Slow Food: “Sosteniamo la ristorazione di qualità ed i produttori buoni, puliti e giusti”

In una ‘lettera’ della rete dei cuochi dell’Alleanza – uno dei progetti di Slow Food – viene messo in luce il lavoro quotidiano di contadini, allevatori, viticoltori e artigiani, spiegando come si sia acutizzata l’emergenza economica di queste categorie di lavoratori durante la pandemia. L’associazione lancia così un appello – indirizzato alla classe politica nazionale – che può essere firmato da chiunque. È possibile un futuro basato sulla cura dei territori, sui saperi delle comunità e sul piacere della condivisione? Ora è più difficile dare una risposta affermativa. Partendo dalle prospettive iniziali, infatti, il nuovo appello della ‘rete dei cuochi dell’Alleanza’, evidenzia una serie di criticità che coinvolgono gli stessi cuochi, contadini, pescatori e pastori. Sì, perché la stabilità economica di queste categorie di lavoratori, a fronte dell’emergenza Coronavirus, è messa in crisi. E se questa tipologia di professionisti non riceverà un aiuto concreto dal governo, le piccole realtà si troveranno in seria difficoltà. Così, i cuochi dell’alleanza, uno dei più importanti progetti di Slow Food, ha scritto un appello a sostegno della “ristorazione di qualità e dei produttori buoni, puliti e giusti”. L’iniziativa, intitolata Ripartiamo dalla terra, vuole porre sotto i riflettori il lavoro di contadini, allevatori, casari, viticoltori e artigiani che “producono con passione e rispetto per la terra e per i loro animali”. Non solo: nel documento viene richiesto alla classe politica nazionale di estendere il credito di imposta, già previsto per alcune spese legate all’emergenza Covid-19, agli acquisti di prodotti agricoli e di artigianato alimentare di piccola scala legato a filiere locali “in una misura pari almeno al 20%, da aumentare al 30% nel caso in cui tali aziende pratichino un’agricoltura biologica, biodinamica, o siano localizzate in aree marginali, disagiate e di particolare valore ambientale del nostro Paese”.

La lettera, nello specifico, è indirizzata al Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte, al Comitato di esperti in materia economica e sociale, al Ministro delle Economie e delle Finanze Roberto Gualtieri, al Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, al Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Dario Franceschini, al Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali Teresa Bellanova e agli Assessori Regionali alla Cultura, al Turismo, al Commercio, alle Attività Produttive e all’Agricoltura. L’Alleanza Slow Food dei Cuochi, per far sentire la propria voce ai nostri politici, chiede quindi aiuto agli Italiani invitandoli a firmare la lettera. Come? Compilando l’apposito modulo “fornendo alcune informazioni – viene sottolineato nella nota dell’associazione – che ci permetteranno di rendere ancora più forte questo appello”. Invito che estendiamo a tutte i soggetti interessati piemontesi.

Vi proponiamo, di seguito, lo scritto integrale:

«Facciamo parte dell’Alleanza Slow Food dei Cuochi e gestiamo più di 540 locali in tutta Italia: siamo cuochi di osterie e di ristoranti, di food-truck e di rifugi alpini, siamo pizzaioli e insegnanti di scuole alberghiere. Con questo appello ci facciamo portavoce anche di altri colleghi ristoratori, molti dei quali raccontati nella guida Slow Food Osterie d’Italia, e di migliaia di agricoltori, allevatori, artigiani. Prendiamo la parola a nome di tutti, perché anche se oggi siamo noi i più fragili, sentiamo l’energia e la passione necessarie per ripartire e avvertiamo la forza che deriva dall’essere parte della rete di comunità solidali di Slow Food. Grazie alla nostra cucina abbiamo diffuso conoscenza, bellezza, piacere. Abbiamo raccontato territori e culture locali. Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza il lavoro quotidiano di contadini, allevatori, casari, viticoltori e artigiani che producono con passione e rispetto per la terra e per i loro animali. Questi produttori traggono buona parte del loro reddito dalla relazione con ristoratori come noi, che sanno rispettare i loro ritmi, riconoscere il giusto prezzo ai loro prodotti e garantire sviluppo e opportunità economiche a territori spesso difficili.

Ogni giorno, servendo un buon piatto e prendendoci cura dei nostri commensali, abbiamo educato alla qualità, a un’alimentazione sana e alla convivialità, formando cittadini più consapevoli. Molti di noi, nelle settimane scorse, hanno cucinato per i più fragili e bisognosi, e siamo pronti a farlo ancora in futuro, perché crediamo nel valore della solidarietà.

Oggi siamo in crisi, e con noi lo sono i nostri produttori, una parte dei quali faticava già prima a reggere la concorrenza dell’agroindustria e le logiche del mercato e della distribuzione. La parte migliore dell’agricoltura di questo Paese dipende infatti fortemente dalla ristorazione di qualità. Crediamo che l’immagine di questo Paese sia legata alla sopravvivenza di queste aziende e di chi, proponendo i loro prodotti, li rappresenta al meglio. Gravano sulle nostre spalle non solo i destini dei nostri collaboratori, ma anche il futuro di migliaia di piccole aziende agricole che dipendono dai nostri ordinativi.

Abbiamo deciso di scrivere questo appello perché pensiamo che le difficoltà dovute alla pandemia possano dare a questo Paese il coraggio della necessità e dell’urgenza; la forza di trasformare un’emergenza in una grande occasione per il settore dell’agricoltura, dell’accoglienza e della ristorazione italiana. I veri nemici da combattere nel post pandemia saranno ancora la perdita di biodiversità, l’erosione del territorio, l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, l’impoverimento della fertilità nei nostri terreni, la cementificazione, l’abbandono delle aree rurali e dei piccoli borghi, lo spreco alimentare, lo sfruttamento del lavoro, l’indifferenza per chi produce con attenzione alle ragioni e ai tempi della natura e l’individualismo, che fa prevalere l’io sul senso di comunità.
La ristorazione troppe volte ha assecondato un mercato che ha rincorso il prezzo più basso e stroncato l’agricoltura di prossimità, approvvigionandosi di prodotti ottenuti grazie alla chimica, alle monocolture, facendo viaggiare derrate alimentari migliaia di chilometri. Se vogliamo porre le basi di un futuro diverso dobbiamo cambiare prospettiva.

Le Istituzioni possono fare molto, sviluppando iniziative che sostengano chi genera economie e benessere per tutta la comunità e non solo per la propria impresa. Per chi acquista prodotti di agricoltori, allevatori e artigiani del proprio territorio. Chiediamo quindi di estendere il credito di imposta, già previsto per alcune spese legate all’emergenza Covid-19, agli acquisti di prodotti agricoli e di artigianato alimentare di piccola scala legato a filiere locali (dove per locale si intende la dimensione regionale), in una misura pari almeno al 20%, da aumentare al 30% nel caso in cui tali aziende pratichino un’agricoltura biologica, biodinamica, o siano localizzate in aree marginali, disagiate e di particolare valore ambientale del nostro Paese.

Un provvedimento come questo rappresenterebbe una grande occasione, economica, sociale e culturale: permetterebbe di innalzare il livello dell’offerta gastronomica italiana, garantendo una maggiore qualità, e al tempo stesso sosterrebbe e rilancerebbe le piccole e medie aziende agricole locali e il turismo rurale, che vive essenzialmente di paesaggi agrari. Infine, aiuterebbe i ristoratori ad affrontare mesi e forse anni difficili. Per evitare che troppe attività non riaprano, servono anche misure immediate, ovviamente, e per questo ci associamo alle richieste delle associazioni di settore: risorse a fondo perduto per le imprese in base alle perdite di fatturato, moratoria sugli affitti per compensare il periodo di chiusura e il periodo di ripartenza, cancellazione di imposte anche locali come quelle per l’affitto di suolo pubblico fino alla fine del periodo di crisi, sospensione del pagamento delle utenze, prolungamento degli ammortizzatori sociali fino alla fine della pandemia e sgravi contributivi per chi manterrà i livelli occupazionali. Serve un piano di riapertura con modalità certe per permettere a tutte le imprese di operare in sicurezza. È importante che sia concessa ovunque la possibilità di lavorare per asporto e contare su spazi all’aperto più ampi nel periodo di convivenza con il virus».

Articolo tratto da: Journal Cittadellarte

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