Il razzismo fa invecchiare chi lo subisce

L’American Journal of Preventive Medicine ha pubblicato i risultati di una ricerca ai confini fra sociologia, medicina e genetica, secondo la quale ci sarebbe un rapporto di causalità fra razzismo e invecchiamento precoce. Essere vittime del razzismo ci fa invecchiare prima? Sembrerebbe proprio di sì, almeno secondo quanto esposto dall’articolo pubblicato di recente dall’American Journal of Preventive Medicine. A fare da “garante” della validità dello studio, oltre all’autorevolezza della pubblicazione, è la firma di Elizabeth Blackburn, premio Nobel per la medicina nel 2009. Il team di lavoro che ha lavorato a questa ricerca è partito da un dato statistico, quello secondo il quale, negli Stati Uniti, gli afroamericani costituivano la parte della popolazione maggiormente colpita da malattie gravi legate all’età. La loro aspettativa media di vita è di 69,7 anni, contro i 75,7 anni dei bianchi. Un abisso. I ricercatori hanno cominciato a interrogarsi sul possibile legame fra questi dati sanitari e demografici e lo stress psicosociale scatenato dagli atti di razzismo. Come stabilire una relazione di tipo biologico?

I ricercatori hanno deciso di servirsi dell’accorciamento dei telomeri (sorta di “cappucci” protettivi del Dna che vengono erosi nelle malattie cardiovascolari, nell’artrosi e nell’Alzheimer) come di un marcatore di invecchiamento presso 92 afroamericani dai 30 ai 50 anni, in buona salute e in ambienti sociali differenti. Accanto agli esami sanguigni, sono stati effettuati dei test sull’esposizione di questi soggetti a fenomeni di razzismo. Gli esperimenti hanno evidenziato una significativa correlazione fra l’accorciamento dei telomeri e l’”esposizione” a fenomeni di razzismo. Ma c’è un dato ancora più sbalorditivo: i soggetti con una visione positiva del proprio gruppo etnico sono risultati più protetti quando non immuni dall’accorciamento dei telomeri. Visto il campione piuttosto ristretto, i ricercatori sono rimasti piuttosto cauti, ma questi risultati sono uno stimolo per ampliare l’indagine e per proseguire sul terreno “ibrido” di una ricerca capace di mettere insieme sociologia, medicina e genetica. Tanto da utilizzare per le discriminazioni l’efficace metafora delle “tossine sociali”.

Fonte; Le Monde

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