La memoria di una metamorfosi che l’uomo non ha impedito

Il 27 gennaio 1945 l’esercito sovietico entrò nel campo di concentramento di Auschwitz e vide. Vide ciò che occorre sforzarsi di non dimenticare, perché non sia mai che possa tornarsi a vedere. Quel giorno ad Auschwitz c’era anche Primo Levi, prigioniero, ebreo, sopravvissuto. Con le parole del suo capolavoro, “Se questo è un uomo”, oggi possiamo mantenerci all’erta, presenti a noi stessi per non ricadere, meschini, nell’errore e nell’orrore. Questa è memoria.

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«E venne la notte, e fu una notte tale, che si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. Tutti sentirono questo: nessuno dei guardiani, né italiani né tedeschi, ebbe animo di venire a vedere che cosa fanno gli uomini quando sanno di dover morire».

È la notte prima della partenza per i lager, la notte del 1944 che Primo Levi trascorse al campo di smistamento di Fossoli (Modena) insieme a centinaia e centinaia di altri ebrei.

«Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva. Alcuni pregarono, altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli, e all’alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare; e non dimenticarono le fasce, e i giocattoli, e i cuscini, e le cento piccole cose che esse ben sanno, e di cui i bambini hanno in ogni caso bisogno. Non fareste anche voi altrettanto? Se dovessero uccidervi domani col vostro bambino, voi non gli dareste oggi da mangiare?».

Sapevano, intuivano ciò che li attendeva. Una brutalità senza limiti, una di quelle brutalità che noi oggi riteniamo un peccato lontano e remoto, che riteniamo cruda ovvietà, tale da poterla riconoscere qualora si ripresentasse sotto i nostri occhi. Ne siamo sicuri…ma è davvero fondata questa sicurezza? Quante crudeltà, sopraffazioni, genìe trucidate, intolleranze, rifiuti, segregazioni si sono avute da allora? In 70 anni possiamo dire, noi, mondo giustamente indignato davanti alla Shoah, di avere avuto sempre la coscienza pulita? Se quella carneficina di innocenti deve, come deve, insegnarci qualcosa, allora potrebbe darsi che non abbiamo colto del tutto la profondità di quell’insegnamento. Cosa accade oggi nel mondo?

Scrive Primo Levi: «Soffrivamo per la sete e il freddo: a tutte le fermate chiedevamo acqua a gran voce, o almeno un pugno di neve, ma raramente fummo uditi; i soldati della scorta allontanavano chi tentava di avvicinarsi al convoglio. Due giovani madri, coi figli ancora al seno, gemevano notte e giorno implorando acqua. Meno tormentose erano per tutti la fame, la fatica e l’insonnia, rese meno penose dalla tensione dei nervi: ma le notti erano incubi senza fine».

Riconoscete forse in quell’incubo qualcuno degli incubi attuali che, benché sotto casa nostra e benché popolati di altrettante famiglie, donne, vecchi e bambini, preferiamo ignorare?

Levi, poi, giunge ad Auschwitz: «Venne a un tratto lo scioglimento. La portiera fu aperta con fragore, il buio echeggiò di ordini stranieri, e di quei barbarici latrati dei tedeschi quando comandano, che sembrano dar vento a una rabbia vecchia di secoli. Ci apparve una vasta banchina illuminata da riflettori».

«In meno di dieci minuti tutti noi uomini validi fummo radunati in un gruppo. Quello che accadde degli altri, delle donne, dei bambini, dei vecchi, noi non potemmo stabilire allora né dopo: la notte li inghiottì, puramente e semplicemente».

«Emersero invece nella luce dei fanali due drappelli di strani individui. Camminavano inquadrati, per tre, con un curioso passo impacciato, il capo spenzolato in avanti e le braccia rigide. In capo avevano un buffo berrettino, ed erano vestiti di una lunga palandrana a righe, che anche di notte e di lontano si indovinava sudicia e stracciata. Descrissero un ampio cerchio attorno a noi, in modo da non avvicinarci, e, in silenzio, si diedero ad armeggiare coi nostri bagagli, e a salire e scendere dai vagoni vuoti. Noi ci guardavamo senza parola. Tutto era incomprensibile e folle, ma una cosa avevamo capito. Questa era la metamorfosi che ci attendeva. Domani anche noi saremmo diventati cosi».

Poi l’abisso.

«Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare si che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga».

«Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità».

Noi, oggi, 2016, leggiamo questo sui giornali: “La Danimarca approva la legge per la confisca dei beni ai migranti”.

E questo: “Svizzera come Danimarca: confisca dei beni ai rifugiati”.

«La baracca di legno, stipata di umanità dolente, è piena di parole, di ricordi e di un altro dolore. Heimweh si chiama in tedesco questo dolore; è una bella parola, vuol dire dolore della casa. Sappiamo donde veniamo: i ricordi del mondo di fuori popolano i nostri sonni e le nostre veglie, ci accorgiamo con stupore che nulla abbiamo dimenticato, ogni memoria evocata ci sorge davanti dolorosamente nitida. Ma dove andiamo non sappiamo. Potremo forse sopravvivere alle malattie e sfuggire alle scelte, forse anche resistere al lavoro e alla fame che ci consumano: e dopo? Qui, lontani momentaneamente dalle bestemmie e dai colpi, possiamo rientrare in noi stessi e meditare, e allora diventa chiaro che non ritorneremo».

Poi…

«I russi arrivarono mentre Charles ed io portavamo Sómogyi poco lontano. Era molto leggero. Rovesciammo la barella sulla neve grigia. Charles si tolse il berretto. A me dispiacque di non avere berretto».

L’11 aprile 1987 Primo Levi si è suicidato.

Fonte: ilcambiamento.it

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