L’antispecismo e la teoria abolizionista. Intervista a Gary Francione

Negli ultimi decenni si sono sviluppati diversi approcci all’antispecismo, pensiero filosofico che si oppone al pregiudizio che considera l’essere umano al di sopra delle altre specie. Per saperne di più abbiamo intervistato l’attivista per i diritti animali e docente di filosofia e di diritto Gary Francione, il cui approccio viene definito ‘teoria abolizionista’.

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Definire oggi l’antispecismo è cosa alquanto ardua. Forse la fondazione epistemica rimane la medesima dai tempi di Richard Ryder agli inizi degli anni ’70, ovvero l’antispecismo definito – dopo Ryder – , più o meno, come un pensiero filosofico e politico che si oppone allo specismo inteso come pregiudizio che pone l’uomo al di sopra delle altre specie sulla base dell’appartenenza alla specie umana. Lo specista enfatizza, di solito, le differenze tra gli esseri viventi delle diverse specie (il grado di intelligenza ad esempio) rispetto all’uomo inteso come punto di riferimento di questa scala gerarchica, mentre l’antispecista si focalizza più sulle somiglianze (il fatto che tutti gli esseri viventi, ad esempio, possano soffrire o avere delle intenzioni, etc.) e considera le differenze come caratteristiche peculiari di ciascuna specie. Detto questo, gli approcci che in questi ultimi decenni si sono sviluppati da quando è stata teorizzata e dimostrata la presenza di questa mentalità specista, per una liberazione animale dal giogo umano, sono state (e sono tutt’ora) molteplici, pur partendo dalla stessa fondazione epistemica e ontologica. Ciascun approccio – sia l’approccio utilitarista di Peter Singer, il giusnaturalismo di Tom Regan, l’antispecismo debole di Leonardo Caffo o quello politico di Marco Maurizi, etc. – pensano che il proprio sia l’antispecismo per antonomasia, partendo ciascuno dai propri diversi principi e presupposti teorici che li portano, di conseguenza, alle diverse teorie, strategie e prassi da mettere in atto per un cambiamento sociale che porti alla liberazione degli animali non-umani. Sulla scia di questi dibattiti, ho intervistato Gary Francione, attivista per i diritti animali, docente di filosofia e di diritto presso la Rutgers School of Law-Newark, promotore della Rutgers Animal Rights Law Clinic, il primo corso di diritti animali nelle facoltà di giurisprudenza nonché autore di diversi testi su questa tematica, tra i quali citiamo The Animal Rights Debate: Abolition or Regulation? (2010, con Robert Garner), Animals as Persons(2008), Rain Without Thunder: The Ideology of the Animal Rights Movement (1996), e Animals, Property, and the Law(1995).

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L’approccio di Francione è definito abolitionist theory (teoria abolizionista), e l’obiettivo è quello della liberazione animale in toto, bypassando ogni forma di welfare (sfruttamento “felice”) e ponendo la diffusione del veganismo e di una filosofia che guardi all’animale non-umano come soggetto e non come oggetto, e di un approccio nonviolento alla realtà come base della morale del movimento. Ma facciamocelo raccontare da lui in persona.

In cosa consiste l’approccio abolizionista ai diritti animali?

L’approccio abolizionista ha molte componenti. La prima è che affinché un essere vivente non venga trattato come una mera “risorsa”, lo status di essere senziente è l’unica caratteristica che veramente conti qualcosa. Altre caratteristiche cognitive sono irrilevanti. Di conseguenza, se un essere vivente è senziente, abbiamo l’obbligo morale di non trattarlo come un oggetto a disposizione dell’essere umano. Personalmente rigetto quegli approcci che sostengono, ad esempio, che gli elefanti abbiano più valore morale delle galline perché i primi mostrano un’intelligenza più simile a quella umana. Penso che questo ragionamento sia una forma di specismo. L’approccio abolizionista rifiuta questo, così come rifiuta le riforme welfariste e di regolazione come strategie, promuovendo e sostenendo invece il veganismo come un approccio creativo e nonviolento per la liberazione animale. Inoltre l’approccio abolizionista vede i diritti animali e i diritti umani come strettamente intrecciati. In definitiva l’abolizionismo ha un approccio nonviolento come principio fondamentale.

Qual è la differenza tra l’approccio abolizionista e gli altri movimenti antispecisti (utilitarista, giusnaturalista, etico, etc.)? Quando e come (con quale obiettivo) questo approccio è entrato a far parte del dibattito sui diritti animali?

Tu sostieni che le teorie che hai appena menzionato siano antispeciste. Io non sono d’accordo! In ogni caso, la mia teoria è diversa da quella, diciamo, di Peter Singer, perché Singer asserisce che affinché un animale non venga utilizzato come risorsa (come oggetto), questo debba avere un sistema cognitivo simile a quello dell’essere umano. Inoltre Singer, in quanto utilitarista, sostiene che noi possiamo anche ignorare i diritti fondamentali di un soggetto in base alle conseguenze che questa scelta possa portare, in base alla situazione (ad esempio se questa condizione porta un vantaggio a molti soggetti n.d.i.). Il mio approccio è deontologico, quindi sostengo che gli interessi fondamentali non possano essere ignorati, a prescindere dalle conseguenze che questa condizione possa portare. Ma il mio approccio deontologico è diverso da quello di Tom Regan in quanto la mia teoria si focalizza sull’essere senzienti, e non sulle preferenze autonome messe in risalto da Regan, rifiutando inoltre la visione di Regan secondo cui i non-umani abbiano meno opportunità di vivere una vita soddisfacente da cui ne consegue che le loro vite abbiano meno valore morale. Quando è nata questa visione? Questa visione nasce verso la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90, quando realizzai che il movimento per i “diritti animali” stava prendendo una direzione che promuoveva politiche di “welfare”. Io volevo sviluppare un approccio che rifiutasse queste forme di welfare e mettesse invece il veganismo come obiettivo principale per la liberazione animale.

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Come e perché, secondo lei, è iniziata questa mentalità che tende a normalizzare lo sfruttamento e l’uccisione ‘in serie’ di altri esseri senzienti appartenenti ad altre specie? Crede inoltre che questo approccio alla realtà sia ‘naturale’ o ‘culturale’?

Gli esseri umani hanno sempre sfruttato i non-umani per molti millenni, così come hanno sempre sfruttato altri esseri umani. Ciò che noi facciamo di solito è quello di ‘oggettualizzare’ un certo gruppo di individui (umano o non-umano) e quindi ne legittimiamo lo sfruttamento. Dato che facciamo questo senza problemi già anche dove la cosa preoccupa gli umani direttamente, come possiamo stupirci del fatto che facciamo lo stesso con individui che non fanno parte delle nostre preoccupazioni?

Qual è secondo lei il ruolo del Capitalismo (come mentalità, politica, filosofica, approccio alla realtà, etc.) nella diffusione dello specismo e delle pratiche di sfruttamento di altri esseri senzienti a questa mentalità connesse?

Gli animali non-umani sono stati considerati come proprietà e sfruttati come oggetti in ogni sistema socioeconomico. Si, loro sono sfruttati senza pietà dal sistema capitalistico. Ma erano spietatamente sfruttati anche sotto l’Unione Sovietica, e sono ancora oggi selvaggiamente sfruttati a Cuba. Gli altri animali erano e sono barbaramente sfruttati in piccoli villaggi dell’Africa o dell’India. Il problema è che l’animale viene visto come una proprietà, un bene mobile, come uno schiavo: gli animali sono cose. Il sistema socioeconomico in cui questi vengono sfruttati come oggetti è una preoccupazione secondaria. Personalmente non mi piace il Capitalismo e preferisco il Socialismo. Ma per quanto concerne gli animali io mi oppongo a questo status che prevede il loro declassamento ad oggetto e quindi alla loro condizione di proprietà privata, a prescindere dal sistema in cui ciò avviene.

Crede che in Occidente stiamo vivendo una ‘rottura epistemologica’, che gli attivisti per i diritti animali riusciranno sul serio a creare una società nuova, libera da ogni forma di dominio? O stiamo lottando invano seguendo chimere, anche alla luce del fatto che la macchina capitalista si stia spostando in quei paesi dove prima il consumo di carne – ad esempio – era secondario, come la Cina e l’India?

Credo che le cose cambieranno come il risultato della confluenza di diversi fattori. L’etica sta giocando e giocherà un importante ruolo. Ma anche fattori legati alla salute e all’ambiente. La realtà è che l’agricoltura destinata agli animali ha un impatto ecologico disastroso, richiede una quantità abnorme di acqua, la quale è tra l’altro sempre più scarsa. La realtà è che il consumo di carne è deleterio sulla salute umana. Tutti questi fattori giocheranno un ruolo.

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Che mi dice della rete internet? Pensa che questa ‘rivoluzione’ non sarebbe mai stata possibile senza la diffusione della rete, visto che i vecchi media sono nelle mani dell’industria alimentare la quale, volente o nolente, viene massicciamente finanziata dai grandi allevatori?

La rete internet ha avuto un ruolo incredibile nel promuovere temi che riguardano giustizia sociale in quanto, in generale, i media tradizionali, anche in un sistema democratico, tendono a fare propaganda e censura. E per questo puoi stare tranquillo che la rete internet verrà sempre più controllata e censurata.

Com’è il movimento per i diritti animali negli USA? Come reagisce a questo cambiamento il governo statunitense? E la gente?

Negli Stati Uniti esistono fondamentalmente due movimenti. Il movimento che spicca, organizzato e importante a livello nazionale, è fortemente dominato dai più grandi gruppi e corporazioni welfariste, e questo è evidente considerando che tra le organizzazioni più grandi spiccano nomi come la Human Society of the United States o la People for the Ethical Treatment of Animals. Queste sono molto simili e hanno tutte preso accordi con quelle industrie che sfruttano animali per promuovere riforme di welfare o, meglio, sfruttamento ‘felice’, il quale fondamentalmente non fa che consolidare lo status quo perché mette la gente più a suo agio nel suo sfruttare la vita degli altri animali. Vi è comunque un emergente movimento a livello popolare che ignora i movimenti welfaristi pur essendo più grossi, e si concentra invece sulla diffusione del veganismo come riferimento morale. Questi tentativi, per una buona parte, riflettono l’approccio abolizionista: oltre ad avere il veganismo come focus centrale, questi gruppi rifiutano le riforme di welfare, promuovono i diritti umani e seguono il metodo della nonviolenza. Questo movimento popolare sta crescendo. Recentemente è stata lanciata la Abolitionist Vegan Society, nata proprio a livello popolare: molti anni fa questo sarebbe stato impossibile. Devo dire, dal mio punto di vista in quanto educatore che interagisce ogni giorno con gli studenti o comunque con un pubblico riguardo all’approccio abolizionista, che la gente in generale reagisce molto bene. Molta gente effettivamente vede gli animali come soggetti che hanno valore morale. Io sostengo che se gli altri animali hanno una qualsiasi forma di valore morale, allora noi non possiamo minimamente giustificare il loro sfruttamento, sia questo il nutrircene, piuttosto che farne abiti o usarli in qualsiasi altro modo. Ho proprio in questi giorni messo online un e-book “Eat Like You Care: An Examination of the Morality of Eating Animals” che promuove proprio questo messaggio. Il messaggio risuona alla gente, loro lo capiscono. Ricevo ogni giorno messaggi da persone che, attraverso il mio lavoro o attraverso il lavoro dei movimenti abolizionisti popolari, decidono di diventare vegani, di boicottare l’industria della carne e dei derivati animali.

Come cambierebbe il pianeta se l’industria che sfrutta gli altri animali crollasse? Come cambierebbe ad esempio l’economia globale? Può dipingerci uno scenario futuristico?

Se decidi di non alimentare queste pratiche violente per ragioni etiche, diventerà difficile che tu possa fare atti violenti, e rispetterai anche gli altri esseri umani. Per questo motivo vedo un mondo senza lo sfruttamento animale come un mondo di pace. Vedo un mondo vegan come un mondo più in salute, dove la gente non consumerebbe più cibo che li uccida. E questo, in realtà, è l’unico mondo possibile per evitare un disastro ecologico.

Fonte: il cambiamento

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