Il mondo del riuso italiano a confronto con il resto d’Europa. Bellezze e stranezze

La cronaca e le riflessioni di Antonio Castagna, esperto di educazione ambientale e autore del libro “Tutto è monnezza”,dal confronto europeo svoltosi a Roma, il 13 e il 14 giugno, “L’Europa del riuso”379545

di Antonio Castagna

Il mercato dell’usato è importante per l’ambiente. Consente di ampliare la durata dei beni che, passando di mano in mano, ritrovano una nuova vita. Consente anche significativi risparmi al consumatore che paga il valore d’uso e risparmia il versamento dell’obolo alla ricerca di status connessa spesso all’acquisto del nuovo. Inoltre favorisce la gestione del ciclo dei rifiuti, ritardando il tempo in cui il bene dovrà essere distrutto, per riciclarne i materiali, oppure per seppellirlo in discarica o dentro un inceneritore. Il mercato dell’usato fa tutto questo in autonomia, senza pesare sulle casse dello Stato, in una dinamica totalmente autorganizzata. Eppure è un mercato di cui si occupano pochissimo i media, la politica, e lo stesso ambientalismo fatica a considerarne le valenze. Strano, dal momento che occupa 80.000 persone in Italia e mette in moto un mercato da 3 miliardi di euro, coinvolgendo, in qualità di consumatori, quasi la metà degli italiani come nel 2013, anno in cui quasi un cittadino su due ha acquistato almeno un oggetto usato.
A Roma, il 12 e 13 giugno gli operatori dell’usato riuniti nell’associazione Operatori Nazionali dell’Usato, www.reteonu.org, hanno organizzato due giorni di incontro sul tema “L’Europa del riuso”. Obiettivi dell’incontro erano confrontare situazioni italiane ed europee, esplorare difficoltà e possibilità del settore e favorire un confronto con le istituzioni che sul mercato dell’usato e sui temi ambientali hanno un ruolo. I dati a disposizione per sostenere il valore ambientale dell’attività di riuso cominciano a essere una mole importante. L’Unione europea ha messo il riuso al secondo posto nella gerarchia di azioni rispetto al tema dei rifiuti. Al primo posto c’è la prevenzione, al terzo il riciclaggio, poi l’incenerimento e infine la discarica. Ma a tutto questo non seguono azioni necessariamente coerenti. Ad esempio, mentre ha indicato degli obiettivi di riciclaggio, l’UE non ha dato obiettivi di riuso. Così è possibile che le Fiandre, in Belgio, indichino in 5 kg a persona la quantità di oggetti da salvare ogni anno, definendo delle azioni e un budget a disposizione, mentre in Italia, il Piano Nazionale di Prevenzione dei rifiuti dà come indicazione generale la promozione dei centri di riuso permanente, ma senza dire cosa siano, come funzionino, cosa devono fare.

Antonio Conti, portavoce di Reteonu cita uno studio dell’European Environmental Bureau, che ipotizza che nei prossimi anni nei settori del riuso potranno nascere in Europa almeno 800.000 posti di lavoro nuovi. Un sesto dell’attuale disoccupazione giovanile in Europa. In Belgio i centri di riuso funzionano, anche perché ogni 2,5 euro di merce usata venduta, lo Stato ci mette 7,5 euro. Reteonu non chiede questo, perché tanto in Italia il mercato dell’usato è florido, non serve drogarlo. I problemi sono altri. Ad esempio il fatto che non esiste nemmeno la possibilità di iscriversi alla Camera di Commercio, o di chiedere una partita iva. Quelli che svolgono questo lavoro in regola sono intermediari, quindi persone che ritirano un bene da privati e lo rivendono a privati. Il ricavo viene diviso a metà. Oppure sono cooperative sociali che hanno come scopo principale l’inserimento di lavoratori svantaggiati, non la vendita. Benché alcune cooperative, come “Insieme” a Vicenza, “Mattarenetta” a Verona, abbiano avuto la capacità di crearsi un mercato e generare una significativa circolazione di beni usati. In mancanza di dati certi da parte delle Camere di commercio, il dato degli 80.000 lavoratori è frutto di una stima, così come i dati sui quantitativi di merce rimessa in circolazione. E perlopiù sono frutto delle analisi condotte dal Centro Studi Occhio del Riciclone. Le tonnellate sottratte alla discarica e ad altre forme di distruzione sono tante, 22.000 tonnellate solo la rete dei 210 punti vendita della rete Mercatino srl nel 2012, ed è per questo che la Reteonu – di cui fanno parte terzisti in conto vendita, rigattieri, mercatari e cooperative, sociali e non – ha provato a scrivere una legge per il riordino del settore, dialogando da anni con i vari Ministri che si sono susseguiti. Qualcuno di loro ha mostrato più attenzione di altri ma alla fine il fatto è che i ministri passano e del riordino non si viene a capo. Gli enti locali da parte loro fanno quello che possono. La Provincia di Vicenza ha favorito l’attività di commercio dell’usato della cooperativa “Insieme”, autorizzando la cosiddetta “preparazione al riutilizzo”, cioè la possibilità di rimettere in circolazione beni che i cittadini consegnano agli ecocentri benché abbiano ancora valore. A dire il vero la “preparazione al riutilizzo” è una possibilità contenuta nella direttiva europea 2008/98 CE, fatta propria dall’Italia con la legge 205 del 2010, solo che la legge è ancora priva di effetti pratici per via della mancanza dei decreti attuativi. A differenza della Provincia di Vicenza, la Provincia di Roma, da quanto riferisce un suo dirigente presente all’incontro di Testaccio, “ha iniziato con un’attività tesa a far sì, rispettivamente per quanto concerne le competenze di quei soggetti deputati…” e così via, che però non è che abbia ben capito cosa è tesa a far sì la Provincia di Roma. A un certo punto della relazione emerge che si tratta di “azioni di programmazione volte a creare un quadro”, ma anche quest’ultimo spunto mi lascia privo di chiari riferimenti onde consentire a me e alla gentile platea presente al Testaccio di comprendere che cosa stia architettando la solerte Provincia capitolina. In Europa esistono altri esempi interessanti. Ad esempio, in Francia, la rete Envie, rivende ogni anno 80.000 apparecchi di elettronica di consumo, con un anno di garanzia, garantendo 2000 posti di lavoro, grazie a un accordo quadro con uno dei consorzi di recupero. Paolo Ferraresi, della rete Reuse, composta da 25 membri, in Europa e Stati Uniti, che danno lavoro a 77000 persone, ha raccontato che da uno studio Microsoft si ricava che 1000 tonnellate di rifiuti elettronici portati in discarica producono 1 posto di lavoro. 15, se portati a riciclaggio. 200 se riutilizzati. E in effetti a conferma, Michal Len, sempre di Reuse, ha presentato un’analisi dalla quale emerge che il 25% dei rifiuti elettronici nel Regno Unito è perfettamente funzionante.
Altri enti locali in Italia hanno cominciato a pensare ai centri di riuso. C’è quello famoso di Capannori, in Toscana, e i 6 delle Marche. Ma incredibilmente, questi enti locali, invece di favorire strutture e organizzazioni che esistono già, e fanno per mestiere il commercio dell’usato, si sono inventati che i beni devono essere ceduti esclusivamente a titolo gratuito, affidando i centri di riuso al volontariato. Il risultato è che mentre cooperativa “Insieme” di Vicenza movimenta circa 650 tonnellate all’anno di beni, di Mano in Mano, cooperativa con sede a Milano, arriva a 1400 tonnellate ogni anno, mentre a Capannori ne movimentano poco più di 13 tonnellate. E il totale dei centri di riuso delle Marche arriva a 47. Nemmeno la metà di un negozio in conto terzi gestito, come è abbastanza tipico, da una famiglia composta da marito, moglie e figlio o figlia. Quello che emerge dalle azioni delle istituzioni locali e nazionali è una gigantesca sottovalutazione delle competenze degli operatori, un approccio ideologico secondo il quale il volontariato o le cooperative sociali sono meglio dei privati. Cosa che a volte è vera, spesso è semplicemente una stupidaggine.
Reteonu ha puntato molto sulla valenza ambientale del commercio dell’usato. Negli ultimi anni sono diverse le analisi sul risparmio di Co2, dovute al commercio dell’usato, così come sono tante le analisi sul valore economico del settore. Eppure niente sembra scalfire l’inerzia delle istituzioni, neanche il dato che il fatturato di eBay 75 miliardi di dollari nel 2013, sia più alto di quello di Amazon, circa 61 miliardi di dollari.

Fonte: ecodallecittà.it

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