Società allo sfascio: serve l’azione individuale e collettiva per creare luoghi liberi di resilienza

Per lasciarsi alle spalle il sistema che ormai collassa su se stesso fagocitando le persone, occorre creare e alimentare sempre più gruppi e aree di resilienza, condivisione, autosufficienza e nuove relazioni. Si può!

La nostra società è ormai allo sfascio e non può essere altrimenti dato che si basa su principi e obiettivi che sono contro le persone e la natura. Basta guardare all’Italia, dove non funziona quasi nulla, dove ci si barcamena per andare avanti in una lotta quotidiana e costante contro i mille balzelli e le mille trappole di un sistema sanguisuga in cui l’imperativo per salvarsi è mors tua vita mea e così si creano le basi per un conflitto costante fra simili. Ci ritroviamo in una società dove dilaga l’incattivimento di persone che fanno lavori controvoglia, lavori che odiano e che non abbandonano solo perché hanno bisogno di uno stipendio. A ciò si aggiungono ignoranza, arroganza e maleducazione di chiunque detenga anche un briciolo di potere e naturalmente lo esercita sull’ultimo malcapitato che gli capita a tiro. Dagli uffici statali alle aziende private, dai commercianti ai professionisti, ci si stupisce le rare volte che qualcuno non cerca di fregare il prossimo, oppure quando qualcuno esegue un lavoro come si deve, fornisce un’informazione corretta, con educazione; e se questo incredibilmente accade lo si percepisce come un miracolo e si santifica la persona che ha fatto semplicemente quello che doveva fare.

Siamo abituati a essere trattati come idioti, rassegnati ad attese secolari, sbattuti da uno sportello all’altro, da una informazione all’altra, dove qualsiasi addetto a call center, ufficio che sia, dà una risposta diversa da quello precedente in un labirinto infinito di ipotesi e contraddizioni. Siamo sommersi da una burocrazia che è un muro di gomma e che ha come unico obiettivo lo strangolamento del cittadino e lo svuotamento del suo portafoglio. Tutto contribuisce ad alimentare una società allo sbando e marcia che va rifondata dalle basi, con altri principi, un’etica e una cultura che ovviamente non possono essere quelle televisive o dei grandi media, che la cultura l’hanno fatta a pezzi, l’hanno sepolta sotto una valanga di pseudo-notizie inutili, di gossip contornato da pubblicità senza fine. Basta accendere un qualsiasi canale televisivo a ogni ora del giorno e della notte, per accorgersi dello squallore infinito in cui siamo precipitati. A questo sfascio si aggiunge una situazione ambientale catastrofica provocata anche dalla stessa mentalità menefreghista di cui sopra, che mette in pericolo l’esistenza dell’umanità e impone un piano individuale e collettivo di salvataggio. Individualmente bisogna prendere coscienza che solo l’azione può garantirci un futuro degno di questo nome e ciò significa puntare il più possibile all’autosufficienza alimentare ed energetica, ridurre le proprie spese, fare un  lavoro che non sia nocivo per gli altri e per l’ambiente, riavvicinarsi alla natura per recuperare il centro della persona e le basi della vita.  Ma la presa di coscienza e l’azione individuale, per poter avere maggiore possibilità di successo, dovrebbero affiancarsi a una azione collettiva.

Assieme ad altre persone si possono ad esempio cercare terre abbandonate di cui l’Italia è piena, da coltivare in uso civico, in affitto (a seconda delle regioni hanno costi di poche centinaia di euro all’anno). Si possono costituire gruppi con obiettivi condivisi che acquistino terre e ruderi da ristrutturare (ci sono addirittura comuni che li offrono per un euro, altri comuni in spopolamento che danno molte agevolazioni per chi vuole stabilirsi). Nell’organizzarsi collettivamente ci si aiuta vicendevolmente che significa rinsaldare le relazioni ed essere un grande beneficio per ridurre le spese. Una grande ricchezza è poi condividere le proprie capacità ed esperienze, scambiarsi informazioni, conoscenze, per un obiettivo e progresso comune. Fare quindi l’esatto contrario di quello che succede nella gran parte dei posti di lavoro tradizionali, dove ogni informazione viene gelosamente custodita e ci se ne serve per poter scavalcare gli altri e fare carriera, ottenere avanzamenti, promozioni. Bisogna quindi uscire da queste logiche miopi che non portano a nulla, se non ad aspetti negativi e ad avere un clima lavorativo pessimo. In un luogo dove c’è collaborazione, c’è forza, si impara moltissimo e tutto diventa più semplice e fattibile. La relazione con la natura poi rende la vita più leggera e anche eventuali lavori che richiedono impegno e dedizione vengono vissuti con altro spirito e altra consapevolezza. Inoltre laddove si crea nuova vita, si crea cultura che non è certo appannaggio solo di scuole o università ma soprattutto di luoghi che fanno rinascere esperienze, saperi antichi, saggezza e dove ognuno ha un ruolo e una importanza, dal bambino all’anziano che non sono rispettivamente uno scolaro e un pensionato ma persone che possono donare agli altri tanto, semplicemente con il loro essere. Bisogna riuscire a creare sempre più zone resilienti, libere e per quanto possibile autosufficienti, significa creare tante arche che con l’aggravarsi della situazione potranno dare esempio e supporto alle persone che si troveranno in grosse difficoltà per aver confidato in una società orientata al sicuro suicidio. E più arche, cioè luoghi di azione, liberazione, resilienza ci saranno e più l’umanità potrà rinascere con valori completamente diversi rispetto a quelli unici del mondo attuale cioè quelli monetari. Sembra utopico, irrealizzabile tutto ciò ma non è così perché ci sono già tante esperienze in Italia e nel mondo che stanno andando in questa direzione, basta conoscerle, visitarle, rendersi conto che i veri marziani non sono quelli che stanno dando risposte reali ai problemi; il vero marziano e utopista è chi continua a girare la ruota del criceto senza farsi nemmeno una domanda su se stesso o su quello che sta facendo. Le alternative e le strade su cui incamminarsi per una nuova vita ci sono sempre e sono alla nostra portata.

Fonte: ilcambiamento.it

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