Gino, falegname dei bambini: manualità e poesia

C’è una falegnameria per bambini che si trova nella fattoria didattica I Campi, a Vernasca, in provincia di Piacenza, ma si tratta di un vero e proprio laboratorio in movimento che viene realizzato anche in molte scuole del Piemonte e della Val d’Aosta. I laboratori nascono 21 anni fa da un’idea di Gino Chabod. Che abbiamo intervistato.9438-10176

«In questi anni ho cercato – dice Gino Chabod – di trasmettere, attraverso il lavoro manuale,  conoscenze e valori che si stanno lentamente perdendo. Non si tratta, però, solo di questo ma di molto di più. Il ritorno alla manualità, infatti, favorisce equilibrio, immaginazione, fiducia in se stessi e una diversa visione delle cose e delle nostre possibilità. A tutte le età. Trasmettere i saperi essenziali ai giovani è fondamentale per trovare una risposta a molti dei problemi che la nostra società deve affrontare».

Lei è un falegname professionista. Ci racconta la sua storia? Quando e come ha iniziato a lavorare il legno?

La mia famiglia arriva dalla Valsavarenche, nel cuore del parco del Gran Paradiso, in Valle d’Aosta e il legno come la manualità in genere e il rapporto con la terra, sono, e sopratutto erano, il linguaggio prevalente. Ma se ho fatto il falegname e non solo, è per la straordinaria lezione di civiltà che il villaggio di montagna ci può regalare. Ho avuto la fortuna di affacciarmi sul mondo tradizionale contadino-montanaro al suo ultimo tramonto, dopo secoli di grande vitalità. Emotivamente, sono partito da un’identità collettiva in cui muoiono le persone singole ma continua la vita. E’ un concetto molto importante che l’isterica e schizofrenica società moderna ci ha sottratto, forse per sempre. E’ anche la dimensione umana delle cose, i ritmi delle stagioni, il sapere che si tramanda lasciando che gli anziani continuino ad avere un ruolo, le radici di alberi secolari, la natura madre ma anche matrigna. Ricordo il profumo dei salici che mio padre intrecciava, del legno che scolpiva, della resina dei larici che gli uomini del villaggio, nell’aiuto reciproco dell’organizzazione del lavoro, tagliavano nell’ultima settimana di luna calante di dicembre per farne travi di tetti o pavimenti di stalle. Non ho mai pensato di cercarmi un lavoro, ho da sempre avuto chiaro che volevo trasmettere con la mia testimonianza queste cose. Quando, dopo la maturità, ho fatto il corso da casaro e sono andato in alpeggio per imparare a fare la fontina, pensando ad un gruppo di giovani che potevano fare quell’attività, ho capito che quel mondo tradizionale aveva troppe rigidità e chiusure per sopravvivere all’impatto con il nuovo. E così per decenni ho cercato di imparare quante più cose possibili di quella grandiosa esperienza del saper fare che si stava spegnendo. Per questo non ho fatto l’università. Tra i miei ricordi più belli, c’è mio nonno ottantaduenne che, non più capace di reggersi in piedi, toglieva le patate con la zappa, in ginocchio e così, in ginocchio, le puliva dalla terra ancora troppo umida una ad una, con le sue mani ruvide, lentamente, con la massima attenzione, quasi a sottolineare la sacralità di quel gesto e a ringraziare quella terra che ancora gli aveva dato i suoi frutti. Dopo di loro, rimane solo il vento a muovere qualcosa. Sta a noi, generazione di mezzo, sopravvissuti al telerincoglionimento generalizzato, saper cogliere e mettere a frutto anche quella formidabile lezione di vita, trovando il giusto equilibrio tra vecchio e nuovo, tra valori universali ancestrali intramontabili e un sempre più necessario progetto di insieme di una società vivibile a misura d’uomo in alternativa alla follia di un mercato senza regole.. E’ quindi da sempre che lavoro il legno, ci sono nato, ma la stessa famigliarità, o meglio identità, è per il bestiame, i boschi, i pascoli, il letame, la terra e le sue risorse, le montagne.

Quando le è venuta l’idea che la falegnameria potesse essere proposta ai bambini? 

Circa 40 anni fa ho capito che bisognava riuscire a trasmettere ai bambini la passione per queste cose e ho cominciato a lavorare per attuare questo progetto. Ho fatto alcune esperienze gradualmente e poi ho impiegato circa 3 anni per immaginare e realizzare un’attrezzatura e dei processi che fossero il più possibili sicuri.

Può essere pericoloso maneggiare gli strumenti di falegnameria per i bambini?

No, è sufficiente fare una buona prevenzione a monte su attrezzi e processi. Si tratta anche di seguire la normativa del D. lgs. 81. In 21 anni di attività abbiamo ormai superato le 135.000 ore di lavoro effettuate dai bambini senza incidenti

A quali età si rivolge soprattutto? 

Dai 3 ai 12 anni circa

Nelle scuole una volta esistevano le Applicazioni Tecniche che oggi non ci sono più. Cosa si può fare per recuperare queste conoscenze nella scuola di oggi secondo lei?

Si dovrebbe prima formare gli insegnanti con percorsi molto diversi e per questo ci vuole tempo. Poi si dovrebbe andare a recuperare il saper fare che rischia di andare perso da chi ancora fa.

Perché secondo lei è necessario un ritorno alla manualità?

Perché manualità e conoscenza di un territorio sono il presupposto per riuscire ad immaginare qualcosa di diverso che non sia un mercato folle che uccide così tanto.

Quali sono secondo lei le ripercussioni positive di un ritorno alla manualità nella vita di tutti i giorni?

E’ un grande elemento di riequilibrio tra cultura universitaria e il fare. Le nuove generazioni si sentono sovente perdenti in partenza perché non riescono più a immaginare che possono fare, pensare ad un progetto di vita e poterlo realizzare e finiscono per rassegnarsi ai call center. Ad esempio gli artigiani danno per scontato di poter fare, di essere i protagonisti del loro lavoro. Gli universitari invece sono in genere come paralizzati all’idea di prendere una iniziativa propria lavorativa, si affidano a qualcuno, o peggio, di questi tempi poi, vanno ad elemosinare un posto di lavoro con la rassegnazione di chi pensa di non poter fare lui. Se è vero che il fare è almeno la metà del sapere dell’umanità, le nostre sono università monche. E poi ci sono tutti gli ambiti importanti della vita, dal costruirsi la propria casa (almeno nel gestirsi il cantiere), gli arredi, le manutenzioni, l’orto o un frutteto famigliare, giocare con i propri figli.

Manualità e pensiero. Secondo lei in che modo l’una influisce sull’altro?

Sono due cose completamente interconnesse, insieme, sono l’equilibrio, l’armonia delle energie.

Considerato che i bambini fin da piccolissimi sono ormai abituati al contatto con gli strumenti digitali (e quindi a far lavorare poco mani e creatività) qual è la loro reazione nei progetti che propone?

Si entusiasmano, come è naturale che facciano dei bimbi quando scoprono un linguaggio diverso e riescono a concretizzare. Basta fornire loro alcuni suggerimenti, giusto il necessario per consentirgli di raggiungere un risultato interessante senza che perdano la percezione di averlo fatto loro.

Quali sono gli obiettivi dei suoi corsi?

Far venir fuori una bella energia, offrire alle nuove generazioni la riscoperta del piacere del fare, del linguaggio della manualità, l’uso equilibrato dei 5 sensi nel contatto con gli elementi naturali, tenere aperte nuove vie di costruzione di un altro mondo possibile sostenendo un sano spirito imprenditoriale che rimetta l’uomo al centro di uno sviluppo sostenibile. L’obiettivo è, inoltre, far nascere sul piano emotivo dei bambini passioni per mestieri nobili, riequilibrare la dimensione del virtuale, mediatico ed internet, con la riscoperta del territorio, del senso della realtà e del bene collettivo.

Come si fa a partecipare?

Stiamo partendo con 2 laboratori a Milano per la stagione invernale, uno nel progetto Artepassante al passante ferroviario di porta Vittoria e uno per il periodo natalizio a Teatro. Poi da marzo ad ottobre alla fattoria didattica “I Campi”  a Vernasca (PC). Imminenti i dettagli sul sito .

“Ci sono poeti che non parlano, non scrivono, non suonano. Hanno calli duri come sassi, scuri in faccia, non prendono il sole per abbronzarsi, rendono fertile la terra, costruiscono case, utensili e oggetti di ogni tipo. Quando fanno questo con amore, poeti è dir troppo poco, non ho parole per dar loro un nome! Quel che si vede, per chi sa guardare, è grande come il senso pieno della vita. Né smene né giri di parole inutili, l’essenzialità e l’equilibrio della concretezza è la semplice risposta a come spendere bene i propri giorni. Custodi di un grande sapere vitale che vedono sempre più andare perso, il silenzio gli rimane nel vedere così tanti, correre dietro a gingilli luccicanti…

Non è morire che gli fa paura ma sentire che quel che sanno e quel che han fatto non serve o interessa più a nessuno. Quando gli alberi muoiono nella foresta, la vita continua ma se muore la foresta… è deserto

Gino Chabod, L’ultimo tramonto.

Fonte: ilcambiamento.it

 

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