Addio fonti fossili: le nazioni da promuovere

Svezia e Irlanda in primis, ma anche il Costarica, la Danimarca e in buona parte la Norvegia si stanno distinguendo nel panorama internazionale per le loro scelte controcorrente: disinvestire dalle fonti fossili e scegliere l’energia rinnovabile. Ciascuna con una propria tabella di marcia.

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E’ di appena una settimana fa l’approvazione in Irlanda di una legge che azzera completamente gli investimenti pubblici in fonti fossili. La votazione è senz’altro storica: 93 sì e 53 no in Parlamento per il Fossil Fuel Divestment Bill 2016, che propone di cancellare tutti gli investimenti del fondo sovrano irlandese, l’Ireland Strategic Investment Fund, da carbone, petrolio e gas. La legge è stata presentata dal deputato Thomas Pringle e fortemente voluta e sostenuta dal partito dei Verdi irlandesi guidato da Eamon Ryan. Ora manca solo il via libera da parte degli organismi di controllo sulle finanze statali.

L’Irlanda dunque si prepara a fare meglio della Norvegia che nel 2015 aveva deciso di abbandonare tutti gli investimenti nel carbone del suo fondo sovrano. Il fondo di Oslo è il più grande del mondo, vale complessivamente 900 miliardi di dollari e rappresenta uno dei 10 più importanti investitori nel settore. Quindici multinazionali impegnate nell’estrazione del carbone sono state aggiunte qualche mese fa ad altre 52 già sulla “lista nera” della Norges Bank, l’istituto centrale di Oslo che gestisce il fondo sovrano della Norvegia. Il divieto di investire colpisce tra gli altri cinque gruppi americani, tre giapponesi e due cinesi. Nella “lista nera” comparivano già colossi come China Coal Energy, Aes e Peabody Energy, il maggior produttore di carbone degli Stati Uniti. Era anche circolata la notizia che la Norvegia voleva bandire la vendita di auto “convenzionali” (cioè con motori a combustione interna) dal 2025, ma poi è emerso che non era così. Nessun divieto, ha chiarito il ministro norvegese dell’Ambiente, Vidar Helgesen, ma un’azione decisa per scoraggiare sempre di più l’acquisto di vetture a benzina e gasolio. Oggi la Norvegia è prima sulla scena internazionale in quanto a diffusione dei mezzi ecologici in proporzione al mercato complessivo, con il 20-30% delle immatricolazioni mensili riferite a veicoli totalmente elettrici o ibridi plug-in. Quasi un’auto nuova su quattro, insomma, fa il pieno “alla spina”, anziché alla pompa di benzina.

Anche la Svezia è passata alla fase operativa della decisione di abbandonare da qui al 2020 i carburanti fossili. Ecco cosa prevede il piano operativo del governo:

  1. 4,5 miliardi di corone subito, nei prossimi dodici mesi, per sviluppare le infrastrutture verdi, dai pannelli solari alle pale eoliche fino alla biomassa e alla produzione di energia dall’incenerimento dei rifiuti.
  2. Già oggi la raccolta e il reimpiego dei rifiuti funzionano così bene che Stoccolma deve importarne per far funzionare gli impianti che li inceneriscono producendo energia.
  3. Poi ogni anno 50 milioni di corone saranno spese per le tecnologie per immagazzinare l’elettricità in eccesso, e un miliardo di corone sarà destinato all’ammodernamento termico degli edifici abitativi o pubblici per ridurne il consumo energetico.
    4. Ogni anno Stoccolma – che già è tra i primi della classe mondiali negli aiuti ai paesi poveri – spenderà 500 milioni di corone per sostenere investimenti per l’infrastruttura e l’energia verdi nei Paesi in via di sviluppo.
    5. Nel campo dei trasporti terrestri, la rivoluzione è già attuata. Tutti i mezzi pubblici – dalla Tunnelbana (la fitta, splendida rete di metro di Stoccolma) ai treni ad alta velocità e normali, ai tram, tutti i veicoli elettrici su rotaie camminano solo con elettricità prodotta da energie rinnovabili. I taxi e i loro operatori sono sfavoriti (con più tasse e col divieto di percorsi lunghi tipo città-aeroporto) se non sono vetture a gas, ibride o elettriche. Vedi girare persino diversi taxi Tesla, nonostante l’alto prezzo dell’elettrica di lusso. Gli autobus camminano solo a bioetanolo o a propulsione ibrida. Analogo sistema per l’illuminazione pubblica.
  4. Sono in fase avanzata, in cooperazione con ditte d’alta tecnologia e ricerca d’eccellenza israeliane e della Silicon Valley, gli studi per produrre biocarburanti anche per i motori d’aviazione, quelli degli aerei civili (la Sas, l’airline cogestita con danesi e norvegesi, è un big mondiale specie nel lungo raggio), e quelli dei potentissimi caccia multiruolo Saab JAS-39 Gripen, spina dorsale dell’aviazione reale sempre in allarme rosso contro le quotidiane, pericolose provocazioni e violazioni di spazio aereo da parte dei bombardieri atomici di Putin. Il Gripen tra l’altro è uno dei grandi successi dell’export d’eccellenza svedese (il 50 per cento del pil viene dalle esportazioni industriali) ma come ogni arma made in Sweden è sottoposto a regole di export etico: va venduto solo a democrazie. Già oggi la Svezia produce due terzi dell’elettricità con fonti rinnovabili. La Danimarca è arrivata nell’estate 2016 a produrre con le pale eoliche il 140% del fabbisogno d’elettricità, esportando il resto in Germania, Svezia e Norvegia. Stoccolma dispone ancora di almeno otto centrali nucleari ma le vuole spegnere in fretta.

Eccellenza green anche in Danimarca, specialmente nella capitale Copenaghen, con il Piano Clima 2025 che potete approfondire qui.

Da non dimenticare, poi, il Costa Rica, che continua a tenere alta la bandiera delle green energy. Quello che era inizialmente l’incredibile record di un mese, è divenuto il primato di quasi un anno: per 250 giorni del 2016 il Paese ha fatto affidamento solo sulle fonti rinnovabili. Secondo i dati pubblicati dal Costa Rican Electricity Institute (ICE) l’energia pulita ha fornito circa 98,1 per cento dell’elettricità consumata durante lo scorso anno dai 4,9 milioni di abitanti. Un dato di poco sotto le performance del 2015, quanto le fonti rinnovabili avevano coperto addirittura il 98,9 per cento della domanda. Il merito è soprattutto delle intense piogge stagionali che hanno favorito la produzione idroelettrica, prima voce nel mix energetico nazionale. Le grandi dighe (benché abiano provocato e provochino impatti ambientali d’altro genere tutt’altro che trascurabili) contribuiscono oggi al 74% del mix, seguite da geotermia ed eolico, rispettivamente sopra il 12 e il 10%. Il resto lo fanno i piccoli impianti fotovoltaici e alimentai a biomasse, lasciando ai combustibili fossili un risicato 1,8%.

Fonte: ilcambiamento.it

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