Paesi sostenibili a zero emissioni: sarà mai possibile?

Dopo aver parlato di città sostenibili a zero emissioni come strumento operativo per sostenere i propri Paesi ad azzerare nel complesso le emissioni nazionali, poniamoci direttamente la domanda: azzerare le emissioni di carbonio entro il 2050 è veramente possibile per tutti i Paesi del mondo?

Paesi sostenibili a zero emissioni: sarà mai possibile?
di Antonio Lumicisi 09-10-2019
Dopo aver parlato di città sostenibili a zero emissioni come strumento operativo per sostenere i propri Paesi ad azzerare nel complesso le emissioni nazionali, poniamoci direttamente la domanda: azzerare le emissioni di carbonio entro il 2050 è veramente possibile per tutti i Paesi del mondo?
Paesi sostenibili a zero emissioni: sarà mai possibile?
E’ fuor di dubbio che se un Paese intende veramente diventare carbon neutral, cioè a zero emissioni nette, dovrà mettere in atto strategie, politiche ed azioni che veramente coinvolgano tutti i soggetti che vivono e operano sul proprio territorio. E’ assurdo pensare che un tale obiettivo si possa raggiungere solo perché è stato assunto un impegno (non vincolante) da alcuni Paesi nell’ambito degli Accordi di Parigi. La storia della lotta ai cambiamenti climatici è lastricata di belle intenzioni abbandonate a se stesse. Come abbiamo visto nel caso di Copenaghen , o in generale per tutte le città (qui e qui), esse possono svolgere un ruolo importante, come laboratori ove mettere in pratica, nel breve-medio periodo, strategie ed azioni per abbattere le emissioni di gas serra, fino ad annullarle quasi del tutto nel giro di una decade. Passare da una città, ente territoriale circoscritto, ad un intero Paese non è cosa facile. Partiamo dal fatto che, per la prima volta, una decisione politica in tal senso è stata presa e cerchiamo ora di fare in modo che gli Accordi di Parigi diventino una realtà, non tanto, o meglio non solo, per ridurre le emissioni climalteranti, quanto per avere ancora un pianeta ove vivere decentemente nei prossimi anni.

La pubblicazione del recente rapporto Roadmap to 2050: a Manual for Nations to Decarbonize by Mid-Century da parte della Rete per le soluzioni sullo sviluppo sostenibile (Sustainable Development Solutions Network – SDSN) e della Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM), ci stimola a fare delle considerazioni sull’approccio che i Paesi dovrebbero seguire per raggiungere un obiettivo così importante. L’approccio positivo che l’obiettivo della decarbonizzazione di interi Paesi entro la metà del secolo sia fattibile, tesi centrale del rapporto, è altamente condivisibile. Così come è condivisibile (finalmente!), il messaggio che è necessario un ripensamento radicale del modo in cui gestiamo la temperatura nelle nostre case, viaggiamo e produciamo le merci, quale presupposto per una trasformazione del nostro sistema energetico. La decarbonizzazione per un mondo a zero emissioni entro la metà del secolo richiede politiche e misure chiare ed efficienti, adottate e, soprattutto, attuate rapidamente: le tecnologie per perseguire questo approccio sono già disponibili e risulta sempre più urgente agire presto perché secondo le analisi svolte dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) nel suo Emissions Gap Report 2018 la somma delle azioni contenute nei documenti di programmazione sul clima (Intended Nationally Determined Contribution – INDC) presentati finora dai Paesi aderenti agli Accordi di Parigi farebbero registrare un innalzamento della temperatura media di circa 3 °C entro la fine del secolo, ben al di sopra del limite di 1,5-2,0 °C adottato dagli stessi Accordi di Parigi.

Una visione olistica

Raggiungere in modo sostenibile ed equo gli obiettivi posti dagli Accordi Parigi significa lavorare con un “approccio sistemico” che aspira ad indirizzare contemporaneamente più obiettivi e promuovere strumenti politici e soluzioni tecnologiche che possono essere utilizzati in tutti i settori. I molteplici obiettivi abbracciano la decarbonizzazione e la sostenibilità ambientale, la prosperità economica (compresa la riduzione della povertà) e l’inclusione sociale. Gli strumenti politici da utilizzare includono gli investimenti pubblici, l’eliminazione progressiva, ma decisa, dei sussidi ai combustibili fossili, i meccanismi di mercato, il quadro normativo e i regolamenti sull’uso del suolo, mentre le proposte tecnologiche affrontano un’ampia gamma di soluzioni attuali ed emergenti. Su quest’ultimo aspetto delle tecnologie ritorneremo più avanti in quanto l’approccio seguito nel rapporto rappresenta un elemento di criticità sul quale sarebbe interessante fare un approfondimento. In generale, una prospettiva di sistema riconosce l’interconnettività delle azioni verso uno o più di questi obiettivi, utilizzando uno o più degli strumenti politici o delle soluzioni tecnologiche praticabili. Una singola azione può essere dannosa per un’altra, mentre alcuni sforzi combinati potrebbero amplificare i loro effetti cumulativi e raggiungere obiettivi multipli. Ad esempio, la stessa rete elettrica rappresenta un sistema complesso che deve continuare a funzionare in modo affidabile ed efficiente anche se intraprende la trasformazione più profonda della sua storia. Nessuna singola politica o tecnologia può raggiungere la decarbonizzazione da sola o essere attuata senza la dovuta considerazione dei suoi effetti a catena, o dello stato generale del sistema attuale.

In un approccio sistemico vanno considerate le diverse complementarità, definite anche funzionalità reciproche, che entrano in gioco nella gestione della complessità di un sistema energetico, tra le quali:

  • la variabilità delle fonti rinnovabili, e qui i sistemi digitali svolgeranno un ruolo importante nel coordinare la complessità della rete e la flessibilità richiesta;
  • le tecnologie a zero emissioni di carbonio;
  • gli investimenti pubblici e privati, e qui ci vorranno notevoli sforzi per armonizzare gli investimenti pubblici e privati, per riconoscere il diverso ruolo che possono svolgere e le sinergie che la loro azione comune può creare;
  • i sistemi naturali e ingegnerizzati ove stoccare l’anidride carbonica (nella vegetazione e nei suoli attraverso la conservazione delle foreste esistenti, il ripristino di habitat degradati e il rimboschimento) per aumentare i pozzi di assorbimento del carbonio naturale (sinks) ed escludere tutte quelle strategie energetiche che amplificano il degrado dell’uso del suolo;
  • la mitigazione e l’adattamento, esempio più che evidente di reciproco sostegno;
  • le soluzioni centralizzate e decentralizzate, visto che le risorse energetiche rinnovabili sono per natura diverse da un luogo ad un altro;
  • le azioni e strategie in diverse aree geografiche in quanto gli sforzi per affrontare la decarbonizzazione potrebbero essere simili per le grandi città del Nord America e quelle in Europa, ma non si applicherebbero a gran parte dell’Africa subsahariana ove l’obiettivo di fornire l’accesso all’energia e ad altri servizi a tutti è ancora una sfida;
  • le attività di ricerca e sviluppo (R&S) sostenute da istituti di ricerca e università e finanziate da soggetti pubblici e privati.

Gli autori del rapporto hanno identificato sei pilastri della decarbonizzazione costruiti su quattro premesse generali da cui ogni Paese può iniziare a sviluppare la propria tabella di marcia verso la piena decarbonizzazione entro la metà del secolo. Le quattro premesse sono:

1) lo sviluppo di una politica climatica globale che dipenderà da specifici contesti geografici e sociali, in particolare nelle aree in via di sviluppo o a basso reddito, finalizzata a soddisfare le esigenze sia della società che del pianeta;

2) una reale cooperazione per l’elaborazione e attuazione delle politiche ove sarà fondamentale l’uso integrato delle diverse risorse, tecnologie o processi per garantire l’inclusione e lo sviluppo socio-economico delle comunità e delle imprese nel mercato globale;

3) una maggiore flessibilità nei quadri normativi inerenti l’innovazione;

4) allocazione di consistenti investimenti in ricerca e sviluppo, poiché i progressi tecnologici innescano l’innovazione e accorciano il percorso verso la decarbonizzazione globale.

Fatte queste premesse, i sei pilasti individuati sono:

  • elettricità a zero emissioni, con un drastico spostamento verso il mix di elettricità a zero emissioni di carbonio;
  • elettrificazione degli usi finali, con le tecnologie esistenti già oggi è possibile una conversione verde per i settori che attualmente utilizzano energia da combustibili fossili;
  • combustibili verdi sintetici, tra i quali l’idrogeno, il metano sintetico, il metanolo sintetico e gli idrocarburi liquidi sintetici per settori ove la transizione appare più ardua;
  • reti elettriche intelligenti, per permettere lo spostamento tra più fonti di generazione energetica e vari usi finali per fornire operazioni più efficienti, affidabili e a basso costo, nonostante la variabilità delle energie rinnovabili;
  • efficienza dei materiali, ottimizzando le scelte e i flussi con la riduzione, il riutilizzo e il riciclo;
  • uso sostenibile del suolo, coinvolgendo principalmente il settore agricolo che è responsabile di circa il 25% delle emissioni di gas serra a livello globale, attraverso la deforestazione, la produzione ed utilizzo dei fertilizzanti industriali, la zootecnia e l’utilizzo, diretto ed indiretto, di combustibili fossili.

Dei sei pilastri individuati, quello relativo alla ricerca di combustibili sintetici solleva qualche dubbio. Sinceramente, credo che con una forte riduzione della domanda, un miglioramento di alcune tecnologie già esistenti, e, soprattutto, quel “ripensamento radicale del modo in cui gestiamo la temperatura nelle nostre case, viaggiamo e produciamo le merci” citato all’inizio, si possa effettivamente evitare di imbarcarsi su strade dispendiose dal punto di vista economico, ed utilizzare invece quelle risorse per il miglioramento di alcune tecnologie già esistenti e che hanno già dato prova di poter dare un concreto contributo.

FINE PRIMA PARTE

fonte: ilcambiamento.it

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