Sostenibilità ambientale a SANA 2013: la cosmesi biologica e la chimica verde

Anche l’industria cosmetica ha l’obbligo di ridurre l’impatto ambientale. Per farlo è necessario un impegno a tutti i livelli della filiera. E sostenibile non significa necessariamente biologicoimage2-e1379109211615

Quando si parla di sostenibilità nessun settore produttivo deve sentirsi escluso, nemmeno quello della cosmesi. A sottolinearlo sono gli esperti che si sono incontrati a SANA 2013, il salone internazionale del biologico e del naturale di Bologna, ricordando che se è vero che dal secondo dopoguerra la produzione di cosmetici si è sempre più orientata verso l’utilizzo di processi chimici, oggi la tendenza del settore è quella di riappropriarsi dei concetti di naturalità, biologico e, appunto, sostenibilità. Siamo passati dal concetto di compatibilità ambientale a quello di sostenibilità ambientale, ha spiegato Fabrizio Piva, Amministratore delegato di CCPB srl, organismo di certificazione e controllo dei prodotti agroalimentari e “no food” del settore biologico ed eco-compatibile. Mentre la prima cristallizza la realtà in un dato momento, la seconda introduce il fattore tempo. Sostenibile significa sostenibile per il futuro. È cambiato il concetto di salvaguardia delle risorse ambientali, che preoccupa per le generazioni future. Al momento però, lamenta Piva, nel settore della cosmesi biologica manca uno standard univoco. Contrariamente a quanto accade per l’agroalimentare bio, per i cosmetici non esiste una normativa che regolamenti le produzioni che si definiscono biologiche, né a livello nazionale, né a livello europeo. Standard significa regole, comportamenti, specifiche di prodotto, significa saper capire quali sono i punti di riferimento, significa identificazione del prodotto e rintracciabilità, significa standard di processo. Non si può limitare alla lettura dell’etichetta. E’ una lista positiva degli ingredienti e degli additivi ammessi. Ci devono essere regole chiare e univoche per l’etichettatura del prodotto. In mancanza di una regolamentazione unica, auspicata da Piva, che si occupi di tutte le sfaccettature del biologico – dall’agroalimentare alla cosmesi, passando anche per altri settori, come il tessile – realtà come quella di CCPB hanno elaborato degli standard che, in sostanza, prendono spunto da quello dell’agroalimentare biologico: il 95% degli ingredienti naturali deve essere naturale e di questi il 95% deve essere bio; i conservanti devono essere quei 5-6 ammessi che, fondamentalmente, sono naturali; è ammesso il 5% massimo di sostanze di sintesi come i conservanti; non sono ammessi né radiazioni ionizzanti né ogm; sono consentiti solo alcuni processi chimici (specificati in un apposito elenco); sono ammessi i processi fisici o microbiologici; possono essere aggiunti solo profumi e aromi naturali; possono essere utilizzati anche alcuni ingredienti animali, a meno che abbiano comportato una sofferenza per l’animale; infine, sono previste limitazioni anche per gli imballaggi utilizzati.

La sostenibilità della chimica verde

Un cosmetico sostenibile non deve però essere necessariamente naturale al 100%: anche i processi chimici “verdi” fanno parte della cosmesi biologica. Un cosmetico sostenibile non è necessariamente naturale, bio o organico, ha sottolineato Vincenzo Paolo Maria Rinaldi, presidente del Mapic, il Gruppo materie prime per l’industria cosmetica e additivi per l’industria cosmetica e farmaceutica di Federchimica. In questo caso ad entrare in gioco è la “chimica verde”, quella a ridotto impatto ambientale, caratterizzata da prodotti più simili alle risorse naturali. La cosmetica impatta già a livello di produzione chimica degli ingredienti. Esistono già dei casi in cui si usano reazioni chimiche che non lasciano scarti, magari anche con risparmio energetico, o con riduzione degli inquinanti. Oppure si possono produrre in laboratorio delle cellule, nei bioreattori, anziché coltivare piante, con una riduzione dello spazio e dell’energia necessari. Prevenendo, poi, come verranno smaltiti gli scarti e i rifiuti già in fase di progettazione si può fare un altro passo verso la sostenibilità.  Lo strumento adeguato per raggiungere la sostenibilità, ha spiegato Rinaldi, è il life cycle assessment: definire i limiti entro i quali è possibile agire, analizzare gli inventari (le tabelle di consumo dell’energia, dell’acqua, dei materiali e così via), valutare l’impatto, fare analisi di miglioramento. La sostenibilità è di filiera. Tutti devono fare la loro parte, ad esempio anche nel confezionamento. E anche il consumatore può e deve fare la sua parte. Il vero protagonista del cambiamento e il singolo.

Fonte: ecoblog

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