Sigarette elettroniche: Big Tobacco perde il pelo ma non il vizio

Quattro multinazionali ormai dominano il mercato delle sigarette elettroniche, che puntano ad affiancare a quello delle sigarette convenzionali, generando ulteriore business. E sulla presunta innocuità ci sono studi che ci dicono tutt’altro…

Smoking man holds electronic cigarette in hand. A lot of smoke around.

Un articolo pubblicato sull’American Journal of Public Health analizza il ruolo di Big Tobacco nel rapidamente crescente mercato dei nuovi sistemi di rilascio di nicotina, le cosiddette sigarette elettroniche (1).

Dal 2010 circa, l’industria del tabacco ha investito molto sia in ricerca e sviluppo di nuove tecnologie sia nell’acquisizione di ditte produttrici di questi nuovi sistemi. Attualmente, escludendo quella cinese controllata dallo Stato, la produzione mondiale di sigarette è dominata all’84% da quattro multinazionali: BAT (British American Tobacco), PMI (Philip Morris International), JTI (Japan Tobacco International), e Imperial Tobacco.

All’inizio del secolo, queste 4 ditte si sono limitate ad acquisire piccoli produttori di sigarette elettroniche. Dal 2010, pur continuando nelle acquisizioni, hanno iniziato a sviluppare dei loro prodotti. Oltre a controllare la produzione, Big Tobacco controlla anche il marketing, la distribuzione, la vendita e gli accessori. Mediante azioni legali, Big Tobacco cerca anche di annullare la concorrenza, accusandola per esempio di violazione dei brevetti. Il risultato è che mentre all’inizio dell’era delle sigarette elettroniche il mercato contava su centinaia di piccoli produttori, attualmente il monopolio è nelle mani di Big Tobacco che produce centinaia di prodotti diversi, adatti ad essere commercializzati per tutti i possibili gruppi di consumatori, a volte con specificità nazionali e locali. Lo scopo non è quello di sostituire il mercato delle sigarette tradizionali, bensì di mantenerlo aggiungendovi un nuovo mercato. Inoltre, la concentrazione di questo nuovo mercato in poche mani accresce la forza di Big Tobacco nel far pressione sui governi per evitare legislazioni restrittive o addirittura proporne di più favorevoli. L’argomento principale di Big Tobacco in favore di una legislazione più leggera per le sigarette elettroniche è che non producono due sostanze dannose: il monossido di carbonio e gli idrocarburi policiclici aromatici. Ma gli autori di un articolo pubblicato da Archives of Disease in Childhood non sono d’accordo (2). Secondo loro, fino a che non sia definitivamente provato che non causano danni, le sigarette elettroniche dovrebbero essere sottoposte alla stessa legislazione di quelle tradizionali.

Contengono infatti centinaia di composti sconosciuti e non regolati non derivanti dal tabacco.

Spetta a Big Tobacco dimostrare che questi composti sono innocui, e finora non vi è alcuna dimostrazione. Secondo questi autori, le regole sul marketing, il confezionamento, la pubblicità e le tasse che valgono per le sigarette tradizionali dovrebbero essere applicate anche a quelle elettroniche. Attualmente, l’unica indicazione all’uso di queste sigarette riguarda i tentativi di disassuefazione al fumo, come per i cerotti e le gomme alla nicotina. Sui danni potenziali delle sigarette elettroniche concentrano la loro attenzione gli autori di un altro articolo (3). Essi analizzano in particolare i conflitti di interessi (CdI) degli autori di ricerche sulle sigarette elettroniche, in relazione ai risultati più o meno favorevoli delle ricerche stesse. L’analisi riguarda 94 studi identificati in una precedente revisione sistematica (4). I CdI degli autori delle ricerche sugli effetti per la salute delle sigarette elettroniche sono stati classificati per tipo (indistria del tabacco o industria delle sigarette elettroniche), livello (CdI da forte ad assente) e direzione (a seconda di chi beneficiava di eventuali risultati favorevoli). Come qualsiasi NoGrazie si aspetterebbe, tutte e tre le categorie di CdI mostravano la stessa tendenza. Gli studi con CdI trovavano danni potenziali per la salute da uso di sigarette elettroniche meno spesso (39%) di quelli senza CdI (95%). Solo il 7.7% degli studi finanziati direttamente dall’industria trovava potenziali danni per la salute. Gli studi con CdI avevano 67 volte più probabilità di non riscontrare danni per la salute rispetto a quelli senza CdI; questa probabilità aumentava o diminuiva con l’aumento o la diminuzione del livello di CdI, con una classica relazione dose/effetto. Gli autori dell’articolo concludono che non ci si può fidare delle ricerche condotte dall’industria o da ricercatori con CdI, e invitano le riviste mediche a non pubblicare articoli con queste caratteristiche, come già deciso da alcune delle riviste più importanti.

Note

1 Mathers A, Hawkins B, Lee K. Transnational tobacco companies and new nicotine delivery systems. Am J Public
Health 2019;109:227-35
2 Bush A, Bhatt J, Grigg J. E-cigarettes. Tar wars: the (tobacco) empire strikes back. Arch Dis Child 2018 Nov 29. doi:
10.1136/archdischild-2018-315820
3 Pisinger C, Godtfredsen N, Bender AM. A conflict of interest is strongly associated with tobacco industry–favourable
results, indicating no harm of e-cigarettes. Prev Med 2019;119:124-31
4 Pisinger C, Dossing M. A systematic review of health effects of electronic cigarettes. Prev Med 2014;69:248-60

Adriano Cattaneo è membro dell’associazione “No Grazie Pago Io”, gruppo indipendente di operatori sanitari che rifiutano ogni sovvenzione o finanziamento da parte di Big Pharma

Fonte: ilcambiamento.it

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