeo centro-destra (PPE), sta conducendo una campagna di base per educare i consumatori sui rifiuti alimentari, iniziando con i bambini della scuola. La moglie del ministro degli Esteri Carl Bildt ha spiegato che i bambini possono essere insegnato a comprendere il valore del cibo, utilizzando i propri sensi – tatto, aspetto e odore – invece di buttare via. A casa, semplici passi possono essere adottate per evitare di sprecare il cibo, Corazza Bildt ha detto EurActiv in un’intervista . “Si tratta di guardare la temperatura nel vostro frigorifero a casa o prendere una piccola porzione due volte invece di una grande porzione”. Al ristorante, Corazza Bildt sta incoraggiando i clienti a portare a casa il cibo che non mangiano e comprimerle in un “doggy bag”. “Non dovrebbe essere imbarazzante per portarlo a casa come fanno negli Stati Uniti”, ha detto EurActiv.”Basta portare a casa”.  I residui di lavorazione è anche di “fare shopping intelligente” al supermercato, Corazza Bildt ha continuato. “Un sacco di persone stanno buttando via alimentare a base di ‘meglio prima” date “senza capire che il prodotto è ancora buono da mangiare, osservò.

‘Best before’ e ‘l’uso da’ date

Chiamate del Parlamento hanno trovato un’eco favorevole a Bruxelles, con la Commissione europea guardando norme di etichettatura più chiare per i consumatori. Chantal Bruetschy, capo unità per l’innovazione e la sostenibilità a salute e dei consumatori il servizio della Commissione (DG Sanco), ha detto che le etichette più chiare dovrebbero evitare cibo commestibile da oggetto di dumping, “senza compromettere la sicurezza alimentare”. Parlando ad un  workshop degli interessati EurActiv sui rifiuti alimentari , ha detto che molti consumatori possono buttare via il cibo perché sentono che non è più sicuro da mangiare. “Dal punto di vista del consumatore, l’etichettatura è spesso male interpretato a causa della mancanza di comprensione sulla distinzione tra il ‘meglio prima di’ data (criteri di qualità) e l”uso da’ data (questione di sicurezza),” ha detto Bruetschy EurActiv nei commenti inviati via email spedito dopo il workshop 30 maggio. “La Commissione chiarirà in stretta cooperazione con gli Stati membri”, ha continuato, dicendo questo sarà fatto attraverso una “spiegazione comune” distribuito agli Stati membri, le organizzazioni dei consumatori, rivenditori, operatori del settore alimentare e banche alimentari. Bruetshcy ammonito, tuttavia, di ri-scrittura di leggi in materia di etichettatura alimentare dell’UE del tutto, dicendo che “non c’è bisogno di ri-aprire la normativa in materia ‘di informazioni sugli alimenti ai consumatori’,”  che è stata adottata nel 2011 dopo molti anni di negoziati.  Sul fronte retail, ha detto esenzioni fiscali potrebbero anche incoraggiare i supermercati ad organizzare le donazioni a enti di beneficenza alimentari, invece di disfarsene. Una pietra miliare di dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030 sarà il nostro scritto in una comunicazione dovuta in seguito nel 2013, ha aggiunto.

Greening la catena di approvvigionamento alimentare

L’azione dell’UE sul greening settore alimentare non si fermerà a rifiuti e dovrebbe presto essere esteso ad affrontare l’intera filiera – dal campo alla tavola. Secondo la Commissione europea, il settore alimentare e delle bevande contribuisce a circa il 23% del consumo globale delle risorse, il 18% delle emissioni di gas a effetto serra e il 31% delle emissioni acidificanti. Nel settembre dello scorso anno, l’esecutivo Ue ha presentato la sua  roadmap per l’Europa una risorsa efficiente , che definisce una visione per il 2050 per un’economia più snella che consuma meno risorse naturali. Ha individuato la catena alimentare come uno dei settori in cui è necessario intraprendere ulteriori azioni per raggiungere gli obiettivi dell’UE di sostenibilità più ampi. “Entro il 2020, incentivi alle più sano e più sostenibile la produzione e il consumo di cibo saranno diffusi e avranno guidato una riduzione del 20% in input di risorse della catena alimentare,” il documento di visione dichiarato. Un  rapporto del Comitato della Commissione europea sulla ricerca agricola , pubblicata nel febbraio 2011, aveva già fatto quel punto, chiedendo “un cambiamento radicale dei consumi alimentari e della produzione” per affrontare la sfida scarsità di risorse e rendere il sistema agro-alimentare europeo più resistente a potenziali crisi di approvvigionamento. “Il settore agro-alimentare dovrebbe considerare che vi è la possibilità di affrontare positivamente la sfida ed essere il primo a conquistare il mercato mondiale per la produzione sostenibile di cibo sano in un mondo di scarsità e l’incertezza”, dice il rapporto.

Impronta di carbonio

Queste avvertenze non sono passati inosservati tra le aziende alimentari e delle bevande. Negli ultimi anni, il concetto di  footprinting ambientale  è diventata un argomento di vendita per il settore, con più attenzione concentrandosi su  emissioni di anidride carbonica e le food miles  – o il numero di chilometri cibo viaggia prima che atterri sul piatto dei consumatori. Gli ambientalisti del WWF, l’organizzazione globale di conservazione, hanno colto al volo l’occasione di una campagna per la produzione locale e prodotti biologici. “La scelta di stagione cibo coltivato localmente può essere un passo significativo per ridurre al minimo l’impatto ambientale della nostra dieta”, ha detto il WWF EurActiv. A livello dell’UE, la Commissione europea sta anche valutando la possibilità di adottare  un sistema di etichettatura di anidride carbonica per i prodotti commerciali  che potrebbero includere un sistema di classificazione per i prodotti alimentari e di altri prodotti simili ai ben noti marchi di consumo energetico visto su frigoriferi e lavatrici.

Misurare l’impatto ambientale

Tuttavia, entrambi i regolatori e gli attivisti ambientali sono desiderosi di notare che l’impatto ambientale dell’industria alimentare è più ampio di quanto lontano il cibo viaggia. “La maggior parte delle emissioni di gas serra dal cibo non viene dal food miles, viene da come viene coltivato il cibo, quello che viene utilizzato nel terreno e per alimentare il bestiame”, il WWF, ha detto. “Ci sono anche gli impatti delle modalità di conservazione, usato e cosa succede ai rifiuti.” Aziende agro-alimentari hanno ascoltato queste preoccupazioni e hanno iniziato a sviluppare le proprie iniziative per ripulire il loro agire ambientale. Recentemente, hanno sviluppato una  metodologia di valutazione armonizzata  per misurare gli impatti ambientali, come l’uso di acqua o di emissioni di anidride carbonica. FoodDrinkEurope, un gruppo industriale, messo insieme una  visione di sostenibilità per il 2030 , che elenca l’azione in tre settori: 1) di sourcing sostenibile, 2) l’efficienza delle risorse e 3) consumo sostenibile, concentrandosi sul lato del consumatore. “Ora questo buon lavoro deve essere preso alla fase successiva, e attuate in azioni reali sul terreno che garantisce i consumatori ricevano informazioni precise circa la sostenibilità delle scelte che fanno”, ha dichiarato Janez Potočnik, Commissario per l’ambiente dell’UE. “E ‘nell’interesse diretto del settore alimentare, in modo che coloro che realmente investono risorse nel miglioramento del loro impatto sono premiati per i loro sforzi, che non sono respinti come’ green washing ‘,” Potočnik ha aggiunto. La Commissione dovrebbe seguire sulla tabella di marcia l’efficienza delle risorse più tardi nel 2013, con una comunicazione sulla alimentare sostenibile.

Diete verdi

Attivisti ambientali, tuttavia, non vogliono sforzi dell’UE per fermare lì, e hanno iniziato a studiare il legame tra le scelte alimentari delle persone, l’ambiente e la salute pubblica. Il WWF ha raccolto informazioni sulle abitudini alimentari in Spagna, Francia e Svezia. Non sorprende, carni rosse e cibi preconfezionati altamente trasformati cavata peggio per ragioni sia ambientali e sanitarie. “L’assunzione di alimenti trasformati a base di carne rossa e ad alto contenuto calorico è aumentato. Queste tendenze hanno conseguenze negative per la salute pubblica e l’impatto sul clima delle diete nazionali,” il rapporto del WWF detto. Problemi di salute di dieta-correlate, citati nella relazione sono l’obesità, le malattie cardiovascolari, il diabete (tipo II) e tumori. Una soluzione win-win per i bilanci sanitari pubblici e del pianeta, gli attivisti sostengono, sarebbe quello di adottare una dieta più sana e più verde in base ai seguenti principi:

  • mangiare più vegetali;
  • ridurre lo spreco alimentare;
  • mangiare meno carne;
  • ridurre alimenti altamente trasformati; e
  • comprare cibo sostenibile certificata.

“Se adottato, una tale dieta non solo ha il potenziale per migliorare la salute dei cittadini europei, ma la capacità di fornire una riduzione del 25% delle emissioni di gas a effetto serra provenienti dai paesi pilota catene di approvvigionamento alimentare entro il 2020”, il WWF ha detto. Sia i consumatori compreranno resta da vedere.

POSIZIONI: 

EurActiv ha tenuto un workshop degli interessati sui rifiuti alimentari il 30 maggio. Guarda un highlight video qui:

Fonte: euractiv.com