Un bosco pensile sulla High Line di New York

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Grattacieli e spazi verdi: non si tratta di un’antitesi, ma dell’anima stessa di New York, la Grande Mela che evoca immediatamente lo swing di Gershwin e il mitico bianco e nero della “Manhattan” di Woody Allen. A New York il verde è di casa e oltre al Central Park, sono molti i parchi meno conosciuti ma altrettanto significativi che costellano “la città che non dorme mai”. Ma New York non smette mai di stupire e oltre al verde dei giardini tradizionali sta architettando la nascita di un vero e proprio bosco urbano: un rigoglioso giardino pensile che sboccerà fra i grattacieli, nel tratto finale della High Line.pranzo-in-cima-a-un-grattacielo-loriginale-300x216

Ricordate la celebre fotografia di Charles Ebbets “Pausa pranzo sul grattacielo”? E’un topos che evoca in modo quasi palpabile la sensazione di essere sospesi fra terra e cielo. La High Line non sfiorerà forse certe altezze, ma evoca a occhio e croce la stessa sensazione: è questo l’obiettivo a cui puntala clamorosa riqualificazione di quella che ormai non rappresentava altro che una vecchia linea ferroviaria candidata alla demolizione. La High Line è infatti una consistente porzione della West Side Line, linea ferroviaria costruita negli anni Trenta e caduta in disuso cinquant’anni più tardi. Sono trascorsi vent’anni prima che un’associazione di residenti nella zona si opponesse alla demolizione della struttura, proponendone la riqualificazione in giardino lineare. Dieci anni dopo, nel 2009, è stata aperta al pubblico la prima sezione della High Line, seguita a ruota nel 2011 dalla seconda sezione. La promenade verde dei newyorkesi ha preso forma e oggi ha trovato anche un degno epilogo per il suo ultimo tratto, The Spur, che dovrebbe essere ultimato entro i prossimi due anni e che si configurerà come un anfiteatro boscoso pullulante di alberi perenni e fiori stagionali.

Fonte: buonenotizie.it

La gentilezza gratuita non ha età

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La gentilezza non ha età: non è mai troppo tardi per fare un gesto disinteressato, come ha dimostrato una coppia non più giovanissima, residente a Grandville, cittadina del Michigan (USA). Un sabato pomeriggio, Riley e Hermi Combs (nella foto sotto) sono usciti di casa e si sono piazzati al centro di un incrocio molto trafficato della loro città ed hanno cominciato a fermare gli automobilisti di passaggio non per chiedere loro soldi, ma – al contrario – per regalarli. La simpatica coppia ha stazionato al semaforo tra Byron Center Avenue e la 44th Street ed ha elargito 100 banconote da 1 dollaro l’una a 100 automobilisti, dapprima sbalorditi e poi divertiti.Combs3-150x150

E i due coniugi hanno fatto tutto questo tenendo in mano un cartello con la scritta: “NO, NON sono un senzatetto e NON ho fame.Posso darti 1 dollaro?“. La nipote della coppia ha dichiarato alla stampa che i nonni avevano maturato l’idea del semaforo già da qualche settimana e che la nonna si è divertita da matti a metterla in pratica. Mentre Ami, la figlia di Riley e Hermi, ha spiegato che questa non era affatto la prima volta che i suoi genitori distribuivano regali o denaro a perfetti sconosciuti. “Hanno comprato anche biglietti dell’autobus che valevano un mese e li hanno distribuiti in modo del tutto causale”, ha detto Ami. “Sono molto attivi nella nostra comunità. Sono persone davvero fantastiche”.

Fonte: buonenotizie.it

Prestiti: in Toscana microcredito per i disoccupati

In collaborazione con 11 banche, la Regione Toscana ha stanziato 5 milioni di euro da erogare sotto forma di prestiti agevolati.MP900431739-620x350

Buone notizie per tutti i lavoratori toscani. La Regione ha pensato di creare un fondo annuo di 5 milioni di euro della durata di tre anni, che garantirà a coloro che non ricevono uno stipendio da alcuni mesi di poter accedere ad un prestito personale agevolato di 3 mila euro. Per garantire questi prestiti, la Regione Toscana ha siglato l’accordo con 11 istituti di credito che operano sul territorio (fra cui il Gruppo Monte Paschi di Siena). La misura economica è stata pensata per aiutare i lavoratori dipendenti residenti in Toscana, che non percepiscono lo stipendio da almeno due mesi o che sono in attesa di ricevere gli ammortizzatori sociali ed è destinata a chi non riesce ad accedere ai normali canali del credito, ovvero non può richiedere prestiti online e tradizionali. L’iniziativa si rivolge anche alle famiglie con un solo reddito o in cui entrambi i coniugi si trovano nella medesima situazione. L’importo medio dei prestiti è di 3mila euro, erogati in un’unica soluzione e da restituire in 36 mesi. Coloro con i requisiti minimi per richiedere l’aiuto economico possono farsi aiutare dai sindacati per compilare la documentazione da inoltrare ad uno degli undici istituti bancari coinvolti nell’iniziativa. La Regione s’impegna a dare una garanzia totale sui prestiti erogati, mentre la Fidi Toscana interverrà, coprendo il costo degli interessi, fissati al 4% nominale annuo (gli interessi saranno erogati a decorrere da un mese dalla data di erogazione del credito). Il rimborso delle somme avverrà, invece, a partire dal 13mo mese.

È una misura che cerca di incidere sulle necessità più immediate di chi da mesi è senza stipendio o non riceve gli ammortizzatori sociali e che dunque ha bisogno di risposte concrete davanti a una domanda sempre più drammatica: come faccio ad andare avanti? Situazioni di questo tipo sono purtroppo molto frequenti in questo periodo soprattutto a causa dei ritardi dello Stato nell’erogazione della cassa integrazione” – ha detto Enrico Rossi, il Presidente della Regione, a proposito di questa iniziativa di microcredito, che garantisce prestiti facili a disoccupati e famiglie in difficoltà. Rossi stima che, grazie a questo fondo stanziato dalla Regione, potranno essere erogati oltre 15 mila prestiti.

Fonte: buone notizie.it

Dopo 17 anni fa la cosa giusta e rimedia ai suoi errori

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per rimediare ai propri errori e lo dimostra la storia di un uomo tormentato dal senso di colpa per aver derubato la sua scuola quando aveva solo 12 anni: e così, dopo 17 anni, ha deciso di inviare alla scuola una lettera di scuse e una busta piena di soldi. E’ successo in California, a Nevada City, dove James Berardi – preside della Grizzly Hill Elementary School – si è visto recapitare una lettera scritta a mano, firmata e accompagnata da 300 dollari. Nella lettera, il mittente spiegava che 17 anni fa, quando frequentava la scuola ed aveva solo 12 anni, aveva rubato dei soldi che dovevano essere destinati ad una gita scolastica o alla festa di fine anno. “Ho fatto irruzione a scuola”, ha scritto l’autore della lettera, di cui non è stato reso noto il nome, “poco prima della fine dell’anno scolastico. Ho rubato il denaro di alcune classi (che lo avevano messo da parte per una gita o per la festa di fine anno) e, dall’ufficio del preside, ho rubato alcuni oggetti che erano stati confiscati. Ho rotto qualche serratura e i telai di alcune finestre. Non so esattamente quant’è costato riparare i danni, né quanti soldi avevo rubato. Secondo i miei calcoli, dovrebbero essere 300 dollari. Ho allegato alla lettera questa cifra per rimediare a ciò che ho fatto, per cercare di risarcire i danni e riparare ai miei errori”. La bella missiva, infine, si chiudeva con questa frase: “Se, a scuola, lavora ancora qualcuno che si ricorda di questo episodio e ritiene che 300 dollari non siano sufficienti a coprire i danni, non esitate a contattarmi”. Il preside Berardi ha subito contattato l’ex allievo per ringraziarlo del bellissimo gesto e per comunicargli che i soldi inviati erano più che sufficienti. Ed ha commentato, visibilmente commosso: “Mi auguro che questo gesto gli abbia dato la serenità che stava cercando. Forse l’ha fatto per liberarsi da un grosso peso o dal senso di colpa”. Secondo gli insegnanti della Grizzly Hill School la lettera vale molto più del denaro che conteneva, perché ha dato agli studenti un’importante lezione di vita. “Questa persona ha fatto una cosa sbagliata”, ha sottolineato Willow De Franco, “E forse si è sentita così male e così in colpa per aver fatto scelte sbagliate, che alla fine ha deciso di rimediare al suo errore”.

Fonte: buonenotizie.it

La storia di Elisa, da stilista a missionaria in Tanzania

Colpita dal “mal d’Africa” e dalla voglia di cambiare vita, ha abbandonato il suo lavoro per un grande brand di abbigliamento e si è trasferita in Tanzania per fare la volontaria in un orfanotrofio. Elisa Grazioli ci racconta la sua esperienza.elisa_grazioli_tanzania

“Se si ha assaggiato almeno un po’ di Africa non si può fare a meno di volerci ritornare e respirare la sua vita. È una malattia senza guarigione, difficile da spiegare a chi non l’ha mai sperimentata. La terra è rossa, l’erba è verde, la luce è abbagliante, il cielo di giorno è di un azzurro intenso, essendo più vicino alla terra di quanto non sia ad altre latitudini, e la sera regala uno spettacolo luminoso di stelle che, senza l’inquinamento atmosferico delle nostre città, illuminano la notte. La Via Lattea appare subito con tutta la sua luce anche all’osservatore meno attento. Forse sono proprio questi colori messi insieme che mi hanno riportato qui in Tanzania e che mi accompagnano ogni giorno in questa esperienza di volontariato”. Elisa descrive così, di getto e con lo sguardo rivolto in alto tipico di chi sta sognando a occhi aperti, la sua esperienza africana. Fino a un anno fa aveva un contratto a tempo indeterminato con un importante marchio di abbigliamento, per cui faceva la stilista. Una vita tranquilla, la stabilità economica, il futuro garantito… ma le mancava qualcosa. Ciò di cui aveva bisogno lo ha trovato, in modo quasi casuale, in Tanzania.

Quando hai pensato di partire per l’Africa, c’è stato un aspetto in particolare – un racconto, un momento di intima riflessione, un’immagine… – che ti ha aiutato a fare questa scelta?

Sono arrivata qui non per un motivo specifico, ma perché in casa mia si è sempre parlato di questo continente “lontano” e la voglia è cresciuta piano piano attraverso i racconti dei miei genitori, che sono stati i primi a venire qui e a descrivere queste persone speciali e questi posti così diversi, che hanno suscitato in me grande curiosità. Nel 2011 sono partita per la prima volta per la Tanzania grazie all’associazione Albero di Cirene di Bologna; lì ho conosciuto un gruppo di ragazze con la mia stessa voglia di scoperta e con loro ho condiviso questa bellissima avventura di volontariato che rimarrà sempre nel mio cuore. Abbiamo raggiunto un piccolo villaggio chiamato Nyakipambo, dove abbiamo tinteggiato e decorato un asilo che l’associazione Gruppo Missionario Alto Garda e Ledro aveva appena finito di costruire. Lì abbiamo dipinto l’asilo, ma ci siamo anche inserite nella vita del villaggio e dei suoi abitanti e ci siamo confrontati con loro. Sono tornata nell’estate del 2012 e in quel viaggio la mia curiosità è cresciuta ancora di più e ho capito che le tre settimane di ferie estive non erano sufficienti per entrare davvero in sintonia con questi luoghi. In quell’occasione ho avuto la possibilità di conoscere l’orfanotrofio di Tosamaganga: lì, circondata da tantissimi bambini che mi chiamavano per nome chiedendo un’attenzione o una carezza, sono stata avvolta dal desiderio di trascorrere più tempo con loro.bambini__2

Quali sono state le reazioni delle persone che ti erano vicine quando hai deciso di partire?

Una volta tornata in Italia, ho condiviso questo mio desiderio con la mia famiglia e con le persone vicine a me: la loro reazione è stata positiva, ma come tutti coloro che ci vogliono bene, mi hanno messo in guardia, riferendosi per esempio al periodo negativo che l’Italia sta attraversando e al fatto che oggigiorno lasciare un lavoro sicuro non è una scelta facile né conveniente. Certo, erano dubbi che anch’io mi ero posta, ma se una cosa la si vuole veramente secondo me la si deve rincorrere e non si deve avere paura di intraprendere una nuova avventura. Poi, se sarà destino, ritornerò sulla strada di prima; siamo sempre in tempo a tornare indietro. Viceversa, questa nuova esperienza mi potrebbe aprire orizzonti nuovi che, senza viverla, non potrei mai scoprire. Ma il bello delle nuove avventure è proprio la sensazione di incertezza e di sfida che le caratterizza.

Quali sono le differenze culturali e spirituali fra la nostra società – in cui abbonda la ricchezza economica ma scarseggiano benessere e felicità – e quella tanzaniana e africana?

Qui ogni cosa è intensa, dal profumo dell’olio di girasole all’abbraccio di un bambino, al sole che picchia sulla testa ricordandoti che in Africa la vita non è facile. Specialmente per noi “wageni”, ovvero stranieri, l’esistenza quotidiana è molto impegnativa, a partire dal caldo, dal sole che ti segue tutto il giorno e rende tutto più lento. L’acqua è diversa, così come il cibo, e il nostro corpo è catapultato in un ambiente sconosciuto e ha bisogno di tempo per abituarsi al cambiamento. Così come esso metabolizza questi mutamenti un po’ alla volta, anche nel nostro voler aiutare il prossimo dobbiamo avanzare con prudenza. Una frase di Giuseppe Alamanno, un missionario che ha operato in Africa, esprime perfettamente il concetto: “Non dobbiamo semplicemente fare del bene: dobbiamo farlo con diligenza e nel miglior modo possibile. La pazienza va seminata dappertutto”. “Pazienza” è una parola che mi è tornata spesso in mente in questo periodo, perché oltre alla diversità del clima e dell’ambiente, bisogna fare i conti anche con la diversità culturale. Tante cose ci accomunano e tante altre ci dividono. I tanzaniani sono un popolo gentile e accogliente e lo si vede subito dai saluti; per loro il saluto è importantissimo, non sono mai avari con il tempo da dedicare ai convenevoli, si informano sulla salute delle persone che incontrano e della loro famiglia, anche se non le conoscono. La famiglia per loro occupa un ruolo centrale nella vita ed essi attribuiscono una grande importanza ai matrimoni e agli altri riti sociali. Anche nella nostra società la famiglia è importante, ma oggigiorno è diventato normale crearla sempre più tardi, perché ci preoccupiamo prima del lavoro, di trovare una sistemazione economica buona che possa dare stabilità alla futura vita familiare. Difatti, quando ci si confronta su questo argomento, viene sempre fuori quella buffa domanda: “Come mai a trent’anni una donna italiana non ha ancora figli?”. Qui, a quell’età, sono già al secondo! Qui non danno peso ai soldi e alla stabilità economica; hanno quella piccola dose di “irresponsabilità” che a noi ci manca e che a loro forse permette di vivere la vita nel presente più che nel futuro… Ma non voglio esprimere giudizi di merito, perché non credo esistano un modo giusto e uno sbagliato.bambini_tanzania3

C’è qualche aspetto in particolare che ti ha colpita?

Il loro legame con la Terra, sulla quale camminano a piedi nudi. Ma anche il rapporto col cibo, che spesso mangiano senza posate e che per loro significa semplicemente nutrimento e non è legato al “culto” della gastronomia come da noi. In occidente è diverso: da fonte di sostentamento, il cibo si è evoluto; la varietà da noi è apprezzata, mentre per loro spesso non c’è questa possibilità, ma anche quando ce l’hanno non osano molto, poiché sono conservatori e abitudinari. Dico “conservatori” perché spesso qui si trovano “bianchi” che vengono a operare come volontari, che portano il loro aiuto, la loro conoscenza e parlano con loro. Confrontandoci, anche se si opera in settori diversi, emerge sempre un comune denominatore: la diffidenza nei confronti dei nostri consigli. Non dicono mai di no perché sono un popolo molto gentile, ma ce lo fanno capire… Ho riflettuto spesso su questa cosa e ho concluso che forse è dovuta alla colonizzazione: il loro è sempre stato un popolo soggiogato, che ha sempre ricevuto ordini, e ora vogliono dimostrare di essere in grado di farcela anche da soli. E lo possono fare, perché non è grazie ai bianchi che vanno avanti, anzi, ma questo atteggiamento al tempo stesso li frena. Comunque siamo noi gli ospiti della loro terra e cerchiamo di dare una mano nel modo in cui a loro è più comodo.

Ci puoi parlare del progetto che stai seguendo?

Vi sto scrivendo dalla Tanzania-Iringa-Tosamaganga, dall’orfanotrofio delle Suore Teresine, Kituo Cha Watoto Yatima. Questa casa è la mia casa e le persone che ci lavorano e i bambini adesso sono la mia famiglia. Questa famiglia è composta da 66 bambini che variano dal mese ai sei anni di età, 6 suore, una ventina di dade e altri 3 volontari tedeschi. Ognuno ha il suo ruolo e ci si aiuta a vicenda per rendere tutto divertente ma nello stesso tempo efficace e formativo. I bambini sono divisi in quattro gruppi: lattanti, piccoli, medi e grandi. Il gruppo che seguo è quello dei piccoli, che vanno dai nove mesi ai tre anni e questi 16 bimbetti ci riempiono la giornata!

E qual è la tua giornata tipo?

È una domanda che mi sento porre spesso! Ora provo a descriverla… I giorni qui in Africa iniziano presto la mattina e con i bimbi è normale. Verso le 7.30, dopo aver fatto colazione, mi reco nella stanza dei “miei” bimbi, che quando mi scorgono da lontano iniziano a chiamare “Elisa, Elisa, Dada Elisa!”. Queste vocine che urlano il mio nome sono una cosa bellissima e i loro occhi che mi cercano per un’attenzione, una coccola o semplicemente uno sguardo mi scaldano il cuore e mi riempiono la giornata! Si inizia riempiendo i biberon e i bicchierini di latte, si cambiano, si puliscono e poi tutti in cortile a giocare! C’è chi è alle prese con le prime parole – mamma, dada e anche Elisa è diventata una di esse –; non potete immaginare la gioia nel sentire una vocina pronunciare il mio nome, in quel momento il mio cuore batte a mille! Altri sono alla scoperta del mondo visto a quattro zampe e quindi iniziano a gattonare dappertutto alla ricerca dei loro amici. Poi ci sono quelli che piano piano cercano di prendere il via alzandosi e provando a camminare da soli. Ogni giorno si fanno dei progressi, dal rimanere in piedi, al camminare con l’aiuto una mano… e un po’ alla volta vedi che lasciano la presa e cercano di avanzare da soli! Ogni giornata ha il suo evento: Joseph ha fatto i primi passi, Enjoy ha detto la sua prima parola, Lecho ha imparato a battere le mani… queste sono soddisfazioni che riempiono il cuore di gioia. Poi ci sono i più grandicelli del gruppo che corrono e ti saltano addosso alla ricerca di un abbraccio o ti chiamano per farsi guardare mentre scendono dallo scivolo o semplicemente per invitarti a giocare insieme a loro con dei tappi di bottiglia. Giochi semplici ma capaci di infondere grande felicità. A metà mattinata arriva l’ora del semolino: si recuperano i 16 bambini sparsi per il cortile e li si mette a sedere uno accanto all’altro su un kitenge – un tessuto africano – con il proprio bavaglino e in gruppo si inizia a imboccarli. Alla fine del pasto, i bimbi vanno a nanna e io mi reco in stanza a studiare il kiswahili; piano piano, con l’aiuto di uno dei volontari tedeschi, sto imparando questa lingua, importantissima sia con i bambini che con le dade con cui lavoro tutti i giorni. Dopo l’ora del pisolino e il mio pranzo, ritorno dai miei folletti birbanti, do loro del latte e li riporto a giocare in cortile. Verso le quattro, un altro po’ di semolino, cambio pannolino e tutti a nanna fino alle otto, dopo di che si prende il latte e ci si riaddormenta nuovamente per raggiungere Morfeo nel cuore della notte.

C’è un bambino di cui ci vuoi parlare in particolare?

In questo gruppo c’è anche Neema, una bimba che ha bisogno di assistenza e non è autosufficiente a causa di un problema cerebrale che compromette la funzionalità degli arti, che devono essere sollecitati e movimentati. L’altro problema da cui è affetta è la contrazione della massa muscolare nella zona di bacino e gambe e per questo ha bisogno di essere rilassata con esercizi ripetuti giornalmente. Con lei, due volte alla settimana, andiamo in città, a Iringa, per delle sedute di fisioterapia in un centro specifico per bambini e quotidianamente svolgiamo gli esercizi che ci danno da fare a casa. Quest’anno Neema ha compiuto tre anni. Il nostro primo incontro risale all’estate 2012: era sdraiata a pancia all’aria su una coperta e osservava sorridendo i suoi amici passarle vicino… abbiamo incrociato i nostri sguardi, mi ha sorriso chiedendomi con gli occhi di andare a giocare con lei e così ho fatto. Da quel momento in poi abbiamo pensato che sarebbe stato bello che Neema potesse avere la possibilità di provare a camminare e a giocare con gli altri bambini, quindi abbiamo deciso di adottarla a distanza e aiutarla nel suo percorso. Una volta tornata in Italia, insieme al mio amico Matteo, ho parlato ai nostri conoscenti di Neema e della nostra idea di aiutarla e grazie anche alla collaborazione delle suore siamo riusciti a trovare un centro specialistico per bambini con problemi come i suoi. Ora io e lei siamo inseparabili! Per raccontare la mia esperienza ho aperto il blog unatwigaintanzania.blogspot.it, dove cerco di trasmettere le emozioni che sto vivendo. Non è come vivere questa esperienza in prima persona, ma spero tanto di arrivare ai vostri cuori e farli battere almeno una volta come sta facendo il mio in questo momento. Non so cosa mi aspetta quando tornerò in Italia, ma sarò sicuramente felice di quello che avrò fatto in Africa e una parte di me rimarrà per sempre in questa Terra.

Fonte: il cambiamento

 

La storia di Yash: vedere il mondo in modo positivo

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Yash Gupta, 17enne di origine indiana residente a Irvine (California), è un ragazzo molto speciale: già da qualche anno ha fondato un’associazione che raccoglie occhiali da vista usati – che altrimenti finirebbero nella spazzatura – per donarli ai bambini che ne hanno bisogno ma che non possono permetterseli. Yash, che porta gli occhiali da vista da quando aveva 5 anni, sa molto bene cosa significa non vedere perfettamente e si ricorda ancora di quando era alle elementari ed aveva rotto gli occhiali da vista. Yash ha dovuto aspettare una settimana per averne un paio nuovo e questa esperienza lo ha segnato profondamente. “ Non riuscivo a vedere niente”, ha raccontato, “In classe non vedevo nulla, così mi distraevo molto facilmente. E non riuscivo nemmeno a fare i compiti”. E’ stato in quel momento che si è reso conto di quanto fosse importante possedere un paio di occhiali da vista. Tutti i bambini che non possono permettersi un paio di occhiali, specialmente nei paesi a basso reddito, soffrono di uno svantaggio enorme, perché se non riescono a vedere bene, non possono beneficiare dell’istruzione che ricevono. “Per loro diventa impossibile riuscire ad esprimere al meglio le loro potenzialità. Io ho avuto questo problema per una settimana, ma questi bambini ce l’hanno da tutta la vita”. Ecco perché 3 anni fa, quando aveva solo 14 anni, Yash ha avuto l’idea di recuperare gli occhiali da vista che la gente non utilizza più, per donarli a chi ne ha bisogno. Spesso i vecchi occhiali vengono dimenticati nei cassetti o gettati nella spazzatura, quando ci sono tanti bambini che non vedono bene ma che non possono comperarli. “Io, a casa, ho trovato da 10 a 15 paia di occhiali solo aprendo i cassetti in modo del tutto casuale”, ha detto. Resosi conto che quegli occhiali potevano fare la differenza nella vita di almeno 10 bambini, Yash con il supporto del padre, ha fondato una associazione che raccoglie gli occhiali da vista usati per darli ai bambini meno fortunati di lui.  Come primo passo, ha contattato tutti gli optometristi di Irvine, che hanno accettato di esporre nei loro negozi un contenitore nel quale i loro clienti, dopo aver comprato un nuovo paio di occhiali, potevano donare quelli usati.Yash6-150x150

“Quel primo esperimento è stato davvero incoraggiante”, ha dichiarato Yash. “Alcuni (optometristi) avevano già molte paia di vecchi occhiali, che avevano accumulato nel tempo e dei quali non sapevano che fare” . la sua associazione no profit si chiama “Sight Lerning” e raccoglie occhiali usati presso gli optometristi californiani per darli ad organizzazioni internazionali. Dal 2011 ad oggi Yash ha raccolto e regalato circa 9.500 paia di occhiali, per un valore di quasi 500.000 dollari, soprattutto ai bambini di Haiti, Honduras, India e Messico. Per il suo altruismo Yash ha partecipato ad un evento alla Casa Bianca lo scorso mese di luglio ed è stato nominato CNN Nero 2013. Aiutare gli altri è molto importante per Yash, la cui famiglia è emigrata dall’India verso gli Stati Uniti quando aveva solo 1 anno di età. “ E’ stata dura riuscire ad integrarci per questo sono molto solidale con tutte le persone che vivono momenti di difficoltà. In questo momento stiamo collaborando con organizzazioni che hanno attività internazionali. Ma in futuro, mi piacerebbe portare questo servizio anche in tutte le città degli Stati Uniti” ha spiegato Yash. “Nel Mondo”, ha concluso, “ ci sono 300 milioni di persone che non possono permettersi un paio di occhiali da vista, ma ne hanno bisogno. Gran parte di loro (circa un terzo, n.d.a.) sono studenti e credo che non sia giusto che non riescano ad avere un’istruzione adeguata solo per questo motivo. E’ entusiasmante vedere l’espressione meravigliata dei bambini che indossano gli occhiali per la prima volta, vedere la gioia e felicità sui loro volti”

Fonte: buonenotizie.it

Il segreto della longevità tra i monti di Vilcabamba dove la vecchiaia è d’oro

Sesso, fumo e rum per i centenari del Paese09-IMG_2480_672-458_resize

VILCABAMBA (Ecuador) – C’era un uomo che in 127 anni di vita è stato in ospedale una sola notte, l’ultima, quando è morto. C’è una donna che fa la sarta e, superati i novanta, riesce ancora a infilare il filo nell’ago senza mettersi gli occhiali. E ci sono infine dei baldanzosi vecchietti che non hanno mai smesso di far sesso, se non è leggenda il fatto che uno di loro, nonagenario, ha regalato ben tre figli alla sua giovane sposa. Cose straordinarie che accadono qui a Vilcabamba, più che una città un grande sperduto borgo della Sacra Valle, nel Sud dell’Ecuador, che a 1.500 metri sul livello del mare gode di una perenne primavera con temperatura costante dai 19 ai 25 gradi; e ha come sfondo la scintillante cordigliera delle Ande. È dai primi anni Settanta che, grazie alle ricerche del prof. Alexander Leaf della Harvard University, Vilcabamba incuriosisce il mondo: e insieme a lei altre due località, ugualmente remote e sconosciute (Hunza, arroccata sulla catena del Caucaso, e Ogimi, nell’isola di Okinawa, in Giappone), vengono considerate capoluoghi della longevità, poiché ciascuna delle due annovera tra i propri abitanti una dozzina di persone che hanno superato i cent’anni. Credevo di avere ancora i garretti saldi, alla mia età, fino a quando, l’altro giorno, mi sono imbattuto a Vilcabamba in Timoteo Arboleda Hurtado, 98 anni portati bene: la fronte adombrata dall’ala del cappello, schiacciato in testa, l’occhio furbo, mento e mandibole adornate da un’ispida barbetta bianca. Ogni giorno fa dieci chilometri a piedi: cinque di buon mattino per raggiungere la sua tenuta in montagna e cinque la sera per tornare a casa, in tutto due ore abbondanti di strada. La moglie, racconta, è morta qualche anno fa ma lui non si sente solo, circondato com’è dallo stuolo chiassoso di figli, nipoti e nipotini, cui è legato – dice – dal «filo di ferro dell’affetto». E aggiunge: «Dio permettendo, vorrei restare ancora un poco in questa valle di lacrime». Un po’ meno tosto José Manuel Picoita Rojas, all’incirca 105 anni, che ha 6 figli e molti acciacchi: «Soffro di cuore e di cervello — lamenta — e ho la pressione alta. Mia moglie è volata in cielo tredici anni fa e io abito ora con l’una o l’altro dei nostri ragazzi e le loro famiglie. Quand’ero giovane camminavo molto, partivo il lunedì e tornavo il sabato. Domenica la messa, anche se ero un poco di buono. E mi son pure divertito, señoritas, vino e tabacco. Adesso è come se il mio corpo si fosse addormentato». Quattro passi più in là, le due donne che incontro sono sfuocate come stampe, antiche e quasi non respirano, ciascuna con un secolo alle spalle. Sella Adolphina Parapineda ha un che d’aristocratico e d’autoritario ed è più grigia del muro della sua casa davanti al quale sta rigidamente seduta. Dei 9 figli che ha avuto ne sono rimasti tre. Ha conosciuto la povertà e la solitudine. Qualche evasione? «Sono andata una volta a Quito». Ciò che invece spaventa in Ermelinda Castillo è la pelle del volto e delle braccia, che tiene scoperte: tutta una fitta ragnatela di rughe, nere e profonde, come si vedono negli antichi crateri. In compenso esibisce una mini-palizzata di denti d’oro e gli orecchini. Il marito, morto quattro anni fa, le ha lasciato 6 figli: «Uno di loro — bisbiglia — è sparito dopo il servizio di leva, credo sia stato ammazzato lungo la frontiera col Perù durante una battaglia contro i guerriglieri Farc della Colombia».02-IMG_8993_672-458_resize03-IMG_2381_672-458_resize04-IMG_9022_672-458_resize05-IMG_9070_672-458_resize06-IMG_2364_672-458_resize

Nel 1971, quando Vilcabamba contava solo 819 abitanti (oggi, circa cinquemila), già nove ultracentenari passeggiavano per le sue strade: e alla base della longevità – spiega un medico di Quito – non c’è niente di arcano ma una semplice dieta che consiste in 1.200 calorie al giorno, con basso contenuto di grassi e colesterolo, per ridurre l’insidia delle malattie cardiache. Alla salute della gente contribuiscono l’alimentazione (grande consumo dei prodotti locali) così come l’acqua di sorgente della Sacra Valle, che è «speciale». È fuori strada chi pensa che il buon stato di salute esibito dagli ultracentenari sia da attribuirsi alla morigeratezza dei costumi e del modo di vivere. Niente di più falso. Gli abitanti di Vilcabamba e dintorni – fanno notare i sociologi – sono inclini per indole agli eccessi peggiori: fumano come turchi e bevono come cosacchi naufragando in sbornie colossali, apocalittiche. Il loro tabacco preferito si chiama «Chamico», i cui effetti secondo gli esperti sono anche più gravi di quelli provocati dalla marijuana e dalla cocaina, allucinazioni, perdita della memoria, eccitazione, furia distruttiva. Se poi al fumo si aggiunge l’alcool, tracannando un «puro», un’aguardiente d’alta gradazione simile al rum, allora apriti cielo, non c’è più limite a niente, si entra nel ciclone della follia. Per evitare di esserne coinvolto – è il più ovvio consiglio rivolto al turista straniero – tieniti il più lontano passibile dal «Chamico» come dal «puro». Una piacevole singolarità di Vilcabamba è che la popolazione femminile supera quella maschile: il rapporto è di tre dame per due caballeros. Ma i compilatori dì statistiche avvertono che sono stati sempre gli uomini a superare il limite di oltre 130 anni di età. Contrariamente a quanto avviene nel resto del Pianeta Terra, nella Sacra Valle dell’eterna primavera gli uomini vivono più a lungo delle donne. Però ci sono le eccezioni. È il caso di Maria Josefa Ocampo Rojas, che ha raggiunto i 1O3 anni ed è stata proclamata Madre Centenaria, mentre il marito, Miguel Leon, la precedette nella tomba ad appena cent’anni. Le donne si sono aggiudicate primati eccezionali. Alcune signore avrebbero partorito dopo i 50 e perfino, in rarissimi casi, dopo i 60. Non poteva mancare, affrontando il tema della longevità, la tentazione di attribuirla a poteri magici, come quelli emanati dal Mandango, la montagna degli dei dove s’erano stabiliti gli Incas, che diffondeva ondate di beatitudine. Alla fine, però, sarà necessario rinunciare all’arcano, e seguire, dal ’69 in poi, l’indagine del cardiologo ecuadoriano Miguel Salvador che a Vilcabamba esaminò 338 persone, tra uomini, donne e bambini per scoprire che nessuno di loro non solo non era affetto da arteriosclerosi e disfunzioni cardiache ma neanche dal cancro, dal diabete e dall’Alzheimer. E potè anche constatare, in quella circostanza, che gli uomini sopra i 65 anni erano «straordinariamente sani». Come viene ricordato nel libro «Eterna Juventud», Vilcabamba è ormai entrata a far parte, a pieno merito, dell’Ecoturismo e le sue strade come le verdi balconate oltre i duemila metri sono diventate mete assidue di turisti provenienti da ogni parte del mondo, dall’Europa come dalla Cina, dal Canada come dal Sud America. Non deve quindi sorprendere che, mentre si parla di eterna gioventù si stia lanciando una proposta, anche se vaga: per un Istituto Nazionale di Gerontologia dal momento che gran parte della popolazione è costituita da super-vegliardi. Se è vero quanto si racconta in giro, un distinto signore ultra novantenne si sarebbe spontaneamente sottoposto all’indagine di una giovane scienziata tedesca che voleva accertare se e fine a che punto la libidine degli anziani della regione avrebbe resistito agli assalti del tempo. Per il dottor Wilson Correa, da 25 anni medico condotto a Vilcabamba, non esiste alcun problema di erezione tra i vecchi del contado, se mai occorre spegnere gli erotici furori: come il giorno che si trovò di fronte quell’energumeno di Eulogio Carpio, convolato a nozze, lui novantenne, con Giulia Leon, una «muchacha jovencita», quel che si dice una ragazzina, cui diede tre figli. «Ebbene, dopo aver parlato con lui e con altri come lui — ricorda ora Wilson come fosse ieri — giunsi a questa conclusione: che il sesso dei centenari è frequente e di buona qualità». Mi è capitato spesso di parlare con donne che vengono da me per un consiglio e talvolta mi pregano di dar loro qualcosa, ma invece che per se stesse per i rispettivi mariti che non le lasciano mai in pace, sempre smaniosi di portarsele a letto». Ogni qualvolta ti affacci a una casa, in quel di Vilcabamba, ti offrono una tazza di tè, fatto — assicurano — con erbe miracolose che hanno la facoltà di disinfettare i reni e senti raccontare a lungo la storia dell’eremita Johnny Lovewisdon che fece del villaggio una specie di «Shangri-la», qualcosa di simile a un paradiso himalayano edificato negli anni Trenta dalla fantasia dello scrittore inglese James Hilton nel suo romanzo Orizzonti Perduti. A Vilcabamba, sostiene il Dr. Correa, «la gente mangia sano», cioè fa ricorso a un’alimentazione naturale, con prodotti genuini della terra, frutta e verdure, e in una zona dove gli alberi ossigenano di continuo l’atmosfera e l’aria è limpida e pura: sono proprio tutte queste cose messe insieme ad assicurare la longevità. Ma basta un furgone che passa a velocità sparata nella piazza vomitando ritmi e canzoni a tutto volume che la calma e la serenità agreste vengono spazzate via d’un colpo. Altro che «Shangri-la». Gli stessi repentini mutamenti sarebbero in corso a Hunza, sulla sponda del Mar Morto, in Georgia (ex Unione Sovietica), dove Stalin ebbe i natali e dove il grande Capo Shirali Muslimov mise incinta la moglie quand’era un giovanotto di appena 136 anni e sarebbe poi morto di vecchiaia a 168. Come quella di Vilcabamba, l’acqua di Hunza conterrebbe minerali con effetti antiossidanti che a loro volta agirebbero contro il processo di invecchiamento degli esseri umani: fenomeno che tuttavia non è stato ancora scientificamente accertato. Camminando lungo l’Avenida e nella città dell’eterna giovinezza oltre che dentro il turbine dei tuoi pensieri, la riflessione che subito ti aggredisce è che di eterno non c’è proprio nulla. Ed è penoso chiudere una così bella giornata con uno di quei verdetti dell’Ecclesiaste che grondano amarezza da tutte le parti.

Fonte: corriere della sera

Bellezza e legalità: il coraggio di difendere la propria terra

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Emanuele Feltri è un giovane siciliano innamorato della sua terra e della legalità, che ha deciso di restare per far rinascere una delle valli più belle dell’isola. Emanuele Feltri ha 34 anni, è nato a Catania ed è perito agrario. Dopo aver preso il diploma, ha deciso di non emigrare al nord, ma di restare nella sua Sicilia per avviare una coltivazione di prodotti biologici e un allevamento di ovini nella Valle del fiume Simeto.  I primi due anni di attività, però, non sono stati facili. Emanuele crede fermamente nell’imprenditoria agricola sana, svincolata da ricatti e prepotenze, che non convive con le ecomafie, ma che punta su biologico, vendita diretta, qualità dei prodotti e consorzi tra piccole aziende. Ma la criminalità organizzata ha cercato di piegarlo alle sue “regole” in tutti i modi, con richieste di pagamento del pizzo, minacce e danneggiamenti. Hanno bruciato l’agrumeto, danneggiato l’impianto d’irrigazione, rubato attrezzature, ma Emanuele ha deciso di non cedere. Si è rivolto alle forze dell’ordine e ha denunciato tutti i tentativi di soffocare la sua piccola azienda biologica attraverso l’imposizione di pizzo, prezzi di vendita e passaggi commerciali.“La scelta di rimanere”, spiega, “è avvenuta nel momento in cui una proposta di lavoro mi stava portando per l’ennesima volta lontano dalla Sicilia. Adesso è giunto il momento di mettere a frutto il mio vissuto per dare il mio apporto ad una terra che amo profondamente, ma che è piena di problemi e contraddizioni”.

La Valle del Simeto incarna tutte le problematiche della Sicilia”, continua, “ma la sua bellezza, la storia del suo vissuto rurale mi hanno chiamato a proporre un modello di lavoro e di vita che esprimono la volontà di non scendere a compromessi con un sistema basato sullo sfruttamento del territorio e dell’uomo”.

L’azienda agricola di Emanuele si trova su una collina vicino a Paternò, dalla quale si vede l’Oasi avi-faunistica di Ponte Barca, nata nel 2009. Ma Emanuele si rende conto che l’area protetta esiste solo sulla carta: la zona non solo è incustodita, ma è anche una discarica a cielo aperto. Mancano recinzioni e controlli e chiunque può entrarvi per appiccare incendi, cacciare la selvaggina e scaricare rifiuti. Si rivolge, ancora una volta, alle forze dell’ordine per segnalare lo stato di degrado dell’Oasi e anche le numerose discariche abusive presenti nella Valle, dove i camion scaricano rifiuti di ogni tipo, anche pericolosi e tossici. Inoltre, denuncia la continua moria di pesci e lo sversamento di sostanze nocive nel fiume Simeto, che, con i suoi 113 km di lunghezza, è il secondo fiume dell’isola e il primo per portata d’acqua ed estensione del bacino idrografico. Denuncia l’assenza di vigilanza nei boschi, che favorisce la presenza dei bracconieri, e la mancanza di controllo e manutenzione delle aree archeologiche, per la gioia di ladri e tombaroli. E consegna ai Carabinieri di Paternò un lungo memoriale dove racconta tutto ciò che ha visto e ha subito in prima persona.

Avere espresso in maniera forte la mia distanza dalle dinamiche criminali presenti nella valle”, racconta Emanuele, “proponendo uno sviluppo eco-sostenibile, è bastato per scatenare due anni di furti, danneggiamenti alla proprietà, minacce, tentativi di tirarmi dentro ad una rete di “protezione” e, infine, due episodi intimidatori di stampo mafioso, con l’uccisione delle mie pecore, sparate a pallettoni, e il ritrovamento della testa di un agnello di fronte alla porta di casa”.

Dopo questo episodio, avvenuto il 29 giugno scorso, la notizia fa il giro della Valle e il 7 luglio viene organizzata una manifestazione spontanea di solidarietà nei suoi confronti, alla quale partecipano 500 persone. Due giorni dopo, la criminalità risponde facendogli trovare un agnello sventrato, ma accade piccolo miracolo: nasce un coordinamento spontaneo di cittadini, trasversale e privo di connotazioni politiche (il “Coordinamento in Difesa della Valle del Simeto”), che sostiene Emanuele nella sua battaglia in difesa del territorio, della legalità e dell’imprenditoria sana.

Sono i ragazzi di Paternò e dei paesi limitrofi”, spiega,“che, come me, hanno scelto di non partire e di costruire un futuro migliore nella loro terra; sono le famiglie con i loro figli che hanno espresso la voglia di una vita più a misura d’uomo; sono agricoltori consapevoli che vogliono difendere il mio e il loro diritto di esistere, vivendo e lavorando in pace e serenità”.

Grazie al nuovo comitato, la storia di Emanuele raggiunge l’opinione pubblica, i social network, i media nazionali e le autorità. Anche il sindaco di Paternò, Mauro Mangano, e il Governatore della Sicilia, Rosario Crocetta, sposano la sua causa, mentre il Prefetto di Catania si impegna personalmente, insieme all’associazione Libera, ad offrirgli protezione contro nuove intimidazioni.

“Non bisogna essere super eroi”, sottolinea Emanuele, “per portare avanti i propri ideali, per testimoniare che, a volte, il coraggio sta proprio nel condurre la propria vita quotidiana con coerenza e senza compromessi. Quando ci renderemo conto che ci stanno togliendo tutto, anche la possibilità di vivere nella propria terra, forse inizieremo a voler essere i reali protagonisti del nostro futuro. Io resto qui, non andrò via”.

E conclude: “La Valle del Simeto è già rinata, perché ha reagito ad un forte attacco con coraggio ed unione. Adesso la sfida è riuscire a trasmettere tutto questo, andando avanti e fronteggiando i possibili ulteriori contrattacchi di chi vuole che nulla cambi. Io la mia terra non la lascio: è come chiedermi di smettere di respirare”.

Fonte:buonenotizie.it

Tinteggia la scuola gratis per sdebitarsi dell’aiuto ricevuto

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La scuola elementare di Noale (Venezia) è stata ridipinta, in cambio dei pasti caldi ricevuti alla mensa dell’istituto durante l’anno scolastico. Il protagonista di questa storia è Mohamed Matrouf, di professione imbianchino, che ha voluto ripagare in questo modo l’aiuto ricevuto per far fronte alla mensa scolastica dei figli. I suoi bambini sono iscritti al tempo pieno presso la scuola elementare di Noale e si fermano a mangiare in mensa, ma il lavoro è saltuario e, spesso, è molto difficile far quadrare i conti alla fine del mese. Mohamed, 42 anni, originario di di Casablanca e in Italia dal 1998, fa l’imbianchino da tutta la vita e così, prima dell’estate, quando ha visto che le aule frequentate dai figli avevano bisogno di manutenzione, ha chiesto di poterle ridipingere per sdebitarsi dei pasti che i suoi bambini avevano già ricevuto. Durante l’estate, però, la scuola elementare è stata anche teatro di un episodio vandalico: ignoti hanno infranto il vetro dell’ufficio dei bidelli, rotto la macchinetta del caffè e allagato l’atrio. E Mohamed, dopo aver visto i danni, non si è tirato indietro. Oltre alla tinteggiatura alle aule dei figli, è passato alla sistemazione dei corridoi e alla tinteggiatura di quasi tutto l’edificio.

“Tra maggio e giugno”, ha raccontato alla stampa locale Francesca Bonazza, la dirigente scolastica, “Mohamed si è reso disponibile a tinteggiare le aule dei suoi bimbi. Ma alla fine dell’estate sono rimasta stupita per il suo lavoro, che è andato ben oltre le nostre aspettative. Non solo ha ridipinto le classi dei suoi figli, ma pure i corridoi della scuola. E lo ha fatto gratis”.

“Ha chiesto se poteva rendersi utile. Il suo gesto di gratuità e passione, come quello di altri genitori, ma anche di docenti e personale della scuola, ci riempiono di gratitudine”, ha continuato Francesca Bonazza. La scuola elementare di Noale “è una piccola comunità” che interviene quando i soldi pubblici non bastano e sono molti i genitori che spesso si offrono di dare una mano gratuitamente nella pulizia dello stabile: Sono notizie positive da cui attingiamo forza ed entusiasmo per svolgere al meglio il nostro delicato lavoro di educatori”.

I suoi bambini sono stati aiutati ad avere un pasto caldo ogni giorno e Mohamed non l’ha dimenticato: “È stata una mia volontà e così ho fatto. In vita mia ho imparato tante cose sul mondo dell’edilizia. Gli insegnanti ci hanno sempre sostenuto. Se ho qualcosa da dare, la do:per me è stato un gesto normale. Mi sono reso utile”.

Fonte: buone notizie.it

300 alberi nel segno dell’arte

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L’aria autunnale muove piacevolmente le fronde dei pini. Gli abeti svettano alti. Un’altalena e altri giochi per bambini danno l’idea che quel luogo continua ad essere vissuto, come in passato, quando le piantine aumentavano pian piano di numero, ogni giorno, ogni mese, ogni anno. Lo scorso sabato mattina, davanti al giardino inglese e al giardino italiano già rigogliosi, un nuovo spazio verde ha preso vita. 300 alberi tutti in una volta, vicino l’azienda di famiglia, per festeggiare un compleanno (il 1 ottobre), quello del signor Alfonso. Si è creato un trittico arboreo gigante sulla tela della terra, un’opera da ammirare, come si addice a una coppia di mecenati d’arte. Così il signor Alfonso Mazzola, patron dell’azienda CO.ME.L di Latina, decide di suggellare un amore lungo una vita, quello con la moglie Vanna Migliorin, una delle prime imprenditrici italiane nonché grande appassionata di arte e mecenate per scelta. Proprio a ridosso del bando della nuova edizione del Premio COMEL ‘Vanna Migliorin’ per l’arte contemporanea (a cui possono iscriversi gratuitamente tutti gli artisti dell’Unione Europea, fino al 15 dicembre 2013), il signor Alfonso ha deciso di proseguire il patto con la moglie: regalare ossigeno e cultura alla città. Le nuove 300 piante hanno una doppia valenza: voglia di incontrare ancora una volta, idealmente, Vanna, in un percorso comune di creazione e coltivare quanto più possibile la bellezza della vita. Mentre è tutto pronto per la nuova edizione del Premio COMEL, voluto dalla famiglia Mazzola per ricordare la figura di Vanna, nuovi alberi hanno preso a crescere ed andranno ad alimentare sentieri verdi già ricchi di piante e ricordi. Un modo originale per festeggiare un compleanno e ricordare un amore, per affermare l’arte e la vita, in un interscambio che di sicuro questo premio d’arte porterà sempre con sé nel corso degli anni.

Fonte: buone notizie